Pensando all’eutanasia e a Lincoln Rhyme

A proposito della proposta di introdurre nel nostro Paese l’eutanasia e quindi l’autorizzazione legislativa affinché anche da noi si possa “staccare la spina” alle persone costrette, sofferenti, all’immobilità, mi vengono in mente alcuni libri che ultimamente mi hanno molto appassionato.

Si tratta di una serie di thriller di Jeffery Deaver, ex avvocato e ora noto scrittore statunitense, di cui è protagonista Lincoln Rhyme (nella foto Denzel Washington che lo interpreta in un film), ex criminologo della polizia scientifica newyorkese ridotto sulla sedia a rotelle e in grado di muovere solo gli occhi e l’anulare di una mano in seguito ad un incidente occorsogli mentre raccoglieva indizi durante un’indagine.

Pur in questa tragica condizione e obbligato, suo malgrado, ad essere sempre assistito in tutto da qualcuno, Rhyme è ricercatissimo dalla centrale e dai colleghi con cui lavorava, per la sua straordinaria capacità di identificare e individuare i più efferati e scaltri assassini e serial killer servendosi di tracce infinitesimali che in qualche modo essi lasciano sempre dopo i loro delitti.

Al tempo stesso il criminologo non cessa di oscillare fra la voglia di farla finita procurandosi da una società specializzata il kit necessario per darsi o farsi dare la morte, e la scelta di tentare la strada opposta sottoponendosi ad operazioni chirurgiche estremamente rischiose per migliorare almeno parzialmente la propria situazione e riuscire a muovere magari almeno un braccio o una gamba.

Alla fine, proprio quando sembra deciso a rivolgersi al suo “dottor morte” o a giocarsi tutto con l’azzardo dell’intervento neurochirurgico, non arriva mai a soddisfare né l’uno né l’altro “desiderio” non avendone materialmente il tempo, perché troppo assorbito dalle indagini. In realtà il vero motivo che lo dissuade dalle due opzioni è l’amore per una collega, la donna poliziotto Amelia Sachs, dalla quale è intensamente ricambiato.

Sono la stima, l’intesa, la fiducia e la complicità umanamente profonde che permettono a Linconln di ritrovare continuamente il perché vale la pena accettarsi così com’è e andare avanti. Il pensiero di Amelia lo tiene in vita perché lei lo restituisce a se stesso e rappresenta la sola medicina, l’unico vero antiditodo alla morte che altrimenti lo schiaccerebbe comunque, ben prima di ricorrere all’iniezione letale.

Ecco, la vicenda di quest’uomo, pur inventata da uno scrittore che dalla lettura dei suoi libri non sembra assolutamente un credente, rivela una verità molto semplice e trascurata: una persona “normodotata” anche se viva è in realtà già morta (dentro) se non ama e non si sente amata da qualcuno, mentre può sopportare anche il peggior annichilimento fisico e recupera moltiplicandole, le sue capacità residuali e vicarie, in questo caso eccezionalmente preziose per la società, esclusivamente in forza di questo rapporto.

Già, si dirà, ma questa è appunto una faccenda personale. Cosa centra la legge sull’eutanasia?

Centra, perché uno Stato che consenta per legge di staccare la spina è uno Stato invasivo, che pretende di precludere questa esperienza al singolo malato. Altro che privacy. E’ uno Stato che si intromette nell’intimità della sua vita per dare a lui o a qualcun altro la possibilità (ma alla fine è di fatto un suggerimento) di non sperare più utilizzando la scorciatoia del suicidio o dell’omicidio legalizzato e programmato (perché questo è il vero nome dell’eutanasia).

Gian Burrasca

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Vallagarina sì, Valsugana no

L’assessore alle opere pubbliche Silvano Grisenti ha presentato ai Sindaci della Vallagarina il progetto di interramento dell’autostrada nel tratto compreso fra Volano e Mori stazione, che permetterebbe di ridurre la pressione del traffico in superficie nei pressi dei centri abitati. Grisenti ha inoltre assicurato che le risorse ci sono e, con il consenso dei Comuni interessati – i quali avranno tempo un anno per dare l’ok definitivo – la realizzazione dell’opera potrebbe iniziare già nel 2008.

Benissimo. Sarebbe però importante ottenere dall’assessore e dalla Giunta provinciale una risposta a questa domanda: perché la popolazione della Vallagarina avrebbe improvvisamente diritto all’A22 in galleria, mentre quella della Valsugana dovrebbe scordarsi il completamento dell’A31 (Valdastico) invocato e atteso da decenni per liberare la statale e i paesi dal traffico, dai problemi di sicurezza e dall’inquinamento già oggi oggettivamente insopportabili?

In ogni caso i primi cittadini di Rovereto e Vallagarina dovrebbero ascoltare un consiglio: prima di rallegrarsi si preoccupino di accertare se il progetto è condiviso anche dalle componenti diessine (soprattutto Pinter e Cogo) e verdi (Berasi e Bombarda) rappresentate nel governo provinciale. Perché se così non fosse, visti i trascorsi meglio sarebbe per loro chiudere subito il sogno nel cassetto.

Gian Burrasca

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Miss Italia, Cogo, la Berasi e le pari opportunità

Dopo aver tempestivamente sparlato di Miss Italia proprio all’indomani dell’incoronazione di Claudia Andreatti, prima trentina a vincere il più nazionalpopolare dei concorsi televisivi (dopo Sanremo), l’assessore alla cultura nonché vicepresidente della Giunta provinciale Margherita Cogo, si è recata a Pergine per omaggiare la mamma della reginetta con un bel mazzo di fiori e chiarire il suo pensiero.

Un comunicato stampa ufficiale della Giunta provinciale ha infatti riferito che l’assessora si è complimentata per la bellezza e l’intelligenza di Claudia, mentre ha ribadito il suo disprezzo per il concorso di Miss Italia.

Motivo? L’annuale manifestazione di Salsomaggiore dimostrerebbe quanto l’obiettivo della parità uomo-donna sia ancora lontano dall’essere raggiunto nel nostro Paese. Il nesso è evidente a tutti. O no?

Di certo il presidente della Provincia Dellai sarà stato preavvisato dell’iniziativa della sua vice e ne avrà apprezzato la rilevanza per l’immagine e le politiche di sviluppo del Trentino.

Non si sa, invece, se anche l’assessora competente in materia di pari opportunità Iva Berasi abbia condiviso l’esternazione della collega di Giunta. O non abbia magari sollevato problemi sia di parità che di opportunità.

Gian Burrasca

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Sanità: è tempo di bilanci

E’ormai tempo di bilancio anche per il sistema sanitario trentino che manifesta una crisi palese e di tipo strutturale.
A nulla servono i maldestri tentativi di difesa, vuoi del Direttore Generale, vuoi dell’assessore competente, per nascondere una situazione che se non risolta immediatamente prefigura elementi di difficoltà innegabile. E alcuni prese di posizione degli ultimi tempi lo testimoniano. Il presidente dell’Ordine dei medici della Provincia afferma che nel servizio sanitario provinciale “è palpabile la presenza di un clima difficile”. Ed anche il primario Eccher ha denunciato la difficile situazione dell’ospedale principale della provincia, il Santa Chiara di Trento, oggetto di una ristrutturazione costosa ed inutile con gravi carenze di organico che minano la capacità operativa dei reparti e con una qualità della degenza che è rimasta ferma a vent’anni fa. E poi la Borgonovo Re che censura la lettera di richiamo del direttore dell’Azienda alla dott.ssa Giannelli.
Tutto questo con un costo pro capite della sanità a carico del bilancio provinciale che è superiore alla media delle altre regioni italiane. A questo livello ricordo l’affermazione dell’allora Ministro della Sanità Rosi Bindi che in un convegno a Trento di qualche anno fa disse che sicuramente la qualità del sistema sanitario provinciale era discreta, ma per le risorse pubbliche investite sarebbe dovuto essere ottimo.
Ma andiamo con ordine.
Penso di interpretare lo stato d’animo della maggioranza dei nostri cittadini, sentimenti misti a sconcerto, delusione e talvolta anche di rabbia, quando recentemente è stata data notizia che a fronte dell’ennesima incapacità dimostrata dal nostro sistema sanitario di rendere più accettabili i tempi di attesa per effettuare visite specialistiche, il Direttore Generale è stato penalizzato con una riduzione del suo premio annuale. Poche centinaia in euro in meno, peraltro non sullo stipendio (che ricordo è sempre il più alto non solo tra i manager pubblici della nostra provincia), bensì su una voce aggiuntiva, appunto un premio.
E proprio tempi di attesa e mobilità passiva, ovvero la necessità per i nostri cittadini di doversi recare fuori regione per trovare una risposta di cura ai loro bisogni, rappresentano, a mio avviso, due elementi che risultano inaccettabili per la nostra comunità che destina al sistema sanitario una quantità di risorse economiche tra le maggiori nel contesto regionale nazionale.
Ricordo che l’abbattimento dei tempi di attesa per l’effettuazione di prestazioni specialistiche è un obiettivo che l’Assessorato da ben 6 anni assegna all’Azienda sanitaria. E cosa è stato fatto in tutto questo tempo. Ricordo ancora che diverse volte abbiamo assistito a proclami celebrativi dell’Azienda e dell’assessorato, che esultavano dicendo che avevano finalmente trovato la chiave di volta per abbattere questi tempi di attesa; si sono celebrati persino dei convegni in proposito. Ma allora mi chiedo. Ci ha impiegato tutti questi anni il sig Assessore per accorgersi che era tutta una bufala e che il problema giace irrisolto come e più di prima?
Debbo riconoscere che su tale aspetto alcune componenti sindacali, e solo recentemente, lo stesso ordine dei medici, hanno vigilato con attenzione e più volte hanno richiamato l’opinione pubblica che le cose in sanità non sono poi tutte rose e fiori.
Mobilità passiva. E’ questo forse l’aspetto più rilevante. Basti pensare che oltre al disagio per i trentini di doversi recare fuori provincia, tale situazione costa al bilancio provinciale circa 85 milioni di Euro all’anno e che solo a titolo di esempio all’ospedale di Negrar in pochi anni gli interventi ed esami per residenti in Provincia di Trento sono passati da 700 a 5000 all’anno. La mobilità passiva è la somma di ben tre negatività. L’incapacità di un sistema sanitario di offrire tempestive risposte ai bisogni di cura, la conseguente necessità che il paziente trovi queste risposte al di fuori del proprio contesto provinciale di appartenenza, ed infine l’obbligo da parte della nostra Provincia di rimborsare ad altre regioni le spese sanitarie che queste hanno sostenuto per curare i nostri trentini.
E se tutto questo non bastasse ancora, vi possiamo aggiungere altri rilevanti elementi negativi. Se i trentini vanno fuori provincia per farsi curare, sempre meno sono i pazienti di altre regioni che vengono da noi per ricevere cure. Il nostro sistema ha perso di attrattività, si è impoverito sul piano della capacità di offerta professionale, sul piano della qualità. I trentini vanno fuori provincia non solo per ottenere prestazioni che qui non hanno, ma anche, cosa assai grave, per avere prestazioni che qui vengono erogate. E’ questo un sintomo di grande allarme. Significa che siamo di fronte ad un crollo di fiducia, di mancanza di stima generale.
E infatti in questi anni sono mancati interventi significativi volti a valorizzare le diverse componenti del sistema, a partire dai medici e infermieri professionali, non si è pensato di attivare un accordo sinergico con l’ordine dei medici finalizzato a realizzare investimenti seri sul piano della professionalità medica. La comunicazione istituzionale è stata gestita al ribasso e non ha inciso in maniera oggettiva su comportamenti e abitudini. Una comunicazione troppo autoreferenziale e spesso gestita in rimessa.
Enormi investimenti, con un costo sociale impressionante, invece sul piano dell’edilizia sanitaria per avere un ospedale a Trento in perenne ristrutturazione e un nuovo ospedale forse tra dodici anni, a fronte di una non chiara politica sugli ospedali periferici. Una sottolineatura forte al riguardo va fatta sul caso dell’Ospedale San Lorenzo di Borgo. Il punto nascite funzionante all’interno dell’Ospedale S. Lorenzo di Borgo Valsugana dal giorno 7 agosto 2006 ha cessato l’attività e ciò in ossequio alla deliberazione della Giunta Provinciale n.1496 del 21 luglio 2006 punto 3 del dispositivo.
E’ stato detto che non c’erano i numeri per tenere in vita il punto nascite, è stato anche detto che non erano presenti le figure professionali previste dalla normativa vigente per garantire la massima sicurezza alle partorienti ed ai neonati ed è stato soprattutto detto che questo stato di cose non poteva essere cambiato.
Sono ragionamenti che danno da pensare su come chi ci governa intende assicurare alla popolazione i servizi di cui essa ha bisogno; perché è certo, malgrado quello che stabilisce la Giunta Provinciale, che in Valsugana, e non solo, si continuerà a concepire e a nascere e quindi un punto nascite ben organizzato dovrebbe esistere per soddisfare i bisogni connessi al concepimento ed alla nascita.
Facendo qualche conto si vede che la popolazione della Valsugana, Alta e Bassa, è di circa 85000 (ottantacinquemila) abitanti, considerando che la natalità è di circa l’uno e mezzo per cento della popolazione, tra Alta e Bassa si dovrebbero raggiungere sicuramente, se ci fosse un punto nascite organizzato e ben strutturato 500 nascite all’anno.
E invece cosa è successo? Agli atti non vi è neppure un tentativo non solo di costituire un punto nascite, ma neppure di potenziare ed adeguare quello esistente; si dice per mancanza di figure professionali adeguate, ma quali azioni sono state intraprese per reperire queste figure? Che tipo di programmazione a medio termine è stata fatta per rendere appetibile il punto nascite di Borgo Valsug
ana per i professionisti del settore?
Sembra proprio che il reale disegno di questa Giunta Provinciale sia la riduzione degli Ospedali periferici a poliambulatori. E’ stato in tempi non lontani fatto con l’ospedale di Levico Terme potrà benissimo accadere anche ad altri.
Ho citato il caso di Borgo Valsugana perché lo ritengo esemplare della considerazione che questa Giunta e questa Azienda sanitaria hanno nei confronti del ruolo degli ospedali periferici, ciò a dispetto dei tanti proclami di valorizzazione della famosa periferia.
A fronte di questa situazione credo che divenga irrinunciabile imporre al nostro sistema sanitario una inversione di rotta drastica e immediata. Un’inversione di rotta che parta dalla valorizzazione piena delle componenti professionali in gioco, attraverso un loro coinvolgimento responsabile, un’inversione che sappia riconsegnare gradualmente fiducia al sistema nel suo complesso anche attraverso una riorganizzazione profonda e coraggiosa dei servizi offerti. In merito evidenzio solo un’altra partita persa: la definizione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) che poteva rappresentare un’occasione per avviare un confronto eccezionale con i nostri cittadini per la definizione dell’appropriatezza dell’assistenza specialistica e di quella ospedaliera. Anche in questo caso è mancata programmazione politica, capacità manageriale e comunicazione alla collettività che poteva almeno essere condotta con il coinvolgimento delle associazioni rappresentative dei cittadini.

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Perché riesplode la questione dell’eutanasia

E’ esploso in questi giorni il dibattito politico che, nelle intenzioni di chi ha acceso la miccia, dovrebbe preparare il terreno favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia anche in Italia.

A riportare alla ribalta dei giornali l’annosa querelle sulla “dolce morte”, è stata l’accorato appello rivolto al presidente della Repubblica da un malato di distrofia mulscolare, Piergiorgio Welby, copresidente dell’Associazione Luca Coscioni.

E la bomba è deflagrata, perché il Capo dello Stato gli ha risposto invitando il mondo politico ad aprire un confronto in materia.

Evidentemente Welby ha toccato le corde giuste presentando il proprio dramma personale. E i drammi personali, si sa, piacciono alla stampa che con racconti come questi è consapevole di appagare la curiosità un po’ morbosa dei lettori.

“Ho orrore della morte – ha confessato nella sua lettera Welby – ma la mia non più vita, bensì “un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche”.

L’obiettivo di Pannella e soci è chiaro: utilizzare questo malato incurabile per suscitare nell’opinione pubblica da un lato un sentimento di pietà verso quest’uomo, dall’altro diffondere al tempo stesso lo sdegno perché il retrogrado ordinamento del nostro Paese non permette di soddisfare la sua disperata richiesta di staccare la spina, ponendo fine a quella che egli stesso considera una non-vita.

In altri termini ai rosapugnoni e agli esponenti della sinistra radicale, della reale situazione di Welby non frega un accidente.

Fosse per loro potrebbe crepare anche subito se il suo dramma non servisse a muovere le acque per accelerare il sospirato avvento dell’eutanasia nel nostro Paese.

Chi conserva il lume della ragione sa che questo è solo un trucco odioso che ha un nome preciso: si chiama strumentalizzazione. E della peggior specie, perchè gioca sulla pelle di un essere umano in carne ed ossa.

La vera questione è un’altra, come spiega con chiarezza l’articolo dello scrittore Luca Doninelli pubblicato in prima pagina da Il Giornale di ieri (25 settembre 2006). Ne riporto una parte che consiglio a tutti di leggere per non lascairsi abbindolare e cogliere il nocciolo del problema.

“Bisogna dire quello che non va in questa storia”, osserva Doninelli. “Innanzitutto, le storie sono due. Una riguarda il caso personale di Welby, l’altra la battaglia civile che dal caso Welby prende spunto.

? lo stesso Piergiorgio Welby (che è, ricordiamo, co-presidente dell’associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica) a presentare le due storie come se fossero una sola.

Ma non è così.

L’attenzione viene immediatamente spostata dalla realtà della sofferenza, una vicenda umana viene usata, proprio usata, ai fini di una propaganda ideologica.

Anche il modo di diramare il comunicato, con un video che lo mostra in tutto lo spettacolo (che non è, scusate tanto, la realtà) della sua sofferenza atroce e la voce sintetizzata al computer ha qualcosa di orribile, ma orribile soprattutto perché costruito, calcolato, misurato.

C’è, dunque, una finzione il cui scopo è quello di riportare al centro del dibattito civile la questione dell’eutanasia.

Su questo punto è bene essere chiari e semplici perché l’ipocrisia non può essere ammessa. Il cuore del contendere si fonda sul seguente dilemma: i padroni della nostra vita siamo noi, oppure la vita è un dono?

Dalle parole di Welby (un po’ letterarie) si capisce che per lui la vita è un dono.

Poi però la sofferenza è tale che la vita smette di essere un dono, è solo una condanna.

Ma una volta giunti al dibattito civile, bisognerà scegliere una delle due vie.

Se la società (opportunamente manovrata) decide che io sono il padrone della mia vita, posso naturalmente avvalermi del diritto a non interrompere la mia esistenza, ma lo farò solo in base a una convinzione privata, a un parere: il parere che la vita è sacra.

Ma sarà sempre un parere privato, senza nessuna pretesa di verità.

La regola pubblica si fonderà, infatti, sul principio opposto. Ma, una volta deciso che la vita è nostra proprietà, che la si può volere e disvolere, una volta deciso che non è un dono gratuito, che non è una porta aperta sul mistero, chi potrà fermare la marcia del più forte? Dove porremo il limite alla sperimentazione genetica? Chi potrà dire “fin qui si può, da qui in avanti non si può”?

Io non voglio essere obbligato ad accettare il principio che la vita mi appartiene.

Lo dico non solo da cristiano, lo dico anche come narratore. Scendendo nel cuore dei fatti che raccontiamo, i casi sono due: o sperimentiamo la loro inconsistenza originaria, oppure sperimentiamo la tenacia della realtà, la sua irriducibilità a tutte le nostre teorie.

Chi sostiene che noi siamo i padroni della nostra vita si fonda sulla prima alternativa, alla quale è stato dato un nome preciso: nichilismo. Bene, io non sono nichilista. Nessuno può dirmi che devo accettare l’inconsistenza della vita salvo poi precisare che, personalmente, privatamente, ritengo che la vita sia una bellissima cosa.

Questa sarebbe una buffonata, perché una volta detto “sì” al principio le persuasioni personali sono paglia e fumo. Welby può chiedere di morire, e io sinceramente non so se abbia torto, a titolo individuale.

Se però mi trovassi nella sua condizione, so che i miei amici mi ricorderebbero che la verità della vita non muta di un punto né di una virgola anche se dalla mia difficile condizione non la si capisce più.

Vorrei ricordare che in Italia esistono cinquemila malati di distrofia laterale: cinquemila persone che, diversamente da Welby, vogliono continuare a vivere. I parenti e gli assistenti di queste persone devono spendere centinaia di euro al giorno per sostenere le cure dei loro cari malati.

Lo Stato non si fa nessun carico di queste situazioni. Mi domando dunque se la voce di un solo Welby, per quanto forte, debba trovare ascolto mentre nessuno si preoccupa di quei cinquemila.

Certo, staccare la spina costa meno che sostenere l’onere di una cura molto costosa. Scusate il cinismo, ma è così. Ma Lei, Presidente Napolitano, che nella risposta a Welby ha mostrato tutto il suo equilibrio e la sua saggezza, non dimentichi l’appello muto, il grido ignorato di tutti quelli che, anziché morire, vogliono vivere.”

Gian Burrasca
pressmail.a@libero.it

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L’eutanasia, l’inganno della “dolce morte”

L’eutanasia: l’inganno della “dolce morte”.
A trent’anni è difficile immaginare la vecchiaia. Arridono tante speranze, tanti desideri. Anche se non si è in cerca del sol dell’avvenire, solo vivendo il presente che ci è dato e il futuro che si spera, si è già sufficientemente occupati.
E poi i vecchi, non si vedono quasi.
Il buon gusto odierno ha imparato a relegarli ai bordi, nella tristezza degli ospizi. Viviamo a compartimenti stagno, perché oggi le generazioni non durano vent’anni, ma cinque, e il dialogo tra giovani e adulti è quasi assente, quasi nullo quello con gli anziani.
Nonostante questo gli amici di Gs, Gioventù Studentesca, girano negli ospizi, il sabato pomeriggio, per rallegrare questi locali bigi, con le pareti affumicate, o bianchi, talmente bianchi che già il vecchio padron ‘Ntoni di Verga, che aveva amato tutta la vita la sua famiglia e la sua “casa del nespolo”, ne provava orrore.
Si sentiva soffocare, non dalla morte, ma dalla morte asettica, senza grandezza, senza intimità, senza il calore dei suoi cari ad accompagnarlo.
Poveri anziani, ospedalizzati, quando ancora stanno abbastanza bene, privati della gioia dei nipoti, che non ci sono, o sono troppo indaffarati, a scuola o nei mille impegni che gli abbiamo costruito intorno, quasi a forma di gabbia, per tenerli ben ben occupati!
Eppure anche la vecchiaia ha la sua bellezza, il suo profondo significato.
La hanno celebrata poeti di ogni epoca, filosofi come Cicerone, nel De Senectute, e, nel nostro tempo, due non credenti come Carducci e Pascoli.
In “Nevicata” il sanguigno poeta toscano sottolinea la lunghezza delle ore, quando si è vecchi e stanchi: “lenta fiocca la neve pel cielo cinereo…”.
E’ cinereo il cielo della vecchiaia, lento il cadere dei fiocchi ed il passare del tempo, ma ciò non toglie che il cuore del poeta non si rassegni, voglia ancora battere e pulsare: “tu calmati, indomito cuore…”.
Non è solo anagrafe, la vita, ma è anche questione di spirito. Lo ripete benissimo Pascoli, suo allievo, ne “L’ora di Barga”, quando il suo fanciullino interiore,
l’Adamo che scopre nelle cose la loro lacrima e il loro sorriso, fa sentire il suo grido tinnulo di meraviglia, di sotto alla voce roca e stanca dell’uomo ormai vecchio.
In questa poesia Pascoli, seduto alla finestra, ascolta i rintocchi del campanile, nel suo “cantuccio”, quasi assediato dalla morte, che lo ha stretto in un angolo.
Ascolta i rumori che provengono da fuori, guarda i colori, che gli giungono attutiti, attraverso gli occhi appannati e per il tramite di un vetro, “come da un velo”.
Il poeta si rivolge allora al campanile, che sembra ricordargli il momento della fine, e con voce accorata gli chiede ancora un istante di vita: “Tu dici, E’ l’ora; tu dici, E’ tardi, /voce che cadi blanda dal cielo. / Ma un poco ancora lascia che guardi /l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo, /cose che han molti secoli, o un anno,/ o un ora e quelle nubi che vanno. /Lasciami immoto qui rimanere /fra tanto moto d’ale e di fronde; e udire il gallo che da un podere/chiama, e da un altro l’altro risponde…”.
Sono le cose belle della vita, le più semplici, le più apparentemente insignificanti, quelle che hanno molti secoli, a divenire improvvisamente nuove, meravigliose, come se avessero solo un’ora: l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo.
Dopo un cancro, superato con fatica, monsignor Alessandro Maggiolini ha scritto: ” Adesso mi sento regalato due volte: perché mi ha creato e perché mi concede ancora di vivere.
Ma il sipario delle vita eterna si è fatto liso come una carta velina…Voglio vedere negli occhi Gesù, ho una lista dei miei cari che vorrei rivedere subito…”.
Voler vivere e voler morire: è una incredibile, paradossale, comprensibile condizione dei vecchi. Voler vivere, accanto a qualcuno, per vedere la sua realizzazione e la sua storia.
Voler morire, per incontrare qualcuno. “Uccelli raminghi picchiano a vetri appannati, /gli amici spiriti reduci son, /guardano e chiamano me”, scrive Carducci, nella citata poesia, quasi commosso dal richiamo.
Analogamente Pascoli conclude così: “Sì, ritorniamo,/ dove son quelli che amano ed amo”.
Personalmente non ho ricordi più grandi, più profondamente scolpiti, dell’ultimo addio a mia nonna che moriva, stringendo le mani di sua figlia, raccomandandosi per me, che restavo; o del cadavere di un amico, morto come avrebbe voluto, nella sua fede e nei suoi affetti più cari.
Morire bene, da anziani, è una gioia, e lascia, anche in chi resta, una tristezza serena, quieta, che non esaspera lo spirito.
Morire strappando forzatamente il velo, violentemente, per scelta, suicidio o eutanasia, è come salutare sbattendo la porta, senza riconoscere, a chi ci ama, il valore della sua presenza; senza riconoscere alla nostra vita, un senso che la abbia resa sacra.
Eppure di eutanasia (“dolce morte”), intesa come suicidio assistito, come porre fine, con l’aiuto di un medico, ad una vita ritenuta ormai indegna di essere vissuta, si parla sempre più spesso.
Ma cosa c’è di “dolce”, nella scelta di morire? Scriveva Chesterton: “Per me il suicidio non è soltanto un peccato, è il peccato; è il male supremo e assoluto, il rifiuto di prendere interesse alla esistenza, di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo; l’uomo che uccide se stesso uccide tutti gli uomini: per quanto lo riguarda distrugge il mondo…”.
Se l’eroe, o il martire, muoiono per amore della vita, o di ciò che alla vita dà sapore, perché anche gli altri ne siano partecipi, disdegnando la morte, il suicida consapevole muore per amore della morte, disdegnando la vita.
Muore senza salutare, senza girarsi indietro, disperando possa esistere qualcosa, qui o là.
E’ la cosa più triste, più tragica che possa accadere, e lascia in tutti coloro che rimangono un senso di colpa, di prostrazione, di sbigottimento.
Non c’è evidentemente nulla di “dolce”, né di “dignitoso” in tutto ciò. Eppure non si può negare, sarebbe sciocco farlo, che la vita può diventare, in alcuni casi, troppo crudele, apparentemente assurda, specie per chi non creda in Dio.
Perché allora negare ad altri il diritto di una morte assistita, con il medico a fianco? Anzitutto, penso, per un principio di buon senso: come decidere quando, e in quali circostanze, con quali limiti?
Una volta violato il principio della sacralità della vita, come decidere sugli accidenti? La tecnica dei propugnatori dell’eutanasia, infatti, è la solita: presentare casi estremi, per aprire la breccia, per abbattere le resistenze psicologiche ( magari dimenticando di spiegare che ad esempio il rifiuto dell’accanimento terapeutico non coincide con l’eutanasia).
Michel Schooyans la ha chiamata la “tecnica del salame”: “si erode il rispetto che si deve a un principio dando alla legge il compito di moltiplicare e di banalizzare i casi in cui il diritto positivo giustifica che vi sia fatta eccezione” (“Bioetica e popolazione”, Ares).
Ma poi, passato il principio, chi vieterà al giovane depresso, all’adulto squattrinato, all’uomo o la donna in crisi per motivi amorosi, di ricorrere, nella angoscia e debolezza del momento, alla mutua; di chiedere alla collettività e ad un uomo in camice bianco di farsi carico della sua eliminazione?
Come fermare una deriva nichilista ed individualista, per cui la vita e la morte diventano possesso personale di ognuno, così che anche i valori più umani, di carità, di assistenza, di compassione, vengono svuotati dall’interno?
Non bisogna farsi illusioni: l’eutanasia passerà, perché è figlia di una società che ha già infranto il principio della sacralità della vita.
Ha già abolito il senso del dolore, la portata immensa del destino umano, il sacrificio come legge dell’esistenza.
A mio parere occorre opporsi all’eutanasia per fermare la caduta, rallentare la corsa del masso che rotola, ben sapendo però che ad ogni causa corrispondono determinate conseguenze, ancor più nella vita morale che in quella fisica.
Una società che non fa figli, che non si stupisce di fronte al mistero della vita nascente, non può farlo di fronte ad un mistero velato, nascosto tra rughe e debolezza.
Una società che non si fa carico della famiglia, dell’aiuto ai genitori, non può farsi carico, a lungo, degli anziani, semplicemente perché non è economicamente possibile. Può solo chiuderli in un ospizio, in attesa magari di disfarsene un giorno, come è successo tante volte, per tirarli giù dalle spese.
Ha scritto Jacques Attali, già “consigliere speciale” del presidente francese Mitterand, nel suo “L’avenir de la vie”: “Quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società…
L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle società future… Macchine per sopprimere permetteranno di eliminare la vita allorchè essa sarà insopportabile o economicamente troppo costosa”.
Lo stesso concetto è ribadito nel suo “Dizionario del XXI secolo” (Armando editore): ” Alcune delle democrazie più avanzate sceglieranno di fare della morte un atto di libertà e di legalizzare l’eutanasia. Altre fisseranno dei limiti precisi alle proprie spese per la sanità…”.
Del resto è cosa che è successa già innumerevoli volte, in molti paesi ed anche in Italia.
Recentemente ad esempio il dottor Ivan Villa ha affermato proprio a riguardo dell’eutanasia:” I rimborsi regionali per questo tipo di malati (gravi, ndr.) sono sempre modesti, non sono remunerativi, e molti ospedali tendono a liberarsene” (“Corriere della Sera”, 18/12/2004)
Sono solo alcune riflessioni, le mie, che non voglio concludere prima di aver notato un dato, “storico”, non filosofico: il poveretto che soffre, che non riesce ad affrontare la vita, un momento della vita, da che mondo e mondo si suicida, senza tante filosofie, senza rivendicare nulla. Sente di aver perso e non cerca alibi, solo compassione.
Nella storia invece coloro che hanno lottato e lottano ogni giorno, dopo i nazisti, perché questo suicidio divenga benedetto, ipocritamente “dolce”, falsamente “dignitoso”, follemente “caritatevole”, sono di solito consapevoli nemici della vita, nichilisti orgogliosi, che vogliono urlare la loro ribellione con la grinta e la violenza di Capaneo; oppure persone che riflettono su altri il loro male di vivere, che attribuiscono ad altri una disperazione, di fronte al dolore, che è anzitutto loro. Sono persone che alla vita, loro per primi, non riconoscono nulla.
Basterebbe ricordarne qualcuno, per aver timore di tutto ciò che propongono.
I due medici sostenitori dell’eutanasia più famosi sono il celebre dottore americano Kevorkian, ribattezzato “dottor morte”, e il medico inglese Harold Shipman, anch’egli noto nel suo paese con lo stesso appellativo.
Del primo ci parla Fabrizio Del Noce, descrivendo la sua “ossessione tanatologica, che lo aveva portato ad assistere ad esecuzioni capitali e successivamente a proporre di utilizzare i condannati a morte per esperimenti medici.
Aveva addirittura tentato di fotografare gli occhi di un morente, per fissare con l’obiettivo quell’attimo in cui la vita si spegne”. “Il guaio della medicina- ha detto Kevorkian a Del Noce-è che è sempre stata dominata dalla religione”, mentre “la vita e la morte in questo mondo sono competenza dei medici…” (“Non uccidere”, Mondadori).
Per i suoi assistiti il dottor Morte propone poi, a conclusione dell’ “assistenza”, l’ espianto degli organi.
C’è poi il dottor Shipman, inglese, un medico che già agli inizi della carriera si presenta come un tipo non particolarmente brillante ma volitivo.
I colleghi lo considerano sgarbato e strano.
Poi si accorgono delle sue improvvise crisi, in cui arriva a perdere conoscenza: fa infatti uso di petidina, un analgesico simile alla morfina, fino ad intossicarsi.
Nel 1977 lavora all’ospedale di Hyde, nel nord dell’Inghilterra e qui, dopo poco, qualcuno nota l’eccessivo numero di pazienti deceduti sotto le sue cure.
Ama recarsi in casa di anziane signore, spesso sole, di solito all’ora del the, o quando ritiene che in casa non vi sia nessun altro.
Un giorno la figlia di una sua assistita, Angela Grundy, decide di andare a fondo riguardo alla morte della madre, Kathleen, una donna ancora troppo vispa e vitale per aver scelto autonomamente di morire.
Si scopre che Kathleen è morta per una overdose di morfina e che nel suo testamento c’è uno strano lascito, proprio al dottor Shipman.
Nel 1999 al tribunale di Preston si apre il processo e Shipman viene riconosciuto colpevole di almeno 15 omicidi.
Nessuna delle vittime era gravemente malata.
Col tempo la Commissione del Ministero della Sanità riconosce la sua probabile responsabilità in almeno 236 decessi in 24 anni, di persone tra i 41 e i 93 anni: sarebbe uno dei serial killer più terribili della storia.
Solo che, a parte il caso della Grundy, manca sempre un movente preciso: un sadico desiderio di morte? Follia? Odio per gli anziani, riguardo a cui aveva detto più volte che sono capaci soltanto di dissanguare il servizio sanitario?
Anche in Italia abbiamo qualche episodio balzato agli onori della cronaca. Si può ricordare ad esempio la storia di Giorgio Conciani, medico vicino ai radicali, autore di aborti clandestini, sostenitore dell’eutanasia, radiato dall’Ordine dei medici per istigazione al suicidio, che drammaticamente pose fini ai suoi giorni impiccandosi a una trave in cantina.
Conciani faceva tutto per una sorta di perversa convinzione, ma si faceva pagare: alla sua morte i magistrati trovarono a suo nome “conti cospicui, depositi di preziosi, tra cui, particolare singolare, un quintale d’argento in grani” (Carlo Casini, Sul fronte della vita, LDC).
Vi è poi il caso, ancora, di Guido Tassinari, radicale, morto a Milano agli inizi dell’ottobre 1993, impegnato per la legalizzazione del divorzio, dell’aborto, della sterilizzazione volontaria, dell’eutanasia, e fondatore della Associazione per lo sbattezzo.
Una vita intera dedicata ad una strana forma di carità “inversa”.
Nel maggio 1989 venne condannato a quattro anni per aver assistito il suicidio di Umberto Santangelo, un cameriere di 33 anni. Nel 1995, per proseguire nel breve elenco, fece un certo scalpore la vicenda di Alfonso De Martino, infermiere di professione, condannato a quattro ergastoli per omicidio plurimo volontario, aggravato e continuato.
Era un personaggio singolare, sempre vestito di nero, addobbato con strani monili e teschi, dedito a forme di satanismo: si riteneva titolare della facoltà sovrannaturale di poter disporre della vita e della morte dei malati sottoposti alle sue cure.
Infine per arrivare a fatti di questi giorni, si continua a parlare delle vicende di Sonia Caleffi, una povera infermiera anoressica, con una vita infelice, accusata di aver eliminato lei, di sua solitaria iniziativa, almeno cinque persone, forse anche suggestionata dalla lettura di libri sulla “dolce morte”. Accusata, neppure ricordava più i nomi delle vittime che aveva eliminato, e si limitava a definirli, nei suoi scritti, “pazienti”, con la abbreviazione (“p.ti), come fossero pratiche da sbrigare.(da : “Voglio una vita manipolata”, Ares).

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Cambio della guardia a l’Adige. E’ in arrivo un (Pier)angelo moralizzatore?

Il trentino Pierangelo Giovanetti, inviato speciale di Avvenire, è il nuovo direttore responsabile del quotidiano l’Adige.

Paolo Ghezzi continerà a firmare la testata fino al 4 ottobre.

La notizia, emersa in sordina come quasi sempre accade nei casi in cui si vogliono coprire operazioni di potere, è stata improvvisa, annunciata da pochi trafiletti laconici.

Scarsi i commenti, quasi tutti per esprimere il rammarico dei collaboratori de l’Adige e dei lettori più affezionati al direttore uscente.

Impossibile per ora cogliere con chiarezza le ragioni del passaggio di consegne.

L’impressione è che in questa scelta dell’editore – la famiglia Gelmi di Caporiacco con la signora Marina in testa – centri un certo disaccordo con le posizioni di Ghezzi.

Ma forse ad essere implicato è anche il quotidiano Avvenire.

Qualcuno ricorderà la non lontana e sia pur defilata presenza al giornale di via delle Missioni africane di Umberto Folena, anch’egli nota firma del quotidiano cattolico nazionale, cui l’editore aveva assegnato il ruolo di vicedirettore e che si sussurrava fosse in procinto di rimpiazzare lui sì, prima o poi, Paolo Ghezzi.

Il cambio non è però mai avvenuto, sembra per contrasti con i colleghi della redazione che non gradivano né un collega estraneo all’ambiente trentino, né il suo modo di fare.

Così Folena se ne è tornato all’Avvenire.

Ora a cimentarsi, reduce dalla stessa testata nazionale, è Giovanetti, ma questa volta senza passare dall’anticamera della vicedirezione. Evidentemente l’editore non ha voluto rischiare un altro fallimento.

Quanto al nuovo direttore, la sua firma iniziò a emergere nel panorama del giornalismo trentino all’inizio degli anni Novanta, per le sue rivelazioni a mezzo stampa in merito alla tangentopoli locale, di cui fu protagonista e vittima eccellente l’allora presidente della Provincia Mario Malossini.

Accreditandosi come penna d’assalto, Giovanetti era così diventato il giornalista simbolo di mani pulite del Trentino.

Non a caso il suo partito era la Rete, per cui era anche stato eletto consigliere comunale in val di Ledro.

Allora, tra i bersagli preferiti delle sue cronache e interviste più velenose, c’erano spesso Comunione e liberazione con il suo Meeting di Rimini e la Compagnia delle opere, rei di mescolare con eccessiva disinvoltura fede e impegno politico, cristianesimo e “presenza” nella società e nelle imprese che, per lui, erano sinonimo di “affari”. Sporchi, ovviamente.

Certo, da quegli anni ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti.

Lasciato l’Adige, Giovanetti ha accumulato alcune esperienze fuori provincia e all’estero (parla bene tedesco e inglese) lavorando anche per gli inserti del Corsera dedicati ai problemi del lavoro.

Autore di qualche libello, nell’ultimo dei quali aveva rimescolato e aggiornato i pezzi su Malossini che l’avevano reso famoso, Giovanetti era tornato per qualche tempo a l’Adige per migrare successivamente all’Avvenire.
Trasferimento, quest’ultimo, che depone ulteriormente a favore di un qualche rapporto fra i Gelmi, editori del giornale trentino, e il maggiore quotidiano cattolico.

Fatto sta che Giovanetti all’Avvenire sembra trasformato.

Smessi gli accenti dello spietato fustigatore di politici corrotti e corruttori, nei suoi servizi e nelle interviste da inviato speciale ad alti prelati e uomini di cultura, sfodera una sorprendente moderazione e una totale aderenza alla linea editoriale del quotidiano cattolico. Che infatti gli dimostra una crescente fiducia mandandolo perfino in Germania a raccontare le reazioni di importanti ecclesiastici e intellettuali alla recente e controversa visita del Papa.

Una “conversione” perfetta, insomma, che forse ha indotto e convinto l’editore de l’Adige ad individuare in Giovanetti un’alternativa a Grezzi.

Alternativa al tempo stesso “morbida”, tale da non dare troppo nell’occhio visti i trascorsi del giornalista, omogenei e apprezzati dal centrosinistra che domina nelle redazioni dei maggiori quotidiani provinciali. Ma anche un’alternativa vera, in grado cioè di garantire una discontinuità con la linea diventata sempre più dura adottata da Paolo Ghezzi.

Nelle ultime settimane non pochi lettori hanno infatti scritto al giornale lamentandosi con il direttore per l’eccessiva acidità con cui i commentatori da lui preferiti si sono espressi sul discorso di Benedetto XVI a Ratisbona e la morte della Fallaci.

Che siano state queste gocce a far traboccare il vaso? Difficile dirlo.

Si tratta ora di vedere se Giovanetti soddisferà le aspettative dell’editore con una correzione di rotta magari soft, ma che gli osservatori non mancheranno di evidenziare, oppure se assisteremo al ritorno, magari soft anche questo, del vecchio “giornalismo all’arsenico” così caro a questo (Pier)angelo moralizzatore e giustiziere.

Gian Burrasca

Pressmail.a@libero.it

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Il papa in Germania: il peggior nemico dell’Occidente è l’Occidente stesso

Se ho compreso bene la lezione di papa Benedetto XVI in Germania, mi sembra che abbia voluto dire questo: Dio, oltre che Amore, Caritas, è anche Logos, Ragione.

Da un punto di vista religioso il discorso è chiaro: amare, senza ragione, vuol dire non amare, o meglio, amare ciò che non va amato. Anche l’amore, infatti deve essere razionale, logico, indirizzato al Bene.

Sembrerebbe semplice ma non lo è così tanto: non mancano preti o opinionisti che spiegano che in fondo la prostituzione è un altro modo di amare, o che uccidere un figlio, con l’aborto, perché non si può mantenere “decentemente”, è un modo, un altro ancora, per dimostrare il proprio amore.

Politicamente il discorso del papa mi sembra sintetizzabile in questi termini: il nemico dell’Occidente è l’Occidente stesso, nel momento in cui rinnega la sua storia, piena di umane miserie, ma anche di greco-romana e biblica grandezza.

L’Europa cristiana è patria dell’arte, dell’astronomia, della medicina, di tutte le scienze: è il luogo in cui si realizza la vocazione naturale della nostra ragione a indagare la realtà. Ma tutta la realtà, secondo la sua ampiezza, la sua altezza, larghezza, e profondità.

L’Occidente è nemico di se stesso quando imbriglia la ragione, imponendogli dei confini (il regno delle cose materiali), e spacciandoli per orizzonti.

E’ incredibile come sia stato notato poco spesso questo paradosso: l’Illuminismo non nasce come esaltazione della ragione, ma come limitazione della stessa al fenomenico, al tangibile, ai singoli e piccolissimi perché, in una parola, a ciò che all’uomo interessa meno.

L’Illuminismo prostra la ragione, come fa Kant, quando la fa a spezzatino, sminuzzandola come fosse un pezzo di carne; quando fa uscire Dio da una finestra della ragione (la ragion pura), e ne crea un’altra (la ragion pratica), per farLo entrare di nuovo, ma non compiutamente; quando, infine, spiega che tutto l’ordine esistente, quello che ogni ragione desidera, e miracolosamente trova, è soltanto un ordine fittizio, soggettivo, che non appartiene al noumeno, cioè alla realtà vera (terribile, incredibilmente irrazionale, questa distinzione razionalistica tra realtà “vera” e realtà “falsa”).

L’Occidente, ancora, è nemico di se stesso, come Cronos con i suoi figli, quando nega il diritto naturale, cioè la legge fondata sulla ragionevolezza, e non sull’arbitrio dei numeri, delle cangianti assemblee parlamentari; quando sostiene che la libertà può coincidere con l’auto-distruzione, con il suicidio, l’eutanasia, la clonazione, la manipolazione genetica, l’adozione di bambini a copie omosessuali, la possibilità di drogarsi (mentre la libertà è legata alla ragione, in quanto è la Verità a farci liberi, e non viceversa).

Che poi un mondo che è nemico di se stesso crolli, non è una novità: lo temevano a suo tempo i “laudatores temporis acti”, i catoniani sostenitori del “mos maiorum”. Rispettare il costume dei padri, la Tradizione, significa rimanere lungo una strada che prosegue, ma che è partita da un punto e ha raggiunto parecchi obiettivi.

Invece noi rigettiamo il Dio dei Padri, e il costume dei padri, come Lucifero col suo non serviam, come Adamo ed Eva con la loro idea di poter fare loro la realtà, di essere padroni del bene e del male. Fare bambini in vitro, cos’è, prima che una azione immorale?

La negazione violenta, irrazionale, della nostra figliolanza, umana e divina, e la negazione di un ordine razionale, che si protrae nella storia. L’Occidente, inoltre, fa ridere, sorridere, amaramente, quando si difende dallo straniero mostrandogli videocassette, come in Olanda, dove vi sono donne o uomini che si baciano tra loro.

Ride, con sarcasmo, dentro di sé, l’asiatico o l’africano, che potrà anche adorare un dio che non esiste, ma non è ancora arrivato al punto di negare totalmente la realtà dei rapporti naturali, il diritto naturale di cui sopra.

Solo fastidio possiamo suscitare, e senso di disgusto, quando proponiamo ad altri qualcosa che è ancora peggio di ciò che essi stessi già hanno.

Li confortiamo nel loro disprezzo, non guadagniamo la loro stima, perché ci mostriamo deprecabili, non come singoli uomini, che poco importa, ma come civiltà.

In queste condizioni l’Occidente, già scientifico e poi scientista, si riempie di maghi, indovini, new agers, credenze orientaleggianti; intanto uomini terrorizzati dal vuoto abbracciano altre religioni, che sembrano piene di spiritualità, come il buddismo, o che offrono certezze rassicuranti, e un po’ di rigore, come l’Islam.

Anche qui, a causa di un malinteso immenso: da due secoli ci insegnano che la ragione è una certa, misera cosa, che vola solo basso, ma che va bene così, e che la fede è una bruttissima faccenda, il contrario della ragione.

Perché allora non provare il contrario, anche l’irrazionalismo più esasperato, scambiato per spiritualità, si chiede qualcuno, se i frutti del razionalismo sono questi?

E mentre le credenze più strane fanno i loro proseliti, molti sacerdoti, vescovi, e talora cardinali, si danno da fare non per insegnare Cristo, il Logos, ma per fare cerimonie sincretiste, multireligiose, come se si potesse dialogare adorando insieme dei diversi, e non attraverso il riconoscimento di un comune denominatore, la ragione, che può aprire alla adorazione di un Dio razionale e misteriosamente grande.

Dobbiamo batterci il petto, come prima arma di difesa.

Del resto il primo nemico dell’uomo, ciò che lo porta alla morte spirituale definitiva, per un male interno, o esterno, è il peccato, cioè l’azione che noi compiamo contro noi stessi e contro il nostro bene.

Quando invece un cristiano identifica il suo primo nemico nell’altro, che sia un uomo, un popolo o un sistema religioso o politico, è già finito, a piè pari, nell’ideologia: il mondo lo cambiamo a partire da noi stessi. E’ questo l’insegnamento di Cristo.

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La sottile tentazione del buonismo

Vorrei riprendere un sottile concetto emerso in occasione della serata con Magdi Allam di mercoledì sera. Il vicedirettore del Corriere della Sera afferma che, per facilitare l’integrazione degli immigrati sarebbe opportuno intervenire con delle misure all’ingresso, quali dei test sulla conoscenza della lingua e della cultura italiana, da fare ad esempio negli Istituti Italiani all’estero. Dice inoltre che si potrebbero investire parte delle risorse al fine di consentire ai potenziali immigrati di seguire dei corsi per metterli effettivamente nella possibilità di arrivare in Italia. Questo consentirebbe di dare molte più chanche di integrazione rispetto alla situazione attuale che vede immigrati residenti da anni che non conoscono ancora la lingua italiana.
A questo punto dell’incontro, un ragazzo, sicuramente in buona fede, prende la parola e dice di sentirsi sconcertato da molte delle affermazioni di Magdi Allam ed in particolare si chiede a quale imprenditore bresciano o agricoltore pugliese possa interessare, se il l’immigrato che raccoglie pomodori o il manovale che costruisce muri, conoscano o meno l’italiano e la cultura del Paese che li ospita. E poi aggiunge, se volessimo vedere la cosa da un punta di vista cristiano, dobbiamo tenere presente che la carità cristiana implica l’accettazione dell’altro.
Emerge chiaramente quella che è la “sottile tentazione del buonismo”, e fermandosi in superficie, sembrerebbe persino condivisibile. Ma si povero immigrato, vieni che ti accetto, ti spalanco le porte, è lo stesso se non sai nulla dell’Italia, se non conosci la nostra cultura, se non sai nemmeno dove si trovi geograficamente, tanto devi solo raccogliere pomodori, in fondo non ti chiediamo null’altro che fare il tuo lavoro.
Ma, Magdi Allam ci ha dato la vera chiave di lettura della questione.
E’ proprio perché mi interessa, che tu immigrato, ti integri nel nostro Paese, mantenga la tua dignità, sia rispettato come persona, proprio perché non voglio considerarti solo come due braccia che raccolgono pomodori, come un robot che acquisto per quello che ha da darmi, proprio per questo all’inizio ti aiuto a faticare per avere tutto quel bagaglio di competenze che poi ti permetteranno di interagire con la nostra cultura e di vivere nel nostro Paese.
Questa è la vera chiave di volta, questa è la vera questione dell’immigrazione, non quel multiculturalismo privo di regole che appiattisce le identità in nome di un’uguaglianza che altro non è se non una sottile forma di razzismo, in quanto non considerando l’immigrato meritevole della stessa nostra dignità non gli forniamo tutti gli strumenti che li permetterebbero un’integrazione più facilitata. Un progetto di difficile realizzazione, dirà qualcuno. Certo, ma non vale forse la pena di tentare.

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Il disegno intelligente

Alla fine del suo reportage sul Disegno Intelligente, comparso recentemente sul Foglio, Stefano Pistolini ha intervistato Piergiorgio Oddifreddi, dell’Unione degli Atei e degli Agnostici. Oddifreddi ha anzitutto dichiarato che la teoria del Big Bang “puzza” di Genesi, e che la Chiesa lo ha subito messo in luce, già all’epoca di Pio XII. E’ vero: non solo il Big Bang si accorda con il Genesi, ma è stato teorizzato da cattolici, e nel Novecento, per la prima volta, da un gesuita. Detto questo Odifreddi, per non ammettere l’evidenza, spiega che in realtà no, il big bang si adatta bene all’idea di creazione, ma la Bibbia non parla di creazione, bensì di un dio demiurgo, che plasma una materia già esistente.

Non è così. La prima parola del Genesi, infatti, è “ber?shit”, cioè “all’inizio del tempo”, mentre la seconda è “b?r?”, cioè “creò”. L’espressione “all’inizio del tempo” ci può far riflettere: come scrive un commentatore medievale indica che ci fu un “istante che diede inizio al tempo”, che non fu “continuazione del passato verso il futuro, ma solo inizio del futuro”. Non è intuizione da poco, in quanto contrasta con la teoria dell’eternità del tempo, del moto e dello spazio, di Aristotele e di Platone – che quindi non avrebbero creduto al Big Bang, cioè ad un inizio-, ed anticipa il concetto scientifico di relatività di tempo e spazio, introdotta da Einstein. Infatti nel Genesi tempo e spazio, per la prima volta nella storia, non sono assoluti, esistenti da sempre, in quanto sono iniziati in un determinato istante, quello della creazione. Il loro essere relativi è conciliabile con il loro essere creature, mentre al contrario Dio è fuori del tempo e dello spazio: non è forse vero che se l’universo collassasse, spazio e tempo si annullerebbero? In tal caso il demiurgo platonico, e il mondo-dio dei panteisti, scomparirebbero, mentre il Dio cristiano “rimarrebbe”. Egli infatti si è definito così: “Io sono colui che è”, eterno presente, eternità a-temporale.
Tornando al nostro Odifreddi, egli non si stupisce del fatto che la vita sulla terra sia permessa da una serie incredibile di circostanze “fortunate”: “questo universo non è stato fatto perché ci fossimo noi, ma dal momento che è fatto così, possiamo esserci”. L’affermazione significa che ci siamo per caso, quasi ospiti abusivi, e che l’ordine che ci permette di esistere è un incidente o un accidente, e che quindi noi stessi siamo un incidente e un accidente, di significato nullo. Si tratta di una affermazione che vuole essere logica, intelligente, ma dopo aver fatto, anche dell’intelligenza umana, un incidente, un caso accidentale! I padri della scienza non la pensavano così. Per costoro tutto nasce dalla meraviglia, dalla “fede in una razionalità del mondo”, come scriveva il cattolico Max Planck, o dalla constatazione di una “progettualità e disegno”, come afferma Allan rex Sandage, scopritore del primo quasar, veramente “miracolosi”.
Copernico parlava di “divina providentia opificis universorum” e Keplero diceva che “il cosmo non è prodotto del caso, ma una creazione di Dio, e Dio, certamente, non l’ha creato a caso (temere)”. Non solo perché dal caso non nasce l’ordine, ma perché ciò che ci circonda non solo funziona, ma è anche bello, gratuitamente bello: come l’uccello che canta per cantare, senza altro scopo, o l’elegante e sinuoso procedere dei ghepardi; come i colori sgargianti dei pesci, il volo subacqueo dei delfini, la sovrabbondante bellezza dei pavoni…. Questa bellezza è anche, persino, nelle leggi fisiche. Scriveva Werner Heisenberg: “Se la natura ci conduce a forme matematiche di grande semplicità e bellezza non possiamo fare a meno di ritenere che esse siano vere…devo ammettere francamente di essere molto attratto dalla semplicità e dalla bellezza degli schemi matematici che la natura ci presenta”.
E Roger Penrose, parlando della relatività generale, affermava: “E’ proprio un mistero che qualcosa che appare bello possa avere più probabilità di essere vero di qualcosa che appare brutto”. Così Einstein, “non appena una equazione gli pareva brutta, sembrava perdere interesse nei suoi confronti. Egli era profondamente convinto che la bellezza fosse un principio guida nella ricerca di risultati di rilievo nella fisica teorica” (Bondi). Aggiunge suo figlio: “Aveva un carattere più da artista che da scienziato…per lui l’elogio più alto per una buona teoria non era che fosse corretta o esatta, ma che fosse bella”.
Se a Odifreddi la vita e la natura piacessero un po’ di più, se ne cogliesse maggiormente ordine e bellezza, forse sarebbe meno triste, e contemplando l’essere, che miracolosamente c’è, meno superbo.

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