Ma che ci combina Sarkozy. Confermandosi leader di una destra non meramente conservativa ma capace di spunti creativi, ha tolto la pubblicità dalla televisione pubblica francese. All’inizio soltanto dalle 20 alle 6 del mattino; entro tre anni a tutte le ore. France 2, 3, 4 e 5 come la Bbc inglese, dunque. E come la Rai d’antan, quella in cui la pubblicità era limitata al Carosello, ossia era costretta ad obbedire alla tv facendo da ospite: un piccolo spettacolo di due minuti e mezzo in cui l’annuncio era confinato nei pochi secondi finali. Erano i tempi in cui la tv dettava le regole e la pubblicità obbediva. Esattamente il contrario di quanto accade oggi. Ed è per questo che, buona o cattiva, profetica o sciagurata che ci possa apparire, la decisione di Sarkò è rivoluzionaria.
Una rivoluzione oggettiva. Pensiamo soltanto all’Auditel. Da sistema di rivelazione degli ascolti televisivi al fine di stabilire le tariffe pubblicitarie, da anni è di fatto il bollettino di guerra che ogni mattina decreta vincitori e vinti, determinando vita e morte dei programmi, e fortuna e sventura di registi, giornalisti, conduttori e showgirl. Auditel come giudice di una gara tra concorrenti che ogni sera propongono la stessa minestra; fiction contro fiction, show contro show. Senza pubblicità, la rincorsa a catturare più spettatori possibili avrebbe ancora senso? E pensiamo alla qualità, tanto sbandierata quanto trascurata. Senza la “pagella” dell’Auditel (promosso, bocciato, rimandato), chi fa tv pubblica potrebbe davvero pensare agli interessi del pubblico, non a quelli degli inserzionisti. Perché la tv commerciale (Rai compresa) è fatta non di programmi che per andare in onda hanno bisogno degli spot, ma di spot che per andare in onda hanno bisogno dei programmi. Non a caso ieri un alto dirigente televisivo poteva affermare che “la pubblicità fa ormai parte della televisione, a volte è fatta meglio della tv stessa, oggi è anche vista in termini culturali, è un tutt’uno. La tv che ne è priva è una tv monca”. Insomma, la televisione sarebbe anche bella, se non ci fossero tutti quei programmi che interrompono gli spot… La pubblicità, e i suoi inserzionisti, perderanno un poco del loro potere. ? poi molto probabile che la tv pubblica francese dovrà dimagrire, perché difficilmente la nuova tassa del 3 per cento sul fatturato pubblicitario delle tv private potrà colmare, da sola, la voragine dei 250 milioni annui degli spot scomparsi. Di sicuro, se Sanremo fosse in Francia – questione di pochi chilometri – la tv pubblica transalpina non potrebbe costruire un baraccone infinito, con ospiti ricoperti d’oro, come da noi. Sanremò dovrebbe dimagrire energicamente, come auspichiamo da un quarto di secolo; oppure migrare su France 1 o M6.
Ma è una rivoluzione buona o cattiva? Impossibile dirlo oggi. Aspetteremo, attenti e curiosi di fronte a questo esperimento audace. Senza farci distrarre né dal giubilo dei paladini del servizio pubblico puro e duro, né dai piagnistei dei telemandarini, che se anche l’Italia seguisse l’esempio francese dovrebbero adattarsi a guadagnare cifre meno abnormi. Aspetteremo, curiosi ad esempio di scoprire se una parte dei mancati investimenti pubblicitari nella tv pubblica finiranno ai giornali. Oggi, Rai e Mediaset si pappano il 55 per cento della torta degli investimenti, contro il 33 delle tv americane e il 24 di quelle tedesche. Curiosità interessata? Sì, nell’interesse della stampa ed anche, forse, della stessa democrazia.
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