Francesco Agnoli

Cultura e finanza nell’Italia post fascista III. Il partito radicale, gli intellettuali agnelliani e la discesa di Berlusconi.

La punta di diamante nell’opera di trasformazione morale del nostro paese è il Partito Radicale (PR), nato nel 1955 da una scissione all’interno del Partito Liberale: ne fanno parte Ernesto Rossi, Leo Valiani, Mario Pannunzio, direttore de Il Mondo, Marco Pannella, futuro padrone del partito, Stefano Rodotà ed Eugenio Scalfari, per alcuni anni direttore de L’Espresso, e futuro fondatore, nel 1976, del quotidiano della sinistra italiana, il secondo giornale del paese, la Repubblica…

Tra i fiancheggiatori più illustri troviamo i PCI Elio Vittorini e Pierpaolo Pasolini, a conferma di come il Partito Radicale sia, insieme al PRI e al PLI, la dimostrazione più evidente dell’alleanza tra il materialismo liberal-capitalista e quello marxista. Ne è ulteriore riprova la storia politica di Eugenio Scalfari, grande artefice mediatico, attraverso i suoi giornali, dell’introduzione in Italia del divorzio e dell’aborto: dal PLI al PR al PSI. Il PR, definito per anni dai suoi capi partito “socialista libertario”, pur rappresentando poco più dell’1% dell’elettorato italiano, ha sempre disposto di incredibili potenzialità comunicative e di una radio finanziata con miliardi e miliardi dallo Stato italiano (nel 1999 i radicali vantavano di aver speso, in campagna elettorale per le elezioni all’ Europarlamento, ben 24 miliardi di lire, molto più di partiti enormemente più grandi). Tanti mezzi e tanto denaro hanno permesso nel tempo, a questo movimento, oggi sempre più ultra-liberista e filo-americano, di mutare la cultura italiana all’insegna del libertinismo più esasperato, con il sostegno della sinistra tutta, dal PCI al PSI, dove poi molti fondatori confluirono.

Ai radicali si devono la creazione del Cisa (centro italiano sterilizzazione e aborto), l’introduzione dell’aborto, i meeting anticlericali per lo sbattezzo di Fano, il Centro anticlericale, la pubblicizzazione dell’eutanasia, dell’omosessualità, della legalizzazione delle droghe leggere, della sperimentazione sugli embrioni, le commemorazioni, insieme alla massoneria, del XX settembre 1870…Dai radicali, di cui fu anche il leader, proviene anche il rappresentante unitario del centro-sinistra del nuovo secolo: Francesco Rutelli.

In realtà la stessa DC, tradendo gli ideali dei suoi stessi elettori, nel puro nome del potere e del compromesso, finisce spesso per favorire la sinistra e i partiti laici minori, sia per quanto riguarda l’approvazione del divorzio che quella dell’aborto. ? sorprendente constatare come i leader di questo partito giustifichino, in anni diversi, ma con gli stessi ragionamenti, la loro ignavia e la loro indifferenza. Di fronte alla legge sul divorzio, per esempio, il leader DC Aldo Moro, pur essendo personalmente contrario, ha sostanzialmente a fastidio il referendum in difesa dell’indissolubilità matrimoniale perché esso, creando discussioni e contrasti con la sinistra, ritarda il suo disegno politico di un compromesso: “perché compromettere i rapporti a sinistra con un impegno forte in una battaglia perduta in partenza?… Moro era indifferente, aspettava solo che finisse tutto per incominciare a tessere la sua tela. La gerarchia ecclesiastica, anche lei abbastanza defilata…”1 Come ricorda il senatore Guido Gonella, uno dei fondatori della DC, “il divorzio è il capolavoro del Centro-sinistra. Il divorzio appartiene al Centro-sinistra, si addice al Centro-sinistra”.

Diversi anni dopo, nel 1978, sono ben sei democristiani a controfirmare la legge che introduce in Italia l’omicidio legalizzato dei bambini, libero, gratuito, a spese dello Stato. Il presidente del consiglio di allora, Giulio Andreotti, membro della DC, di fronte al dilemma morale se sia giusto o no dare il proprio contributo all’approvazione di questa legge, finisce per ritenere che sia più importante la sua poltrona ed il suo potere che affermare di fronte all’Italia l’iniquità di tale legge. Scrive lui stesso nei suoi Diari 1976-1979 (Rizzoli): “Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena dopo aver cominciato a turare le falle, ma oltre a subire la legge sull’aborto la DC perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave”. (Passa così la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, promossa dai radicali, dai liberali, da tutta la sinistra, da tutta la grande stampa, dall’ignavia dei capi della DC e dall’ipocrita falsità dei cosiddetti cattocomunismi, “cattolici” iscritti al PCI, Gozzini, La Valle, Pratesi, Paolo Brezzi, Angelo Romanò, ecc.)2

Si diceva dunque che l’alleanza tra le destre laiche, PRI, PLI, PR e la sinistra dà vita, in Italia, ad una vera e propria dittatura culturale, al punto che la casa, calda, sicura e ricca, degli intellettuali italiani è quella ad un tempo degli Agnelli, dei De Benedetti, cioè del maggiore capitalismo italiano, e dell’intellighenzia di sinistra: tra la casa editrice di sinistra Einaudi, la Stampa di proprietà di Agnelli, il Corriere della Sera, con sede a Milano, ma controllato a più riprese ancora dagli Agnelli, o ne la Repubblica3 e ne L’Espresso di De Benedetti e del principe Caracciolo, il cognato di Gianni Agnelli4 (con lo zampino della laica Mediobanca, di solito presente con qualcuno dei suoi consiglieri nei Cda), e cioè nei tre più diffusi quotidiani nazionali italiani, nasceranno tutti i “grandi” opinionisti del nostrano tempo odierno: dagli intellettuali del partito d’Azione, Bobbio, Galante Garrone, Mila, Jemolo, a Spadolini, Arrigo Levi, Piero Ottone, Furio Colombo, amministratore della Fiat in USA e oggi direttore de “l’Unità”, Paolo Mieli, figlio del senatore comunista Renato, Eugenio Scalfari, Gianni Vattimo, europarlamentare diessino, Barbara Spinelli, Ezio Mauro, Igor Man….

Negli anni ’90 il potere economico, che si era limitato fino ad ora ad agire, come abbiamo visto, dietro le quinte, e tramite la grande stampa, fa irruzione anche sulla scena politica, proprio in seguito alla liquidazione della DC e, non a caso contemporaneamente5, dell’industria di Stato, cioè di quell’industria che era rimasta “sottratta” al controllo del grande capitalismo privato. L’IRI viene svenduto dai governi di centro- sinistra, a partire dalla vendita dell’Alfa Romeo da parte di Prodi ad Agnelli, per una manciata di lire pagabili a partire da 5 anni dopo il contratto e dilazionabili nel tempo, per continuare, soprattutto, col governo Amato del 1992, per finire con la sua messa in liquidazione nel 2000, col governo di centro sinistra dell’Ulivo. In questi anni, si diceva, compariranno al governo un banchiere di provenienza repubblicana come Maccanico, presidente privatizzatore di Mediobanca, sponsorizzato da Cuccia e Agnelli, Dini del Fondo Monetario Internazionale e della Banca d’Italia, Ciampi, governatore della Banca d’Italia, Romano Prodi, ex presidente dell’IRI, il colosso dell’industria di Stato, uomini Fiat come Susanna Agnelli e Renato Ruggiero … tutti legati al centro-sinistra.

Il caso di quest’ultimo può essere considerato emblematico dell’ingerenza del potere economico in ambito politico: membro del Consiglio di Amministrazione della Fiat, coordinatore degli Affari Internazionali della stessa, presidente del WTO, l’organismo della globalizzazione economica dal 1997, uomo dunque strettissimamente legato agli Agnelli e ai loro affari esteri, è stato ministro al Commercio estero per ben tre volte in governi di centro sinistra, senza che nessuno sollevasse obiezioni su eventuali conflitti di interesse. Nel 2001, con un governo di centrodestra, piuttosto avverso e avversato dagli Agnelli, viene sostanzialmente imposto, pur non essendosi neppure presentato alle elezioni, come ministro degli Esteri dalla pressione congiunta di Gianni Agnelli ed Henry Kissinger, salvo poi entrare in rotta con il governo e dimettersi.6 L’entrata in politica nel 1994 di un ricco imprenditore, Silvio Berlusconi, che ha fatto fortuna nelle televisioni con l’appoggio del PSI di Craxi e Amato, e cioè ancora una volta dell’onnivoro mondo laico di sinistra, e la ha mantenuta grazie ad una legge ad hoc, proposta, guarda caso, dal repubblicano Mammì, è dunque uno scandalo solo per gli ipocriti, gli ignoranti e le “anime belle” degli ingenui: in realtà il peccato originale dell’imprenditore milanese, per tanti anni funzionale, con le sue televisioni, ai governi di centro-sinistra e all’opera di scristianizzazione del paese, è quello di disturbare, come uno scomodo homo novus, i progetti di Agnelli7, Cuccia, De Benedetti8 e di altri colossi dell’economia italiana abituati fino ad ora a gestire le cose tra loro e a mangiarsi, da soli, il patrimonio statale dell’IRI9; è uno scandalo anche perché, costretto a ritagliarsi uno spazio nell’elettorato italiano, cerca da subito un’alleanza con forze solo in parte compatibili con la sua identità, ma escluse comunque, almeno in parte, finora, dai salotti dell’industria, della borghesia capitalista e dell’informazione.

Basti pensare al fatto che imbarca nella sua coalizione, oltre a vecchi marpioni della politica e laici di ferro come Martino, Boniver, De Michelis ed altri (provenienza PLI, PSI e addirittura PCI, come Adornato, Bondi e Ferrara), anche uomini”nuovi”, mai stati al potere, e talora veramente dediti al bene comune e a politiche attente ai valori. Ecco però che la grande stampa lo attacca ferocemente, indicandolo agli elettori come l’uomo forte dell’economia italiana, come un padrone galattico, un’imperatore dispotico, quando invece la sua azienda si colloca , nello stesso 1994, al decimo posto in Italia per numero di dipendenti (ben dietro all’IFI degli Agnelli e alla Cofide di De Benedetti, suoi avversari politici) e settima quanto a fatturato, ancora dietro gli Agnelli e alla pari con De Benedetti10.

Il fatto è che Silvio Berlusconi, che pure proviene dallo stesso mondo di molti suoi avversari, pur fortissimo nel campo della televisione, rimane un nano nel campo della potenzialità comunicativa dei quotidiani, gli unici capaci di creare opinione politica, di consacrare scrittori e politologi di grido. La situazione all’inizio del 2003 è infatti questa: 1)Corriere della Sera, tiratura 8/900.000 copie (il primo azionista è la famiglia Agnelli col 22%, seguita da Mediobanca col 20% e da Gemina dell’ex Fiat Romiti, col 20%…più altri piccoli azionisti; possiede tre supplementi; politicamente abbastanza equidistante, con preferenza a sinistra, come buona parte degli azionisti, e come il direttore uscente Ferruccio De Bortoli ha dimostrato chiaramente nel suo editoriale di addio; l’attuale direttore, Stefano Folli, è di provenienza repubblicana, e cioè “agnelliana”; il giornale fa parte del gruppo RCS, che controlla anche, almeno in parte, il quotidiano Il mattino di Bolzano, Oggi ecc. ed ha come presidente Guido Roberto Vitale, banchiere, e come vice Paolo Mieli, intellettuale di sinistra11);

2)La Repubblica, tiratura 9/1.000.000 copie. Schierato a sinistra, con ben otto supplementi settimanali(proprietà di Caracciolo, cognato di Gianni Agnelli, e De Benedetti, ex compagno di banco di Umberto Agnelli, per qualche tempo alla guida della Fiat, fratello di Franco, senatore DS. Caracciolo e De Benedetti esercitano un vero e proprio predominio nel campo della stampa possedendo anche grandi quotidiani locali: La sentinella, Gazzetta di Mantova, La provincia pavese, Il mattino di Padova, La nuova Venezia, La tribuna di Treviso, Il piccolo di Trieste, Messaggero veneto, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio, Libertà, Il Tirreno, Il centro, La nuova Sardegna, Il corriere delle Alpi, Alto Adige, Trentino; lo stesso gruppo controlla anche riviste d’opinione importanti come Micromega, Limes, L’Espresso…). Il consigliere delegato de la Repubblica è Marco Benedetto, già capo ufficio stampa della Fiat, mentre tra i consiglieri troviamo ad esempio Vittorio Ripa di Meana, consigliere nel CDA di Mediobanca;

3)La Stampa, tiratura 500.000 copie (proprietà famiglia Agnelli; schierato a sinistra);

4)La Gazzetta dello Sport, 4/500.000 copie (controllata dal Corriere della Sera);

5)Il Messaggero, 315.000 copie (famiglia Caltagirone, imprenditori edili, proprietari anche di Leggo; i Caltagirone sono rutelliani; l’attuale direttore, Paolo Gambescia è uomo di sinistra, ex direttore de l’Unità);

6)Il Giornale, 310.000 copie (controllato dalla famiglia Berlusconi, che controlla anche la rivista Panorama ed Epoca; schierato a destra);

7)L’Unità, 139.000 copie (vari azionisti; organo della sinistra dei DS, diretto da Furio Colombo, ex dipendente di Agnelli come amministratore della Fiat negli USA);

8)…giornali minori ( A sinistra: Il Manifesto, Liberazione, Il Riformista, Europa, Avanti; a destra: Libero, Il Foglio, Il secolo d’Italia, La Padania.).

L’unico quotidiano cattolico, senza gruppi industriali alle spalle pronti a ripianare, ad ogni fine anno, i debiti, è Avvenire, con una tiratura di sole 130.000 copie. Di fronte a questa situazione il presidente della Fieg (Federazione italiana editori giornali) Luca Cordero di Montezemolo afferma che la stampa “deve essere autonoma ed indipendente” (Avvenire 18/7/2003), facendo capire che, effettivamente, lo è. Chi abbia letto attentamente lo schema sopra riportato non capisce dove sia l’autonomia e l’indipendenza, quando i primi quattro quotidiani italiani sono sostanzialmente nelle stesse mani, e cioè in quelle tre di ricchissimi imprenditori (Agnelli, De Benedetti, Caracciolo) variamente collegati tra loro e di banchieri a loro affini (Mediobanca), e come tutto il resto della stampa sia di proprietà di altri imprenditori (Berlusconi, Caltagirone) o, le briciole, di partiti politici. Tutto si chiarisce osservando la provenienza del discorso: Luca Cordero di Montezemolo è presidente della Ferrari (Proprietà Agnelli e Mediobanca) e amministratore de la Stampa, sempre di Agnelli! Finisce un secolo, il Novecento, e ne inizia un altro, ma rimane vero, ancora più vero, quanto scriveva Papini all’inizio di quello appena trascorso: “I diffusi giornali, cioè quelli che veramente contano, sono in mano dei grossi banchieri o industriali i quali dirigono così, nelle questioni essenziali, dove c’entra il denaro, l’opinione pubblica. Codesti tipi portafogliuti hanno in mano anche i deputati più influenti… Cinquanta o cento pezzi grossi della finanza che dispongono della stampa e del parlamento, fanno proteggere le loro industrie e i loro affari, impongono allo stato ordinazioni, premi, dazi, forniture e fanno sapere o non sapere ai lettori dei giornali ciò che loro accomoda” (Lacerba, 1913). E il cattolico Giuliotti gli faceva eco: “Il giornalista è in fondo la parodia della potenza, il servitore vestito da padrone, il feto dell’intelligenza che non si sviluppa né muore. Quando questo falso dominatore si vanta di tirare i fili a una infinità di burattini e di divertirsi al giuoco, è bugiardo. Vi sono dei burattinai ai quali serve, ai quali si inchina, ai quali lecca i piedi…La borghesia plutocratica e tutti i suoi istrioni mettono in moto come vogliono l’istrione giornalista…” (L’ora di Barabba).

Faremo bimbi più intelligenti…Purtroppo non è vero!

Nel 1984 ad opera di Luciano Ragno, per la Adn Kronos libri, esce una delle poche indagini effettuate a livello giornalistico in Italia, prima che l’argomento divenisse caldo con la legge 40, sulle tecniche di fecondazione artificiale. Leggerlo oggi, dopo le continue polemiche e l’anniversario della nascita di Louise Brown, la prima bambina nata in provetta, è stato illuminante.

Ragno intervista vari luminari nel campo e tra questi Carlo Flamigni, che mette in luce come l’attuale aumento di sterilità sia dovuto anche all’uso dei contraccettivi ormonali, la classica pillola, e dei dispositivi intrauterini. A questo il professor Meschini Fabris aggiunge che la pillola può rendere infertile anche il maschio: “gli estroprogestinici determinano una modificazione del ph vaginale e, conseguentemente, della flora batterica vaginale, con facilità di fatti flogistici e selezione di ceppi batterici particolarmente attivi”. Questo può determinare nel maschio infiammazioni “con successivo interessamento della capacità riproduttiva, per alterazioni delle componenti biochimiche del liquido seminale”.

Poi, dopo queste ed altre interessanti racconti, si leggono varie lamentele sulla situazione italiana. Per Flamigni “troppo spesso l’eccessiva disponibilità delle coppie sterili nei confronti del medico le rende oggetto di esperimenti fatti più o meno in buona fede”; inoltre “c’è gente che va a prelevare sperma nei villaggi del fanciullo a ragazzi di 13-14 anni”, mentre nei centri privati succede di tutto: “E’ ora di finirla di speculare sulla disperazione e anche sulla pelle di tante donne e di fare esperimenti a raffica”, per di più a “caro prezzo”. Il prof. Luigi Carenza, dell’Università di Roma, racconta che nella sua città “vengono usati, dietro compenso, come donatori di sperma i tossicodipendenti”; Guido Ragni, dell’università di Milano, spiega che “esistono centri improvvisati dove con lo sperma di un donatore vengono messi al mondo decine e decine di figli. Il rischio che domani questi fratelli senza saperlo possano sposarsi è immenso”; il prof. Cittadini, dell’Università di Palermo, chiosa: ” Non c’è alcun controllo”; Luigi Laratta , presidente dell’Aied, aggiunge “che nelle banche clandestine l’inseminazione avviene senza controlli preventivi sulla stato del salute del donatore”. E’ molto interessante rileggere dell’esistenza di un vero e proprio far west procreatico che poi in tanti hanno cercato di negare, negli anni successivi, per i più svariati motivi.

Stupisce invece la scarsa attenzione, già allora, su di un punto: le tecniche di fiv, o di pma che dir si voglia, a parte i numerosi eccessi, quale ripercussioni in genere hanno sulle donne e i bambini? Su questo Ragno riporta solo due pareri. Quello della psicanalista Gerstel, per la quale, secondo la sua esperienza clinica, molti dei bambini nati dopo inseminazione artificiale presentano disturbi affettivi che possono divenire prodromi di un “futuro comportamento psicopatico”, e quello del prof. Leonardo Ancona, che illustra i rischi dell’eterologa, che può produrre “tratti psicopatologici, con difficoltà di identificazione, incapacità di rapporti inter soggettivi, che possono articolarsi con il già provato circuito familiare dando luogo a quadri irreversibili di disagio collettivo”.

Ma l’idea dominante, diffusa in quegli anni proprio dai fecondazionisti, è ben diversa. Secondo Carl Wood, un pioniere nel campo, “i figli della provetta sono superiori alla media per quoziente di intelligenza, coordinazione motoria, sviluppo fisico. Inoltre sono più affabili e intraprendenti”. Secondo alcuni ricercatori giapponesi invece “i figli nati dopo l’inseminazione artificiale avevano uno stato fisico ed un quoziente intellettivo intellettuale superiori a quelli del gruppo di controllo”. Così si diceva, così ci volevano e ci vogliono far credere ancor oggi.

Ma purtroppo sappiamo che non è così. Nel consenso informato del Sismer, uno dei più prestigiosi centri di fiv (o Pma, procreazione medicalmente assistita) in Italia, del 1998, si leggeva che “il rischio di malformazioni fetali è analogo a quello del concepimento naturale (Congresso Mondiale In vitro fertilisation -Vancouver, Maggio 1997)”. Stessa dicitura nel consenso informato del 2004, molti anni dopo, citando la stessa fonte, per quanto piuttosto datata. Oggi, nel consenso informato del Sismer successivo alla legge 40, che ha imposto a tutti i centri di fiv di fornire tutte le indicazioni necessarie, senza la frettolosità (interessata?) del passato, vengono finalmente contemplati i rischi psicologici e fisici per la madre, le problematiche bioetiche, i rischi insiti nella iperstimolazione ovarica, l’ “aumento del rischio di malformazioni nei nati da Pma rispetto ai nati della popolazione normale”, il “rischio di alterazioni cromosomiche” per i nati da Icsi….!

La nota rivista scientifica “Fertility & Sterility” del novembre 2007, giusto per citare un altro caso paradigmatico, porta i propri lettori a conoscenza del fatto che il quoziente di intelligenza dei nati con ICSI, nell’ambito di uno studio effettuato presso l’Università di Leiden, era inferiore rispetto ai nati con tecnica IVF ed ai nati in maniera naturale. Confermando così una grande quantità di studi sulla pericolosità della fiv pubblicati almeno dal 2002 sulle più prestigiose riviste scientifiche, da Lancet a Nature Cell Biology a Nature Medicine ecc. Esattamente il contrario di quanto proposto dai vari Wood stranieri e nostrani, per lo più politici e giornalisti, fermi alla retorica scientista del 1984.

Il Vaticano II: concilio pastorale o superdogma?

Sono nato diversi anni dopo, non ho mai assistito a nessuna “primavera della fede”, eppure, nella mia vita di cattolico ho sempre e solo sentito parlare di Concilio Vaticano II. Per tutti è uno spartiacque, un evento che ha cambiato, in meglio, la vita di credenti e non. A destra e a sinistra, per i cattolici e per i laicisti, per Enzo Bianchi e per Marco Pannella. E’ difficile capire cosa sia stato questo concilio, senza averlo vissuto, senza aver conosciuto la vita della Chiesa prima di esso; è arduo capire certo entusiasmo, facendo la fatica che si fa ogni giorno a mantenere vivo il lucignolo della fede. Ma una prima considerazione mi allarma: possibile che non si citino che di rado, nell’orbe cattolico, encicliche e concili precedenti al Vaticano II? Possibile che la storia della fede in Cristo, di una fede pura e vera, parta da lì, oltre millenovecentosessanta anni dopo la sua venuta, come non pochi iconoclasti vorrebbero? Nelle sue memorie il cardinal Giacomo Biffi scrive che “Giovanni XXIII vagheggiava un concilio che ottenesse il rinnovamento della Chiesa non con le condanne ma con la ‘medicina della misericordia’.

Astenendosi dal riprovare gli errori, il Concilio per ciò stesso avrebbe evitato di formulare insegnamenti definitivi, vincolanti per tutti. E di fatto ci si attenne a questa indicazione di partenza”. Non più anatemi, come in passato, non più risposte intransigenti alle insidie del mondo, non più simboli della fede, come a Nicea, sintetici, nitidi, ma un rinnovamento dolce, capace di trovare il favore del mondo. “L’intenzione, continua Biffi, era quella di mettere a tema lo studio dei modi migliori e dei mezzi più efficaci per raggiungere il cuore dell’uomo”: una nuova pedagogia, insomma, per un concilio che si volle, per questo, pastorale, e non dogmatico. Non verità nuove da insegnare, ma formule più atte ai tempi, per ridire le verità di sempre. Lo affermò chiaramente Giovanni XXIII, in apertura, allorché spiegò che il “punctum saliens di questo concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa”, ma la “formulazione del rivestimento” dell’ “antica dottrina del depositum fidei”, per trasmetterlo integro, ma “in forma più efficace”, “in modo sempre più alto e suadente”, come avrebbe ribadito anche Paolo VI. Svariati anni dopo, Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione della Fede, avrebbe dichiarato alla Conferenza episcopale cilena, nel 1988, che “questo particolare Concilio (il Vaticano II, ndr) non ha affatto definito alcun dogma e ha deliberatamente scelto di rimanere su un livello modesto, come concilio soltanto pastorale; ma molti lo trattano come se si sia trasformato in una specie di superdogma”. Non si sbagliava: il Concilio, che non aveva voluto imporre “insegnamenti definitivi, vincolanti per tutti”, era divenuto per molti, come ebbe a dire un cardinale, il “1789 della Chiesa”, una rivoluzione, un “superdogma” in base a cui tutto giudicare. Ma, così facendo, si finiva per dimenticare che i “mezzi” e i “modi” “più efficaci”, il “rivestimento” diverso, sono, in quanto tali, opinabili, sottoposti, loro sì, al contrario dei dogmi, alla verifica del tempo, sul campo della storia, in relazione ai frutti ottenuti. Non esiste infatti una unitas pastorale, né sincronica né diacronica, ma necessita senza dubbio una unitas nell’essenza della fede. La verità è che lo stesso giudizio sul Concilio è assai più complicato di quanto spesso si creda: basti pensare alla dura lotta che si consumò al suo interno, tra novatori come Suenens e Liénart, e conservatori come Ottaviani, Ruffini e tanti altri.

Uomini santi, stimati dai papi, come don Divo Barsotti, provarono confusione, smarrimento, in quegli anni, non senza motivo: “Senso di rivolta che mi agita e mi solleva fin dal profondo contro la facile ubriacatura dei teologi acclamanti al Concilio… Tutto il cristiano deve compiere in ‘trepidazione e timore’; al contrario qui il trionfalismo che si accusava come stile della curia (cioè dei conservatori alla Ottaviani, ndr), diviene l’unico carattere di ogni celebrazione, di ogni interpretazione dell’avvenimento. Del resto io sono perplesso nei riguardi del Concilio, la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. Sono documenti che rendono testimonianza di una sicurezza tutta umana più che di una fermezza semplice di fede…Crederò a questi teologi quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo…Tutto il resto è retorica… Solo i santi salvano la Chiesa. E i santi dove sono? Nessuno sembra crederci più”. Anche Paolo VI fu convinto del “balzo in avanti”, della “primavera” ventura, della “nuova Pentecoste”, del “giorno foriero di luce splendidissima” di cui aveva parlato Giovanni XXIII, o, come disse lui stesso, del “ringiovanimento”, del “rinnovamento” rappresentato dal Concilio, ma in diverse occasioni, più tardi, espresse anche forti perplessità, parlando di “autodemolizione della Chiesa”, della sensazione “che da qualche parte sia entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio”. “Si credeva, dirà, che dopo il concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”. E nel 1973, quasi contraddicendo un suo celebre discorso conciliare sul dialogo tra Chiesa e modernità, ebbe a dire che “l’apertura al mondo fu una vera invasione del pensiero mondano nella Chiesa”; e ancora: “Noi siamo forse stati troppo deboli e imprudenti”.

Si è visto  come il Concilio Vaticano II sia stato concepito come un concilio pastorale, e non dogmatico, teso a rinnovare la forma, i modi della comunicazione e dell’evangelizzazione, non la sostanza dei dogmi e del depositum fidei. Un concilio, quindi, che non costituisce, come ricordò Ratzinger, un “superdogma” e che non impose “insegnamenti definitivi, vincolanti per tutti”. “Un concilio, per dirla col Cardinal Lercaro, che non definisce nuove dottrine, un Concilio che non condanna, ma un Concilio che cerca un linguaggio” nuovo. Rileggendo soprattutto i primi discorsi di Giovanni XXIII si scorge chiaramente che l’idea di fondo che accompagnò l’apertura dei lavori, fu l’ottimismo: ottimismo rispetto ai tempi, all’umanità in generale, al mondo dei non credenti e delle altre religioni, alla condizione interna della Chiesa. “Una nuova e luminosa Pentecoste…una vera e propria Epifania” (Esortazione Sacrae Laudis, 1962), secondo le parole di Giovanni XXIII, era sul punto di nascere, perché si potevano scorgere “non pochi indizi di un’epoca migliore per il genere mano”, di uomini contemporanei “più inclini a recepire gli ammonimenti della Chiesa” (Costituzione Humanae salutis, 1962). Si prendevano poi le distanze, nella celebre Allocutio, dai “profeti di sventura”, distanziandosi così dalla visione di S.Pio X, che aveva ipotizzato addirittura che l’Anticristo potesse essere già nato, di Pio XII, che aveva denunciato lo smarrimento dei tempi presenti, e di tanti autorevoli vescovi e cardinali. Questo ottimismo sarebbe comparso qua e là, con sfumature diverse, a volte anfibologiche, in alcuni documenti conciliari. Basti pensare all’incipit della Dignitatis humanae: “nell’età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone”. Non immaginavano certo, i padri conciliari, che di lì a poco, proprio nei paesi cattolici, sarebbero dilagati pornografia, divorzio, aborto, e si sarebbe giunti a togliere la qualifica di persone ad embrioni, feti, anziani, malati terminali….

L’effetto più immediato di questo ottimismo, ribaltato più volte nel post concilio dal giudizio di Paolo VI, fu la decisione di non emettere condanne: “Sempre la Chiesa si è opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Ma ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che la severità” (Allocutio di Giovanni XXIII). Si noti: “Sempre…ma ora…”: c’è una inversione di rotta, che contiene implicitamente una sorta di condanna, questa sì, nei confronti degli atteggiamenti della Chiesa del passato. Il Concilio vuole affermare uno spirito nuovo, vuole coniugare giustizia e misericordia, impresa difficile ma necessaria, però a tutto vantaggio della seconda. Vi è, a mio modo di vedere, in questo atteggiamento, almeno col senno di poi, un certo utopismo, che sfocerà poi nel post concilio in tanti errori politici e dottrinali: dalla collaborazione col comunismo di moltissimi “cattolici del dissenso”, all’aggiornamento inteso come tradimento, all’idea della salvezza universale, espressa nell’idea che l’inferno, se c’è, è vuoto, sino ad un certo buonismo irrealistico che spesso ha reso insipido il sale della fede. Il filosofo Romano Amerio, nel suo celebre studio “Iota unum”, ripreso e approfondito recentemente, dal filosofo Paolo Pasqualucci, scrive a questo proposito: “Questo annuncio del principio della misericordia contrapposto a quello della severità sorvola il fatto che, nella mente della Chiesa, la condanna stessa dell’errore è opera di misericordia, perché trafiggendo l’errore si corregge l’errante e si preserva altrui dall’errore. Inoltre verso l’errore non può esservi propriamente misericordia o severità perché queste sono virtù morali aventi per oggetto il prossimo, mentre all’errore l’intelletto repugna con un atto logico che si oppone ad un giudizio falso”. In altre parole: la condanna dell’errore è sempre stata per la Chiesa il bastone offerto a chi ha gambe malferme, volontà debole e intelletto oscurato: l’uomo dopo il peccato originale.

L’esempio più eclatante di questo atteggiamento fu la volontà del Concilio di non condannare apertamente il comunismo, nonostante circa 500 padri conciliari lo avessero richiesto, e nonostante giacessero allora, sotto questa terribile ideologia, ben più un miliardo di persone. L’ottimismo, fondato sui segni dei tempi, finiva così per trascurare il “più evidente e mostruoso segno dei tempi”. Anche nel campo della morale si volle, in alcune occasioni, accordare il pensiero della Chiesa a quello del mondo. Molti padri cercarono di dimenticare le passate condanne e di proporre aperture nel campo della pillola, degli anticoncettivi e della limitazione delle nascite. La spaccatura su questi temi portò a rimandare la questione ad una commissione su cui Paolo VI dovrà poi imporsi, nel 1968, promulgando l’Humanae vitae: l’enciclica che proprio in alcuni leaders concilari, da Suenens a Doepfner, avrebbe trovato i più risoluti oppositori.

In quest’ottica di “misericordia” fu inoltre eliminato il Sant’Ufficio, il garante per secoli dell’ortodossia. Ma il risultato di tutto ciò non fu, nel post concilio, una “vera e propria Epifania” della fede, ma l’ “autodemolizione” della Chiesa (Paolo VI), la proliferazione di dottrine eterodosse sostenute con superbia da tanti teologi, la divisione nel senso stesso della Chiesa e dei cattolici. “Basta con il dissenso interiore alla Chiesa…basta con la disobbedienza qualificata come libertà” avrebbe infatti affermato, nel 1975, Paolo VI.

Sull’Origine la scienza non dice nulla, perchè non sa. Contro Boncinelli e compagnia, e l’illusione di aver esaurito il mistero dell’esistenza.

Leggo spesso che nell’epoca della scienza e della tecnica, siamo mentalmente fermi al medioevo. Leggo, dai maestri del pensiero scientista, che tutto è cambiato. Ora che abbiamo mappato il genoma, che sappiamo questo e quest’altro, Dio è un’ipotesi da abbandonare. Andava forse bene, anche per i grandi scienziati, prima di Darwin, ora non più.

Personalmente mi sento esattamente come un medievale, anzi come un primitivo. Io, i primitivi li immagino proprio come me, non curvi a quattro zampe, e neppure a novanta gradi, come nei disegnini degli evoluzionisti. Con i miei desideri, le mie esigenze affettive, il mio senso di peccato, e la mia stessa aspirazione alla felicità, ad una felicità non meramente materiale. A me aspirina, cortisone, progetto Genoma, sbarco sulla luna ecc., dicono qualcosa sulla grandezza dell’uomo, sul fatto che non è solo una bestia, che è il re del creato. Null’altro di sconvolgente, cioè nulla di veramente nuovo.

Perché? Lo spiego subito: sull’origine del cosmo siamo fermi al Big bang, teorizzato già, nella sostanza, da teologie medievali e forse anche prima. Una tipica idea creazionista. Sul perché ultimo di questo big bang, non sappiamo nulla, e non lo sapremo mai. L’origine della materia ci è dunque ignota.

Sulla materia organica, sulla vita, cosa sappiamo? Secondo Francis Crick ed altri deriva dagli extraterrestri, perché è troppo un “miracolo” per essere nata per caso; secondo qualche altro scienziato ateo è caso, secondo altri necessità, o un mix non meglio chiarito tra le due; secondo Richard Dawkins, un “colpo di fortuna” chimico, un colpo di “abiogenesi”, come qualcuno chiama la vecchia storia ormai screditata della generazione spontanea, per darle almeno un tocco di nobiltà linguistica. Secondo Boncinelli, un altro scienziato ateo, è “assolutamente improbabile” la “generazione spontanea per accostamento casuale dei componenti chimici”…Insomma, l’origine della vita ci è sconosciuta esattamente come l’origine dell’universo e della materia organica.

Sull’uomo cosa sappiamo? Una mostra curata da grandi genetisti e biologi evoluzionisti, dava spiegazioni molto sicure sull’evoluzione, ma dopo aver fatto un po’ di cagnara sui giornali, a me a ad alcuni amici un po’ scettici, hanno risposto che sì, in verità, “l’evoluzionismo non riesce a spiegare in modo esatto l’origine dell’uomo ma la comunità scientifica sta tentando di capirci qualcosa”. Per J. Monod siamo figli del caso, numeri usciti alla roulette, ma non si dice chi stesse giocando né perchè; sull’origine del linguaggio simbolico non sappiamo nulla: qualcuno parla di “scherzo”, qualcuno utilizza le solite “pressioni evolutive”, che, premi premi, ottengono sempre quello che vogliono, perché, come scrive Boncinelli, le “vie della selezione naturale sono infinite”.

Sull’altruismo qualcuno dice che c’è il gene apposito, mentre altri sostengono che no, siamo programmati per la competizione, abbiamo “geni machiavellici”; per qualche evoluzionista siamo naturalmente cattivi, aggressivi come gli scimpanzé, per qualcun altro siamo naturalmente buoni, gentili come i bonobo (l’importante è non tirare in ballo la libertà, perchè manderebbe a pallino il materialismo determinista).

La coscienza? Dawkins spiega che è una “lacuna, un errore darwiniano”, per Odifreddi è “il marchio di infamia di una evoluzione ancora imperfetta”, per Boncinelli è un “incidente congelato”, una “imperfezione” vantaggiosa, comparsa per caso, esattamente come l’intelligenza, definita, si fa per dire, il solito “capriccio del caso”, di cui non c’era, “evoluzionisticamente parlando, un gran bisogno”. Insomma: non si sa nulla. La libertà? Forse è nei geni, forse…

L’amore? Non lo sappiamo, ma dovrebbe essere iscritto nei geni, spiega l’ateo J.Watson mentre illustra l’inferiorità dei negri, che, non lo sappiamo, ma dovrebbe essere iscritta nello stesso posto. La religiosità? Un “organo vestigiale”, spiega Dawkins, che doveva servire a qualcosa, ma non sappiamo perché, e soprattutto non capiamo perché persista… Insomma non sappiamo nulla, scientificamente intendo, come i primitivi, su tutte le cose più importanti. Lo dicono i grandi scienziati atei, spiegando poi che tutto è cambiato… L’immortalità? La raggiungeremo qui, con qualche modifica sul genoma benedetto, o con qualche altra tecnica, spiega Desmond Morris, vicino ormai all’età per lasciarci…

Ma non sembra sia una cosa che accadrà a breve, quindi sono tranquillo: potrò morire in pace. Ecco, dal momento che morirò, continuo a chiedermi: perché vivo? Per Dio o per il nulla? Ma perché mi faccio questa domanda, mentre gli animali e le pietre no? Lo spiega Boncinelli: il vivente non è superiore al non vivente, al solito la nostra idea di valere più di un sasso è frutto “della nostra insopportabile tendenza a scorgere negli eventi una progettualità e a giudicarne il livello di efficienza in base alla capacità di concepirla e di conseguirla. Purtroppo questa è un’altra delle illusioni prodotte dal nostro strumento per ragionare, il cervello, e dal suo essere stato forgiato dalla pressione evolutiva…”. Cosa vuole dire? Niente. Boncinelli, usando il suo cervello, spiega che il cervello umano si fa tante “illusioni” sull’essenza dell’uomo: non mi torna. Personalmente, con un po’ di umiltà, continuo a ritenermi un primitivo, e, senza nessuna superbia, ben superiore ad un sasso o ad un pugno di sabbia: almeno finché coloro che vorrebbero derivare il loro ateismo dalla scienza, non mi abbiano dato qualche idea più chiara su vita, coscienza, intelligenza, libertà, etica, Dio e origine di ciò che esiste.

Cultura e finanza nell’Italia post Fascista. Il patto tra Dc e poteri forti. II parte

…la DC lascia tacitamente il controllo della cultura al PCI, mentre, per quanto riguarda l’economia, il cristiano De Gasperi fa, volente o nolente non è dato saperlo, un “patto con l’alta finanza” italiana (patto De Gasperi-Mattioli), cioè con gli uomini più importanti del capitalismo italiano, tutti legati ad una visione della vita laica, anticlericale e massonica1(vedi I parte).

Il patto, scellerato o meno, appare necessario a chi ben sa che il potere politico, dato ai cristiani della DC dal popolo italiano, ha bisogno dell’appoggio dei potentati economici. Così l’anticlericale Partito d’azione (Pd’A), debolissimo a livello elettorale, conta tra i suoi membri nientemeno che Ugo La Malfa, il politico prediletto di casa Agnelli e dagli Stati Uniti, Raffaele Mattioli, dominus della Banca commerciale, avverso al “clericume”, Enrico Cuccia, futuro padrone di Mediobanca, Carlo Azeglio Ciampi, che diverrà, col tempo, nell’ordine, Governatore della Banca d’Italia, Presidente del Consiglio, ministro del Tesoro e Presidente della Repubblica…; con tale partito tenta l’alleanza, contro ogni logica e idealismo, lo stesso Togliatti, segretario del PCI e quindi, teoricamente, il peggior nemico della grande borghesia italiana. Ma Togliatti non ha i numeri e così l’alta finanza italiana deve rivolgersi, forse con un po’ di mal di stomaco, al segretario del maggior partito italiano, De Gasperi, il quale si impegna a ripagare l’appoggio “garantendo loro il dominio della finanza”.

Così il politico trentino ha bisogno di circondarsi di uomini estranei al suo partito, ad esempio il banchiere liberale piemontese Luigi Einaudi, che diviene superministro dell’economia in un momento strategico, Governatore della Banca d’Italia, e Presidente della Repubblica. Avviene dunque, come racconta un uomo molto addentro alla DC come Ettore Bernabei, che “nel ’48 la Dc vinse anche grazie all’accordo con le forze laiche e liberali…(perché) se avessero perso i comunisti, ai cattolici sarebbe andata la guida della politica, ai laici il controllo della finanza, dell’industria, dell’ informazione”2.

Ciò è tanto vero che sotto un partito che si proclama cristiano il legame finanza-industria-informazione diventa ancora più forte di quanto già era stato nell’epoca giolittina: la Dc non riuscirà mai a creare neppure un solo grande giornale quotidiano, e questo non solo per la provverbiale ingordigia e tiepidezza, nel campo dei valori, dei suoi esponenti, ma anche perché, anche se può sembrare paradossale, i suoi legami con l’alta finanza sono meno forti di quelli di partiti ben minori. Infatti la Sinistra, dal PCI al PSI, riceve per decenni una valanga di soldi dalla Russia, potendo così organizzare sedi, giornali e attivisti a pagamento in ogni parte d’Italia3; il denaro dei grandi industriali italiani, dal ’45 in poi, serve, da una parte a finanziare grandi giornali attenti alle esigenze dei padroni, dall’altra finisce nelle mani delle “destre cosiddette laiche, i repubblicani, i liberali (PRI e PLI) e i circoli finanziari internazionali che li sostengono e che non amano per niente la Chiesa cattolica e il suo scarso interesse per i profitti e per i padroni”4. Benchè infatti i testi divulgativi di storia si soffermino solo sui partiti di massa, quello democristiano e quello comunista, Pd’A, PRI e PLI hanno un ruolo essenziale nella formazione e nella gestione della nuova Italia. Per comprendere come questo avvenga basti pensare alla figura del già citato Ugo La Malfa, che fu a lungo il punto di riferimento degli Agnelli5, e cioè della più importante dinastia del capitalismo italiano: questo giovane palermitano di belle speranze viene assunto nel 1933 da Raffaele Mattioli nella Banca Commerciale italiana, di cui diviene direttore nel 1938.

Entrato nel mondo dorato della finanza si lega alla massoneria, è tra i fondatori del Partito d’Azione per poi entrare nel Partito Repubblicano. La cosa più originale è che, pur appartenendo a schieramenti politici di gran lunga minoritari, tra l’1% e il 3%, ricopre sempre ruoli essenziali, strategici nella politica economica del nostro paese: ottiene infatti, dopo il ministero dei trasporti, l’importantissimo ministero della Ricostruzione, nel governo De Gasperi, poi il ministero per il Commercio con l’estero; è poi ministro col compito di riorganizzare l’industria di Stato, l’IRI, nel 1950, ancora ministro del Commercio estero nel 1951, ministro del Bilancio nel 1962, ministro del Tesoro nel 1973, vicepresidente del governo e ministro del Bilancio nel 1979… (Dopo la sua morte il figlio, Giorgio La Malfa, sarà ministro del Bilancio per ben quattro volte di seguito). Del Partito Repubblicano fanno parte, nel tempo, anche Umberto e Susanna Agnelli, Bruno Visentini, per 20 anni vicepresidente IRI e ministro delle Finanze per tre volte, oltre che Giovanni Spadolini, prima direttore del Corriere della Sera, il più grande giornale italiano, dal 1968 al 1972, e poi varie volte ministro e due volte presidente del Consiglio6.

Quanto al PLI la sua forza non sta certo nei voti del popolo, ma nel fatto di aver governato l’Italia post-unitaria in nome della grande borghesia, specie di quella industriale del settentrione, escludendo le masse dal diritto di voto, fino al 1912, e il meridione d’Italia dal processo di industrializzazione. I liberali, essendo gli artefici del cosiddetto Risorgimento, ne avevano fatto una proprietà privata, gestendo politica, economia ed informazione. Riguardo a quest’ultima basti ricordare che ai primi del Novecento, prima di passare agli Agnelli, La Stampa, non a caso di Torino, era posseduta e diretta dal senatore liberale e non credente Alfredo Frassati; mentre il Corriere della Sera, anch’esso “organo delle elites borghesi”, fu per lunghissimo tempo diretto dal celebre Luigi Albertini, senatore liberale e persona straordinariamente chiusa al mondo cattolico, essenzialmente contadino e piccolo borghese (al quale preferiva i socialisti), fino ad osteggiare il suffragio universale del 1912 e il patto Gentiloni del 1913, perché avrebbero permesso di entrare in Parlamento a deputati cattolici, da lui definiti “sovversivi”, “anti-italiani”, “umile gente organizzata da cattolici”7.

Lo strapotere degli industriali liberali, favorevoli all’intervento nella I guerra mondiale anche per motivi economici, arrivava al punto che l’Ansaldo di Genova controllava “L’idea nazionale”, il “Messaggero” di Roma, il “Corriere mercantile” e il “Secolo XIX” di Genova, mentre contribuiva, insieme ai socialisti francesi, ad Agnelli e alcuni altri, alla fondazione del giornale interventista di Benito Mussolini, il “Popolo d’Italia”. Nel secondo dopoguerra il Partito Liberale, erede del pensiero laico-risorgimental-massonico è ridotto, elettoralmente, ai minimi termini, ma può contare, oltre che sul “papa laico” della cultura italiana, Benedetto Croce, su una forte presenza negli “ambienti imprenditoriali del centro nord” e con gli “esponenti del grande capitale agrario meridionale”8. Si crea così, a partire dal dopoguerra, uno scenario che caratterizzerà senza soluzione di continuità la storia d’Italia: il grande capitalismo italiano, vicino alla Dc, secondo osservatori superficiali, ma soprattutto ai suoi alleati PRI e PLI, in politica, perché spaventato dalle dottrine economiche del comunismo del PCI, sostiene invece quest’ultimo, in buon accordo con PRI e PLI, tramite il controllo dei mezzi di informazione, nel campo della riforma dei costumi e nella graduale opera di trasformazione dell’Italia da paese cattolico in paese indifferente, libertario e nichilista.

Si attua così il classico matrimonio tra il materialismo di matrice liberal-capitalista (Pd’A, PRI, PLI, PR) e quello di matrice marxista(PSI, PCI), che rende gradualmente minoritaria in ogni campo, l’opzione cattolica e che si realizza, evidentemente, nella sintesi culturale tra americanismo e marxismo del 1968. Non si spiega altrimenti come le grandi battaglie di riforma morale, per l’introduzione negli anni Settanta del divorzio ( la cui legge istitutiva viene firmata dal repubblicano Oronzo Reale), e dell’aborto, promosso soprattutto dai liberali radicali, con l’appoggio della repubblicana Susanna Agnelli e della sinistra tutta, seppur sostenute e propagandate, inizialmente, da una minoranza, vedano il saldarsi dell’ allenza tra il potenziale informativo dei grandi gruppi industriali e la sinistra, nella più completa incapacità del mondo cattolico, per di più spaccato al suo interno, di reagire adeguatamente. continua

Cultura e finanza nell’Italia post fascista. Quando i neri divennero rossi (I parte)

Benchè l’Italia del dopo guerra abbia proposto l’antifascismo come valore essenziale, il sommo ed esclusivo valore in base a cui giudicare ogni persona e ogni pensiero, fino a farne una categoria metastorica e metafisica, in realtà la mentalità totalitaria fascista non muore con la caduta del fascismo. Ciò è dovuto al ruolo che molti partigiani rossi riescono a ritagliarsi, nonostante la sconfitta alle elezioni del 1948, nella nuova classe dirigente, e soprattutto nel campo della cultura e del giornalismo: non solo perché, anche grazie alle amnistie opportunamente concesse dal Togliatti, allorché è ministro di Grazia e Giustizia, molti siedono in Parlamento e altri si danno a dirigere decine di Istituti storici sulla Resistenza, divenendo i custodi dell’ortodossia storica, ma anche perché moltissimi degli intellettuali che hanno difeso a spada tratta ed esaltato il fascismo, dopo l’8 settembre o alla fine della guerra, girato il vento, abbracciano con lo stesso entusiasmo e lo stesso spirito, violento e totalitario, l’ideale dittatoriale comunista: dal fascismo attivo e militante vengono Ingrao, Bocca, Giuseppe D’Alema, padre di Massimo; fascisti intransigenti e poi comunisti sono gli intellettuali e scrittori Curzio Malaparte, Delio Cantimori, Massimo Bontempelli, Guido Piovene, Fidia Gambetti e Davide Lajolo (giornalisti de “l’Unità”) ecc., cioè buona parte dell’intellighenzia comunista dell’Italia post-fascista.

A tal proposito un uomo integerrimo, come Guareschi, internato in un lager tedesco per due anni e poi, nell’Italia libera, fiero anticomunista, raccoglie sul suo giornale, nell’immediato dopoguerra, brani di opere o di articoli scritti durante il fascismo da persone approdate poi al PCI: il buon Davide Lajolo, per fare un solo esempio, prima di divenire vice-direttore de “l’Unità”, affermava: “(Mussolini) è nella sala. La sala è piena di Lui. Non esistiamo che in Lui…bisogna guardarlo estasiato”. Sempre Guareschi, durante il suo internamento in lager, scrive: “Hanno il dente avvelenato. Sfogavano la loro bile dalle colonne dei giornaletti dei Giovani Universitari Fascisti ed ora – con gli stessi argomenti — fanno il processo al fascismo in termini ambigui…e si preparano a sfruttare questa triste avventura per annidarsi nei nuovi giornali e di lì sfogare il loro risentimento di uomini mancati”.

Scriverà un antifascista come Montale nel 1956: “Se per alcuni fascisti in buona fede il fascismo fu una sorta di religione, altrettanto lo fu l’antifascismo…i molti che aderirono al comunismo passarono da un conformismo ad un altro…”. Del resto nell’Italia del dopo guerra occorre fare proprio così per essere pubblicamente consacrati come letterati, giornalisti e opinionisti di grido, per avere sedie e palcoscenici da cui pontificare e suggerire, consigliare ed inveire. Da questi anni diviene necessaria la tessera del PCI, o comunque posizioni antifasciste da sinistra, per ottenere riconoscimenti e premi letterari.

La tessera comunista viene infatti presa da Vittorini – che pure precedentemente collaborava al settimanale della Federazione fascista di Firenze e condivideva con Pratolini gli ambienti del fascismo di sinistra-, da Calvino, anch’egli, precedentemente, in odore di fascismo, da Pavese, Pasolini, Moravia, Marchesi, C.Levi ecc; su posizioni analoghe sono anche Silone, Cassola ecc, insomma tutti gli autori divenuti celebri rappresentanti della cultura ufficiale (anche se poi alcuni di essi avranno dei ripensamenti e arriveranno a stracciare la tessera), e di quella sua dogmatica codificazione che sono i testi della scuola dell’obbligo. Succede così proprio come sotto il fascismo, quando la carriera era assicurata dal partito, oppure dalla potenza di qualche importante industriale proprietario di carta stampata. Per questo non deve stupire, il fatto che il nostro paese non abbia, in questi lunghi anni, la presenza di famosi intellettuali cattolici.

In realtà ci sono, ma la DC, vincitrice alle elezioni del 1948, che permettono al nostro paese di non diventare un’altra Albania o Jugoslavia, non profonde alcun impegno nel sostenerli, interessata come è, specie dopo i primi tempi, a governare e occupare le sedi della politica piuttosto che ad approfondire e diffondere la propria cultura, in realtà così poco definita e così smaniosa di differenziarsi da un cattolicesimo genuino e popolare. Addirittura, non senza opposizione da parte di papa Pio XII, ben poco favorevole a De Gasperi, e di cattolici come Gedda e Guareschi (veri artefici, da fuori, da posizioni non rigidamente partitiche, della vittoria del 1948), la DC lascia tacitamente il controllo della cultura al PCI, mentre, per quanto riguarda l’economia, il cristiano De Gasperi fa, volente o nolente non è dato saperlo, un “patto con l’alta finanza” italiana (patto De Gasperi-Mattioli), cioè con gli uomini più importanti del capitalismo italiano, tutti legati ad una visione della vita laica e massonica.

Quando l’Intelligenza gira a vuoto. Vittorio Sgarbi.

«Mi pare inevitabile che da oggi si parlerà molto più della piccola Salemi che non della grande Milano. E questo per la semplice ragione che a Milano manca una politica culturale, manca completamente la capacità di valorizzare le intelligenze e gli assessori debbono essere solo dei camerieri.

 Io qui ho già indicato gente come Oliviero Toscani, Peter Glidewell e Alain Elkann, perché non ho paura delle persone intelligenti e non temo affatto di essere offuscato. Di conseguenza si parlerà più di Salemi che non di Milano ». È incontenibile Vittorio Sgarbi, appena atterrato in Sicilia per ricevere la fascia di nuovo sindaco. Una vittoria sulla quale rilancia: «Da qui partì Garibaldi, Salemi fu la prima capitale d’Italia e da oggi sarà la città da cui si irradia una nuova visione federalista. Anche perché sia chiaro: questo è solo l’inizio».

 In che senso? «Nel senso che quello di Letizia Moratti è stato un tradimento politico nei miei confronti che le farò pagare. Il risultato di Salemi (60,69%) servirà poi per candidarmi alla provincia di Milano dove le farò vedere il mio peso reale. Anche perché questo tipo di elezioni sono ormai rimaste le uniche in cui si può far vedere quanto vali, mentre al Parlamento sei solo scelto».(Corriere, 1 luglio 2008). Commento: Sgarbi è sicuramente un tipo intelligente, brillante, con la parola pronta. A sentirlo sembrerebbe di ascoltare il nuovo sindaco di Parigi, o quantomeno di Roma. Invece è sindaco di Salemi, paesino di cui solo gli abitanti di Salemi conoscono l’esistenza, eppure lancia la sua sfida alla Moratti, sindaco di Milano, rea di non aver apprezzato le sue porcherie spacciate per arte; rea di essersi offesa perchè lo sgarbato le dava della suora e ha continuato ad offenderla per mesi, sperando in quello in cui sperano sempre i violenti: l’ignavia dei buoni.

Leggere queste dichiarazioni, immaginarsi il volto tronfio di Sgarbi, osservare la sua prosopopea, fa nascere una domanda: quanto vale un uomo molto intelligente, molto colto, molto famoso, molto ciarliero, senza virtù morali, senza umiltà, senza senso della misura? Dinanzi agli abitanti di Salemi vale molto, dinanzi a se stesso, quanto Dio, dinanzi all’uomo normale, assai poco. E come lui i Toscani e gli Elkann, anche se il comune di Salemi, per ascoltare le loro chiacchiere vanitose e futili, magari per vedere le foto sciocche e volgari di Toscani, spenderà molti e molti soldi. Io personalmente aspetto di sentire il tonfo, un giorno di questi soloni: come ho sentito quello di Galimberti, il filosofo, il saggio, il nichilista, che alla fine, come si è scoperto, copiava i libri, come uno studentello, senza fantasia e senza idee. Eppure anche lui, a leggerlo e sentirlo, ad esempio al festival dell’economia, si vedeva che ci teneva; si vedeva che di sé aveva un’alta considerazione.

A me sembra che l’intelligenza usata così sia un furto; che l’intelligenza al servizio del proprio ego, finisca per risolversi nel suo contrario.

Vogliamo veramente aiutare coloro che non riescono ad avere figli?

La Stampa di domenica, con i due soliti paginoni allarmistici e propagandistici, spiega che le coppie italiane vanno ormai continuamente all’estero per avere i figli che con la legge 40 non riescono ad ottenere. E’ la solita strategia che spinge tutti coloro che hanno conosciuto l’esperienza della delusione post fecondazione artificiale, a dare la colpa all’Italia e a partire per mete lontane. In verità la Stampa, come tutti i grandi giornali, omette di spiegare che quella piccolissima percentuale di gravidanze in meno, circa il 3%, è ben ripagata: ora in Italia c’è qualche bimbo concepito in vitro in meno, ma ci sono anche meno parti trigemini, pericolosissimi per la salute della madre e dei bimbi; meno o minori iperstimolazioni ovariche sulle donne, con conseguente diminuizione del rischio di tumore per le stesse; meno embrioni congelati, che una volta impiantati, qualora portino ad una gravidanza, determinano bambini meno sani…

La domanda che sorge spontanea è questa: possibile che i giornali che si schierano sempre a favore dell’aborto, piangano con tanto ardore qualche bimbo in meno da fiv? Hanno veramente a cuore la sorte di coloro che tanto bramano avere figli? In verità sappiamo che questi stessi giornali non hanno mai fatto nulla per stimolare la ricerca per rimuovere le cause della sterilità, che porterebbe ad un analogo numero di nascite, senza rischi. Inoltre omettono sempre di spiegare che uno dei modi per risolvere il problema figli sarebbe quello spiegato da Fernando Santosuosso, già presidente di sezione della Corte suprema di Cassazione, in un libro del lontano 1961, intitolato appunto “La fecondazione artificiale nella donna”. Nel 1984 per l’editore di testi giuridici Giuffrè Santosuosso ha approfondito i suoi studi, raccogliendoli in un volume dal titolo “La fecondazione artificiale umana”. Si tratta di un’opera molto specifica sul diritto di famiglia e le eventuali conseguenze giuridiche derivanti ad esempio dalla fecondazione eterologa, o da altre pratiche allora in fase sperimentale. Se ne ricavano anche interessantissimi aneddoti su alcune vicende di quegli anni. Si apprende, ad esempio, che il dottor Carl Wood, il primo medico a far nascere un bambino da un embrione crioconservato, in Australia nel 1984, proponeva “la possibilità di influenzare geneticamente le caratteristiche psicofisiche dei neonati, eliminando ad esempio l’istinto maschile dell’aggressività mediante iniezioni di ormoni femminili negli embrioni maschili” (p.2). Altre istruttive notizie sono quelle sui tentativi di “innestare embrioni umani in animali per evitare di pagare donne portatrici”, o sugli “esperimenti di gravidanze addominali ottenute artificialmente con l’inserimento di embrioni fecondati in vitro nell’addome di transessuali, collegati ad un’arteria ed estratti dopo alcuni mesi per proseguire lo sviluppo in incubatrice”.

Ma quello che mi sembra più interessante nel volume in questione è una proposta concretissima, quasi a conclusione del libro, e che purtroppo è rimasta a tutt’oggi lettera morta. Santosuosso parte da una constatazione banale. Vi sono ogni anno in Italia centinaia di migliaia di coppie che eliminano il loro bambino tramite l’aborto, per una serie di motivi che ora è inutile analizzare, e, contemporaneamente, centinaia e centinaia di coppie che non riescono ad avere i figli desiderati, per motivi di sterilità. Ebbene, anche senza limitare in nessun modo la possibilità di scelta della donna riguardo al concepito, senza cioè minimamente mutare lo spirito della legge 194, basterebbe “proporre una modifica legislativa che preveda l’offerta alla donna in stato di gravidanza dell’alternativa tra l’aborto o la scelta di essere liberata dal bambino appena nato ricevendo anche in questo secondo caso tutta l’assistenza prevista dalla legge, e garantendosi l’anonimato, se questo venga richiesto. Tale scelta sarebbe revocabile fino al momento della nascita, nel senso che la donna subito dopo il parto potrebbe ancora manifestare la volontà di tenere per sé il bambino. Altrimenti, si opererebbero gli stessi effetti che discendono, secondo la legge vigente, dalla declaratoria di stato di adottabilità. Non si tratterebbe, quindi, dal punto di vista giuridico, di una vendita di un figlio, né di un atto con causa illecita, costituendo invece una decisione da cui deriva la tutela della vita umana e la felicità di coppie sterili; decisione presa per motivi personali e sociali che la legge considera giustificatori persino dell’interruzione volontaria di gravidanza, e cioè di una realtà che è sostanzialmente ben più grave dell’abbandono di un bambino perché sia adottato da altri”. Sembra incredibile che una proposta così semplice e comprensibile non sia mai stata portata avanti in modo incisivo e con successo. Se il problema sentito dal legislatore fosse veramente quello del bene comune, e non la difesa di idee astratte o di moralismi al contrario, l’operazione sarebbe semplicissima: il medico o chi per lui, invece di indirizzare con estrema superficialità la donna all’aborto, con totale noncuranza per i gravi effetti collaterali collegati ad ognuno di questi interventi, proporrebbe alla donna la possibilità di partorire il figlio per poi disconoscerlo. Di conseguenza un bambino piccolo, e quindi molto più facilmente gestibile ed integrabile all’interno di una coppia adulta, troverebbe immediatamente due genitori sterili pronti ad adottarlo.

In molti casi si impedirebbe così alla donna, è opportuno ripeterlo, il dramma dell’aborto, e delle sindromi post abortive, e alle coppie sterili il calvario della provetta, con i connessi costi in termini di denaro, stress psicologico, scarse probabilità di risultato e alta percentuale di complicanze. Ci sarà qualcuno pronto a portare avanti una simile proposta? Non potrebbe almeno lo Stato, nelle sue mille campagne informative, dette “pubblicità progresso”, e attraverso i consultori, inserire anche un annuncio, per le donne decise ad abortire, sulla possibilità di disconoscere un eventuale figlio non desiderato, rendendolo così disponibile per altri?

Concludo allegando un vecchio articolo in cui spiegavo i passaggi dell fiv, con i relativi pericoli.

La fecondazione artificiale, per comune ammissione, porta con sé circa l’85% degli insuccessi, il 50 % di tagli cesarei, un’alta mortalità embrionaria, il 22% di aborti spontanei, il 5% di gravidanze tubariche, il 27% di gravidanze multiple (con relative morti o malformazioni), il 29% di parti pre-termine, il 36% di nati con basso peso, il rischio di anomalie genetiche o malattie degenerative, oltre ad una preoccupante mortalità e morbilità neonatale (Serra e Flamigni). Decine di storie raccontate sui giornali testimoniano la verità di queste conclusioni, alle quali sarebbe possibile giungere con il semplice ragionamento, analizzando le tecniche altamente artificiose e puramente sperimentali della Fiv.

Anzitutto, infatti, i gameti femminili sono prodotti in alto numero, non per via naturale, ma con iperstimolazione ovarica, utilizzando “una vasta gamma di farmaci” (Flamigni), in particolare ormoni. Ne consegue, oltre ai danni per la donna, che già il 40/50% degli oociti così ottenuti abbiano cariotipo alterato. Il seme maschile non può essere usato così come è, e va quindi “purificato” (centrifugazioni). A questo punto gli oociti vengono spesso sottoposti a manipolazioni invasive che consentano allo spermatozoo di penetrare: PDZ (parziale dissezione della membrana pellucida dell’oocita, tramite laser o sostanze chimiche); SUZI (iniezione dello spermatozoo sotto la zona pellucida); ICSI (iniezione dello spermatozoo tramite siringa)…

Cosa significa tutto ciò: che le membrane dell’oocita avrebbero il compito, in natura, di selezionare, tra milioni, lo spermatozoo più vitale, migliore, più sano, facendo penetrare solo lui ed escludendo gli altri; invece con tali tecniche, essendo la mobilità e la sanità dello spermatozoo scarsa, se ne determina dall’esterno la penetrazione, ferendo la membrana e eliminandone la funzione naturale di barriera. Con l’Icsi, inoltre, vi è un intervento ancora più intrusivo, perché uno spermatozoo a caso, non selezionato (non è possibile farlo), probabile portatore di anomalie cromosomiche, viene iniettato con un microago nell’ovulo, compiendo una operazione traumatica di cui non si conoscono ancora gli effetti, eccetto i più intuibili: “il rischio che i bambini siano sterili come il padre” (Testart); il rischio “di malattie degenerative riguardanti il sistema nervoso o i muscoli” (Flamigni).

Poi i gameti vengono deposti nella provetta, mezzo di coltura che ha l’ingrato compito di riprodurre la tuba: il problema è che si tratta di una riproduzione tanto incerta da variare col variare dei medici e degli anni (Flamigni), accusata di “provocare un cambiamento nell’espressione dei geni”. Per questo molti embrioni coltivati in vitro muoiono precocemente. Nei mezzi di coltura inoltre “il metabolismo dell’embrione e il suo sviluppo risultano notevolmente rallentati”(Carbone). Salta, infine, il cosiddetto “colloquio crociato”, che è il continuo scambio di messaggi ormonali con cui l’embrione e la mamma comunicano tra loro, e attraverso cui avviene la produzione da ambedue le parti di proteine necessarie al regolare sviluppo dell’embrione fino all’impianto. A questo punto gli embrioni sopravvissuti, se non necessitano di un’ ulteriore manipolazione (con annesse controindicazioni) che faciliti l’annidamento, possono essere impiantati in utero (avendo saltato il naturale passaggio in tuba). Occorre però più di un embrione, per avere qualche possibilità di successo. Perché? Lo abbiamo visto: oociti con cariotipo alterato, seme maschile non selezionato dalla natura, manipolazioni invasive, colloquio crociato assente, mucosa dell’endometrio uterino che non ha potuto svilupparsi in sincronia con l’embrione, metabolismo rallentato…

Sintetizzando: la “ridotta vitalità dell’embrione e la scarsa recettività dell’utero” determineranno, spesso, il non attecchimento, gli aborti spontanei, la mortalità perinatale e neonatale, uno sviluppo anomalo; nel 15% circa dei casi nascerà un bambino, quasi un “sopravvissuto”: in che modo e con quali conseguenze fisiche e psicologiche? Alle difficoltà elencate, si aggiungano una serie di variabili, quali gli eventuali errori del medico nel dosaggio degli ormoni, nel tempo scelto per il prelievo degli oociti, nelle manipolazioni, nell’evitare sbalzi di temperatura nella fase di transfer degli embrioni…Va infine ricordato che la crioconservazione degli embrioni aggiungerebbe ulteriori fattori di rischio, in quanto nella fase di scongelamento circa il 30% muore, mentre i rimanenti, destinati all’ impianto, presentano, come è ovvio, perdita di vitalità e cellule danneggiate (fonti: Carbone, “La fecondazione extracorporea”, ESD, ottimo per sinteticità e completezza; Flamigni, “La procreazione assistita”, Il Mulino; Serra, “L’uomo-embrione”, Cantagalli).

Citotec, Ru, e aborti clandestini sempre più diffusi.

Ancora non sappiamo cosa succederà in Italia con la famosa kill pill, la Ru 486, di cui tanto si è parlato negli anni scorsi. Sicuramente l’opera paziente e tenace di Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella per stanare le mille bugie diffuse intorno a questo veleno chimico, hanno contribuito a placare le urla dei sostenitori dell’aborto veloce, indolore e a misura di donna. Qualcuno si deve essere accorto che c’è chi vigila, ed avendo le cartucce un po’ bagnate sta valutando attentamente il da farsi.

Anche nella mia città, dove la somministrazione era cominciata con Emilio Arisi, prima in sordina, poi con squillo di fanfare, ora, non si sa perché, si è fermata. Forse hanno ragione Cesare Cavoni e Dario Sacchini, autori di una dettagliatissima analisi, La vera storia della pillola abortiva RU 486 (Cantagalli), quando spiegano che “senza la stampa, la RU 486 sarebbe rimasta nei cassetti dei ricercatori. Senza la stampa i governi (specie quello americano e francese) non sarebbero mai intervenuti nella vicenda. Senza i titoli a nove colonne, che andavano annunciando una rivoluzione farmacologia senza pari in seguito all’invenzione degli anticoncezionali, i ricercatori che posero mano all’Ru 486 non avrebbero probabilmente avuto credito per proseguire nelle ricerche”. Sì perché la pillola indigesta è stata lanciata e resa digeribile a livello mentale, dalla propaganda assordante dei media, prima ancora che a livello farmacologico, rimanendo tuttavia un metodo, “neppure il più sicuro e neppure il più efficace e neppure il più scelto dalle donne e neppure il più inseguito dalle aziende e neppure il più amato dalle femministe e neppure il meno costoso”.

Ma mentre si aspetta, per capire cosa succederà, per vedere se una eventuale introduzione della Ru 486 aprirà finalmente la strada all’aborto casalingo e fai da te, per grandi e piccine, come desiderano alcune elite gnostico-nichiliste, sarebbe bene riflettere sul fatto che l’Italia è oggi un paese che, come ricorda il demografo Blangiardo, ha una abortività più bassa rispetto ai paesi dell’est, devastati dalla cultura comunista, ma più alta di Svizzera, Germania, Belgio, Olanda, Spagna e Finlandia, al punto che “siamo un paese che da trent’anni è sotto il ricambio generazionale”. Un paese che ansima, che pian piano muore di propria mano, e apre le sue porte, di una casa ormai vuota, ad un numero medio costante, se si vuole mantenere stabile il numero dei nati, di 450 mila immigrati l’anno (AAVV, “Legge 194”, Gribaudi 2008). Un numero sostenibile? Una prospettiva allettante?

Mentre aspettiamo che ci dicano qualcosa sulla RU 486, e dopo che i fatti di Genova hanno dimostrato, come ha ammesso Giovanni Monni, presidente dell’associazione ostetrici e ginecologi ospedalieri italiani, che il fenomeno degli aborti clandestini va ben oltre i 20 000 casi annui di cui parla l’Istituto superiore di sanità, sarebbe bene raccogliere l’allarme lanciato da alcuni insigni ginecologi italiani, come ad esempio Bruno Mozzanega, dell’Università di Padova, su un altro abortivo chimico, il Citotec (farmaco utilizzato solitamente come gastro-protettivo). Mozzanega è partito dall’esperienza personale maturata durante i turni di servizio come responsabile di guardia presso la Clinica ginecologica di Padova: nell’arco di un anno e mezzo si è trovato ad assistere personalmente ben nove pazienti che avevano assunto clandestinamente il Cytotec, al fine di procurarsi un aborto clandestino. “Le pazienti, scrive il medico, tutte straniere, presentavano quadri di emorragie con anemizzazione acuta e si erano pertanto rivolte all’ospedale pur avendo ricevuto tassative raccomandazioni di attendere a domicilio l’espletamento dell’aborto”, e due di esse erano “al limite stesso del pericolo di vita”. Una rapida ricerca su internet dimostra che l’utilizzo del Cytotec per abortire clandestinamente è piuttosto diffuso: vi sono siti abortisti che danno indicazione sul prezzo, e che raccontano nel dettaglio le modalità più singolari per ottenerlo, al mercato nero, dalla Cina, dalla Romania, o tramite Internet. Silvio Viale il medico radicale che ha rilanciato in Italia la Ru 486, ha scritto un articolo il cui titolo, “Cytotec: legittima difesa”, dice già tutto di cosa significhi in verità una mentalità del diritto all’aborto. “C’è un surplus di 12 mila aborti spontanei che risulta dai dati Istat e che nessuno sa bene cosa rappresentino”, conclude Mozzanega, confermandomi nell’opinione che dell'”aborto clandestino”, ora che la legge c’è, non interessa nulla a nessuno. Prima bisognava parlarne ad ogni piè sospinto, e occorreva inventare cifre astronomiche, pur di farsi sentire. Ora è meglio tacere.

In conclusione un breve pensiero che sorge spontaneo pensando alle infinite vittime dell’aborto e alla tristezza della nostra società: “Io ho quello che ho donato”, ha scritto D’Annunzio sulle pareti del Vittoriale, riprendendo un concetto ben più antico di lui. Il filosofo francese Luc Marion nota che “la vita, per sopravvivere, deve essere donata”, perché “non possiamo avere vita, dobbiamo riceverla”. Se è vero che oggi siamo sempre meno capaci di ricevere e di donare vita, allora è anche vero che, illusi di avere di più, più “diritti”, abbiamo, in verità, sempre meno. Non si ha, se non si dona.

p.s Dopo il caso di Genova (aborti clandestini a pagamento, per non perdere uno show televisivo), la notizia riportata ieri dai Corriere: aborti clandestini, (sino a che data? Come a Roma, sino anche al nono mese?) a Napoli, in cambio di sesso o di soldi, dai 500 agli 8000 euro!

La politica estera dell’Italia e degli Usa.

Per i grandi giornali la politica estera italiana è semplicemente filo-atlantica, filo americana. La realtà è molto più complessa e Berlusconi lo sa bene: non siamo più nell’epoca del bipolarismo, quando per essere liberi occorreva schierarsi con gli Usa, in funzione anti-sovietica perchè non c’erano altre opportunità. Tra il 1989 e il 1991 il comunismo è caduto ovunque, e gli Usa hanno cercato di approfittarne: dal bipolarismo, si credeva, si passerà all’unipolarismo. Una sola superpotenza: gli Usa. Si parlava del futuro “secolo americano”. Lo facevano Clinton e Bush, sr, indistintamente.

Erano gli anni in cui i sovietologi americani, tra cui la Rice, assicuravano che la Russia non si sarebbe mai ripresa. Certamente fu anche per questo, per consolidare la propria egemonia, che gli Usa attaccarono l’Iraq, zona strategica geopoliticamente, che confina con tantissimi stati, tra cui l’alleato turco, ma anche il nemico iraniano. E’ iniziata in quegli anni la corsa degli Usa verso oriente, speculare alla progressiva caduta dei sistemi comunisti. Si credeva che i vuoti di potere fossero facilmente occupabili, che il controllo dell’energia e del petrolio, fosse di per sé una garanzia di potere e di successo globale. Ma non è stato così: la Russia è rinata, contro ogni previsione, “grazie” all’operato dittatoriale, ma efficacissimo, di Putin. Costui è diventato così la bestia nera di molti occidentali, i quali si scandalizzano per l’eliminazione di alcuni avversari politici, dimenticando che nella storia della Russia dell’ultimo secolo, zarismo e comunismo compresi, Putin è stato l’uomo politicamente più efficace e “misericordioso” (pochissime le morti da lui decretate, rispetto ad alcune migliaia di oppositori, eliminati dagli zar, e ai milioni di morti di Lenin e Stalin). La Russia ha cercato pian piano di arginare la propria crisi interna, anzitutto investendo, anche economicamente, sul rilancio della famiglia ed anche limitando fortemente il ricorso all’aborto, che minava la forza demografica del paese. Inoltre è tornata in possesso delle sue materie prime, del gas e del petrolio, che durante l’epoca di Eltsin erano stati venduti ad alcuni oligarchi, personaggi che dal nulla si erano ritrovati, grazie all’amicizia giusta, con in mano proprietà immense, del popolo russo.

Nel frattempo, dopo la I guerra del Golfo, interrotta da Bush senior senza toccare Saddam (forse perchè Bush senior aveva capito che controllare il paese era impossibile?), c’è stata la I I guerra, che si è rivelata assai più difficile del previsto, quanto a morti (già più di 4000 solo tra gli americani, senza contare feriti e suicidi) e ad esiti economici, politici, energetici. Sì, perché nel frattempo l’Iran, tradizionale avversario sciita dell’Iraq a guida sunnita, eleggeva un presidente fanatico e folle, che però non sarebbe forse mai arrivato a quel posto se la guerra in Irak non avesse in buon parte resuscitato revanscismi islamisti. Negli stessi anni della II guerra, parallelamente alla ripresa della Russia, gli Usa concludevano nel 2006 un accordo con la Bulgaria, per costruirvi una base militare per 2500 uomini. Progettavano inoltre basi nella città romena di Costanza, sul mar Nero, il raddoppiamento della base militare di Vicenza, e, infine, una base anti missilistica in Polonia e una stazione radar nella ex repubblica Ceca. Difficile non vedere, in questi movimenti, il desiderio di mostrare all’orso russo risorto la propria forza, e la possibilità di contare su paesi ex satelliti dell’Urss. Ma nonostante tali manifestazioni di apparente potenza, gli Usa si trovano oggi a mal partito: hanno perso gran parte della loro tradizionale influenza in America Latina, che hanno trascurato a vantaggio del Medio Oriente, credendo forse di poter contare su un protettorato sicuro e permanente; sono ingolfati in Iraq e in Afganistan, paese anche quest’ultimo assai strategico, sia perchè confinante con l’Iran sia perchè subito al di sotto della temutissima Russia; hanno una forte crisi interna, politica ed economica; devono affrontare il problema dell’Iran, che è divenuto una potenza regionale, anche perchè non più limitato dal vicino Iraq. A tutto ciò si aggiunga che il sognato unipolarismo-unilateralismo, deve fare i conti con il sorgere di nuove potenze che rendono il mondo sempre più multipolare: oltre alla già citata Russia, la Cina, disposta anche ad allearsi con i russi in funzione anti americana, e l’India, che ha spesso mandato alcuni segnali di insofferenza verso certe politiche Usa. In tutto questo scenario l’Europa non ha una posizione definita, perchè troppo debole. Cosa fa allora Berlusconi: si sbraccia con Bush, e, contemporaneamente, con Putin, provando la politica della pacca sulle spalle. Promette e sorride agli Usa, ma nello stesso tempo dichiara, col ministro Frattini, che una nuova guerra all’Iran sarebbe un disastro.

La stessa politica del 2001 insomma, quando Berlusconi non entrò in guerra al fianco di Bush, ma solo a guerra “conclusa” mandò degli uomini, col compito, però, di mantenere l’ordine pubblico. Della serie: un po’ sì, troppo no. E’ questa forse la politica più “realista” che si possa fare, dovuta anche alla posizione geografica del nostro paese, affacciato sul Mediterraneo, e alla vicinanza col Vaticano, che si è sempre opposto alle guerre nel Golfo e che lavora per una pace giusta in Medio Oriente. L’efficacia e l’ “ambiguità” voluta di una tale posizione è dimostrata dal fatto che in Italia Bush e Putin vengono in pellegrinaggio assai spesso, cosa che in passato era assolutamente inconcepibile. E che la Russia, sia sotto Prodi che sotto Berlusconi, continua a stringere partnership economiche con l’Italia. Il nostro paese rimane pur sempre un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, e attende che sia più chiaro chi governa il mondo, e chi governerà, dopo le prossime elezioni, gli Usa. Quanto al nuovo assetto del mondo, si può sperare che il multipolarismo prossimo venturo eviti nuove guerre e generi nuovi equilibri, ma potrebbe anche, nella corsa a chi vince, a chi anticipa gli altri, succedere il contrario. Speriamo proprio di no.

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