Francesco Agnoli

Le cifre sulla aborto: prima e dopo la legge 194.

Le cifre sull’aborto sono spesso oggetto di dibattiti e di svariate interpretazioni. Molti infatti si appellano proprio ad esse per sostenere il proprio apprezzamento o meno per l’efficacia della legge 194/1978. Sarà dunque bene una breve analisi dei fatti, prima e dopo la legge 194 in Italia.
Possiamo partire, per una comprensione più ampia, da Bernard Nathanson, il celebre medico americano fondatore a New York della “Lega d’azione per il diritto all’aborto”, nel 1968, e direttore, all’epoca, della più grande clinica per aborti del mondo, il Crash. Costui, dopo aver effettuato, tramite i suoi medici, ben 75.000 aborti, di cui 15.000 di sua mano (“ho fatto abortire i figli dei miei amici, colleghi, insegnanti e conoscenti”), ha riveduto le sue posizioni, divenendo un difensore della vita sin dal suo concepimento. Ha così iniziato a raccontare, nei suoi libri e nelle sue conferenze, le tecniche propagandistiche tipiche degli abortisti di tutto il mondo, usate a suo tempo da lui stesso, volte a capovolgere e indirizzare l’opinione pubblica. La modalità principale, racconta nei suoi scritti, era quella di fornire “sondaggi fittizi”, nei quali il numero dei favorevoli all’aborto veniva volutamente gonfiato, allo scopo di rendere “normale”, accettabile, l’idea stessa dell’aborto: “il pubblico, al quale dicevamo che tanti erano per l’aborto, mutò opinione, e diventò davvero favorevole all’aborto” (Il Foglio, 23/4/2005).
L’altro argomento usato come grimaldello per scardinare il buon senso comune, racconta sempre Nathanson, era quello degli aborti clandestini: bastava urlare ai quattro venti che le donne, anche senza legalizzazione dell’aborto, abortivano ugualmente, in modo clandestino, senza alcuna sicurezza per la loro salute, col rischio addirittura della vita. In tal modo poteva sembrare che la legalizzazione fosse in qualche modo un male minore, il tentativo di rendere almeno controllabile e più “sicuro”, per le donne, un fenomeno già esistente e, anzi, vastissimo. In realtà le cifre venivano gonfiate in modo incredibile, e si fingeva di conoscere qualcosa che di per sé era, per definizione, inconoscibile: il numero di aborti praticati, appunto, clandestinamente! Parlavamo di un milione di aborti clandestini l’anno, conclude Nathanson, quando ve ne erano, forse, 100.000!

La stessa tattica inventata da Nathanson e dai suoi compagni di strada, viene adottata in quegli stessi anni anche in Italia. Nel 1971 infatti il Psi presenta al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi sono in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno muoiono a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimane stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine sale, chissà come, a 25.000. Tali cifre vengono riprese come attendibili da tantissimi giornali (“Espresso”, 26/4/ 1970: tra gli 800.000 e i 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Corriere della sera” del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Il Giorno” del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…; “Alto Adige”, 31/10/80: da 850.000 a 1.200.000; “Corriere della sera”, 19/1/1981: 800.000). Le femministe diffondono anch’esse cifre improbabili: celebre lo slogan “Ecco cosa avete fatto voi, difensori della vita, 3 milioni di aborti clandestini, 20.000 donne morte”, che compare in quegli anni su molti cartelli durante le manifestazioni.

Per meglio inquadrare la vicenda ricorro brevemente a due libri scritti negli anni delle discussioni infuocate, prima che l’aborto fosse legale in Italia (1978): “Da Erode a Pilato” (Marsilio, 1973), di Giuliana Beltrami e Sergio Veneziani, e “L’aborto, un dilemma del nostro tempo” (Etas Kompass, 1970). Come ho scritto nel mio “Chiesa, sesso e morale” (Sugarco), “si tratta di testi favorevoli alla legalizzazione dell’aborto, la cui lettura risulta, soprattutto oggi, molto istruttiva. Nel primo si sostiene addirittura che in Italia, prima della 194, vi sono donne “che hanno abortito già dieci, venti volte”, in modo clandestino. Anzi, mentre nel mondo ci sarebbero circa un aborto ogni quattro nascite, in Italia è lecito ritenere che il rapporto sia invertito, e che vi siano nientemeno che “quattro aborti per ogni nascita”. Sebbene la cifra degli aborti clandestini non sia chiara, sostengono ancora gli autori, essa si muove certamente tra il milione e i tre milioni di aborti ogni anno. A pagina 33 si arriva addirittura ad affermare, dimenticando quello che si è scritto poco prima, che vi sono donne “che compiono, nel corso della loro esistenza, fino a trenta e più atti abortivi”: in fondo, infatti, il raschiamento di quello che viene definito semplicemente “uovo”, “non è più difficile né pericoloso di un’asportazione di tonsille”.

Il secondo libro raccoglie gli atti di un Congresso Internazionale sull’aborto avvenuto a Washington nel 1967. Vi si parla di alcune ricerche sugli aborti clandestini negli Usa, e le cifre ipotizzate vanno dai 160.000 aborti illegali annui ad un massimo di 1.200.000. Agli atti del Convegno è allegato un saggio di Carlo Smuraglia, cui spetta descrivere la situazione italiana: vi si apprende che il numero di aborti clandestini in Italia, attestandosi tra l’uno e i due milioni, sarebbe di gran lunga superiore a quello degli aborti in America, pur essendo gli Usa quattro volte più popolati!”. Questa dunque è la qualità del dibattito sull’aborto in quegli anni: tutti sparano cifre, allo scopo di rendere la legalizzazione dell’aborto un evento inevitabile. L’Espresso del 9 aprile del 1967 arriva a sostenere che “nella sola provincia di Milano gli aborti clandestini sono almeno 50.000 al mese”, il che significa 600.000 all’anno! In tutta Italia sarebbero 4 milioni!

La verità è che studi seri in Italia, in quegli anni, ve ne è uno solo, a cura del professor Bernardo Colombo, demografo dell’Università di Padova, scritto con l’ausilio di altri due professori della medesima università, entrambi docenti di Statistica, i professori Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi. Lo studio è intitolato “La diffusione degli aborti illegali in Italia” (1977), ed è una analisi attenta e precisa di tutte le “voci” e i dati parziali sull’aborto clandestino. Colombo dimostra che le cifre proposte dagli abortisti sono false con varie argomentazioni, ad esempio sottolineando come per mantenere la media di 1 milione di aborti clandestini annui è necessario che almeno il 50% di tutte le donne italiane in età feconda abortisca esattamente 5,3 volte nell’arco della propria vita riproduttiva. La cifra che lui propone come attendibile è quella di 100.000 aborti clandestini annui tra il 1970 e il 1975, e forse anche meno. Nel 1978 entra in vigore la legge 194 sull’aborto.

Ebbene, nel 1979 gli aborti legali sono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! Come è possibile che gli aborti siano diminuiti, ora che sono legali, gratuiti, liberi nei primi tre mesi, mentre prima erano illegali e determinavano punizioni penali per il medico e per la donna? Quanto poi alle donne morte per pratiche clandestine basterebbe consultare, per esempio, il Compendio Statistico Italiano del 1974: vi si legge che in Italia, nell’intero anno, sono morte 9.914 donne tra il 14 e i 44 anni, e cioè in età feconda. Fossero decedute anche tutte per aborto clandestino, cosa assolutamente assurda, non sarebbero comunque né 20.000 né 25.000!

Sulle cifre dell’aborto si discute anche per quanto riguarda l’efficacia della 194 negli anni. Il professor Flamigni, e come lui molti altri, afferma: “la legge 194 è una legge che ha dato buona prova di sé ,che ha diminuito il numero degli aborti in modo significativo (erano 234
.000 nel 1982 e sono stati 129.000 nel 2005)” (l’Unità, 10/1/2008). Similmente si esprime l’ex ministro della salute Livia Turco: ” Grazie alla 194 le interruzioni di gravidanza tra le donne italiane sono diminuite del 60% dal 1982″ (Io donna, 26/1/2008). Si tratta dunque di una opinione diffusa, che però non corrisponde a verità. Anzitutto la legge 194 è entrata in vigore nel 1978: perché allora contare la diminuzione degli aborti dopo il 1982? Cosa è successo tra il 1978 e il 1982? Come fingere che questi anni non esistano? Le cifre ufficiali parlano chiaro: dai 68.000 aborti del 1978 (metà anno), si è passati ai 187.752 del 1979 (mentre mantenendo la media dell’anno prima avrebbero dovuto essere 134.000, cioè 68.000 per due), ai 220.263 del 1980, ai 224.377 del 1981, ai 234.377 del 1982.

Una crescita costante, dunque! Addirittura sappiamo che gli aborti sono cresciuti notevolmente, mese per mese, già a partire dal primo semestre di applicazione della 194, cioè la seconda metà del 1978, che ha appunto visto un grosso aumento del ricorso all’aborto soprattutto negli ultimi due mesi dell’anno! Dopo il 1982 è iniziata una leggera flessione, sino ai 191.469 aborti del 1987: cifra quest’ultima che si attesta comunque al di sopra del dato iniziale del 1978 e del 1979. Se ne deduce quindi che la 194 ha inizialmente aumentato gli aborti, che sono rimasti ad un livello molto alto sino al 1987, e che hanno iniziato a calare significativamente solo più avanti. Ma perché col tempo gli aborti sono diminuiti sino ai 129.588 del 2005? In base a quanto si è visto, e tenendo conto del fatto che la 194 è stata applicata sempre con gli stessi criteri, senza modifiche, è impossibile pensare che una legge che sino al 1982, e anche dopo, ha determinato un progressivo aumento degli aborti, abbia, sempre lei, determinato poi un flusso inverso.

Gli esempi di altri paesi ci vengono incontro: sono numerosi gli Stati in cui l’aborto, dopo una impennata costante nei primi anni di legalizzazione, col tempo ha iniziato a diminuire. Dalla Russia, in cui il ricorso all’aborto è calato del 21% negli ultimi cinque anni, senza che intervenisse nessuna modifica legislativa, alla Croazia, che ha visto crollare gli aborti dell’88% negli ultimi anni, anche in questo caso senza nessuna modifica legislativa. Anche negli Usa si registra lo stesso fenomeno: dopo la legalizzazione dell’aborto nel 1973 il ricorso a tale pratica è via via cresciuto, sino ad 1,6 milioni di aborti nel 1990. Nel 2005 invece gli aborti sono stati 1,2 milioni: non erano mai stati così “pochi”. Perché, visto che in tutti questi casi, come si diceva non è cambiato nulla dal punto di vista legislativo?

A determinare la diminuzione degli aborti, in Italia come altrove, sono stati altri fattori: da una parte la maggior consapevolezza nelle persone della drammaticità dell’aborto, permessa sia dalla maggior conoscenza dello sviluppo fetale sia dai sempre più numerosi studi sul trauma post aborto nella donna. Dall’altra occorre che vengano considerati alcuni fatti: è diminuita la fertilità generale; sono diminuite le coppie in età fertile; è aumentato enormemente il ricorso alla pillola del giorno dopo, con potenzialità abortive; sono rimasti gli aborti clandestini, di cui non si conosce l’entità, e che la legge 194 ha depenalizzato rispetto al passato; aumentano i bambini salvati dalle associazioni di volontariato; non mancano numerosissimi casi, che vengono alla luce solo di rado, di aborti procurati sistematicamente spacciati per spontanei, o di medici che spingono le donne ad abortire nei loro centri privat…Ma soprattutto: in Italia dal 1995 circa, pur essendo leggermente diminuito il numero degli aborti totali, è rimasto invariato, ed è anzi in certi anni cresciuto, il tasso di abortività….

L’evoluzione possibile.

E’ uscito recentemente il libro “Caso o disegno” (Edizioni Studio Domenicano), con cui il cardinal Schoenborn fa seguito al suo famoso articolo sul New York Times del 7 luglio 2005.

Si tratta di un testo pregevole dal punto di vista filosofico e teologico, in cui si distingue l’evoluzione darwiniana come teoria scientifica, dall’evoluzionismo darwiniano come filosofia materialista che trae conclusioni indebite da osservazioni naturalistiche, arrivando ad affermare, come nel caso di Julian Huxley, che nel “pensiero evoluzionistico non c’è più bisogno e spazio per il soprannaturale. La terra non è stata creata, si è formata attraverso l’evoluzione…”. Il cardinale ribadisce anzitutto che la posizione cattolica, nella storia, sin dal medioevo, è quella che vede l’uomo come un microcosmo, cioè “un essere di confine che unisce in sé tutti e due i mondi, quello spirituale e quello materiale”. Chiarito ciò, ribadisce che non esistono difficoltà “nel conciliare la fede in un Dio creatore con la teoria dell’evoluzione, ad una condizione, che si rispettino i limiti di una teoria scientifica”.

L’idea fondamentale cui il cristianesimo non può abdicare è quella di creazione: l’universo è opera di un Dio trascendente, il quale, oltre a creare, “conserva nell’essere tutto ciò che ha creato”, tramite una “creatio continua”, un condurre a compimento la sua opera. Per il credente non vi è affatto bisogno di presupporre singoli atti creatori che si susseguono, con interventi continui di Dio. Basta altresì riconoscere il fatto che il Creatore dona “alle creature non solo l’essere, ma anche l’agire”, rendendo dunque le sue creature “cause secondarie”, concreatrici.

L’esempio adotto dal cardinale è illuminante: per ogni nuova vita umana Dio si serve dei genitori, che, procreando, cooperano col Creatore, divenendo appunto cause seconde, concause (e non cause uniche, assolute). Scrive Schoenborn: “Senza dubbio i genitori sono concause reali del nuovo essere umano. Essi però non ‘producono’ la nuova persona. La realtà davvero nuova che viene al mondo con un nuovo essere umano ha origine grazie a un atto totale al quale partecipano Dio e la creatura, ma non in parti uguali, bensì in modo tale che i genitori siano completamente causa, in quanto, per quanto li concerne, contribuiscono totalmente con quanto hanno di proprio, ed anche Dio sia completamente causa del nuovo uomo, in quanto Egli crea quello che solo l’atto creatore è in grado di creare: una nuova persona, immortale nella sua anima, unica nella sua vocazione di fronte a Dio”. Si potrebbe chiarire con un altro esempio: l’embrione, nato grazie all’unione di un uomo e una donna, contiene in sé, in potenza, un progetto che lo porterà ad evolversi in un uomo maturo, senza ulteriori interventi dall’esterno. Ha ricevuto così, da Dio come causa prima, e dagli uomini, come concause, l’essere e l’agire, che in questo caso è un evolversi, non casuale ma “intelligente”.

Il cardinale trova conferma all’idea, non certo nuova, delle concause, nel Genesi, in cui si legge che Dio ordinò: “le acque brulichino di esseri viventi”, e aggiunse: “la terra produca esseri viventi”. Chiosa il cardinale: ” non significa questo che Dio può agire anche tramite il mondo?”. Non significa che il mare e la terra possono essere stati il luogo d’origine di forme di vita create non direttamente, diciamo così, ma indirettamente, per evoluzione?

Un simile ragionamento, che porta all’idea di un disegno intelligente (che non significa teoria dell’Intelligent Design), opposto all’idea filosofica di “caso e necessità”, lo troviamo, oltre che nel celebre genetista F. Collins, anche in una vecchia intervista del celeberrimo Jerome Lejeune, scopritore della prima anomalia genetica, la trisomia 21, il quale, pur criticissimo verso la macroevoluzione darwiniana, affermava: “non bisogna credere che la Bibbia si oppone necessariamente al concetto di evoluzione. La Bibbia è anche il primo libro evolutivo poiché evidenzia le tappe della creazione. La cosa che più stupisce è che nella Bibbia appaiono dapprima gli animali marini, poi gli animali volanti, poi gli animali terrestri e da ultimo l’uomo. Sarebbe a dire che la Bibbia, in uno scorcio assolutamente folgorante, enumera la comparsa degli esseri viventi secondo l’ordine in cui noi li ritroviamo negli strati geologici”. Ma soprattutto, in perfetto accordo con la teologia del cardinale, aggiungeva: “se rileggete il testo della Genesi, che è assai interessante, la parola creazione ad opera di Dio è usata solo tre volte. Una volta per il cielo e la terra, una volta per l’uomo e poi è usata, verso la metà, per i grandi mostri marini. Per tutto il resto, si dice che la terra verdeggia, che il mare brulica di vita…non c’è un meccanismo che ci venga rivelato in quanto meccanismo creativo specie per specie. Così come c’è una grande libertà per il credente di dimostrare tutte le ipotesi evoluzioniste per sapere se coincidono con la realtà. Non possono essere in contraddizione con la Rivelazione, che afferma soltanto la creazione del cielo e della terra, che descrive come un atto creatore diretto di Dio, e la creazione dell’essere umano. Quando arriviamo all’essere umano e vediamo comparire bruscamente sul pianeta un bipede così simile agli altri, e che tuttavia per la prima volta è in grado di pensare, siamo ben obbligati a dirci che qualcuno gli ha insufflato qualcosa”.(“Studi Cattolici”, n. 188, 1976). Interessante: un gradissimo genetista, e un cardinale, perfettamente d’accordo, a partire dalla ragione e dalla Genesi.

Il 68 e l’ecologismo antiumano.

Il Sessantotto fu, tra le altre cose, l’esplosione di idee naturaliste che si erano diffuse già a partire dall’illuminismo, con l’ uomo secondo natura, il selvaggio buono, libero sessualmente, di Diderot, e, dalla metà dell’Ottocento, con la “cultura del sole e della luce”, come venne chiamato il nudismo in Germania.

Il nudismo, scrive George Mosse, riferendosi appunto a quegli anni, “fu soltanto un aspetto del più generale movimento per la ‘riforma della vita’ che cercava di ritornare alle cosiddette forme genuine della vita e di rigenerare l’uomo e la società attraverso il vegetarianismo, il rifiuto dell’acolismo, la salubrità della natura….”. I fondatori e gli ideologi di questo movimento, collocati solitamente nella “destra politica”, sarebbero spesso ricomparsi tra le file del nazismo, così più attento agli animali e alla Madre Terra che all’uomo, da realizzare leggi all’avanguardia nella difesa degli animali. Come all’epoca di Diderot, anche nel Novecento il “ritorno alla natura”, connesso ad una visone panteista, nascondeva una avversione alla morale cattolica, all’idea “innaturale”, perché culturale, del pudore, della fedeltà, della castità.

La natura veniva vista non come opera meravigliosa di Dio, come suo vestigio, ma come Uno-Tutto, come grande animale, di cui l’uomo sarebbe solo una parte, in nulla e per nulla diversa dalle altre. Di qui anche la credenza nella reincarnazione e in pratiche di tipo magico. Ebbene questa cultura sarebbe rispuntata, con grande vigore, proprio negli anni antecedenti al 1968, con la cosiddetta mentalità new age, o acquariana, che tanto influenzò la rivoluzione di quegli anni. “La mentalità acquariana, recita la ‘Guida internazionale dell’età dell’acquario’, fa denudare la gente, toglie al corpo nudo il puerile concetto di peccaminoso, insegna ad amare la Natura… La mentalità dell’Età dei Pesci (e cioè dell’era cristiana, ndr) è stata caratterizzata dallo sfruttamento e dall’inquinamento della natura”. L’Età dell’Acquario, inoltre, inaugura un’epoca di rivoluzione, in cui l’uomo, “con l’aiuto di esseri provenienti di molto lontano”, eliminerà il potere della Ragione, definita la “pazza di casa”, la “Grande Distruttrice”. In quest’ottica il cattolicesimo, che distinguendo tra un Dio personale e trascendente, come Logos, e la natura, dissacra quest’ultima, sarebbe la causa nefasta del progresso, del dominio dell’uomo sulla natura, della distruttiva rivoluzione scientifica.

Andrebbe dunque contrastato, anzitutto riscoprendo le credenze pagane, e tutto ciò che è “naturale”, dalla cristalloterapia, alla medicina alternativa, alla agopuntura, all’evocazione degli spiriti elementali, sino alle droghe, riconducendo così l’uomo alla sua origine unicamente terrestre. L’Oriente diviene così il paradiso perduto, il luogo dell’originaria verità smarrita, dell’armoniosa fusione dell’uomo con il Tutto. Un editore cult di quegli anni, oltre a fumetti pornografici, pedofili, omosessuali e sadomasochisti, e al dramma dell’aborto trasformato in ridanciano gioco dell’oca, “Il gioco dell’aborto”, pubblica con successo opere come “Andare in India” e “Andare in Oriente”, e cioè l’esaltazione della moda sessantottina e new age del viaggio in India, là dove il misticismo orientale si incontra con le tecniche di spersonalizzazione, i mantra e l’uso delle sostanze naturali allucinogene per “ampliare la coscienza”. Ecologia, panteismo, animalismo, riduzione dell’uomo alla sua parte materiale, sono dunque alcune delle idee del Sessantotto che hanno lasciato l’impronta nella nostra cultura odierna, sino a rendere legittime, consuete, normali, affermazioni come quella del verde Stefano Apuzzo: “il giorno in cui…l’uccisione di un animale verrà considerata alla stessa stregua dell’uccisione di un uomo è sempre più vicino” (“Stampa Alternativa”). Siamo, si badi bene, all’interno di quella cultura che afferma candidamente che “…l’aborto non è niente di più di un intervento medico ambulatoriale, come l’incisione di un foruncolo o la medicazione di una scottatura….” (“Ma l’amor mio non muore”, Arcana).

Ebbene, in questo contesto culturale particolarmente ricettivo, in cui “sorge la consapevolezza nell’uomo di non essere più importante di un albero, di un fiore, di un filo d’erba”, esce, proprio nel 1968, un testo di enorme successo, “La scimmia nuda” dello zoologo Desmond Morris. Vi si spiega, con il solito tono catastrofista-ecologista, che tra 260 anni l’umanità raggiungerà i 400 miliardi di abitanti, ma soprattutto che l’uomo è una “scimmia senza peli”, e nulla più. L’uomo, secondo Morris, avrebbe perso la pelle a causa del surriscaldamento dovuto alla fatica della caccia. Se così fosse, come nota Vittorio Marcozzi, gli animali predatori dovrebbero essere sforniti di pelliccia, e “gli uomini dovrebbero esserne più sprovvisti delle donne, perché cacciano di più”. La parola, invece, sempre secondo Morris, sarebbe il prolungamento della pulizia del pelame, e la religione la continuazione dell’atteggiamento di sottomissione degli individui più deboli verso il maschio dominante. Dopo questa amenità, Morris afferma l’utilità biologica, per l’uomo, della masturbazione, dell’ omosessualità, oltre che di spettacoli e letture sessualmente eccitanti. Loda gli anticoncezionali, perché è “improbabile che portino ad una promiscuità irregolare”, e infine afferma: “La soluzione migliore per garantire la pace nel mondo consiste nel promuovere la diffusione dei mezzi antifecondativi o dell’aborto”. L’aborto sia con voi, scimmie sudaticce, e in soprannumero: anche questo fu dunque uno dei messaggi del 68.

Libri di testo di storia faziosi.

Tempo addietro alcuni personaggi cercarono di proporre all’opinione pubblica il problema dei libri di testo di storia delle scuole superiori. Ci volle poco per sottolineare la faziosità di gran parte di quelli in circolazione, ma poi la discussione venne lasciata cadere.

Eppure il problema è grave: i testi scolastici sono afflitti da mentalità ideologica. Per questo la caratteristica più tipica è la classificazione semplicistica, la contrapposizione manichea, l’adozione di pregiudizi come chiavi di interpretazione onnicomprensiva. L’ideologia infatti non guarda la realtà, rifiuta di coglierne la complessità, non ricerca né tanto meno verifica. Per questo, solitamente, produce odio, gratuito. Eppure ha un “pregio”: incasellando tutto precisamente dà l’illusione di comprendere tutta la realtà. E’ così facile, anche per l’insegnante, catalogare, classificare, dividere fascisti e antifascisti, buoni e cattivi…

Eppure la verità è ben diversa, sia perché non tutti sono così etichettabili, sia perché, a ben vedere, tantissimi sono gli elementi di somiglianza tra le ideologie del Novecento, di destra e di sinistra. Basti pensare alla provenienza politica e culturale di Mussolini, leader del socialismo massimalista, direttore de l’Avanti, ammirato da Lenin come l’unico grande rivoluzionario italiano. Accanto a lui, al fondatore della destra fascista, troviamo numerose personalità provenienti dal mondo della sinistra, come Farinacci, dell’Unione socialista italiana, Arpinati, di provenienza anarchica, o, all’epoca dell’RSI, Bombacci, uno dei fondatori del PCI nel 1921. Analogamente si riscontrano tante suggestioni socialiste nel partito di Hitler.

Nei giorni di Weimar, nel caos generale, compare ad esempio un movimento di personaggi col volto dipinto e penne sul capo, detti “Uccelli Migratori”: sodomiti, nudisti, orientaleggianti, antenati degli indiani metropolitani. Di lì a poco finiranno nelle Sa di Hitler. In questi gruppi paramilitari nazisti vi sono forti convinzioni marxiste, sia perché molti degli aderenti provengono dai “Vecchi combattenti rossi”, sia perché il loro capo, il potentissimo Rohm, afferma: “Noi non abbiamo fatto una rivoluzione nazionale, ma una rivoluzione nazionalsocialista, e poniamo l’accento sulla parola socialista”. Il gerarca Goebbels sostiene la superiorità del bolscevismo sul capitalismo, mentre Gregor ed Otto Strasser, figure guida del nazismo nel nord della Germania, prevedono, nel loro programma, “il passaggio della grande industria in proprietà parziale dello Stato e dei comuni”. Inoltre, in ambienti nazisti, “si manifestava molta comprensione per la dottrina marxista della lotta di classe… (così che) il bolscevismo ed il nazionalsocialismo, visti come i due movimenti rivoluzionari del XX secolo, erano posti in così ampia misura su piani paralleli che il loro contrasto risultava esclusivamente nel fatto che Lenin avrebbe voluto con il mondo redimere anche la Germania, mentre Hitler avrebbe voluto redimere il mondo attraverso la Germania” ( E.Nolte, “Nazionalsocialismo e bolscevismo”, Rizzoli).

Questa breve premessa può aiutarci a capire un altro fenomeno: il passaggio, in Italia, a fine guerra , di moltissimi intellettuali dal fascismo ai partiti di sinistra, specie al PCI filo-sovietico. E’ un altro capitolo di storia che, sfuggendo alle classificazioni semplicistiche, viene occultato dai libri di scuola. Occorre invece riflettere, cercar di capire. Vi possono essere state persone che cambiarono opinione, cosa legittima, anzi, indice, spesso, di onestà intellettuale. In altri casi invece sarebbe semplicistico parlare solo di opportunismo: più esatto riconoscere l’intercambiabilità esistente, spesso, tra atteggiamenti ideologici apparentemente contrapposti. Dal fascismo, o dalle riviste fasciste, vengono Argan, Bilenchi, Bocca, Buzzati, Contini, Flora, Fò, Pavese, Pratolini, Quasimodo, Vittorini, Zavattini…

Fascisti duri e poi comunisti sono gli intellettuali e scrittori Malaparte, Cantimori, Bontempelli, Piovene, Chilanti, Santarelli, Fidia Gambetti, Lajolo…, alcuni dei quali passano da “La difesa della razza” a ruoli importanti ne “l’Unità”. Il buon Davide Lajolo, ad esempio, prima di diventare vice-direttore de “l’Unità”, affermava: “(Mussolini) è nella sala. La sala è piena di Lui. Non esistiamo che in Lui…bisogna guardarlo estasiati”. Poi i tempi cambiarono, e l’eroe divenne Stalin. Ma rimase spesso la mentalità ideologica, settaria, la stessa di molti libri di storia scolastici, e dei vari Camera-Fabietti che li scrivono.

Boom di bimbi prematuri, per fecondazione artificiale, a Trento.

Su l’Adige del 24 gennaio, un’intera pagina è dedicata all’aumento in città dei bimbi prematuri, in seguito all’apertura di un centro di fecondazione: “Un boom di neonati sotto il chilo”, è il titolo a sei colonne. La giornalista introduce così: “Negli ultimi anni, dopo l’apertura del centro di fecondazione di Arco, il numero dei neonati prematuri in provincia è fortemente aumentato”. Si tratta di bambini nati con peso bassissimo, dai 350 ai 750 grammi, con evidenti rischi per la salute presente e futura. Si parla di “nuove patologie”, di emergenze che il reparto di neonatologia non sa come affrontare, per mancanza di posti, di personale e di strumenti. Tra le patologie in aumento vi sono “asfissie neonatali, insufficienze respiratorie, infezioni e malformazioni”. Qualcuno avrà detto ai genitori che sono ricorsi alla fecondazione artificiale che questa è forse, spesso, solo la prima parte del calvario? Che le malattie e le malformazioni in seguito a fiv possono aumentare e degenerare col tempo? Che tutte le ricerche danno una percentuale di handicap nei figli nati con le metodiche artificiali del 9%?

Tettamanzi e i divorziati.

Ci scrive Tommaso Pevarello: “Mi ha fatto sorridere l’articolo del Corriere della Sera nel quale si interpreta il contenuto della lettera che il cardinale Tettamanzi ha scritto ai divorziati, come se fosse una novità clamorosa.

Mi ha fatto sorridere perchè il porporato, pur se a volte si è reso protagonista di alcune uscite che hanno suscitato qualche imbarazzo o perplessità, non ha fatto altro che ripetere quello che la Chiesa ha sempre sostenuto. E’ lui stesso che afferma: “La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni”. Dunque la Chiesa (non il solo cardinale Tettamanzi!) è vicina a tutti coloro che soffrono a causa della fine del loro rapporto nuziale. E prosegue: “Nell’eucaristia abbiamo il segno dell’amore sponsale indissolubile di Cristo per noi; un amore, questo, che viene oggettivamente contraddetto dal “segno infranto” di sposi che hanno chiuso una esperienza matrimoniale e vivono un secondo legame”. Nessuna novità: non è altro che il catechismo della Chiesa cattolica. La notizia è stata volutamente manipolata dal sopra citato quotidiano nel tentativo, assai disonesto, di porre in contrapposizione una concezione “buona e aperta” del cattolicesimo, contro una presunta deriva “autoritaria e chiusa” che la Chiesa avrebbe imboccato con Benedetto XVI.

Onestamente è un tentativo così patetico che si lascerebbe commentare da solo se non fosse che alla radice ci sta un progetto ben preciso: cercare di convincere l’opinione pubblica, credenti e non, che il Papa è una persona che nuoce gravemente alla salute della società, incapace di donare un sorriso, come se tutto il suo magistero si riducesse all’emissione di condanne.

Riporto qui a tal proposito, parte della risposta che il Santo Padre aveva dato ad un sacerdote in val d`Aosta che gli poneva la domanda sui divorziati risposati esclusi dall`Eucaristia. “Non oso dare adesso una risposta, in ogni caso mi sembrano molto importanti due aspetti. Il primo: anche se non possono andare alla comunione sacramentale non sono esclusi dall’amore della Chiesa e dall’amore di Cristo. Una Eucaristia senza la comunione sacramentale immediata non è certamente completa, manca una cosa essenziale. Tuttavia è anche vero che partecipare all’Eucaristia senza comunione eucaristica non è uguale a niente, è sempre essere coinvolti nel mistero della Croce e della risurrezione di Cristo. ? sempre partecipazione al grande Sacramento nella dimensione spirituale e pneumatica; nella dimensione anche ecclesiale se non strettamente sacramentale. E dato che è il Sacramento della Passione di Cristo, il Cristo sofferente abbraccia in un modo particolare queste persone e comunica con loro in un altro modo e possono quindi sentirsi abbracciate dal Signore crocifisso che cade in terra e muore e soffre per loro, con loro. Occorre, dunque, fare capire che anche se purtroppo manca una dimensione fondamentale tuttavia essi non sono esclusi dal grande mistero dell’Eucaristia, dall’amore di Cristo qui presente. Questo mi sembra importante, come è importante che il parroco e la comunità parrocchiale facciano sentire a queste persone che, da una parte, dobbiamo rispettare l’inscindibilità del Sacramento e, dall’altra parte, che amiamo queste persone che soffrono anche per noi. E dobbiamo anche soffrire con loro, perché danno una testimonianza importante, perché sappiamo che nel momento in cui si cede per amore si fa torto al Sacramento stesso e l’indissolubilità appare sempre meno vera. Da una parte, dunque, c’è il bene della comunità e il bene del Sacramento che dobbiamo rispettare e dall’altra la sofferenza delle persone che dobbiamo aiutare.”

Mi sembrano parole che nulla hanno da invidiare a Tettamanzi il Buono. Il fatto è che i paladini del laicismo integrale, che non hanno mai letto né i suoi scritti da cardinale, né quelli da pontefice, nello scontro frontale ne sono usciti a pezzi.”

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Zapatero e il totalitarismo della dissoluzione.

C’è qualcosa di violento e di irrazionale, in quanto sta facendo il premier Zapatero, e cioè nel suo tentativo di abolire, per legge, la realtà, i termini e i concetti stessi di “padre” e di “madre” (per aprire la porta all’adozione di figli agli omosessuali e ai transessuali).

Qualcosa che ha radici lontane, rintracciabili almeno a partire dall’epoca della guerra civile spagnola. In quegli anni terribili, in Spagna, il sangue scorre a fiumi, in un conflitto che sembra ripercorrere alcune tappe della rivoluzione comunista. Se in Russia i bolscevichi avevano sistematicamente eliminato gli zaristi, gli odiati borghesi, i credenti, e in un secondo tempo anche i vecchi “amici”, e cioè i socialisti rivoluzionari, i menscevichi, gli anarchici, e i contadini delle armate verdi, analogamente in Spagna il composito mondo della sinistra regola al suo interno, con estrema ferocia, le proprie divergenze, mentre fa fronte unito nella lotta contro il nemico comune, il cattolicesimo.

Le chiese vengono distrutte, incendiate a centinaia; tra il 1931 ed il 1939 vengono uccisi 13 vescovi e oltre 6800 religiosi; le tombe vengono profanate, scoperchiate e i cadaveri delle suore vengono rovesciati nelle strade e deturpati. Si procede addirittura alla fucilazione di statue rappresentati Gesù Cristo: azione simbolica, come lo era stata l’eliminazione delle statue di Notre Dame ai tempi della rivoluzione francese, per affermare una ribellione totale nei confronti del principio di autorità, così intimamente connesso al concetto di paternità, di ordine naturale, di legge, di limite. Non c’è Dio al di sopra dell’io, perché siamo “al di là del bene e del male”, urlano i rivoluzionari, esprimendo un concetto che non dispiace al dittatore tedesco Adolf Hitler, il quale non solo non si impegna molto volentieri al fianco dei franchisti, ma addirittura finirà per affermare, in uno dei suoi discorsi a tavola, che “se non fosse stato per il pericolo che il bolscevismo prendesse il sopravvento in Europa non avrei fatto niente per oppormi alla rivoluzione in Spagna: i preti sarebbero stati sterminati.”

Anche molti intellettuali europei si richiamano volentieri agli orrori spagnoli, come in questi stralci di un manifesto contemporaneo: “A partire dal 10 maggio 1931 (in Spagna) la folla ha incendiato le chiese, i conventi, le università religiose…Cinquecento edifici distrutti all’inizio non chiuderanno questo bilancio di fuoco…Distruggere con ogni mezzo la religione, cancellare fin le vestigia di quei monumenti di tenebre…Tutto ciò che non sia violenza quando si tratta di religione, di quello spaventapasseri che è Iddio, dei parassiti della preghiera, dei professori della rassegnazione, è paragonabile al patteggiamento con quel verminaio del cristianesimo che deve essere sterminato”. Tra gli autori vi sono Andrè Breton, Paul Eluard, Aragon: personaggi che dietro una patina di comunismo materialista, nascondono una grande passione per il mondo dell’irrazionale e dell’occulto. E’ la stessa dei poeti maledetti francesi, degli scapigliati italiani, e più avanti, di parte del mondo sessantottino e della controcultura. I tre sono vicini alle idee del Dadaismo di Tzara, esaltatore della “follia aggressiva” e del disordine, nemico di ogni logica e di ogni morale. Per loro, come per i nichilisti di tutte le epoche, “c’è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere”: eliminare i punti fermi, ogni principio, ogni riferimento oggettivo, per affermare il proprio io, l’immediatezza e la spontaneità violenta, impersonale ed irrazionale di ogni istinto. Non respingono, come superficialmente si sostiene, i mali dell’autoritarismo, né le stanche “convenzioni” morali borghesi, ma l’autorità insita nelle cose, ciò che si impone per natura, come ad esempio la famiglia, o il ruolo del padre: “Ogni forma di disgusto suscettibile di diventare una negazione della famiglia è Dada; la protesta a pugno di tutto l’essere intento a un’azione distruttiva è Dada…fiducia indiscutibile in ogni dio prodotto immediato della spontaneità: Dada” (M. De Micheli, “Le avanguardie artistiche del Novecento”, Feltrinelli).

Tutti e tre, Breton, Eluard e Aragon, avevano dato vita, nel 1924, al manifesto del Surrealismo: un movimento in cui il ribellismo si coniuga strettamente all’amore per la magia, i tarocchi, le droghe e le esperienze paranormali. I motti di questa avanguardia sono in fondo quelli che gli eredi del Surrealismo, i Situazionisti, avrebbero rilanciato, consegnandoli al ’68: “I vostri desideri sono la realtà” e “L’immaginazione al potere”. A questa storia e a questi slogans occorre rifarsi, per comprendere la “violenza” irrazionale di Zapatero e delle sue leggi.

Le radici del nazismo

Il cuore del pensiero nazista fu certamente il nazionalismo, alimentato altrettanto certamente, dalla durezza eccessiva usata dai vincitori della I nei confronti della Germania sconfitta.

Il popolo tedesco era stato umiliato e calpestato in nome di presunti ideali di giustizia e di pace, sbandierati poco credibilmente dalle nazioni imperialiste per eccellenza, l’Inghilterra e gli USA. quegli inglesi Il nazionalismo tedesco si manifesta come pangermanesimo, una dottrina nata già nell’Ottocento, insieme agli altri nazionalismi, e che mirava all’unione di tutte le genti germaniche in un unico stato, grande e forte.

Il pangermanesimo si scontrava così con l’ideale imperiale, sostenuto ancora dagli Asburgo d’Austria e dalla Chiesa cattolica, retaggio di quella cultura medievale che sognava una Christianitas universale, variopinta di usanze, lingue e costumi diversi, ma unificata dall’ideale religioso: lo scontro, assai duro soprattutto durante la prima, all’interno dello stesso mondo tedescofono, era tra quanti sostenevano l’esistenza di una possibile “fratellanza in Cristo” (“non esiste più né giudeo né greco” aveva scritto San Paolo) e quanti non ritenevano possibile alcun accordo e unione se non tra fratelli di sangue.

Il giovane Hitler si era dunque nutrito degli ideali pangermanici ed anti-imperiali e sognava di unire alla Germania (Anschluss) gli Austriaci della Repubblica Austriaca e i Sudeti, popolazione di lingua tedesca, unita ingiustamente al nuovo stato cecoslovacco. Rivendicava inoltre l’espansione ad EST verso la Russia e le terre slave, come creazione di un necessario “spazio vitale” per il popolo tedesco. Il nazionalismo pangermanista finisce in realtà per coincidere col razzismo: mentre il nazionalismo sostiene la superiorità di una nazione sulle altre, per lo più per motivi culturali, storici, religiosi…il razzismo, ben più estremo, sostiene invece la superiorità biologica, naturale, di una razza, quella ariana (che avrebbe la sua massima espressione nella razza germanica, nordica), rispetto alle altre, dando vita ad una vera religione del sangue (slogan: sangue e suolo, razza e sangue). Contrapposta alla razza ariana c’è, in particolare, quella semita, cui appartengono anche gli ebrei, in quanto discendenti di Sem: da qui il termine “antisemitismo” per indicare l’avversione del nazionalsocialismo nei loro confronti. Tale avversione ha radici complesse, in quanto si nutre sia di teorie razziali, materialistiche, biologiche, che di una lunga tradizione di pensiero cui appartneva anche in un ebreo tedesco come Marx, il quale era arrivato ad affermare: “Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual’ è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo dio mondano? Il denaro…Mammona è il loro idolo, essi lo pregano non soltanto con le loro labbra, ma con tutte le forze del loro corpo e del loro animo.. La terra ai loro occhi non è se non una Borsa, ed essi sono convinti di non avere quaggiù altra destinazione che quella di divenire più ricchi dei loro vicini…” (K.Marx, La questione ebraica, editori Riuniti, 1974).

Esposti molto brevemente alcuni capisaldi ideologici, occorre chiedersi quale fu il substrato culturale che funse da con-causa per l’affermazione del nazismo? Non bastano, infatti, a giustificare un tale fenomeno, né i motivi economici e politici già illustrati, né il semplicismo di quanti cercano di gabellare il popolo tedesco come un popolo di persone interamente in preda ad un’improvvisa follia e crudeltà collettiva. La grande differenza esistente, nonostante le semplificazioni, tra nazismo e fascismo, si spiega infatti, in buona parte, con le differenze culturali tra i due popoli, italiano e tedesco. L’Italia aveva infatti una cultura fondamentalmente cattolica, di cui anche Mussolini era imbevuto, e con cui doveva, anche suo malgrado, fare i conti.

Il popolo tedesco, invece, aveva nei suoi cromosomi, nella sua storia, nella sua cultura, il pensiero di Lutero e quello di Hegel, per citare solo due nomi molto influenti. Lutero, nativo della Sassonia, aveva contrapposto fortemente il mondo germanico a quello latino, stimolando, per opposizione alla Chiesa cattolica romana, un forte nazionalismo germanico; inoltre, col suo “Appello alla nobiltà cristiana della nazione tedesca”, aveva legato indissolubilmente potere spirituale e potere temporale, determinando la nascita di chiese di Stato, e quindi di concezioni assolutistiche del potere: Enrico VIII, proclamatosi capo della chiesa anglicana d’Inghilterra, fu il frutto di questa confusione di piani che portò alla nascita di figure dispotiche a cui si finì per riconoscere come normale, da parte della popolazione, un’infinità di diritti. L’età di Lutero è infatti quella in cui “si realizza lo Stato Assoluto…che si concepisce come comprendente in sé tutte le dimensioni dell’esistenza, anche quella religiosa” (Luigi Negri, Controstoria, San Paolo).

Non è un caso allora il fatto che “se si guarda la mappa elettorale del voto alle elezioni tedesche del 31 luglio 1932, si nota che nel Sud della Germania, prevalentemente cattolico, e nella Renania, anch’essa con alte percentuali di cattolici romani, il partito nazista in genere non superò il 19% dei voti e spesso si fermò anche prima: tanto per smitizzare il fatto che Monaco fu la culla del nazismo. ? nelle altre regioni, a grande prevalenza protestante, che Hitler sfondò: se si esclude Berlino, che bocciò drasticamente il futuro cancelliere, la Prussia e il Nord della Germania diedero allo Nsdap in molti casi la maggioranza assoluta. Il risultato fu un 37 e mezzo per cento a livello nazionale che consentì al F?hrer di forzare la situazione e salire alla Cancelleria nel gennaio successivo” (Corriere della sera, 14/1/2008).

Quanto ad Hegel, non si può dimenticare che questo mostro sacro del pensiero moderno, che fu professore a Berlino e sovvenzionato esaltatore dell’assolutismo prussiano, al punto da venir accusato di aver prostituito il pensiero al potere, nei suoi scritti più politici, aveva teorizzato una dottrina dello Stato come incarnazione di Dio, dell’Assoluto, arrivando a sostenere che “tutto ciò che l’uomo è lo deve allo Stato: solo in esso egli ha la sua essenza. Ogni valore, ogni realtà spirituale, l’uomo l’ha solo per mezzo dello Stato…Solo su questo piano, cioè nello Stato, possono esistere arte e religione”, per cui, come ovvia conseguenza, la moralità consiste nel vivere secondo le leggi del proprio Stato (scritti di Filosofia della storia, La nuova Italia, 1981). Non bisogna dimenticare che il suo pensiero in proposito, oltre che su Marx, influì anche in Italia, se è vero che un suo epigono, il filosofo Giovanni Gentile, insegnò al fascismo il concetto di “Stato etico”: “per il fascista tutto è nello Stato come la realtà vera dell’individuo, e nulla di spirituale esiste e tanto meno ha valore fuori dello Stato…lo Stato è creatore del diritto”, per cui “il fascismo è una concezione religiosa”.

Hegel, che esaltava i “popoli puramente germanici”, che soli hanno accolto la Riforma di Lutero, non fu soltanto il teorizzatore di questa visione dello Stato, bensì anche il propugnatore di un concetto di “superuomo” perfettamente concorde con la visione hitleriana. Hermann Rauschning, un nazista pentito, racconta che il dittatore amava ripetergli: “Seguo il cammino che la provvidenza mi indica con la sicurezza di un sonnambulo”. Hitler era infatti un uomo profondamente imbevuto di occultismo e di scienze esoteriche, iniziato alla setta segreta della Thule Geselschaft (vedi documenti), ed era profondamente convinto di essere l’uomo divinamente prescelto per salvare la Germania ed il mondo, dando vita a “cieli nuovi e terra nuova”. E molti, in quegli anni, ritennero che veramente fosse l’uomo inviato a risollevare le sorti disastrose della Germania, tanto che i paragoni tra lui e Gesù Cristo abbondavano nell’immaginario collettivo.

Ebbene Hegel, e dopo di lui i suoi seguaci, era solito spiegare ai suoi diligenti studentelli l’esistenza di uomini divini, “cosmico-storici” così descritti: “le nuove situazioni mondiali, le gesta che essi realizzano appaiono come loro creazioni, loro interesse e loro opera. Ma essi hanno il diritto dalla loro, perché sono i veggenti: essi sanno quale sia la verità del loro mondo e del loro tempo, quale sia il concetto, l’universale prossimo a sorgere: e altri, come si è detto, si riuniscono intorno alla loro bandiera, perché essi esprimono ciò di cui è giunta l’ora… e quel che fanno è quello che va fatto. Gli altri debbono loro obbedire, perché lo sentono…Questi individui soddisfano dapprima se medesimi: non agiscono affatto per soddisfare gli altri…ma resistere a questi individui cosmico storici è impresa vana”.

Per capire dunque perché il popolo tedesco abbia seguito il suo Fuehrer, anche nella sconfitta, sino alla fine, dobbiamo tenere conto sia di quella mentalità violenta ed ideologica sviluppatasi all’inizio del novecento ed inasprita dall’esperienza bellica, sia degli eccessi a cui i vincitori si lasciarono andare nei confronti della Germania vinta, suscitando un inevitabile sentimento patriottico che Hitler seppe coagulare intorno a sé, sia, infine, del substrato religioso e culturale su cui il nazismo potè innestarsi. Esso fu infatti figlio, anche, della mentalità protestante , della statolatria di Hegel e della sua dottrina degli uomini cosmico-storici, teorizzata a sostegno dei grandi dittatori del passato, da Cesare a Napoleone, sia infine, ma l’analisi sarebbe troppo lunga, dell’evoluzionismo darwiniano, che sbocca nel razzismo biologico, e dell’anticristianesimo di Nietzsche.

Fine prima parte.

Lo facesti di poco inferiore agli angeli.

Si dice che Teresa d’Avila, meditando il padre nostro, si fermasse alle prime due parole, padre nostro, appunto, come un piccolo bimbo che dice solo “babbo, o mamma”, e non ha bisogno di dire altro, perché ha già espresso tutto; perché in quel dolci suoni vi è tutto il suo universo, tutta la sua fiducia, il suo totale abbandono.

Ciò di cui il bambino ha bisogno, il padre lo sa, e il bimbo, che invece non lo comprende appieno, si affida. Era sufficiente, per Teresa, pensare alla sua dignità di figlia di Dio, all’idea di avere un Padre che la amava, per lei, solo per lei, e per tutti, per sentirsi felice, serena, gioiosa, anche di fronte al dolore. Secoli più tardi Teresa del Bambin Gesù avrebbe fondato la sua spiritualità sull’abbandono, sulla fiducia in Dio, convinta che “tutto è grazia”, che anche nelle vicende più tristi della vita vi è un significato, che alla fine risplende, o che magari agli occhi degli uomini rimane occulto, ma si svelerà poi, alla fine di tutto, quando saranno resi noti i pensieri dei cuori e tutto si chiarirà, alla luce di Dio. Con queste convinzioni vivevano anche i contadini del medioevo, anche gli uomini di un tempo, quelli che videro carestie, pestilenze, quelli che assistettero a invasioni, e congiure, quelli per i quali la morte prematura, di un figlio, di una moglie, di un marito in guerra, non erano cose così rare…

Eppure costoro ritenevano per vere le parole del salmista: “ Che è l’uomo perché te ne ricordi?…Lo facesti di poco inferiore agli Angeli”. Che ci credessero ce lo dicono le poesie, le lapidi, le chiese grandiose, i canti della cristianità del passato: Rorate caeli desuper et nubae pluant Iustum… Dio era piovuto dal cielo e aveva preso dimora tra gli uomini, cioè gli uomini erano divenuti degni di Dio, a causa di una colpa, ma di una felix culpa. La colpa, insomma, rimaneva, il senso della propria miseria pure, ma accanto ad essa l’idea di una dignità, dell’uomo, veramente grandiosa. Non si chiamava, questa concezione, umanesimo, ma era sicuramente qualcosa di più, una visione dell’uomo ben più alta di quella degli stessi umanisti. Oggi, dopo i secoli della miscredenza e del dubbio, quest’idea sembra sempre più impossibile: siamo tutti orfani, vuoi perché siamo nati dopo i gulag e i lager, vuoi perché ci consideriamo, come J. Monod, “zingari al margine dell’universo”, cancri del pianeta, nient’altro che animali, “evoluti per caso”.

Per questo la speranza è una virtù che non ci appartiene più: crediamo di sapere, di aver indagato i misteri, le vie del Signore, di aver visto che non portano da nessuna parte, e, chiusi nel nostro bozzolo, come se la storia fosse finita, chiudiamo tutte le porte alla speranza, ridotta, come in Baudelaire, ad un pipistrello che non riesce ad alzarsi in volo, bloccato da un soffitto basso e marcito. Nella vita di tutti i giorni, l’assenza di speranza significa chiusura alla famiglia, ai figli, alla provvidenza; significa ansia per la carriera, necessità di avere tutto sotto controllo, calcolo e misura in ogni cosa, anche nell’amore. Siamo tanti personaggi ingessati, che non si fidano di nessuno che non hanno un padre celeste, e che avanzano “contando” sulle proprie misere forze. Per questo il papa nella sua enciclica ha voluto ribadire che “il cielo non è vuoto . La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno spirito che in Gesù si è rivelato come Amore”. In questo sta la nostra speranza, cioè la nostra certezza.

Questa posizione non è solo dei semplici e degli ignoranti. E’, ad esempio, anche quella di un famoso scienziato, Owen Gingerich, professore di astronomia e di storia della scienza all’Università di Havard, autore di un libro affascinante: “Cercando Dio nell’universo” (Lindau). Gingerich parte nelle sue riflessioni da Keplero, quando alla fine del suo “Harmonices mundi”, riecheggiando un salmo di lode, scriveva: “grande è il Signore nostro, grande è la sua sapienza, non ha confini; lodatelo voi, o cieli, lodatelo voi, o Sole, o Luna, o Pianeti, qualunque senso per percepire e qualunque lingua adoperiate per manifestare il vostro Creatore; lodatelo voi, o armonie dei cieli, lodatelo voi che osservate le armonie manifeste; loda anche tu, anima mia, il Signore creatore tuo finché vivrò…”.

Con la stesso entusiasmo di Keplero, secoli dopo, l’astronomo Gingerich fa le sue professioni di fede: afferma di credere “nel disegno intelligente” (ma non nell’ Intelligent Design), negli attributi di “origine divina”, “creatività, coscienza e consapevolezza, che è poi autoconsapevolezza: tutti caratteri essenzialmente umani”, e scrive: “sono persuaso della presenza, al di sopra e all’interno del cosmo, di un Creatore dotato di una intelligenza superiore. Credo inoltre che il contesto offertoci dal nostro universo, così ricco di elementi confacenti al genere umano e tale da permettere e da incoraggiare l’esistenza di forme di vita consapevoli, faccia parte del disegno e dello scopo di un Creatore”. E ancora: “può darsi che l’universo sia come una grande pianta il cui fine ultimo è dare vita a un piccolo bellissimo fiore. E può darsi che quel piccolo, bellissimo fiore sia proprio l’uomo”, mentre “gli evoluzionisti che rifiutano qualsiasi teleologia e che, nel dichiarare il loro credo in una sorte di roulette cosmica, parlano di un universo assolutamente privo di scopo, non stanno presentando un fatto scientifico dimostrato; essi, piuttosto, stanno difendendo le loro personali prese di posizione in ambito metafisico”.

Don Cristelli e i preti del dissenso, a Trento.

A Trento ci siamo abituati…da anni ormai una pattuglia di preti e di frati progressisti, vive contestando la Chiesa, cui dice di appartenere, per sposare le comode posizioni del mondo. Li abbiamo visti, questi preti disobbedienti, osteggiare in ogni modo il buon vecchio vescovo Sartori; li vediamo, ora, smarcarsi ogni volta, con una forte dose di superbia, dalla linea di Ruini e di Benedetto XVI.

Per carità, una certa libertà di giudizio, è propria del cristiano: ma l’opposizione dura, insistente, continua, a verità fondamentali della nostra fede, stupisce, scandalizza, disorienta. Un semplice richiamo del vescovo Bressan ha recentemente visto la reazione spropositata di padre Butterini, non col suo vescovo, in privato, ma sui giornali, contro il suo vescovo. Un modo di fare che farebbe inorridire il più normale degli impiegati, in lite col suo datore di lavoro. E’ sempre dai giornali che i Butterini, i Cristelli e diversi altri si schierano di volta in volta contro la posizione della Chiesa sulla legge 40, sui Dico, sul motu proprio, sulla revisione della 194, sulla teologia…su tutto. Ma se la Chiesa non gli piace per nulla, perchè ci stanno? Liberi di fare le valigie…di stare dove si trovano bene…

 L’ultimo scandalo, per il sottoscrito, è l’ennesimo articolo di don Vittorio Cristelli, già allontanato dal vescovo Sartori dalla direzione di Vita Trentina, ritornato poi allo stesso giornale in veste di opinionista (non di prete, nè di cattolico, a leggere i suoi articoli; anche qui, che obbedienza!). Riflettendo sulla moratoria contro l’aborto, Cristelli, come recita il titolo del suo articolo, parla di "rischio inutile". Livia Turco, Walter Veltroni, Giuseppe Caldarola, Stella Fabiani, per fare solo alcuni nomi di importanti personalità del PD, hanno ritenuto opportuno accogliere l’invito di tanti a ripensare, almeno un poco, una legge sull’aborto che permette di abortire anche 5 o 6 volte di seguito, come se l’aborto fosse un metodo anticoncezionale; che permette di abortire, nei primi tre mesi, come ebbe a dire Giuliano Amato, perchè si sta scrivendo un libro e non si vuole interromperlo; perchè il bambino, forse, ha il labbro leporino o due ditine dei piedi attaccate; che permette di abortire un feto già perfettamente formato, magari anche solo perchè non è del sesso desiderato, sempre, anche senza alcuna vera motivazione!

Ebbene, di fronte a questo orrore, a questo omicido orrendo, come lo ha definito anche il Vaticano II, Cristelli, dopo qualche affermazione di principio giusta, ma cui sembra non voler dare alcun peso, spiega che "è possibile anche per i cattolici scegliere il male minore. E l’aborto medicalmente assistito appare un male minore rispetto agli aborti clandestini". Dopo aver detto questo, Cristelli vuole soffermarsi su un "lato positivo provocato dalla legge": la nascita dei centri di aiuto alla vita. Si notino anzitutto l’espressione ipocrita e vergognosa: "aborto medicalmente assistito", dove il medico che aspira e fa a pezzetti il feto, diviene persona che assiste, si intende, il paziente! Si noti anche l’idea, ripetuta diverse volte nel corso dell’articolo, per cui l’aborto legalizzato sarebbe migliore perchè avrebbe sconfitto l’aborto clandestino! Ma cosa legge don Cristelli? Ma perchè scrive se non sa nulla dell’argomento di cui sta parlando? Vada presso un Cav, visto che dice di stimarli, ma forse lo fa solo per difendere la 194, e chieda loro qualche dato. Chieda loro se il bambino ucciso clandestinamente soffre di più di quello ucciso in clinica o se la donna che abortisce in ospedale non soffre della sindrome post abortiva (la avrà mai sentita nominare il nostro?).

I dati, per intanto, glieli fornisco io! La storia degli aborti clandestini è una ridicola menzogna, già raccontata mille volte, tra gli altri, dal dottor Nathanson, colui che portò l’aborto in Usa. Ha scritto Nathanson, in mille occasioni, che per ottenere al legalizzazione dell’aborto nel suo paese, lui e i suoi compagni raccontarono a tutti che gli aborti in Usa erano un milione, mentre in realtà non superavano i 100.000! Evidentemente sapeva bene che se l’opinione pubblica avesse conosciuto la vera cifra, non avrebbe spinto per la legalizzaione, ma semmai per aiuti, sussidi, interventi dello Stato a difesa della maternità! Invece, ingigantendo enormemente il numero degli aborti clandestini, si faceva credere alla gente che il problema fosse insolubile altrimenti e ormai endemico. La stessa, cosa, anzi molto peggio, hanno fatto gli abortisti indigeni. Come ho scritto due anni fa sul Foglio, senza mai essere smentito da nessuno, già nel 1971 "il Psi presentò al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi erano in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimaneva stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine saliva, chissà come, a 25.000. Tali cifre venivano riprese come attendibili da tantissimi giornali ("Corriere della sera" del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; "Il Giorno" del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…). Anche sotto la pressione di questi presunti dati nacque la 194, che legalizzò l’aborto. Se le cifre suddette fossero state vere, una volta divenuto lecito e gratuito, l’aborto si sarebbe dovuto diffondere ancor più. Invece nel 1979 quelli legali furono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! ".

Come fecero gli abortisti italiani a parlare di milioni di aborti clandestini, quando gli abortisti americani parlavano di un milione, mentendo, per un paese almeno 4 volte più popoloso? Come fecero a mentire così clamorosamente, quando l’unico studio serio fu quello del professor Colombo, demografo dell’Università di Padova, coadiuvato dai professori di statistica della stessa università, Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, che al termine del suo "La diffusione degli aborti illegali in Italia" ipotizzava per il nostro paese come cifra massima, i 100.000 aborti clandestini? Certo, se le letture di Cristelli sono sempre state le fonti abortiste, sull’Espresso del 9 aprile del 1967 avrebbe potuto apprendere che gli aborti clandestini erano 600.000 all’anno nella sola provincia di Milano e 4 milioni all’anno in Italia!

Possiamo ancora accettare queste menzogne e questo modo di affrontare i problemi? Può fare questo un sacerdote che scrive sul settimanale diocesano? E quando parla degli aborti clandestini, non dovrebbe ricordare che con la legge 194, che ha reso l’aborto qualcosa di culturalmente "normale" e "giusto", gli aborti clandestini esistono ancora in tutto il paese, determinando la morte di feti anche di otto o nove mesi? Basti un esempio per tutti, la celebre "clinica degli orrori" di Roma. Nel marzo del 2000 i giornali annunciarono, per il vero senza grande partecipazione, che in una clinica romana per aborti “i pezzi più grandi del feto venivano bruciati, mentre il resto veniva gettato nel water o nel lavabo”, in una sorta di “lavandino tritatutto”. Erano aborti anche forzati, di donne costrette ad abortire, di feti a sette, otto e nove mesi! Ma tutto questo, a Cristelli e compagnia, sembra secondario: il problema è che "la proposta di moratoria non diventi argomento coagulante di un fondamentalismo che ritiene di dover tradurre, sena mediazione, la morale cattolcia in legge civile e penale". Ma cosa c’entra la morale cattolica? Bobbio, Pasolini, Abbagnano, Baldassarre erano laici, contro l’aborto: ne ha mai sentito parlare? Infine un’ultima domanda: perchè non appoggiare, per una volta, un politico locale come Morandini, che si è limitato a chiedere un aiuto economico per le mamme che altrimenti abortirebbero per motivi economici?

Perchè, se tanto ama i Cav, invece di spendere l’articolo per una appassionata difesa della 194, non ha chiesto un aiuto a codesti Cav, che pur aiutando le donne sono in buon aparte ignorati dalla nostra ricca e sperperatrice amministrazione? Perchè nessuna proposta sulla prevenzione dell’aborto, almeno? Perchè, se per lui il problema sta tutto e solo nel clandestino o meno, non chiedere che la 194 rimetta pene serie per gli aborti clandestini, dal momento che ha depenalizzato anche quelli? Perchè…?

News dalla rete
  • Amy Coney Barrett: l’originalismo, la separazione dei poteri e i limiti all’arbitrio interpretativo dei giudici

    di Bilbo Baggings. Cos’è l’originalismo testualista, corrente interpretativa, di cui è esponente la giudice Amy Coney Barrett, appena indicata da Trump alla Corte Suprema, in sostituzione dell’icona liberal Ruth Bather Ginsbug? Leggi il seguito…

  • Se la Chiesa diventa ancella dell’ONU

    di Stefano Fontana. Covid, globalismo e sovranismo, vaccini, clima: nel suo Messaggio alle Nazioni Unite per il 75esimo della fondazione, papa Francesco affronta temi attuali ma adeguandosi al sentire dominante, senza alcun rilievo originale ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa. Leggi il seguito…

  • Il peccato originale della Barrett? Essere cattolica senza essere “adulta”

    di Eugenia Roccella. Per i democratici americani e per i media di casa nostra Amy Coney Barrett, la candidata proposta da Trump, non è adatta a diventare giudice della Corte Suprema americana, perché cattolica. “Il dogma vive dentro di lei”, disse con tono apocalittico una senatrice democratica, Dianne Feinstein, e tutti oggi citano quella frase, sottolineando come la Barrett sia contraria all’aborto a causa della sua fede. Leggi il seguito…

  • Super ex: Roma vaticana assomiglia a una corte pagana…

    di Marco Tosatti. Bergoglio ha governato 7 anni con il pugno di ferro verso i nemici (i cattolici fedeli al I comandamento, quelli convinti che “non uccidere l’innocente” sia ancora valido ecc…) e lasciando briglia sciolta ai presunti “amici”. Ora però accade che i suoi presunti amici, ora che il Capo non è più onnipotente, ma declinante, siano non solo ingombranti, ma anche divisi tra loro: le spartizioni non sono mai facili, tra briganti, e i regolamenti di conti, le vendette,  prima o poi arrivano Leggi il seguito…