Bilancio del culto dell’ateismo nel Novecento.

L’enciclica del papa sulla speranza e sulle malvagità dell’ateismo, è destinata sicuramente a fare rumore. Eppure, senza bisogno di un papa, la avrebbe potuta scrivere, solo in alcune sue parti, qualsiasi storico onesto e scrupoloso. Perché il concetto di fondo, e cioè la nascita delle più grandi tragedie della storia dall’ateismo è un dato di fatto difficilmente smentibile.

L’ateismo di cui parla il papa, non è certo l’ateismo “tragico”, come lo avrebbe definito Del Noce, proprio ad esempio di tanti uomini dell’Ottocento, da Baudelaire a Verlaine, passando per Huysmans, Oscar Wilde, Giovanni Pascoli, Eugenio Montale, Ungaretti ecc… Questo “ateismo”, ancora esistente, come è ovvio, è in realtà la ricerca di un senso, la volontà di “capire” e di penetrare nelle profondità della vita, senza riuscirci, o forse, meglio, senza riuscirci interamente. Nasceva da domande fondamentali, impossibili da evadere, che potevano magari rimanere senza risposta, ma che non cessavano comunque di “torturare” il cuore, come dimostrano le crisi religiose di tutti questi personaggi, alcuni dei quali approdati poi ad una Fede forte e convinta. Questi grandi autori che ho citato rappresentano la crisi delle certezze religiose di un tempo, ma non la sostituzione di esse con una ideologia, atea nell’apparenza, perché negatrice di Dio, ma religiosa nei modi e nelle manifestazioni.
L’ateismo di cui parla il papa e di cui lo storico dovrebbe analizzare i risultati, come ha fatto ad esempio recentemente Michael Burleigh nel suo “In nome di Dio” (Rizzoli), è l’ateismo assoluto che nega Dio e che cerca di organizzare il mondo senza di lui, costruendo, come possibile, già qui il paradiso sulla terra. E’ l’ateismo, per intenderci, del comunismo e del nazismo e di tutte le ideologie atee nate a partire dal Settecento, cioè dalla crisi della fede. L’ateismo, insomma, che assume connotati tali da diventare una vera e propria religione civile, secolare, con i suoi dogmi e la sua ortodossia, una religione di salvezza, terrena e non soprannaturale.
Da questo sistema di pensiero nascono i più grandi dittatori della storia: Lenin, Stalin, Hitler, Mussolini, le cui radici sono tutte nell’ateismo socialista da lui rivendicato per moltissimi anni, Pol Pot, Mao, Ceausescu, Hoha, Tito, Milosevic….
E’ innegabile: il Novecento, anzitutto, è il secolo dell’ateismo assoluto, ed è, non a caso, il secolo degli stermini di massa, delle guerre mondiali, e delle più grandi catastrofi umane della storia. L’ateismo così come si viene a configurare tra Ottocento e Novecento è, a ben vedere, una forma di religiosità immanente, che ha generato uno ad uno tutti gli ingredienti delle dittature totalitarie: il razzismo biologico (religione della razza), il nazionalismo (religione della patria), il social-darwinsmo, l’eugenetica, ed il social-comunismo. Prendete questi ingredienti – accomunati tutti dalla negazione più o meno esplicita di un Dio trascendente, dell’uomo come sua creatura, dotata di un’ anima immortale, e del peccato originale come limite dell’uomo-, mescolateli e avrete le ideologie di morte del secolo appena concluso.

Tutte incredibilmente simili. Cambiano solamente i dosaggi: un po’ meno socialismo e un po’ più razzismo ed eugenetica nel nazionalsocialismo, analoghe dosi di nazionalismo e un po’ meno eugenetica, nel comunismo, ovunque la politica e lo Stato al di sopra di tutto, al posto di Dio. Sempre, a fondamento, un’ idea, la negazione della Caduta originaria e la mondanizzazione della Redenzione: l’uomo può fare senza Dio, per costruire un mondo razzialmente puro, economicamente giusto, eugeneticamente sano, socialmente equilibrato….un mondo perfetto, divino, utopico, paradisiaco… Si vede bene, insomma, che di una fede si tratta: una fede tanto più intransigente e totalitaria quanto più concentrata sul qui ed ora, e cioè esigente nell’immediato. Non c’è spazio per il perdono, dinanzi all’ingiustizia; nè per la rassegnazione e la sopportazione, in quanto questi valori religiosi sottintendono una giustizia superiore, divina: il regno della giustizia è di questo mondo, e il potere si assume il compito di realizzarla, interamente. Così la gramigna non verrà separata dal buon grano, come nella parabola evangelica, alla fine dei tempi, come in ogni concezione di una giustizia trascendente, ma subito, appena possibile, dal dittatore di turno. L’uomo, per fare un altro riferimento ad un dogma religioso, non solo cattolico, non è macchiato dal peccato originale, che giustifica l’esistenza dell’imperfezione, dell’ingiustizia, e quindi anche della necessità della misericordia, sulla terra, ma è chiamato alla perfezione assoluta nell’aldiquà, e può raggiungerla, a patto che l’ideologia incaricata di farlo venga realizzata politicamente, economicamente, socialmente, a qualsiasi costo. Se il paradiso è a portata di mano, infatti, non là, ma qua, sarebbe delittuoso non realizzarlo. Se il compimento del desiderio dell’uomo di Bene e di Giustizia è attuabile solo e soltanto, in toto, in questa vita, è da pazzi non perseguirlo con ogni mezzo. L’uomo, le masse ideologizzate e secolarizzate del Novecento chiedono dunque alla politica, al partito, allo Stato, al dittatore, ciò che chiedevano, un tempo, a Dio, anzi di più: tutto, ma subito.

La creazione del mondo perfetto, dell’ “uomo nuovo”, per le ideologie, dunque, urge, incalza, preme: necessita al più presto l’eliminazione, tramite ghigliottine, gulag, lager e polizie segrete, ovre, gestapo, ceka e kgb, di coloro che ostano, che impediscono, che non comprendono, che complottano, che conducono la “controrivoluzione”, che, secondo l’articolo 58 del codice penale sovietico, riedizione della “legge dei sospetti” di Danton, sono solo sospettati di farlo…: in una parola di quanti meritano l’inferno, anch’esso, come il paradiso, trasferito paradossalmente nell’aldiquà. E’ per questo, per fare un esempio, che la guerra, o la violenza, che è lo stesso, sempre considerata un male, per quanto talora inevitabile (guerra di difesa), diviene un bene in se stessa: il vento che spazza lo stagno, di Hegel, la guerra che porrà fine alle guerre, per alcuni interventisti italiani della I guerra, “la sola igiene del mondo” per i futuristi, una esigenza di natura, per i socialdarwinisti, uno splendido cozzare di popoli, per i nazionalisti, la fine del passato oscuro e l’inizio di una nuova era, per tutti i rivoluzionari, da Mussolini a Mao…

Sempre per lo stesso motivo, ogni ideologia si afferma come un “mondo nuovo”, un “ordine nuovo”, un’era diversa, che data la sua origine non dall’evento salvifico della nascita di Cristo, ma, come avviene dalla Rivoluzione francese in poi, passando per il fascismo e il nazismo, dall’ascesa al potere, essa sì salvifica, dell’ideologia ateistica di turno. Al culmine del delirio, sotto l’ateissimo regime comunista di Pol Pot, causa di due milioni di morti su sette milioni di abitanti, in poco più di tre anni (1975-1979), si arriverà a ordinare per legge non solo il rogo dei libri del passato, ma financo delle fotografie de privati, affinché fosse cancellato anche il ricordo fotografico di come era il mondo prima dell’avvento del regime comunista dell’Angkar. In questo senso, evidentemente, la religiosità ateistica, profondamente secolare, temporale, non ha nulla a che vedere con quella autentica, che non è essenzialmente azione ma contemplazione; non manipolazione ma rispetto; non insofferenza e distruzione dei limiti ma loro riconoscimento ed accettazione; non trasformazione della società, tramite una alchimistica tecnica politica, ma tramite
la conversione dei cuori; non tensione alla eliminazione del male e del peccato, in generale, ma soluzione di un particolare male storico, o individuale…

Ma come la religiosità trascendente è totale, nel senso che orienta tutto l’uomo, la sua anima, le sue azioni, a Dio, rimettendo ogni cosa terrena al suo posto, dalla ricchezza, al potere, al dolore, dando ad ognuna il suo peso, assolutamente relativo, così la religiosità immanente è tentativamente totalitaria: avendo negato a priori l’essenza dell’uomo, l’anima, e Dio, identifica tutto l’esistente in ciò che è materiale e terreno e quindi coerentemente ritiene come soluzione di tutto la sola politica, che tutto controlla: la politica totalitaria dei regimi totalitari. Ha scritto giustamente Eric Voegelin: “Tutti i movimenti gnostici (tra cui anche comunismo e nazismo, ndr) mirano a recidere i legami dell’essere con la sua origine, cioè con l’essere divino e trascendente, per proporre un ordine dell’essere immanente al mondo, la cui perfezione sarebbe a portata dell’azione umana. Si tratta di modificare la struttura del mondo (avvertita come inadeguata) in maniera così radicale che da quella modifica emerga un mondo nuovo, di piena soddisfazione…Il mondo tuttavia resta quale a noi è dato e non rientra nelle facoltà umane la possibilità di cambiarne la struttura…” (Il mito del mondo nuovo). Similmente Augusto del Noce affermava: ” Per varie che possano essere le forme rivoluzionarie….il loro lato comune è la correlazione tra l’elevazione della politica a religione e la negazione del soprannaturale….alla liberazione religiosa si sostituisce la liberazione politica…il problema del male viene trasposto dal piano psicologico e teologico a quello politico e sociologico: i dogmi della Caduta e della Redenzione vengono trasferiti sul piano dell’esperienza storica” (Il problema dell’ateismo).

Ma analizziamo brevemente il nazismo, che delle ideologie totalitarie può essere considerato, insieme al comunismo, il vertice e il compimento. Scomponiamo brevemente i fattori che lo hanno contraddistinto. Anzitutto il nazionalismo, responsabile anche dello scoppio della I guerra mondiale, che con i suoi dieci milioni di morti, venti milioni di feriti, mutilati e nevrotici, e sette milioni di prigionieri e dispersi, rappresenta la più grande tragedia della storia sino a quel momento, senza alcuna possibilità di confronto.

Ebbene il nazionalismo è un figlio della Rivoluzione Francese, antitetico alla concezione cattolica, e cioè universale, che aveva caratterizzato l’Europa dell’Antico Regime. Nel Sacro Romano Impero, infatti, popoli diversi convivevano insieme, con lingue, storie e costumi differenti, in nome della comunità di ideali religiosi: cattolico significa appunto universale, e cioè aperto ad ogni popolo e ad ogni razza…. E’ a tutti noto che la I Guerra mondiale nacque dalle frizioni tra i nazionalismi tedesco, inglese, serbo, russo, inglese… Mi limiterò, per brevità, a qualche cenno al nazionalismo italiano, che fu interpretato da personaggi assolutamente nemici della Chiesa, e di ogni religiosità, come Francesco Crispi, alla fine dell’Ottocento, e Benito Mussolini, anticlericale anarchico e socialista, ai primi del Novecento, e poi duce del fascismo, di quella concezione dello Stato, cioè, per la quale “tutto è nello Stato e nulla di umano e di spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato” (evidente parodia laica del “Credo”). Gli interventisti, contro cui Benedetto XV si battè in ogni modo, prima con la diplomazia e poi denunciando “l’inutile strage”, furono tutti uomini delle elites, avversi alla visione cattolica dominante nel paese: il già citato Mussolini, Gabriele D’Annunzio, il socialista nazionalisteggiante Cesare Battisti, i nazionalisti Giovanni Papini ed Enrico Corradini, i futuristi di Marinetti, che predicavano lo “svaticanamento” d’Italia… Molti di questi, esattamente come nel resto d’Europa, utilizzarono il socialdarwinismo materialista per sacralizzare la selezione naturale e la lotta per la vita come legge della storia. Scrive H. Schulze, nel suo “Aquile e leoni. Stato e nazione in Europa”: “Alla base di tale concezione c’era la legge della natura, secondo la quale la lotta era di tutti contro tutti, la pace una illusione dei deboli, nel migliore dei casi un momento di respiro nel conflitto perenne per l’esistenza; a sopravvivere sono destinati solo gli esseri moralmente e fisicamente superiori. Per tutti i raggruppamenti politici e sociali valeva l’assioma che l’umanità non aveva come scopo la pace; ciò era vero per il concetto marxista (cioè ateo, ndr) della lotta di classe, come per l’idea nazional-popolare di un eterno antagonismo tra popoli e per la nuova ideologia emergente del conflitto tra le razze…politica vuol dire guerra, e la guerra è necessaria per bruciare i mali dell’epoca….non si tratta di una visione estremistica, ma è quanto si ricava dalla lettura di giornali e periodici, sia seri che a larga diffusone, pubblicati nell’arco di tempo tra il 1880 e il 1914 e che offrono al moderno osservatore una fonte inesauribile di dati relativi alla struttura fondamentalmente darwinistico-sociale del nazionalismo popolare del tempo nell’area anglosassone, in Francia, in Germania o in Italia. Quando, durante la guerra contro i Boeri il maresciallo britannico Roberts dichiarava che la lotta spietata tra le nazioni non era altro che una necessità biologica…ciò non era che un’eco di quanto scrivevano numerosi altri autori del tempo”, spesso biologi darwinisti prestati alla politica, come ha ben raccontato il celebre paleontologo evoluzionista S.J.Gould nel suo “I pilastri del tempo”.

Per tornare in Italia, Giovanni Papini, prima che la vita lo portasse a convertirsi e a rinnegare il suo passato, sulla rivista nazionalista Lacerba nel 1914 scriveva: “Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima delle anime per la ripulitura della terra….Siamo troppi. La guerra è una operazione maltusiana. C’è un troppo di qua e un troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla tavola…”. E Enrico Corradini, interpretando la stessa concezione ateistica e socialdarwinista, su Il Regno del 28 febbraio 1904, allo scoppio del conflitto russo giapponese, descriveva la guerra come “un grandioso e terribile fenomeno della natura, un cozzo di forze avverse primordiali ed eterne, irrefrenabili. E tali sono appunto le forze che conducono alle guerre le nazioni e le razze. Perciò dinanzi ad esse l’uomo civile è abolito e ritorna l’uomo sincero allo stato di natura”. I frutti del nazionalismo, già condannato da diversi papi, inutilmente, nelle loro encicliche, avrebbe dunque portato dapprima alla guerra e poi, nel dopoguerra, al fascismo, al nazismo e al “socialismo nazionalista” di Stalin, secondo la celebre definizione di Troskij.

L’altra componente del nazional-socialismo fu il razzismo. Non è qui il luogo per ripercorrere una ideologia che è comunque basata, essenzialmente, sul materialismo biologico: “sangue e suolo” era lo slogan dei nazisti, proprio a significare una prevalenza degli elementi naturali, materiali, fisici, sull’anima immortale (che veniva esplicitamente negata). Effettivamente il razzismo non era mai esistito nella storia dell’Europa cattolica, prima delle rivoluzioni culturali. Come ha ben raccontato Leo Poliakov nel suo “Il mito ariano” (Editori Riuniti), vi è una stretta correlazione tra il pensiero materialista e la genesi del razzismo; correlazione fondamentale tra negazione della co
mune figliolanza degli uomini, tutti creati da Dio, e l’idea che gli uomini siano invece originati da ceppi diversi, più o meno “nobili”, più o meno evoluti. Mentre lo scienziato cattolico Pasteur, alla fine dell’Ottocento, rivendicava l’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio, loro creatore, le ideologie atee sostenevano che la storia di Adamo ed Eva, con le sue implicazioni logiche, e cioè la fratellanza universale in senso cattolico, era una evidente falsità, perché in realtà la scienza dimostrerebbe l’ineguaglianza delle razze in base alla misurazione dei crani, degli arti, e al tentativo di ridurre l’uomo alla sua fisicità. Basti pensare a Voltaire, il famoso “apostolo della tolleranza”. Secondo costui l’idea cattolica secondo cui l’umanità deriva tutta da Adamo ed Eva, per cui siamo tutti “fratelli”, è una emerita sciocchezza assolutamente antiscientifica.

Al monogenismo biblico, che esclude di per sé qualsiasi razzismo, sostituì il poligenismo, cioè l’idea “secondo cui i diversi gruppi umani discendevano da numerosi e differenti antenati” (Francesco Maria Feltri). Il razzismo si nutrirà, anche dopo queste prime teorizzazioni, di una visione assolutamente atea, teoricamente o praticamente, della vita, una visione in cui non vi è alcuno spazio per un Dio creatore di tutti i popoli, ma solo per l’esistenza di popoli “superiori” e di popoli “inferiori”, di sangue, di luoghi, di colore della pelle, di predisposizioni naturali e genetiche e di ambienti operanti sull’uomo al di sopra della sua libertà…

Lo storico Gianni Gentile, parlando dell’imperialismo, afferma: “La cultura scientifica di stampo positivistico (cioè ateo, ndr) nella seconda metà dell’Ottocento aveva elaborato una teoria delle razze, secondo la quale a ogni razza venivano attribuite diverse basi biologiche che determinavano i vari comportamenti, anche dal punto di vista morale e dei costumi. Questa impostazione pseudoscientifica consentiva di stabilire una gerarchia che poneva la razza bianca al di sopra delle altre razze”.

Strettamente connessa al razzismo, troviamo l’eugenetica, che altro non è che l’antico sogno, utopico, e cioè ateistico, di creare una umanità perfetta, assolutamente sana, senza macchia, che evidentemente non ha bisogno di un Dio Salvatore e di una Redenzione. L’eugenetica è presente già nella Repubblica ideale, sostanzialmente comunista, di Platone, nella Città del sole di Campanella, anch’essa organizzata secondo criteri comunisti; nel sogno di alcuni maghi del Cinquecento, che credevano di poter applicare la selezione adottata per i cavalli, anche all’uomo. Soprattutto, l’eugenetica moderna, riporta ancora al nome del sedicente scienziato, ateo, Francis Galton, che nel 1883 coniò la parola “eugenics”, spiegando al mondo che tramite matrimoni selettivi e sterilizzazioni forzate si sarebbe creato l'”uomo nuovo”, sano e felice..

Non tanti anni più tardi Hitler, nel Mein Kampf, “dopo aver spiegato che lo Stato, la nazione, dovrà impedire ai malati o ai difettosi” di procreare, aggiungeva: “Basterebbe per seicento anni non permettere di procreare ai malati di corpo e di spirito per salvare l’umanità da una immane sfortuna e portarla ad una condizione di sanità oggi pressoché incredibile” . Del resto Rudolf Hess era solito definire il nazismo una “biologia applicata” , mentre lo studioso Lifton ha definito il nazismo come una “biocrazia”: ” Il progetto nazista si ispirava ad una visione di controllo assoluto del processo evolutivo sul futuro umano biologico. Facendo ampio uso del termine darwiniano ‘selezione’ i nazisti cercarono di arrogarsi le funzioni della natura (selezione naturale) e di Dio nell’orchestrare le proprie selezioni, la loro versione della evoluzione umana”.

Infine, in questa breve analisi, non si possono trascurare le radici anche socialiste, sia del fascismo, sia del nazional-socialismo, sia, evidentemente del comunismo. Il marxismo ateo, che influenzò tutti i tre i totalitarismi, con gradazioni diverse (ma non è questo il luogo per analizzare questo punto), rappresenta anch’esso, come ha giustamente scritto Lowith, una “forma secolarizzata del pensiero biblico”: “la lotta finale dei due campi ostili della borghesia e del proletariato corrisponde alla fede cristiana in una lotta finale tra Cristo e l’Anticristo nell’ultima epoca della storia, il compito del proletariato corrisponde alla missione storica del popolo eletto, la funzione redentrice universale della classe più degradata è concepita sul modello religioso della Croce e della Resurrezione, la trasformazione ultima del regno della necessità nel regno della libertà corrisponde alla trasformazione della città terrena nella città di Dio….”. Cosa abbia partorito la religione atea del marxismo, lo sappiamo tutti: dalla Russia, alla Cina, alla Cambogia, al Vietnam, ai paesi dell’America latina, si parla, almeno , di cento milioni di morti, secondo cifre, quelle del “Libro nero del comunismo” assolutamente prudenziali. Robert Conquest, nel suo “Il grande terrore”, accenna a 20 milioni di vittime solo durante il periodo staliniano, guerra esclusa. Gino Rocca, nel suo “Stalin”, parla di 5 milioni di morti solo nelle grandi purghe staliniane tra il 1937 e il 1938; A. Solzenitsyn, premio Nobel per la letteratura , parla di 66 milioni di morti in Russia tra il 1917 e il 1959, nel suo “Arcipelago gulag”…. Per nessuna epoca della storia, prima dell’affermarsi dell’ateismo assoluto, si possono solo lontanamente pensare le stragi e le malvagità create da nazismo e comunismo, e dalle loro appendici ideologiche (razzismo, eugenetica, socialdarwinismo). E’ una evidenza storica che nessuno può negare.

L’ateismo assoluto : una religione totalitaria.

L’ultima enciclica del papa è centrata sulla speranza, ma la parte dedicata all’ateismo del Novecento farà senza dubbio discutere. Eppure il papa, condannando l’ateismo assoluto (non certo l’ateismo "tragico" di chi ricerca e continua a domandare), e riconducendo ad esso gran parte delle atrocità del secolo appena trascorso, non fa che esprimere una opinione che qualsiasi storico potrebbe sottoscrivere. E’ un dato di fatto che i sistemi atei abbiano prodotto la I e la II guerra mondiale, cioè le più grandi stragi della storia dell’umanità, come pure le ideologie di morte del nazismo e del comunismo (e per molti aspetti anche del fascismo).

I grandi dittatori della storia sono tutti nel Novecento, nel secolo della decadenza e dell’ateismo assoluto, e sono tutti rigorosamente materialisti: Lenin, Stalin, Hitler, Mussolini, Mao, Pol Pot, Hoha, Tito, Milosevic…. Si tratta di un dato storico inconfutabile. Machael Burleigh, docente a Oxford e in varie università degli Stati Uniti, ha appena scritto per Rizzoli un poderoso saggio, “In nome di Dio”, in cui dimostra chiaramente che “negli anni successivi alla prima guerra mondiale l’Europa, gravemente provata dal conflitto, costituì un terreno di coltura per le appassionate predicazioni di fanatici visionari e di profeti che offrivano ‘religioni politiche’ alternative a quelle ufficiali. Sorsero così e si affermarono nel continente movimenti che riuscirono a dar vita a totalitarismi con aspirazioni onnicomprensive: il comunismo, il fascismo, il nazionalsocialismo, i quali, pur con diversità rilevanti tra loro, proponevano il paradiso in terra, la giustizia sociale, la creazione di un ‘uomo nuovo’. Il Partito veniva idealizzato, il Capo quasi divinizzato, investiti entrambi di una dimensione ‘sacrale’ nel corso di adunate e grandiose manifestazioni, producendo inevitabili scontri con le Chiese ufficiali”.

Burleigh, come tanti altri storici e filosofi, nota cioè come le ideologie atee del Novecento si siano poste come ricette di salvezza umana, con lo scopo di creare il paradiso sulla terra, facendo appunto a meno di Dio, e dando vita poi, nella realtà, all’inferno. Il minimo comune denominatore delle ideologie è infatti quello di presentarsi come surrogati del senso religioso, per proporre una via alternativa a quella della Fede per il raggiungimento della Verità, del Bene e della Giustizia. E’ un fatto che il nazionalismo nasca come “religione della patria”, il nazismo come “religione della razza e del sangue” (non certo dell’anima), il comunismo come religione dell’eguaglianza sociale ed economica, e che tutte queste idee abbiano una matrice atea e materialista. Si legga, a proposito, il celeberrimo saggio di Leon Poliakov, il grande storico del razzismo, “Il mito ariano” (editori Riuniti), in cui si spiega chiaramente che l’origine del razzismo poggia interamente sulla negazione della comune figliolanza degli uomini rispetto a Dio e sulla negazione del dogma cattolico della discendenza di tutti gli uomini da Adamo ed Eva (dogma che comporta la fratellanza universale, e che viene respinto dai primi teorizzatori del razzismo, in nome dell’esistenza di razze superiori ed inferiori che avrebbero dunque origini da ceppi diversi). Poliakov ricorda anche come il razzismo e l’eugenetica siano collegati ad una visione materialistica diffusa a partire dal Settecento, da antropologi, frenologi, antropometri, e da tutti quegli pseudo-scienziati materialisti che cercavano di stabilire la superiorità e l’inferiorità delle razze in base alla misurazione del cranio e degli arti, e cioè delle parti puramente corporali, convinti che l’uomo si esaurisse, appunto, in esse (mentre invece, differendo tra loro i corpi, solo l’anima può garantire l’eguale dignità degli uomini). L’uomo, le masse ideologizzate e secolarizzate del Novecento, si caratterizzano dunque per il fatto di aver abbandonato la Speranza in Dio e nella sua azione salvifica, e per averla riposta interamente nella politica, nel Partito, nello Stato, nel Dittatore. Chiedono ad essi ciò che chiedevano, un tempo, a Dio, anzi di più: tutto, ma subito (non essendovi più l’idea di una Vita ultraterrena). La creazione del mondo perfetto, dell’ “uomo nuovo”, per le ideologie, dunque, urge, incalza, preme: necessita al più presto l’eliminazione, tramite ghigliottine, gulag, lager e polizie segrete, ovre, gestapo, ceka e kgb, di coloro che ostano, che impediscono, che non comprendono, che complottano, che conducono la “controrivoluzione”, che, secondo l’articolo 58 del codice penale sovietico, sono solo sospettati di farlo…: in una parola di quanti meritano l’inferno, anch’esso, come il paradiso, trasferito paradossalmente nell’aldiquà. E’ per questo, per fare un esempio, che la guerra, o la violenza, sempre considerata un male, per quanto talora inevitabile (guerra di difesa), diviene un bene in se stessa: il vento che spazza lo stagno, di Hegel, la guerra che porrà fine alle guerre, per alcuni interventisti italiani della I guerra, “la sola igiene del mondo” per i materialisti futuristi, una esigenza di natura, per i socialdarwinisti, uno splendido cozzare di popoli, per i nazionalisti, la fine del passato oscuro e l’inizio di una nuova era, per tutti i rivoluzionari, da Mussolini a Mao… Sempre per lo stesso motivo, ogni ideologia si afferma come un “mondo nuovo”, un “ordine nuovo”, un’era diversa, che data la sua origine non dall’evento salvifico della nascita di Cristo, ma, come avviene dalla Rivoluzione francese in poi, passando per il fascismo e il nazismo, dall’ascesa al potere, essa sì salvifica, dell’ideologia ateistica di turno. Al culmine del delirio, vi è il regime comunista di Pol Pot, in cui tutte le religioni sono vietate, e la famiglia viene scientificamente distrutta; regime che sarà causa di due milioni di morti su sette milioni di abitanti, in poco più di tre anni (1975-1979), qualcosa di mai visto nella storia, e in cui si arriverà a ordinare per legge non solo il rogo dei libri del passato, ma financo delle fotografie dei privati, affinché fosse cancellato anche il ricordo fotografico di come era il mondo prima dell’avvento del regime comunista-salvifico, “escatologico”, millenaristico, dell’Angkar.

Il linguaggio di Garibaldi.

Stasera Angela Pellicciari, ai Salesiani di Trento, alle ore 20.30, ci parlerà del vero volto di Garibaldi . Su di lui basti questa citazione: in occasione dell’Anticoncilio di Napoli, riunito in opposizione la Vaticano I, scriveva ai suoi amici di opporsi al “concistoro di lupi che avrà luogo a Roma nello stesso giorno!”

E aggiungeva: “Qui nella contaminata vecchia capitale del mondo, si disputerà sulla verginità di Maria che partorì un bel maschio sono ora 18 secoli (e ciò importa veramente molto alle affamate popolazioni); sull’eucarestia, cioè sul modo di inghiottire il reggitore dei mondi, e depositarlo poi, in un Closet qualunque. Sacrilegio che prova l’imbecillità degli uomini che non regalano d’un pugno di fango il nero, che sì sfacciatamente si beffa di loro. Finalmente sull’infallibilità di quel metro cubo di letame che si chiama Pio IX….Un’altra volta, dal balcone del palazzo della Foresteria io dicevo a codesto popolo: Il più atroce nemico dell’Italia è il Papa!”. E infine, riferendosi al sangue di san Gennaro, lo definisce “umiliante composizione chimica, che gli impostori vi spacciano per sangue di S. Gennaro…” e urla: “non sarà bene di frangere per sempre quell’ampolla contenente il veleno! E i confessionali fatti a pezzi, e resi utili a far bollire i maccheroni della povera gente…non lasciate le vostre donne e i vostri bambini contaminarsi nella bottega dei preti” (Giuseppe Garibaldi, Memorie, Rizzoli). Questo era Garibaldi, e non è inutile, oggi, rivederne la mitica figura, almeno per amore della verità storica, ma anche per capire da dove deriva questo paese così diviso, così ancora poco italiano, per il quale valgono ancora le parole di Massimo D’Azeglio, secondo le quali, fatta l’Italia, restano ancora da fare gli italiani.

Amnada, Meredith e gli altri …

Accade talora che i miei alunni mi chiedano cosa ne penso di questa o di quella vicenda di sangue o di violenza. Ogni volta, a loro che conoscono persino i dettagli, mi tocca ammettere che non ho seguito gli avvenimenti. Quando avevo vent’anni, o qualcosa meno, dopo una indigestione di romanzi gialli, decisi infatti di non leggere più di omicidi, violenze, malvagità, per non lasciarmi affascinare dal gusto per il male, dalla curiosità disordinata per tutto ciò che è brutto e malvagio. Non volevo, insomma, passare il tempo a fantasticare sulle peggiori azioni umane, come se in esse si potesse trovare un divertimento, un qualcosa di piacevole e appagante. All’uomo, spesso, infatti, piace voltolarsi nel fango, sfruculiare nel male, nelle sue pieghe più profonde, come se esso non fosse, in realtà, terribilmente banale, uguale a se stesso, ripetitivo, e soggiogante. Il sesso fine a se stesso chiede sesso, la lussuria, lussuria, l’egoismo, egoismo, in un circolo infinito.

Eppure, derogando a questa mia decisione, ho letto, in questi giorni, qualche articolo sulla vicenda della povera Meredith, la ragazza assassinata a Perugia. E mi sono reso conto che la sua storia poterebbe essere utile per capire qualcosa. E’ la storia di un piccolo pezzo di mondo, non il “mondo piccolo” di Guareschi, ma il mondo cittadino, cementificato e senza Dio di oggi. Un piccolo pezzo di mondo, dicevo, perfettamente rappresentativo di tanti altri, sparsi qua e là, nelle nostre moderne Babilonie: abitato da giovani inquieti, sradicati, multiculturali, bianchi e neri, italiani e stranieri, tutti vacuamente insieme, alla ricerca del piacere, unico collante della loro momentanea “integrazione”. Gli ingredienti della loro vita sono presto detti: canne, sesso, discoteche, musica, quella musica assordante e continua, chiamata a sostituire il pensiero, e strategie per godere al massimo ogni sensazione ed ogni esperienza. Ingredienti, qui sta la banalità del male, che sono sempre i medesimi. Nel fare il bene, nel vincere le passioni, nel dirsi di no, al contrario, c’è sempre fantasia, originalità, personalità, libertà.

Nelle notti di Amanda, Raffaele, Meredith e compagni, notti in cui si cercava forse di dare un senso al giorno, trascorso invano, c’erano invece la noia, il tedio, l’inquietudine stanca e scialba che sfociano sempre lì, nella schiavitù dei sensi. E i sensi, come dicevo, non hanno libertà né fantasia: vogliono, bramano, desiderano, sempre, ciecamente, senza prospettive, voracemente. Sono a tal punto tirannici che persino di fronte al sangue, alla morte, proseguono nel loro capriccio, ripiegati su se stessi: dopo l’omicidio di Meredith, Raffaele e Amanda hanno continuato a divertirsi, a dedicarsi alle cose più futili e alle cose più grandi, il loro presunto amore, nel modo più futile possibile, mentre Rudy, che aveva con la deceduta una relazione, ma non una simpatia, né amore, è subito andato a passare la notte in discoteca, forse per dimenticare, forse senza neppure sentire questa esigenza. Tutti insomma in movimento, mossi dall’avida voluttà, e dalla disperata noia. Una storia per la quale calzano a pennello le riflessioni di Baudelaire, quando ricordava nella prefazione ai suoi “Fiori del male”, che “nelle cose ripugnanti troviamo delle attrattive; ogni giorno, senza orrore scendiamo di un passo verso l’Inferno”… E parlando del piacere, della voluttà, “divinità pagana”, aveva scritto: “Oh! Non rallentare il tuo ardore; riscalda il mio cuore intorpidito, o voluttà, tortura delle anime. O Dea, diffusa nell’atmosfera, fiamma che arde nel nostro sotterraneo! Esaudisci un’anima assiderata, che ti consacra il suo canto di bronzo…versami il tuo sonnifero potente nel vino informe e mistico, voluttà, fantasma dalle mille forme”. Deve essersi accorto, ad un certo punto, del “sonnifero potente”, della “tortura delle anime” che è la pagana voluptas, anche Raffaele, uno dei protagonisti della squallida vicenda, se sono sincere le parole che ha scritto al padre: “L’unico pensiero di Amanda è la ricerca del piacere, in ogni momento…Ma dopo queste esperienze, credimi papà, non toccherò più una canna in vita mia. Solo ora ho capito cosa significhi passeggiare all’inferno. E prego Dio che non accada più”. Se in tanto male e in tanta tragedia, almeno Raffaele avesse capito “la selva oscura” in cui si era smarrito, la banalità del male di cui si era infatuato, potremmo sperare che sia già iniziata un’altra storia, come per Dante, quando, descritto appena il suo traviamento interiore, aggiunge: “ma per trattar del ben ch’io ritrovai…”, iniziando subito a raccontarci, così, la sua rinascita.

La Pellicciari a Trento, per un sano revisionismo storico.

La storiografia ufficiale, quella dei libri di scuola, è sempre indietro di almeno cinquant’anni. Il tempo avanza, le ricerche si approfondiscono, argomenti intoccabili perdono pian piano la loro aura di sacralità, e finalmente si riesce a capire qualcosa di più, qualcosa che vada al di là della versione storiografica dei vincitori. Eppure, come dicevo, i libri della scuola superiore rimangono al palo, alle acquisizioni del passato, forse per paura di urtare, di rimettere in gioco, di fare quello che lo storico dovrebbe sempre fare: rivedere, approfondire, capire meglio, scrostare le interpretazioni ideologiche, i falsi storici, le narrazioni serve del potere…

Così, benchè gli storici conoscessero da tanti anni le iniquità commesse non solo dal fascismo, ma anche dalla resistenza, si sono dovuti attendere i libri di Gianpaolo Pansa, per poter tirar fuori dall’oblio pagine di storia volutamente seppellite dall’ideologia e dagli interessi di partito. Analogamente, benchè lo avessero vissuto da testimoni e da vittime migliaia e migliaia di italiani, si sono dovuti attendere cinquant’anni per poter leggere su pubblicazioni ufficiali la verità sui bombardamenti americani, diretti appositamente sui civili, avvenuti in Italia durante la seconda guerra mondiale; oppure, per fare un altro esempio, ce ne è voluto di tempo per avere la versione veridica di quello che accade a Pearl Harbour, oppure ancora la verità sulle fosse di Katyn, o sulla corsa di Hitler e Stalin a chi attaccasse prima il suo alleato-nemico….

Niente di strano, la storia, come dicevo, la scrivono i vincitori, e spesso gli storici divengono semplicemente i loro scrivani. Funziona così almeno dagli anni in cui gli storici britannici, per coprire lo sterminio di indigeni nelle loro colonie americane, ingrandivano e gonfiavano a dismisura le iniquità degli spagnoli, in verità enormemente inferiori, nell’America Latina. Si combatte, politicamente, anche a colpi di storie e di manipolazioni, perchè come diceva bene Orwell, chi controlla il passato controlla il presente. Per quanto riguarda la storia patria sono ormai passati cento anni dalla morte di Garibaldi, e mentre i più si affannano a celebrare l’eroe dei due mondi, l’avventuriero senza macchia, l’uomo che perseguiva ideali di libertà e di democrazia, secondo la più tipica retorica risorgimentale, finalmente si parla sempre di più anche dei lati meno conosciuti, meno pubblici, dell’eroe dei due mondi.

Al nord, ma soprattutto al sud, escono di continuo studi su quello che avvenne veramente in quegli anni di grandi cambiamenti, e la figura di Garibaldi, e della casa di Savoia, è stata riconsiderata da studi molto approfonditi, di culturi di storia locale, di professori universitari, di senatori e deputati meridionali… Eppure queste riconsiderazioni, che aiuterebbero tanto a capire la condizione attuale del Meridione, la sfiducia di tanti meridionali verso lo Stato, l’esistenza, al sud, di uno stato nello stato, quale è la mafia, ecc., sono ignorati da gran parte della gente, succube, come è naturale, della retorica e della storia ad usum delphini. Eppure che il Risorgimento sia stato un fenomeno di elite, una rivoluzione fallita, per dirla con Gramsci, una rivoluzione senza popolo e talora contro il popolo, lo si è sempre saputo. Lo hanno sempre detto, soprattutto, i meridionali. Non mi riferisco solo a quelli che si sono sollevati, all’epoca, contro i piemontesi, visti come invasori: gli uomini e le donne che vennero considerati semplicemente “briganti e brigantesse” e fucilati in massa, come ha ben raccontato ad esempio Carlo Alianello nel suo celebre “La conquista del sud”.

Ma penso anche a quanti si fecero ammaliare dalla meteora di Garibaldi, o “Carlibardi”, come molti lo chiamavano allora, credendo che avrebbe dato al meridione ciò di cui aveva bisogno; sperando davvero che avrebbe redistribuito le terre dei baroni ai contadini, come aveva promesso, e non che le avrebbe consegnate, invece, come in realtà fece, al re, al demanio statale, alla borghesia meridionale e nordica, al potere. Basti pensare a Giovanni Verga, che si arruolò addirittura nelle file della Guardia Nazionale garibaldina, e che nei “Malavoglia”, però, ci racconta la storia di ‘Ntoni e di Luca, che vengono costretti a lasciare la loro terra, in cui il servizio militare non esisteva neppure, per servire un re che non conoscevano, e per morire in una battaglia (Luca, a Lissa), che non avevano voluto e di cui non conoscevano lo scopo. Nella novella “Libertà” sempre Verga ci racconta la crudeltà di Nino Bixio, uno dei più intimi luogotenenti di Garibaldi, uno dei santini risorgimentali, che aveva promesso “libertà” e invece portò fucilazioni e morte.

Anche Luigi Pirandello, il più grande autore meridionale del Novecento, membro di una famigli antiborbonica e filo garibaldina, racconta la delusione dei meridionali per l’inganno di Garibaldi e dei Savoia, nel suo romanzo “I vecchi e i giovani”, oppure nella novella “L’altro figlio”. In quest’ultima si racconta chiaramente come l’eroe dei due mondi, appena giunto al sud, grazie all’appoggio degli inglesi, senza dei quali non avrebbe fatto assolutamente nulla, aprì le galere per liberare i delinquenti e gli assassini, per averli con sè, o almeno per destabilizzare lo stato borbonico. E racconta anche quali furono le conseguenze di questo gesto sul popolo del sud… Si potrebbe continuare a lungo, citando ad esempio il celeberrimo “Il Gattopardo” di Tommasi di Lampedusa, in cui si mette chiaramente in luce come la liberazione del sud fu in realtà una conquista, una nuova colonizzazione, che spinse molti meridionali ad odiare un re che parlava una lingua incompresibile, che inviava al sud prefetti e sindaci di nomina regia, tutti piemontesi, e che impose a tutta l’Italia, senza minimamente adattarle, le sue leggi (la celebre “piemontesissazione”).

Ecco, di tutto questo, non solo per mera curiosità storica, ma anche per capire l’oggi, per capire, per fare un esempio, come mai lo Stato italiano non abbia mai pensato neppure di costruire una strada seria tra Salerno e Reggio Calabria (400 kilometri di Italia), parlerà Angela Pellicciari, la più famosa storica del Risorgimento, venerdì 30 novembre, ad ore 20.30, presso i Salesiani di Trento, via Brigata Acqui, in una conferenza organizzata da “Libertà e persona”. I libri della Pellicciari, “Risorgimento da riscrivere”, “L’altro risorgimento”, “I panni sporchi dei mille”, e diversi altri, sono testi di grande interesse, costruiti tutti su materiale d’archivio, sui testi e non sull’ideologia: studi di una storica attenta, scrupolosa, di provenienza marxista, molto amante della verità, che hanno ricevuto il plauso e la considerazione anche di importanti giornalisti e storici italiani, come Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia e Pierluigi Battista, e che iniziano finalmente ad essere citati anche testi scolastici.

La comunione in ginocchio e l’adorazione.

Il Segretario della Congregazione del culto divino, l’arcivescovo cingalese Malcom Ranjith Patabendige Don, ha appena sottolineato l’importanza della comunione in ginocchio, magari con la vecchia balaustra. Il nuovo cerimoniere del papa ha introdotto la croce sull’altare…una riforma liturgica, secondo i vaticanisti più informati, è imminente. Riporto al riguardo una riflessione personale.

Ai piedi di una bella montagna, slanciata verso il cielo, ogni uomo sente dentro di sé qualcosa, un movimento segreto, intimo, incomunicabile, che la parola non sa esprimere, ma che assomiglia molto ad un desiderio di umile adorazione. L’immensità buona e potente della montagna, risveglia nell’uomo di città, nell’uomo delle moderne metropoli piatte e monotone, confuse e rumorose, quello che Romano Amerio considerava il cuore dell’esperienza umana: "il problema dell’uomo è il problema dell’adorazione e tutto il resto è fatto per portarvi luce e sostanza". Che l’adorazione sia il problema dell’uomo, oggi, non è tanto facile capirlo. Non ci aiutano a farlo nè le infinite occupazioni, né gli svaghi senza uscita offertici dalla tecnologia, né il diluvio di parole in cui siamo sommersi.

Eppure, come scrive Radaelli, nel suo bellissimo "Ingresso alla bellezza", "l’adorazione è un atto che soddisfa perfettamente il fine ultimo dell’universo, il quale, a cominciare dal nome, esige in primo luogo l’unità: ma non solo e non tanto l’unità del proprio essere universo, ma l’unità con l’Essere da cui esso, ‘ente per partecipazione’, in tutto dipende: con Dio, con l’Ente in sé sussistente; l’adorazione è l’atto che permette di non fratturarsi da lui, pena trovarsi, statim, nulla".

Su un pensiero analogo a questo si fonda sicuramente la recente decisione di Benedetto XVI di liberalizzare l’antica messa latina, e di attuare col tempo una riforma liturgica nella riforma del 1970. Perché è innegabile che là dove l’adorazione dovrebbe trovare il suo culmine, nella sacra liturgia, nella preghiera comune della chiesa, nel sacrificio che unisce cielo e terra, purgatorio e paradiso, uomini e angeli, vi è sempre di più, oggi, qualcosa di assolutamente incongruo, dissonante. Al punto che il momento fondante della Messa, l’incontro con Gesù eucarestia, che dovrebbe rappresentare il massimo della umiliazione e divinizzazione, al tempo stesso, del fedele, avviene nella nuova liturgia nel più completo anonimato, alla fine della celebrazione, quasi in extremis, non più in ginocchio, come un tempo, ma in piedi, da pari a pari, con una frettolosità urticante, per chi, appunto, desideri adorare; non più in bocca, con quella riverenza che si conviene, ma in mano, come se la comunione fosse non un panis angelicus ma un cibo qualsiasi, che si prende da soli, che si sceglie di afferrare, e non di ricevere, così come si fa a tavola, ad ogni pasto. L’adorazione infatti implica un atto di umile sottomissione, e soprattutto un verso, una direzione: è un orare ad, cioè verso qualcuno, e quel qualcuno può e deve essere solo Dio, non il "popolo", l’assemblea, la comunità.

Pregare verso Dio, verso oriente, esige allora un atteggiamento del cuore e del corpo, che tutta la celebrazione deve contribuire a creare. La messa deve tornare ad essere dialogo tra Dio e gli uomini, tramite il Dio che si è fatto uomo e che si presenta a noi sotto le spoglie del sacerdote, non dialogo tra un presidente e la sua assemblea. E tutto, dall’arte, alle statue, all’altare, alla musica, deve tornare a servire a questo, perché "se manca il genius dell’adorazione trinitaria, subito subentra e gli si impone il genius opposto dell’ antiadorazione, ossia della dispersione, della vacuità, del laicismo irrazionale e relativizzante". Antiadorazione significa, come scriveva il cardinal Ratzinger, "liturgia degenerata in show, dove si cerca di rendere la religione interessante sulla scia di sciocchezze di moda e di massime morali seducenti, con successi momentanei nel gruppo dei fabbricanti liturgici, e di conseguenza una tendenza al ripiegamento sempre più forte in coloro che nella liturgia non cercano lo showmaster spirituale ma l’incontro col Dio vivente". Dio vivente, come nota sempre il Radaelli, che viene addirittura eliminato nelle immagini e nelle croci, con una strana furia iconoclasta: "non c’è più Volto , perché spesso il sacro volto non lo si figura più o, se lo si figura, gli si svellono i caratteri dell’individuo: sacri volti senza occhi, sante mani senza dita, croci senza Crocifissi…".

Lo notava, quasi quarant’anni fa, al principio della riforma liturgica, anche Guareschi, in una finta, amara e ironica lettera al suo don Camillo: " Lei don Camillo…aveva pur visto alla tv la suggestiva povertà dell’ambiente e la toccante semplicità dell’Altare, ridotto a una proletaria tavola. Come poteva pretendere di piazzare in mezzo a quell’umile sacro desco un arnese alto tre metri come il suo famoso crocifisso cui lei è tanto affezionato? …non si era accorto che il crocifisso situato al centro della tavola era tanto piccolo e discreto da confondersi coi due microfoni?". In effetti come si fa ad adorare l’uomo Dio, rivolgendosi ad altri, senza un altare, senza un tabernacolo e senza una croce’

I crepuscolari e la modernità.

Se il poeta è colui che porta alla luce, dall’abisso dell’interiorità, ciò che di più essenziale, di più umano vi è in noi, egli non può fare a meno di parlare di Dio. Non gli è possibile. Non sarebbe vero poeta. Sarebbe, al più, un abile verseggiatore, o un venditore di illusioni.

La poesia moderna, umanista, inizia con Petrarca: l’uomo che ama, di un amore troppo carnale, Laura, e l’alloro, la fama e l’onore mondani, alla fine torna a Dio, insoddisfatto, chè la vita gli mostra ogni istante che "quanto piace al mondo è breve sogno". Nel secolo passato, della decadenza, dell’ateismo e del sangue, i costruttori della felicità politica non sono mai poeti: al contrario, giornalisti, saggisti, polemisti…

Scrivono il Mein Kampf, editoriali della Pravda o del Popolo d’Italia, il libretto rosso, esattamente come gli illuministi producevano saggi, enciclopedie, utopie, ma poca poesia e poca arte. Amore, vita, morte, felicità, le uniche cose che contano, vengono accantonate: si discute di economia, rivoluzione, potere… L’orizzonte è sempre e solo terreno, come se Dio, il Mistero, non ci fosse; come se loro stessi fossero Dio. I veri poeti no. Per loro, se Dio non c’è, è finita: regna l’assurdo. Vivono magari nella stessa temperie culturale, prostrati dallo stesso nichilismo, dal medesimo dubbio, dei loro contemporanei, ma non si lasciano comprare da un senso religioso, quello ideologico, adulterato e fasullo, né da speranze meramente terrene. Pensiamo a Leopardi: le "magnifiche sorti e progressive" dell’illuminismo suscitano in lui un profondo disprezzo. Aspira a "interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete", all’infinito del mare… I suoi sono "desideri infiniti", cui cerca una soddisfazione mondana, ma rendendosi sempre conto che non basta. Leopardi aspira a Dio, e lo rifiuta, ma non sostituisce mai, all’Eterno, né se stesso, né il mondo. Per lui infatti "il fine dell’uomo, il suo sommo bene, la sua felicità non esistono"; eppure il cuore "cerca e cercherà sempre sommamente ed unicamente queste cose" (Zibaldone). Leopardi, come scrive Divo Barsotti, "non vive che per domandar conto di sé, per chiedere la ragione della sua vita". Alza gli occhi alla luna, e li abbassa alla terra, e poi di nuovo, di continuo. E’ imbevuto di filosofie atee, sensiste, ma non cessa mai di inquietarsi. Non si rassegna ad essere materia inerte, senza scopo. Non lo farebbe neppure se qualcuno gli spiegasse, "scientificamente", che è solo un "refuso" della natura, un evento "casuale", un animale "evoluto".

Così è il cuore: se Dio non c’è, tutto perde significato, e rimane solo "l’infinita vanità del tutto". Per questo tante volte in Leopardi "l’infelicità si fa parola di accusa come in Giobbe, ma più spesso, forse, inconsapevole e segreta preghiera": "Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?". Qualcosa di simile accade anche ai crepuscolari, all’inizio del Novecento. Le promesse e i dogmi del positivismo, l’esaltazione del futurismo, l’interventismo messianico, la religione nazionalista, il nascente contrapporsi tra rossi e neri, sono per loro, da subito, vano agitarsi di sciocchi: a nessuna di queste speranze, da poco, si aggrappano per trovare la salvezza, quella vera. I poveri e tristi crepuscolari vedono spesso molto più in là di tanti contemporanei, osservano disincantati la malattia del secolo, lo smarrirsi dell’uomo: "non so che triste affanno mi consumi/ sono malato e nei miei dì peggiori". Sono versi di Guido Gozzano, il poeta che ha bevuto il "veleno dannunziano": si è nutrito del superomismo, dei versi altisonanti, senza contenuto, puro colore e suono, usciti dalla penna e non dal cuore di D’Annunzio, e ha sognato per sé amori straordinari, "attrici e principesse".

Ma si è accorto che questo desiderio di costruirsi una vita "divina", di essere ad un tempo il popolo che attende ed il Messia che salva, di creare con le parole una splendida cornice al vuoto di significato, inaridisce il cuore e la mente: porta ad una "vita sterile, di sogno", alla delusione più cocente. Sono tristi, questi poveri crepuscolari, che ci parlano spesso di candele consunte, di conventi, di vecchie suore e di chiese buie e deserte. Riconoscono il crepuscolo, anche quello della fede, e ripetono, come Leopardi, la domanda essenziale: "Ed io che sono?". Consapevoli del vuoto, chiedono, come Sergio Corazzini: "perché tu mi dici poeta?". Non aver niente da dire, su di sé e sul mondo, di certo, di vero, di bello: questo è il loro cruccio, la consapevolezza che senza Dio ogni passo è perduto, ogni parola inutile.

IL NEOSPIRITUALISMO. L’ALTRA FACCIA DELLA MODERNITA’

Questo saggio è il tentativo di inquadrare un fenomeno, quello del neospiritualismo e dell’occultismo moderni, che attraversa come un filo rosso la parabola storica della modernità, e che, anche in tempi recenti, non smette di manifestarsi periodicamente a livello di massa -si ricordi, in tal senso, “l’esplosione” della cosiddetta New Age a partire dagli anni ’90 e la recentissima fascinazione indotta dal romanzo Il Codice Da Vinci.

Il saggio si divide in tre parti: una prima, in cui si analizza il fenomeno del neospiritualismo moderno a partire dalle sue caratteristiche fondamentali; una seconda, in cui si configura una sorta di “storia parallela” degli ultimi secoli sulla scia delle fascinazioni occultiste e spiritualiste che inondano l’Occidente a partire dalla cosiddetta “Età dei Lumi”; una terza e ultima parte, infine, che affronta il tema complesso, e per certi versi spinoso, del rapporto e dell’incontro/scontro tra la cultura neospiritualista e il mondo cattolico. Nella prima parte del saggio si analizza il neospiritualismo in quelle caratteristiche comuni che, pur nell’apparente eterogeneità, sembrano farne un fenomeno sostanzialmente unitario. Queste caratteristiche sono: – Il relativismo e il soggettivismo: che configurano il neospiritualismo come un fenomeno profondamente contestualizzato alla modernità e perfettamente adattabile a quell’atmosfera post-moderna che tende a negare valore a qualsiasi verità definita, sia essa religiosa, filosofica o scientifica.

Il neospiritualismo, in effetti, si configura come una ricerca solipsistica di prospettive “altre” che siano però svincolate da qualsivoglia autorità, in un costante rifiuto della tradizione, prima fra tutte quella cristiana e cattolica. Da questo punto di vista, peraltro, la cultura neospiritualista e occultista sembra avere, in prospettiva, molte più chances di successo rispetto al vecchio, e sinceramente datato, materialismo classico, il cui declino sembra essere iniziato già da alcuni decenni.

 – La confusione tra psichico e spirituale: presente in tutti i filoni dello spiritualismo moderno -spiritismo, New Age, ufologia, parapsicologia- è quell’atteggiamento culturale che tende ad attribuire un’importanza spropositata all’aspetto “fenomenico” -dimensione del paranormale- o alla sfera emotiva; identificando arbitrariamente il “cammino spirituale” con il raggiungimento di stati alterati di coscienza e/o di spettacolari “effetti”.

– La perdita del senso di discernimento: che è una diretta conseguenza della confusione tra psichico e spirituale e del soggettivismo culturale. Nella seconda parte del saggio, la più corposa e accattivante, si ripercorre storicamente la modernità a partire dal filo rosso rappresentato dalle fascinazioni culturali spiritualiste e occultiste. Queste tendenze, in effetti, hanno avuto un’importanza straordinaria nell’elaborazione della mentalità moderna e delle principali ideologie che hanno dominato la scena degli ultimi secoli: un ruolo questo generalmente misconosciuto eppure innegabile. Il percorso storico si snoda attraverso i principali filoni occultisti e spiritualisti apparsi nella modernità, che sono:

– L’occultismo di tendenza massonica: sorto nell’Età dei Lumi sotto l’impulso combinato delle suggestioni esotericheggianti d’eredità rosacruciana e del soggettivismo del “libero esame” presente nel DNA della cultura protestante. E’ nel chiuso delle logge massoniche, in effetti, che si elaborano tutti i filoni culturali e ideologici della modernità, non esclusi quelli di tipo occultista.

 – Lo spiritismo: fenomeno contraddistinto da un relativismo assoluto nei metodi e nella filosofia di fondo e che, nato negli Stati Uniti, si diffonde in tutto l’Occidente affascinando gran parte del mondo culturale e scientifico dell’età del positivismo.

– Il neospiritualismo di tipo “orientalista”: in cui una rilettura spesso fortemente arbitraria delle tradizioni spirituali dell’Oriente -vedi, su tutti, l’equivoco della cosiddetta reincarnazione- porta alla nascita di infiniti filoni e di gruppi occulti su cui spicca la Società Teosofica fondata da Madame Blavatsky, ispiratrice di fatto dell’odierna New Age. – Il neopaganesimo: di cui sono ben note le ricadute politiche nel nazional-socialismo tedesco, ma anche in ampi settori dell’ecologismo e del femminismo contemporanei.

 – Il filone ufologico: che, a partire dal culto dei cosiddetti “fenomeni Ufo”, elabora una vera e propria teologia-pop di cui fanno parte, tra l’altro, le innumerevoli interpretazioni “in chiave extraterrestre” dei Libri Sacri delle varie religioni. – Il“culto dell’oscurità”: che ha nel satanismo propriamente detto la manifestazione più folkloristica e spettacolare, ma che innerva settori consistenti della cultura contemporanea, da certe scuole psicanalitiche alla “cultura della droga”, da alcuni fenomeni musicali alla cosiddetta “cultura-pop”.

– Il legame tra occultismo e potere: che si manifesta, con un’inquietante continuità, nella storia degli ultimi secoli, per tramite dei poteri massonici e delle tante “società segrete” che affollano le “stanze dei bottoni” del potere mondiale. La terza e ultima parte del saggio, infine, affronta il tema complesso del rapporto tra Cattolicesimo e neospiritualismo: un neospiritualismo che -bisogna pur riconoscerlo- si configura, spesso come una risposta diretta a quella piaga della secolarizzazione e desacralizzazione che investe non da ieri la cultura cristiana e cattolica, e che ha spesso svuotato il messaggio evangelico della sua forza e del suo fascino sovrannaturale, riducendo l’annuncio cristiano a mero umanitarismo o ad esangue moralismo. Gianluca Marletta, ,IL NEOSPIRITUALISMO. L’ALTRA FACCIA DELLA MODERNITA’ Ed. Il Cerchio, Rimini 2006 (recensione a cura di Marletta stesso, su mia richiesta)

Richard Dawkins: l’ateismo non consegue necessariamente all’evoluzionismo. II puntata

Il secondo inganno metodologico di Dawkins, il più furbescamente perseguito, è quello di voler presentare il darwinismo come la soluzione di ogni interrogativo sull’esistenza del creato, dell’ordine, dell’armonia e della bellezza della natura.

Anzitutto Dawkins tenta di proporre come un dogma che l’ateismo consegua necessariamente, storicamente e logicamente al darwinismo. Se il darwinismo è vero, ci dice più volte, Dio non esiste, di Lui non c’è necessità, tutto è spiegabile altrimenti. In realtà una simile affermazione è solamente sua! Infatti ogni evoluzione, la più casuale possibile, esige qualcosa che evolva, e quindi non si autofonda e non si autogiustifica: prima di poter evolvere, qualcosa deve esistere. Dawkins sa benissimo, con i suoi ragionamenti, di andare al di là del pensiero evoluzionista, e ammette che il famoso "mastino di Darwin", e suo grande amico, Thomas Huxley, è colui che ha introdotto il termine "agnostico", proprio per mettere in chiaro che le sue credenze in campo biologico non portavano necessariamente ad una posizione filosofica, né teista né atea.

Sappiamo anche che Darwin stesso, dopo aver citato il "Creatore", nel suo L’Origine delle specie", utilizzò proprio il termine "agnostico" per definire anche se stesso. E conosciamo bene dalla storia e da innumerevoli testimonianze che la crisi di fede di Darwin fu dovuta soprattutto alla morte di sua figlia Anna, in tenera età, un evento che lo sconvolse e che lo portò spesso a ragionamenti pessimistici di tipo gnostico. Ciononostante Darwin stesso non arrivò mai a teorizzare, a sostenere da naturalista l’esistenza o l’inesistenza di Dio. Anzi, nel 1879, mentre lavorava alla sua "Autobiografia", ebbe a scrivere: "Il mio giudizio è spesso fluttuante… e persino nelle mie fluttuazioni più estreme non sono mai stato ateo nel senso di negare Dio. Credo che in generale, ma non sempre, la mia posizione possa essere descritta più appropriatamente con il termine agnostico".

Inoltre Dawkins dovrebbe sapere che un evoluzionista un po’ più famoso di lui, il naturalista Alfred Russel Wallace, colui che propose, come scrive il suo amico Darwin, "esattamente la mia teoria" (Autobiografia), negli stessi anni, e identificò nella selezione naturale la causa dell’evoluzione, non si rassegnò mai all’idea che l’uomo fosse una semplice evoluzione della bestia, ed affermò sempre, al contrario, l’alterità tra l’uomo e l’animale, in nome della superiorità dello spirito sulla materia. In un’epoca di sempre maggior ateismo, Wallace, che dall’ateismo materialista proveniva, definendosi un "perfetto scettico filosofico", giunse persino a pratiche spiritistiche (insieme a madame Curie, Conan Doyle, Lombroso ecc….) pur di toccare "sperimentalmente" l’esistenza di una dimensione soprannaturale che gli pareva indispensabile. Wallace, come ricorda Giacomo Scarpelli nel suo "Il cranio di cristallo" (Bollati Boringhieri), "ipotizzava che la nostra specie si fosse sviluppata sotto il controllo di un ente trascendente, di natura divina". Scriveva infatti: "Un’intelligenza superiore ha guidato lo sviluppo dell’uomo in una direzione definita e per uno scopo speciale, proprio come l’uomo guida lo sviluppo di molte forme animali e vegetali".

Così la penseranno anche altri scienziati favorevoli ad un’ evoluzione finalizzata, e quindi aperta all’anima immortale e a Dio, talora veri e proprio pionieri e apostoli dell’evoluzionismo, come gli amici di Darwin e Wallace, il geologo Charles Lyell, che aveva per molti aspetti preparato il terreno alla teoria della selezione naturale di Darwin, e l’astronomo J. Herschel, per il quale "mente, piano e disegno provvidenziali escludevano qualsiasi accidentale concausa di atomi" (Scarpelli); il botanico George Henslow e il biologo St. George Mivart, ex allievo di Huxley e sostenitore di Wallace; l’italiano Filippo De Filippi, uno dei primi a portare "L’origine della specie" nel nostro paese, e Robert Chambers, "antesignano dell’evoluzionismo inglese", il quale sottolineava che in noi "esistono qualità psichiche esclusive e astratte, come la ragione, la speranza e soprattutto la disposizione ad adorare un ente supremo"; più avanti nel tempo il biologo italiano Daniele Rosa, il celebre scienziato francese Lecomte de Nouy, il biologo statunitense Edmund W. Sinnott, il gesuita Vittorio Marcozzi e tantissimi altri.

 Su Wallace si potrebbero dire infinite cose, che non si capisce come mai vengano sempre taciute, pur comparendo il suo nome in tutti i manuali di biologia accanto a quello di Darwin. Ho qui di fronte a me, per esempio, "I miracoli ed il moderno spiritismo" (Società editrice Partenopea), un suo testo in cui parlando della selezione naturale, da lui teorizzata, è bene ribadirlo, in accordo e in contemporanea a Darwin, scrive che però "non ivi è la causa onnipotente, assolutamente bastevole, unica, dello sviluppo delle forme organiche". Esiste poi un altro suo scritto, "Il darwinismo applicato all’uomo", in cui Wallace nega che si siano sviluppate per selezione naturale la natura morale e intellettuale dell’uomo, e le sue facoltà matematiche, musicali ed artistiche, che insieme alla capacità filosofica, di astrazione e alla possibilità di "concepire l’eterno e l’infinito", "non possono essersi generate dalla mera selezione biologica, la quale può puntare solo sull’immediato benessere dell’individuo e della specie" (Scarpelli, p.50). Affermava inoltre la sua "fiducia che l’immane labirinto dell’essere, che vediamo estendersi ovunque intorno a noi, non sia senza un piano"; e ancora: "la teoria darwiniana ancorchè spinta alla sua estrema conclusione logica, nonchè opporsi ci offre un valido appoggio alla credenza nella natura spirituale dell’uomo".

Gianfranco Fini: ovvero del camaleonte

Il buon Gianfranco Fini ha sette vite…dopo la decadenza degli ultimi tempi, dopo l’uscita di Storace, che ha tutti i difetti del mondo ma almeno ha un po’ di cuore, Fini sembrava in caduta libera…ora è dato in risalita. Perchè? Chi può fidarsi di un uomo che dice e disdice, poche ore più tardi? Chi può credere ad uno che ora fa il duro con gli immigrati, e quando era al governo non ha fatto letteralmente nulla? Uno che ha spiegato per mesi che l’embrione è sacro, e poi dinanzi al referendum ha cambiato idea, senza giustificarlo, perchè i media tiravano da quella…uno che ha definito quel colabrodo della 194 la miglior legge d’Italia…uno che ha detto che metterebbe il Corano nelle scuole, e che darebbe il voto agli extracomunitari, e dopo averlo detto, ovviamente, non ha fatto nulla…uno che se parla di politica estera sembra il duce redivivo, alla ricerca dell’impero, invece sa forse cosa pensa oggi ma non cosa penserà domani… Uno che elogiava Mussolini come grande statista (!), e che poi invece è giunto all’assurdo di definire il fascismo il “male assoluto”, come se non fosse, secondo tutti gli storici, l’unico dei totalitarismi ad essere “imperfetto”…Uno che urla un giorno sì e uno no contro la droga, e ha fatto una legge alla fine della legislatura, consapevole che non sarebbe mai entrata veramente in vigore…e poi ha spiegato, per essere simpatico, di aver fumato anche lui lo spinello…uno che parla di meritocrazia a scuola, e poi abbiamo dovuto aspettare Fioroni per avere un minimo di serietà (cioè buttare a mare parte delle riforme del sinistro Berlinguer)….Ci vorrebbe Grillo, che è più cattivo…di Machiavelli ne abbiamo abbastanza….

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.