Gianluca Marletta

MA LA CREAZIONE NON E’ MATERIA INERTE… Cristianesimo e sacralità della natura

La tradizione spirituale giudaico-cristiana, per salvaguardare la Trascendenza e l’Unicità divine, ha negato alla Creazione ogni valore “divino”. Questo tuttavia non ha impedito al Cristianesimo di concepire per secoli una visione “sacra” e simbolica del creato, visto come Vestigia Dei, che nulla ha da spartire con la prospettiva esclusivamente quantitativa e meccanicistica del materialismo moderno.

 

Qualche decennio fa, un (allora) noto teologo come  W. Kern[1], nel tentativo di “costruire un ponte” fra la visione materialista e secolarizzata della realtà e la visione cristiana, affermò che la moderna visione “profana” del mondo deriverebbe dalla concezione ebraico-cristiana, che attraverso il concetto di creazione ex nihilo avrebbe demitologizzato e quindi mondanizzato il cosmo. Questo giudizio, che pur così tanti consensi ha finito per raccogliere nello spaesato mondo della teologia contemporanea, si scontra tuttavia con una millenaria riflessione che dal mondo biblico ci accompagna fino agli albori della modernità e che proprio dalla visione creazionista trae spunto. Senza negare la prospettiva decisamente antropocentrica del Cristianesimo, infatti, non si può nemmeno ignorare come per secoli la tradizione ebraico-cristiana abbia affiancato allo studio del “Libro della Rivelazione” (la Scrittura), l’attenzione e la contemplazione del “Libro della Creazione” (l’Universo); a tal punto che ancora in tempi relativamente vicini, persino lo stesso Galilei ha potuto riprendere l’idea tradizionale e “cattolica” (universale) dei “due libri” scritti dal medesimo Autore divino, per giustificare quella “razionalità del mondo” a partire dal quale lo scienziato pisano ha gettato le basi teoriche del suo “metodo”.

 

          Vestigia Dei.

 

Già nell’Antico Testamento, pur nel quadro di una prospettiva più “storica”, il cosmo e la natura non rappresentano affatto un aspetto marginale della realtà. Ne fanno fede, tra gli altri, i celebri “Salmi cosmici” e i cantici in cui il cosmo nella sua interezza partecipa della lode e del provvidenziale amore di Dio. Specie nella letteratura sapienziale, il cosmo è visto come una realtà che partecipa profondamente dell’azione di Dio: Dio può essere conosciuto per analogia a partire dalla creazione (Sapienza 13, 5), e la conoscenza della creazione nei suoi ritmi nascosti è considerata dono della sua Sapienza[2].

 

Anche nel Nuovo Testamento, pur in un contesto antropocentrico di salvezza umana, il cosmo e la natura rientrano appieno nelle cure e nelle attenzioni della Provvidenza divina. Gesù compie molti dei suoi miracoli sugli elementi naturali e nel famoso discorso sui gigli di campo[3], pur affermando il valore unico della persona umana, Egli riafferma la misteriosa partecipazione di tutto il creato alle attenzioni divine.

 

Nella teologia paolina, inoltre, è chiaramente presente una riflessione di carattere cosmico, specie nel noto passo di Rm. 8,19;21:“La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità, (non per suo volere ma per volere di colui che l’ha sottomessa), e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare  nella libertà della gloria dei figli di Dio”.  Paolo, naturalmente, ribadisce sempre la centralità dell’essere umano, ma il suo non è un antropocentrismo esclusivista; per Paolo esiste un’interazione fra Dio, uomo e mondo, in cui l’uomo è l’elemento centrale attraverso il quale tutta la realtà è destinata alla redenzione. Questa visione, del resto, si avvicina alla teologia dei primi capitoli di Genesi, in cui è messo in evidenza il rapporto esistente fra la condizione spirituale dell’uomo e l’armonia della natura: la terra, infatti, viene fisicamente coinvolta nelle conseguenze del peccato di Adamo[4].

 

La creazione, dunque, non può in alcun modo essere assimilata ad una “materia inerte”, e la visione biblica della natura è qualcosa di infinitamente più “sottile” e di radicalmente diverso dalla prospettiva meccanicistico-profana della modernità.

 

Le tematiche cosmiche, in seguito, verranno riprese nella riflessione di molti Padri: così, per Clemente Alessandrino, esiste una “simpatia” fra tutti gli esseri che fanno parte dell’”unità cosmica”[5]; per Ireneo, il cosmo è il grande tò Pan (il Tutto), in cui ogni aspetto interagisce con gli altri[6]; mentre per Evagrio Pontico “un unico logos compenetra tutte le cose”[7].

 

Questa visione della natura e del mondo verrà continuamente rielaborata per tutto il Medioevo: in tale prospettiva, possiamo ricordare ad esempio una figura straordinaria come Ildengarda di Bingen, che presenta nella sua opera una visione sacra e simbolica della natura in cui l’essere umano appare al centro di un’armonia cosmica che promana da Dio[8]. Una teologia della natura si ritrova ancora, quasi agli albori dell’età moderna, nella scuola francescana, che sulla scia della profonda intimità con la creazione dimostrata dal suo fondatore, elabora, per l’ultima volta in Occidente, una visione dottrinale (San Bonaventura) in cui il cosmo è concepito come “Vestigia Dei” e aiuto nella contemplazione[9]; e se è pur vero che tale riflessione cosmica passerà in secondo piano dopo Lutero e la Riforma cattolica (in cui le prospettiva moralistica e individuale diverranno giocoforza preponderanti), essa sopravviverà nell’Oriente cristiano, giungendo più viva che mai fino ai nostri giorni. Il pensiero cristiano-orientale, infatti, ha sempre avuto il senso di una particolare “vocazione cosmica”[10]. Questa caratteristica si è conservata, in tempi recenti, nella scuola “sofiologica” russa – di cui hanno fatto parte figure come Soloviev, Florenskij, Evdokimov e Bulgakov. La Sofiologia è una riflessione sulla Sapienza divina intesa come energia che pervade tutto il creato, a partire dalla quale anche la dimensione cosmica assume l’aspetto di una vera realtà liturgica. Come scrive Pavel Evdokimov: “solo la sofiologia, gloria della teologia ortodossa attuale, solleva l’immenso problema cosmico. Essa si oppone ad ogni cosmismo agnostico, idealista, a ogni materialismo evoluzionista e vede il cosmo liturgicamente”[11].

            La visione “secolarizzata” della natura, pertanto, lungi dall’essere una conseguenza necessaria della visione creazionista giudaico-cristiana, è solo un’invenzione di quel materialismo moderno che ha creduto di poter dominare demiurgicamente il creato: lungi dal garantire la Trascendenza del Creatore, infatti, la “mondanizzazione” del mondo e la sua dissacrazione, il misconoscimento delle Vestigia Dei e del valore simbolico del cosmo, non sono stati altro che il primo, ineliminabile passo verso l’eliminazione di Dio dalla prospettiva di vita dell’uomo contemporaneo.

 



[1] Cfr. W. Kern, Dio ha tratto il mondo dal nulla, in Mysterium Salutis, vol. IV, Brescia 1970, pp. 154-157

[2] “Egli mi ha dato la vera conoscenza delle cose, per comprendere il sistema dell’universo e la forza degli elementi” (Sap. 7,17).

[3] Mt. 6,25-34; Lc. 12, 22-34

[4]“Maledetto sia il suolo per causa tua” (Gn. 3,17)

[5] Clemente Alessandrino, Stromata, 5,133,7

[6] Ireneo, Adversus haereses, 1,4, PG 7, 477ss

[7] T. Spidlik, La spiritualità dell’Oriente cristiano, cit., p. 123

[8] La principale opera “naturalistica” di Ildengarda, il Liber Scivias, è pubblicata su “Corpus Christianorum – Continuatio Medievalis”, voll. 43-43A, Brepols, Turnhout, 1978. Sulla figura e sul pensiero di questa grande mistica e teologa ricordiamo: Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, In una aria diversa. La sapienza di Ildengarda di Bingen, Milano, 1992; Sabina Flanagan, Ildengarda di Bingen. Vita di una profetessa, Firenze 1991.

[9] Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum, 1, 1-15

[10] T. Spidlìk, La spiritualità dell’Oriente cristiano, cit., p. 319 

[11] Cit. in ibidem, p. 124

Roma – Presentazione del libro: QUANDO ACCADRANNO QUESTE COSE?

Lunedì 20 Giugno, ore 18.00, presso la Sala della Pace di Palazzo Valentini, in via IV Novembre 119 a Roma, presentazione del libro:

QUANDO ACCADRANNO QUESTE COSE? Apocalisse e Fine dei Tempi nella Rivelazione Cristiana, Editrice Ancora.

Interverranno:

– On. Federico IADICICCO, Commissione Cultura della Provincia di Roma;

– Claudio COEN, presidente della fondazione ANAGOGIA;

– Claudio LANZI, scrittore ed esperto di simbolismi;

– Gianluca MARLETTA, autore del libro.

A cura della Commissione Cultura della Provincia di Roma e dell’associazione “Anagogia”.

 

 

“Il tema della Fine dei Tempi é ormai divenuto una vera ossessione dell’immaginario contemporaneo, spesso nutrendosi di mistificazioni e banalità mass-mediatiche. In questo saggio, al contrario, l’autore ricostruisce la visione apocalittica del Cristianesimo a partire dalle Sacre Scritture, in un cammino a tappe che comprende tutta la vicenda umana: dalla Caduta di Adamo all’avvento del Messia, dalla manifestazione dell’anticristo alla Parusia di Gesù. Uno sguardo inedito su un tema basilare per la fede cristiana, dove l’annuncio drammatico degli “sconvolgimenti” dei Tempi Ultimi si sublima nell’attesa speranzosa del mondo nuovo e della Gerusalemme Celeste”

 

 

 

Link: http://www.testatadangolo.com/

 

 

 

 

 

 

Finalmente in libreria l’apocalittica cristiana: Gianluca Marletta, QUANDO ACCADRANNO QUESTE COSE?

Un libro per inoltrarsi nell’affascinante mondo dell’apocalittica cristiana; Dalla “caduta” di Adamo all’avvento messianico; I “segni della fine” nella tradizione biblica: apostasia, catastrofi e l’avvento dell’anticristo; Il Ritorno di Cristo e la Gerusalemme celeste:

Gianluca Marletta,

QUANDO ACCADRANNO QUESTE COSE?

Apocalisse e Fine dei Tempi nella Rivelazione Cristiana,

Ed. Ancora, pp. 69, € 11

“Il tema della FINE DEI TEMPI è sempre molto attuale e desta parecchia curiosità, soprattutto ultimamente da quando è rispuntata una vecchia profezia dei Maya secondo la quale l’anno prossimo avverrà la fine del mondo. Secondo altri un’invasione aliena darà inizio alla colonizzazione del nostro pianeta. Barzellette? Leggende? Come interpretarle?
Per un credente riscoprire l’apocalittica cristiana come antidoto alla confusione della cultura di massa è un dovere.
Appunto: cosa afferma in proposito il Cristianesimo? Cosa vuol dire esattamente Apocalisse? È un evento così negativo e catastrofico? O, forse, per il credente dovrebbe significare tempo di liberazione e speranza, di redenzione e positività?
Attingendo alla Scrittura e alla Tradizione, il libro affronta l’apocalittica cristiana, soffermandosi sui misteri del Male (chi è l’Anticristo?) e del Tempo. Uno sguardo inedito su un tema basilare per la fede cristiana, dove l’annuncio drammatico degli «sconvolgimenti» dei Tempi Ultimi si sublima nell’attesa carica di speranza del mondo nuovo e della Gerusalemme Celeste”.

 

Capitoli:

Tempi moderni, tempi di Apocalisse

I. Apocalisse e Fine dei Tempi: precisazioni necessarie

II. Il mistero del male e delle sue origini

III. In attesa del «Giorno del Signore». La Fine dei Tempi nell’Antico Testamento

IV. Cristo e l’avvento dei Tempi Ultimi

V. I segni che annunciano la Fine: l’apostasia delle genti e lo stravolgimento dell’ordine naturale

VI. L’Anticristo e il regno del «Grande Inganno»

VII. Armagheddon: l’ultima battaglia

VIII. La Parusia del Signore e la Gerusalemme celeste

Apocalisse messaggio di speranza

Bibliografia ragionata

 

Link: http://www.ancoralibri.it/Catalogo/ProductID/6719

ZEIGEIST: CONTROINFORMAZIONE O CIALTRONERIA? Il nuovo movimento che predica la falsità del Cristianesimo

“Più inizi a porti domande su tutto ciò che crediamo di comprendere… su da dove veniamo, su ciò che pensiamo delle nostre azioni… e più inizi a vedere che ci è stato mentito: ogni istituzione ci ha mentito…”.

      (ZEITGEIST, The Movie)

 Il nostro tempo potrebbe essere definito anche come l’epoca della sfiducia radicale. A fronte della caduta delle grandi ideologie e della perdita di credito subita dalle istituzioni politiche, scientifiche, statali e religiose, la reazione di molti nostri contemporanei, infatti, sembra indirizzarsi verso una generalizzata critica per tutto quello che, con espressione inflazionata ma efficace, viene spregiativamente definito “cultura ufficiale”.

Questo atteggiamento non può sempre essere biasimato.

Il discredito in cui è caduta l’informazione mass-mediatica accusata di manipolare e ingannare l’opinione pubblica, l’arroganza di un potere economico ogni giorno più invadente e disumano, l’ottuso conservatorismo e la sottomissione ai poteri forti da parte dei rappresentanti della “scienza”, i sacrosanti dubbi sulle vere cause e sugli autentici scopi di molti avvenimenti della storia più recente, il fariseismo e/o il secolarismo imperante presso istituzioni e personalità religiose, sembrerebbero infatti giustificare le ragioni di uno scetticismo così diffuso.

Il discredito verso la “cultura ufficiale”, d’altronde, genera per reazione una sorta di autodifesa che, giovandosi dei mezzi di comunicazioni più recenti, si concretizza nella creazione di spazi di “controinformazione”, di gruppi, blog e servizi informativi “non allineati”, dove il bisogno represso di verità si esplica in tutte le forme possibili. Questo mare magnum dove si trova tutto e il contrario di tutto, dove la notizia più interessante può sovente mescolarsi alla menzogna e al delirio, dove la limpidezza di intenti può trovar posto al pari dell’inganno e delle motivazioni più oscure e inquietanti, è anche il luogo sociologico dove vedono la luce veri e propri movimenti di pensiero destinati a catalizzare l’interesse di vaste masse. Fra questi movimenti, uno dei più noti (ma anche dei più ambigui), è certamente il movimento ZEITGEIST, che col suo programma di radicale messa in discussione della politica, della cultura e della religione ha conquistato milioni di simpatizzanti in tutto il mondo.

– Cosa predica ZEITGEIST?

Il termine tedesco Zeitgeist, letteralmente “spirito del tempo”, è stato scelto per indicare un movimento d’idee che si prefiggerebbe una radicale messa in discussione della cultura “dominante” in tutte le sue forme. Il movimento nasce di fatto a partire da tre documentari prodotti dall’americano Peter Joseph (Zeitgeist:the Movie del 2007, Zeitgeist:Addendum del 2008 e Zeitgeist:Moving Forward del 2011), distribuiti gratuitamente sul web allo scopo di favorirne una più capillare diffusione. Mescolando elementi di socialismo utopico (abolizione della moneta e delle banche), ecologismo, suggestioni New Age e cospirazionismo, lo scopo dei film sembra essere apparentemente quella di promuovere un radicale e scetticismo verso ogni forma di “autorità”, a partire dalla rivelazione pubblica di “verità nascoste”.

D’altronde, i contenuti di questi filmati sono vari e non di rado interessanti, benché caratterizzati dalla continua mescolanza di informazioni e illazioni. Il tono accattivante dei commenti, la perentorietà delle affermazioni -che solo di rado vengono suffragate da pezze d’appoggio, ma sono costantemente proposte in maniera assertiva come dati acquisiti- creano peraltro nello spettatore una disposizione ad accettare tutto il contenuto del messaggio come verosimile e condivisibile. I temi trattati spaziano dal ruolo delle banche nel potere politico all’usura e al signoraggio, dai dubbi sulla versione ufficiale della tragedia dell’11 settembre alla critica dell’economia. Il nucleo più corposo, tuttavia, è costituito da una serrata e implacabile critica religiosa –indirizzata quasi esclusivamente contro il Cristianesimo- dove 2000 anni di fede in Cristo vengono derubricati come strumento di dominio oppressivo sulle coscienze, di annichilimento della felicità e, soprattutto …come clamoroso e ignobile inganno storico!

Falsità del Cristianesimo? Un ingegnoso esempio di fanta-mitologia.

Non c’è dubbio che lo scopo principale di Zeitgeist sia, prima d’ogni altra cosa, una messa in discussione radicale del Cristianesimo. A tal scopo, l’autore (o gli autori) dei filmati rispolverano soprattutto la vecchia teoria mitica di ottocentesca memoria, per cui la stessa figura di Cristo non sarebbe altro che la mera riproposizione di antiche figure mitiche, come le divinità solari presenti nei culti dei popoli mediterranei.

Ed è così che, mescolando abilmente mezze verità con vere e proprie bufale, Zeitgeist riesce a produrre uno “spot” pseudo-storico che nessun esperto prenderebbe sul serio, ma che può risultare decisamente accattivante agli occhi di un “non addetto ai lavori”.

Alcuni dei dati ostentati con tanti sicumera nei film Zeitgeist, per la loro palese inconsistenza storico-religiosa, sembrerebbero persino gettare un ragionevole dubbio sulla buona fede degli autori: é questo, ad esempio, il caso del presunto parallelismo tra la figura del dio egizio Horus e Gesù. Nel corso dei filmati, infatti, si afferma che il dio Horus avrebbe avuto 12 discepoli, avrebbe operato miracoli e sarebbe stato “crocefisso” (!) per poi risorgere dopo tre giorni[1] …insomma, una vera e propria fanta-mitologia inventata di sanapianta ad uso e consumo delle proprie ipotesi, utilizzata però con molta spregiudicatezza per accusare il Cristianesimo di “plagio”!

Analoghi esempi di tale atteggiamento si susseguono a spron battuto nel corso delle produzioni targate Zeitgeist, dove in un florilegio di forzature o di autentiche mistificazioni, si afferma ad esempio che anche il dio frigio Attis –nume microasiatico della generazione e della rigenerazione- sarebbe stato crocefisso (?) oppure, saltando all’Antico Testamento, che il nome Mosè –in realtà di evidente origine egizia[2]– null’altro sarebbe che la translitterazione del cretese Minos o del sanscrito Manu (sorprendente esempi di fanta-etimologia, tanto suggestiva quanto inconsistente). …e tutto questo, alla faccia delle rassicuranti dichiarazioni dell’autore che, allo scopo di apparire più convincente, dichiara di “non voler essere offensivo ma di voler basarsi SUI FATTI. Di non voler ferire sentimenti, ma di voler essere ACCADEMICAMENTE CORRETTO” (!).

Naturalmente, i filmati Zeitgeist contengono anche dati storico-religiosi autentici utilizzati, come spesso accade in questi casi, per avvallare la credibilità di tutto il contesto. Così, ad esempio, è innegabile che esistano alcune analogie simboliche tra le vicende evangeliche e i miti di altre tradizioni spirituali; ma tali analogie, lungi dall’essere banalmente interpretabili come “scopiazzature”, rimandano piuttosto ad un comune sottofondo di simboli e di archetipi che sottende a tutta l’esperienza religiosa umana[3]. Un patrimonio comune che, tuttavia, è ben lungi dal poter dimostrare l’infondatezza storica della figura di Gesù. E d’altronde, così sembrerebbero pensarla anche gli autori di Zeigeist, che se avessero avuto abbastanza dati “reali” a sostegno delle loro tesi, non avrebbero evidentemente sentito il bisogno di inventarne di falsi…

– Ma il loro vero scopo é…

Ma a questo punto, al cospetto di una tale opera di mistificazione bella e buona, riecheggia quasi spontaneamente l’inquietante frase che più di un secolo fa si lasciò “scappare” dalla bocca Elena Petrovna Blavatsky: “nostro scopo non è di restaurare l’Induismo, ma di cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra”[4]. Proprio quella Blavatsky la quale, fondatrice di una Società Teosofica nata mescolando centoni di tradizioni orientali malcomprese con vaghe reminescenze di gnosticismo occidentale, può essere idealmente posta a capostipite di quella corrente neospiritualista confluita più di recente nello “stato di spirito” collettivo noto come New Age. Un movimento New Age dove, a fronte di una sbandierata proposta di “nuova spiritualità”, si cela più probabilmente l’interesse di chi, nella prospettiva della creazione (e imposizione?) di un Nuovo Ordine Mondiale, ha tutto lo scopo di omologare le varie identità religiose e culturali in un melting pot informe e inoffensivo. Una New Age dove, non a caso, è centrale quell’attesa della nuova Età dell’Acquario che dovrebbe sostituire la vecchia Età dei Pesci caratterizzata dal Cristianesimo: proprio il genere di suggestioni a cui attingono a piene mani gli autori di Zeitgeist.

Purtroppo però, a fronte di una diffusissima (e spesso coltivata) ignoranza di massa sulle tematiche religiose, accade ormai fin troppo spesso che certe “attraenti interpretazioni” finiscano per irretire un numero sempre crescente di persone; e, cosa ancor più dannosa, esse finiscono per ingannare soprattutto i più sensibili e intelligenti fra i nostri contemporanei, ovvero quei “cercatori di verità” a cui, sempre più spesso, il mare magnum della sottocultura contemporanea sembra offrire solo pallide parodie o interessate menzogne.       

 

 

 



[1] E’ probabile, inoltre, che in questo specifico caso, l’autore di Zeitgeist abbia per ignoranza sovrapposto (o letteralmente confuso) il mito di Horus con quello di Osiride: è Osiride, infatti, a venir ingannato e ucciso dal fratellastro Tifone-Set e a risorgere successivamente grazie alla magia di Iside. Anche nel mito di Osiride, tuttavia, non appare minimamente alcun “racconto di crocefissione”.

[2] Il nome Mosé rimanda, con ogni probabilità, all’antico termine egizio Mòsis (figlio). Come abbiano fatto gli autori di Zeitgeist a ricondurlo ad una radice cretese o indiana, questo è un vero mistero.

[3] Che il simbolo della Croce, ad esempio, possieda un significato sacro in una moltitudine di culture pre e post-cristiane, è un dato di fatto; ma questo non impedisce affatto che ”la croce” sia stata anche uno strumento di supplizio il cui utilizzo è tristemente documentato dagli storici antichi. In una prospettiva di fede, in effetti, non vi è nulla di strano che gli episodi della vita di Cristo possano essere, al tempo stesso, storicamente concreti quando significativamente simbolici. Chi ha occhi per vedere…

[4] Dichiarazione della Blavatsky, rilasciata sulla rivista The Medium and Daybreak, London 1893, p.23

Roma, sabato 19, ore 10.30 – Presentazione del libro EXTRATERRESTRI. LE RADICI OCCULTE DI UN MITO MODERNO

Sabato 19 Febbraio, ore 10.30,

Palazzo Valentini, via IV Novembre 119/a (dietro Piazza Venezia), Sala della Pace;

presentazione del libro:

 EXTRATERRESTRI.

LE RADICI OCCULTE DI UN MITO MODERNO

(Ed. Rubbettino)

Intervengono gli autori: Enzo PENNETTA e Gianluca MARLETTA

Presenta il libro il Prof. Mario POLIA, antropologo

Link iniziativa: http://www.extraterrestri.org/Immagini/Provincia.jpg

 

Scheda del libro:

·        Una vicenda che nessuno vi ha mai narrato prima…

·        Un libro controcorrente che, per la prima volta, mette in luce le radici occultiste di un mito che ha conquistato l’immaginario dei nostri contemporanei;

·        Una pseudo-religione a cavallo tra scientismo ed esoterismo;

·        Dallo spiritismo al contattismo, dall’archeologia “spaziale” all’ipotesi “parafisica” del fenomeno UFO;

Link: http://www.rubbettino.it/rubbettinohttp://www.libertaepersona.org/public/dettaglioLibro_re.jsp?ID=5064

“Il mito degli extraterrestri e l’attesa “messianica” che si addensa intorno alla figura dell’Alieno fanno ormai stabilmente parte dell’immaginario dell’uomo contemporaneo. Pochissimi, tuttavia, sospettano quali legami vi siano fra questo mito –apparentemente connotato in chiave scientifica e tecnologica- e le correnti più ambigue e nebulose dell’occultismo moderno. In questo saggio, per la prima volta, i due autori ricostruiscono le radici “occulte” e ignorate del mito extraterrestre, attraverso i suoi legami con lo spiritismo ottocentesco, la nascita del contattismo, la mediazione di singolari personaggi a cavallo tra scienza e magia, il ruolo del cinema, l’affermazione dell’“archeologia spaziale” e dell’”interpretazione extraterrestre” dei Libri Sacri; con sullo sfondo la realtà, tanto ambigua quanto evanescente, dei cosiddetti “fenomeni UFO”. Tutti elementi, questi, caratterizzanti un mito che è anche una delle più incredibili quanto riuscite parodie moderne della religione”.

Struttura, capitoli e approfondimenti (in aggiornamento) su: www.extraterrestri.org

E.Pennetta-G.Marletta, EXTRATERRESTRI. Alla scoperta della radici occulte di …una pseudo-religione.

Gianluca Marletta-Enzo Pennetta
EXTRATERRESTRI.
LE RADICI OCCULTE DI UN MITO MODERNO
Editrice Rubbettino – €. 11

Alzi la mano chi non ha mai sentito dire, almeno una volta, che (forse) siamo tutti “un po’ extraterrestri”? Che (sempre forse) la nostra comparsa sulla terra si spiega con l’intervento di ingegnosi esseri alieni che, all’alba della nostra storia, avrebbero modificato geneticamente qualche scimmiotto per creare l’homo sapiens? E’ chi, almeno una volta, non ha sentito o letto che “sono stati gli alieni” a costruire le Piramidi d’Egitto, che erano alieni gli “angeli” della Bibbia e che, (forse), pure Gesù era un bambino prodigio VENUTO DALLE STELLE?
“Deliri!”, dirà qualcuno; “ipotesi azzardate ma interessanti”, sosterrà qualcun altro: molto di più, diciamo noi. Si tratta infatti dei veri e propri “postulati dogmatici” di una PSEUDO-RELIGIONE che, ogni giorno che passa, affascina e irretisce sempre più persone d’ogni estrazione culturale e/o confessionale. Una pseudo-religione di cui, tuttavia, la maggior parte della gente ignora del tutto le origini: origini ambigue, sotterranee e spesso inquietanti che questo libro, forse per la prima volta, mette in luce.
Dalle evocazioni di “entità extraterrestri” da parte del luciferino Aleister Crowley alle ipotesi magico-aliene del suo discepolo (nonché ingegnere missilistico) Jack Parson, dai primi contattisti alle nebulose “apparizioni UFO” fino a quei veri e propri fenomeni di possessione che oggi vengono chiamati “abductions” o “rapimenti alieni” questo libro ricostruisce la genesi di un mito moderno la cui finalità ultima sembra essere la SOSTITUZIONE DI DOMINEIDDIO con l’attesa messianica di un contatto con presunti “salvatori extraterrestri”.

Link: http://www.rubbettino.it/rubbettinohttp://www.libertaepersona.org/public/dettaglioLibro_re.jsp?ID=5064

“Il mito degli extraterrestri e l’attesa “messianica” che si addensa intorno alla figura dell’Alieno fanno ormai stabilmente parte dell’immaginario dell’uomo contemporaneo. Pochissimi, tuttavia, sospettano quali legami vi siano fra questo mito -apparentemente connotato in chiave scientifica e tecnologica- e le correnti più ambigue e nebulose dell’occultismo moderno. In questo saggio, per la prima volta, i due autori ricostruiscono le radici “occulte” e ignorate del mito extraterrestre, attraverso i suoi legami con lo spiritismo ottocentesco, la nascita del contattismo, la mediazione di singolari personaggi a cavallo tra scienza e magia, il ruolo del cinema, l’affermazione dell'”archeologia spaziale” e dell'”interpretazione extraterrestre” dei Libri Sacri; con sullo sfondo la realtà, tanto ambigua quanto evanescente, dei cosiddetti “fenomeni UFO”. Tutti elementi, questi, caratterizzanti un mito che è anche una delle più incredibili quanto riuscite parodie moderne della religione”.
Struttura, capitoli e approfondimenti (in aggiornamento) su: www.extraterrestri.org

MA ISRAELE LO ATTENDEVA PROPRIO ALLORA. Profezie e attesa messianica a cavallo dell’Era Volgare

Tutti sanno che l’attesa messianica è una delle caratteristiche fondamentali della fede israelitica; molti, tuttavia, ignorano come il fervore e l’attesa del popolo ebraico abbiano spinto a ricercare, all’interno dell’enorme patrimonio profetico della Bibbia, qualcosa di più di un incerto riferimento ad un vago “avvento futuro”. Le testimonianze storiche e letterarie (sia ebraiche che di provenienza “gentile”) confermano, infatti, che proprio il periodo a cavallo di quell’Era Volgare, che per i Cristiani diventerà lo spartiacque della storia a causa della nascita di Gesù, fu anche l’epoca “fatale” in cui le attese messianiche si coagularono con particolare forza nella coscienza del popolo d’Israele. Detto fuor di metafora, dunque, era proprio intorno al periodo della nascita di Gesù che la generalità del popolo ebraico si attendeva l’avvento del tanto atteso Messia.

Nel suo libro La Guerra Giudaica, lo scrittore ebraico-romano Giuseppe Flavio, nel tentativo di spiegare la fanatica determinazione dei ribelli israeliti nella guerra contro i Romani che porterà alla distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio (66-74 d.C.), scrive: “Ma quello che incitò maggiormente alla guerra fu un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle Sacre Scritture, secondo cui in quel tempo ‘Uno’ proveniente dal loro popolo sarebbe diventato il dominatore del mondo” (cap. 5).

E’ interessante inoltre constatare come questa “attesa” fosse ben nota (e persino condivisa) anche oltre i confini di Israele. Lo scrittore Tacito, ad esempio, nelle sue Historiae, riferisce della “voce comune” che vedeva, nel periodo a cavallo della nostra Era Volgare, il momento scelto dal Cielo per la manifestazione di un sovrano universale che sarebbe apparso proprio in Israele; scriveva infatti lo storico latino: “I più erano persuasi trovarsi nelle antiche scritture dei sacerdoti che, verso questo tempo, l’Oriente sarebbe salito in potenza. E che dalla Giudea sarebbero venuti i dominatori del mondo” (Cap. V, 13).

Le profezie che, secondo l’interpretazione più diffusa presso gli Ebrei dell’epoca, avrebbero preannunciato la venuta del Messia a cavallo dell’Era volgare,  erano soprattutto due. La prima è presente tra le Benedizioni che Giacobbe impartisce ai suoi 12 figli; a Giuda –capostipite della tribù regale, da cui discende Davide- il padre profetizza: “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché non verrà colui al quale appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli” (Gn. 49, 10). Ora, è proprio a cavallo dell’Era volgare che, con la morte di Re Erode, il popolo d’Israele perde definitivamente anche l’ultima parvenza d’autogoverno –il bastone del comando– finendo direttamente sotto il controllo di Roma. Per questo motivo, colui al quale è dovuta l’obbedienza dai popoli era atteso proprio in quel periodo.

L’altra profezia è quella delle Settanta Settimane (o Settanta Settenari, traducendo il termine “settimana” con un periodo di 7 anni) presente nell’apocalittico Libro di Daniele: “Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua città santa per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli al peccato, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei Santi” (Dn. 9, 24). Identificando questo periodo di  490 anni (70×70), a partire dalla ricostruzione di Gerusalemme dopo la distruzione dei Babilonesi (516 a.C.), i saggi israeliti vedevano proprio nel periodo a cavallo del nostro Anno Zero, l’epoca in cui si sarebbe manifestato “l’Atteso” e sarebbe giunto il giudizio su Gerusalemme. Un’eco di questi calcoli, del resto, si avverte anche nelle affermazioni di maestri ebraici molto posteriori. Così, ad esempio, quasi rispondendo alla delusione ebraica per il “mancato avvento” del Messia (a cui farà seguito la distruzione del Tempio), un Rav. del III secolo d.C. poté dire che “tutte le date (calcolate per la venuta del Messia n.d.a.) sono già trascorse. L’evento non dipende più che dal pentimento e dalle buone azioni[1].

         Alla luce delle testimonianze storiche, pertanto, assumono un valore ben più pregnante le affermazioni evangeliche sull’attesa messianica nell’epoca di Gesù di Nazareth; così come si inquadrano in un coerente contesto storico-religioso sia la predicazione di Giovanni il Battista, che lo stesso annuncio di Gesù sui “tempi compiuti” e sulla necessità di convertirsi alla Buona Notizia. Una Buona Notizia che non era affatto attesa in un “nebuloso e quasi leggendario futuro”, ma che era storicamente contestualizzata all’inizio di quella che, per noi Cristiani, è “lo spartiacque della storia”.

 

 

 

          



[1] Cit. in D. Banon, Il messianismo, Firenze 2000, p. 18

“APOCALISSI”: un viaggio alla Fine dei Tempi

Per la prima volta, raccolte in un solo saggio, le "tradizioni apocalittiche" d’ogni tempo e luogo.

Mario Polia  / Gianluca Marletta

APOCALISSI.

LA FINE DEI TEMPI NELLE RELIGIONI,

Ed. Sugarco

 

 

“Le profezie sui Tempi Ultimi non hanno mai mancato di attrarre con il loro fascino irresistibile e a volte inquietante. ‘Apocalissi’ è un viaggio inedito, e unico nel suo genere, alla scoperta di questo filone mitico presente in tutte le religioni: in un percorso universale che va dalle fedi monoteistiche alle tradizioni orientali, dall’America precolombiana all’Europa precristiana, interrogando la Bibbia e il Corano, il Vishnu Purana indù e il Popol Vuh maya, nell’ottica scientifica ma affascinante della moderna storia delle religioni. Un viaggio nel futuro dell’umanità così come immaginato, con impressionati analogie nelle sue tappe fondamentali, dal pensiero religioso d’ogni tempo e luogo: dalla decadenza spirituale dell’uomo all’allontanamento dal Divino, dalla corruzione della società agli sconvolgimenti naturali, dal regno oscuro e grottesco dell’uomo-che-si-fà-dio alla vittoria finale della luce”.

 

Gli autori:

 

– Mario POLIA > antropologo, archeologo, storico delle religioni. Docente di Antropologia Culturale nella Pontificia Università Gregoriana. Direttore del Museo Demoantropologico di Leonessa (Ri). Direttore dell’Istituto di Studi Piceni, Ascoli, Etnografo in Perù dal 1971.

 

– Gianluca MARLETTA > nato a Roma nel 1971, è laureato in Storia Medievale presso l’Università di RomaTre e in Scienze Religiose alla Pontifia Universitas Lateranensis. Insegnante di Religione, conferenziere e articolista, ha pubblicato vari saggi su tematiche storico-religiose e antropologiche.

 

Link: http://www.sugarcoedizioni.it/  

 

Dio era un extraterrestre?

 


 

L’ultima frontiera della propaganda antireligiosa nel mondo contemporaneo sembra voler tirare in ballo gli alieni!

Non si tratta di una boutade o di uno scherzo: da anni, oramai, pullulano in libreria o in rete, libri, documentari e pubblicazioni sostenenti l’ipotesi di un’origine “aliena” del genere umano.  Siafferma cioè che l’apparente “miracolo” dell’apparizione dell’uomo sulla terra –giustamente ritenuto “inspiegabile” a partire dall’ipotesi casualista darwiniana- sarebbe il risultato di un intervento “esterno” da parte di esseri extraterrestri. Sarebbero gli extraterrestri, dunque, i nostri veri creatori -o meglio, manipolatori genetici, avendo, secondo tali ipotesi, mescolato il loro superiore DNA con quello delle scimmie terrestri- e gli stessi Testi Sacri, in primis la Bibbia, non sarebbero altro che narrazioni “ingenue” e  “primitive” di antiche visite da parte di esseri alieni sul nostro pianeta. Queste visioni, bizzarre quanto accattivanti, hanno conquistato negli anni un pubblico molto vasto, ma stanno solo negli ultimi tempi un esplosivo successo grazie all’opera di un curioso scrittore di origine ebraico-azera, Zacharia Sitchin, autore di una riuscitissima serie di saggi pubblicati in tutto il mondo.

 

 

  “Come padre un alieno…”: cenni di eziologia “extraterrestre”.

 

In realtà, c’è da dire che le celebri tesi dello scrittore azero non sono così “nuove” come qualcuno sarebbe tentato di credere;  è da più di 50 anni, infatti, che queste ipotesi a metà tra religione, scienza e fantascienza conquistano, ogni tanto, la notorietà. Il primo ad ipotizzare un intervento alieno nella storia umana, infatti, fu, già nei primi anni ’50, il matematico sovietico Matest M. Agrest, che dalle pagine della rivista moscovita Literaturnaja Gazeta, con l’evidente appoggio dell’allora nomenclatura comunista che ne intuiva il potenziale in chiave di propaganda antireligiosa, affermava che molti degli eventi miracolosi presenti nei testi biblici potevano in realtà riferirsi ad ingenue testimonianze dei nostri “sprovveduti” antenati venuti a contatto con antichi visitatori extraterrestri.

 

Negli anni ’60, poi, è lo svizzero Eric Von Daniken a proporre al grande pubblico l’ipotesi, ancor più radicale, dell’origine aliena del genere umano. In verità, la tesi di Von Daniken era, in questa prospettiva, ancor più estrema: egli adombrava infatti l’ipotesi che la stessa vita sulla terra fosse il risultato di un esperimento (mediante inseminazione) da parte di creature extraterrestri: questo, al fine di spiegare il mistero dell’apparizione della vita, apparentemente insolubile a partire dal meccanismo caso/necessità proposto dal darwinismo dominante. E’ curioso, d’altronde, ricordare come il Von Daniken abbia trovato un’insperata sponda “ufficiale” nelle speculazioni dello scienziato Francis Crick, co-scopritore della funzione del DNA e ateo militante, che in un articolo del 1973[1], ipotizzava una versione radicale dell’ipotesi della Panspermia, da lui definita Directed Panspermia (Panspermia Controllata). Il Crick, in sostanza, pur di rimuovere certe imbarazzanti aporie nella visione materialistica dell’origine della vita –che potevano pericolosamente aprire la porta alla possibile esistenza di un Progetto Divino- era disposto a sostenere l’ipotesi che la vita venisse “inseminata” di pianeta in pianeta da intelligenze extraterrestri in una sorte di “creazione programmata”: ipotesi questa che avrebbe permesso di fare a meno -o perlomeno di rimandare alle proverbiali calende greche- la sgradita domanda inerente l’esistenza di un Dio creatore…

 

 

Nibiru, Annunaki e Nephilìm: la “saga” extraterrestre di Zacharia Sitchin.

 

Zakaria Sitchin, ultima “star” in ordine di tempo della letteratura alienofila, non arriva, bontà sua, a tanto. Senza voler appaltare ad un “seminatore extraterrestre” il merito della presenza della vita nell’universo, egli si limita prudentemente a tirarlo in ballo solo per quanto riguarda l’origine dell’Homo Sapiens. Studioso autodidatta di lingue e mitologie mesopotamiche, Sitchin si distingue dai suoi predecessori anche per una certa erudizione che conferisce ai suoi saggi un aspetto a prima vista più “credibile” rispetto ad altre opere del settore. Questa erudizione, intelligentemente esibita, maschera con grande abilità le aporie e gli improbabili voli pindarici contenuti nelle tesi dello scrittore azero, permettendogli di vendere al pubblico un’appetibile contro-storia dell’umanità, al tempo stesso dotta come una tesi di laurea e intrigante come un romanzo di fantascienza.

 

            L’ipotesi di Sitchin è essenzialmente basata su un’interpretazione sui generis degli antichi testi mesopotamici e biblici, i cui punti cardine sono:

 

1)      L’interpretazione in chiave “astronomica” dell’epopea babilonese della creazione (Enuma Elish);

 

2)      L’idea che le antiche popolazioni della Mesopotamia fossero a conoscenza, dell’esistenza di Dodici corpi celesti del nostro sistema solare, tra i quali figurerebbe un pianeta di nome Nibiru caratterizzato, secondo Sitchin, da un’orbita eccentrica che lo porterebbe periodicamente nelle vicinanze della Terra;

 

3)      L’idea che gli abitanti di Nibiru, che Sitchin chiama Annunaki dal nome delle divinità mesopotamiche, o col termine biblico Nephilim, abbiano generato l’homo sapiens mescolando i propri geni a quelli degli esseri primitivi già esistenti sulla Terra.

 

Il primo testo antico a cui Sitchin afferma di rifarsi è, come detto, il poema babilonese della creazione, in cui è presente il mito di Marduk e Tiamat. Il leif motiv della storia di Marduk e Tiamat, peraltro, ha numerose analogie con altri miti antichi: Marduk, divinità guerriera e maschile, uccide il mostro Tiamat rappresentante le acque del l’oceano primordiale e dal suo corpo “forma” la terra e il cielo. Alla luce della scienza delle religioni, d’altronde, il mostro delle acque, Tiamat, rappresenta evidentemente la “materia indifferenziata”, la realtà ancora oscura e indivisa precedente alla Creazione dove sono contenuti “in potenza” i germi del futuro universo; Marduk, principo maschile, è colui che differenzia questa materia inerte, liberando “le forme” del creato in un processo che, anche presso altre tradizioni, è spesso rappresentato come un “combattimento” [2].

 

Zacharia Sitchin, al contrario, afferma che i nomi di queste divinità dovrebbero essere identificati con quelli dei pianeti orbitanti intorno al Sole: in particolar modo, Marduk il guerriero altro non sarebbe che un pianeta dall’orbita eccentrica non ancora scoperto dagli astronomi moderni e Tiamat sarebbe invece il ricordo mitico di un grande corpo celeste esistito miliardi di anni fa. Dallo scontro di Marduk con Tiamat (simboleggiato secondo Sitchin dal “combattimento”), quest’ultimo corpo celeste avrebbe dato origine da una parte alla nostra Terra, dall’altra alla Fascia degli Asteroidi, mentre Marduk, catturato nell’orbita del sole sarebbe divenuto Nibiru, il Dodicesimo Pianeta dall’orbita eccentrica che solo a intervalli di millenni sarebbe visibile dalla Terra.

 

A dispetto d’ogni inverosimiglianza, è solo dopo questo improbabile preludio astronomico che lo scrittore azero giunge al cuore della sua epopea fantarcheologica.  Il pianeta Nibiru, infatti, altro non sarebbe che l’astro da dove sarebbero giunti sulla Terra gli Annunaki –i “figli del cielo: parola con cui i Sumeri indicavano i loro dei. Queste creature, che Sitchin immagina alla ricerca di metalli nobili come l’oro, avrebbero sfruttato le risorse della Terra servendosi, pur a fronte della loro tecnologia straordinaria, di altri Annunaki utilizzati come servitori. Ed è qui, che Sitchin introduce la sua personalissima interpretazione di un altro monumento della letteratura mesopotamica, l’epopea dell’Atrahasis, che narra tra l’altro una versione del mito della creazione.  Nell’Atrahasìs, infatti, si narra di come gli Annunaki utilizzassero per i lavori umili delle divinità minori dette Igigi. Proprio a causa di una rivolta degli Igigi, stanchi di faticare per nutrire i loro superiori, gli Annunaki avrebbero deciso di creare un essere che potesse lavorare al posto loro: l’uomo. Per crearlo, tuttavia, gli Annunaki avrebbero sacrificato una divinità minore -il demone Kingu– allo scopo di mescolarne il sangue con l’argilla tratta dalla terra.

 

Questo mito, che se da una parte è fondamento archetipico del rapporto angoscioso e terrificante che le popolazioni della Mesopotamia mantenevano con il mondo del sovrannaturale –l’uomo è visto come schiavo degli dei– d’altro, tuttavia, mette anche in luce la natura al tempo stesso terrestre e celeste che differenzia l’essere umano da tutte le altre creature, viene naturalmente interpretato da Sitchin in chiave tecnologico-aliena: l’uomo, infatti, null’altro sarebbe (come avrete già capito…) che il frutto di una mescolanza genetica fra il DNA dell’homo erectus e quello degli Annunaki (leggi extraterrestri) allo scopo di generare uno schiavo da poter utilizzare nelle estrazioni minerarie. Naturalmente, Sitchin non si sofferma punto a spiegare per quali motivi i presunti Annunaki, capaci di viaggiare nello spazio e di inventare nuove specie, avessero bisogno di umili schiavi per estrarre minerali dalle miniere, né perché avessero scelto questa complicata soluzione piuttosto che ripiegare su più semplici e servili robot privi d’intelligenza, ma in compenso indica con precisione la zona del mondo dove questo evento fatale sarebbe avvenuto, ovvero l’Africa Australe, nella regione del fiume Zambesi. Sitchin, peraltro, pretende di superare anche lo scoglio della possibile “incompatibilità genetica” fra esseri di mondi diversi, ricorrendo alla sua personale interpretazione della nascita della Terra, che avrebbe ricevuto i “germi della vita” al momento del presunto crash col pianeta Marduk/Nibiru: l’evoluzione poi avrebbe fatto il resto, generando esseri simili, e quindi compatibili geneticamente, a partire da una genetica simile.

 

 

  L’Eden e i Giganti: esegesi ufologica della Bibbia.              

 

             Una panoramica del Sitchin-pensiero, tuttavia, non é completa senza un collegamento con la tradizione biblica. Lo scrittore azero, ad esempio, identifica il giardino dell’Eden con la regione della bassa Mesopotamia dov’era Sumer[3], ma per risolvere l’apparente contraddizione fra un Eden mediorientale e la presunta culla africana del genere umano, l’autore è costretto ad un altro dei suoi funambolici voli, immaginando una precedente missione-annunaki nel Golfo Persico allo scopo di ricavare oro dalle acque del mare. In quel luogo, gli extraterrestri avrebbero trasferito dall’Africa un certo numero di schiavi umani per aiutarli nel lavoro, come indicherebbe, a parere di Sitchin, il versetto della Genesi biblica in cui si dice che YHWH “pose l’Adamo nel giardino dell’Eden”[4], segno secondo Sitchin che il nostro progenitore fu “preso” da un’altra parte e portato lì.

 

            Nell’esegesi biblica di Sitchin non poteva mancare, naturalmente, il riferimento ad uno dei passi più discussi dell’Antico Testamento –particolarmente “gettonato” fra gli ufologi- ovvero al celebre incipit del capitolo 6 di Genesi in cui si parla dei “figli di Dio” che, unendosi alle “figlie dell’uomo”, avrebbero generato i Nephilim (in ebraico “i Caduti” o “Coloro che fanno cadere”[5]), che la versione greca dei CXX traduce col termine Gìgantes, assimilandoli in tal modo a quelle protervie ed empie figure presenti anche nella mitologia ellenica. Sulla scia della comune interpretazione diffusa negli ambienti ufologici, Sitchin afferma naturalmente l’identità fra questi misteriosi “figli di Dio” e gli extraterrestri di Nibiru, che accoppiandosi con le donne terrestri avrebbero dato origine ad una stirpe ibrida. La ragione del promiscuo accoppiamento, secondo Sitchin, sarebbe stata la mancanza di individui femminili nella colonia che gli Annunaki avevano creato sulla Terra, penuria che avrebbe costretto i colonizzatori a “passare tempo” con le terrestri[6].

 

            Ancora una volta, tuttavia, Sitchin sembra completamente ignorare la regola aurea che consiglia di interpretare un testo innanzitutto a partire dal contesto culturale in cui esso trae origine. Completamente a digiuno di simbolismi e di metafisica tradizionale, peraltro, il Sitchin probabilmente ignora l’esistenza stessa di “interpretazioni tradizionali” del famoso versetto biblico.  Ricordiamo, ad esempio, che nella tradizione giudaico-cristiana questo versetto ha dato origine a interpretazioni affascinanti –e certamente più “in sintonia” con la visione del mondo propria agli scrittori biblici- già dagli ultimi secoli prima di Cristo; e questo, senza dover tirare in ballo gli ET. Una corrente antica del giudaismo, identificava i “figli di Dio” con degli angeli caduti che avrebbero generato una prole con le donne umane, insegnando loro anche la magia e le arti nefaste che porteranno alla degenerazione spirituale punita col diluvio. Questa idea, che ai nostri occhi potrebbe sembrare bizzarra e persino blasfema, di un accoppiamento fra creature “spirituali” e terrene, và comunque letta alla luce di un’idea del rapporto tra “visibile” e “invisibile” molto più complesso e sfumato di quel che normalmente si crede: una visione che è presente fino all’età classica e al Medioevo e, in qualche caso, si trasmette fino in età moderna[7].

 

Nella tradizione più “ortodossa”, tuttavia, i “figli di Dio” e le “figlie dell’uomo” sono identificati con le due discendenze del “giusto Set” (il figlio avuto da Eva al posto di Abele) e dei Caino: dalla mescolanza tra queste due stirpi avrebbe avuto origine la razza maledetta dei Nephilim, che significativamente la traduzione greca della Bibbia identifica coi Giganti -terribili figure della mitologia ellenica condannati da Zeus per aver voluto “scalare l’Olimpo”- divenute il simbolo dello spirito luciferino nella sua ribellione al Divino. Quel che è più importante da rilevare, infatti, è che, al di là delle varie interpretazioni, il capitolo 6 di Genesi così’ caro a Sitchin e ai cultori del mito extraterrestre, é soprattutto la spiegazione mitica della nascita di quella interpretazione perversa del sacro che, senza mezzi termini, potremmo definire satanica. Non a caso, una delle interpretazioni più credibili del famoso numero della bestia 666 contenuto nell’Apocalisse è proprio quella in cui questa cifra è considerata come il valore numerico del termine greco Tèitan: Gigante[8].                    

 

 

   …per mandare in pensione Domineiddio!

 

L’opera di Sitchin, naturalmente, ha potuto conoscere un tale successo presso il pubblico di tutto il mondo anche grazie alla pressoché totale disinformazione esistente a livello di massa sui temi storico-religiosi. D’altronde, è davvero improbabile immaginare che la maggior parte della gente possa avere conoscenze sufficienti di esegesi biblica – o men che meno di letteratura e mitologia mesopotamiche…- al punto da possedere quegli strumenti minimi che soli garantirebbero una lettura critica di libri come quelli di Sitchin.

 

La causa del successo di questa fantaepopea, tuttavia, non sembra risiedere soltanto in una certa (e comprensibile) impreparazione del pubblico, ma anche e soprattutto nel fascino che certe tesi indubbiamente veicolano indipendentemente dalla loro credibilità. Nell’epopea fantascientifica degli Annunaki, infatti, il lettore stanco di una scienza “ufficiale” sempre più dogmatica e di una religione sempre più orizzontale e secolarizzata, può riscoprire il brivido del mistero e la gioia dello stupore. Inoltre, opere come quella di Sitchin sembrano strizzare l’occhio a quella “cultura del sospetto”, violentemente caratterizzata  in chiave antireligiosa e soprattutto anticristiana, che da tempo culla il sogno di mandare definitivamente in pensione Domineiddio …magari, se necessario, sostituendolo persino coi Marziani!  

 

 

  

 

    

 

              

 

 

 

 

 



[1] F. Crick, L. Orgel, “Directed Panspermia”, in Icarus n°. 19, London 1973

 

[2] Il nome Tiamat, è analogo all’ebraico Tehòm, indicante le “acque primordiali” (ovvero la materia informe e indifferenziata) sulle quali in principio si librava lo Spirito di Dio (Genesi 1, 2).   

[3] Cfr. Z. Sitchin, La Bibbia degli dei, Milano 2007, pp. 34-36

[4] Genesi 2, 1

[5] Dalla radice ebraica nafal, cadere. Il nome può riferirsi sia all’origine dei Nephilim dagli “angeli caduti”, sia al “far cadere”, poiché questa stirpe è vista come causa di un’ulteriore degenerescenza dell’uomo dopo la cacciata dall’Eden.

[6] Z. Sitchin, La Bibbia degli dei, cit. pp. 94-95

[7] L’idea che vi possa essere un connubio sessuale fra esseri umani e creature “immateriali” è antica come l’uomo. Nel Medioevopersino un San Tommaso D’Aquino ha parlato di Incubi (entità demoniache di genere maschile capaci di avere rapporti nel sonno con donne e persino di “concepire” grazie allo sperma sottratto ad altri uomini) e Succubi (controparte femminile). Innumerevoli sono i racconti – anche piuttosto recenti- relativi a presunti rapporti fra donne e creature come Elfi o Fate (con concepimento di una prole “ibrida”), di cui ad esempio è ricchissimo il folklore delle regioni di lingua celtica (cfr. P. Narvez, The Good People: New Fairylore Essays, University of Kentucky 1997). E’ dunque possibile che l’episodio narrato da Genesi 6 possa inquadrarsi in questo contesto di credenze universalmente diffuse e condivise da molte culture tradizionali.

[8] Tra i Padri della Chiesa, sostengono quest’interpretazione Ireneo di Lione e Ippolito Romano (cfr. G. Marletta/M. Polia, Apocalissi. La fine dei tempi nelle religioni, Milano 2008, pp. 62-63.

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