«Vogliono disperatamente il controllo. Dicono: voglio morire adesso». Sono le parole di una dottoressa canadese che ha praticato oltre 400 morti assistite nel video sottotitolato dai curatori del blog https://vitadegna.it/blog, nato allo scopo di informare e sensibilizzare in tema di eutanasia e suicidio assistito.
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Suicidio assistito: il punto del non ritorno
Rilanciamo l’ottimo editoriale pubblicato sul sito https://vitadegna.it/ che ha lo scopo di informare e sensibilizzare in tema di eutanasia, perchè nessuna società civile può accettare di eliminare chi soffre invece di curarlo.
Continue reading “Suicidio assistito: il punto del non ritorno”Suicidio assistito: la negazione della libertá.
Toscana. Legge sul suicidio assistito. Un attacco alla “Libertà e alla Persona”.
Sí, cari lettori. È andata proprio così. Qui si vende la propria vita per acquistare un’idea, nel mercato della dignità.
E volete sapere cosa è davvero successo? Ve lo raccontiamo.
Continue reading “Suicidio assistito: la negazione della libertá.”Il testamento biologico e il (dubbio) consenso

Il testamento biologico è forse la più complessa delle casistiche che il dibattito in bioetica abbia mai esplorato, e se diversi Paesi europei, per prassi o per legge, l’hanno autorizzato, questa non è affatto una buona ragione per liquidare, come tanti cervelloni vorrebbero, la questione come risolta. Del resto, casi agghiaccianti che mettono in crisi la presunta eticità delle direttive anticipate di trattamento di certo non mancano.
Ricordiamo la vicenda di Kerrie Wooltorton, ventiseienne inglese che, giunta in ospedale in seguito a volontario avvelenamento, ha esibito ai medici pronti a soccorrerla un foglietto nel quale documentava la propria volontà Continue reading “Il testamento biologico e il (dubbio) consenso”
Riflessioni di un medico sul testamento biologico.
Il testamento biologico reca in sé il potenziale per una pericolosa apertura all’eutanasia. La spinta verso il riconoscimento di esso nasce proprio nell’ambito della cultura e delle organizzazioni eutanasiche; Luis Kutner ne presenta la prima stesura nel 1967 per conto della Euthanasia Society of America.
La collocazione ed il ruolo che si intende attribuire a tali documenti è essenziale, perché da essi dipende l’eventuale deriva in senso eutanasico e lo stesso stravolgimento del ruolo dei medici, così come è stato concepito per almeno venticinque secoli. Tra i maggiori sostenitori di un impiego allargato delle dichiarazioni anticipate si contano medici di indiscusso valore; è dunque sorprendente la tendenza di questi a glissare sui fatti di cui gli oltre cinquemila studi pubblicati sull’argomento sono espressione difficilmente eludibile. Continue reading “Riflessioni di un medico sul testamento biologico.”
Travaglio: suicidio assistito? Ma siamo matti?

Ho sempre faticato a leggere Marco Travaglio. Spesso dice cose vere, ma quasi sempre lo fa, a parer mio, animato da una vena critica perentoria e unilaterale, senza considerare la possibilità di essere, come tutti, fallibile. Eppure lo leggo con assiduità: confrontarsi con le opinioni altrui non è mai una perdita di tempo, e poi scrive molto bene. Anche se questa lettura, dicevo, spesso mi risulta indigesta. Oggi no.
Succede infatti che dopo innumerevoli dissensi mi sia trovato – nella consueta rassegna di tutti i quotidiani – a leggere un editoriale di Travaglio che, cosa più unica che rara, ho condiviso in larghissima parte. L’articolo, intitolato “Il medico salva, non uccide”, riporta un commento del vicedirettore del Fatto Quotidiano a proposito della pratica del suicidio assistito, tornata tristemente alla ribalta con la morte di Lucio Magri, che vi ha fatto ricorso in Svizzera, colpito – come ha confermato anche una fonte insospettabile come la Repubblica – da «una depressione vera». Ebbene, poiché ritengo che l’articolo di Travaglio di oggi sia tutto da leggere, mi permetto – senza commenti aggiuntivi – di condividerne un’ampia parte:
«Dal punto di vista pratico, gli impedimenti alla legalizzazione del “suicidio assistito” sono infiniti. Che si fa? Si va dal medico e gli si chiede un’iniezione letale perché si è stanchi di vivere? O si prevede un elenco di patologie che lo consentono? Quasi nessuna patologia, grazie ai progressi della scienza medica, è di per sé irreversibile. Nemmeno la depressione. Ma proprio una patologia leggere può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”. Qui di irreversibile c’è solo il “suicidio assistito”: ti impedisce di curarti e guarire, dunque di decidere consapevolmente, cioè liberamente, della tua vita. E se poi un medico o un infermiere senza scrupoli provvedono all’iniezione letale senza un’esplicita richiesta scritta, ma dicendo che il paziente, prima di cadere in stato momentaneo di incoscienza e dunque impossibilitato a scrivere, aveva espresso la richiesta oralmente? E se un parente ansioso di ereditare comunica al medico che l’infermo, prima di cadere in stato temporaneo di incoscienza, aveva chiesto di farla finita?
Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Voglio sperare che l’istinto naturale di tutti noi sia quello di salvarlo. Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c’è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero di suicidi è indice dell’infelicità, non della "libertà" di un Paese. E quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? Il suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?» ("Il Fatto Quotidiano", 2/12/2011).
Come dicevo, davanti ad argomenti tanto lineari e convincenti, c’è poco da aggiungere. Eccetto un “bravissimo” che Marco Travaglio, questa volta, si merita senza tentennamenti. E’ un “fatto”, come direbbe lui.
Quando finisce davvero la vita?
Il Leone che non c’è più. Ma ruggisce ancora

«Se anche per un’unica volta accettiamo il principio del diritto a uccidere i nostri fratelli […] allora in linea di principio l’omicidio diventa ammissibile per tutti gli esseri improduttivi, i malati incurabili, coloro che sono stati resi invalidi, e noi stessi, quando diventiamo vecchi. Chi potrà ancora avere fiducia nel suo medico? Potrà condannarlo a morte». Sono trascorsi esattamente settant’anni da quando il vescovo di Münster, il cardinale Clemens-August von Galen, pronunciò queste parole in un’omelia tenuta nell’agosto del 1941. Eppure non si direbbe, tanto sono attuali rispetto al tema dell’eutanasia e del presunto “diritto a morire”. In particolare, dell’argomentare del cardinale, colpisce il tono col quale ci mette in guardia, perché «se anche per un’unica volta» si accetta l’eliminazione di un essere umano, questa «diventa ammissibile per tutti». A giudicare da come anche tanti esponenti del clero abbiano preferito tacere davanti alle morti di Terry Schiavo ed Eluana Englaro, e di come, più in generale, si sia diffusa l’idea che esistano “casi limite” nei quali si può procedere alla deliberata soppressione di esseri umani ormai «incurabili», viene da sospettare che il cardinale von Galen fosse uno che la vedeva davvero lunga. E che, soprattutto, amasse parlare chiaro, lui che fuori casa aveva gli uomini di Hitler, mica Pannella; non per nulla si meritò il soprannome di "leone di Münster". Peccato che, settant’anni dopo, siano sempre meno, non solo a Münster, coloro che ritengono che non si debba uccidere neanche «per un’unica volta». Ah, se solo ci fossero in giro meno colombe e più leoni!
Osservazioni critiche sulle DAT
di Giorgio Carbone OP
Non vorrei rompere le uova nel paniere di nessuno, ma non voglio neanche fare l’irenista a tutti i costi. E vista la posta in gioco non posso starmene zitto. Al di là delle nobili intenzioni dei proponenti e dei vari relatori parlamentari, il disegno di legge cd. Calabrò, secondo il testo licenziato dalle commissioni della Camera dei Deputati nel marzo scorso e ora in via di discussione alla stessa Camera, sembra essere una «grande trappola».
Non sta né a me né a te giudicare le intenzioni umane, ma ogni cittadino che ama il bene comune della Nazione è chiamato a giudicare il contenuto di una proposta di legge, per ciò che essa dice e per ciò che essa non dice. Gli argomenti usati per favorire tale disegno di legge sono molti, ne ricordo solo alcuni: 1. esso eviterebbe altri casi Englaro; 2. riconosce la vita umana come diritto inviolabile e indisponibile (art. 1, c. 1, a); 3. afferma che «alimentazione e idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita» (art. 3, c. 5). Dobbiamo leggere il ddl Calabrò, non solo per le affermazioni di principio validissime e nobili, come quelle di cui all’art. 1, ma anche alla luce di ciò che è detto negli articoli successivi.
Infatti, l’applicazione pratica della legge 194/1978 insegna che l’articolato di una legge speciale spesso limita o addirittura nega i principi solennemente affermati all’inizio. Inoltre, dobbiamo considerare anche ciò che il disegno normativo non dice. E, infine, ci dobbiamo immaginare degli esempi concreti di applicazione. 1. Estensione del caso Englaro L’art. 2, c. 6 recita: «In caso di soggetto interdetto il consenso informato è prestato dal tutore che sottoscrive il documento». L’art. 3, c. 3 recita: «Nella DAT può essere esplicitata la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato o sperimentale». Mentre all’art. 3, c. 5 si dice che: alimentazione e idratazione «devono essere mantenute fino al termine della vita» (si noti che nel testo licenziato dal Senato si diceva che «sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita»; si noti anche che il testo ora in discussione dice «mantenute», il che è diverso dal dire «devono essere iniziate») e «non possono formare oggetto di DAT».
Facciamo ora il caso di un padre-tutore di un paziente-interdetto di una patologia cronica, ma non in fase terminale, paziente che domani avrà bisogno della PEG per l’applicazione della quale si richiede intervento chirurgico poco invasivo con anestesia locale. Se il padre-tutore ha redatto le DAT in cui rinuncia a qualsiasi intervento che richiede anestesia anche locale, o a qualsiasi operazione chirurgica; per quanto la PEG sia finalizzata a idratare e alimentare, se il padre-tutore ha rinunciato e non dà il consenso all’intervento chirurgico, il medico coscienzioso non potrà fare nulla perché ai sensi dell’art. 2, c. 1 «Salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso informato esplicito e attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole». Si ripeterà così il caso Englaro. Inoltre, ci sarebbe un’aggravante di gran lunga peggiorativa. Mentre Beppino Englaro per raggiungere il suo obiettivo ha dovuto ricorrere molte volte alla magistratura ordinaria, il disegno di legge conferisce al tutore un diritto soggettivo di dare il consenso o di esprimere una rinuncia e a questo diritto soggettivo corrisponde il dovere da parte di terzi di rispettarne l’efficacia. In ogni caso il titolare del diritto soggettivo potrà agire in giudizio per ottenere l’applicazione di quanto gli spetta. Diciamo così: la prassi-Englaro, anziché essere eliminata o arginata, ottiene un riconoscimento giuridico generalizzato.
2. Silenzio circa ventilazione artificiale Altro fatto significativo è il silenzio circa la ventilazione artificiale. Eppure si tratta sempre di atto di sostegno vitale finalizzato a lenire il dolore, conseguente alla sensazione di soffocamento.
3. La disponibilità della vita Come ricordato, il ddl Calabrò riconosce la vita umana come diritto inviolabile e indisponibile (art. 1, c. 1, a): grande affermazione di un principio cardine degli ordinamenti giuridici occidentali. Tuttavia, se è vero che dare rilevanza giuridica alle DAT e alla «rinuncia ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari» (così l’art. 3, c. 3) equivale ad ammettere che un cittadino possa disporre della propria esistenza fisico-corporea, allora il ddl Calabrò, conferendo rilevanza giuridico-sociale alla rinuncia ad ogni trattamento sanitario giudicato sproporzionato, di fatto e di diritto cancella il principio dell’indisponibilità della vita fisico-corporea, affermato solennemente all’art. 1, c. 1, a. 4. L’identità del medico Inoltre, l’art. 2, c.1 recita «Salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso informato esplicito e attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole». Oggi non vige questa norma, ma già per molti interventi diagnostici e terapeutici i medici ci chiedono il consenso, come è giusto che sia. Cosa cambia con l’introduzione di questa norma? Viene giuridicizzato il rapporto. Oggi è disciplinato dal Codice di deontologia medica. Domani sarà un rapporto giuridico di tipo contrattuale, opponibile a terzi, e soprattutto con quella norma viene meno l’obbligo terapeutico, assistenziale del medico, la cui contro-faccia è il reato di omissione di soccorso. È vero che l’art. 2, c. 9 recita: «Il consenso informato al trattamento sanitario non è richiesto quando la vita della persona incapace di intendere e di volere sia in pericolo per il verificarsi di una grave complicanza o di un evento acuto» (è il caso degli incidenti stradali); ma in tutti gli altri casi, dove il consenso è stato dato solo per qualche intervento, oppure è stato espresso un rifiuto, il medico non ha più l’obbligo giuridico di agire, pena il reato di omissione di soccorso. Introducendo l’art. 2, c.1, la causa legittimante l’atto medico diventerà esclusivamente il consenso del paziente.
Mentre adesso, come è stato affermato dalla Cassazione con la sentenza n. 2437 del 18 dicembre 2008, la causa che legittima il medico a intervenire sul paziente è innanzitutto la sua missione e la sua competenza professionale e poi il consenso informato. La proposta di legge in discussione alla Camera stravolge, quindi, ancora una volta l’identità della professione medica: da professionista che agisce in scienza e coscienza sulla base delle proprie competenze tecnico-scientifiche sarà ridotto a esecutore – o come dicono già in molti – operatore delle volontà altrui, anestetizzando così la propria coscienza professionale. È vero che c’è bisogno di una legge, ma è sufficiente di un solo articolo: «Anche nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, l’alimentazione, l’idratazione e la ventilazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica posso fornirle alla persona umana, sono doverose forme di sostegno vitale e finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita».
(Fonte: Il Foglio 14/7/2011)
Una legge sbagliata. Punto
Il testamento biologico e quella zona grigia che non può essere normata
La discussione conclusiva alla Camera della legge sul fine vita, che raccoglie un consenso maggioritario, allude a un problema etico di fondo, quello dei limiti di ingerenza dello stato nelle scelte personali di coscienza. Tra queste non è riconosciuta quella all’eutanasia e quindi a molti è sembrato ragionevole intervenire con una legge per delimitare gli interventi “creativi” della magistratura. Naturalmente è criticabile l’interferenza che si è determinata nel caso Englaro e che ha dato origine al successivo intervento parlamentare.
Il punto, però è questo: è giusto, per contrattare l’interferenza indebita di un ordine dello stato, legiferare nel merito rendendo l’interferenza dello stato sistematica? Pur riconoscendo la difficoltà di una scelta di questo genere, deve essere difeso il principio generale. L’estremo passaggio, specialmente se avviene in condizioni particolarmente tragiche, deve restare oggetto di pietà e di cura, non di commi e codicilli. C’è una zona grigia che non può essere normata, solo rispettata affidandosi alla responsabilità delle persone, dei medici, dei familiari.
Con tutta la buona volontà, il giusto intento di evitare l’estensione di pratiche di eutanasia striscianti finisce con l’ingabbiare un momento cruciale e tragico in una ragnatela burocratica spersonalizzante e, alla fine, inapplicabile. La deriva culturale che fa leggere anche la morte in termini consumistici e che quindi favorisce l’eliminazione delle esistenze inutili e non autosufficienti è un orribile segno dei tempi. Va contrastata senza tentennamenti con una battaglia culturale, che non può essere surrogata da nessun articolo di legge. La morte non è un diritto, è un fatto naturale e inevitabile, che va accettato in tutte le sue complessità, ma di questo bisogna convincersi e convincere. Costringere a nutrire questa convinzione in forza di legge prima che ingiusto è impossibile.
Da http://www.ilfoglio.it/soloqui/9644