Una legge sbagliata. Punto

Il testamento biologico e quella zona grigia che non può essere normata

La discussione conclusiva alla Camera della legge sul fine vita, che raccoglie un consenso maggioritario, allude a un problema etico di fondo, quello dei limiti di ingerenza dello stato nelle scelte personali di coscienza. Tra queste non è riconosciuta quella all’eutanasia e quindi a molti è sembrato ragionevole intervenire con una legge per delimitare gli interventi “creativi” della magistratura. Naturalmente è criticabile l’interferenza che si è determinata nel caso Englaro e che ha dato origine al successivo intervento parlamentare.

Il punto, però è questo: è giusto, per contrattare l’interferenza indebita di un ordine dello stato, legiferare nel merito rendendo l’interferenza dello stato sistematica? Pur riconoscendo la difficoltà di una scelta di questo genere, deve essere difeso il principio generale. L’estremo passaggio, specialmente se avviene in condizioni particolarmente tragiche, deve restare oggetto di pietà e di cura, non di commi e codicilli. C’è una zona grigia che non può essere normata, solo rispettata affidandosi alla responsabilità delle persone, dei medici, dei familiari.

Con tutta la buona volontà, il giusto intento di evitare l’estensione di pratiche di eutanasia striscianti finisce con l’ingabbiare un momento cruciale e tragico in una ragnatela burocratica spersonalizzante e, alla fine, inapplicabile. La deriva culturale che fa leggere anche la morte in termini consumistici e che quindi favorisce l’eliminazione delle esistenze inutili e non autosufficienti è un orribile segno dei tempi. Va contrastata senza tentennamenti con una battaglia culturale, che non può essere surrogata da nessun articolo di legge. La morte non è un diritto, è un fatto naturale e inevitabile, che va accettato in tutte le sue complessità, ma di questo bisogna convincersi e convincere. Costringere a nutrire questa convinzione in forza di legge prima che ingiusto è impossibile.
Da http://www.ilfoglio.it/soloqui/9644

La scelta delle bugie

Si chiama www.lamiascelta.it e si presenta come il network del testamento biologico, portale ideato col dichiarato obbiettivo «di raccogliere volontà e testimonianze di tutte quelle persone che credono nel diritto all’autodeterminazione». Primo messaggio tra le righe: noi siamo per la libertà dell’individuo, ma in giro ci sono sinistri figuri che non credono nel diritto all’autodeterminazione, state attenti. Se si clicca su “La legge”, poi, si apprende che il testamento biologico è «un atto formale che consente a chiunque – nel pieno possesso delle facoltà mentali – di dare disposizioni in merito alle terapie e trattamenti sanitari (somministrazione di farmaci, sostentamento vitale, rianimazione, ecc.) che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di comunicare».

Secondo messaggio implicito: chi sottoscrive le volontà anticipate di trattamento mica desidera l’eutanasia, ci mancherebbe, ma solo un genuino esercizio di libertà. Peccato che nello stesso modulo di testamento biologico scaricabile dal sito (http://www.lamiascelta.it/testamento-biologico.pdf) non ci sia alcuna possibilità – alla faccia della scelta! -di dare disposizioni in merito alle terapie e trattamenti sanitari, ma solo di sottoscrivere la volontà di non essere sottoposti «ad alcun trattamento sanitario, inclusa l’idratazione e l’alimentazione forzate, in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante o in caso di malattia non curabile».

Un errore? Nient’affatto: chi si batte per il testamento biologico non è minimamente interessato alle «disposizioni in merito alle terapie e trattamenti sanitari», ma solo all’eutanasia. E’ così oggi, era così nel 1967, quando l’avvocato Luis Kutner presentò il primo biotestamento per conto, guarda caso, della Eutanasia Society of America. Proposta: e se chiedessimo agli amici che credono nell’autodeterminazione di raccontare meno frottole?

Carlo Casini scriveva: sul fine vita non serve alcuna legge

E’ evidente il pericolo di un più vasto e duraturo indebolimento del principio di indisponibilità della vita umana a seguito di una legge che in qualche modo ne riduca la portata nei confronti dei malati, dei disabili. Per il momento il veicolo è quello del rifiuto delle cure (attuale o anticipato) ma la strada imboccata può portare molto oltre.  

Estate 2008: la rivista “Medicina e Morale” pubblica un articolo di Carlo Casini ed altri studiosi, con cui si assume una posizione molto netta: una legge sul fine vita non è necessaria (C. Casini, M. Casini, E. Traisci, M. L. Di Pietro, Il decreto della corte di Appello di Milano sul caso Englaro e la richiesta di una legge sul c.d. testamento biologico, In Medicina e Morale, 2008/4, 723:745).

La vicenda giudiziaria sul caso Englaro era ormai praticamente finita: Eluana Englaro sarà fatta morire proprio in forza di quel decreto della Corte d’Appello di Milano che l’articolo commentava; la sua morte sarebbe stata solo ritardata dalla sentenza della Cassazione che avrebbe dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale di Milano. Ecco cosa si sosteneva: a) non esiste nessun vuoto legislativo; b) una legge è una soluzione peggiore del male, perché una sentenza su un caso singolo ha pur sempre un effetto limitato; c) sono sufficienti le norme sull’omicidio e sull’omicidio del consenziente.

Riportiamo i passaggi centrali dell’articolo.  Sul presunto vuoto legislativo: “Si sente ripetere spesso che in materia vi è un “vuoto legislativo. L’affermazione è falsa se vuol significare che nessuna norma giuridica regola i comportamenti collegati con la fine della vita. Su questo punto, non solo esistono già alcune leggi di riferimento, come quella sull’accertamento della morte (1993), sul trapianto di organi (1999), sull’amministrazione di sostegno (2004), ma la norma – di legge – c’è ed è chiara: è il divieto di cagionare (cosa, ovviamente diversa dall’accettare) la morte anche quando questa è richiesta e a prescindere dalle condizioni del richiedente (art. 579 del Codice Penale), perché la vita umana è un bene indisponibile”.

Sull’effetto maggiormente nefasto di una legge: “… bisogna sottolineare che il ruolo e la portata della giurisprudenza sono diversi da quelli della legge. Infatti, da un lato abbiamo una decisione che: a) per chi è veramente interessato (e solo per costui) presuppone l’attivazione talvolta faticosa e dispendiosa della “macchina giudiziaria”; b) vale concretamente per il singolo caso per il quale è richiesta; c) non incide sull’organizzazione sociale e di conseguenza non incide in modo determinante sulle relazioni giuridiche tra i consociati. Dall’altro, invece, abbiamo una disciplina che: a) presuppone un dibattito parlamentare – un dibattito cioè che si svolge tra tutti i rappresentanti del popolo – la cui conclusione, pertanto, ha un’autorevolezza di gran lunga maggiore di quella di una decisione giudiziaria; b) vale per tutti: infatti la legge per sua natura è generale e astratta; c) incide sul tessuto sociale e relazionale in modo consistente. Non solo, ma se è vero che il giudice è soggetto solo alla legge, allora la legge incide in modo significativo anche sull’orientamento giurisprudenziale”.

Sulla centralità e sufficienza degli articoli del codice penale: “Nella prospettiva di chi ritiene ingiusta la decisione di far morire Eluana di fame e di sete, è sicuramente necessaria una legge che tuteli in modo incondizionato il principio di indisponibilità della vita umana non solo dell’altrui, ma anche della propria se è ad altri che si chiede di porvi fine. Ebbene, questa legge c’è già: gli articoli 575, 579 e 580 del Codice Penale sanzionano rispettivamente l’omicidio, l’omicidio del consenziente e l’istigazione e l’aiuto al suicidio.”

Il giudizio restava lo stesso anche rispetto ad una legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, non vincolanti: “…non si può ignorare che eutanasica non è solo la tecnica, ma anche la logica che accompagna i comportamenti (….) l’istanza di legalizzazione del testamento biologico nasconde l’intenzione eutanasica non solo quando se ne preveda il carattere vincolante per il medico, ma anche quando lo si intende come espressione di un desiderio manifestato al di fuori della concreta situazione in cui deve decidersi ed attuarsi la cura e di un contesto di alleanza terapeutica in corso tra medico e paziente. Dell’eutanasia (…) ci sono tutte le dinamiche e gli elementi culturali …”. Ecco, perciò, “l’opposizione a una legge che introduca il “testamento biologico” (o, come altrimenti definito, “direttive anticipate” o “dichiarazioni anticipate di trattamento)”.

L’unica legge da approvare era un’altra:Una legge sulla tutela della vita in condizione di malattia inguaribile o di grande disabilità (…) dovrebbe -piuttosto- stabilire i principi e le regole atte a salvare e salvaguardare la vita di Eluana e delle molte altre persone che si trovano o si troveranno in condizioni similari”.

Dunque, fino al 2008, e precisamente fino al discorso del cardinale Angelo Bagnasco del settembre di quell’anno, i pro-life sostenevano le stesse cose oggi sostenute dal Comitato Verità e Vita. Di più: gli argomenti utilizzati da Casini non sono in alcun modo superati dagli eventi accaduti in questi tre anni. E allora: che cosa ha spinto il presidente del Movimento per la Vita Italiano a cambiare la sua posizione?

Comitato Verità e Vita

La salvezza non viene dalla legge

di Riccardo Cascioli

“Lo Stato riconosce il diritto alla vita del concepito e, dato che gode di eguale diritto alla vita della madre, ne garantisce la tutela e con le sue leggi difende quel diritto”.

E’ quanto si legge all’articolo 40 della Costituzione irlandese, una tutela del diritto alla vita del concepito molto esplicita e chiara, che non lascia margine a equivoci. Non dimentichiamo poi, se qualcuno avesse ancora qualche dubbio, che la stessa Costituzione si apre “Nel nome della Santissima Trinità, da Cui viene tutta l’autorità e a Cui tutte le azioni di persone e Stati devono essere finalizzate”.

Una legge che, qualcuno direbbe, più giusta non si può. Un cattolico non potrebbe certo desiderare di meglio. Eppure, dalla metà degli anni ’90, quello che appare come un articolo costituzionale indiscutibile non lo è più perché i giudici della Corte Suprema, dopo diversi assalti dei gruppi abortisti, hanno “reinterpretato” l’articolo e sentenziato che l’aborto è possibile in caso di rischio per la vita della donna, mentre le donne vittime di violenza hanno almeno il diritto di attraversare un fazzoletto di mare per andare ad abortire in Gran Bretagna.

Un referendum inoltre ha reso legale per tutte le donne andare ad abortire all’estero nonché il diritto ad avere tutte le informazioni su come farlo.

Che cosa vuol dire questo? Semplicemente che sebbene avere leggi giuste sia importante, il loro significato è sempre relativo. La legge, cioè, è espressione di una cultura condivisa da una determinata società in un dato momento. E sebbene la legge abbia anche una funzione pedagogica, se la cultura di una società cambia, fatalmente cambierà prima l’interpretazione della legge, poi la legge stessa.

E’ la storia che ce lo dice. In Irlanda, la “cultura della morte” – soprattutto nella capitale – ha cominciato a prendere gradualmente il posto della tradizionale “cultura della vita” e questo ha fatto sì che anche una norma chiara e inequivocabile fosse reinterpretata in senso sfavorevole alla vita.

Questo dovrebbe insegnare che, se si vuole davvero leggi giuste, che difendano la vita, bisogna anzitutto far sì che sia attuale e condivisa una cultura della vita. Venendo all’Italia, e al caso della proposta di legge sul fine vita, pensare che l’eutanasia possa essere fermata da una legge, peraltro con diversi punti controversi, soggetti a diverse interpretazioni, è una enorme sciocchezza.

Le leggi buone sono necessarie, ed è importante che i laici in politica si impegnino a fondo per questo, ma delegare a un processo legislativo la tenuta culturale di una società è un errore madornale. Peggio ancora quando una legge viene “imposta” quasi fosse un “dogma di fede”, e si tacci addirittura di “immoralità” chi porta delle ragioni contrarie. Il rischio più grave, in questo caso, non è che entri l’eutanasia nel nostro ordinamento: dal punto di vista dei pro-vita, abbiamo detto più volte che ci sono ragioni sia a sostegno sia contro questa proposta di legge. Il rischio mortale è invece che la Chiesa affidi la salvezza a una legge, che non abbia più coscienza che solo una nuova evangelizzazione può ricreare quella cultura della vita che renderebbe inaccettabili anche i tentativi “creativi” di alcuni giudici.

Non è un modo di dire: se in Italia e in Europa abbiamo ereditato delle legislazioni in favore della vita e della dignità della persona è solo grazie alla cultura cristiana – e direi più specificatamente, cattolica – che ha letteralmente formato i nostri popoli. Poi le leggi hanno cominciato a cambiare di pari passo con la secolarizzazione e l’avanzare di una cultura laicista, contraria alla vita. E fuori dal mondo cristiano – potremmo citare infiniti esempi – non esiste un diritto alla vita assoluto, né la dignità della persona è considerata inviolabile, neanche come principio astratto.

Non a caso: perché soltanto il cristianesimo ha rivelato all’uomo – e reso esperienza – la sua stessa dignità, data dall’essere “a immagine e somiglianza di Dio”. Che questa dignità venga riscoperta e rispettata non dipende dalle leggi, per buone che siano, ma dalla possibilità che quella esperienza sia presenza oggi, che l’avvenimento di Cristo sia contemporaneo, riaccada oggi: per me, per te, per le persone che abbiamo vicino. Ai pastori che guidano la Chiesa chiediamo soprattutto l’attenzione a far sì che le comunità cristiane siano vive e testimonino la contemporaneità di Cristo. Questo non per svalutare l’impegno politico e legislativo; al contrario, è per dargli la giusta prospettiva senza la quale l’uomo diventa “per la legge”, e non la legge “per l’uomo”. da: la bussolaquotidiana

Ecco cosa dicono i guru del movimento eutanasico internazionale

La morte? Un diritto umano! “Una possibilità meravigliosa”, “un diritto umano”: è così che Ludwig Minelli, presidente di Dignitas, autodefinitosi attivista per i diritti umani, ha descritto il suicidio in un’intervista rilasciata alla BBC due anni fa.

Al convegno dal titolo “Suicidio assistito ed eutanasia, una questione di diritti umani”, tenutosi nel luglio 2007 ed organizzato dal Partito radicale e dal gruppo dei liberali e democratici dell’europarlamento (Alde), Minelli intervenne ribadendo i medesimi concetti, lamentandosi delle difficoltà per garantire assistenza al suicidio per i malati di mente: “Il problema di come aiutare una persona malata di mente resta irrisolto”, disse.

In quanto a celebrità, il dottor Nitschke, noto come “dottor morte australiano” e direttore di Exit, un’altra organizzazione che opera a livello internazionale per divulgare le “migliori” tecniche per suicidarsi, non è certamente secondo a Minelli. Nel 2001, Nitschke, a colloquio con una giornalista del National Review Online, si domandò: “Perché gli adolescenti dovrebbero attendere di compiere 18 anni (per avere accesso al suicidio assistito, ndr)?”.

Oggi Nitschke, con la rete di Exit, diffonde le sue idee in tutto il mondo (suo lo spot tv portato in Italia dai radicali). Non può sorprendere che il direttore di Exit abbia parlato di Jack Kevorkian, meritatosi prima di lui il soprannome di “dottor morte”, come di “un eroe”.

Kevorkian è il medico di origine armena che nel 1999 fu arrestato negli Stati Uniti con l’accusa di omicidio (aveva praticato un’iniezione letale a Thomas Youk, affetto da malattia neurodegenerativa), dopo che aveva aiutato almeno 130 persone a morire. Interpellato dal Time Magazine nel 1993, che gli chiedeva se la malattia terminale fosse requisito necessario per ottenere l’assistenza al suicido, rispose: “Naturalmente no. E non deve essere neppure dolorosa. Ma la qualità della vita deve essere pari a zero”.

Minelli, Nitschke e Kevorkian hanno coniugato teoria e pratica. Ma sono probabilmente Peter Singer e H. Tristram Engelhardt coloro che hanno gettato le basi filosofiche moderne per la giustificazione di eutanasia e suicidio assistito, attraverso molti dei loro libri.

Con “Ripensare la vita” Singer, professore di bioetica all’Università di Princeton, nel 1994 si propone di elaborare una “nuova morale per il mondo moderno”. Tra i tanti passaggi favorevoli ad aborto, eutanasia, suicidio assistito e infanticidio, si può leggere: “Gradualmente impareremo a pensare che, nel caso di malati terminali o incurabili, un corretto esercizio della professione medica comprende anche la pratica dell’eutanasia”.

 In “Etica pratica”, del 1997, Singer afferma poi: “Uccidere un neonato disabile non è moralmente equivalente ad uccidere una persona. Molto spesso non è affatto sbagliato”. E’ del 1986 invece “Foundations of bioethics” (“Fondamenti di bioetica”), l’opera in cui Engelhardt, professore di filosofia alla Rice University in Texas, afferma che nel “contesto morale laico […] cosa ci sia di moralmente sbagliato nel causare direttamente o nel determinare la morte di un individuo innocente non lo si comprende più”.

E, più avanti, prosegue: “L’autorità morale può discendere solo dal consenso, dal permesso delle persone coinvolte”.

Sono queste le idee a cui esplicitamente si ispirano coloro che oggi in Italia vorrebbero la legalizzazione dell’eutanasia. Maurizio Mori, presidente della Consulta di Bioetica, sull’Unità, in occasione della morte di Eluana, scrisse che “non sempre la vita è buona”. La consulta si batte da sempre per la legalizzazione dell’eutanasia e nel 1993 produsse un documento in cui se ne affermava la liceità morale.

Nel marzo 2009, ancora sull’Unità, Mori ed altri firmatari, tra cui il dottor Mario Riccio, coinvolto nel caso Welby, pubblicarono un appello in cui si rivendica “la moralità e la desiderabilità” di eutanasia e suicidio assistito. Interventi di Engelhardt sono ospitati nella rivista pubblicata dalla Consulta. Pochi giorni fa, il Coordinamento laico nazionale, di cui la Consulta fa parte, ha contestato la presenza di Benedetto XVI in tv, con particolare riferimento alla risposta in merito allo stato vegetativo, ribadendo il diritto alla “libertà di scelta”. (da Avvenire del 28 aprile 2011)

Due pareri autorevoli sulle Dat

L’Arcivescovo di Ravenna e l’ordine dei medici di Milano, uno dei più grandi d’Italia, sulla legge sulle Dat.

1) «[…] La vita: amiamola e difendiamola sempre. Dal concepimento alla morte naturale. Non si può accettare l’aborto! Non possiamo accettare l’eutanasia! La futura legge di Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) resterà come una porta aperta all’eutanasia. Non possiamo dire che va bene. La legge verrà approvata. Ma aprirà una strada verso l’eutanasia. Se apro un foro in una diga (anche piccolo) prima o poi la diga crolla. Ce ne accorgiamo che cresce l’idea che l’uomo sia “PADRONE” della vita e ne possa fare ciò che vuole?!» [Dal “RisVeglio Duemila” N. 16/2011]

2) COMMENTO PROPOSTA DI LEGGE n° 2350-A DICHIARAZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO (DAT) aprile 13, 2011

In questa ultima fase dell’iter legislativo della proposta di legge sulle D.A.T. l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano rileva le seguenti numerose criticità della condenda legge:

Gli obiettivi sono delineati nella relazione di maggioranza, che riporta anche alcuni limiti e criticità: a questo proposito nel testo si legge che “certo non è facile legiferare su una materia tanto complessa come il confine tra la vita e la morte. Ma la realtà chiede di essere governata.” La realtà a cui ci si riferisce è quella della progressiva affermazione della cultura dell’autodeterminazione, che però non dà “il diritto di chiedere la morte perché la vita e la salute sono beni indisponibili tutelati dallo Stato”.

Il come far convivere questi due principi è uno dei punti cruciali: noi riteniamo che l’indisponibilità del bene vita sia un principio gerarchicamente prevalente rispetto alla autodeterminazione e che il metterli sullo stesso piano possa determinare, tra l’altro nella pratica clinica, situazioni conflittuali.

Il discorso della pratica clinica rimanda alla definizione dell’ambito dell’esercizio medico che “non contempla solo la prevenzione, la diagnosi e la terapia delle malattie, ma anche il prendersi cura della persona … Il prendersi cura non ha come oggetto formale la patologia in atto o la sua remissione o la prevenzione di sequele. In questa dimensione, ogni malato è sempre curabile…”

Cioè, semplificando, si distingue tra atto medico e atto terapeutico. Nell’ambito del prendersi cura vengono collocate idratazione e nutrizione che “sono sempre da considerarsi sostegni vitali anche se richiedessero tecniche sofisticate per essere adeguatamente attuate”.

In quanto sostegni vitali non possono essere oggetto di DAT. Le DAT, di cui riteniamo sia una criticità decisiva la possibilità di espressione ora per allorasu un qualcosa che non si conosce, danno al paziente “l’autonomia di orientare le scelte terapeutiche in un contesto per lui ignoto”, quando “dovesse trovarsi comunque privo permanentemente della volontà di intendere e di volere”.

 Viene aggiunto che bisogna “tenere in debita considerazione che […] privano della possibilità di contestualizzare e attualizzare la scelta”. Si torna, secondo noi, al suddetto punto cruciale del rapporto poco chiaro tra autodeterminazione e indisponibilità del bene vita: in questo contesto al medico viene assegnata “la responsabilità, nella situazione data, di attualizzarne le indicazioni”.

Per questo, si dice, le DAT non possono essere vincolanti per il medico (che però può essere sostituito). Il presupposto è l’alleanza terapeutica che “si concretizza nel dovere del medico di prestare tutte le cure di fine vita, agendo sempre nell’interesse esclusivo del bene del paziente” (art. 39 C.D.).

Una situazione da verificare alla luce del significato che si darà agli obiettivi dichiarati, cioè l’affermazione del diritto alla vita “sempre garantito in tutte le società” e della dignità anche del paziente in stato vegetativo permanente che “è una persona gravemente disabile, ma sempre persona rimane…”

Entrando allora nel merito del testo riteniamo positivo il riferimento alle cure palliative o alla necessità di intervenire sempre e comunque nelle situazioni di emergenza, mentre ci sembra che debba essere fatto uno sforzo per chiarire il significato di alcuni termini che possono essere variamente intesi (da cui sentenze della magistratura, come è già successo, diametralmente opposte): ci riferiamo ad esempio al significato di vita a cui qualcuno dà un’accezione qualitativa riduttiva che incide sul concetto di bene del paziente e di salute, di dignità che non tutti sono d’accordo sia data dall’esercizio di coscienze che si riconoscono in precisi valori, di una responsabilità che qualcuno ritiene sia limitata a se stessi, di un’alleanza terapeutica che va oltre il rapporto di fiducia e presuppone anche la condivisione di valori che per il Medico sono quelli del Giuramento Professionale, di un’eutanasia che bisogna capire se sia veramente ogni azione o omissione tesa a provocare la morte anche pietosa di una persona, di un’autodeterminazione i cui limiti reali andrebbero definiti al di là delle DAT, di accanimento terapeutico.

Tutto ciò premesso, il Consiglio dell’Ordine, nella seduta dell’11/4/2011 ha votato, all’unanimità, quanto segue:

1. La Legge proposta è ridondante dal punto di vista normativo posto che già esistono norme a tutela della Persona; 2. La Legge proposta è disumanizzante, interferendo nel rapporto medico-paziente, sostituendolo con le altre figure previste (commissioni, tutori giuridici ecc.); 3. Se non di segno opposto, non è comunque rispettosa del Codice Deontologico approvato nel 2006.

 

Infine:

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-la-dichiarazione-anticipata-consenso-disinformato-1623.htm

Che cosa penso del ddl sulle DAT

Avvertenza prima dell’uso: le righe che seguono non sono destinate ai troppo freddi, ma ai tiepidi. Quanti infatti sostengono la bontà dell’eutanasia avranno qualche difficoltà a reperire qualcosa che si possa dire maggiormente inconciliabile con le loro posizioni. Oso sperare che queste righe possano aiutare a riflettere anche qualche sincero difensore della vita fragile ed indifesa, che forse vive con sconcerto l’attuale divaricazione delle posizioni pro-life anche all’interno del cattolicesimo non adulto.

Di questa opportunità non posso che ringraziare i responsabili del sito “Libertà e Persona” per avermi concesso la loro ospitalità. Qui non affronterò il tema delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT) nel suo insieme, impresa che richiederebbe un ambito espositivo completamente diverso, ma vorrei concentrarmi sull’attualità, su quella che è la materia del contendere, il disegno di legge (ddl) in discussione alla Camera dei Deputati, conosciuto come ddl Calabrò-Di Virgilio, dal nome dei parlamentari che ne sono stati relatori nei due rami del parlamento.

Mi scuso anticipatamente perché non potrò essere succinto, come dice Nicol?s G?mez D?vila, “quello che non è complicato è falso” (1) e qui si tratta di porsi alla ricerca della verità. ? possibile anche che le mie parole possano dispiacere a più di un amico, ma confido nella capacità dei veri amici di comprendere che qui non si tratta affatto di questioni personali, è stato infatti detto: “amicus Plato, sed magis amica veritas“.

A tal fine il contributo migliore che possa offrire è quello di procedere cercando di sottrarmi alla tentazione del “botta e risposta” e dal coinvolgimento emotivo che necessariamente ne seguirebbe, ma avanzare piuttosto tenendo in considerazione la cronologia dei fatti, in modo da comprenderne meglio il senso.

Note anamnestiche

Nonostante una non chiusura pregiudiziale nei confronti di dichiarazioni che raccogliessero i desiderata delle persone riguardo la futura condotta clinica in caso di sopraggiunta incapacità di comunicare (2), il concretizzarsi all’orizzonte della prospettiva eutanasica, aveva progressivamente reso i pro-life uniti nell’opporsi alle DAT.

Un articolo del 6 Dicembre 2006 su Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), già nel titolo esprimeva la diffidenza del mondo cattolico riguardo a tali dichiarazioni (3). Sullo stesso giornale un anno dopo si raccolgono le dichiarazione critiche nei confronti del testamento biologico della dottoressa Silvie Menard, oncologa, collaboratrice del prof. Veronesi, ammalatasi di cancro (4).

Si tratta di indizi inequivocabili delle posizioni pro-life: il testamento biologico sarebbe stata la breccia per consentire la progressiva penetrazione nell’ordinamento dell’eutanasia.

Il caso di Eluana Englaro: lo spartiacque

Il 9 luglio 2008 la I sezione della corte d’appello di Milano autorizza a disporre l’interruzione del trattamento di sostegno vitale di Eluana Englaro, realizzato mediante alimentazione e idratazione con sondino naso-gastrico.

Nell’ambiente pro-life il provvedimento costituisce un vero e proprio shock che cancella una seppur provvisoria e parziale fiducia riposta nelle numerose sentenze contrarie all’istanza di interruzione dei sostegni vitali per la povera ragazza. Nel caso Englaro c’è un elemento oggettivo che non può essere trascurato da quanti si oppongono a qualsiasi legislazione in materia: l’accoglimento da parte di un tribunale di volontà espresse in forma orale, ricostruite a posteriori da una sola delle parti.

Si potrebbe dire che nel caso Englaro i giudici hanno messo in atto un dispositivo fondato su testimonianze che riferiscono neppure un testamento biologico orale, ma elementi narrativi da cui è stata desunta una specifica volontà, cioè quanto di più ampio si possa concepire. Risulta interessante notare una delle prime reazioni che argomenta contro la decisione della corte di Milano non tanto appoggiandosi al concetto di indisponibilità della vita umana, esito che, sebbene giudicato “sgradevole e conturbante”, viene comunque ritenuto “ineludibile”.

Fatto salvo “l’assoluto rispetto per la volontà dei malati” (ma si dimentica che le DAT si possono redigere anche da sani?), sono due diverse contestazioni quelle che vengono in quell’articolo rivolte alla decisione dei giudici milanesi: la nutrizione e idratazione non sarebbero una cura medica e l’assenza di una prova certa della volontà di Eluana (5). In un articolo dello stesso autore di qualche giorno dopo si comincia a delineare la strategia di riduzione del danno: no alle direttive, sì a dichiarazioni non vincolanti per il medico (6).

Quel pensiero traccia con quell’asserto la prima, decisiva linea di frattura all’interno del mondo pro-life. Ancora in quei giorni è ben diversa la prospettiva con cui altri esponenti di spicco del mondo pro-life affrontano la questione. Il prof. Pessina, Direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica, esprimeva interamente la propria preoccupazione circa la capacità di arginare le istanze eutanasiche, una volta messa in moto la macchina di riconoscimento giuridico delle DAT (7).

Quanto all’interno del mondo cattolico la posizione del prof. Pessina trovasse largo sostegno emerge chiaramente dall’opposizione di Scienza & Vita al testamento biologico mediante un comunicato ufficiale ripreso dal quotidiano Avvenire (8) e dalle parole inequivocabili del co-presidente di allora della stessa Scienza & Vita, la professoressa Maria Luisa Di Pietro, che, pur dichiarandosi pronta a discutere una legge sulle problematiche del fine-vita, definiva esplicitamente il testamento biologico “non solo pericoloso, ma anche inutile” e ribadiva chiaramente la linea non negoziabile: “Il principio di indisponibilità della vita umana” (9).

Il 22 Settembre 2008 si apre la consueta riunione del consiglio permanente della CEI con la prolusione del suo presidente. Quell’intervento ci pare segni un altro momento centrale per comprendere alcune dinamiche: “Si è imposta così una riflessione nuova da parte del Parlamento nazionale, sollecitato a varare, si spera col concorso più ampio, una legge sul fine vita che – questa l’attesa − riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa ed esplicita, dia nello stesso tempo tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato, e sul rapporto fiduciario tra lo stesso e il medico, cui è riconosciuto il compito – fuori da gabbie burocratiche − di vagliare i singoli atti concreti e decidere in scienza e coscienza. Dichiarazioni che, in tale logica, non avranno la necessità di specificare alcunché sul piano dell’alimentazione e dell’idratazione, universalmente riconosciuti ormai come trattamenti di sostegno vitale, qualitativamente diversi dalle terapie sanitarie. Una salvaguardia indispensabile, questa, se non si vuole aprire il varco a esiti agghiaccianti anche per altri gruppi di malati non in grado di esprimere deliberatamente ciò che vogliono per se stessi” (10).

Si deve ricordare che in quello stesso intervento, in continuità col discorso di S.S. Benedetto XVI del 17 Luglio 2008 ai giovani a Sidney, non si manca di ricordare il fine che dovrebbe muovere “ogni coscienza illuminata”: il favor vitae che ispira l’ordinamento italiano e la conseguente necessità di evitare “forme mascherate di eutanasia” sulla base del principio centrale della inviolabilità ed indisponibilità della vita umana. Se niente quindi si può eccepire riguardo al finis operantis, molto più perplessi lascia la strada indicata in quelle poche righe per realizzare quel giusto fine.

Non stupiscono certi consensi per quella road-map che alimentano umanamente comprensibili impulsi a volare alto ed attingere persino a Kierkegaard per manifestare l’entusiasmo (11). Tutto l’impegno successivo di una parte rilevante del fronte cattolico italiano (12) a sostegno del progetto di legge, ci pare abbia ricevuto dall’intervento del presidente della CEI un indubbio forte impulso.

Eppure, con argomenti davvero ben strutturati pochi mesi dopo il prof. Pessina ripeteva che la questione centrale non solo per i cattolici, ma per tutti quanti si riconoscono nelle radici solidaristiche alla base della costituzione italiana, è il principio di indisponibilità della vita umana (13).

Il principio di realtà

Giunti a questo punto è possibile tracciare un primo bilancio provvisorio. Interventi di importanti rappresentanti della Chiesa Cattolica Italiana esigono risposte rispettose nella forma e nel contenuto.

Ciò non toglie che i singoli passaggi non possano reclamare un assenso dettato dalla fede, essendo ben distinte da essi le fonti cui attingere per apprendere l’insegnamento del Magistero. Sostenere la necessità di una legge sul fine-vita ritengo proceda da un elemento innegabile: il caso Eluana, con il suo drammatico epilogo, ha mostrato che né il codice penale, né il codice deontologico medico costituiscono una sicura barriera che impedisca i comportamenti eutanasici.

Benché il caso Englaro costituisca un singolo episodio giurisprudenziale e come tale siano possibili decisioni difformi in casi simili, nonostante siano state poste argomentazioni giuridiche (a mio giudizio eccessivamente ottimistiche) per sostenere che non si deve essere precipitosi nel legiferare, che si può ancora confidare nel fatto che in Italia l’eutanasia continui ad essere illegale (14), il clima culturale vigente nella società e nelle aule di tribunale, il convergente sostegno alla decisione della corte di appello di Milano giunto dai successivi livelli di giudizio, l’individuazione nella figura dell’amministratore di sostegno di un soggetto autorizzato ad impedire o sospendere i sostegni vitali delle persone da loro delegate (15), sono tutte circostanze che dovrebbero fare considerare un intervento legislativo volto non ad “arginare”, ma ad impedire le condotte eutanasiche come un agire improntato ad un uso prudenziale del principio di precauzione (16).

Se però la libera interpretazione delle leggi da parte di una componente significativa della magistratura è la causa che ha portato a questa situazione, non si comprende perché proprio coloro che a gran voce difendono il ddl sulle DAT e con giusta veemenza criticano a posteriori le sentenze “creative”, diventano improvvisamente così timidi, muti e inerti nel farsi promotori di interventi volti a ricondurre la magistratura nell’alveo che gli compete ed individuare strumenti sanzionatori dei comportamenti abusivi di certi magistrati.

Perché i sostenitori pro-life del ddl Calabrò non si uniscono all’esortazione a muovere iniziative in tal senso proveniente dalle colonne del quotidiano Il Foglio? (17) Il saggio Chesterton consigliava di non urlare dopo, ma prima che la mannaia colpisca. Quali iniziative hanno messo in piedi i sostenitori dell’attuale disegno di legge per evitare che il loro progetto legislativo, una volta approvato non sia preda del tritacarne giurisprudenziale che ha già polverizzato la legge sulla fecondazione artificiale? Confidano che per magia dichiarazioni oniriche sulla legge 40 si estendano all’approvanda legge sul fine-vita per il solo fatto di formularle? (18)

Consola che simile preoccupata disillusione riguardo al destino di tale futura legge sia espressa da don Michele Aramini, bioeticista e docente di teologia morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, particolarmente esperto di tali questioni (19)

Sì alla legge, ma non questa legge

1. Come ammoniva un’altra brillante mente, quella di Clive Staples Lewis, non basta fare il bene, occorre anche fare bene. Non dubito che questo ddl intenda fare il bene, ma giudico non lo faccia affatto bene. Già una prima preoccupazione nasce dal leggere nell’elenco dei promotori della legge, i nomi di tanti protagonisti politici che non fanno mistero di puntare alla distruzione del principio di indisponibilità della vita umana.

? vero che nel testo (che qualcuno ha ardito sostenere essere ossequioso del Magistero della Chiesa) all’articolo 1 si afferma il divieto di eutanasia, ma diversamente da quanto fanno i testi magisteriali (20), ci si dimentica di fornire una definizione esatta di eutanasia. Come osserva John Keown, giurista emerito alla facoltà di legge dell’Università di Cambridge, “Molta della confusione alla base del dibattito contemporaneo sull’eutanasia può essere ascritta ad una sfortunata imprecisione nella definizione” (21).

Questa importante omissione nel testo del disegno di legge è rilevata anche dal Cardinale Sgreccia (22). Allo stesso modo si deve fare notare che non attribuire una definizione legale anche ad altri termini, tra cui “accanimento terapeutico”, “trattamenti straordinari”, “trattamenti non proporzionati“, offre il fianco ad un florilegio di interpretazioni da parte dei giudici.

? un po’ strano che questo aspetto sembri essere sfuggito ad alcuni preclari esperti di biodiritto nel loro appello formulato dalle colonne di Avvenire in cui si raccomandava che questa legge “va fatta e va fatta adesso“. Si pone nel testo grande attenzione alla nutrizione ed idratazione assistita (NIA), per evitare che attraverso la sua sospensione la persona sia condotta a morte, ma è forse diverso se si muore perché si è scritto che non si vuole essere sottoposti a ventilazione, dialisi, defibrillazione, interventi chirurgici o farmacologici? (23) L’originaria espressione utilizzata, dichiarazioni inequivocabili, costituisce un ossimoro; per loro stessa natura le DAT sono equivocabili.

Ci tocca in sorte di avere dedicato studi alquanto approfonditi e conoscere piuttosto bene la letteratura medico-scientifica sull’argomento per non sentirci obbligati a farlo rispettosamente presente (24). Ma al di là delle pur importanti riserve su singoli punti del disegno di legge, è l’impianto complessivo che va nella direzione sbagliata e questo avviene perché il testo rinuncia ad affermare l’unica cosa veramente in grado di mettere al riparo dalla ripetizione del modello Englaro: il primato conferito al principio di beneficialità/non maleficienza nelle decisioni mediche dei pazienti non più competenti, una preminenza da concretizzare obbligando i medici a conformare la propria condotta a criteri di appropriatezza clinica al singolo caso.

Nel testo manca l’affermazione che taglia la testa al toro: il principio di autonomia del paziente viene meno nel momento in cui questi non è più capace di intendere e di volere. Non è possibile sapere quale trattamento vorrebbe davvero il paziente se fosse capace di decidere in quel momento, le DAT sono strumenti altamente inaffidabili (25), allora in dubio pro vita, perché meglio curare un po’ più del desiderato che un po’ meno.

Un solo articolo, nessun appiglio per contestazioni riguardo a specifiche fattispecie, nessuna differenza fra idratazione, nutrizione, ventilazione e tutti i possibili trattamenti salva-vita, nessun obbligo di metterli in atto o di continuarli se cessano di essere clinicamente adeguati alla situazione clinica. La pura, semplice, antica riaffermazione del principio medico sfigurato dalla giustizia creativa: primum non nocere.

Com’è stato sostenuto dal prof. Paul Ramsey “Per sapere quale trattamento è moralmente indicato si deve solo stabilire quale trattamento sia clinicamente indicato” (26).

Una legge che dia forza giuridica alle DAT non può che fondarsi su una fictio iuris, trasferendo i criteri per risolvere la problematica etica della legittima astensione o interruzione delle cure da parte dei soggetti consapevoli (27) ai soggetti non più capaci di decidere per se stessi.

Perché si dovrebbe scrivere, mentre si è perfettamente sani, che in caso di coma protratto non si vorrebbe ricevere un determinato trattamento, se non perché si reputa che in determinate condizioni la vita non sia più meritevole di essere vissuta? Perché si dovrebbe acconsentire che nel nostro ordinamento passi tale principio attraverso la surrettizia modalità delle interruzione delle cure? (28) Che cosa impedirebbe ad un tale desiderio di trovare accoglienza qualora le cure fossero affidate ad un medico favorevole all’eutanasia? Forse si opporrebbe una legge come questa in cui che cosa si intenda per eutanasia è affidato de facto all’interpretazione del singolo giudice?

O piuttosto si confida negli interpreti della deontologia che però non hanno avuto alcunché da eccepire ai protagonisti medici dei noti casi, non rinvenendo nella loro condotta alcuna violazione del codice medico che all’articolo 17 vieta l’eutanasia (ci pare che ciò sia stato reso possibile perché l’eutanasia è stata intesa nella sola dimensione commissiva e l’azione dell’interrompere i supporti vitali è stata considerata invece un’omissione)?

Non hanno perso di attualità le parole scritte quindici anni fa dal prof. Antonio Spagnolo, oggi ordinario di bioetica all’Università Cattolica di Roma: “Occorre, pertanto, ripensare al problema in sé del testamento di vita cercando modalità alternative alle dichiarazioni anticipate di volontà, che salvaguardino la dignità del morire che e’ anche la dignità della persona come bene individuale e sociale. […] dovrebbe essere il medico, al limite, e non il paziente, ad essere incoraggiato a sottoscrivere una dichiarazione che lo impegni a non somministrare consapevolmente, in alcun modo, trattamenti futili o che prolunghino la sofferenza dei pazienti senza alcuna reale speranza di ripresa” (29)

Invece di andare in rotta di collisione con quanto deciso dalla magistratura creativa (30), forse per un’inconsapevole od inconfessata aspirazione alla conciliazione, con l’attuale ddl sulle DAT si è scelta maldestramente la strada di seguire il sentiero predisposto dai battitori radicali per spingere la preda là dove essi stessi vogliono: il riconoscimento delle volontà anticipate con i paletti. Questo è tutto quanto serve loro, il resto del lavoro lo faranno gli avvocati. Non avrei mai potuto esprimere meglio questo concetto di quanto ha fatto il prof. Pessina, inopinatamente da un giornale diverso da Avvenire: “A mio avviso soltanto indebolendo il valore giuridico delle dichiarazioni anticipate e rafforzando i criteri che permettano di riconoscere e vietare i casi di suicidio assistito e di eutanasia si potrebbe evitare ogni futuro abuso interpretativo delle dichiarazioni stesse, che pure moralmente hanno un loro specifico valore” (31).

Sogni d’oro

Quando leggo interventi a sostegno della legge rassicurati dall’opposizione ad essa dei “paladini dell’assolutezza dell’autodeterminazione” (32), rimango turbato; il pensiero va infatti alle lode di Gesù per l’uso della scaltrezza ed al suo ammonimento ad usarne nelle cose di Dio: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (33); si assume infatti come autentica la contrarietà al ddl sulle DAT, senza includere nel novero delle possibilità un’opposizione tattica per favorire la promulgazione di una legge che consenta ai giudici di sollevare questioni di costituzionalità in punti strategici.

Un minuto dopo che la legge dovesse essere approvata sono convinto che dall’accampamento della “buona morte” si leverebbero brindisi, essendo già pronti i piani per il successivo smantellamento di tutti i limiti a partire da quelli della non vincolatività e della esclusione della NIA.

Sono considerazioni già pubblicamente e chiaramente esposte dall’on.le Alfredo Mantovano: “Non sono certo che quella parte di magistratura ostile alla vita non trovi anche nel testo del Senato margini per riprodurre sentenze di morte […] C’è una sola ragione per la quale vale la pena che un Parlamento attento alla tutela del diritto alla vita vari delle norme sul “testamento biologico“: quella di riaffermare che l’esistenza di ogni uomo è intangibile, qualunque sia la sua età, le sue condizioni, il suo stato; e che è intangibile anche quando volessero permetterlo i giudici” (34).

Parafrasando Samuel Johnson, affermare che l’impiego nella legge del termine “direttive anticipate” al posto di “testamento” dovrebbe garantire la volontà del legislatore e la conseguente tenuta della legge davanti ai giudici, è l’indubbio trionfo della speranza sull’esperienza (35)

Non era forse chiaro ai giudici della corte costituzionale la volontà del legislatore, laddove all’articolo 1 della legge 40 si affermava la volontà di compenetrare i diritti dei soggetti coinvolti, compresi quelli del concepito? Allora perché oggi si è ripreso a congelare gli stessi concepiti decidendo deliberatamente di abbassarne ulteriormente le già ridotte probabilità di sopravvivenza?

Non è forse scritto nella legge 194 che per accedere all’aborto vi deve essere un “serio rischio per la salute della donna”? Com’è successo allora che i giudici abbiano interpretato la clausola in modo così esteso da accettare che una gravidanza ogni 4 o 5 configuri un tale rischio? non è dunque vero che quella stessa ipocrita legge ha nel titolo la “tutela della maternità”, una maternità così tutelata da avere condotto a 5 milioni di aborti legali?

E tutto questo confidare nella coscienza del medico è davvero ben riposto? “Houston, abbiamo un problema“: duole dirlo, ma la coscienza di molti medici non è immune dalla cultura della morte; 5 milioni di aborti sul fronte dell’inizio vita non consentono di dormire sonni tranquilli sul fine-vita. Stupisce che le criticità del ddl qui solamente accennate sembrino non preoccupare, tanto da far considerare gli opportuni emendamenti migliorativi dei semplici “dettagli che non toccano il cuore della proposta Calabrò-Di Virgilio” (36).

Not in my name

In un editoriale sul giornale Avvenire si afferma: “Una legge `buona e giusta` quella sulle Dat? Si è lavorato al Senato e si sta lavorando alla Camera perché sia così. Ricordiamoci, però, che ogni legge è sottoposta al vaglio delle maggioranze – a volte trasversali, come in questo caso, e comunque transitorie in un regime di alternanza politica. E per tutte le maggioranze, presenti e future, dovrebbe valere il criterio di garantire, a ogni singola legge, una volta approvata, un periodo di rodaggio. ? civile e necessario, insomma, che a queste disposizioni non venga riservato il trattamento ostile e la propaganda deformante già riservati, ad esempio, alla legge 40 sulla fecondazione artificiale, altra normativa `non cattolica` ma accettata dai credenti per chiudere l’era di `provetta selvaggia`. Abbiamo già visto una parte dell’opinione pubblica, più ideologizzata e meno disponibile ad accettare il voto (trasversale, torniamo a ricordarlo) di un libero Parlamento, allearsi con una frazione della magistratura per tentare di demolire o, comunque, manomettere la legge sin dal giorno seguente la sua entrata in vigore” (37).

Si tratta di un passaggio di non univoca lettura. Non so se interpreto bene il pensiero dell’autore, a cui peraltro mi sento legato da vincoli di amicizia e stima personale, ma esso sembrerebbe condividere le preoccupazioni di cui, ultimo rispetto ad altri più profondi e qualificati di me, ho cercato di farmi portavoce.

Si potrebbe anche cogliervi una supplica rivolta al fronte eutanasico perché pietosamente conceda un minimo di tregua (rodaggio) prima d’iniziare l’attacco alla legge; si potrebbe infine cogliere una criptica giustificazione delle tante deviazioni di questo disegno di legge rispetto ai principi cattolici nella necessità di elaborare un testo quanto più largamente condiviso proprio per evitare la sorte che è toccata alla legge 40. Qualora questa motivazione fosse reale (spero vivamente che non lo sia), mi sentirei obbligato a rispondere che se è vero che talora si può tollerare un male per evitare un male peggiore, è altrettanto vero che in nessun caso si può fare il male, anche se facendolo si ha l’intenzione di fare del bene (38).

Non si può chiedere di difendere una cattiva legge, sperando che sia sufficientemente cattiva da non indurre ad un suo ulteriore peggioramento allorquando dovesse cambiare la maggioranza politica. Chi si è ostinato a rimanere sordo a tutti i buoni e saggi consigli che sono giunti da molteplici voci dell’accampamento pro-life, talora sottovoce, talora urlati, sperando almeno così di ottenere un po’ più di attenzione, ma sempre con grande amore per la difesa della vita umana, dovrà farsi carico di portare sino in fondo la paternità delle decisioni.

Renzo Puccetti, Scienza & Vita Pisa e Livorno

[1] In: M. Tangheroni. Della storia. In margine ad aforismi di Nicol?s G?mez D?vila. Sugarco ed. Milano, 2008. [2] Il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica del 18 Dicembre 2003 sulle DAT ricevette l’approvazione anche dei membri di orientamento personalista, in larga parte cattolici, a partire dal presidente, il prof. Francesco D’Agostino.

[3] L. Liverani. Testamento biologico: “Più rischi che benefici” Avvenire, 6-12-2006, p. 10. Si legge: “Testamento biologico, maneggiare con cautela. Perché nel migliore dei casi è un doppione di norme già esistenti, come la donazione di organi. Oppure è inutile, perché già oggi l’accanimento terapeutico esula dalle corrette pratiche mediche. Più realisticamente è il traguardo a cui punta chi vuole eliminare terapie efficaci e proporzionate quali l’idratazione o l’alimentazione in pazienti in coma. Un grimaldello giuridico, insomma, per introdurre nell’ordinamento l’eutanasia nuda e cruda”.

[4] M. Corradi. “Io, oncologa con il cancro, dico no all’eutanasia”. Avvenire, 28-11-2007. Si legge: “Io, il “testamento biologico”, da sana, lo avrei sottoscritto. Ora no. Quando hai un cancro, diventi un’altra persona, e ciò che pensavi prima non è più vero”.

[5] F. D’Agostino. “Una sentenza di morte dai giudici: ma si può?”. Avvenire, 11-7-2008.

[6] F. D’Agostino. “Una legge sul fine vita? “Dichiarazioni” per aiutare i medici a decidere”. Avvenire, 8-8-2008.

[7] V. Daloiso. “Prof. Pessina: “Testamento biologico: attenti al rischio eutanasia””. Avvenire, 3-9-2008.

[8] G. Isola. Scienza & Vita: “No a una legge su testamento biologico” Avvenire, 5-8-2008.

[9] F. Rosicano. “Possono gli uomini decidere di anticipare la morte? Colloquio con Maria Luisa Di Pietro”. Liberal, 12-8-2008.

[10] Angelo Card. Bagnasco, Presidente Cei. Prolusione al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana. 22-9-2008.

[11] F. D’Agostino. “Il testamento c’è già: ora bisogna arginare e cambiare”. Avvenire, 25-9-2008.

[12] Il quotidiano Avvenire ha davvero speso rilevanti energie a questo scopo, giungendo a negare l’accesso a qualsiasi voce critica ed anzi prestando il proprio autorevole spazio ad interventi unidirezionalmente volti ad accreditare la bontà dell’attuale ddl. Tra i contributi più significativi il mini-manifesto a favore del ddl Calabrò pubblicato su Avvenire del 12-3-2011; benché sottoscritto da personalità di indubbio prestigio, il loro numero risulta un po’ troppo esiguo per potere essere accreditato quale espressione univoca della posizione cattolica fedele al Magistero, citato peraltro in modo quanto meno criticabile.

[13] A. Pessina. . “Il diritto di rifiutare la cura è l’altra faccia dell’indisponibilità della vita: tolta questa diventa eutanasia”. Il Foglio del 22-1-2009.

[14] M. Micaletti. “Perché nel nostro Paese l’eutanasia e’ ancora illegale”. 4-3-2011. http://www.comitatoveritaevita.it/pub/editoriale_read.php?read=291

[15] G. Mommo. Testamento biologico: applicabili le disposizioni sull’amministrazione di sostegno. http://www.altalex.com/index.php?idnot=43586

[16] L’associazione Medicina & Persona ha espresso maggiore fiducia nella formazione etica dei medici piuttosto che nella elaborazioni di leggi per salvare le prossime Eluana. Medicina & Persona. “Continuiamo a fare i medici”. 25-2-2011.

[17] Lector quidam. “Contro l’inganno del fine vita”. Il Foglio del 16-3-2011. p. 8.

[18] E. Roccella. Si legge: “E’ evidente che prosegue l’attacco ideologico alla legge sulla procreazione assistita che invece ha già resistito perché è stata sostanzialmente confermata dalla pronuncia della Corte Costituzionale del 2009 e ha ormai dimostrato di dare buoni risultati”, commenta invece il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella che si è detta comunque “fiduciosa” rispetto alla nuova pronuncia che dovrà arrivare dalla Suprema corte “che già ha mantenuto l’impianto della legge”. Repubblica del 22-10-2010.

[19] M. Aramini. “Fine vita: si faccia la legge ma il problema è culturale”. La Bussola Quotidiana del 29-3-2001. http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-fine-vita-si-faccia-la-leggema-il-problema–culturale-1410.htm

[20] “Per un corretto giudizio morale sull’eutanasia, occorre innanzi tutto chiaramente definirla”. Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, n. 65.

[21] J. Keown. Eutanasia, Ethics and Public Policy. An Argument Against Legalisation. Cambridge University Press. Cambridge 2002. p. 16.

[22] P.L. Fornari. “Sgreccia: legge necessaria stop agli itinerari di morte”. Avvenire del 11-3-2011. p. 3.

[23] La definizione di eutanasia del Magistero amplia le condotte eutanasiche non solo alla rimozione della nutrizione ed idratazione, ma ad ogni “azione od omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore”. Vd Congregazione per la Dottrina della Fede. Dichiarazione sull’eutanasia Iura et Bona. 5 Maggio 1980.

[24] Puccetti R, Del Poggetto MC, Costigliola V, Di Pietro ML. Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (DAT): revisione della letteratura. Medicina & Morale. 2009; 14(3): 461-498.

[25] Perkins H. Controlling death: the false promise of advance directives. Ann Intern Med. 2007; 147(1): 51-7.

[26] P. Ramsey. Ethics at the edges of life. New Haven ; Yale University Press, 1978 p. 155.

[27] Vd. a proposito della posizione del Magistero il testo di M. Calidari. “Curarsi e Farsi Curare: tra Abbandono del Paziente e Accanimento Terapeutico”. San Paolo ed. Cinisello Balsamo (Mi), 2006.

[28] Con onestà intellettuale lo ammette il prof. Maurizio Mori nel descrivere la valenza del caso Englaro: “Come Porta Pia è importante non tanto come azione militare quanto come atto simbolico che ha posto fine al potere temporale dei papi e alla concezione sacrale del potere politico, così il caso Eluana apre una breccia che pone fine al potere (medico e religioso) sui corpi delle persone e (soprattutto) alla concezione sacrale della vita umana. Sospendere l’ alimentazione e l’ idratazione artificiali implica abbattere una concezione dell’umanità e cambiare l’ idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria che affonda le radici nell’ ippocratismo e anche prima nella visione dell’ homo religiosus, per affermarne una nuova da costruire. Come Porta Pia segna la fine del papa re e di un paradigma del ruolo sacrale della religione in politica, gettando le basi di un’ aurorale democrazia in Italia, così il caso Eluana segna la fine (sul piano teorico) del paternalismo in medicina e di un paradigma medico fondato sul vitalismo ippocratico, gettando le basi di un aurorale controllo della propria vita da parte delle persone”. M. Mori. ” Il caso Eluana Englaro. La “Porta Pia” del vitalismo ippocratico ovvero perché è moralmente giusto sospendere ogni intervento”. Pendragon ed. 2008.

[29] A.G. Spagnolo. “Il bene del paziente e i limiti dei testamenti di vita”. Orizzonte Medico n. 6, 1996.

[30] Nella sentenza N? 21748/07 della Corte di Cassazione riguardo al caso Englaro, il termine “dignità” ricorre undici volte giungendo ad affermare, in nome del pluralismo dei valori, che la vita con attributi soggettivi di indegnità costituisce un diritto esigibile.

[31] A. Pessina. “Controindicazioni di una legge che non fermerà l’eutanasia”. Il Foglio del 22-3-2011.

[32] A. Gambino “Questa legge s’ha da fare”. Avvenire del 4-3-2011. p. 1.

Lo stesso pensiero è stato sorprendentemente ripreso da un uomo di grande esperienza nelle questioni biopolitiche: “Tutta la cultura radicale, abortista, sostenitrice di una idea corrotta di libertà e del diritto alla morte, favorevole all’eutanasia, preme affinché non si approvi la legge che ha raggiunto la soglia del voto finale alla Camera. Non è già questo fatto un’indicazione di quale deve essere la nostra scelta? ? evidente che la legge disturba i progetti eutanasici”. C. Casini. “La legge di fine vita”. Zenit del 3-4-2011.

[33] Lc. 16,8.

[34] On.le A. Mantovano. “Lettera a Il Foglio”. del 25 febbraio 2011.

[35] C. Casini. “Quanta distanza tra “bio-testamento” e “Dichiarazioni anticipate””. Avvenire del 25-2-2011.

[36] C. Casini. Vd. rif. 32.

[37] D. Delle Foglie. Per una legge che sia utile. Avvenire del 31-3-2011.

[38] Giovanni Paolo II. Veritatis Splendor n. 80.

Se l’eutanasia entra in casa passando dal piccolo schermo

La TV come mezzo di propaganda, meglio se sfruttando casi estremi e immagini scioccanti, a favore dell’eutanasia
Prima il video per la promozione dell’eutanasia, arrivato in Italia a novembre e trasmesso furtivamente su Rai Tre e poi da alcune emittenti locali. Adesso i manifesti che sfruttano lo stesso protagonista, chiedono il cinque per mille per l’Associazione Luca Coscioni e lanciano un messaggio molto chiaro: “Lasciatemi morire in pace”. La strategia mediatica dei radicali che preme per la legalizzazione dell’eutanasia in Italia fa parte di un disegno più ampio, che da anni a livello internazionale usa immagini e concetti spesso scioccanti per sensibilizzare il pubblico sul tema della “buona morte”.
Va ricordato innanzitutto che lo spot, che tante polemiche ha suscitato, è stato ideato da Exit International, associazione che fa della promozione di eutanasia e suicidio assistito il fulcro della propria attività. Grazie ad Exit quello spot gira il mondo, nonostante molti divieti di messa in onda, quali ad esempio quelli sanciti dalle autorità competenti di Australia e Canada. Il Presidente di Exit, Philip Nitschke, è stato spesso al centro di casi mediatici controversi. Recentemente, dall’Inghilterra, è giunta la notizia che un video, che vede proprio il dottor Nitschke tra i protagonisti, sarà mostrato agli adolescenti nelle scuole. Nel filmato, sarà possibile vedere il funzionamento di una macchina ideata per somministrare dosi letali di farmaci. In molti, anche tra coloro che si dicono favorevoli alla legalizzazione dell’eutanasia, si sono detti contrariati dalla scelta di includere Nitschke tra coloro che compaiono nel video. Nonostante nei 20 minuti che saranno proposti ai giovani tra i 14 e i 18 anni di età ci sia spazio anche per associazioni pro-life, il rischio evidenziato è quello di istigare al suicidio gli adolescenti più fragili.
Sempre in Inghilterra, in estate la Bbc trasmetterà un documentario sulla morte di un settantunenne presso la clinica di Dignitas, l’organizzazione svizzera che fornisce servizi legati al suicidio assistito. Sarah Wootton,
della Dignity in Dying, ha dichiarato di ritenere irresponsabile non affrontare un argomento del genere, esplicitando lo scopo di tale strategia mediatica: forzare la mano in un dibattito così delicato quale è quello sull’eutanasia.
Alla fine del 2008 fu il canale Sky Real Lives a trasmettere le ultime ore di vita di Craig Ewert, affetto da una malattia neuronale degenerativa e recatosi in Svizzera per suicidarsi. La moglie, in un contributo sul quotidiano Independent intitolato “Perché voglio che il mondo veda morire mio marito”, dichiarò che il video sarebbe servito a superare il tabù della morte.
Nel febbraio scorso, anche il canale svizzero Tf1 mandò in onda un reportage sul suicidio di André Rieder, medico di 56 anni: nel video, della durata di quasi cinquanta minuti, viene raccontato l’ultimo mese di vita di Rieder, dai preparativi all’epilogo finale.
Il copione è sempre il medesimo: irrompere nelle case dei cittadini attraverso il piccolo schermo per accelerare i tempi che dovrebbero condurre alla legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito.
(da Avvenire, 21 aprile 2011)

I radicali insistono: legalizzare l’eutanasia

Mentre dovunque si sia legalizzata l’uccisione del malato consenziente (Oregon, Olanda, Belgio…) le statistiche parlano di un aumento incontrollato del ricorso ad eutanasia e suicidio assistito, i radicali insistono: sì all’eutanasia in Italia. Continua la martellante azione pro-eutanasia dell’associazione radicale Luca Coscioni. Durante questa settimana alcune emittenti campane, all’interno dei rispettivi telegiornali, stanno trasmettendo lo spot per la promozione dell’eutanasia realizzato da Exit International e arrivato in Italia proprio grazie all’attivismo del mondo radicale. Il breve filmato – meno di un minuto il tempo che il protagonista impiega per affermare il suo diritto a scegliere come morire – è finito al centro delle cronache nostrane nel novembre scorso, quando TeleLombardia si disse disponibile a trasmetterlo.
Da allora si sono succedute polemiche circa l’opportunità di mandare in onda lo spot: non va dimenticato, infatti, che in Australia e in Canada le autorità competenti in materia non hanno dato il via libera per la trasmissione del video.
Ora il vice-segretario della Coscioni, Filomena Gallo, annuncia che in Campania i telespettatori potranno vedere lo spot proprio adesso che è in discussione la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Una legge “ipocrita e anticostituzionale” che, sempre secondo Gallo, non rispetterebbe il pensiero di quel “75% degli italiani favorevoli all’eutanasia”. Una maggioranza che sembrerebbe in continua ascesa, se si considera che proprio lo spot parla di un 67%. Potere della pubblicità…
CIn Italia non c’è stato ancora un pronunciamento ufficiale da parte delle autorità istituzionali che dovrebbero esprimersi sull’opportunità di trasmettere lo spot. La messa in onda in Campania è solo l’ultimo atto della vicenda che vede i radicali sfruttare questo vuoto. A dicembre il video ha addirittura fatto breccia nel servizio pubblico: prima Raitre (due volte) e poi Radiouno hanno concesso la ribalta alla pubblicità ideata da Exit, con stratagemmi vari. Nei mesi scorsi era stato poi il turno di altre emittenti locali, come Tv Oggi Salerno e Rtv 38. Lo spot è ovviamente visibile sul sito della Coscioni, dove continua la campagna per finanziare la messa in onda dello spot. Che tra un detersivo e uno yogurt pubblicizza un reato. (Avvenire, 24-03-2011)

Sulle Dat il mondo cattolico è diviso

Sull’attuale legge sulle Dat il mondo cattolico è completamente spaccato. Da una parte i favorevoli: Assuntina Morresi, Carlo Casini (MpV nazionale), Francesco D’Agostino, il giurista Gambino, Avvenire… dall’altra coloro che vedono in questa legge rischi immensi: Medicina e persona (medici di Cl); Associazione Giovanni XXIII, Comitato Verità e Vita, interi MpV locali (Bologna, Trieste ecc), bioeticisti come Mario Palmaro, Renzo Puccetti, padre Angelo Carbone, Angelo Fiori (emerito di medicina legale all’università cattolica del Sacro Cuore, per anni direttore, con Mons. Sgreccia, della rivista di bioetica “Medicina e morale, per 8 anni vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica), il magistrato e onorevole Alfredo Mantovano, Giacomo Rocchi, gli onorevoli Fioroni (medico) e Castagnetti (per i quali la legge sarebbe un autogol, perchè se "nei principi nega l’eutanasia attiva di fatto apre a quella passiva")…

Vedremo…

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