Aborto? No grazie (eppure se ne infischiano)

di Alfredo De Matteo

Alcuni dicono e scrivono: l’aborto è un diritto, mai un dovere. Ad affermare ciò sono gli pseudo pro-life che vanno per la maggiore ma soprattutto il variegato popolo dei pro choice che vive nell’illusione di un mondo libero ed è disposto a scandalizzarsi solamente quando tale apparente libertà viene negata, come nel recente episodio di cronaca in cui una sedicenne è stata “convinta” ad abortire dai genitori prima e dal giudice tutelare (al quale gli stessi genitori si erano rivolti) Continue reading “Aborto? No grazie (eppure se ne infischiano)”

Views: 1

L’illogico Odifreddi manca di coerenza

Fino all’altro ieri l’aborto era un delitto, ieri una condotta da tollerare, oggi un diritto. E domani? Per scrutare il futuro in modo scientifico cosa c’è di meglio che chiederlo ad un matematico come Piergiorgio Odifreddi? Questi preconizza che l’aborto debba diventare un dovere; sì, un dovere sociale. In un post del 9 dicembre pubblicato nel suo blog, Continue reading “L’illogico Odifreddi manca di coerenza”

Views: 1

Con le donne, contro le “maternità interrotte”

Domani si celebrerà la “Giornata internazionale contro le violenze sulle donne” e vi aderirò, col cuore. Non per simpatia verso certo redivivo femminismo, tutt’altro, ma perché è fuori discussione che per le donne questi siano tempi bui. E me sono reso conto una volta di più, in questi giorni, grazie alla lettura di “Maternità Interrotte” (San Paolo, 2011), testo di quasi trecento pagine e che vede, al suo interno, i contributi di ben sette donne con i quali vengono approfondite le “conseguenze psichiche dell’IVG”. Qualche assaggio potrà rendere meglio l’idea. Apriamo il libro a caso, pagina 23: «Come tutte le esperienze traumatiche, l’aborto volontario può avere conseguenze sia nel breve che nel lungo periodo. Nel breve termine può associarsi ad una riduzione dei livelli di ansia, per il venir meno dell’elemento ansiogeno costituito dalla gravidanza indesiderata; nel lungo periodo, invece, in una percentuale consistente di donne, costituisce un fattore di rischio significativo». Rischio significativo? E perché mai?

La risposta a questa domanda è clinica e prende il nome di Pas, acronimo che sta per Sindrome Post – Abortiva e che – spiega la dottoressa Cinzia Baccaglini – genera «ricordi improvvisi, incubi, dolore intenso e reazioni nel giorno dell’anniversario, il sussistere di tentativi vani, intesi a evitare o addirittura negare i propri ricordi e il dolore emotivo provato, con una ridotta capacità di reazione nei confronti degli altri e del proprio ambiente» (p. 122). Constatazioni allarmanti che in larga parte suffragano quanto più di vent’anni fa scrisse un’altra donna, la dottoressa Everett Koop, la quale, al termine di un’accurata revisione di più di 250 ricerche concernenti l’impatto psicologico dell’aborto, concluse come questo abbia, sulle donne, conseguenze a dir poco devastanti (Cfr. Koop CE: Postabortion sindrome: mith or reality?, "Health Matrix" 1989; 7(2): 42-4). Ecco spiegato perché domani – e non solo domani – sarò contro le “maternità interrotte” , la più radicale delle violenze contro le donne. Oltre che, si capisce, contro i fanciulli.

Views: 3

La strage delle bambine cinesi e indiane in Italia

Di seguito in articolo di Antonio Polito sulla strage delle bambine, nelle nostre città, con la legge 194. Quella che secondo alcuni sarebbe una buona legge!

Il mistero delle bambine mai nate nelle comunità cinesi e indiane. Accade in Italia e il sospetto è che si tratti di aborti selettivi, di ANTONIO POLITO (Corriere della sera, 6 novembre 2011)

"Avviene nelle nostre città. Nei nostri laboratori medici. Forse persino nei nostri ospedali. Quella che è stata chiamata «la guerra mondiale contro le bambine» ha un fronte italiano. Sembra proprio che il «genericidio», cioè l’aborto selettivo delle femmine, sia una pratica che le comunità di immigrati cinesi e indiani hanno portato con sé fino da noi.

Lo dicono i dati elaborati per la prima volta da Anna Meldolesi, in un libro appena uscito (Mai nate, Mondadori). Nonostante le statistiche a disposizione siano ancora scarse (si ragiona su dati Istat che coprono gli ultimi quattro anni), la tendenza che illuminano non lascia spazio a dubbi. Si sa che il rapporto naturale tra i sessi alla nascita (la cosiddetta sex ratio) è in media di 105 maschi ogni cento femmine.

Ma in alcune regioni del mondo, e purtroppo non più solo in Cina e in India ma anche in Corea del Sud, nel Caucaso, perfino in Albania, questa proporzione è innaturalmente stravolta: in buona parte della Cina raggiunge i 120 maschi per 100 femmine, e così anche nell’India nordoccidentale (soprattutto il Punjab, zona da cui proviene la gran parte degli immigrati indiani in Italia).

Dove sono dunque finite le bambine mancanti, le «missing girls»? Fino a qualche tempo fa venivano soppresse con l’infanticidio, cioè dopo la nascita, o uccise dalla negligenza deliberata dei genitori. Ma da quando c’è un accesso sempre più facile alla diagnosi prenatale del sesso, attraverso amniocentesi ed ecografia, e all’interruzione assistita della gravidanza, il nuovo sistema di selezione di massa è l’aborto.

Amartya Sen, il Nobel indiano per l’economia, calcolò vent’anni fa la cifra di cento milioni di donne mancanti. Un vero e proprio genocidio di genere. Nel suo libro la Meldolesi ci ricorda che cento milioni è il numero di donne che vivono in Germania, Italia e Francia messe insieme: «Una perdita numericamente superiore alle vittime delle guerre mondiali, o delle carestie del XX secolo, o delle grandi epidemie».

Il dibattito sul perché accada è ancora aperto. Ci sono ragioni economiche, per esempio il costo di una dote in India per sposare la figlia femmina; e ragioni sociali, connesse con la struttura patriarcale delle società, che influenzano i ceti benestanti anche più di quelli poveri. Ma, soprattutto, sembra un fenomeno culturale, e della peggiore specie: la selezione del sesso è infatti senza dubbio la forma più estrema di discriminazione delle donne.

E ha preso a viaggiare con i migranti, insieme al loro bagaglio. Ecco che succede in Italia, così come l’ha ricostruito l’autrice del libro. Negli ultimi quattro anni, per ogni cento neonate cinesi in Italia ci sono stati 109 maschi. Percentuale alta, ma non altissima, rispetto alla norma di 105. Se però si considerano solo le nascite dei terzogeniti e dei figli successivi, si scopre che la «sex ratio» sale fino a 119.

È il classico schema che si associa all’aborto selettivo: le famiglie lasciano al caso il primo figlio, e forse anche il secondo; ma dal terzo in poi non corrono più rischi se il maschio non è arrivato. Peggiori sono i dati della comunità indiana: 116 maschi ogni cento femmine, e addirittura 137 dal terzogenito in su. Per quanto il campione sia piccolo, e la serie di dati breve, ci sono pochi dubbi su che cosa stia accadendo. Resta dunque da capire che fare…

Poi Polito continua: "Come impedire gli aborti selettivi senza limitare il diritto delle immigrate alla diagnostica preventiva e all’aborto terapeutico…".

E allora non lo seguiamo più, perchè l’aborto terapeutico non esiste. L’aborto uccide, sempre, e non guarisce, mai… Mentre la diagnostica preventiva non viene usata, se non raramente, purtroppo, per curare…è troppo spesso la via per selezionare. E’ inutile duqnue che Polito e compagnia si straccino le vesti per le stragi delle bambine: è la cultura dlel’aborto che la permette, come permette la strage dei bambini down, dei bambini nati in un momento non "opportuno", dei bambini con il labbro leporino ecc..

 

 

Views: 2

Marcia per la vita

In seguito alle riunioni che si stanno svolgendo in tutta Italia per la costituzione di comitati provinciali, il Movimento Europeo Difesa Vita e l’Associazione Famiglia Domani confermano che la seconda edizione della Marcia si terrà il 13 maggio 2012 a Roma, centro della cristianità e del potere politico.

Le strade della capitale sono state attraversate, anche recentemente, da numerosi cortei, violenti, indecorosi e blasfemi; il nostro corteo vuole invece affermare il valore universale del diritto alla vita e il primato del bene comune sul male e sull’egoismo.

L’iniziativa sarà una "marcia" e non una processione religiosa e come tale aperta anche ai pro life non credenti e a tutti i gruppi che potranno partecipare con i loro simboli ad esclusione di simboli politici. E’ previsto inoltre un convegno sulla vita, sempre a Roma, il 12 maggio, a cui hanno già dato la loro adesione personalità conosciute del mondo pro life italiano.

www.marciaperlavita.it

Views: 0

USA, l’aborto è la prima causa di morte

di Stefano Bruni

I Centers for Disease Control and Prevention (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, abbreviati in CDC, www.cdc.gov) sono un importante organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America. Il loro compito più noto al pubblico non specialistico (anche per via di romanzi e film catastrofici su epidemie virali a diffusione globale) è quello di monitorare, prevenire e suggerire gli interventi più appropriati in caso di contagio diffuso ed epidemie. Tuttavia i compiti di questo organismo sono anche molti altri e molto diversificati.

Tra gli altri, i CDC pubblicano anche report relativi ai dati sulla mortalità, sulla natalità e sul numero di aborti negli Stati Uniti. Come sempre accade, i dati definitivi relativi ad un determinato periodo sono resi disponibili a distanza di alcuni anni in quanto questi dati vengono elaborati con severi criteri statistici e il dato aggregato scomposto in tanti sottogruppi di dati più o meno correlati gli uni agli altri. Al momento sono disponibili i dati definitivi, ad esempio, delle principali 10 cause di mortalità negli Stati Uniti per l’anno 2007 (non stiamo parlando dunque di secoli fa ma dell’altro ieri).

Ebbene, se andiamo a leggere la suddetta relazione scopriamo che nel 2007 negli Stati Uniti sono morte 2.423.712 persone. Se andiamo a vedere le principali 10 cause di morte nel 2007 negli Stati Uniti (che insieme rappresentano più o meno il 76% di tutti i morti del 2007), il report ci dice che la causa di morte più frequente è stata la patologia cardiaca (616.067 morti), seguita da cancro (562.875 morti), stroke cerebrovascolare (135.952 morti), malattie croniche delle basse vie aeree (127.924 morti), incidenti (123.706 morti), malattia di Alzheimer (74.632 morti), diabete (71.382 morti), influenza e polmonite (52.717 morti), nefrite, sindrome nefrotica e nefrosi (46.448 morti), setticemia (34.828 morti).

Ho voluto leggere anche un altro paio di rapporti ufficiali e così ho trovato, nel primo, dati molto interessanti sulla natalità nel 2007 negli Stati Uniti dove sono venuti al mondo 4.316.233 bambini. Questa è certamente una buona notizia, perché negli Stati Uniti evidentemente nascono molte più persone di quante ne muoiano (la differenza positiva è di poco meno di 2.000.000).

Mi sono poi documentato, sempre attingendo a dati ufficiali, su quanti siano stati gli aborti negli Stati Uniti nel 2007 ed ho scoperto che purtroppo in quell’anno sono state interrotte un totale di 827.609 gravidanze, un numero agghiacciante. Ho fatto due calcoli e ho scoperto che, benché non riportato tra le prime 10 cause di morte negli Stati Uniti, in realtà l’aborto è la prima causa di morte, prima delle malattie cardiache, visto che l’aborto uccide circa 200.000 vite più che le malattie cardiache.

Che fine ha fatto allora l’aborto nel report relativo alle prime 10 cause di morte? ? triste ma, evidentemente, queste vite (perchè si tratta di vite umane, anche se non ancora nate) non contano nemmeno per le statistiche sulla morte.

da www.uccronline.it

10-10-2011

Views: 1

Giuristi internazionali all’ONU: “L’aborto non è un diritto”

di Marco Respinti

Non esiste il diritto internazionale all’aborto. Nei trattati delel Nazioni Unite non c’è. C’è solo nelle parole del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon e nelle voglie della potente lobby neomalthusiana internazionale che sul punto gli dà corda. Per questo oggi, 6 ottobre, al Dag Hammarskjold Auditorium del Palazzo di Vetro, a New York, viene presentato un documento di capitale importanza che riafferma e proclama il diritto alla vita di ogni essere umano in qualsiasi parte del mondo sia destinato a nascere così come sancito proprio dall’organismo che li riunisce tutti.

Sintetico, preciso, militante, il documento è stato ideato per rispondere pan per focaccia alla “cultura di morte” che oramai si è impossessata in maniera esplicita anche dei vertici degli organismi internazionali, anzitutto le Nazioni Unite. Si chiama San José Articles (perché a San José, in Costa Rica, è attiva l’Inter-American Commission on Human Rights che, con il gemello Inter-American Court of Human Rights, opera virtuosamente per il diritto alla vita) e senza esitazioni afferma l’umanità scientificamente attestata del concepito, sottolinea che pure i bambini non ancora nati sono già coperti dai trattati dell’ONU garanti dei diritti umani proprio perché esseri umani, sfida apertamente gli organismi che sostengono che l’aborto è un diritto internazionale a darne prova a norma di legge e invita altresì i governi a utilizzare positivamente i documenti dell’ONU per il fine esattamente contrario, vale a dire proteggere la vita umana nascente da chi cerca di adulterarli con l’aborto.

Uno dei cavalli di battaglia strategici di tutto il mondo pro-life è infatti il potere (ancora) rispondere a chi sostiene quel che oggi sostiene apertamente Ban Ki-Moon che nessun documento delle Nazioni Unite presenta l’aborto come un diritto della persona da sostenere e da promuovere, una conquista sociale, una ricetta per il bene comune o un grimaldello per scardinare le legislazioni nazionali vigenti. Chi dà retta a queste sirene, sbaglia, dicono i firmatari dei San José Articles, e compie abusi enormi in nome delle (troppe) carte prodotte dall’ONU laddove dette carte, per farraginose e magari volutamente confuse che siano, non li autorizzano affatto a farlo. Talora ciò avviene per ignoranza (anche ai vertici delle istituzioni giuridiche e politiche di certi Paesi), talaltra per malizia di certe organizzazioni non-governative ispiratrici e complici, ma è così che alcuni governi finiscono per ribaltare le proprie legislazioni onde accogliere un “diritto all’aborto” che sarebbe intimato dall’ONU ma che in verità così proprio non è.

Certo, l’assenza di tale esplicito “diritto” nei documenti dell’ONU non evita che l’aborto venga comunque smerciato sottobanco da troppi comprimari attraverso l’interpretazione inclusiva di linguaggi intenzionalmente ambigui (“salute riproduttiva”, “diritti sessuali”), ma se non altro l’assenza di quella provvisione permette di ritorcere palmo a palmo l’arma della neolingua di orwelliana memoria contro i suoi stessi fabbricatori.

Nessun “colpo di Stato” interpretativo di alcun Segretario Generale – questo è ciò che sostengono oggi i pro-lifer proprio in casa di Ban Ki-Moon – può dunque manipolare i documenti pubblici internazionali voluti dal concerto delle nazioni del mondo.

I San Jose Articles sono del resto il fior da fiore della filosofia, della giurisprudenza e della politica pro-life. Al loro testo ha messo mano in primis Robert P. George, docente di diritto nell’Università di Princeton, “padre” di quella Dichiarazione di Manhattan che oramai è un importantissimo movimento internazionale, “filosofo di riferimento” della galassia antiabortista e già consigliere per la bioetica di George W. Bush jr.. In Italia lo si conosce per il suo recente Il diritto naturale nell’età del pluralismo (trad. it., Lindau, Torino 2011). Nell’opera di stesura dei San José Articles lo hanno quindi coadiuvato l’ambasciatore Grover Joseph Rees III, nonché Paolo G. Carozza e O. Carter Snead, entrambi docenti alla Law School dell’Università Notre Dame di South Bend, nell’Indiana, il primo tra l’altro già presidente dell’Inter-American Commission on Human Rights di San José in Costa Rica. Quindi l’opera di cesellamento del documento è passata attraverso il rigore di una trentina di esperti tra diritto internazionale, sanità e amministrazione pubblica di tutto il mondo, fra i quali David Alton della Camera dei Lord, Nicholas Windsor (il rampollo della famiglia reale britannica noto per essersi convertito al cattolicesimo e avere così messo costituzionalmente fine a qualsiasi sogno di salire al trono potesse mai accarezzare), il noto filosofo giusnaturalista John Finnis docente a Oxford, il Superiore Generale dei Knights of Columbus Carl Anderson e Giuseppe Banegiano, italiano, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nelle prossime settimane i San Jose Articles verranno presentati ufficialmente in sedi politiche e istituzionali a Londra, Madrid, Santiago del Cile, Buenos Aires, San José di Costa Rica, Calgary in Canada, Washington, Manila, Strasburgo (una delle sedi di lavoro del Parlamento Europeo) e pure Roma.

Probabilmente si tratta della mozione che più apertamente di ogni altro testo finora varato a livello internazionale dal mondo pro-life sfida sul loro stesso terreno e attraverso i loro stessi strumenti di azione (i documenti da esse prodotti) le organizzazioni internazionali statutariamente nate e impegnate nella difesa della pace nel mondo e nella tutela dei diritti umani per tutti. Ovvero: se l’ONU volesse confutarne i contenuti, si sconfesserebbe da sé.

Link per leggere I “San José Articles”: http://labussolaquotidiana.it/ita/articoli-i-san-jos-articles-3244.htm

da www.labussolaquotidiana.it

06-10-2011

Views: 2

Sopravvissuta all’aborto, muore cinque anni dopo

Mariangela, la bimba che non doveva nascere, era comunque riuscita a sopravvivere all’aborto. Ha portato le conseguenze di quel violento e disumano rifiuto da parte dei genitori per cinque anni essendo nata con gravi problemi respiratori. Rifiutata per la seconda volta, è stata affidata ad una casa famiglia. Alla fine, una broncopolmonite recidiva l’altro giorno se l’è portata via.

“Vivace, affettuosa, regalava grandi sorrisi, ci ha dato molta felicità “, così la ricordano i genitori affidatari della comunità Papa Giovanni XXIII, nel padovano, l’associazione fondata da don Oreste Benzi. Era sopravvissuta all’ospedale di Padova a un parto prematuro indotto a 22 settimane, utilizzato come tecnica abortiva. I genitori naturali l’avevano rifiutata perché l’ecografia mostrava che era senza bulbi oculari. Ma la piccola ha continuato a vivere e arrivata a un mese di vita fu presa in carico dal reparto padovano di neonatologia che si è battuto per dare alla bimba la possibilità di vivere e di avere una famiglia. In seguito venne fu affidata alla Comunità Papa Giovanni XXIII e accolta da una casa famiglia dove è stata cresciuta amata, accolta e accudita, giorno e notte, per cinque anni.

I responsabili della Comunità cattolica fanno sapere che “è profondo il dolore per la perdita di Mariangela. Resta il ricordo dolce di questi anni vissuti insieme e delle molte gioie che la piccola, con i suoi sorrisi, sapeva regalarci. La piccina ha potuto comunque assaporare la gioia di amare ed essere amata per ciò che era”.
Un’altra bambina morta perché si sono voluti rispettare i (presunti) diritti della donna. Un’assurdità, così come spiegava davanti al Parlamento australiano Gianna Jessen, la sopravvissuta all’aborto più famosa del mondo.

[Link per ascoltare la testimonianza di Gianna Jessen: www.uccronline.it/2011/10/02/bimba-sopravvissuta-allaborto-muore-dopo-cinque-anni/

da www.uccronline.it

2/10/2011

Views: 0

Cina, pena di morte per 400 milioni di bambini non nati

di Marco Respinti

In 30 anni la Cina ha eliminato 400 milioni di bambini ancora nel grembo materno. Per decisione ideologica e volontà politica, in tre decenni la Cina ha eliminato un numero di bimbi superiore (di parecchio) alla popolazione attuale degli Stati Uniti d’America. E a rivelarlo è un esponente dello stesso regime cinese.

? la famigerata “politica del figlio unico”, quella con cui il regime comunista di Pechino impone per legge l’aborto di Stato alle coppie cinesi dopo la nascita del loro primogenito – alias unicogenito -, nonché pene severe, comprensive di multe e di qualche sganassone, per le famiglie che pensassero di fare le furbe, parenti e congiunti compresi.

La legge è stata istituita il 25 settembre 1980, ogni tanto Pechino getta un po’ di fumo negli occhi a proposito della sua vigenza, ma tutti sanno che nel Paese l’aborto obbligatorio costringe ancora le famiglie ad avere un figlio solo.

Da anni il demografo Steven W. Mosher, presidente del Population Research Institute, tenta di calcolarne il costo umano, ma è un conto arduo. Perché i dati demografici cinesi sono sempre piuttosto aleatori; perché quello da prendere in considerazione è un territorio immenso dove i tassi di natalità, mortalità e fertilità non si riescono sempre a misurare con il bilancino come altrove; e perché ogni e qualunque censimento passa comunque sotto la censura del regime, che classicamente interpella sul punto pure l’ufficio della propaganda.

Fino a oggi sono quindi restate le stime. Nel suo pluriennale lavoro – da certosino, da pietoso certosino incaricato di quantificare la mattanza – Mosher ha ipotizzato una cifra totale compresa fra i 350 e i 450 milioni di bambini morti a causa dei 10-15 milioni di aborti l’anno che da tre decenni il governo impone. E non si è sbagliato. Stime a parte, sono infatti ufficialmente 400 i milioni di bambini cinesi che Pechino dice mancare oggi all’appello a causa dell’applicazione della “politica del figlio unico”: il che coincide, rigorizza e autorevolmente documenta le proiezioni condotte da Mosher sul costo umano dell’aborto di Stato cinese (confermate tra l’altro anche dall’organizzazione Women’s Rights Withourt Frontiers). Il dato, raccapricciante, proviene infatti dal regime stesso.

Rispondendo, recentemente, a una domanda precisa e diretta posta dal deputato pro-life repubblicano Timothy A. Huelskamp, Gao Qiang, per due anni segretario di partito (leggi “commissario politico”) per il ministro della Salute cinese e persino suo vice (Chen Zhu, il titolare del dicastero, rappresenta infatti un’eccezione: non è membro del Partito Comunista Cinese e per questo né può assumere egli stesso anche la carica di segretario di partito, né può amministrare senza averne uno al fianco), ha “candidamente” confessato che la popolazione cinese di oggi conta 400 milioni di persone in meno di quante ne avrebbe se il governo non avesse adottato e imposto la politica detta “del figlio unico”. Con puntiglio degno di miglior causa, Gao ha precisato che questa cifra è peraltro di molto superiore a quella della popolazione statunitense nel suo complesso, ovvero 312 milioni di persone, e lo ha affermato pubblicamente, ufficialmente, menandone vanto: “Che i veterani dell’apparato del Partito Comunista Cinese”, osserva Mosher, “continuino a sbandierare i “successi” ottenuti dal loro brutale sistema di controllo demografico nell’eliminare le persone rivela il disprezzo assoluto in cui essi considerano gli standard internazionali dei diritti umani. Dopo tutto, questi numeri sono stati raggiunti costringendo le giovani, alcune delle quali agli ultimi mesi di gravidanza, a subire l’aborto, cosa che i tribunali di Norimberga hanno stigmatizzato come crimine contro l’umanità”.

Com’è altrettanto noto, inoltre, questa colossale tragedia ne contiene un’altra: quella dell’aborto selettivo – il cosiddetto “gendercidio” -, che sceglie accuratamente le proprie vittime colpendo sistematicamente le femmine ritenute meno produttive, foriere di altre nascite future, insomma una zavorra. Osserva Mosher che “[…] la Cina è un Paese dove le bimbe non nate vengono abortite selettivamente, dove per questa ragione i giovani non riescono più a trovare moglie e dove per ovviare alla situazione fiorisce il traffico di esseri umani che importa le donne dall’estero”.

Per effetto della “politica del figlio unico”, infatti, le famiglie cinesi che decidono di mettere al mondo l’unico erede consentito loro dallo Stato-partito di norma scelgono di avere un maschio. Le madri che invece danno alla luce delle femmine sono subito malviste dalla cultura tradizionale del Paese, vengono strapazzate a piacimento e possono pure venire ripudiate dal marito o disconosciute dai parenti. Del resto, qualora sfuggissero a quell’eugenetica selezione prenatale basata sul sesso che per loro ha in serbo solo la morte le bimbe cinesi verrebbero socialmente emarginate, eliminate mediante infanticidio, o vendute come bestie al migliore offerente. Quelle madri che, dopo di loro, accarezzassero poi l’idea di ritentare la gravidanza onde partorire l’agognato maschio si metterebbero automaticamente nei guai. Lo Stato-partito verbalizzerebbe infatti con multe salatissime, e quindi comminerebbe l’aborto, l’unica pena capitale subita da un innocente per un “reato” commesso da altri. A quel punto però quel lugubre salvacondotto che in realtà è un tragico cortocircuito molte madri lo avrebbero già scelto da sole. Insomma, da quelle parti l’aborto obbligatorio o te lo infligge lo Stato o fai tutto da te risparmiando tempo. Del resto la Cina è quel posto dove a sentenza capitale eseguita la famiglia dell’ucciso si vede persino fatturare il costo del proiettile utilizzato …

Per tenere desta l’attenzione mondiale, l’organizzazione All Girls Allowed (AGA) di Boston ha deciso di ricordare questi primati d’infamia creando un video educativo destinato a scuole, siti Internet e luoghi pubblici di ogni genere e specie. Si chiama 37 Seconds: il tempo minimo per rendersi conto di una catastrofe umanitaria per la quale nessuno sembra avere voglia di levare un dito che coincide pure con i milioni di bimbe cinesi abortite per selezione (cioè quelle eliminate proprio in quanto femmine, il che rappresenta evidentemente solo una parte delle bimbe uccise dall’aborto “generico” nel complesso), una cifra che – dice l’AGA – supera quella di tutti i genocidi riconosciuti come tali nel Novecento messi assieme.

Breve, immediato, altamente efficace, si può liberamente scaricare – con altri – dalla rete e altrettanto liberamente distribuire. Mette in scena un brutto film che non avremmo mai voluto vedere, ma che evidentemente ancora troppo pochi hanno invece visto.

da www.labussolaquotidiana.it

27/09/2011

Views: 2