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USA, l’aborto è la prima causa di morte
di Stefano Bruni
I Centers for Disease Control and Prevention (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, abbreviati in CDC, www.cdc.gov) sono un importante organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America. Il loro compito più noto al pubblico non specialistico (anche per via di romanzi e film catastrofici su epidemie virali a diffusione globale) è quello di monitorare, prevenire e suggerire gli interventi più appropriati in caso di contagio diffuso ed epidemie. Tuttavia i compiti di questo organismo sono anche molti altri e molto diversificati.
Tra gli altri, i CDC pubblicano anche report relativi ai dati sulla mortalità, sulla natalità e sul numero di aborti negli Stati Uniti. Come sempre accade, i dati definitivi relativi ad un determinato periodo sono resi disponibili a distanza di alcuni anni in quanto questi dati vengono elaborati con severi criteri statistici e il dato aggregato scomposto in tanti sottogruppi di dati più o meno correlati gli uni agli altri. Al momento sono disponibili i dati definitivi, ad esempio, delle principali 10 cause di mortalità negli Stati Uniti per l’anno 2007 (non stiamo parlando dunque di secoli fa ma dell’altro ieri).
Ebbene, se andiamo a leggere la suddetta relazione scopriamo che nel 2007 negli Stati Uniti sono morte 2.423.712 persone. Se andiamo a vedere le principali 10 cause di morte nel 2007 negli Stati Uniti (che insieme rappresentano più o meno il 76% di tutti i morti del 2007), il report ci dice che la causa di morte più frequente è stata la patologia cardiaca (616.067 morti), seguita da cancro (562.875 morti), stroke cerebrovascolare (135.952 morti), malattie croniche delle basse vie aeree (127.924 morti), incidenti (123.706 morti), malattia di Alzheimer (74.632 morti), diabete (71.382 morti), influenza e polmonite (52.717 morti), nefrite, sindrome nefrotica e nefrosi (46.448 morti), setticemia (34.828 morti).
Ho voluto leggere anche un altro paio di rapporti ufficiali e così ho trovato, nel primo, dati molto interessanti sulla natalità nel 2007 negli Stati Uniti dove sono venuti al mondo 4.316.233 bambini. Questa è certamente una buona notizia, perché negli Stati Uniti evidentemente nascono molte più persone di quante ne muoiano (la differenza positiva è di poco meno di 2.000.000).
Mi sono poi documentato, sempre attingendo a dati ufficiali, su quanti siano stati gli aborti negli Stati Uniti nel 2007 ed ho scoperto che purtroppo in quell’anno sono state interrotte un totale di 827.609 gravidanze, un numero agghiacciante. Ho fatto due calcoli e ho scoperto che, benché non riportato tra le prime 10 cause di morte negli Stati Uniti, in realtà l’aborto è la prima causa di morte, prima delle malattie cardiache, visto che l’aborto uccide circa 200.000 vite più che le malattie cardiache.
Che fine ha fatto allora l’aborto nel report relativo alle prime 10 cause di morte? ? triste ma, evidentemente, queste vite (perchè si tratta di vite umane, anche se non ancora nate) non contano nemmeno per le statistiche sulla morte.
da www.uccronline.it
10-10-2011
Giuristi internazionali all’ONU: “L’aborto non è un diritto”
di Marco Respinti
Non esiste il diritto internazionale all’aborto. Nei trattati delel Nazioni Unite non c’è. C’è solo nelle parole del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon e nelle voglie della potente lobby neomalthusiana internazionale che sul punto gli dà corda. Per questo oggi, 6 ottobre, al Dag Hammarskjold Auditorium del Palazzo di Vetro, a New York, viene presentato un documento di capitale importanza che riafferma e proclama il diritto alla vita di ogni essere umano in qualsiasi parte del mondo sia destinato a nascere così come sancito proprio dall’organismo che li riunisce tutti.
Sintetico, preciso, militante, il documento è stato ideato per rispondere pan per focaccia alla “cultura di morte” che oramai si è impossessata in maniera esplicita anche dei vertici degli organismi internazionali, anzitutto le Nazioni Unite. Si chiama San José Articles (perché a San José, in Costa Rica, è attiva l’Inter-American Commission on Human Rights che, con il gemello Inter-American Court of Human Rights, opera virtuosamente per il diritto alla vita) e senza esitazioni afferma l’umanità scientificamente attestata del concepito, sottolinea che pure i bambini non ancora nati sono già coperti dai trattati dell’ONU garanti dei diritti umani proprio perché esseri umani, sfida apertamente gli organismi che sostengono che l’aborto è un diritto internazionale a darne prova a norma di legge e invita altresì i governi a utilizzare positivamente i documenti dell’ONU per il fine esattamente contrario, vale a dire proteggere la vita umana nascente da chi cerca di adulterarli con l’aborto.
Uno dei cavalli di battaglia strategici di tutto il mondo pro-life è infatti il potere (ancora) rispondere a chi sostiene quel che oggi sostiene apertamente Ban Ki-Moon che nessun documento delle Nazioni Unite presenta l’aborto come un diritto della persona da sostenere e da promuovere, una conquista sociale, una ricetta per il bene comune o un grimaldello per scardinare le legislazioni nazionali vigenti. Chi dà retta a queste sirene, sbaglia, dicono i firmatari dei San José Articles, e compie abusi enormi in nome delle (troppe) carte prodotte dall’ONU laddove dette carte, per farraginose e magari volutamente confuse che siano, non li autorizzano affatto a farlo. Talora ciò avviene per ignoranza (anche ai vertici delle istituzioni giuridiche e politiche di certi Paesi), talaltra per malizia di certe organizzazioni non-governative ispiratrici e complici, ma è così che alcuni governi finiscono per ribaltare le proprie legislazioni onde accogliere un “diritto all’aborto” che sarebbe intimato dall’ONU ma che in verità così proprio non è.
Certo, l’assenza di tale esplicito “diritto” nei documenti dell’ONU non evita che l’aborto venga comunque smerciato sottobanco da troppi comprimari attraverso l’interpretazione inclusiva di linguaggi intenzionalmente ambigui (“salute riproduttiva”, “diritti sessuali”), ma se non altro l’assenza di quella provvisione permette di ritorcere palmo a palmo l’arma della neolingua di orwelliana memoria contro i suoi stessi fabbricatori.
Nessun “colpo di Stato” interpretativo di alcun Segretario Generale – questo è ciò che sostengono oggi i pro-lifer proprio in casa di Ban Ki-Moon – può dunque manipolare i documenti pubblici internazionali voluti dal concerto delle nazioni del mondo.
I San Jose Articles sono del resto il fior da fiore della filosofia, della giurisprudenza e della politica pro-life. Al loro testo ha messo mano in primis Robert P. George, docente di diritto nell’Università di Princeton, “padre” di quella Dichiarazione di Manhattan che oramai è un importantissimo movimento internazionale, “filosofo di riferimento” della galassia antiabortista e già consigliere per la bioetica di George W. Bush jr.. In Italia lo si conosce per il suo recente Il diritto naturale nell’età del pluralismo (trad. it., Lindau, Torino 2011). Nell’opera di stesura dei San José Articles lo hanno quindi coadiuvato l’ambasciatore Grover Joseph Rees III, nonché Paolo G. Carozza e O. Carter Snead, entrambi docenti alla Law School dell’Università Notre Dame di South Bend, nell’Indiana, il primo tra l’altro già presidente dell’Inter-American Commission on Human Rights di San José in Costa Rica. Quindi l’opera di cesellamento del documento è passata attraverso il rigore di una trentina di esperti tra diritto internazionale, sanità e amministrazione pubblica di tutto il mondo, fra i quali David Alton della Camera dei Lord, Nicholas Windsor (il rampollo della famiglia reale britannica noto per essersi convertito al cattolicesimo e avere così messo costituzionalmente fine a qualsiasi sogno di salire al trono potesse mai accarezzare), il noto filosofo giusnaturalista John Finnis docente a Oxford, il Superiore Generale dei Knights of Columbus Carl Anderson e Giuseppe Banegiano, italiano, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nelle prossime settimane i San Jose Articles verranno presentati ufficialmente in sedi politiche e istituzionali a Londra, Madrid, Santiago del Cile, Buenos Aires, San José di Costa Rica, Calgary in Canada, Washington, Manila, Strasburgo (una delle sedi di lavoro del Parlamento Europeo) e pure Roma.
Probabilmente si tratta della mozione che più apertamente di ogni altro testo finora varato a livello internazionale dal mondo pro-life sfida sul loro stesso terreno e attraverso i loro stessi strumenti di azione (i documenti da esse prodotti) le organizzazioni internazionali statutariamente nate e impegnate nella difesa della pace nel mondo e nella tutela dei diritti umani per tutti. Ovvero: se l’ONU volesse confutarne i contenuti, si sconfesserebbe da sé.
Link per leggere I “San José Articles”: http://labussolaquotidiana.it/ita/articoli-i-san-jos-articles-3244.htm
da www.labussolaquotidiana.it
06-10-2011
Sopravvissuta all’aborto, muore cinque anni dopo
Mariangela, la bimba che non doveva nascere, era comunque riuscita a sopravvivere all’aborto. Ha portato le conseguenze di quel violento e disumano rifiuto da parte dei genitori per cinque anni essendo nata con gravi problemi respiratori. Rifiutata per la seconda volta, è stata affidata ad una casa famiglia. Alla fine, una broncopolmonite recidiva l’altro giorno se l’è portata via.
“Vivace, affettuosa, regalava grandi sorrisi, ci ha dato molta felicità “, così la ricordano i genitori affidatari della comunità Papa Giovanni XXIII, nel padovano, l’associazione fondata da don Oreste Benzi. Era sopravvissuta all’ospedale di Padova a un parto prematuro indotto a 22 settimane, utilizzato come tecnica abortiva. I genitori naturali l’avevano rifiutata perché l’ecografia mostrava che era senza bulbi oculari. Ma la piccola ha continuato a vivere e arrivata a un mese di vita fu presa in carico dal reparto padovano di neonatologia che si è battuto per dare alla bimba la possibilità di vivere e di avere una famiglia. In seguito venne fu affidata alla Comunità Papa Giovanni XXIII e accolta da una casa famiglia dove è stata cresciuta amata, accolta e accudita, giorno e notte, per cinque anni.
I responsabili della Comunità cattolica fanno sapere che “è profondo il dolore per la perdita di Mariangela. Resta il ricordo dolce di questi anni vissuti insieme e delle molte gioie che la piccola, con i suoi sorrisi, sapeva regalarci. La piccina ha potuto comunque assaporare la gioia di amare ed essere amata per ciò che era”.
Un’altra bambina morta perché si sono voluti rispettare i (presunti) diritti della donna. Un’assurdità, così come spiegava davanti al Parlamento australiano Gianna Jessen, la sopravvissuta all’aborto più famosa del mondo.
[Link per ascoltare la testimonianza di Gianna Jessen: www.uccronline.it/2011/10/02/bimba-sopravvissuta-allaborto-muore-dopo-cinque-anni/
da www.uccronline.it
2/10/2011
Cina, pena di morte per 400 milioni di bambini non nati
di Marco Respinti
In 30 anni la Cina ha eliminato 400 milioni di bambini ancora nel grembo materno. Per decisione ideologica e volontà politica, in tre decenni la Cina ha eliminato un numero di bimbi superiore (di parecchio) alla popolazione attuale degli Stati Uniti d’America. E a rivelarlo è un esponente dello stesso regime cinese.
? la famigerata “politica del figlio unico”, quella con cui il regime comunista di Pechino impone per legge l’aborto di Stato alle coppie cinesi dopo la nascita del loro primogenito – alias unicogenito -, nonché pene severe, comprensive di multe e di qualche sganassone, per le famiglie che pensassero di fare le furbe, parenti e congiunti compresi.
La legge è stata istituita il 25 settembre 1980, ogni tanto Pechino getta un po’ di fumo negli occhi a proposito della sua vigenza, ma tutti sanno che nel Paese l’aborto obbligatorio costringe ancora le famiglie ad avere un figlio solo.
Da anni il demografo Steven W. Mosher, presidente del Population Research Institute, tenta di calcolarne il costo umano, ma è un conto arduo. Perché i dati demografici cinesi sono sempre piuttosto aleatori; perché quello da prendere in considerazione è un territorio immenso dove i tassi di natalità, mortalità e fertilità non si riescono sempre a misurare con il bilancino come altrove; e perché ogni e qualunque censimento passa comunque sotto la censura del regime, che classicamente interpella sul punto pure l’ufficio della propaganda.
Fino a oggi sono quindi restate le stime. Nel suo pluriennale lavoro – da certosino, da pietoso certosino incaricato di quantificare la mattanza – Mosher ha ipotizzato una cifra totale compresa fra i 350 e i 450 milioni di bambini morti a causa dei 10-15 milioni di aborti l’anno che da tre decenni il governo impone. E non si è sbagliato. Stime a parte, sono infatti ufficialmente 400 i milioni di bambini cinesi che Pechino dice mancare oggi all’appello a causa dell’applicazione della “politica del figlio unico”: il che coincide, rigorizza e autorevolmente documenta le proiezioni condotte da Mosher sul costo umano dell’aborto di Stato cinese (confermate tra l’altro anche dall’organizzazione Women’s Rights Withourt Frontiers). Il dato, raccapricciante, proviene infatti dal regime stesso.
Rispondendo, recentemente, a una domanda precisa e diretta posta dal deputato pro-life repubblicano Timothy A. Huelskamp, Gao Qiang, per due anni segretario di partito (leggi “commissario politico”) per il ministro della Salute cinese e persino suo vice (Chen Zhu, il titolare del dicastero, rappresenta infatti un’eccezione: non è membro del Partito Comunista Cinese e per questo né può assumere egli stesso anche la carica di segretario di partito, né può amministrare senza averne uno al fianco), ha “candidamente” confessato che la popolazione cinese di oggi conta 400 milioni di persone in meno di quante ne avrebbe se il governo non avesse adottato e imposto la politica detta “del figlio unico”. Con puntiglio degno di miglior causa, Gao ha precisato che questa cifra è peraltro di molto superiore a quella della popolazione statunitense nel suo complesso, ovvero 312 milioni di persone, e lo ha affermato pubblicamente, ufficialmente, menandone vanto: “Che i veterani dell’apparato del Partito Comunista Cinese”, osserva Mosher, “continuino a sbandierare i “successi” ottenuti dal loro brutale sistema di controllo demografico nell’eliminare le persone rivela il disprezzo assoluto in cui essi considerano gli standard internazionali dei diritti umani. Dopo tutto, questi numeri sono stati raggiunti costringendo le giovani, alcune delle quali agli ultimi mesi di gravidanza, a subire l’aborto, cosa che i tribunali di Norimberga hanno stigmatizzato come crimine contro l’umanità”.
Com’è altrettanto noto, inoltre, questa colossale tragedia ne contiene un’altra: quella dell’aborto selettivo – il cosiddetto “gendercidio” -, che sceglie accuratamente le proprie vittime colpendo sistematicamente le femmine ritenute meno produttive, foriere di altre nascite future, insomma una zavorra. Osserva Mosher che “[…] la Cina è un Paese dove le bimbe non nate vengono abortite selettivamente, dove per questa ragione i giovani non riescono più a trovare moglie e dove per ovviare alla situazione fiorisce il traffico di esseri umani che importa le donne dall’estero”.
Per effetto della “politica del figlio unico”, infatti, le famiglie cinesi che decidono di mettere al mondo l’unico erede consentito loro dallo Stato-partito di norma scelgono di avere un maschio. Le madri che invece danno alla luce delle femmine sono subito malviste dalla cultura tradizionale del Paese, vengono strapazzate a piacimento e possono pure venire ripudiate dal marito o disconosciute dai parenti. Del resto, qualora sfuggissero a quell’eugenetica selezione prenatale basata sul sesso che per loro ha in serbo solo la morte le bimbe cinesi verrebbero socialmente emarginate, eliminate mediante infanticidio, o vendute come bestie al migliore offerente. Quelle madri che, dopo di loro, accarezzassero poi l’idea di ritentare la gravidanza onde partorire l’agognato maschio si metterebbero automaticamente nei guai. Lo Stato-partito verbalizzerebbe infatti con multe salatissime, e quindi comminerebbe l’aborto, l’unica pena capitale subita da un innocente per un “reato” commesso da altri. A quel punto però quel lugubre salvacondotto che in realtà è un tragico cortocircuito molte madri lo avrebbero già scelto da sole. Insomma, da quelle parti l’aborto obbligatorio o te lo infligge lo Stato o fai tutto da te risparmiando tempo. Del resto la Cina è quel posto dove a sentenza capitale eseguita la famiglia dell’ucciso si vede persino fatturare il costo del proiettile utilizzato …
Per tenere desta l’attenzione mondiale, l’organizzazione All Girls Allowed (AGA) di Boston ha deciso di ricordare questi primati d’infamia creando un video educativo destinato a scuole, siti Internet e luoghi pubblici di ogni genere e specie. Si chiama 37 Seconds: il tempo minimo per rendersi conto di una catastrofe umanitaria per la quale nessuno sembra avere voglia di levare un dito che coincide pure con i milioni di bimbe cinesi abortite per selezione (cioè quelle eliminate proprio in quanto femmine, il che rappresenta evidentemente solo una parte delle bimbe uccise dall’aborto “generico” nel complesso), una cifra che – dice l’AGA – supera quella di tutti i genocidi riconosciuti come tali nel Novecento messi assieme.
Breve, immediato, altamente efficace, si può liberamente scaricare – con altri – dalla rete e altrettanto liberamente distribuire. Mette in scena un brutto film che non avremmo mai voluto vedere, ma che evidentemente ancora troppo pochi hanno invece visto.
da www.labussolaquotidiana.it
27/09/2011
40 Giorni per la Vita
Durerà dal 28 settembre al 6 novembre: non a caso si chiama 40 Days for Life, 40 Giorni per la Vita, la massiccia campagna di sensibilizzazione internazionale contro l’aborto, varata per l’autunno dall’omonimo movimento, sorto solo 7 anni fa, ma già forte di oltre 300 sedi in tutto il mondo. A darne notizia in Italia, ha provveduto “L’Osservatore Romano” nel numero dello scorso 31 agosto, a pag. 6.
Gli strumenti scelti per quest’azione di pressing culturale, ma soprattutto spirituale, sono digiuno e preghiera all’esterno delle strutture ove si praticano gli aborti.
L’impegno prevede, in particolare, la recita quotidiana del Santo Rosario e della Preghiera per la Vita del Beato Giovanni Paolo II.
48 gli Stati d’America interessati dall’iniziativa, 7 le province canadesi, e poi l’Australia, l’Inghilterra, la Spagna e, per la prima volta, anche Germania ed Argentina: un vasto coinvolgimento, segno “che la gente vuole reagire”, ha commentato il fondatore di 40 Days for Life, Shawn Carney di Bryan, Texas: “La gente è riuscita a superare la paura di scendere in strada, per manifestare il proprio dissenso – ha dichiarato -. Credo che la campagna abbia aiutato ad aprire gli occhi ed a rendersi conto che gli aborti avvengono, purtroppo, a pochi passi da casa nostra. Si può fare qualcosa per impedire tutto questo”.
Carney ha buoni motivi per poterlo dire: grazie all’azione svolta dalla sua organizzazione, negli Stati Uniti sono stati salvati oltre 4 mila nascituri e si sono registrati numerosi casi di autentica conversione, come quello di Abby Johnson, 29 anni, ex-direttrice di un Centro di Planned Parenthood: ha lasciato l’incarico dopo 8 anni per aver assistito ad un aborto con gli ultrasuoni.
Ora collabora con quanti, fino a ieri, pregavano per lei. Ed ai programmi radiofonici e televisivi, cui è stata invitata, ha dichiarato di aver sperimentato “un cambiamento del cuore, una conversione spirituale, definitiva”.
Ma molti altri sono i casi analoghi. Casi, che – afferma il direttore nazionale di 40 Days for Life, David Bereit – dimostrano “l’importanza di una presenza orante costante e pacifica di fronte alle strutture abortiste”. Negli ultimi quattro anni, l’iniziativa ha raccolto oltre 400 mila persone e più di 13 mila congregazioni e movimenti ecclesiali.
da www.corrispondenzaromana.it
Il Liechtenstein respinge l’aborto
Con il 52,3% di “no” e il 47,7% di “sì”, domenica 18 settembre i cittadini del Liechtenstein hanno bocciato il referendum in cui si chiedeva la depenalizzazione dell’aborto.
Nonostante una campagna internazionale a favore dell’aborto e i sondaggi che prevedevano una vittoria del fronte favorevole alla liberalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza, i cittadini del Liechtenstein si sono opposti in maggioranza.
Attualmente nel Principato l’aborto è vietato ed è punibile con una pena fino ad un anno di detenzione, anche se praticato all’estero. Da anni non ci sono state condanne.
Il testo di legge proposto nel referendum proponeva la depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza entro le prime 12 settimane con una modifica in tal senso del codice penale.
Chiedeva anche il diritto di abortire dopo questo termine se il feto presenta un grave pericolo di handicap fisico o mentale.
In Parlamento solo una minoranza aveva accettato l’iniziativa per legalizzare l’aborto. In agosto, il principe ereditario Alois si era espresso contro la liberalizzazione dell’interruzione di gravidanza.
Anche la Chiesa cattolica aveva espresso la propria contrarietà. In occasione della festa nazionale, l’Arcivescovo di Vaduz Wolfgang Haas si era persino rifiutato di officiare la Messa in segno di protesta contro l’aborto.
Ora che il referendum è stato respinto i due partiti di governo Unione patriottica e il Partito borghese progressista hanno annunciato che proporranno una modifica del Codice penale. L’aborto sarà vietato, ma non sarà più punibile penalmente se praticato all’estero.
Il principato del Liechtenstein conta oltre 35.446 (dati 2008) con una densità demografica di 209 persone per chilometro quadrato, ed ha un reddito pro-capite tra i più alti d’Europa.
www.zenit.org
19/09/2011
L’aborto post-partum non è più fantascienza
Philip Kindred Dick forse è un nome che dice poco al ‘grande pubblico’, ma è il nome di un grande scrittore di fantascienza, dai cui racconti sono stati tratti diversi film di successo come Blade Runner, Atto di Forza e Minority Report.
Nel racconto ‘Le pre-persone’, Dick descrive un’America in cui il Congresso ha legalizzato l’uccisione dei figli fino a dodici anni:
Alcuni genitori usavano un emendamento estensivo della vecchia legge sull’aborto, che permetteva loro di uccidere un bambino indesiderato prima che nascesse: dal momento che non aveva anima o identità, poteva essere risucchiato da un sistema pneumatico in meno di due minuti. Un medico poteva eliminarne un centinaio al giorno, ed era perfettamente legale, perché il bambino non ancora nato non era umano. Era una pre-persona. Lo stesso succedeva col furgone. Solo, avevano spostato in avanti il momento in cui l’anima entrava nel corpo. (…)
Il Congresso aveva elaborato un test molto semplice per determinare il momento approssimativo dell’entrata dell’anima nel corpo: la capacità di risolvere problemi di matematica superiore, di tipo algebrico. Fino a quel momento, c’era solo il corpo, istinti animali, riflessi e risposte a stimoli esterni…. Il Presidente e il Congresso hanno deciso che, una volta superati i dodici anni, si ha un’anima.
Il racconto fu scritto all’indomani della sentenza Roe v. Wade (1973) che legalizzò l’aborto negli Stati Uniti.
Fantascienza?
Qualche giorno fa un tribunale canadese si è occupato del caso di Katrina Effert, che nel 2005 aveva partorito un bambino nella casa dei genitori e poco dopo l’aveva strangolato e aveva lanciato il suo corpicino nel giardino dei vicini.
Siamo a Edmonton, in Canada, dove l’aborto è legale per tutto il tempo della gravidanza.
Il giudice Joanne Veit (una donna) ha condannato la Effert a tre anni con sospensione della pena. La madre di quel bambino, dunque, non sconterà neppure un giorno di prigione.
Il giudice ha scritto che “se è vero che molti canadesi senza dubbio considerano l’aborto come una soluzione non certo ideale al sesso non protetto e alla gravidanza indesiderata, in genere comprendono, accettano, e provano empatia per le richieste gravose che la gravidanza e la nascita richiedono alle madri, specialmente le madri senza sostegni… Naturalmente i canadesi sono addolorati per la morte di un bambino, specialmente se avviene per mano della madre, ma i canadesi sono addolorati anche per la madre.”
La Abortion Rights Coalition of Canada ha commentato sulla sua pagina facebook: “Una situazione tragica, ma certo ci sono ragioni inoppugnabili per ritenere l’infanticidio un crimine inferiore all’omicidio”
Mark Steyn così commenta nel suo post “Aborto al quarto trimestre”
Parlando di “richieste gravose”, che dire se tu sei una “madre senza sostegno” che ha anche un parente anziano con una condizione cronica “gravosa” che interferisce con la tua vita?
E in che senso la Effert era una “madre senza sostegno” ? Viveva a casa dei suoi genitori, che le fornivano vitto e alloggio. Quanto dolcemente gli untuosi eufemismi “accettano, provano empatia…. richieste gravose” rendono scivoloso il piano inclinato!
Lascio le conclusioni a Philip Dick, ricordando che queste parole risalgono a quasi quarant’anni fa:
Perry, texano antiaborto (e la paura del Corriere)

NEW YORK — Dopo «Irene», a seminare il panico in America è arrivato ora l’«uragano Perry», il candidato che, ad appena due settimane dalla sua discesa in campo, sembra già aver sbaragliato gli altri aspiranti alla «nomination» repubblicana alla Casa Bianca, compreso Mitt Romney, dato da tutti come favorito fino a Ferragosto.
Il governatore del Texas trionfa in tutti i sondaggi e intanto si tuffa in una durissima polemica contro un giudice che ha bloccato una legge del suo Stato che, nel tentativo di disincentivare in ogni modo gli aborti, impone alle donne e ai medici quella che la corte federale ha giudicato un’inammissibile violazione della libertà di espressione tutelata dalla Costituzione americana.
Perry ha fulminato Sam Sparks (giudice, peraltro, a suo tempo nominato da George Bush e tutt’altro che progressista) ribadendo la sua linea favorevole, in caso di aborto anche per stupro, non solo all’obbligo di sottoporsi a un’ecografia transvaginale, ma anche a imporre ai medici a spiegare in dettaglio alla donna incinta come avviene lo sviluppo del feto e persino a farle ascoltare il battito cardiaco, in modo da cercare di dissuaderla dalla decisione di interrompere la gravidanza.
Contemporaneamente il governatore repubblicano ha continuato a snocciolare il suo programma economico arciconservatore, mentre la lettura di «Fed Up» (Non se ne può più), il suo libro-manifesto appena dato alle stampe, sta facendo venire i brividi alla sinistra americana.
Ma comincia a esserci preoccupazione anche tra i conservatori moderati e nell’«establishment» economico che aveva scelto di puntare su un uomo d’impresa come Romney rispetto a un Rick Perry che oggi fa l’iperliberista pronto ad azzerare — dalle pensioni alla sanità — ogni brandello di «Stato sociale», ma la cui biografia è densa di episodi nei quali il governatore in anni più o meno lontani si è lasciato andare a scelte stataliste, per giunta poco trasparenti. Fin qui la prospettiva di una sfida per la Casa Bianca tra Barack Obama e un esponente della destra radicale non era stata presa più di tanto in considerazione un po’ perché i candidati potenziali — da Sarah Palin a Michele Bachmann — non sembravano avere la caratura per aspirare alla nomination, un po’ perché si riteneva che un leader integralista, non appoggiato dalla parte moderata del fronte conservatore, avrebbe finito per favorire la riconferma del presidente democratico per un secondo mandato.
Perry, però, ha sconvolto i termini dell’equazione: anche se ha assunto posizioni spesso estreme (definendo, ad esempio «incostituzionale» Medicare, l’assistenza sanitaria per gli anziani) e se ha usato espressioni durissime contro Ben Bernanke (un altro repubblicano scelto a suo tempo da Bush), affermando che, se stampasse dollari da qui alle elezioni del 2012, il capo della Federal Reserve commetterebbe «alto tradimento», nei sondaggi il governatore ha rapidamente sopravanzato tutti gli altri candidati.
Il sondaggio Quinnipac, il più recente, lo dà al 24 per cento dei consensi, sei punti più di Romney. Quello della Cnn vede, addirittura, un Romney doppiato da Perry (27 a 14) con la Palin al 10 per cento e la Bachmann al 9 insieme a Rudy Giuliani. I giochi non sono ancora fatti, certo.
Tra qualche giorno toccherà alla Palin decidere se candidarsi mentre alcuni conservatori spaventati da Perry stanno cercando di convincere il governatore del New Jersey Chris Christie (che però continua ad opporre un fermissimo rifiuto) – a scendere in campo.
Per adesso l’effetto Perry ha fatto emergere soprattutto la disaffezione dell’elettorato repubblicano per Romney: accettato come il minore dei mali, ma guardato sempre con diffidenza perché considerato poco sincero, poco comunicativo e anche per la sua fede mormone.
Meglio, almeno per ora, l’evangelico Perry, che sa tenere la scena e vanta i successi economici colti negli 11 anni in cui ha governato il Texas. Anche se radicale, Perry è un avversario assai temibile per un Obama sempre più indebolito dalla crisi economica e occupazionale, proprio perché il politico repubblicano può affermare di aver guidato uno Stato molto attivo nella «job creation».
«Posti di lavoro creati soprattutto nel settore pubblico e con le commesse militari di Washington» replicano indispettiti i democratici, il cui improvviso panico è giustificato dal record di Perry che in vita sua non ha mai perso un’elezione importante. Chi, come Ruth Marcus del Washington Post , ha già letto «Fed Up», conclude, tra l’atterrito e lo sconsolato, che George Bush, in confronto, era un «liberal» alla George McGovern. Massimo Gaggi – Corriere della Sera Venerdì 02 Settembre 2011
Il significato della cosidetta “capacità di sopravvivenza autonoma” e gli aborti nel secondo trimestre di gravidanza
DEL DOTT.ROBERTO ALGRANATI
Il 24 aprile 2010 all’ospedale di Rossano Calabro fu eseguito un aborto legale alla 22a settimana di gravidanza perché il feto era affetto da labbro leporino, una malformazione che poteva essere facilmente corretta con un intervento chirurgico dopo la nascita. Attuato l’aborto con induzione artificiale del parto, il feto, un vero bambino in miniatura della lunghezza di 20 cm., fu ritenuto morto ed abbandonato in una bacinella. Dopo quasi ventiquattro ore il cappellano dell’ospedale si recò a pregare su quello che riteneva essere il cadavere del bambino abortito e si accorse che era vivo. Il bambino fu ricoverato urgentemente nel reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Cosenza ma mori 24 ore dopo.
Non era la prima volta che avvenivano fatti del genere. Nel marzo 2007 un bambino abortito alla 22a settimana di gravidanza all’ospedale Careggi di Firenze per una malformazione dell’esofago (poi rivelatasi inesistente e anch’essa correggibile chirurgicamente) è sopravvissuto per sei giorni nell’unità di terapia intensiva neonatale.
Anche in passato la trasmissione televisiva " i figli dell’aborto ", andata in onda su Canale 5 il 12 marzo 1999, suscitò molta emozione e numerosi commenti sulla stampa. Un bambino non ancora nato era sopravvissuto a un’interruzione legale di gravidanza alla 24ª settimana di gestazione ed era poi stato dichiarato adottabile.
Nel 2007 ha suscitato accese discussioni la dichiarazione dei neonatologi di quattro Università nella quale si riaffermava l’obbligo di tentare sempre la rianimazione di neonati molto prematuri ma vivi, anche se la nascita era il risultato di un aborto volontario legale nel secondo trimestre di gravidanza.
Questi fatti hanno messo in crisi ripetutamente le idee erronee, diffuse ampiamente nell’opinione pubblica, sulla cosiddetta "capacità di sopravvivenza autonoma del feto” e hanno evidenziato la disinformazione che regna, anche in ambienti colti, sulla vera natura della vita umana prenatale e sulle conoscenze che la biologia scientifica ha ormai da tempo acquisito in questo campo. L’ultimo esempio è la bocciatura da parte del TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) dell’ordinanza della Regione Lombardia con la quale si riduceva a sole 22 settimane di gravidanza il limite di tempo massimo in cui poteva essere eseguito un aborto cosiddetto “terapeutico”.
La realtà è che si fanno grandi discussioni su argomenti che non hanno alcun senso, perché contraddicono palesemente la verità scientifica, e sono solo il frutto di pregiudizi ideologici senza alcun nesso con la realtà. E come se nelle società razziste del passato si fosse discusso qual era la percentuale massima di sangue nero o ebraico che un individuo poteva avere nel suo patrimonio genetico per godere dei diritti umani. La discussione sarebbe stata del tutto irragionevole semplicemente perché l’appartenenza razziale non poteva giustificare alcuna discriminazione quanto ai diritti umani. Oggi l’assurdità di simili discussioni appare evidente perché, fortunatamente, viviamo in una società in cui il razzismo è, a ragione, condannato dalla legge e dall’opinione pubblica.
Purtroppo però ragionamenti molto simili e ugualmente assurdi si fanno quando si tratta della capacità di sopravvivenza autonoma del feto.
Già la stessa espressione "capacità di sopravvivenza autonoma” è impropria e ingannevole. Essa induce a pensare erroneamente che, nel seno materno, il feto non abbia una vita propria ma partecipi alla vita stessa della madre, come se fosse un organo del suo corpo e che, solo a partire da circa 26-28 o, più recentemente, da 24 o 22 settimane di gravidanza, il nascituro acquisti in qualche modo misterioso una vita propria e “autonoma", di valore superiore alla precedente, che gli permetterebbe di sopravvivere fuori del corpo della madre e che gli conferirebbe una vera dignità umana e un pieno diritto alla vita. Gli articoli 6 e 7 della legge 194/78, che regolamentano l’aborto legale nel secondo trimestre di gravidanza, si basano proprio su questa idea erronea della vita umana prenatale.
Questa idea, infatti, risale a un’epoca prescientifica, in cui le informazioni sulla vita prenatale erano rudimentali, ed è completamente falsa, come la biologia scientifica ha dimostrato da più di un secolo.
In realtà si deve parlare di capacità del feto di “sopravvivere al di fuori dell’utero", senza alcun riferimento ad una presunta autonomia o meno della sua vita.
Infatti, nessun animale, e nemmeno l’uomo, è autonomo in senso assoluto ma, per la loro sopravvivenza, dipende sempre dell’ambiente in cui vive. È invece essenziale che esso sia dotato degli organi necessari per sopravvivere nell’ambiente al quale è destinato: nel caso del feto l’utero materno, nel caso del neonato e dell’adulto l’ambiente fuori dell’utero.
Per comprendere come stanno realmente le cose, bisogna fare una breve premessa di biologia generale.
Come una fiamma per ardere ha bisogno di carburante e di ossigeno, così qualunque animale, uomo compreso, per mantenersi in vita deve assumere dall’ambiente sostanze nutritive e ossigeno. Le sostanze nutritive sono costituite da alcuni gruppi di composti chimici (carboidrati, grassi e proteine) che forniscono la materia prima per la costruzione e il continuo rinnovamento del corpo. Inoltre queste sostanze sono anche ricche di energia chimica e vengono perciò utilizzate, in misura più o meno grande, anche come veri e propri "carburanti". Queste sostanze, infatti, combinandosi chimicamente con l’ossigeno, cioè subendo una vera e propria " combustione ", sia pur lenta e controllata, producono calore e altre forme di energia necessarie alle funzioni indispensabili alla sopravvivenza (per es. circolazione del sangue, respirazione, digestione, ecc.), e all’adempimento di altre funzioni tipiche degli animali (per es. deambulazione, nuoto, volo ecc..).
La combinazione di questi "carburanti" con l’ossigeno, cioè la loro “combustione", libera gran parte della loro energia chimica che è utilizzata dall’organismo vivente e porta alla formazione di composti chimici poveri di energia, (principalmente anidride carbonica, acqua, urea, e acido urico) che non sono più utilizzabili e devono perciò essere eliminati continuamente del corpo dell’animale.
Un essere umano adulto o un neonato compiono queste funzioni fondamentali prendendo l’ossigeno dall’aria per mezzo dei polmoni, assumendo sostanze nutritive (carboidrati, grassi, proteine) acqua e sali dai cibi per mezzo del tubo digerente, eliminando l’anidride carbonica (che è un gas) nell’aria attraverso i polmoni ed espellendo, per mezzo dei reni, sotto forma di una soluzione acquosa (l’urina), l’urea, l’acido urico e gli altri prodotti della “combustione”.
Invece l’embrione o il feto di un mammifero (uomo compreso) compiono le stesse funzioni fondamentali per mezzo di un unico organo, la placenta, che li rende capaci di utilizzare il sangue della madre (che circola nelle pareti dell’utero) come sorgente di ossigeno e di sostanze nutritive e come via di eliminazione dell’anidride carbonica, dell’urea e degli altri prodotti del metabolismo.
La placenta appartiene al corpo del feto, e ne è anzi l’organo più voluminoso. Nella specie umana la placenta ha la forma di un disco adeso alla parete della cavità dell’utero, ed è collegata al resto del corpo dell’embrione o del feto mediante il cordone ombelicale. In esso decorrono due arterie ed una vena le quali assicurano che il sangue del feto, po
mpato dal suo cuore, circoli continuamente e in grande quantità anche attraverso la placenta.
Il sangue del feto, che giunge alla placenta attraverso le due arterie ombelicali, è povero di ossigeno e di sostanze nutritive ed è carico di anidride carbonica, di urea e di altri prodotti del metabolismo che devono essere eliminati. Nella placenta il sangue fetale è distribuito, dalle successive ramificazioni delle arterie ombelicali, a un gran numero di sottili vasi sanguigni (i capillari), situati all’interno di strutture simili a finissime radici, i " villi " placentari che sono immersi nel sangue materno. Di qui, dopo aver percorso i capillari, il sangue fetale refluisce in piccole vene che, all’interno della placenta, confluiscono progressivamente in vene di calibro sempre maggiore e infine sboccano nella vena ombelicale. Attraverso questo vaso il sangue abbandona la placenta e ritorna al corpo del feto ricco di ossigeno e di sostanze nutritive e depurate dall’anidride carbonica, dall’urea e dagli altri prodotti del metabolismo. Ciò avviene perché il sangue del feto, circolando all’interno dei vasi sanguigni capillari contenuti nei villi della placenta, scorre a minima distanza dal sangue materno contenuto negli interstizi fra i villi, senza però mai mescolarsi con esso, perché separato dalla doppia parete dei villi placentari e dei capillari in essi contenuti. In tal modo possono avvenire per diffusione rapidi scambi di sostanze chimiche fra il sangue del feto e quello della madre. Il sangue fetale riceve dal sangue materno l’ossigeno e le sostanze nutritive che la madre ha assunto con i suoi polmoni e con il suo apparato digerente e contemporaneamente cede al sangue della madre l’anidride carbonica, l’urea e gli altri prodotti del metabolismo, che la madre poi provvederà ad eliminare con i suoi polmoni e i suoi reni.
La gravidanza consiste, dunque, non solo nello sviluppo dell’embrione o del feto all’interno dell’utero materno, ma nel fatto che essi si riforniscono di ossigeno e di sostanze nutritive ed eliminano l’anidride carbonica e gli altri prodotti del metabolismo attraverso il corpo della madre, grazie al collegamento realizzato dalla placenta.
Dopo questa premessa di biologia generale, diventano chiari due punti fondamentali:
1. Il significato della nascita
2. il significato della sopravvivenza del feto fuori dell’utero.
La nascita è un evento carico di grande contenuto emotivo, ma in realtà non è per nulla l’inizio della vita umana (come di ogni altro mammifero), ma solo un brusco cambiamento dell’ambiente di vita di un essere umano che già esiste, vive e si sviluppa fin dal concepimento.
La nascita può essere paragonata al varo di una nave. La nave viene costruita fuori dell’acqua finché la chiglia è completa e quindi da nave e in grado di galleggiare; solo allora la nave viene immessa nell’acqua che sarà il suo ambiente definitivo, anche se la sua costruzione non è ancora completata. Allo stesso modo un essere umano, come qualunque mammifero, è partorito e immesso nel suo ambiente definitivo solo dopo che i suoi polmoni, il suo tubo digerente e il suo apparato urinario hanno raggiunto uno sviluppo adeguato per adempiere efficacemente, fuori dell’utero materno, le funzioni fondamentali della respirazione, della nutrizione e dell’eliminazione dei prodotti del metabolismo che, durante la vita prenatale, vengono compiute dalla placenta.
Il feto ha "capacità di sopravvivenza fuori dell’utero" (e non di sopravvivenza autonoma, come erroneamente si dice) quando i suoi polmoni, i suoi reni e il suo apparato digerente sono abbastanza sviluppati per sostituire le funzioni della placenta nell’assunzione di ossigeno e di sostanze nutritive, e nell’eliminazione dell’anidride carbonica, dell’urea e degli altri prodotti del metabolismo. Per la sopravvivenza fuori dell’utero è soprattutto importante la funzione dei polmoni. Se essi non sono in grado di sostituire subito e adeguatamente la placenta nell’assunzione di ossigeno e nell’eliminazione dell’anidride carbonica, il bambino muore per insufficienza respiratoria. E’ questa la causa di gran lunga più importante della non sopravvivenza del feto fuori dell’utero materno. Da queste conoscenze scientifiche risulta chiaro che è una vera assurdità attribuire al feto un maggiore un minor grado di dignità umana e quindi condizionare il suo pieno diritto alla vita basandosi alla sua capacità di sopravvivere o meno fuori dell’utero, come invece stabilisce la legge 194 con gli articoli 6 e 7. Secondo la legge, infatti, nel secondo trimestre di gestazione l’interruzione di gravidanza, al fine di ottenere la morte del feto, può essere praticata per salvaguardare la vita o la salute, anche solo psichica, della donna; invece, … “quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto”…, l’interruzione di gravidanza può essere praticata solo quando la gravidanza e il parto costituiscono un grave pericolo per la vita della madre e in questo caso il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.
L’assurdità di queste disposizioni della legge è evidente per due ragioni:
1) Anzitutto perché la dignità umana ed il diritto alla vita non possono dipendere dal modo con cui un essere umano si rifornisce di ossigeno e di sostanze nutritive ed elimina l’anidride carbonica e gli altri prodotti del metabolismo. Un embrione o un feto umano molto prematuro muoiono fuori dell’utero non perché hanno una vita di tipo inferiore, o sono poco “vitali”, ma perché non sono ancora in grado di respirare senza la placenta. Quest’organo invece permette loro di respirare e di nutrirsi, immersi nel liquido amniotico, nello speciale ambiente costituito dall’utero materno. Qualunque adulto affogherebbe subito in un simile ambiente perché, al contrario del feto, non ha la placenta che è indispensabile per respirare senza polmoni e per nutrirsi senza ingerire cibi.
2) In secondo luogo perché la capacità di sopravvivenza al di fuori dell’utero dipende dal grado di assistenza medica disponibile, cioè dalla capacità dei medici di sostituire subito e per lungo tempo la funzione della placenta, sopratutto per quanto riguarda l’assunzione di ossigeno e la eliminazione della anidride carbonica. Cento anni fa nessun neonato sopravviveva se nasceva prima delle 30 settimane di gravidanza ( sette mesi compiuti ); oggi, nei reparti di neonatologia dei nostri ospedali, sopravvive il 70% dei neonati partoriti fra la 25ª e la 28ª settimana, il 10% di quelli partoriti fra la 25a e la 23a settimana il 3% dei neonati venuti alla luce alla 22ª settimana. La ragione della progressiva riduzione dell’età di gravidanza in cui è possibile la sopravvivenza del feto fuori dell’utero è dovuta principalmente al fatto che i medici hanno trovato il modo di far funzionare sufficientemente i polmoni del neonato molto prematuro anche quando questi, da soli, non sono ancora in grado di farlo.
Quando i medici disporranno della placenta e dell’utero artificiali ( teoricamente possibili e attualmente in fase di studio e di sperimentazione sugli animali ), si potrà ottenere, senza danno, la sopravvivenza e l’ulteriore sviluppo di feti di età gestazionale molto minore e si potranno evitare molte delle gravi lesioni cerebrali conseguenti all’ asfissia neonatale dovuta a parti molto prematuri.
Ritorniamo alla legge 194/78. Lo scopo di ogni interruzione di gravidanza, secondo questa legge, è la difesa della vita o anche solo della salu
te fisica e psichica della madre ottenuta attraverso l’uccisione dell’embrione o del feto.
Nel primo trimestre di gravidanza la morte dell’embrione o del feto è “garantita” perché la si ottiene facendolo letteralmente a pezzi nel seno materno ed estraendo i frammenti dalla cavità dell’utero; nel secondo trimestre di gravidanza la morte del feto è ottenuta inducendo artificialmente il parto o praticando un taglio cesareo in un’età gestazionale in cui, presumibilmente, i suoi polmoni non sono ancora in grado di sostituire la funzione respiratoria della placenta, cosicché il feto, se non nasce già morto per effetto del trauma da parto, muore poco dopo per insufficienza respiratoria. Di fatto molti di questi feti nascono vivi, e muoiono in pochi minuti, ancora in sala parto, come pesci fuor d’acqua.
Ma qui nasce il “problema”: questi metodi di interruzione della gravidanza non “garantiscono” più la morte del feto, almeno subito dopo il parto: non si può infatti sapere in anticipo con certezza se un feto, alla fine del secondo trimestre di gravidanza, ha già i polmoni sufficientemente sviluppati o meno per sopravvivere dopo la nascita con l’assistenza della terapia intensiva neonatale.
La capacità di sopravvivenza fuori dell’utero, infatti, essendo legata principalmente al grado di sviluppo dei polmoni, compare progressivamente al passaggio dal secondo al terzo trimestre di gravidanza. Si dovrebbe piuttosto parlare di probabilità di sopravvivenza del feto fuori dell’utero che, allo stato attuale dell’assistenza medica, va dal 3% a 22 settimane al 70% fra la 25a e la 28a settimana. A “scopo pratico” si è convenuto “formalmente”, in modo arbitrario, che la capacità di sopravvivenza del feto fuori dell’utero non sussista fino all’ inizio della 24° settimana di gravidanza. Tuttavia, oltre a possibili errori nella determinazione dell’età gestazionale, anche prima della 24° settimana (raramente anche a 22 settimane) possono esserci feti un po’ più avanti nello sviluppo che hanno la capacità di sopravvivere, se aiutati dalla moderne tecniche di rianimazione. Si crea così una “incresciosa” situazione: il feto che doveva essere ucciso dall’interruzione di gravidanza continua ostinatamente a vivere. E allora cosa si deve fare? Lo si abbandona senza alcuna assistenza aspettando che muoia spontaneamente, magari dopo ore, oppure lo si ricovera nell’unità di terapia intensiva neonatale per tentare di salvargli la vita, con il rischio di gravi danni neurologici o psichici causati dalla asfissia dovuta al precocissimo parto? Se si è praticato l’aborto non era forse perché si voleva la morte del feto per la “salute” fisica o psichica della donna? Chi decide se il feto deve essere assistito nell’unità di terapia intensiva? I medici o la madre?
Per evitare il “problema”, prima di praticare l’aborto con il parto indotto o il piccolo taglio cesareo, il feto può essere ucciso nell’utero con un’iniezione di cloruro di potassio o di digitale praticata direttamente nel suo cuore con un ago guidato dall’ecografia. Per molti anni negli USA e stato praticato ampiamente anche l’aborto cosiddetto “a nascita parziale”; una procedura orribile, che consiste nella estrazione chirurgica del feto per via vaginale fin tanto che la testa, che è la parte più ampia del corpo fetale, non rimane bloccata nel collo dell’utero; a questo punto si perfora il cranio del feto, si introduce nel foro una sonda e si aspira il cervello: così le dimensioni del cranio si riducono e il feto può essere estratto senza difficoltà dal corpo della madre e la sua morte è certa. Questa tecnica di aborto, di fatto non è praticata in Italia, anche se di per sé sarebbe lecita dato che la legge 194 non proibisce alcuna tecnica abortiva chirurgica.
In Italia si preferisce l’iniezione intracardiaca, oppure si propone di proibire l’aborto dopo le 22 settimane di gravidanza, quando già esiste qualche probabilità di sopravvivenza del feto. E’ questa la decisione della Regione Lombardia che però è stata bocciata dal TAR.
Tuttavia, se non si usano questi “metodi preventivi” e il feto abortito nasce vivo e non muore subito in sala parto, le opinioni dei medici e dei bioeticisti si dividono: c’è chi sostiene che il feto deve sempre essere rianimato e assistito in terapia intensiva neonatale (Società Italiana di Neonatologia e Comitato Nazionale di Bioetica), altri che deve essere rianimato solo se ha raggiunto l’età gestazionale di 25 settimane, mentre nei casi di età compresa tra le 22 e le 25 settimane si dovrebbe decidere caso per caso e affidando ai medici la valutazione della “vitalità” del feto, delle sue probabilità di sopravvivenza e del rischio di lesioni cerebrali da asfissia, sentendo in proposito la volontà dei genitori (Carta di Firenze).
Non si può evitare un senso di orrore di fronte a queste considerazioni circa il modo più “appropriato” per far morire legalmente un bambino non nato nel 2° trimestre di gravidanza.
Certamente alla luce delle conoscenze scientifiche sulla vita umana prenatale e sulla capacità di sopravvivenza del feto fuori dell’utero, appare evidente, oltre all’aspetto disumano, anche la natura assolutamente antiscientifica ed arbitraria della legge 194/78 e, in generale, di tutte le leggi permissive in materia di aborto che considerano la capacità di sopravvivenza fuori dell’utero come discrimine fra il diritto o il non diritto alla vita.
In realtà, in tutto il mondo occidentale, queste leggi non sono nate dallo sviluppo della scienza medica, come invece è avvenuto per le leggi sulle donazioni e sui trapianti d’organo. Al contrario, esse sono state il frutto di un’imposizione ideologica, attuata con l’inganno programmato e sistematico dell’opinione pubblica e con la collaborazione di politici senza scrupoli, per scopi che nulla hanno a che vedere con quelli delle scienze mediche. Un inganno che continua anche oggi con una rigorosa censura sui mezzi di comunicazione di massa.
Ciò ha creato una situazione giuridica assurda e un insanabile conflitto fra la legge positiva e la realtà di fatto, da cui non si potrà mai uscire fin quando le leggi in materia cesseranno di basarsi su pregiudizi ideologici e finalmente terranno conto della realtà, cioè dei dati certi delle scienze biologiche.
In attesa che i politici rinsaviscano e si rendano conto che la legge 194/78 è una vera follia giuridica, si potrebbero almeno proibire gli aborti nel secondo trimestre di gravidanza nel caso in cui le i processi patologici o le malformazioni del feto fossero guaribili per mezzo di terapie mediche o chirurgiche attuate prima o dopo la nascita. Infatti, secondo la legge 194, i processi patologici o le malformazioni fetali giustificano l’aborto perché rappresentano un pericolo per la salute psichica della madre (Art, 6). Ma se queste patologie sono guaribili questa giustificazione legale viene meno. E’ un’eventualità che finora la legge 194 non prevede. Perciò ogni anno, in Italia, centinaia di bambini non ancora nati continuano ad essere uccisi con l’aborto legale mentre potrebbero vivere ed essere guariti dalle loro infermità.