Chi vuole ridurci di 4 miliardi.

Dal sito dei radicali, www.rientrodolce.it, che si batte per ridurre la popolazione a due miliardi, secondo un vecchio sogno dei neodarwiniani. Lettera di una radicale e risposta di Galimberti, quel Solone, triste e melenso, che è appena stato al festival dell’economia. Cari amici,
nel numero di “D – La Repubblica delle donne” di sabato 2 giugno, è stata pubblicata una mia lettera indirizzata al Prof. Umberto Galimberti, dove ho espresso alcune considerazioni sull’eccesso di buonismo e cieco ottimismo che circonda l’evento”nascita” nell’opinione pubblica e nei messaggi trasmessi dai mezzi d’informazione.
Interessante, benché io non la condivida del tutto, la risposta di Galimberti, che inizia proprio con il riconoscimento del problema della sovrappopolazione come il più grave tra quelli che affliggono il pianeta, più ancora delle iniquità nella distribuzione della ricchezza.
Riporto di seguito il testo integrale della lettera e della risposta:
Da tempo siamo abituati a sentir parlare di “diritto alla vita” in relazione ai problemi etici, di natura prevalentemente religiosa, sollevati da aborto ed eutanasia. L’impedimento di una nascita o l’anticipazione della morte naturale appaiono, a chi si proclama difensore della “vita”, come ingiustificabili atti di arroganza umana, espressione di un egoismo dilagante (i giovani non fanno figli perché non vogliono rinunciare al tempo libero, alle vacanze, ecc.) o del prevalere dell’interesse economico (stacchiamo la macchina che costa troppo) sul valore dell’esistenza. Questa mentalità è così radicata nella nostra cultura che perfino i sostenitori della “dolce morte” e del diritto all’aborto affrontano questi temi con estrema prudenza, quasi dovessero giustificarsi, sempre timorosi di dire troppo, di andare oltre il consentito.
Al contrario, nessun problema sembra porre la nascita di un nuovo individuo, accolta sempre e comunque come un “lieto evento”. Non molto tempo fa il Tg2 ha dedicato un servizio ad un’allegra famigliola di poveracci che, pur vivendo al limite della sopravvivenza, sfornano figli a ripetizione (sono arrivati all’undicesimo, se non ricordo male). Ora – ohibò! – si sono accorti che non ci stanno dentro con le spese e chiedono alle agenzie pubblicitarie di reclutarli per uno spot “come la mamma dei sei gemelli che tutti ricordano”. Questi due incoscienti, padre e madre intendo, non sembravano minimamente porsi il problema della contraccezione e così pure l’autore del servizio, troppo impegnato a far apparire “divertente” una situazione che non lo era affatto. Mi è tornato in mente quell’episodio del geniale Il senso della vita dei Monty Python, dove un padre cattolico torna a casa e comunica allegramente ai suoi innumerevoli figli di aver perso il lavoro e di doverli vendere tutti per esperimenti scientifici, concludendo il discorso con una soave canzoncina sulla sacralità dello sperma. Ecco, io forse esagero perché, se dovessi mai decidere di mettere al mondo un figlio, già l’idea di esporlo alla inevitabile triade vecchiaia-malattia-morte mi farebbe sorgere qualche scrupolo. Ma, al di là di complicate questioni esistenziali sulla desiderabilità della vita in sè, resta il fatto che attorno all’evento-nascita è stata costruita una tale impalcatura di ipocrisia, buonismo e irrazionalità da portare al moltiplicarsi di situazioni di sofferenza altrimenti evitabili. Si pensi soltanto alle pressioni che questa cultura della “culla” esercita su una donna che non desideri realmente avere figli. Le conseguenze di una maternità conflittuale, scelta soltanto per compiacere mammà e fare invidia all’amica, posso portare dritto in cronaca nera. O a quei genitori che, pur sapendo che il loro bambino nascerà gravemente menomato, decidono di non interrompere la gravidanza, condannandolo ad una vita di dolore ed emarginazione. O alla sessantenne annoiata che vuole “vivere l’esperienza della maternità” e se ne infischia di mettere al mondo un orfano.
A questo aggiungerei la considerazione che, in un mondo sovrappopolato come il nostro, le energie impiegate nell’allevamento di nuovi nati potrebbero essere indirizzate verso chi già vive e soffre, e necessita di tutto. Questo sarebbe davvero un “donare la vita”.
Ciò che voglio dire è che sarebbe ora che la gente capisse che mettere al mondo un figlio non è solo un diritto, ma è un atto gravido di conseguenze per il nascituro e per chi gli sta attorno. E sarebbe anche ora di “riabilitare” tutti coloro che di figli non ne vogliono, perché dietro alla scelta di non procreare vi è spesso una consapevolezza e un amore per il genere umano che i paladini del “diritto alla vita” nemmeno si immaginano.
Gradirei molto conoscere la sua opinione sull’argomento.
Un cordiale saluto,
Sara Gelli, Ferrara
Risposta di Umberto Galimberti:
Sono persuaso che il sovrappopolamento della terra è il male peggiore che affligge il nostro pianeta, peggiore anche della pessima distribuzione della ricchezza che esiste sulla Terra. A generare sono in maggioranza i poveri, che, non avendo nei loro paesi diseredati alcuna previdenza o assistenza sociale, suppliscono a queste mancanze sperando nei figli: qualcuno morirà, qualcuno emigrerà, qualcuno provvederà.
Se invece restringiamo il campo a noi occidentali, dobbiamo dire che i figli non sono figli della ragione ma del desiderio, quando non addirittura di una pulsione che, negata, getterebbe alcune donne e forse anche qualche uomo nella depressione e nell’irreperibilità di un senso nella propria vita. E siccome la nascita di un figlio, anche quando è programmata, è sempre irrazionale, perché, guardata dal punto di vista dell’economia di chi genera, la nascita di un figlio comporta sempre un sacrificio del corpo, del tempo, dello spazio, del sonno, delle relazioni, del lavoro, della carriera, degli affetti e anche degli amori “altri” dall’amore per il figlio, se si genera è perché la ragione, grazie a Dio, non governa per intero la nostra vita.
Per quanto infine riguarda i “movimenti per la vita” e in generale i loro più strenui e fanatici difensori, è chiaro che essi pensano la vita solo in termini “biologici”, come pura animazione della materia e come necessità di protrarla finché l’ultima fibra del corpo resiste. Questo “bieco materialismo”, come diceva Marx a proposito dei “materialismi scientifici”, confligge col concetto di “persona”, tanto sbandierato dalla loro cultura. In realtà della persona non gliene importa niente, mentre molto gli importa della loro cultura, che conferisce loro identità, appartenenza. E, non di rado, anche potere.

La Ru 486 e il Trentino.

Riportiamo una lettera comparsa sul Trentino.
Leggiamo continuamente notizie riguardanti l’uso della pillola RU486 e l’operato del prof. Arisi in materia di aborti farmacologici all’Ospedale S. Chiara. Questa volta si tratta di ben 178 aborti nel primo anno di sperimentazione clinica della pillola.
Per di più, per l’ennesima volta, viene affermato che questo metodo farmacologico non presenta significative controindicazioni. Il primario di ostetricia e ginecologia prof. Arisi afferma infatti: “Abolita l’anestesia e la sala operatoria, le prospettive di salute della donna che pratica l’aborto farmacologico possono essere solo positive”. Su quali basi Arisi dichiara che le prospettive possono essere solo positive? Solo sulle sue sperimentazioni? O su una letteratura scientifica ormai ampia e ben documentabile? E se vi è tale letteratura, quali ne sono i documenti?
Inoltre, ci lascia alquanto perplessi la presenza di un questionario in fase sperimentale, in cui si evidenzia il fatto che le donne consiglierebbero ad un’amica la procedura farmacologia.
La realtà sulla RU486 è però ben più complessa di quanto si voglia far credere. Citiamo, per l’ennesima volta, in brevità alcuni dati scientifici su questo delicatissimo tema. Un recente studio condotto da Centers for Disease Control and Prevention, ad Atlanta negli USA, descrive i casi di 4 morti dovuti ad endometriosi e sindrome da shock tossico associato al batterio Clostridium sordellii, casi verificati nella settimana successiva all’aborto chimico. Inoltre aggiunge alcuni effetti collaterali, come tachicardia, ipotensione, edema, vischiosità del sangue, profonda leucocitosi (M. Fischer, J. Bhatnagar, J. Guarner, et al., in “New England Journal of Medicine”, Dec. 2005).
Ma soffermiamoci sull’effetto letale. Nel settembre 2003 in California muore Holly Patterson, una giovane diciottenne, a causa di shock anafilattico. Il 19 luglio 2005 la Food and Drug Administration (FDA), l’ente di controllo sui farmaci degli USA, ha reso di dominio pubblico “quattro casi di morti settiche negli Stati Uniti, in particolare in California, fra settembre 2003 e giugno 2005, a seguito di aborto medico con RU486”, i quali si vanno ad aggiungere ad un caso analogo accertato nel 2001 in Canada.
Il 17 marzo 2006 (solo un anno fa!) la FDA ha reso noto che altre due donne statunitensi sono morte dopo aver assunto la pillola RU486 (cfr.: www.fda.gov/cder/drug/infopage/mifepristone/default.htm). Inoltre, si noti che le morti di queste donne nordamericane sono venute alla luce perché i parenti hanno chiesto delle autopsie sui cadaveri per capire le ragioni del decesso improvviso. Perciò, è legittimo supporre che le morti da RU486 potrebbero essere molto più numerose, anche al di fuori dagli USA. Infine, il prof. Greene, direttore di ostetricia al Massachusetts General Hospital di Boston, in un editoriale pubblicato sulla rivista “New England Journal of Medicine” (1 Dec. 2005), una delle più prestigiose a livello mondiale, dimostra che a parità di età gestazionale, la mortalità della donna per aborto con RU486 è 10 volte maggiore rispetto a quella con tecnica chirurgica.
? la stessa Danco, industria produttrice della pillola, a pubblicare nel suo sito, per obbligo legale, oltre 600 casi di donne che lamentano fortemente gli effetti collaterali della pillola.
Inoltre, mentre il 92% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chirurgico sceglierebbe di nuovo questa tecnica in futuro, solo il 63% delle donne che si sono sottoposte all’aborto chimico sceglierebbe ancora questa metodica, segno che l’aborto chimico “non possiede in sé quei caratteri di indubitabile maggiore tollerabilità psicologica” (M. D. Creinin, in Contraception, Sept. 2000).
Dunque, su quali basi si può affermare di poter consigliare ad una donna la pillola RU486? Forse su basi scientifiche, oggettive, che possano andare bene per tutte le donne? O forse unicamente su basi soggettive, istintive, emotive, e quindi non univoche per tutte?
Soffermandosi sul fallimento del metodo e gli effetti collaterali riscontrati nell’uso della pillola, il prof. Arisi afferma poi: “…solo l’esperienza ci potrà dare più approfondite indicazioni”. Quanta poca considerazione delle donne nasconde tale dichiarazione! Quante donne si dovranno ancora “usare” prima di poter dichiarare finita la sperimentazione e dirsi sicuri della non pericolosità della RU486?
Sconcertante, d’altra parte, il dato che solo il 67% delle donne che hanno utilizzato la RU486 sia stato mandato dai consultori familiari, mentre un certo numero è passato per il medico di fiducia e per il pronto soccorso!
Che semplicistico, infine, leggere l’uso della locuzione “materiale abortivo”! Trattare vite umane innocenti e indifese, quali appunto i bambini in grembo (vedi ecografia), come materiale abortivo esprime la più grande intolleranza nei confronti del prossimo, senza specificare che anziché scomparire nel nulla, finisce nel water!
Il Movimento per la Vita vigila e vigilerà attentamente l’andamento delle pratiche abortiste che vengono utilizzate e promuoverà le opportune azioni in sede civile e penale per le eventuali violazioni delle leggi attuali in materia di sanità ed aiuto alla maternità.
Sandro Bordignon, presidente Movimento per la Vita-Trento
e-mail: sandrobordi@interfree.it
Mauro Sarra, componente direttivo MpV-Trento

Riguardo alla ru 486

Riporto questa lettera scritta a L’Adige da don Matteo Graziola: “Della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”. Sono parole scritte nelle prime pagine della Bibbia, pronunciate dal Creatore del mondo, prima della Legge mosaica: stabiliscono una legge universale, basilare per qualsiasi popolo, cultura, società, età storica. Sono parole che dovrebbero trovare una eco immediata in ciascuno di noi e che hanno dettato quel senso della giustizia che nel corso della storia ha mosso tutti coloro che hanno cercato di realizzare società più giuste e libere. Queste parole hanno segnato la coscienza di un popolo che è vissuto in queste valli per secoli.
Che ne è ora di questo popolo? Che ne è della sua coscienza? Quando alcuni politici riescono a far compiere ad una intera comunità la trasformazione di un delitto in un diritto, e quando altri politici o cittadini lo permettono per non compromettere il loro potere o il loro posto o la loro tranquillità di vita, e quando alcuni medici trasformano la loro professione da soccorso alla vita a soppressione della persona più indifesa, e quando centinaia di donne credono di essere aiutate così ad affrontare la loro maternità distruggendola ‘volontariamente’… Può un popolo assistere a questo sopruso senza sentire alcunché nella sua coscienza personale e collettiva? Possiamo restare indifferenti di fronte a questo genocidio silenzioso che avviene a casa nostra? Possiamo davvero essere giustificati affermando che non sono cose di nostra competenza?
Non si creda che sia un problema secondario o una necessità storica cui rassegnarsi per realismo socio-politico. L’intelligenza e la coscienza di un popolo si rivelano soprattutto quando smascherano il pericolo e il male la dove si nascondano in forme non appariscenti o nell’ipocrisia di falsi proclami di democrazia e libertà. In gioco è in realtà il valore e la vita della persona umana in quanto tale, chiunque essa sia e qualunque sia la sua condizione sociale, economica, biologica.
Se c’è ancora un popolo trentino, erede di una grande tradizione solidaristica e ideale, se c’è ancora una qualche coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male, se almeno il fondamento di ogni civiltà -e cioè la difesa del più debole- è ancora riconosciuto tra noi, io spero che questo popolo dica basta e ponga subito fine a questo orrore. Prima che sia troppo tardi per tutti, perché questi fatti sono i più gravi in assoluto agli occhi di chi ci chiederà conto di quello che abbiamo fatto “al più piccolo” dei suoi fratelli.

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