Lutero non fu un riformatore, ma un rivoluzionario
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-lutero-rivoluzione-non-riforma-3121.htm
Views: 0
Lutero non fu un riformatore, ma un rivoluzionario
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-lutero-rivoluzione-non-riforma-3121.htm
Views: 0
In occasione del 20 settembre, sarà opportuno affrontare un altro tema: la “liberazione” di Roma.
La lotta per sottrarre Roma al papato iniziò dopo la Rivoluzione francese. “A Roma, scrive Giulio Andreotti nella sua “Piccola storia di Roma”, la prima reazione alla Rivoluzione Francese fu di sostanziale indifferenza. Tuttavia, dopo la proclamazione della Costituzione Civile del clero, nel 1791, non solo Pio VI espresse la sua condanna, ma anche tra la popolazione si venne diffondendo un sentimento di ostilità nei confronti della Francia“, che culminò nel 1793 con il linciaggio dell’ambasciatore francese Hugou de Basville. Nel gennaio 1798 il generale francese L. Alexandre Berthier “occupò la città, dopo aver inutilmente sperato che il popolo insorgesse infiammato agli ideali di libertà“.
Questa tattica, tentare di far insorgere il popolo romano contro il papa, per poi intervenire presentandosi come “liberatori”, sarebbe stata riproposta, ancora senza successo, anche dai Savoia dopo il 1861. La lettura che se ne può dare è molteplice, ma il fatto è uno solo: i romani non volevano essere liberati, né nel 1798 né nel 1870.
Torniamo al 1798: Pio VI venne esiliato, il potere passò nelle mani dei francesi, e in breve “il popolo, esasperato dal gravame delle imposte” si sollevò al grido di “Viva Maria, viva Pio VI”.
Nel 1808 ci fu una nuova occupazione di Roma da parte di Napoleone, con arresto ed esilio di Pio VII, “tuttavia il popolo romano rimase sostanzialmente antifrancese. Le imposte, il regime militare, l’abolizione pressoché totale dell’articolato sistema assistenziale erano fonte di continuo malcontento, mentre le campagne erano infestate dai briganti, a cui molti si aggregavano per sottrarsi all’arruolamento nelle truppe imperiali“, perché i romani, che conoscevano la pace da svariati secoli, non si sentivano così pronti a morire per le manie di grandezza del piccolo corso[1].
Nella sua monumentale “Roma nell’Ottocento” F. Bartoccini ci dà altri dati interessanti: dichiara non più di 500-700 i presenti, molti solo per curiosità, alla proclamazione della Repubblica del 1798; ricorda che circa 15.000 persone lasciarono Roma dopo l’arresto di Pio VI; rammenta i saccheggi dei francesi a danno di chiese, confraternite, parrocchie, “la mancanza di cibo, l’aumento dei prezzi, la carenza di denaro”…[2]
Il francese Lamartine, a Roma in questi anni, notava che la città era divenuta “ben triste e deserta“, perché “Bonaparte aveva spazzato via tutti“.
Alla caduta del “liberatore” Napoleone, Pio VII rientrò, “entusiasticamente accolto” dai romani.
E’ un fatto risaputo che i moti del 1820-1821 sfiorarono appena la città del papa, e non furono romani, per lo più, ma forestieri, i carbonari e i liberali che tramarono contro il governo.
Anche la Repubblica Romana del 1849 fu una parentesi poco apprezzata dai romani. Il poeta Giuseppe Gioachino Belli, noto per le sue precedenti poesie anticlericali, non esitò a denunciare “quanto di fellonesco, di barbaro e di abbietto avesse saputo osare la depravata coscienza dell’uomo” al tempo della tanto decantata Repubblica. Aggiungeva che la plebe veniva aggirata “con mille arti da astuti cospiratori, che accorsi a sciami d’ogni contrada d’Europa assumevano in Roma voce, simulacro e diritti di popolo” e che “la peggior feccia degli agitatori, con a capo il famoso condottiero delle bande rosse, il Garibaldi, si scaricò…negli Stati ecclesiastici e in Roma, divenuta in quei tempi scolatoio di ogni immondizia“[3].
Lo storico Viglione, nel suo “1861. Le due Italie” (Ares, 2011), ricorda che nel 1867, quando il generale pontificio Kanzler entrò a Monterotondo dopo la sconfitta di Garibaldi, i locali lo accolsero come un liberatore, perché “erano stati derubati di tutto dai garibaldini e le offese fatte alle loro donne li avevano particolarmente esasperati”.
Intanto si era consumato l’attentato terroristico, da parte dei carbonari Tognetti e Monti, alla caserma Serristori: una bomba aveva dilaniato 22 zuavi pontifici e alcuni passanti, tra cui una bimba di sei anni. Lo scopo era far insorgere i romani e facilitare il contemporaneo attacco, dall’esterno, dei garibaldini. Fu l’ennesimo flop, cui seguirono la conversione religiosa e il pentimento dell’operaio Monti, e, più tardi, la trasfigurazione risorgimentale dei due terroristi, divenuti, su lapidi e libri patriottici, veri e propri “martiri”[4].
Eccoci ormai alle soglie del 20 settembre 1870. I governi italiani vogliono Roma: pagano cospiratori, spie, finanziano rivolte “spontanee”. Invano. I romani non insorgono. Pio IX decide di cedere, dopo una resistenza solo simbolica, ad un’ aggressione ingiustificata. Prima che la nuova Roma diventi “ladrona” per milioni di italiani, dal nord al sud, imponendo tasse e servizio militare obbligatorio, sono i romani i primi a deprecare i nuovi arrivati. Li chiamano “barbari” o “buzzurri“, con distacco e disprezzo, e in molti, anche tra coloro che lo avevano criticato, rimpiangono il papa[5].
[1] Giulio Andreotti, “Piccola storia di Roma”, Mondadori, Milano, 2000, pp. 109-119.
[2] F. Barroccini, Roma nell’Ottocento, Storia di Roma, vol. XVI, Istituto nazionale di studi romani, Cappelli, Bologna, 1985, pp.14-23. Analoga la narrazione di Giorgio ciucci, nella sua “Roma moderna”, Laterza, Bari, 2002. Parlando della Repubblica romana del 1798 per esempi, scrive: ” Roma, e con essa gli Stati pontifici, divenne una città occupata, sfruttata finanziariamente, saccheggiata nel suo patrimonio artistico, conventuale, religioso, mentre le venivano imposti strumenti di governo totalmente estranei alla sua cultura…”.
[3] Citato in Giovanni Orioli, “Memorie romane dell’Ottocento”, Cappelli, Bologna, 1963, p. 16.
[4] Fulvio Izzo, “L’attentato del fermano Giuseppe Monti alla caserma Serristori”, Maroni, Ascoli Piceno, 1994.
[5] Si vedano le opere citate: Barroccini, p.459-466; Andreotti, p.121; Orioli, p.23. Scrive il Barroccini che dopo il 1870 l’opposizione al nuovo governo fu generale: “Non si tratta di uno sparuto manipolo di gente, di clericali faziosi: l’opposizione, nei primi anni dopo la Breccia, si allargò a macchia d’olio coinvolgendo anche molti entusiasti filoitaliani della prima ora” (p.455), convinti che si fosse fatto “scempio della nostra Roma”. Andreotti ricorda invece la “gravità delle imposizioni fiscali” del nuovo governo; la “moltitudine di poveretti in cerca di fortuna” che arrivò dal Meridione nell’urbe; l'”esplosione edilizia incontrollata” che favorì una “cospicua speculazione”; l’esplodere della “disoccupazione” e delle “opere non compiute”…
Views: 4
Oggi sono andato per calcolare gli assegni familiari. L’anno scorso prendevo ben 29 euro al mese. Si può immaginare l’acquolina in bocca che avevo, sapendo di dover perdere magari qualche ora, per tale cifra astronomica.
Ebbene, alla fine dei complicati calcoli, il gentile signore che me li faceva, un po’ dispiaciuto, mi ha detto: "Mi dispiace, non le spettano più neanche quelli".
Mi è stato spiegato, infatti, che il problema non sta nei soldi che guadagnamo, ma nel fatto che la mia percentuale di lavoro dipendente è diminuita rispetto al lavoro indipendente (scrivere qualche articolo). Per questo lo Stato italiano finge che io, in fondo, i figli non li abbia. Finge che io, le tasse su quei soldi da lavoro indipendente, non le paghi già, e profumatamente.
Bravi, ho pensato. Continuate a fingere che i figli non costino, che i figli non contino. Poi un giorno qualcuno si accorgerà che senza di loro, un paese muore; che senza di loro mancheranno sempre più le pensioni, la sanità ecc…Che senza giovani, anche uno Stato, alla fine, va in malora!
Povera Italia, sempre più un paese per vecchi, in cui tutto trama contro la famiglia (la cultura, l’economia, lo Stato, l’edonismo imperante….); povera Italia, sempre più una terra senza popolo, che diventerà terra di altri.
Views: 5

Benedetto XVI è ormai papa da circa 6 anni. Ricordo che quando fu eletto telefonai ad un prete amico, dentro alle vicende vaticane, che mi disse: “c’è tanto da fare, tanto da cambiare…ma il papa è un professore, non un uomo di governo…vedremo le nomine, se le farà…”. Aveva ragione: le nomine che molti si aspettavano, all’inizio, hanno tardato parecchio.
Il fatto è che per tanti anni il potere in Vaticano lo aveva tenuto il cardinal Angelo Sodano insieme ad altre personalità di curia del suo entourage. I numerosi viaggi di Giovanni Paolo II lo avevano allontanato dalle vicende di governo, e molte cose, nella macchina organizzativa della Chiesa, si erano inceppate, o quantomeno ingarbugliate. Una delle prime mosse di Benedetto XVI è stata proprio quella di licenziare Sodano, troppo ingombrante (così ingombrante che il papa ha fatto molta fatica a pensionarlo), e poi un po’ di altri monsignori che avevano preso qualche potere di troppo, approfittando delle circostanze. Al posto di Sodano, Bertone: uomo digiuno di diplomazia, certamente, ma “buono”, e di mediazione rispetto a settori ostili. Poi, per un po’ di tempo, nessuna grossa novità, benché fosse risaputo che alcune eminenze della Curia remavano contro Benedetto XVI. Piano piano però Benedetto XVI ha dato una scossa molto forte. Pensiamo ai problemi più evidenti.
1) La pedofilia: già da cardinale Ratzinger aveva fato il possibile per agire. Era stato frenato e bloccato. Da chi non saprei, ma non è difficile immaginarlo. Sodano, che definì la campagna mediatica sulla pedofilia nella Chiesa, “chiacchiericcio”, non era certo stato molto attento ad evitare di fornire il destro alle accuse. Anzi. Le vicende di padre Maciel – che non inficiano per nulla la bontà dei Legionari di Cristo, che sono, al contrario, uno degli ordini più belli oggi esistenti- erano ben note, almeno nella sostanza, in Vaticano. Nessuno ha fatto nulla. Ratzinger, divenuto papa, ha subito provveduto come poteva (ad esempio con alcuni decreti sul divieto di accogliere in seminario giovani con tendenze omosessuali, visto che la gran parte dei casi di pedofilia sono stati consumati da sacerdoti con giovani maschi).
2) La vicenda Ior: da tempo le cose erano cambiate, ma a lungo lo Ior era stato gestito prima da Marcinkus, e poi, scoppiato lo scandalo, da un altro prelato in odorissimo di massoneria, Donato de Bonis, finito poi, inevitabilmente, dopo la morte, nello scandalo sollevato da “Vaticano Spa”, di G.Nucci (libro, ahimè, veridico). Chi, dopo Marcinkus, aveva messo allo Ior un suo uomo, come lui nella lista dei 121 prelati massoni redatta da Mino Pecorelli? Fatto sta che Benedetto XVI, con l’appoggio di Bertone, ha affidato finalmente lo Ior ad un uomo integerrimo, oltre che intelligente e di fede, come Ettore Gotti Tedeschi.
3) Propaganda Fide: il papa ha anche provveduto, molto presto, a rimuovere il “papa rosso”, Crescenzio Sepe, di cui non aveva, come sembra piuttosto giustamente, grande stima.
4) Sul piano politico e morale l’atteggiamento del papa, rispetto al passato, invece, è cambiato subito: né Paolo VI, né Giovanni Paolo II erano intervenuti così spesso nelle vicende morali, sui cosiddetti “principi non negoziabili”. O quantomeno: erano intervenuti, certamente (si pensi all’Humanae vitae di Paolo VI e all’Evangelium vitae di Giovanni Paolo II, due capolavori), ma non con la stessa tempistica, cioè non quando una legge veniva discussa nel paese e in parlamento. Benedetto XVI, al contrario, ha iniziato prendendo subito posizione a favore dell’astensione, nel 2005, in occasione del referendum sulla legge 40, e quindi intervenendo in tempo reale nel dibattito in corso, risultando così, innegabilmente, molto incisivo.
Non era accaduto così, per fare un solo esempio, quando Paolo VI aveva preferito tenere un profilo molto basso in occasione del referendum contro il divorzio promosso dai cattolici, ritenendo probabilmente che non fosse il caso di creare uno scontro forte sul tema. Non vi era stata la stessa prontezza e decisione neppure in occasione delle prime dispute sulla pillola contraccettiva (dispute che avevano creato uno sconquasso nella Chiesa, anche a causa della lentezza con cui erano state sfrontate).
Lo stesso si può dire della posizione del papa sui Pacs-Dico ecc.: Benedetto XVI non si è limitato a dichiarazioni di principio, ma ha ribadito la posizione cattolica e del diritto naturale, in molte occasioni, proprio mentre si consumava il dibattito in Parlamento, e ha riaffermato l’idea del matrimonio come fondamento della società persino in udienza, davanti a Walter Veltroni, allora sindaco di Roma, a quell’epoca incerto se promuovere o meno registri per le convivenze nella sua città.
Da questo punto di vista non è un caso che le grandi manifestazioni di piazza, che i cattolici non facevano dall’epoca di Pio XII, siano tornate con Benedetto XVI: il Family Day in Italia e le adunate contro le politiche di Zapatero in Spagna. Analogamente penso vi sia un certo legame tra la schiettezza e l’interventismo di Benedetto XVI e la sua apprensione per il degrado familiare e umano dell’Europa e da una parte l’odio crescente in una certa stampa radical- nichilista, dall’altra la crescita esponenziale, negli ultimi anni, di ricerche, studi, pamphlet sulla bioetica nati all’interno del mondo cattolico (per il vero sino ad allora piuttosto latitante).
5) L’altro campo in cui l’intervento del papa è risultato più deciso e immediato è stato quello liturgico: Benedetto XVI ha nominato Mons. Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don segretario della Congregazione per il culto divino, conoscendo molto bene le sue posizioni favorevoli alla liturgia tradizionale e la sua simpatia per molte delle posizioni dottrinali "tradizionalista".
Poi, a causa di alcuni malumori suscitati dalle sue dichiarazioni, lo ha sostituito con Canizares, il quale però condivide le molte posizioni ideali del suo predecessore. Il Papa ha poi provveduto a licenziare mons. Pietro Marini, liturgista fantasioso e “creativo”, sostituito con Mons. Guido Marini: insieme stanno dando vita ad un certo rinnovamento liturgico: croce sull’altare, comunione in bocca e in ginocchio, parti della liturgia in latino, adorazione eucaristica (negata da 40 anni di riforma liturgica e di protestantizzazione del pensiero cattolico)….
Al fianco di Guido Marini, hanno conquistato spazi importanti personalità di grande spessore come padre Nuara, don Gagliardi ecc., tutti su analoghe posizioni. Ovviamente in questo campo è stata importantissimo il Motu proprio Summorum Pontificum che, ridando cittadinanza ad un rito millenario, ha generato un ritorno di interesse verso la liturgia, con la contemporanea pubblicazione di decine e decine di libri dedicati alla liturgia tradizionale.
In questo clima, infine, si è tornati anche a parlare di Concilio Vaticano II in modo nuovo: non è qui il luogo per affrontare questo argomento, ma persino dispute eleganti e rispettose come quella tra padre Cavalcali e padre Lanzetta, due veri uomini di Fede, sono segni di tempi nuovi.
E’ evidente, in ultima analisi, una correzione di rotta che non ha ancora riparato i guasti del pre-concilio-concilio-post concilio (come direbbe il prof. De Mattei), ma che rappresenta comunque un grande segnale di speranza.
Lo Spirito Santo soffia ancora (e il fatto che Tettamanzi, Martini, ecc. abbiano preso pochissimi voti nell’ultimo conclave, ne è la prova più evidente). Vengono avanti giovani seminaristi desiderosi di riscoprire tanto patrimonio della Chiesa dimenticato e vilipeso, ordini baldanzosi, come i Francescani dell’Immacolata di padre Stefano Mannelli, e forze nuove, anche mediatiche (si pensi al proliferare di siti “tradizionali”, mentre scompaiono sempre più quelli “progressisti”) che ridaranno alla Chiesa la sua bellezza e l’orgoglio della sua storia.
Come sempre, ci vuole però tempo e pazienza, perché se è vero che la casa non crolla in un giorno, è altresì vero che non può essere neppure ricostruita in un battito di ciglia…
Views: 1

In questo centocinquantesimo dell’unificazione d’Italia in tutte le regioni si è rivendicata una storia patria antecedente al cosiddetto Risorgimento. Al nord la presenza delle istanze federaliste ha reso più semplice il ricordo delle glorie passate, pre-1861; al sud il libro di Pino Aprile, “Terroni”, il peggiore nel suo genere, ha però svelato al grande pubblico le immense colpe della classe dirigente risorgimentale nei confronti del Meridione. Solo una città è rimasta “irredenta”, sul piano della revisione storica: Roma.
E’ vero che è uscito, per dirne una, il libro di Lucio Martino, “L’11 settembre nella Chiesa”, in cui vengono svelate nefandezze, crudeltà ed inganni compiuti dal Regno Sardo a danno dello Stato Pontificio nel 1860, ma anche in quest’opera la Roma papalina è sbrigativamente calunniata, secondo gli slogan, poco credibili, di coloro che la vollero abbattere.
Due i motivi principali: anzitutto l’immensa trasformazione della capitale, insieme alla massiccia immigrazione di altri italiani, durante il periodo post unitario, ha cancellato il ricordo stesso del passato. In secondo luogo troppo capillare è stata, nei secoli, la propaganda anti-romana di Machiavelli e dei suoi epigoni; del rapinatore Napoleone; dei risorgimentali; dell’Europa protestante e papofoba e, in verità, anche dell’Italia fascista, impegnatissima a cancellare la Roma dei papi per riproporsi come la riedizione della Roma dei Cesari. In troppi non hanno potuto e non possono perdonare alla Città eterna di essere la capitale della Cristianità, per cui, come direbbe Dante, anche “Cristo è romano”.
E’ dunque opportuno, a mio parere, rimettere a posto alcuni fatti, a partire dall’accusa più conosciuta, quella formulata da Machiavelli e poi ripresa nei secoli: la Roma papale avrebbe impedito l’unificazione del paese, essendo troppo debole per portare a compimento l’unificazione, e troppo forte per lasciarsi conquistare da altri stati italiani. La verità storica è all’opposto.
E’ la Chiesa di Roma, infatti, ad aver permesso la nascita dei regni romano-barbarici, cioè ad aver promosso una graduale, seppur difficile, unificazione tra romani sconfitti e barbari vincitori. Come la Grecia, con la sua cultura, aveva “vinto” la sua conquistatrice, la Roma pagana, così la Roma cristiana, depositaria sia della cultura pagana latina, sia della nuova forza del cristianesimo, latinizzò via via i barbari Longobardi, Franchi, Vichinghi….
Clodoveo e Carlo Magno, insomma, non sarebbero mai esistiti, senza Roma, che fu dunque promotrice di una unità culturale e religiosa, non dell’Italia, ma dell’Europa intera. Roma, infatti, divenne e rimase per secoli ben più che la capitale di uno Stato nazionale: fu caput mundi, cuore e faro della Cristianità intera. Quanto all’Italia, fu un papa, Leone I, a preservare Roma dal sacco di Attila e degli Unni nel V secolo; fu sempre lui a mitigare gli effetti dell’ invasione di Genserico, nel 455, salvando la popolazione dalla strage e la città dall’incendio, e fu grazie alle ricchezze della Chiesa e alla sua carità che la città ritornò alla normalità. Con la calata dei Longobardi, Roma fu, effettivamente, l’ostacolo all’unificazione perseguita da quel popolo.
Ma questo fu la fortuna del nostro paese che, altrimenti, sarebbe finito sotto una delle più barbariche, rozze, violente ed ignoranti delle popolazioni germaniche, divenendo così un deserto senza futuro. Fu papa Gregorio Magno, in quegli anni, ad opporsi con la sua diplomazia ed intelligenza alle brame straniere, di bizantini e longobardi, perseguendo la libertà di Roma e del paese intero.
Fu sempre Gregorio Magno a promuovere, attraverso la conversione della regina Teodolinda, il passaggio dei Longobardi al cattolicesimo e, quindi, alla latinità, che solo i monasteri e le scuole ecclesiastiche avevano permesso di conservare.
Fu ancora Roma, che aveva impedito la devastazione bizantina e longobarda, a scongiurare che l’Italia venisse unificata, sì, forse, ma dai saraceni musulmani. Leone IV, per fare un solo esempio, nell’849 promosse una lega tra le città marinare del Sud, Amalfi, Gaeta e Napoli, e così impedì l’ennesima invasione saracena. Vari suoi successori furono alla guida delle coalizioni che impedirono all’Europa di divenire terra islamica, per conquista.
Scriveva Leone XIII: “Difatti l’Italia deve alla Chiesa…se non soggiacque ai ripetuti assalti dei barbari, se respinse invitta le aggressioni enormi dei turchi, e in molte cose conservò una legittima libertà ed arricchì le sue città di tanti monumenti immortali di arti e di scienze” ( Etsi nos).
Del resto lo stesso Machiavelli ammetteva di essere isolato nella sua accusa contro Roma. Nei Discorsi sulla prima decade di Tito Livio, infatti, affermava: “E perché molti sono d’opinione che il benessere delle città d’Italia nasca dalla Chiesa romana, voglio contro a essa discorrere…”.
Riassume lo storico Massimo de Leonardis: “In realtà, come già osservato da Ludovico Antonio Muratori, la presenza del papato (lungi dall’impedire una splendida e precoce unità politica, ndr) preservò l’Italia da un destino ben peggiore…: la spaccatura tra un Settentrione provincia tedesca… ed un Meridione preda musulmana”. Il Foglio, 8/9/2011, continua
Views: 3
Si torna a discutere di fecondazioen eterologa. Segnalo quindi un mio articolo sulla Bussola:
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-eterologa-inganni-e-danni-collaterali-2966.htm
Views: 2
Da un po’ di tempo la Bussola quotidiana sta raccontando lo strapotere dei radicali, i legami, i soldi, tutto quello che c’è dietro ai 4 gatti che hanno cambiato l’Italia.
Segnalo dunque gli ultimi due, interessantissimi, contributi:
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-i-mille-tentacoli-dei-radicali-2955.htm
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-lavvenire-di-radio-radicale-2958.htm
Views: 2

Con tutte le scuse possibili e immaginabili, con tutto che anche gli altri se la passano malino (da Marrazzo a Del Bono, da Todesco a Penati…) questo PDl fa sempre più acqua. Il Cav che urla: "faremo tutto per liberare la Libia" è assai disdicevole; il tentativo di introdurre la retroattività sul riscatto a fini pensionistici degli anni di studio o di militare, è anch’esso obbrobrioso… Detto tutto questo, però, la realtà non ci offre grandi scelte. Sul Foglio di ieri ho lanciato una mia personale e opinabile opinione: Formigoni for president. Immagino già le critiche al suddetto politico: ma chi non è criticabile? In ogni modo, a me sembra il migliore possibile….
Si è tornati a parlare, con insistenza, di cattolici e politica. Si sente dire con insistenza che i cattolici in politica non contano perché, smarrendo l’unità, hanno perso potere. In verità, non mi sembra affatto che le cose stiano così. Si può invece dire che quei cattolici che portano avanti certe posizioni con coerenza ed intelligenza riescono spesso ad incidere anche al di là della loro forza reale. Il problema principale allora mi sembra malposto: non manca lo spazio per i cattolici in politica, scarseggiano, piuttosto, i cattolici. Questo dunque dovrebbe essere il primo problema della Chiesa: una nuova evangelizzazione; la creazione di nuove generazioni di credenti con una mens veramente cattolica.
Voler costruire una generazione di politici cattolici senza abbondanza di materia prima, appare infatti un po’ difficile.
Detto questo, occorre chiedersi: cosa deve fare, oggi, un cattolico in politica? Lo scenario infatti diventa interessante: da una parte la sinistra è piuttosto impraticabile, data la presenza di personaggi come Vendola, Di Pietro e tanti altri assolutamente impermeabili ad una certa visione dell’esistenza; dall’altra, il centro destra, dopo aver deluso le aspettative di molti sinceri credenti, sembra destinato o a disgregarsi, oppure a rinascere sotto altra forma.
Quale? Sino a poco tempo fa personaggi come Fini, Urso, Bocchino, Prestigiacomo, Brambilla, Carfagna ecc… facevano ipotizzare un PdL post berlusconiano impraticabile esattamente come la sinistra. Il colpo di teatro, e cioè la scelta di Angelino Alfano come segretario politico del partito, ha aperto, all’interno del Pdl, nuove possibilità. Sia perché permetterà la nascita di un vero partito, non personale, in cui, sarà possibile, lavorando, guadagnare posizioni; sia perché Alfano rappresenta, tra i possibili eredi di Berlusconi, il più aperto alle istanze cattoliche.
Lo scenario mi sembra dunque questo: un Pd a trazione ex comunista, alleato con i Pisapia e i De Magistris, cioè totalmente avverso ai “principi non negoziabili”; un centro evanescente, poco caratterizzato, e senza futuro, vista la presenza di personaggi, da Casini a Rutelli a Fini, ormai corrosi dal tempo e comunque destinati a ruoli subalterni; infine, un PDl da ricostruire e da conquistare.
Proprio qui, nel Pdl, si aprono dunque, realisticamente parlando, le maggiori opportunità. Chi riuscirà a prendere in mano il partito? Sarà sicuramente una lotta dura e fratricida. Da cattolico auspicherei una alleanza di Formigoni con Alfano e con altri componenti del PDl che, ognuno con con i suoi pro e contro, appaiono più affini: da Gasparri a Sacconi, da Giovanardi a Mantovano, da Quagliariello a Roccella…
Per completare il quadro bisogna però aggiungere la manovra che alcuni giornalisti danno per certa, e cioè il tentativo, benedetto anche da qualche personaggio della Curia romana, di ridare vita ad un vero e proprio “partito cattolico”, che avrebbe cominciato a prendere forma grazie ad un incontro estivo che ha visto la partecipazione di movimenti come le Acli, i Focolarini ed Agesci, piuttosto sbilanciati a sinistra, e di politici un po’ datati come Cesa, Buttiglione, Pisanu, Pezzotta…
Basterebbero questi nomi per comprendere che il tentativo di creare una nuova Dc, per quanto sostenuta, se lo fosse, da ambienti vaticani, rappresenta uno sforzo destinato al fallimento. Resuscitare i morti, infatti, è un miracolo per cui mons. Toso, grande cerimoniere dell’incontro suddetto, non sembra attrezzato. Inoltre non penso che il Padre Eterno gli cederebbe volentieri i suoi super poteri, per mettere insieme una truppa in verità eterogenea di reduci, molti dei quali si sono segnalati nel tempo per l’assoluta evanescenza ed insignificanza delle loro posizioni.
A chi potrebbe giovare una riedizione della Dc guidata magari da Cesa e Pisanu, impegnati a flirtare con Marini, Castagnetti e Bindi, per poi sbracciarsi a destra e a sinistra, a seconda delle maggioranze più che degli ideali? Quanta confusione genererebbe, nel mondo cattolico, una nuova Palude, ostaggio oggi dei girondini, domani dei giacobini, ma con il bollino di qualità?
Personalmente ritengo che un partito cattolico, una nuova Dc, (“più una riesumazione che un nuovo inizio”, ha scritto Renato Farina su “Tempi”) sarebbe una vera sciagura: sia perché numericamente troppo piccolo (perciò ghettizzabile o arruolabile da altri); sia perché fondato su una presunta comunanza di principi, che invece spesso non esiste; sia, infine, perché la Dc ha già dato prova di cosa può esser capace un partito sedicente cristiano, che assuma il monopolio del voto dei cattolici: di ignorare bellamente libertà educativa, politiche a favore della famiglia, tutte le problematiche connesse alla manipolazione della vita nascente, e di favorire la legalizzazione di divorzio ed aborto.
Personalmente, dunque, se proprio un “partito cattolico”, in senso molto lato, occorre fare, proverei anzitutto, come primo passo, la scalata tramite primarie al PDl postberlusconiano, sostenendo l’unico uomo politico cattolico che abbia le capacità e la credibilità necessarie: Roberto Formigoni.
Views: 0

Nell’ incontro tra Gesù e Pilato, quest’ultimo chiede: “Cosa è la verità?”. Gesù, non risponde. Non perché non lo sappia fare; non perché la Verità non esista; non perché ognuno si può fare la sua, e Pilato ha quindi il diritto di scegliere per sè; non perché il discorso sarebbe stato troppo impegnativo…
Semplicemente perché Pilato è accecato, dal potere, dalla volontà di ottenere plauso ed approvazione. Non è in grado di vederla, la Verità, anche se la ha davanti agli occhi, in carne ed ossa. Pensa ad altro, il suo cuore è distolto, sviato. Gesù, infatti, gli dice che “chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”: occorre essere tesi verso la verità, per ascoltarla davvero, per vederla, per sentirla. Altrimenti, non serve a nulla neppure averla davanti.
Lo vediamo ogni giorno, nella nostra vita: quante volte sappiamo ciò che è bene e ciò che è male, ma ciò non ci impedisce di fare il male. Lo vediamo, per fare un altro esempio, nel dibattito bioetico: non serve a nulla l’ecografia, la verità di ciò che è un embrione, un feto, una gravidanza. Chi non è dalla verità, cioè dalla sua parte prima che dalla propria, fingerà di non vedere, o inventerà filosofie di ogni tipo per negare che ciò che ha di fronte sia ciò che è. La sentiamo la voce dei farisei: “è solo un grumo”, oppure, i più sofisti: “non è persona, non è persona…”.
Per poter mandare persino a morte ciò che si è finto di non vedere, sappiamo inventare ogni menzogna, e alla fine si diventa persino convinti, alla lunga, che la menzogna sia la verità. Ebbene, l’incontro tra Pilato e Cristo è assai significativo perché ci porta al cuore del cristianesimo: la Verità non si è fatta discorso, libro, ma persona. La verità si vede, si tocca, si mangia: è Cristo stesso, “vir qui adest”, l’uomo che ti è davanti, o Pilato.
Tu dici di non scegliere, ma in realtà hai scelto: la sua condanna. Perché quando la Verità prende corpo davanti a noi, non scegliere è impossibile. Cristo è Verità, perché ci dice, non a parole, ma coi fatti (la morte in croce), che non ci salviamo da soli: ci ricorda la nostra dipendenza, il nostro essere creature. Una verità che ci urta e ci infastidisce, perché vorremmo essere assoluti. Cristo è la Verità perché rovescia l’ordine umano delle cose, la gerarchia dei valori mondani: “imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
Ancora una volta non è una lezione di filosofia aristotelica sulla virtù, che ci fa: la mitezza e l’umiltà le vive. Il cristianesimo è per tutti: possiamo capire poco di filosofia, non amare le disquisizioni di ottimi moralisti, da Aristotele e san Alfonso, ma cosa sia giusto o sbagliato è evidente, nella persona di Cristo, nelle sue azioni. Cristo è la Verità perché non cerca il successo, non realizza un potere, ma inquieta il cuore degli apostoli, e li sfida: se non volete seguirmi, andatevene pure voi.
E’ la Verità, incarnata, perché vivendo ci insegna a vivere: ha avuto un padre e una madre, come noi; ha sofferto, come noi. E’ la Verità perché ci indica che la morte è stata sconfitta, che c’è una Vita vera, più vera ancora di quella su questa terra. Come si fa ad obbedire a questa Verità? Amandola. E come si sostanzia questo amore? Nel rispetto, profondo, sentito, dei comandamenti: “Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato”.
Niente di astratto, dunque, niente di esoterico; nessun sapere particolare è chiesto al cristiano: solo la sequela di Cristo. Seguirlo significa, molto concretamente, osservare i suoi comandamenti, ciò che dobbiamo a lui e, concretissimamente, al nostro prossimo. Amare la Verità non è dunque studiare, o sapere qualcosa di più di altri, ma è tributare a Dio il suo culto; è rispettare il padre e la madre; è, persino, “non desiderare la roba d’altri”.
C’è un prezioso libretto, appena edito da Lindau, “Cosa è la verità?”, che può aiutarci. E’ il confronto tra un buddista, Fabrice Midal, e un cattolico, Fabrice Hadjadj. Il discorso del buddista tocca temi quali la verità, l’amore: vola alto, tra arte, poesia, immagini. Ma non è chiaro, dopo averlo letto, quale sia la definizione di queste nobili, ma vaghe, parole. Nel discorso di Hadjadj, invece, ci sono continui rimandi alla realtà: ad un alunno svogliato, a sua moglie, ai suoi figli, persino alla suocera. Midal è come Budda. Seduto, impassibile, solo, mani in posa e sguardo altrove. Hadjadj, invece, ragiona a partire da un Dio incarnato, che lavora in bottega, insegna, muore sulla croce. Una Verità con cui confrontarsi.
Per questo, in un passo illuminante, se la prende con la “falsa mistica che pretende di abolire l’Io”, “la mediazione e il rapporto concreto con il prossimo” e cita Teresa d’Avila: “La prova che avete fatto l’orazione bene è che, terminata l’orazione, avete una maggior carità fraterna”. Chi è dalla Verità, infatti, cerca di conformarvisi e da vero, diventa, inevitabilmente, per quanto possibile ad un uomo, buono. Il Foglio, 25 agosto 2011
Views: 3
"Cosa è stata la Gmg di Madrid? Cosa avete fatto?". Ho pensato più volte a come rispondere alle domande che mi avrebbero fatto parenti e amici al ritorno da Madrid, dove sono stato dal 15 al 21 agosto insieme a 30 ragazzi. Rispondere è molto difficile, ma penso sia opportuno raccontare una esperienza indimenticabile, e forse, in verità, indescrivibile.
Madrid, è stata anzitutto, dicevo al telefono a mia moglie, un "delirio":
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-gmg-il-senso-presente-del-mistero-2803.htm
Views: 1