Effetti distorsivi nelle valutazioni in scienza e coscienza

Guardiamo con occhi disincantati la realtà in cui stiamo precipitando: siamo sempre più circondati, controllati, minacciati da una elite di sedicenti esperti e scienziati che pretendono di guidare le nostre scelte con imposizioni indiscutibili.

L’epoca del best interest

Sotto il manto del best interest, di scelte pensate dai ‘migliori’ per il nostro bene, i nostri stili di vita devono

adeguarsi a canoni, modelli etici e ad agende presentate come frutto di sofisticate elaborazioni di esperti (QUI),

La ricerca scientifica oggi è diventata preda e strumento di interessi superiori di carattere politico, economico e ideologico. Eliminato un preventivo dibattito di ciò che qualifica l’attendibilità delle fonti e delle conclusioni, nonché i criteri di verifica, si arriva ad un sistema dove si impone non tanto la verità del dato scientifico, ma l’interesse della fazione più potente.

Basti pensare alle apodittiche affermazioni in materia di gestione dell’emergenza sanitaria Covid, riscaldamento globale, sostenibilità ambientale, etc. Una volta assunta una determinata opzione o teoria, la questione è sottratta a qualsiasi critica o dubbio. L’opzione diventa dogma indiscutibile mentre il dubbio viene censurato e impedito: non è più considerato motore della ricerca, ma suo ostacolo. Eppure, come diceva Pirandello, è meglio avere un dubbio che una falsa certezza.

Una triste constatazione di questo scadimento si ha quando si parla di correlazioni. Se, ad esempio, a livello politico o ideologico si decide preventivamente che l’aumento di concentrazione di CO2 è riconducibile a comportamenti umani e fa aumentare la temperatura globale, o che i vaccini per il Covid non hanno effetti collaterali, i ricercatori scientifici devono adeguarsi a questi presupposti e non possono contraddirli. Pena lo screditamento e l’emarginazione. Con la sconcertante conseguenza che la ricerca non può scoprire correlazioni, ma solo confermare quelle che già sono state predefinite.

Questioni epistemologiche

Per recuperare fiducia nella scienza, che è primariamente una ricerca di verità, e credibilità nei confronti di chi pretende di promuoverla, occorrerebbe un approfondimento che riguardi ‘le regole del gioco’.

Alle basi del sapere scientifico, prioritariamente e preventivamente al suo sviluppo, c’è infatti una questione filosofica e di metodo da porre, che risponde ad un’esigenza di obiettività.

Sin dai primordi del pensiero filosofico greco si è dibattuto di EPISTEMOLOGIA. Il termine designa l’analisi critica dei fondamenti, della natura e delle condizioni di validità del sapere scientifico. In altre parole, occorre affrontare un dibattito sulla ‘filosofia della scienza’.

Altro controllo di conformità a cui deve sottostare la ricerca è il rispetto della deontologia: essa fa riferimento al complesso di norme etico-sociali che disciplinano l’esercizio di una data attività o professione.

Il campo di indagine è sterminato e non può essere oggetto di una breve trattazione. Tuttavia, sperando possa essere utile, accennerò a qualche elemento degno di approfondimento. 

Dunque, presupposto di ogni ricerca scientifica è un metodo condiviso. Qualunque indagine che pretenda di avere carattere scientifico deve sempre essere in grado di rendere conto del rispetto di vari requisiti metodologici. 

Nessuno possiede a priori la patente di scienziato. Ogni studio o ricerca, per essere qualificato come scientifico, deve sempre sottostare ai presupposti che li qualificano come autenticamente scientifici: deve, in ultima analisi, porsi al servizio della scienza e sottrarsi a condizionamenti o interessi di parte. 

Non è questo un discorso ozioso; infatti, il mondo scientifico poggia la propria credibilità sul preciso rispetto di tali passaggi di verifica per ridurre al minimo l’elemento umano, soggettivo o ideologico, che può compromettere la serietà della ricerca.

Cui prodest?

Cui prodest, ovvero, a chi giova questo risultato? Questo interrogativo di carattere prioritario dovrebbe sempre essere esaminato in ogni ricerca scientifica. 

Il rischio che si deve avere di mira e scongiurare è che taluni, ammantandosi del titolo di ‘scienziato’, possano imporre risultati ottenuti con metodi non oggettivi o condizionati da elementi soggettivi. Il problema diventa ancora più evidente quando entrano in gioco interessi personali o ideologici: quando, cioè, l’esito di un’indagine, al di là dell’oggetto di ricerca, può essere strumentalizzato a beneficio di una categoria di persone o di una ideologia, o di una fazione politica, o quando diventa conveniente assecondare una moda, una tendenza sociale o le aspettative di uno sponsor.

Siamo uomini, fragili, e possiamo facilmente sbagliare: per questo, la scienza, se vuole presentarsi al di sopra dei limiti umani, deve prevedere ed applicare norme che preservino l’imparzialità e l’onestà della ricerca da calcoli opportunistici. 

A rigore, nessuno studioso può dirsi del tutto immune dal pericolo di inquinare la ricerca con vantaggi personali. La fama, il prestigio, lo sfruttamento economico di un risultato e la promozione di carriera sono i pungoli più evidenti. Ma se ad essi aggiungiamo i condizionamenti del mondo accademico o sociale che, a volte, boicottano o emarginano chi fornisce evidenze scientifiche non in linea con l’ideologia corrente, il quadro deontologico si fa ancora più delicato.

Al fine di godere di maggiori riconoscimenti e credibilità, in un ambito di letteratura medico-scientifica sono stati elaborati protocolli di riscontri e verifiche. Le ricerche condotte secondo queste buone pratiche possono essere riconosciute come ‘peer reviewed’ (revisione paritaria, ovvero con il confronto di terzi, addetti ai lavori di pari livello). Si può parlare di sistematicità della verifica e del dubbio. Quest’ultimo è basilare per il progresso: nel dibattito scientifico (ma anche in democrazia) avere dubbi non è un crimine. Lo è invece la repressione faziosa del dissenso.

Alla nobiltà dell’ideale ‘epistemologico’, all’obiettivo di lealtà dell’approccio scientifico, non sempre però fa riscontro una piena corrispondenza nella realtà dei fatti. Occorre infatti vigilare che, sotto l’ambita etichetta di ‘peer reviewed’, non vengano perpetrate frodi scientifiche.

Esiste infatti una resistenza di carattere soggettivo alle nuove informazioni che non si inseriscono in un quadro ben consolidato e influenzato da interessi economici o politici. Così come, in genere, nell’informazione c’è una selezione delle notizie, un mercato che premia un certo genere di notizie e boccia quelle scomode, altrettanto succede nell’informazione scientifica. Accade infatti sempre più spesso che riviste mediche, autorità sanitarie ed aziende farmaceutiche promuovano prodotti e ricerche inficiati da omissioni di informazioni, analisi su campioni inadeguati, conflitti di interessi, etc.

BIAS

Altro ineludibile campo di indagine collegato agli studi epistemologici è quello dell’analisi del BIAS, al quale dedico un fugace cenno. Mi limito qui alla sua definizione: errore sistematico di giudizio, sviluppato sulla base di informazioni in possesso. Elemento distorsivo del campione, che altera un valore di riferimento.

Il BIAS è dunque l’elemento soggettivo di giudizio che può inquinare o, comunque, influire sul risultato di una ricerca. È un’interferenza che può essere determinata anche da valutazioni inconsce. Ad esempio, l’eccesso di fiducia verso sé stessi, nelle proprie analisi e competenze predittive induce a squilibri ed errori che mistificano la realtà. Oggi, si parla in questi casi di ‘euristica dell’ ’overconfidence’; una volta si definiva hybris, superbia o tracotanza intellettuale. È importante riconoscere e calibrare tali tenaci convinzioni, per poter definire adeguate strategie e scelte comportamentali.

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Tutte queste premesse di metodo potrebbero risultare sconfortanti dal momento che l’esigenza di oggettività nel sapere scientifico sembra cozzare e naufragare contro una incoercibile soggettività. Già Dante riconosceva che ‘affetto intelletto lega’ (Paradiso, canto 13, v. 120), ovvero, che la ragione è legata al sentimento. È forse questo un abbraccio asfissiante, che rende impossibile mantenere l’oggettività in certi ambiti di ricerca? Oppure, esiste una via, un metodo per contemperare ragione e sentimento …?

Per rispondere a questo dubbio, trovo illuminante rifarmi al pensiero di Giussani, che ha sviluppato un interessante proposizione del problema con una ragionevole soluzione nel suo libro ‘Il senso religioso’ (primo volume di un percorso articolato in tre trattazioni). Ma questo argomento sarà oggetto di un prossimo approfondimento.

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Autore: Roberto Allieri

Nato a Pavia nel 1962, sposato e padre di quattro figli, risiede in provincia di Bergamo. Una formazione di stampo razionalista: liceo scientifico, laurea in giurisprudenza all’Università di Pavia e impiego per oltre trent’anni in primario istituto bancario. L’assidua frequentazione di templi del pensiero pragmatico e utilitarista ha favorito l’esigenza di porre la ragione al servizio della ragionevolezza e della verità. Da qui sono seguite esperienze nel volontariato pro-life, promozione di opere di culto, studi di materie in ambito bioetico, etc. Collabora al Blog Oltre il giardino QUI  Vedi tutti gli articoli di Roberto Allieri

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