Stato federale o stato centralizzato?

Stato federale o stato centralizzato? Un dibattito che ha appassionato per più di un secolo la nostra storiografia nazionale, potrebbe avere un contributo decisivo dall’analisi delle discussioni del parlamento subalpino relative alla soppressione delle Dame del Sacro Cuore di Gesù.

Andiamo con ordine. La lotta contro gli ordini religiosi cominciata coi gesuiti segue il suo corso naturale. Se i gesuiti sono appestati e quindi contagiosi, è inevitabile che si ammalino di peste anche quanti vengono a contatto con loro. Nelle intenzioni degli illuminati liberali il piano è coerente: con la scusa del contagio tutti gli ordini religiosi della chiesa cattolica (pur definita dallo Statuto unica religione di stato) possono venire aboliti uno dopo l’altro come in un domino inarrestabile. In questo contesto un rilievo tutto particolare -anche per l’importanza della discussione che occupa il parlamento per tre mesi di fila- assume il caso delle Dame del Sacro Cuore di Gesù, definite “gesuitesse”.

Si tratta di una ventina di suore che a Chambéry reggono una scuola prestigiosa, accusate di “affiliazione gesuitica”. Per farsi un’idea della serietà delle imputazioni addotte contro le suore basti citare un brano dell’intervento del loro principale accusatore, l’avvocato Cesare Dalmazzi. “E’ noto -afferma Dalmazzi- che queste Dame, giustamente chiamate gesuitesse, sono dirette dallo stesso principio [dei gesuiti] che ne sono totalmente dipendenti, e che per loro mezzi s’infondono nel cuore delle alunne sentimenti politici e pratiche religiose che non vanno d’accordo con quelli che debbono dominare in un generoso sistema di educazione. La tolleranza loro non è cosa che debba essere approvata dalla Camera. Se si lascia la male sequenza gesuitica in un luogo dello Stato, essa si spanderà presto come la gramigna nel rimanente del paese”. Nel 1848 un capo d’accusa come questo equivale alla sicura emissione di una condanna a morte. E infatti i parlamentari votano per la soppressione dell’ordine incriminato. Se non che le suore di Chambéry hanno dalla loro tutta la popolazione -liberali compresi- e i deputati savoiardi difendono in parlamento la presenza delle suore a casa loro con argomenti che paiono incontrovertibili. Come si può sostenere di volere la libertà mentre la si nega ad “una ventina di suore”? Afferma Jacquemoud. Vogliamo forse la libertà solo per noi stessi e per le nostre idee senza rispettare quelle degli altri? Si domanda Costa de Beauregard.

E soprattutto, continua, “Perché rifiutare alla Savoia la capacità di apprezzare quello che le conviene?”; “i savoiardi sono convinti di avere abbastanza discernimento per decidere cosa convenga loro”, osserva Jacquemoud. Esasperati dalla sordità della maggioranza alle ragioni della regione che rappresentano, i deputati savoiardi invocano una consultazione popolare. La proposta sembra ineccepibile ma non viene nemmeno presa in considerazione. Perché? perché, come ricorda il Ministro della pubblica istruzione Carlo Boncompagni, “dalle informazioni che ci mandano le autorità preposte all’insegnamento in Savoia consta che veramente queste corporazioni hanno per sé l’opinione pubblica; abbiamo su questo informazioni di persone di diverse opinioni”. Con quali motivazioni la maggioranza piemontese può ignorare le sacrosante proteste (suffragate fra l’altro da petizioni sottoscritte da moltissime persone, comprese tutte quelle che contano) di un’intera regione che difende un bene primario come l’istruzione? I deputati sostengono che si tratta di una questione di principio, tale quindi da non poter transigere al riguardo. La questione di principio -che la popolazione della Savoia non capisce ma che è perfettamente chiara all’1% della popolazione di fede liberale- è che i gesuiti, e quindi le Dame, debbono essere soppressi perché altrimenti non è possibile che si sviluppino i “principi liberali”. Qualche anno dopo sarà sempre la stessa motivazione ad imporre la costituzione di uno stato centralizzato. Lasciati a sé stessi gli italiani non avrebbero capito la pericolosità degli ordini religiosi della chiesa cattolica. Lasciati a sé stessi e alle proprie superstizioni gli italiani avrebbero continuato ad essere cattolici. Si trattava di convincere la popolazione a cambiare cultura, tradizioni e religione. L’immane compito che la classe liberale si attribuiva non poteva essere conseguito senza la ferrea imposizione di uno stato rigidamente centralizzato.

Analogie della storia.

Un anno è finito, ne inizia un altro. Quello trascorso è stato l’anno in cui si è parlato a iosa dei preti omosessuali e pedofili, realtà purtroppo vera, ma enormemente amplificata dai media e da chi ne ha tratto guadagno, economico e ideologico.

George Mosse, nella sua “Sessualità e nazismo”, dopo aver ricordato che molti leaders delle SA che portarono al potere Hitler erano omosessuali e talora pedofili, racconta come il regime, dopo una certa data, condannò l’omosessualità. E aggiunge: “Una volta franato il potere delle SA (con la notte dei lunghi coltelli, ndr), fu la volta della Chiesa cattolica a essere rimessa in riga con le accuse di omosessualità rivolte a preti e a monaci. Tra il 1934 e il 1937 la Germania celebrò processi pubblici contro sacerdoti e monaci accusati di reati contro il pudore, benché alla fine solo 64 dei 25mila ecclesiastici tedeschi inquisiti poterono essere dichiarati colpevoli, sia pure da tribunali prevenuti”.

Il 2007 è stato anche l’anno della guerra asimmetrica contro la Chiesa, che non paga l’Ici e che costa assai al cittadino contribuente, come ha sostenuto il quotidiano “Repubblica”, nota agenzia umanitaria che costruisce ospedali, scuole e esercita la beneficenza, da oltre duemila anni. E’ stato l’anno della richiesta di abolire il Concordato con tutte le sue concessioni alla Chiesa, senza però restituire nulla di quello che le fu tolto, da Montecitorio alle Opere Pie, soppresse nei decenni dai governi post-unitari per pagarsi il nostro “imperialismo straccione”.

Viene utile al proposito un aneddoto riportato dallo storico Micheal Burleigh nel suo “In Nome di Dio” (Rizzoli): “Durante la prima guerra mondiale Benedetto XV aveva speso tutta la sua fortuna e di conseguenza gli introiti ordinari della Santa Sede per rimpatriare i prigionieri di guerra o per assicurare i soccorsi ai rifugiati: nel 1922 il tesoro del Vaticano equivaleva in valuta moderna a qualche centinaia di migliaia di euro. Non potendo offrire in pegno le opere di Bernini, Michelangelo o Raffaello, il suo successore svuotò ancor più le casse della Chiesa con le generose donazioni alla popolazione tedesca rovinata dall’inflazione durante la repubblica di Weimar o con gli aiuti alle popolazioni affamate in Unione Sovietica”, dove Lenin avevano appena iniziato le persecuzioni e gli espropri ai danni di cattolici e ortodossi.

Questo è stato anche l’anno in cui si è a lungo discusso sulla sorte dei bambini prematuri, e dei bambini malati, proponendo la via più economica, in tutti i sensi, cioè la sospensione delle cure, o l’eliminazione diretta. “L’eliminazione- scrive M. D’Antonio, nel suo “La rivolta dei figli dello Stato”, relativo all’eugenetica negli Usa ai primi del Novecento- fu praticata nel concreto dai medici eugenisti i quali, tra l’altro, esercitarono forti pressioni sui genitori di neonati con difetti alla nascita, perché negassero loro le cure mediche salvavita. Questo tipo di omicidio compassionevole fu il principale soggetto di un lungometraggio del 1917, The black Stork, che sosteneva che Dio considerava l’eutanasia un atto d’amore…”.

E’ stato anche l’anno di Welby e dei filmati di Silvio Viale, nelle scuole, a favore dell’eutanasia compassionevole. Nicholas Startgardt, nel suo “La guerra dei bambini”, racconta come per promuovere l’ “uccisione misericordiosa” il gerarca nazista Goebbels cercò di preparare l’opinione pubblica facendo “girare un film sul suicidio assistito di una donna che stava morendo lentamente e dolorosamente di sclerosi multipla…Discutendo il dilemma psicologicamente avvincente del diritto della donna di scegliere la propria morte e del dottore di aiutarla, molti riflettevano sulla opportunità o meno di una legge che autorizzasse l’eutanasia”. Ad opporsi solo vescovi come von Galen e Konrad…Intanto i nazisti uccidevano di nascosto i bambini più o meno disabili.

Il 2007 è stato anche l’anno dei pacs e dei dico, matrimoni da realizzarsi o sciogliere anche tramite cartolina….Nella Russia comunista nel 1917 venne concesso il divorzio e venne abolito il matrimonio religioso, nel 1920 fu introdotto l’aborto… “Il codice del 19 novembre 1926 conferma queste disposizioni e si spinge ancor più in lontano, giacché pone su un piano di uguaglianza il matrimonio registrato allo Zags e l’unione di fatto, il concubinaggio. Per divorziare è sufficiente una semplice richiesta unilaterale, per lettera: è il divorzio ‘cartolina’…”. Gli effetti? “L’instabilità matrimoniale e il rifiuto massicci dei figli… Gli aborti si moltiplicano, la natalità cala in modo pauroso, gli abbandoni dei neonati sono frequenti. Gli orfanotrofi sommersi, diventano dei veri mortori. Aumentano gli infanticidi e gli uxoricidi” (“Storia delle donne”, Laterza).

Il 2007, infine, è stato l’anno della celebrazione di Garibaldi, che ad alcuni piace per la camicia rossa, ad altri per il suo odio viscerale per la Chiesa. In occasione del concilio Vaticano I, scriveva ai suoi amici: “Qui nella contaminata vecchia capitale del mondo, si disputerà sulla verginità di Maria che partorì un bel maschio sono ora 18 secoli (e ciò importa veramente molto alle affamate popolazioni); sull’eucarestia, cioè sul modo di inghiottire il reggitore dei mondi, e depositarlo poi, in un Closet qualunque. Sacrilegio che prova l’imbecillità degli uomini che non regalano d’un pugno di fango il nero, che sì sfacciatamente si beffa di loro. Finalmente sull’infallibilità di quel metro cubo di letame che si chiama Pio IX…”. Anche qui un’analogia: ieri come oggi, per parlare male del prossimo, che ci si chiami Garibaldi o Luttazzi, sempre e solo al letame, certuni, ricorrono.

La vita in Russia fra Lenin e Stalin.

"È precisamente ora, e solo ora, quando nelle regioni in preda alla carestia la gente mangia carne umana, e centinaia se non migliaia di corpi giacciono sulle strade, che possiamo – e quindi dobbiamo – portare avanti la confisca dei valori posseduti dalla Chiesa con la più selvaggia e spietata energia, non fermandoci davanti ad alcuna resistenza".

Già da queste poche righe, inviate da Lenin a Molotov, il 19 marzo del 1921, in una nota segreta dell’Ufficio politico, si può ravvisare la cifra di un regime che sin dalla sua fase iniziale, nel momento della costruzione del nuovo Stato rivoluzionario, evidenziava quei caratteri che si sarebbero poi rivelati i tratti distintivi della storia sovietica: dalla cruenta realtà della costruzione dello Stato socialista al "ruolo della personalità della storia"; dalla recrudescenza del terrore durante la guerra civile alla politica antireligiosa; dal perdurante conflitto tra il regime sovietico e il mondo delle campagne fino all’uso politico delle carestie per mettere a tacere le rivolte contadine contro il "partito revolver", così veniva chiamato il Pcus nelle campagne. Su tutti questi temi si concentra l’ultimo libro di Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945 (Bologna, il Mulino, 2007, pagine 652, euro 30) dal quale è tratta la citazione iniziale. Una narrazione storica di largo respiro con una documentazione archivistica e bibliografica amplissima – di estremo interesse, peraltro, il saggio bibliografico a conclusione del volume – che non si esaurisce soltanto nella descrizione del terrore rosso, delle purghe staliniane o dell’abominio dell’universo concentrazionario sovietico ma che riesce ad intrecciare i dati economici con le risoluzioni politiche, i quozienti statistici con la memorialistica, le peculiarità geografico-territoriali con la dimensione culturale, senza nulla togliere al racconto cronologico che costituisce l’architrave di tutta la narrazione.

Il punto di partenza del volume di Graziosi è costituito dalla constatazione che l’impero russo, nel 1913, seppur calato in un contesto socioeconomico ancora arretrato e contradditorio, era un "paese vivissimo in pieno boom economico e culturale e in rapida evoluzione". L’autore non condivide, pertanto, la tesi di coloro che hanno visto una Russia immobile, fatalmente autocratica, condannata a una rivoluzione già preannunciata dal 1905 e "destinata a passare dallo zarismo al bolscevismo". Al contrario, la rivoluzione d’ottobre rappresentò, al tempo stesso, una "sorpresa" per tutti i dirigenti rivoluzionari, compreso Lenin, e "un colpo di mano" conseguito con "il tacito appoggio" di una parte importante del paese. L’avvento del comunismo, definito dall’autore come una "nuova parareligione laica", si basò, però, su un equivoco di fondo incarnato da "due bolscevismi": quello dei contadini-soldati e quello "vero" della piccola ma risoluta "élite politica che si fregiava di questo nome". E proprio al centro dell’analisi di tutto il volume si colloca questo rapporto tra il nuovo Stato rivoluzionario e i contadini, tra la nuova élite politica, che si sarebbe contraddistinta per il "talento e l’aggressività nella costruzione statuale", e i vecchi sudditi che, all’indomani dei decreti leninisti sulla pace e sulla terra, avevano guardato con favore la nascita del nuovo Stato.

Tra il 1918 e il 1933 – con una breve pausa durante gli anni della Nep – si scatenò, invece, un conflitto violentissimo all’interno del quale la carestia, come afferma Graziosi, deve essere "considerata parte integrante della guerra tra Stato e contadini". Lenin invitò ad "impiegare metodi barbari", a reprimere "senza pietà" impiccando in modo visibile "centinaia di kulak", alla "deportazione di proprietari terrieri e anche di interi villaggi", a fucilazioni "percentuali" per punire i "covi" delle rivolte e al bombardamento aereo di interi villaggi che "si dedicavano al libero commercio". Tra il 1920 e il 1921 "le rivolte e le repressioni furono brutali". Se in pieno inverno i contadini siberiani gettavano acqua sui comunisti "per trasformali in statue di ghiaccio che servissero da monito ai loro compagni", ad agosto l’Armata Rossa del Generale Tuchacevskij utilizzò i gas asfissianti contro i "banditi rifugiati nei boschi".

Visti in questa prospettiva, sostiene Graziosi, gli anni Trenta cessano di essere "straordinari" e straordinario diventa semmai l’ammorbidimento dei cinque anni della Nuova Politica Economica che in questa ricostruzione, dunque, rappresenta solamente una parentesi del conflitto tra i contadini e il regime sovietico. Nel gennaio del 1929, quando ormai la crisi e la carestia erano alle porte e la durezza e la determinazione diventavano le uniche risorse per proseguire nella costruzione dello Stato socialista, Georgij Pjatakov, in quel momento vicepresidente della Banca di Stato, arrivò ad "esaltare la barbarie come una virtù". Fame, violenza e coercizione si accompagnarono alla "promozione di centinaia di migliaia di nuovi quadri" di estrazione popolare e ad un ampio processo di distruzione di interi gruppi sociali e nazionali. Il culmine fu raggiunto, asserisce l’autore, "con lo sterminio per fame di milioni di persone in Kazakstan, Ucraina e Caucaso settentrionale tra il 1931 e il 1933". Nella primavera del 1932 "nella guarnigione di Kiev circolavano voci sulla vendita di carne umana nei mercati cittadini" mentre a giugno un rapporto spiegava che in Ucraina i suicidi dei contadini per non morire di fame si alternavano a frequenti casi di cannibalismo. In questo clima, a Mosca fu presa la "decisione di usare la carestia per risolvere la crisi impartendo una lezione ai contadini che rifiutavano la nuova servitù". Nel Caucaso settentrionale, ad esempio, come evidenzia Graziosi, il "commissario di ferro" Lazar’ Kaganovic, "si servì di multe in natura per privare i contadini anche di carne e patate", causando, in questo modo, una serie di "carestie artificiali localizzate". La crisi del 1931-1933, oltre alle vittime della fame, provocò un disastro demografico con un altissimo numero di aborti e divorzi. I dati riportati da Graziosi sono a dir poco eloquenti: nel 1934 a Mosca si potevano contare tre aborti per ogni nascita e 48 divorzi ogni 100 matrimoni. La questione contadina – a cui si legava inscindibilmente la questione nazionale – e la politica antireligiosa erano strettamente correlate. Già Lenin, prima di Stalin, aveva deciso "di usare la carestia per attaccare chiese e religioni". Nel 1921 la maggior parte dei monasteri era stata chiusa e "molti corpi dei santi furono dissacrati in azioni accompagnate da arresti e fucilazioni".

Per tutto il decennio degli anni Venti la situazione si aggravò ulteriormente e nei primi quattro mesi del 1930 più di 5.000 religiosi furono arrestati mentre le organizzazioni ecclesiali furono ridotte alla clandestinità con il progressivo "inselvatichimento" di pratiche e credenze che dettero spunto alla nascita di numerose sette e forme di devozione spontanea. "Nell’eparchia di Kiev – scrive Graziosi – su 1.710 chiese funzionanti nel 1917 ne restavano aperte nel 1939 solo due, tutti i monasteri erano stati chiusi ed erano attivi solo tre popi rispetto ai 1.435 di vent’anni prima". La Chiesa ortodossa era sull’orlo di un abisso e, paradossalmente, fu solo l’intervento tedesco in Urss e lo scoppio della seconda guerra mondiale a salvarla. In questo clima, mentre veniva combattuta la grande guerra contadina, da un lato si diffuse il culto della violenza tra i dirigenti di partito e, dall’altro lato venne costruito il "discorso ufficiale" sul nuovo Stato rivoluzionario, vale a dire la "rappresentazione mitologica ricalcata sull’ideologia originaria". L’artefice principale, il cantore del regime, fu Maksim Gor’Kij che, dopo le iniziali ritrosie, sposò a pieno la causa stalinista. Quella sovietica è "una storia tragica", scrive Graziosi, che iniziando con una guerra civile, tocca il genocidio con le carestie del 1931-33, passa attraverso la seconda guerra mondiale per poi trasformarsi in un’ansiosa ricerca di tranquillità e terminare, infine, con un segretario del Partito comunista che, paradossalmente, "annuncia in televisione, in una notte di Natale, il pacifico scioglimento di uno Stato già così potente e violento". (©L’Osservatore Romano – 21 dicembre 2007)

In nome della libertà, morte ai Gesuiti

Con la proclamazione dello Statuto albertino il 4 marzo 1848 comincia, in Piemonte, il regno dell’uguaglianza, del diritto e della libertà.

Fatto sta che mentre il primo articolo dello Statuto definisce la “Chiesa cattolica apostolica e romana la sola religione di stato”, il parlamento subalpino scatena una guerra senza frontiere contro la Compagnia di Gesù. Come se i gesuiti non fossero cattolici, apostolici e romani. Per capire questa vistosa incongruenza bisogna tenere presente che la guerra scatenata dal mondo protestante e massonico contro la chiesa cattolica ha nei gesuiti l’avversario principale e più temibile. Per combattere l’eccellenza dei gesuiti (nati proprio per contrastare la riforma protestante) la calunnia è sempre sembrata l’arma più appropriata. Nel 1614 vengono stampati a Cracovia i Monita privata Societatis Jesus: supposte istruzioni segrete, radicalmente false, che i gesuiti avrebbero seguito per conquistare non il mondo a Cristo, ma il potere alla Compagnia. Da allora per i gesuiti (salvo curiosamente negli ultimi decenni) non c’è mai stata tregua.

Interessante da questo punto di vista la lettera che il generale dell’ordine, padre Giovanni Roothaan, invia il 25 agosto del 1850 all’imperatore Francesco Giuseppe per spiegargli l’origine dell’odio che circonda la Compagnia. Secondo padre Roothaan la macchinazione parte da quella che definisce una “empia setta”: “per riuscire nei suoi disegni disastrosi, l’empia setta, alla quale è stato dato di prevalere un istante, si è sforzata soprattutto di combattere e di distruggere i sentimenti religiosi nei paesi cattolici, e a questo fine essa ha attaccato in primo luogo gli ordini religiosi, nella cui esistenza essa individuava un ostacolo alle sue mire. Ma tra tutti gli ordini religiosi quello che più eccitava il suo furore, quello di cui essa si sforzò con ogni mezzo di rendere financo il nome odioso a tutti i popoli e a tutte le classi della società, è notoriamente la Compagnia di Gesù”. I liberali italiani si inseriscono in questo filone collaudato che si accanisce contro i gesuiti per colpire la chiesa. Le istruzioni di Mazzini al riguardo sono precise. Bisogna sfruttare al massimo la potenza delle parole: “Vi sono parole generatrici che contengono tutto- scrive l’avvocato genovese-, e che devono ripetersi al popolo: libertà, diritti dell’uomo, progresso, eguaglianza, fratellanza; ecco quello che il popolo comprenderà, soprattutto quando vi si contrapporranno le parole di dispotismo, di privilegi, di tirannia, di schiavitù”.

Chi è più dispotico, chi più tiranno dei gesuiti? “La potenza clericale -continua- è personificata nei Gesuiti; l’odioso di questo nome è una potenza pei socialisti”. E così, mentre l’esercito combatte una guerra rovinosa contro l’Austria, il parlamento subalpino passa il tempo ad accumulare “prove” contro i figli di S. Ignazio. Definiti i gesuiti “lue”, “peste”, “vespe”, “setta fatale”, deputati e senatori sanzionano la soppressione della Compagnia, espropriano tutti i beni dell’ordine e costringono i padri al domicilio coatto non perché rei di qualche colpa ma perché membri di un ordine religioso considerato pericoloso per la libertà. Perseguitati, cacciati dalle proprie case, espropriati di tutto, i gesuiti non possono nemmeno difendersi dalle calunnie lanciate dalla stampa ufficiale perché i giornali governativi non pubblicano le smentite. Ecco cosa scrive il 25 gennaio 1848 a Carlo Alberto il provinciale dei gesuiti piemontesi padre Francesco Pellico: “Era sapientemente dichiarato da V.[ostra] M.[aestà] nella nuova legge sulla stampa che dovesse rimaner inviolato l’onore delle persone e dei ministri della Chiesa.

Ma pare che nell’avvilire e calunniare i Gesuiti non si tema di trasgredire la legge”. I padri sono “esposti per la sola qualità di Gesuiti al pubblico odio o alla diffidenza e al dispregio. Intanto però i giornali ed i libelli che ci fanno la guerra, approvati in ciò dalla censura, hanno diritto di rifiutare le nostre smentite; né tuttavia abbiam noi un altro organo imparziale da stamparle con uguale pubblicità, se pure non ci venga concesso di farlo per via della gazzetta del Governo”. I Savoia e i liberali violano uno dopo l’altro tutti i principali articoli dello Statuto, compreso l’articolo 28 che tutela la libertà di stampa: “La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi”.

Assaggi n. 17: Il movimento pacifista del Medioevo

“In vari sinodi tenuti in diverse parti della Francia centrale e meridionale verso la fine del X secolo, l’idea di una “pace di Dio” fu ratificata ufficialmente non solo dal clero, ma anche dalle autorità secolari. I decreti di pace dei vari sinodi differivano nei dettagli, ma in generale tutti condannavano, a pena di scomunica, qualsiasi atto di guerra o di vendetta contro il clero, i pellegrini, i mercanti, gli ebrei, le donne ed i contadini, così come contro la proprietà ecclesiastica e agricola. Inoltre, ricorrevano generalmente allo strumento del giuramento per assicurarne l’osservanza; alla gente veniva cioè chiesto di giurare collettivamente di voler mantenere la pace. Nel 1038, ad esempio, al Concilio di Bourges fu decretato che ogni cristiano adulto dell’arcidiocesi avrebbe dovuto prestare il giuramento ed entrare a far parte di una milizia speciale con il compito di difendere la pace. Il movimento pacifista, che si diffuse per gran parte dell’Europa occidentale, gunse ad includere, oltre alla protezione di coloro che non combattevano, il divieto di guerra in certi giorni. Redatta dall’Abate Odilo da Cluny (994-1049), la Tregua di Dio sospendeva la guerra, dapprima dal mezzogiorno del sabato fino alla mattina del lunedì e, più tardi, dal venerdì sera fino al lunedì mattina così come durante la Quaresima, l’Avvento ed in occasione delle feste di alcuni santi.
Gli sforzi di Cluny, e della Chiesa in generale, a favore dell’esonero di alcune classi di persone dal servizio militare e da attacchi alla persona o alla proprietà, e per limitare i combattimenti a certi periodi, poté avere successo solo parzialmente in un’epoca di violenza ed anarchia come i secoli X e XI. L’importanza futura del movimento per la pace, specialmente per il futuro della tradizione giuridica occidentale, fu peraltro enorme, giacché l’esperienza del giuramento collettivo da parte di gruppi nel nome della pace giocò un ruolo fondamentale nella fondazione delle città alla fine dell’XI secolo ed anche, in seguito, nella formazione di corporazioni all’interno delle città e nella promulgazione di legislazione da parte di duchi, sovrani e imperatori attraverso la cosiddetta pace ducale o reale e attraverso la “pace in terra” (pax terrae, Landfriede)” (da Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale).

Assaggi n. 16: Il diritto occidentale è incomprensibile senza ciò che lo ha generato: la teologia cattolica. Le parole di un grande storico laico

“I filosofi del diritto hanno sempre discusso, e presumibilmente continueranno a farlo, se il diritto si fondi sulla ragione e sulla morale o se sia solo la volontà di chi detiene il potere politico. Non è necessario risolvere questa disputa per concludere che, in base ai fatti storici, i sistemi giuridici di tutte le nazioni che hanno ereditato la tradizione giuridica occidentale si fondano su certe idee e postulati: cioè, che i sistemi giuridici stessi presuppongono la validità di quelle idee. Oggi quelle idee e quei postulati – quali l’integrità strutturale del diritto, il suo divenire, le sue radici religiose e le sue qualità trascendenti – stanno rapidamente scomparendo, non solo dalla mente dei filosofi, dei legislatori, dei giudici, degli avvocati, dei professori di diritto e di altri membri della professione legale, ma anche dalla coscienza della grande maggioranza dei cittadini, della gente in generale; e più ancora, stanno scomparendo dal diritto stesso. Il diritto sta diventando più frammentato, più oggettivo, modellato più sull’opportunità che sulla moralità, preoccupato più delle conseguenze immediate e meno della coerenza o della continuità. Così, nel ventesimo secolo [il libro da cui citiamo è del 1983, ndr], il terreno storico della tradizione giuridica occidentale sta per essere spazzato via e la tradizione stessa rischia il collasso.
(…)
E’ impossibile comprendere il carattere rivoluzionario della tradizione giuridica occidentale senza esplorarne la dimensione religiosa (…). La scienza giuridica occidentale è una teologia laica, spesso priva di senso giacché i suoi presupposti ideologici non sono più ritenuti validi.
Un esempio bizzarro è in grado di fare luce sui paradossi di una tradizione giuridica che ha perso i contatti con le proprie fonti teologiche. Se un uomo, sano di mente, è accusato di omicidio e condannato a morte, ma poi, prima che venga eseguita la sentenza, diventa infermo di mente, la sua esecuzione verrà posticipata fino al recupero delle facoltà mentali. In generale, questo è quello che dice il diritto dei paesi occidentali ed anche di molti paesi non occidentali. Perché? La risposta storica, in Occidente, è la seguente: se un uomo fosse giustiziato in stato di infermità mentale, non avrebbe l’opportunità di confessare spontaneamente i suoi peccati e di ricevere il sacramento della Santa Comunione. Pertanto, gli si deve permettere di recuperare le facoltà mentali prima di morire, cosicché la sua anima non sia condannata alle fiamme eterne, ma abbia invece la possibilità di espiare i suoi peccati in Purgatorio e, da ultimo, nel giorno del Giudizio Universale, entrare nel Regno dei Cieli. (…)
Forse l’esempio non è, di per sè, di grande importanza, ma mostra che i sistemi giuridici di tutti i paesi occidentali, come di quelli non occidentali sotto l’influenza del diritto occidentale, sono il residuo laico di attitudini religiose e di assunti che storicamente trovarono espressione prima nella liturgia, nei riti e nella dottrina della Chiesa ed in seguito nelle istituzioni, nei concetti e nei valori del diritto. Se non si comprendono queste radici storiche, molte parti del diritto sembrano essere prive di una sottostante fonte di validità” (da Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale).

“Questo milione di uomini a cavallo hanno un ghigno che gli precede il naso”. Il genocidio vandeano (1793-1796) visto dal cantautore Massimo Morsello

Postiamo qui il testo della bellissima canzone “Vandea” di Massimo Morsello (dall’album “La direzione del vento”, 1998). Come espresso dal titolo, il tema è quello del massacro di uomini, donne e bambini cattolici perpetrato nell’omonima regione del nord-ovest della Francia tra il 1793 e il 1796 dal governo francese rivoluzionario in nome dei miti sanguinari della Rivoluzione francese. Le più di 100.000 persone innocenti massacrate su una popolazione di 800.000 fanno dello sterminio vandeano il primo genocidio scientificamente pianificato della storia, un anticipo significativo di ciò che l’apostasia dalla fede e dalla ragione iniziata con l’Illuminismo settecentesco avrebbe prodotto nel Novecento.

Per un approfondimento sui massacri vandeani si veda qui: http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/v_vandea.htm

Per un approfondimento su Massimo Morsello, cantautore dalla rara ispirazione cristiana morto nel 2001, si veda qui: http://www.massimomorsello.it

Vandea

Fiacca la faccia che improvvisa la fame
Questo sole questo sole di Francia
Questa notte ha cambiato colore
Non ci scioglie più il nodo alla pancia
Quando la sera lo vedi calare

Questa spada, non è spada è una lancia
Taglia la gola agli agnelli e ai bambini
Questo fuoco che brucia le chiese
Brucia il raccolto dei contadini

E mio figlio che è figlio di Francia
Rivolta la terra perche ci dia da mangiare
Conosce fatica, dolore e rinuncia
Conosce una croce a cui poterle affidare

Ma questo milione di uomini a cavallo
hanno le lame sopra al loro coltello
Hanno un diavolo per capello
e di capelli una marea

Cantano di questa Francia
che cambia hanno un sorriso
che gli approva la morte
Stringono tra le ginocchia un cavallo,
e il cavallo s’impenna e riparte

La Francia moriva contadini baroni ed i figli suoi
E mio figlio
che ancora cantava
Cantava il domani appartiene a noi

Queste mani queste mani di Francia
di pelle dura che non intende ragione
Gia si formano in grembo alla pancia
di ogni madre di questa regione

Mio figlio che è nato di notte
Sul pavimento di un casolare
Ha una schiena che piega soltanto
quando il grano è maturo
e che lo deve tagliare

Mio figlio che è anima cuore e cervello
Impasto di Francia e la voleva servire
Gli hanno reciso di netto la testa dal collo
all’alba di un giorno che non doveva venire

Ma questo milione di uomini a cavallo
hanno un ghigno che gli precede il naso
Portano al collo un ramo di capelli
per ogni donna che hanno ucciso

Altre donne
che corrono tra il ferro e il fuoco
tenendosi il vestito strappato
Restano solo cani
che abbaiano verso il fumo
dopo che il fuoco s’è placato

La Francia moriva
contadini baroni ed i figli suoi
Ed il figlio di mio figlio
che ancora cantava
Cantava il domani appartiene a noi

La noia di D’Azeglio.

“Re galantuomo”, “l’Italia è fatta, si tratta di fare gli italiani”, queste parole d’ordine, questi motti incisivi, perfetti dal punto di vista della propaganda, sono il frutto di un’intelligenza brillante e di una fantasia disinvolta: quelle del cavaliere Massimo D’Azeglio, uno dei principali protagonisti dell’epopea del nostro risorgimento nazionale.
Pittore, romanziere, genero di Manzoni, membro della migliore aristocrazia piemontese, amico di tutti i massimi governanti d’Europa, Massimo D’Azeglio è l’uomo che può riuscire dove altri hanno fallito. Così pensa la massoneria. Dopo i disastrosi tentativi insurrezionali di carbonari e mazziniani, si impone un cambiamento di strategia: bisogna puntare su un uomo moderato, ufficialmente conosciuto come cattolico, che dia alla strategia rivoluzionaria un’apparenza di riformismo e, sotto questo camuffamento, riesca dove tutti gli altri hanno fallito.
Narcisista come pochi, è lo stesso D’Azeglio a raccontare l’episodio del suo incontro romano col “settario” Filippo. Il compito che la massoneria affida a D’Azeglio non è semplice. Si tratta di convincere l’antico cospiratore Carlo Alberto a farsi promotore della lotta per la libertà e l’indipendenza della penisola e si tratta anche di convincere i vari ‘fratelli’ sparsi per l’Italia centro-settentrionale a fidarsi di lui. Il problema è serio perché già una volta (in occasione dei moti del 1821) Carlo Alberto in un primo momento aderisce alla cospirazione ma poi si tira indietro e tradisce.
D’Azeglio svolge brillantemente il compito affidatogli. La motivazione utilizzata per convincere i “fratelli” è davvero azzeccata: quando il ladro ruba per sé, si può star certi che faccia sul serio. Bisogna aver fiducia in Carlo Alberto, sostiene. Capeggiare la rivoluzione italiana è nel suo interesse perché alla fine dell’impresa avrà un regno immensamente più grande e prestigioso.
D’Azeglio inizia così quella che con brillante giro di parole battezza “congiura all’aria aperta”. La congiura, dopo tanto sangue sparso inutilmente, invece delle armi si serve della penna. L’arma prescelta, la penna della pubblicistica e della propaganda, è puntata contro l’Austria e contro lo stato pontificio accusati di essere la quintessenza dell’oppressione liberticida e del malgoverno.
E’ davvero tanto insopportabile la vita negli stati preunitari? A tener conto di come la descrive lo stesso D’Azeglio ne I miei ricordi non sembrerebbe. “Qual è l’opinione -scrive-, l’idea, il pensiero che non si possa dire o stampare oggi in Italia, e sul quale non si possa discutere e deliberare? Qual è l’assurdità o la buffonata, o la scioccheria che non si possa esporre al rispettabile pubblico in una sala o su un palco scenico di qualche teatrino (pur di pagar la pigione s’intende) col suo accompagnamento di campanello, presidente, vice presidente, oratori, seggioloni, candelieri di plaquè, lumi, ec. ec.? Basta andar d’accordo col codice civile e criminale; del resto potete a piacimento radunarvi, metter fuori teorie politiche, teologiche, sociali, artistiche, letterarie, chi vi dice niente?”.
Il torinese D’Azeglio, per di più, non sopporta la tetraggine bacchettona della Torino sabauda: “ed io, un odiatore di professione dello straniero, lo dico colla confusione più profonda, se volevo tirar il fiato, bisognava tornassi a Milano”. E allora perché? Perché D’Azeglio si impegna con tanta tenacia nella “congiura” all’aria aperta? Perché tanta fatica spesa per organizzare una campagna di disinformazione e di odio contro il papa e contro l’imperatore austriaco? Per vincere la depressione. Questa la candida ammissione del cavalier D’Azeglio: “per aver modo di passar la malinconia -scrive ne I miei ricordi-, e finalmente il mio gusto per la vita d’avventure e d’azione”.
Alle motivazioni ufficiali che nel 1861 rendono possibile la nascita del Regno d’Italia -oltre all’unità alla libertà e all’indipendenza per intenderci-, ce n’è un’altra da non sottovalutare: la noia.

Bilancio del culto dell’ateismo nel Novecento.

L’enciclica del papa sulla speranza e sulle malvagità dell’ateismo, è destinata sicuramente a fare rumore. Eppure, senza bisogno di un papa, la avrebbe potuta scrivere, solo in alcune sue parti, qualsiasi storico onesto e scrupoloso. Perché il concetto di fondo, e cioè la nascita delle più grandi tragedie della storia dall’ateismo è un dato di fatto difficilmente smentibile.

L’ateismo di cui parla il papa, non è certo l’ateismo “tragico”, come lo avrebbe definito Del Noce, proprio ad esempio di tanti uomini dell’Ottocento, da Baudelaire a Verlaine, passando per Huysmans, Oscar Wilde, Giovanni Pascoli, Eugenio Montale, Ungaretti ecc… Questo “ateismo”, ancora esistente, come è ovvio, è in realtà la ricerca di un senso, la volontà di “capire” e di penetrare nelle profondità della vita, senza riuscirci, o forse, meglio, senza riuscirci interamente. Nasceva da domande fondamentali, impossibili da evadere, che potevano magari rimanere senza risposta, ma che non cessavano comunque di “torturare” il cuore, come dimostrano le crisi religiose di tutti questi personaggi, alcuni dei quali approdati poi ad una Fede forte e convinta. Questi grandi autori che ho citato rappresentano la crisi delle certezze religiose di un tempo, ma non la sostituzione di esse con una ideologia, atea nell’apparenza, perché negatrice di Dio, ma religiosa nei modi e nelle manifestazioni.
L’ateismo di cui parla il papa e di cui lo storico dovrebbe analizzare i risultati, come ha fatto ad esempio recentemente Michael Burleigh nel suo “In nome di Dio” (Rizzoli), è l’ateismo assoluto che nega Dio e che cerca di organizzare il mondo senza di lui, costruendo, come possibile, già qui il paradiso sulla terra. E’ l’ateismo, per intenderci, del comunismo e del nazismo e di tutte le ideologie atee nate a partire dal Settecento, cioè dalla crisi della fede. L’ateismo, insomma, che assume connotati tali da diventare una vera e propria religione civile, secolare, con i suoi dogmi e la sua ortodossia, una religione di salvezza, terrena e non soprannaturale.
Da questo sistema di pensiero nascono i più grandi dittatori della storia: Lenin, Stalin, Hitler, Mussolini, le cui radici sono tutte nell’ateismo socialista da lui rivendicato per moltissimi anni, Pol Pot, Mao, Ceausescu, Hoha, Tito, Milosevic….
E’ innegabile: il Novecento, anzitutto, è il secolo dell’ateismo assoluto, ed è, non a caso, il secolo degli stermini di massa, delle guerre mondiali, e delle più grandi catastrofi umane della storia. L’ateismo così come si viene a configurare tra Ottocento e Novecento è, a ben vedere, una forma di religiosità immanente, che ha generato uno ad uno tutti gli ingredienti delle dittature totalitarie: il razzismo biologico (religione della razza), il nazionalismo (religione della patria), il social-darwinsmo, l’eugenetica, ed il social-comunismo. Prendete questi ingredienti – accomunati tutti dalla negazione più o meno esplicita di un Dio trascendente, dell’uomo come sua creatura, dotata di un’ anima immortale, e del peccato originale come limite dell’uomo-, mescolateli e avrete le ideologie di morte del secolo appena concluso.

Tutte incredibilmente simili. Cambiano solamente i dosaggi: un po’ meno socialismo e un po’ più razzismo ed eugenetica nel nazionalsocialismo, analoghe dosi di nazionalismo e un po’ meno eugenetica, nel comunismo, ovunque la politica e lo Stato al di sopra di tutto, al posto di Dio. Sempre, a fondamento, un’ idea, la negazione della Caduta originaria e la mondanizzazione della Redenzione: l’uomo può fare senza Dio, per costruire un mondo razzialmente puro, economicamente giusto, eugeneticamente sano, socialmente equilibrato….un mondo perfetto, divino, utopico, paradisiaco… Si vede bene, insomma, che di una fede si tratta: una fede tanto più intransigente e totalitaria quanto più concentrata sul qui ed ora, e cioè esigente nell’immediato. Non c’è spazio per il perdono, dinanzi all’ingiustizia; nè per la rassegnazione e la sopportazione, in quanto questi valori religiosi sottintendono una giustizia superiore, divina: il regno della giustizia è di questo mondo, e il potere si assume il compito di realizzarla, interamente. Così la gramigna non verrà separata dal buon grano, come nella parabola evangelica, alla fine dei tempi, come in ogni concezione di una giustizia trascendente, ma subito, appena possibile, dal dittatore di turno. L’uomo, per fare un altro riferimento ad un dogma religioso, non solo cattolico, non è macchiato dal peccato originale, che giustifica l’esistenza dell’imperfezione, dell’ingiustizia, e quindi anche della necessità della misericordia, sulla terra, ma è chiamato alla perfezione assoluta nell’aldiquà, e può raggiungerla, a patto che l’ideologia incaricata di farlo venga realizzata politicamente, economicamente, socialmente, a qualsiasi costo. Se il paradiso è a portata di mano, infatti, non là, ma qua, sarebbe delittuoso non realizzarlo. Se il compimento del desiderio dell’uomo di Bene e di Giustizia è attuabile solo e soltanto, in toto, in questa vita, è da pazzi non perseguirlo con ogni mezzo. L’uomo, le masse ideologizzate e secolarizzate del Novecento chiedono dunque alla politica, al partito, allo Stato, al dittatore, ciò che chiedevano, un tempo, a Dio, anzi di più: tutto, ma subito.

La creazione del mondo perfetto, dell’ “uomo nuovo”, per le ideologie, dunque, urge, incalza, preme: necessita al più presto l’eliminazione, tramite ghigliottine, gulag, lager e polizie segrete, ovre, gestapo, ceka e kgb, di coloro che ostano, che impediscono, che non comprendono, che complottano, che conducono la “controrivoluzione”, che, secondo l’articolo 58 del codice penale sovietico, riedizione della “legge dei sospetti” di Danton, sono solo sospettati di farlo…: in una parola di quanti meritano l’inferno, anch’esso, come il paradiso, trasferito paradossalmente nell’aldiquà. E’ per questo, per fare un esempio, che la guerra, o la violenza, che è lo stesso, sempre considerata un male, per quanto talora inevitabile (guerra di difesa), diviene un bene in se stessa: il vento che spazza lo stagno, di Hegel, la guerra che porrà fine alle guerre, per alcuni interventisti italiani della I guerra, “la sola igiene del mondo” per i futuristi, una esigenza di natura, per i socialdarwinisti, uno splendido cozzare di popoli, per i nazionalisti, la fine del passato oscuro e l’inizio di una nuova era, per tutti i rivoluzionari, da Mussolini a Mao…

Sempre per lo stesso motivo, ogni ideologia si afferma come un “mondo nuovo”, un “ordine nuovo”, un’era diversa, che data la sua origine non dall’evento salvifico della nascita di Cristo, ma, come avviene dalla Rivoluzione francese in poi, passando per il fascismo e il nazismo, dall’ascesa al potere, essa sì salvifica, dell’ideologia ateistica di turno. Al culmine del delirio, sotto l’ateissimo regime comunista di Pol Pot, causa di due milioni di morti su sette milioni di abitanti, in poco più di tre anni (1975-1979), si arriverà a ordinare per legge non solo il rogo dei libri del passato, ma financo delle fotografie de privati, affinché fosse cancellato anche il ricordo fotografico di come era il mondo prima dell’avvento del regime comunista dell’Angkar. In questo senso, evidentemente, la religiosità ateistica, profondamente secolare, temporale, non ha nulla a che vedere con quella autentica, che non è essenzialmente azione ma contemplazione; non manipolazione ma rispetto; non insofferenza e distruzione dei limiti ma loro riconoscimento ed accettazione; non trasformazione della società, tramite una alchimistica tecnica politica, ma tramite
la conversione dei cuori; non tensione alla eliminazione del male e del peccato, in generale, ma soluzione di un particolare male storico, o individuale…

Ma come la religiosità trascendente è totale, nel senso che orienta tutto l’uomo, la sua anima, le sue azioni, a Dio, rimettendo ogni cosa terrena al suo posto, dalla ricchezza, al potere, al dolore, dando ad ognuna il suo peso, assolutamente relativo, così la religiosità immanente è tentativamente totalitaria: avendo negato a priori l’essenza dell’uomo, l’anima, e Dio, identifica tutto l’esistente in ciò che è materiale e terreno e quindi coerentemente ritiene come soluzione di tutto la sola politica, che tutto controlla: la politica totalitaria dei regimi totalitari. Ha scritto giustamente Eric Voegelin: “Tutti i movimenti gnostici (tra cui anche comunismo e nazismo, ndr) mirano a recidere i legami dell’essere con la sua origine, cioè con l’essere divino e trascendente, per proporre un ordine dell’essere immanente al mondo, la cui perfezione sarebbe a portata dell’azione umana. Si tratta di modificare la struttura del mondo (avvertita come inadeguata) in maniera così radicale che da quella modifica emerga un mondo nuovo, di piena soddisfazione…Il mondo tuttavia resta quale a noi è dato e non rientra nelle facoltà umane la possibilità di cambiarne la struttura…” (Il mito del mondo nuovo). Similmente Augusto del Noce affermava: ” Per varie che possano essere le forme rivoluzionarie….il loro lato comune è la correlazione tra l’elevazione della politica a religione e la negazione del soprannaturale….alla liberazione religiosa si sostituisce la liberazione politica…il problema del male viene trasposto dal piano psicologico e teologico a quello politico e sociologico: i dogmi della Caduta e della Redenzione vengono trasferiti sul piano dell’esperienza storica” (Il problema dell’ateismo).

Ma analizziamo brevemente il nazismo, che delle ideologie totalitarie può essere considerato, insieme al comunismo, il vertice e il compimento. Scomponiamo brevemente i fattori che lo hanno contraddistinto. Anzitutto il nazionalismo, responsabile anche dello scoppio della I guerra mondiale, che con i suoi dieci milioni di morti, venti milioni di feriti, mutilati e nevrotici, e sette milioni di prigionieri e dispersi, rappresenta la più grande tragedia della storia sino a quel momento, senza alcuna possibilità di confronto.

Ebbene il nazionalismo è un figlio della Rivoluzione Francese, antitetico alla concezione cattolica, e cioè universale, che aveva caratterizzato l’Europa dell’Antico Regime. Nel Sacro Romano Impero, infatti, popoli diversi convivevano insieme, con lingue, storie e costumi differenti, in nome della comunità di ideali religiosi: cattolico significa appunto universale, e cioè aperto ad ogni popolo e ad ogni razza…. E’ a tutti noto che la I Guerra mondiale nacque dalle frizioni tra i nazionalismi tedesco, inglese, serbo, russo, inglese… Mi limiterò, per brevità, a qualche cenno al nazionalismo italiano, che fu interpretato da personaggi assolutamente nemici della Chiesa, e di ogni religiosità, come Francesco Crispi, alla fine dell’Ottocento, e Benito Mussolini, anticlericale anarchico e socialista, ai primi del Novecento, e poi duce del fascismo, di quella concezione dello Stato, cioè, per la quale “tutto è nello Stato e nulla di umano e di spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato” (evidente parodia laica del “Credo”). Gli interventisti, contro cui Benedetto XV si battè in ogni modo, prima con la diplomazia e poi denunciando “l’inutile strage”, furono tutti uomini delle elites, avversi alla visione cattolica dominante nel paese: il già citato Mussolini, Gabriele D’Annunzio, il socialista nazionalisteggiante Cesare Battisti, i nazionalisti Giovanni Papini ed Enrico Corradini, i futuristi di Marinetti, che predicavano lo “svaticanamento” d’Italia… Molti di questi, esattamente come nel resto d’Europa, utilizzarono il socialdarwinismo materialista per sacralizzare la selezione naturale e la lotta per la vita come legge della storia. Scrive H. Schulze, nel suo “Aquile e leoni. Stato e nazione in Europa”: “Alla base di tale concezione c’era la legge della natura, secondo la quale la lotta era di tutti contro tutti, la pace una illusione dei deboli, nel migliore dei casi un momento di respiro nel conflitto perenne per l’esistenza; a sopravvivere sono destinati solo gli esseri moralmente e fisicamente superiori. Per tutti i raggruppamenti politici e sociali valeva l’assioma che l’umanità non aveva come scopo la pace; ciò era vero per il concetto marxista (cioè ateo, ndr) della lotta di classe, come per l’idea nazional-popolare di un eterno antagonismo tra popoli e per la nuova ideologia emergente del conflitto tra le razze…politica vuol dire guerra, e la guerra è necessaria per bruciare i mali dell’epoca….non si tratta di una visione estremistica, ma è quanto si ricava dalla lettura di giornali e periodici, sia seri che a larga diffusone, pubblicati nell’arco di tempo tra il 1880 e il 1914 e che offrono al moderno osservatore una fonte inesauribile di dati relativi alla struttura fondamentalmente darwinistico-sociale del nazionalismo popolare del tempo nell’area anglosassone, in Francia, in Germania o in Italia. Quando, durante la guerra contro i Boeri il maresciallo britannico Roberts dichiarava che la lotta spietata tra le nazioni non era altro che una necessità biologica…ciò non era che un’eco di quanto scrivevano numerosi altri autori del tempo”, spesso biologi darwinisti prestati alla politica, come ha ben raccontato il celebre paleontologo evoluzionista S.J.Gould nel suo “I pilastri del tempo”.

Per tornare in Italia, Giovanni Papini, prima che la vita lo portasse a convertirsi e a rinnegare il suo passato, sulla rivista nazionalista Lacerba nel 1914 scriveva: “Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima delle anime per la ripulitura della terra….Siamo troppi. La guerra è una operazione maltusiana. C’è un troppo di qua e un troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla tavola…”. E Enrico Corradini, interpretando la stessa concezione ateistica e socialdarwinista, su Il Regno del 28 febbraio 1904, allo scoppio del conflitto russo giapponese, descriveva la guerra come “un grandioso e terribile fenomeno della natura, un cozzo di forze avverse primordiali ed eterne, irrefrenabili. E tali sono appunto le forze che conducono alle guerre le nazioni e le razze. Perciò dinanzi ad esse l’uomo civile è abolito e ritorna l’uomo sincero allo stato di natura”. I frutti del nazionalismo, già condannato da diversi papi, inutilmente, nelle loro encicliche, avrebbe dunque portato dapprima alla guerra e poi, nel dopoguerra, al fascismo, al nazismo e al “socialismo nazionalista” di Stalin, secondo la celebre definizione di Troskij.

L’altra componente del nazional-socialismo fu il razzismo. Non è qui il luogo per ripercorrere una ideologia che è comunque basata, essenzialmente, sul materialismo biologico: “sangue e suolo” era lo slogan dei nazisti, proprio a significare una prevalenza degli elementi naturali, materiali, fisici, sull’anima immortale (che veniva esplicitamente negata). Effettivamente il razzismo non era mai esistito nella storia dell’Europa cattolica, prima delle rivoluzioni culturali. Come ha ben raccontato Leo Poliakov nel suo “Il mito ariano” (Editori Riuniti), vi è una stretta correlazione tra il pensiero materialista e la genesi del razzismo; correlazione fondamentale tra negazione della co
mune figliolanza degli uomini, tutti creati da Dio, e l’idea che gli uomini siano invece originati da ceppi diversi, più o meno “nobili”, più o meno evoluti. Mentre lo scienziato cattolico Pasteur, alla fine dell’Ottocento, rivendicava l’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio, loro creatore, le ideologie atee sostenevano che la storia di Adamo ed Eva, con le sue implicazioni logiche, e cioè la fratellanza universale in senso cattolico, era una evidente falsità, perché in realtà la scienza dimostrerebbe l’ineguaglianza delle razze in base alla misurazione dei crani, degli arti, e al tentativo di ridurre l’uomo alla sua fisicità. Basti pensare a Voltaire, il famoso “apostolo della tolleranza”. Secondo costui l’idea cattolica secondo cui l’umanità deriva tutta da Adamo ed Eva, per cui siamo tutti “fratelli”, è una emerita sciocchezza assolutamente antiscientifica.

Al monogenismo biblico, che esclude di per sé qualsiasi razzismo, sostituì il poligenismo, cioè l’idea “secondo cui i diversi gruppi umani discendevano da numerosi e differenti antenati” (Francesco Maria Feltri). Il razzismo si nutrirà, anche dopo queste prime teorizzazioni, di una visione assolutamente atea, teoricamente o praticamente, della vita, una visione in cui non vi è alcuno spazio per un Dio creatore di tutti i popoli, ma solo per l’esistenza di popoli “superiori” e di popoli “inferiori”, di sangue, di luoghi, di colore della pelle, di predisposizioni naturali e genetiche e di ambienti operanti sull’uomo al di sopra della sua libertà…

Lo storico Gianni Gentile, parlando dell’imperialismo, afferma: “La cultura scientifica di stampo positivistico (cioè ateo, ndr) nella seconda metà dell’Ottocento aveva elaborato una teoria delle razze, secondo la quale a ogni razza venivano attribuite diverse basi biologiche che determinavano i vari comportamenti, anche dal punto di vista morale e dei costumi. Questa impostazione pseudoscientifica consentiva di stabilire una gerarchia che poneva la razza bianca al di sopra delle altre razze”.

Strettamente connessa al razzismo, troviamo l’eugenetica, che altro non è che l’antico sogno, utopico, e cioè ateistico, di creare una umanità perfetta, assolutamente sana, senza macchia, che evidentemente non ha bisogno di un Dio Salvatore e di una Redenzione. L’eugenetica è presente già nella Repubblica ideale, sostanzialmente comunista, di Platone, nella Città del sole di Campanella, anch’essa organizzata secondo criteri comunisti; nel sogno di alcuni maghi del Cinquecento, che credevano di poter applicare la selezione adottata per i cavalli, anche all’uomo. Soprattutto, l’eugenetica moderna, riporta ancora al nome del sedicente scienziato, ateo, Francis Galton, che nel 1883 coniò la parola “eugenics”, spiegando al mondo che tramite matrimoni selettivi e sterilizzazioni forzate si sarebbe creato l'”uomo nuovo”, sano e felice..

Non tanti anni più tardi Hitler, nel Mein Kampf, “dopo aver spiegato che lo Stato, la nazione, dovrà impedire ai malati o ai difettosi” di procreare, aggiungeva: “Basterebbe per seicento anni non permettere di procreare ai malati di corpo e di spirito per salvare l’umanità da una immane sfortuna e portarla ad una condizione di sanità oggi pressoché incredibile” . Del resto Rudolf Hess era solito definire il nazismo una “biologia applicata” , mentre lo studioso Lifton ha definito il nazismo come una “biocrazia”: ” Il progetto nazista si ispirava ad una visione di controllo assoluto del processo evolutivo sul futuro umano biologico. Facendo ampio uso del termine darwiniano ‘selezione’ i nazisti cercarono di arrogarsi le funzioni della natura (selezione naturale) e di Dio nell’orchestrare le proprie selezioni, la loro versione della evoluzione umana”.

Infine, in questa breve analisi, non si possono trascurare le radici anche socialiste, sia del fascismo, sia del nazional-socialismo, sia, evidentemente del comunismo. Il marxismo ateo, che influenzò tutti i tre i totalitarismi, con gradazioni diverse (ma non è questo il luogo per analizzare questo punto), rappresenta anch’esso, come ha giustamente scritto Lowith, una “forma secolarizzata del pensiero biblico”: “la lotta finale dei due campi ostili della borghesia e del proletariato corrisponde alla fede cristiana in una lotta finale tra Cristo e l’Anticristo nell’ultima epoca della storia, il compito del proletariato corrisponde alla missione storica del popolo eletto, la funzione redentrice universale della classe più degradata è concepita sul modello religioso della Croce e della Resurrezione, la trasformazione ultima del regno della necessità nel regno della libertà corrisponde alla trasformazione della città terrena nella città di Dio….”. Cosa abbia partorito la religione atea del marxismo, lo sappiamo tutti: dalla Russia, alla Cina, alla Cambogia, al Vietnam, ai paesi dell’America latina, si parla, almeno , di cento milioni di morti, secondo cifre, quelle del “Libro nero del comunismo” assolutamente prudenziali. Robert Conquest, nel suo “Il grande terrore”, accenna a 20 milioni di vittime solo durante il periodo staliniano, guerra esclusa. Gino Rocca, nel suo “Stalin”, parla di 5 milioni di morti solo nelle grandi purghe staliniane tra il 1937 e il 1938; A. Solzenitsyn, premio Nobel per la letteratura , parla di 66 milioni di morti in Russia tra il 1917 e il 1959, nel suo “Arcipelago gulag”…. Per nessuna epoca della storia, prima dell’affermarsi dell’ateismo assoluto, si possono solo lontanamente pensare le stragi e le malvagità create da nazismo e comunismo, e dalle loro appendici ideologiche (razzismo, eugenetica, socialdarwinismo). E’ una evidenza storica che nessuno può negare.

La massoneria è sveglia.

Di seguito l’articolo di Alberto Statera su LaRepubblica del 27 novembre, intitolato Massoneria. I fratelli litigiosi costretti alla tregua.
Covent Garden, al 60 di Great Queen Street, dove sorge Freemasons?Hall, palazzo Art decò edificato negli Anni Trenta su progetto degli architetti H. V. Ashley e Winton Newman, si riunisce nei giorni scorsi la Gran Loggia Unita d?Inghilterra, la madre di tutte le massonerie mondiali che colà ha la sua sede, con i Gran Maestri più importanti d?Europa. Tra i simboli iniziatici disseminati nel palazzo, che viene utilizzato anche come set di film ed è stato calcato di recente da Sharon Stone in “Basic Insinct 2”, incedono davanti a Spencer Northampton, “Gran Maestro dei Gran Maestri”, lo spagnolo, il francese, il belga, il tedesco. E gli italiani, che sono due, di diverse “obbedienze”: il Gran Maestro del Grande Oriente d?Italia Gustavo Raffi, avvocato sessantatreenne di Ravenna, e il Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d?Italia Fabio Venzi, sociologo romano quarantunenne. Northampton ha convocato i fratelli d?Europa per studiare le strategie da attuare allo scopo di unire le forze di tutte le massonerie in un grande afflato ideale – e non solo – in questo mondo percorso da germi dilaganti di odio e di follia nel quale la massoneria deve recuperare il suo ruolo etico. Gli italiani a Freemasons? sono la pietra dello scandalo, dilaniati come sono dalle lotte intestine e dalla conflittualità tra le massonerie regolari, inquinati da quelle irregolari, dall?indebolimento del “fondamento iniziatico”, da una crescente “profanizzazione”, tra mafie, politica, affari e inchieste giudiziarie, ultima delle quali quella della Procura di Catanzaro, appena sottratta al pm Luigi De Magistris, sul comitato d?affari trasversale con base in una loggia coperta di San Marino, dedito alla grassazione di fondi europei e all?irregolare assegnazione di appalti pubblici. Per capire che cosa veramente sta succedendo nel potere massonico italiano, che litiga persino al cospetto del Gran Maestro dei Gran Maestri londinese, come è capitato a Freemasons?Hall, e che tanta parte si dice abbia nei periclitanti assetti del capitalismo e della politica italiana, bisogna attrezzarsi per fare un viaggio lungo la bellezza di 750 pagine nella straordinaria inchiesta (“Fratelli d?Italia”, in libreria questa settimana per Rizzoli) che il giornalista Ferruccio Pinotti ha compiuto tra templi e procure, scandali e eroi del passato, tarocchi e finanzieri, compassi e furbetti del grembiulino. L?immenso tempio massonico è immerso nella penombra, al fondo della sala incombe un enorme monolite bianco sovrastato da un triangolo contenente un occhio. E? di qui che parte il viaggio esoterico di Pinotti dinanzi ai maestri massoni che entrano con movenze lente, indossando abiti da cerimonia sui quali spiccano i paramenti dei liberi muratori, alla vita il grembiulino, al collo una fascia di raso che termina con un medaglione; altri, di grado più elevato, indossano lunghi mantelli, cinture e spade. Sono professionisti, medici, intellettuali, banchieri, militari, artisti che si stringono per mano, si abbracciano, in nome della fratellanza. I politici latitano, niente fotografie in grembiulino. Siamo a Rimini per la Gran Loggia del 2007 che riunisce per tre giorni gli adepti del Grande Oriente d?Italia, la principale Comunione massonica italiana. Il Gran Maestro Gustavo Raffi apre la sua allocuzione con queste parole: “Siamo una delle più importanti agenzie produttrici di etica che abbia creato dal suo seno la storia dell?Occidente”. Non sono parole sue, ma del professor Paolo Prodi, storico, fratello del presidente del Consiglio. Esulta Raffi perché gli adepti hanno superato il massimo storico dell?era repubblicana: 18.117 fratelli, rispetto ai 12.630 di dieci anni fa, nonostante la dolorosa scissione che ha dato vita alla Gran Loggia Regolare d?Italia, l?unica riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d?Inghilterra e che adesso Northampton ordina di riportare dentro il Grande Oriente d?Italia. Si distinguono per tasso massonico, nell?ordine, Toscana, Calabria, Piemonte, Sicilia, Lazio e Lombardia, che, da sole, contengono più del 50 per cento dei fratelli del Grande Oriente. Un tasso massonico con incrementi senza precedenti. Un?autentica corsa alla Loggia, rivela il Gran Maestro: ogni anno riceviamo 1.600 domande, età media 42 anni, ma non possiamo accoglierne più di un migliaio, almeno finchè non ci sono passaggi all? “Oriente Eterno”, che in linguaggio profano tradurremmo come passaggi al cimitero. Sì, dopo la P2, ” la massoneria è in fase di ripresa”, conferma Francesco Cossiga, di antica famiglia massonica, il quale intervistato da Pinotti, sostiene che in epoca piduista, “nelle votazioni per l?elezione del presidente della Repubblica arrivò ai massoni, deputati e senatori, una circolare di Licio Gelli perché votassero Sandro Pertini. Ma di questo – aggiunge – in Italia non si può parlare”. Lui, invece, del suo predecessore al Quirinale ormai defunto è abilitato a dire ciò che vuole. Se gode di ottima salute il Grande Oriente, sembra non vada peggio alla Gran Loggia Nazionale, detta più comunemente Loggia di Piazza del Gesù-Palazzo Vitelleschi, di cui hanno fatto parte Totò, Gino Cervi e Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese. Il Gran Maestro Luigi Danesin, consulente del lavoro e co-fondatore della Banca Popolare di Venezia, esibisce 8.800 aderenti, di cui il 27 per cento donne, unica obbedienza tra le grandi famiglie massoniche italiane che ammette la presenza femminile, trascurando la tradizione britannica, che concepisce invece la massoneria come un club esclusivamente maschile. Certo – spiega Alessandro Meluzzi, ex deputato di Forza Italia, massone che sta per diventare diacono della comunità di Pierino Gelmini…. – la Loggia implica un?iniziazione solare, mentre le donne rappresentano la metà lunare del cielo, le stelle d?Oriente, non d?Occidente. Non arriva a dire come Giuseppe Miraglia, libero muratore di Schiavonea, frazione di Corigliano Calabro che “le donne bisogna andarci a letto insieme e farle stare a casa”. Che bisogna “andare in Africa a sterilizzare queste africane, perché fanno figli come conigli. Sul Gran Maestro femminista Danesin, Licio Gelli, anche lui intervistato da Ferruccio Pinotti, cui consegna la presunta “notizia” di un?antica giovanile iscrizione di Carlo Azeglio Ciampi alla Loggia Hermes di Livorno, pur non condividendo i “grembiulini rosa” che non è opportuno siano presenti quando si prendono “decisioni delicate”, cala la sua ala protettiva: “Questi che le mostro sono i moduli delle domande per chi vuole entrare, li consegno io stesso al Gran Maestro Danesin”, garantisce. La terza comunione più diffusa è la Gran Loggia Regolare d?Italia, nata da una scissione guidata dall?ex Gran Maestro del Grande Oriente Giuliano Di Bernardo quando gli dichiararono guerra all?interno perché accettò di collaborare all?inchiesta del procuratore di Palmi Agostino Cordova su massoneria e malavita organizzata. Unica riconosciuta dalla massoneria inglese, la Gran Loggia Regolare, 3.000 iscritti, è guidata oggi da Fabio Venzi, che a Freemasons?Hall pare non abbia gradito affatto l?invito di Spencer Northampton a ricongiungersi con i fratelli del Grande Oriente, accapigliandosi pubblicamente con Gustavo Raffi. Giuliano Di Bernardo, nel frattempo, si è messo a capo degli Illuminati d?Italia, un consesso che si richiama agli Illuminati di Baviera fondato nel Settecento, ma anche all?Ordine americano cui apparterrebbe pure Bill Clinton. Tra i cofondatori del consesso italico troviamo Carlo Freccero, ex Fininvest e poi direttore Rai, Rubens Esposito, responsabile degli Affari legali sempre della Rai, Sergio Bindi, consigliere della Rai e antico collaboratore del segretario democristiano Flaminio Piccoli, Severino Antinori, specialista della fecondazione assistita, il filosofo Vittorio Mathieu, il generale Bartolomeo Lombardo, ex direttore del Sismi, e il giovane lobbista Piergiorgio Bassi. La Rai sembra un luogo di coltura della massoneria, se &eg
rave; vero, come testimonia il professor Aldo Mola, che al Grande Oriente giunse a un certo punto in dote una Loggia coperta, retta dal Venerabile Giorgio Ciarocca, alto funzionario del Servizio pubblico, di cui facevano parte Cesare Merzagora, Eugenio Cefis, Giuseppe Arcaini, il genero di Fanfani Stelio Valentini, il comunista Gianni Cervetti, nonché Guido Carli, Enrico Cuccia, Raffaele Ursini, Michele Sindona, il cardinale Franziskus Konig, e l?antico direttore generale della Rai Ettore Bernabei, notoriamente soprannumerario dell?Opus Dei. Massoni, ex massoni e uomini dell?Opus Dei, il diavolo e l?acquasanta, il laicismo massonico e l?eccellenza cattolica negli affari. Un occhio particolare all?economia, negli Illuminati di Di Bernardo si entra oggi con il grado di quadrato, si diventa cerchi e infine triangoli, lo strumento utilizzato dal demiurgo di Platone per creare il mondo. Chi c?è ancora tra i vostri? – chiede Pinotti al Sovrano Grande Illuminato. Lui, dopo un po? di resistenza, lascia capire che vicino agli Illuminati c?è il banchiere Vincenzo De Bustis, oggi Deutsche Bank, l?uomo, considerato amico di Massimo D?Alema, che portò al Monte dei Paschi di Siena per un prezzo considerato allora esorbitante la Banca del Salento. E accetta persino di rispondere a questa domanda: “Qual è il profilo ideale di un illuminato nel mondo della finanza? ” Il Sovrano non esita troppo e risponde: “Giovanni Bazoli, il presidente di IntesaSanpaolo”. Come se il capo degli illuminati gestisse una specie di stanza di compensazione paramassonica nella vecchia e stantia diatriba tra finanza laica e cattolica, che tuttavia la velocizzazione del grande business finanziario sembra relegare ragionevolmente nel passato, rispetto ai tempi dei grandi massoni dell?economia Alberto Beneduce e Vittorio Valletta. Mussari, Passera, Bazoli, Profumo: chi può credere veramente che questi signori, professionisti di vaglia che si confrontano ormai con un mercato globale, misurino le loro mosse di business sui binari dell?ortodossia di massonerie laiche o cattoliche? Pur con le massonerie regolari e irregolari oggi aggressive e arrembanti nel vuoto della politica. “Ai tempi di Cordova c?erano le Logge segrete, oggi tornano le Logge coperte dedite agli affari – sostiene il Grande Illuminato Di Bernardo – . Ma mentre prima nelle Logge segrete c?erano prevalentemente uomini d?affari, lobbisti privati, oggi sembrano farne parte anche rappresentanti delle istituzioni o figure a loro vicine”. Il caso Telekom Serbia, l?affaire Telecom, le inchieste delle Procure di Potenza e di Roma, la maxi-inchiesta della Procura di Catanzaro su massoneria e comitati d?affari, spunta sempre una sorta di “dominio occulto delle forze economiche e finanziarie”, come le chiama il Gran Maestro Raffi. Ma massoniche o cattoliche? O piuttosto cattolico-massoniche? “Nella vulgata di una certa finanza cattolica – divisa Raffi – chi non è dei loro, nel 99 per cento dei casi è massone. Si parla tanto di massoneria, ma sono altre le forze che stanno occupando la società italiana. Io, per esempio, andrei magari a vedere com?è organizzato in Lombardia lo strapotere di Comunione e Liberazione”. Per stare al mondo non della pura etica, ma degli affari, che sempre più spesso si confonde apparentemente con quello dell?anima, vale la pena di segnalare il terrore di Stefano Ricucci, furbetto del quartierino, quando i magistrati gli chiesero qualcosa sui furbetti del grembiulino: “Ahò, dotto? – rispose al pm – ma lei vuole che a me mi uccidono stasera qui dentro. Lei forse non si rende conto di chi sta a toccare”. Toccava la Banca Finnat di Giampiero Nattino, una delle più potenti figure della finanza vaticana, consultore della Prefettura degli affari economici della Santa Sede. E Ricucci sbottava: “Da quando ero piccolo così, lo sa tutta Italia che la massoneria… De Bustis, Caltagirone, Nattino sono tutti. la massoneria”. La massoneria poi cos?è? – sembra chiedersi Pinotti al termine dell?interminabile viaggio di 750 pagine. Una cosa che ha il cuore a sinistra e la testa a destra? Boh. Di certo “non è vero che tutti i massoni sono delinquenti, ma non ho mai conosciuto un delinquente che non fosse anche un massone”, come disse il massone Felice Cavallotti prima di essere ucciso in duello da un suo fratello massone. IL LIBRO… “Fratelli d’Italia”, libro-inchiesta di Feroccio Pinotti è in uscita domani per le edizioni Futuropassato della Bur (pp. 760, 14 euro). Racconta l’Italia silenziosa e clandestina della massoneria, determinante nella vita del nostro Paese, specialmente nel suo livello economico-finanziario. Fatti e nomi di chi è gravitato o gravita nell’orbita della massoneria, condotta attraverso interviste, documenti, atti giudiziari, testimonianze inedite.Home page © Copyright 2003 – 2007 Tutti i diritti riservati. powered by dBlog CMS ® Open Source

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.