Come nacque l’anatomia (nel Medioevo, in italia)

La storia della nascita dell’anatomia ci interessa qui per due motivi: da una parte è la dimostrazione di come accanto alla Caritas, incidesse, nella cultura italiana del Medioevo, la concezione di Dio come Logos; in secondo luogo è esemplare e paradigmatica nella storia della scienza moderna.  

I primi esperimenti di anatomia nascono in Grecia: laddove si è colto, filosoficamente, l’ordine, il cosmo esistente nell’universo, armonia, razionalità e bellezza del corpo umano spingono alcune grandi personalità, tra cui quella di Galeno, a sezionare scimmie e maiali per motivi scientifici. In principio ci sono lo stupore e l’atto di fede dell’uomo greco: la realtà si presenta comprensibile all’uomo, logica, non caotica e oscura.

Ma nonostante i contributi del pensiero greco, l’anatomia moderna nascerà molto più avanti, nell’Europa cristiana, o, ancora meglio, nel cuore della Cristianità: l’Italia. È qui che sorgono le prime università, e la dissezione dei cadaveri avviene già nel XIII secolo, prima per “l’esame autoptico del corpo di chi era morto in circostanze dubbie” e poi a scopo didattico, per conoscere meglio gli organi e l’architettura del corpo umano.

 

 

 

La prima sede di questa innovazione è Bologna, città pontificia in cui sorge una delle tante università collegate piuttosto strettamente alla Chiesa. Il trattato più importante di anatomia medievale, dopo il testo di chirurgia del chierico Guglielmo da Saliceto (1270), nato probabilmente anche dall’osservazione diretta di corpi dissezionati, è l’Anathomia Mundini del 1316, di Mondino dei Liuzzi (nella foto). In essa l’autore si rifà alla scuola di Galeno, sottolinea la superiorità dell’uomo rispetto agli altri animali, e dimostra una conoscenza diretta della dissezione, spiegando “passo passo come si debbano sollevare e distaccare gli organi l’uno dall’altro per non rompere legamenti e vene, e dopo aver descritte le parti ne tratta la funzione nell’organismo e le relative malattie”[1]. 

 

Al testo di Mondino, fondamentale per molti anni, ne seguono altri: quello di Girolamo Manfredi; l’Anatomia di Gabriele Zerbi, colui che getta le basi dell’anatomia comparata, insegnante di anatomia a Roma tra il 1480 e il 1486, durante il pontificato di Innocenzo VIII; l’Anatomice di Alessandro Benedetti, fondatore della scuola anatomica di Padova; sino all’opera fondamentale di Andrea Vesalius, De humani corporis fabrica, pubblicata nel 1543, cioè lo stesso anno del De revolutionibus orbium coelestium di Copernico.

Vesalius era un fiammingo che studiò e lavorò in Italia, precisamente all’Università di Padova. Nella sua opera constatò che Galeno compì più di duecento errori, e dichiarò di averli potuti rilevare grazie all’ampia possibilità goduta di sezionare cadaveri; condizione che egli trovò solo in Italia, non nel resto d’Europa.

Possibilità, dunque, che non era così scontata. Infatti Vesalius, come altri anatomisti, si trovò da una parte di fronte all’“ostilità sorda della popolazione”, che non gradisce, anche comprensibilmente, che sui cadaveri vengano compiuti esperimenti dissacranti, dall’altra l’opposizione molto dura di parecchi colleghi scienziati, “quei medici che non vedevano alcuna connessione tra l’indagine anatomica e la capacità di curare i malati”, e, soprattutto, dei “galenisti osservanti”.  

 Tra costoro, in particolare, si segnala Jacobus Sylvius, che insieme ad altri seguaci di Galeno, cercò di attaccare la reputazione di Vesalius presso l’imperatore, accusando gli anatomisti come lui di praticare un’arte sacrilega. Carlo V, che darà invece al fiammingo grande fiducia, interrogò i teologi dell’Università di Salamanca, i quali risposero dichiarando l’utilità e la giustezza della pratica delle dissezioni.

La posizione dei galenisti, avversi alla nuova anatomia, non era però isolata. Per il medico Leonardo Fioravanti, ad esempio, “gli anatomisti erano alla prova dei fatti dei pessimi medici” e l’anatomia “era un’arte crudele, che educava a trattare gli uomini come ‘brasuole di porco’”, oltre a non essere attendibile, “perché il corpo si trasformava nel passaggio dalla vita alla morte”. Del resto Galeno non aveva mai sezionato corpi umani e “l’inattendibilità in assoluto dell’anatomia dei morti era già stata adombrata da Aristotele (De partibus animalium, 640b-641a) e da Celso (proemio al De medicina)”, entrambi intellettuali pagani, e poi ripresa dal rinascimentale Paracelso.

"Questa critica – ricorda Giovanna Ferrari – era rinforzata dal disgusto di origine umanistica per la ‘theatrica carneficina’ degli anatomisti, argomento che nella linea di Francesco Petrarca venne ripreso da Coluccio Salutati” e dal mago Cornelio Agrippa di Nettesheim.

All’origine dell’anatomia moderna succede, cioè, qualcosa di molto simile a quello che avverrà pochi anni dopo all’origine dell’astronomia, quando la vera scoperta di Galilei – che non sarà la dimostrazione della teoria copernicana, molto posteriore, ma la prova dell’unità tra fisica celeste e fisica terrestre con la scoperta degli avvallamenti lunari e delle macchie solari –, troverà, com’era inevitabile, degli avversari, e tra questi soprattutto i colleghi universitari di Galilei, gli scienziati dell’epoca, che non potranno accettare di archiviare Aristotele e Tolomeo, i due grandi autori pagani il cui sistema cosmologico aveva dominato sino ad allora[2].

Come Galileo dovette sbarazzarsi dell’ipse dixit di Aristotele, e dei suoi seguaci rinascimentali, così Vesalius si trovò a contraddire ripetutamente Galeno, non senza che questo determini violente levate di scudi da parte dei medici e degli accademici che lo consideravano indiscutibile, in nome dell’“autorità degli antichi”. Come Vesalius dovette combattere con molti colleghi affinché tra il testo di Galeno e l’osservazione diretta si dia la precedenza a quest’ultima, così Galilei si trovò a lottare non con i Gesuiti, che anzi lo ascoltarono e riconobbero, unici a farlo, le scoperte fondamentali del Sidereus nuncius, ma con i seguaci dell’astrologia e gli aristotelici come il Cremonini, che non vollero guardare nel cannocchiale per non dover smentire le loro credenze pagane e il verbo di Aristotele[3].

 

Quale fu in tutto ciò la posizione della Chiesa? Basterebbe ragionare, per comprendere che non poteva essere contraria: se lo fosse stata, con l’autorità morale che esercitava nel Medioevo, in particolare sulle università, non avrebbe mai permesso la nascita dell’anatomia. Né essa sarebbe sorta proprio in Italia, cuore del papato e della Cristianità, e non, ad esempio, in Germania o in Inghilterra, dove “l’insegnamento dell’anatomia sui cadaveri umani rimase eccezionale almeno fino alla metà del Cinquecento”[4].

Basterebbe ragionare, per comprendere che non poteva essere contraria: se lo fosse stata, con l’autorità morale che esercitava nel Medioevo, in particolare sulle università, non avrebbe mai permesso la nascita dell’anatomia. Né essa sarebbe sorta proprio in Italia, cuore del papato e della Cristianità, e non, ad esempio, in Germania o in Inghilterra, dove “l’insegnamento dell’anatomia sui cadaveri umani rimase eccezionale almeno fino alla metà del Cinquecento.La bolla che viene spesso citata da alcuni polemisti intenti a presentare la Chiesa come nemica dell’anatomia, è la De sepulturis (nota anche come Detestandae feritatis) del 1299, in cui il pontefice si scagliava contro la “feroce” consuetudine, utilizzata ad esempio per il Barbarossa o per Luigi IX, di “sottoporre le salme dei più alti personaggi morti lontano dalle proprie regioni a procedimenti speciali e principalmente all’ebollizione, per separarne le parti molli dallo scheletro, che più agevolmente poteva così essere riportato in patria”.

Basterebbe ragionare, per comprendere che non poteva essere contraria: se lo fosse stata, con l’autorità morale che esercitava nel Medioevo, in particolare sulle università, non avrebbe mai permesso la nascita dell’anatomia. Né essa sarebbe sorta proprio in Italia, cuore del papato e della Cristianità, e non, ad esempio, in Germania o in Inghilterra, dove “l’insegnamento dell’anatomia sui cadaveri umani rimase eccezionale almeno fino alla metà del Cinquecento.

Nella bolla infatti venivano colpiti da scomunica solo coloro che bollivano i corpi “ut ossa, a carnibus separata, ferant sepelienda in terram suam”, mentre “non c’è il minimo accenno, neppure indiretto, alla dissezione anatomica a scopo di studio, né avrebbe potuto esserci, dato che le prime regolari incisioni di cadaveri umani con tale intendimento ebbero luogo circa tre lustri dopo in Bologna per opera di Mondino”[5].

Vero è che il divieto di bollire le ossa per scarnificarle, pur non essendo per nulla connesso con l’anatomia, fu talora rispettato da scrupolosi anatomisti credenti, come il Mondino, benché evidentemente non fosse rivolto a loro; che talora fu equivocato e che alcuni ne dettero interpretazioni estensive. Ma ciò non frenò certamente gli studi anatomici e molti anatomisti italiani, anche devoti come il Benedetti, o come il celebre chierico Guy De Chauliac – discepolo di Mondino e archiatra di Papa Clemente VI, che lo incaricò nel 1340 di fare autopsie sui cadaveri per capire qualcosa di più sulla peste –, lo “violarono” tranquillamente, certo avendone compreso il senso vero e il contesto.

Si ricordi inoltre che ben prima del capolavoro di Vesalius, Papa Sisto IV nella De cadaverum sectione (1472) dichiarava l’anatomia come “utile alla pratica medica e artistica”, risolvendo le interpretazioni ambigue fatte del documento papale di Bonifacio, mentre nel Settecento Benedetto XIV avrebbe fornito un grande contributo alla ceroplastica, invitando l’artista Ercole Lelli, in alleanza con l’Università di Bologna, a produrre cere anatomiche a scopo didattico per supplire alla carenza di cadaveri necessari per lo studio.

Ciò non toglie che la Chiesa talora intervenne, ma per limitare gli abusi. Bisogna infatti ricordare che non sempre gli anatomisti ebbero un comportamento impeccabile. Mentre infatti i vari statuti cittadini e universitari, con il consenso ecclesiastico, prevedevano regole molto precise per il prelievo dei corpi da sezionare, concedendo per lo più cadaveri di condannati a morte o di forestieri, perché la mancanza di rispetto del defunto fosse ridotta al minimo, non mancarono alcuni che cercarono di sezionare, come ricorda la Ferrari, “al di là delle occasioni codificate dagli statuti”.

In particolare lo stesso Vesalius fu condannato “per aver aperto il corpo di un uomo ancora vivo”, e analogamente un suo successore nella cattedra di anatomia di Padova, Gabriele Fallopio, “non avrebbe esitato a realizzare esperimenti sui vivi assumendo un ruolo più da boia che da sanitario[6].

Trafugamenti di cadaveri, sezionamento di persone vive, abusi vari – che sarebbero culminati nell’Ottocento in uno scandalo di risonanza europea, l’acquisto da parte del celebre Robert Knox dei cadaveri di due individui appositamente uccisi da malfattori – furono dunque giustamente combattuti, a quei tempi, senza che nessuno avesse il coraggio di chiamare in causa una illimitata “libertà di ricerca scientifica”, come fanno oggi, i sezionatori (e uccisori) di embrioni o di feti, o i clonatori, per ora invano, di esseri umani.

Abbiamo ad esempio gli atti di un processo tenuto a Bologna nel 1319, allorché quattro studenti trafugarono un cadavere di un impiccato per consegnarlo a tale maestro Alberto, per la dissezione. Il processo si concluse con la condanna degli studenti, per trafugamento, ma la dissezione non fu imputata come colpa a Mastro Alberto, a dimostrazione del fatto che non era considerata illegale[7].

La lettura di molti dei primi trattati di anatomia, inoltre, ci rivela che gli stessi anatomisti erano rispettosi credenti che mettevano in luce “il valore filosofico e quasi teologico dell’anatomia” e ammiravano nel corpo “il tempio di Dio”.

Nell’anatomia, scriveva ad esempio Alessandro Benedetti nel 1502, nel suo Anatomice, sive historia corporis umani, stimatissimo dal Vesalius, “scorgiamo la mirabile, divina opera di Dio Creatore, il corpo, che secondo Platone è come il veicolo temporaneo dell’anima”. Continuava invitando alla contemplazione della “potenza creatrice di Dio” e nel contempo della “caducità” umana[8].

Analogamente Niccolò Stenone – ottimo anatomista, che sarebbe divenuto il padre della geologia, e poi, da protestante che era, vescovo cattolico –, nel 1637, prima di iniziare la dissezione del cadavere di una donna giustiziata, scriveva sul suo diario: “Questo è il vero scopo dell’anatomia, che attraverso l’ingegnosa struttura del corpo l’osservatore sia tratto ad afferrare la dignità dell’anima e di conseguenza attraverso i miracoli del corpo e dell’anima impari a conoscere e amare il Creatore […] la vera anatomia è la via lungo la quale Dio per mano dell’anatomista ci porta alla conoscenza prima del corpo animale, poi della Sua natura[9]

Dopo Vesalius, inoltre, molti dei più importanti fondatori della scienza anatomica moderna avrebbero trovato onori, protezione e accoglienza presso vari pontefici: tra questi Realdo Colombo, che succedette a Vesalius sulla cattedra di Anatomia di Padova, prima di insegnare presso l’Università pontificia La Sapienza, dal 1551 al 1555, e Bartolomeo Eustachi, laureato in medicina a Roma, protomedico pontificio e docente di anatomia sempre a La Sapienza dal 1555 al 1567.

L’Eustachi – che fu il primo a descrivere con esattezza il dorso toracico, che distinse la valvola della vena coronaria del cuore e scoprì il terzo osso dell’orecchio interno e le ghiandole chiamate reni succenturiati – dissezionava cadaveri provenienti dagli ospedali religiosi romani di Santo Spirito e della Consolazione.

Proprio Roma, la città più ricca di ospedali al mondo, e che poteva vantare anche quelli più antichi, fu insieme a Bologna e Padova la capitale della rinascita dell’anatomia. Vi avrebbero lavorato anche medici e anatomisti celeberrimi, entrambi nominati archiatri pontifici, come Giovanni Maria Lancisi, a cui nel 1685 sarà assegnata la Cattedra di Anatomia a La Sapienza, che lasciò tutti i beni guadagnati da medico ai poveri, e il grandissimo Marcello Malpighi, scopritore del capillari sanguigni, morto proprio a Roma nel 1694.

Giustamente, nota ancora la Ferrari, rifacendosi ai lavori di R.K. French e A. Cunningham: “Secondo studi recenti la presentazione del corpo umano come meravigliosa opera del Creatore, che la lezione di anatomia permetteva di apprezzare e glorificare, sarebbe stata promossa da settori ecclesiastici per rafforzare la Chiesa attraverso una filosofia naturale centrata sui principi cristiani. Un clamoroso rovesciamento di prospettiva, rispetto alla vecchia tesi di una Chiesa oscurantista nemica dello studio anatomico, che ha il merito di spiegare come mai proprio al centro della cristianità si sia potuto per secoli dissezionare più che in qualsiasi altro paese d’Europa”, e quindi del mondo[10].

Ma proprio questo dato di fatto, che in Italia e in Europa si dissezionasse e in tutto il mondo no, porta ad un’altra domanda essenziale, che però viene solitamente elusa: perché?

La risposta mi sembra stia nella storia delle religioni. Che si studi il mondo greco, romano, etrusco antico, oppure il mondo germanico, la civiltà africana, o quella cinese, molto spesso si scorge una credenza comune: che il cadavere vada opportunamente sepolto, con i riti adeguati, pena l’impossibilità del morto di trovare pace, di scendere nel regno dei morti. Pena la possibilità che il morto, nella forma di vampiro, di zombie, si arresti nell’aldiquà, vaghi nel regno dei vivi, gettando panico e morte, a causa appunto della mancata sepoltura.

Queste convinzioni, scomparse o quantomeno molto affievolite in Europa con l’avvento del  cristianesimo, sono ancora vive, sotto svariate forme, in gran parte dell’Asia e dell’Africa odierne. Possiamo comprendere qualcosa di questa mentalità, citando quanto raccontato dal celebre giornalista Tiziano Terzani, durante un suo viaggio a Bangkok: “Secondo la credenza della gente, lo spirito di una persona che muore violentemente non riposa in pace. Se poi, nell’attimo della morte, il corpo viene mutilato, decapitato, schiacciato o fatto a pezzi, quello spirito allora diventa particolarmente inquieto e, a meno che non vengano effettuati, presto, i riti necessari, va a unirsi all’enorme esercito di ‘spiriti vaganti’ che, con i cattivi pii [altri spiriti, N.d.R] costituisce appunto uno dei grandi problemi della Bangkok di oggi. Di qui l’importanza degli ‘acchiappamorti’, i volontari delle associazioni buddhiste che vanno in giro per la città a raccogliere tutti i morti di morte violenta per rimettere insieme i loro pezzi e officiare i riti del caso, affinché le loro anime se ne vadano in pace e non restino in giro a fare brutti scherzi ai vivi[11].

Un analogo modo di ragionare è presente anche nel mondo indiano. Dominique Lapierre racconta così la paura di un abitante della Calcutta degli anni ottanta del Novecento, cui era stato richiesto di vendere in anticipo il suo cadavere per ricerche anatomiche: “L’ex contadino era infatti tormentato dall’idea di non offendere le divinità. Perché l’anima potesse ‘trasmigrare’ dopo la morte in un altro involucro, la religione indù esigeva infatti che prima il corpo fosse distrutto e ridotto allo stato di cenere dal fuoco che tutto purifica. ‘Che ne sarà della mia anima se le mie ossa e la mia carne vengono fatte a pezzi da quei macellai invece di essere bruciate nelle fiamme di un rogo’, si preoccupava Hasari”[12].

Ebbene credenze analoghe a questa, molto diffuse nell’Europa pagana, non caratterizzano invece, se non per un qualche inevitabile e marginale permanere delle antiche superstizioni, l’Europa cristiana in cui l’anatomia nasce. Ricordiamolo: neppure Galeno, “anche per motivi religiosi”, dissezionava i morti[13], mentre, come scriverà Albert Haller, “Itali quidem primi corpora humana dissecuerunt”.

Torniamo a chiederci: perché “gli italiani per primi sezionarono i corpi umani”?

Per lo stesso motivo per cui celebri storici come A.C. Crombie, ad esempio nel suo Da Agostino a Galileo Galilei e molti altri storici della scienza, hanno saputo ritrovare le origini ideali della scienza moderna nel pensiero cristiano.

Prima di Galilei c’è il Genesi, e cioè l’idea che i pianeti siano creature, e non dèi, come invece nelle culture animiste. Prima di Galilei c’è Agostino, nel V secolo, quando ricorda ai suoi contemporanei che sono liberi, che non devono credere all’oroscopo, che i pianeti non sono divinità che decidono della vita degli uomini, ma creature materiali fatte da Dio. Prima che Galilei potesse puntare il cannocchiale verso la luna e il sole, c’era tutto un pensiero che aveva desacralizzato la luna e il sole, rendendo il gesto di Galilei, non più sacrilego (o meglio, sacrilego solo per gli aristotelici e i maghi).

Analogamente prima di Mondino e di Vesalius c’erano precise idee culturali, religiose. Anzitutto l’amore all’esperienza, alla pratica, alla dimensione operativa, che caratterizzò parte del pensiero cristiano medievale. Quell’amore che affondava le sue radici nel Dio fattosi carne; nella rivalutazione cristiana della materia, di contro allo gnosticismo e a tanta parte della speculazione greca e orientale; nell’opera dei monaci benedettini e nella loro cultura del lavoro manuale; nella cultura così concreta degli ospedali; nel francescanesimo, con la sua attenzione alle creature come vestigia del Creatore, che aveva partorito i primi studi di ottica, gli studi naturalistici dell’Università di Oxford, e le sperimentazioni già in parte “moderne” di Roberto Grossatesta.

In secondo luogo l’anatomia moderna origina anche, in qualche modo, da un’altra caratteristica propria del cristianesimo. Per molte religioni, infatti, come si è detto, la sepoltura del cadavere, ancora oggi, deve avvenire necessariamente e secondo un preciso rituale: altrimenti il morto non riesce a raggiungere l’aldilà, vaga nell’aldiquà, reclamando la sepoltura e persino perseguitando i vivi (sono i famosi zombie, o “morti viventi” ancora presenti nelle culture africane, haitiane).

Contro questa concezione, che avrebbe bloccato la nascita dell’anatomia anche in Europa, come avvenne in molti altri paesi del mondo, si schierò, tra gli altri, già sant’Agostino, nel suo De cura pro mortuis, allorché spiegava all’interlocutore Paolino che i cristiani devono avere “rispetto per i cadaveri”, ma che chi crede in Cristo non deve essere terrorizzato, come avviene nei pagani, se la sepoltura risulta impossibile per qualche motivo.

 

I cristiani, continuava il vescovo di Ippona rovesciando concezioni secolari, non devono temere per i martiri, i cui resti sono finiti nel ventre di una belva, o sono stati sparsi, in segno di disprezzo, ai quattro venti; non devono credere, come i pagani, che esista “una legge infernale [che] esclude le anime dei non sepolti”: “Per i cristiani lo scempio dei corpi e la non sepoltura non ha arrecato nessun vero danno. Però con particolare attenzione vediamo di approfondire se all’anima di un defunto arrechi qualche sollievo il luogo della sepoltura del suo corpo. E prima di tutto chiediamoci se alle anime degli uomini dopo questa vita possa esser motivo di sofferenza, o comunque di maggiore sofferenza, il fatto che i loro corpi non siano stati sepolti: e questo non secondo le idee che per un verso o per l’altro vanno in giro tra la gente, ma secondo i sacri testi della nostra religione. Non si può prestar fede infatti a quanto si legge in Virgilio Marone che a coloro che non sono stati sepolti non è concesso di percorrere e attraversare il fiume infernale, appunto perché ‘non è dato traghettarli tra gli orridi dirupi e il fragore dei flutti
prima che riposino le loro ossa nei sepolcri’ (Virgilio, Aen., 6, 327-328). Chi potrà indurre il cuore di un cristiano a credere a queste stravaganti fantasticherie poetiche?”
[14].

La storia dell’anatomia, in conclusione, è paradigmatica perché ci insegna innanzitutto l’origine cristiana della scienza moderna. Riguardo a ciò D. Jacquart nota giustamente che quando si sostiene questa verità storica si fatica ad uscire dalla “leggenda” nera di matrice illuminista del Medioevo: “Malgrado gli sforzi dei medievalisti per ristabilire i fatti, i fantasmi dei loro lettori hanno sovente la meglio sul desiderio di conoscere la realtà storica”. Per questo, continua lo studioso, molti amano “circondare di zolfo la pratica di aprire i cadaveri”, e si raffigurano i primi anatomisti medievali come assillati da “proibizioni” che non ci furono, ostacolati dalla Chiesa, la quale invece si occupava solamente di impedire “violazioni di tombe” e “furto di cadaveri”, mentre “le reticenze attribuite ai cristiani rimontavano a ben prima dell’installazione del potere ecclesiastico”, e cioè ad antiche credenze pagane sopravvissute nel popolo (ma non per questo disprezzabili con la superficialità tipica della saccenza post-illuminista)[15].

Ancora, la storia dell’anatomia insegna che l’autorità dei greci, se da un lato offrì uno spunto importante di partenza, dall’altro fu il freno più forte a ulteriori sviluppi (Galeno in parte rallentò l’anatomia, così come il sistema aristotelico tolemaico greco, oltre a fornire interessanti osservazioni, bloccò a lungo la nascita dell’astronomia moderna, a causa dei suoi pianeti animati, la divisione tra elementi e la quinta essenza, il dogma delle orbite circolari, ecc…); e che la visione teologica e religiosa di un popolo è ciò che anzitutto permette o ostacola certe nuove imprese dell’uomo.

In conclusione, la storia dell’anatomia ci ricorda che la scienza non è di per sé neutra, autonoma, cioè svincolata dalla morale, in quanto se è vero che l’anatomia è in sé buona, rimane illecito trafugare cadaveri o vivisezionare persone in nome del progresso scientifico. Un messaggio attuale per i dissezionatori di embrioni umani, per tutti i nuovi scienziati-stregoni alla Mengele, che lavorano alla clonazione e alla manipolazione dell’uomo.

 da: http://fedecultura.com/Case_di_Dio_e_ospedali_degli_uomini.aspx

 

 

 

 

 

 

 



[1] G. Ferrari, “Tra medicina e chirurgia: la rinascita dell’anatomia e la dissezione come spettacolo”, in Il Rinascimento Italiano e l’Europa: le scienze, vol. V, Angelo Colla, Vicenza, 2008, pp. 344-345.

[2] M. Camerota, Galileo Galilei e la cultura scientifica nell’età della Controriforma, Salerno Editore, Roma, 2004.

[3] M. Camerata, Galileo Galilei, vol. I, cap. IV e V, Mondadori, Milano, 2004.

[4] R. Porter, Breve ma veridica storia della medicina occidentale, Carrocci, Roma, 2004, p. 74.

[5] Enciclopedia Treccani, voce “Anatomia”; si veda anche lo studio citato della Ferrari: “Si voleva impedire la bollitura delle salme e l’estrazione degli scheletri, una consuetudine riservata ai corpi di personalità eminenti per permettere il trasporto da lontani luoghi di morte alla sepoltura, o a più sepolture per moltiplicare i luoghi di preghiera. Non vi si nominava l’anatomia a scopo di studio o insegnamento” (p. 343); come nota inoltre G. Cosmacini, La religiosità della medicina, pp. 45-49, il Papa vietava inoltre come “abominevole” che le ossa venissero strappate dalla carne per essere distribuite nelle chiese che avessero voluto serbarle “come reliquie”.

[6] G. Cosmacini, op. cit., pp. 50-51, ed Enciclopedia Treccani, voce “Anatomia”. Del resto si ricordi che per un brevissimo lasso di tempo, ad Alessandria d’Egitto, in età ellenistica, si erano verificate anche dissezioni su condannati a morte e schiavi ancora vivi.

[7] A. Carlino, La fabbrica del corpo: libri e dissezione nel Rinascimento, cap. III, Einaudi, Torino, 1994.

[8] Giovanna Ferrari, op. cit., p. 353.

[9] “Emmeciquadro. Rivista di scienza, educazione e didattica”, Milano, agosto 2004.

[10] Giovanna Ferrari, op. cit., p. 346. Identica l’opinione di Grmek e Bernabeo, per i quali, “contrariamente ad una opinione diffusa, la Chiesa cattolica non ha ostacolato ma ha piuttosto favorito lo sviluppo della ricerca anatomica” (M.D. Grmek, R. Bernabeo, “La macchina del corpo”, in Storia del pensiero medico occidentale, vol. II, Laterza, Bari, 1996, p. 5).

[11] T. Terzani, Un indovino mi disse, Tea, Milano, 2001, p. 58.

[12] D. Lapierre, La città della gioia, Mondadori, Milano, 1985, p. 403.

[13] L. Sterpellone, I grandi della medicina, Donzelli, Roma, 2004, p. 45.

[14] Si noti che per san Tommaso, il filosofo della Cristianità ai tempi di Mondino, l’anima ha una sua natura autonoma ed incorporea, ma conserva la sua individualità che le proviene anche dal suo corpo, anche dopo la distruzione di quest’ultimo. “La persistenza dell’individualità nell’anima separata consentirà pure, nel giorno della resurrezione dei corpi, ad ogni anima di riprendere la materia nelle dimensioni determinate che le erano proprie e di ricostituire così il proprio corpo” (N. Abbagnano, G. Fornero, Itinerari di filosofia, vol. I, Paravia, Milano, 2003, p. 588).

[15] D. Jacquart, Storia del pensiero medico occidentale, pp. 294-295; si veda anche J. Le Goff, op. cit., p. 104.

Avvertimenti “mafiosi” 1: il darwinismo è la nostra ideologia

La notizia non è nuova, ma è bene ricordarla: l’8 giugno 2007 il Consiglio d’Europa con il documento 11297 intitolato “The dangers of creationism in education ” ha espresso la preoccupazione per una minaccia alla democrazia e ai diritti umani.
La minaccia in questione veniva individuata nella dottrina del “creazionismo”.

Dal punto di vista personale questa notizia potrebbe anche lasciarci indifferenti, potremmo in poche parole sentirci tranquilli perché non ci riguarda, infatti come più volte ribadito anche su queste pagine, il creazionismo non è la linea adottata nella critica del darwinismo in cui ci riconosciamo. Questo però non significa che dietro al documento del Consiglio di Europa non si nasconda qualcosa di estremamente preoccupante. Per la prima volta infatti l’insegnamento di una determinata teoria viene legato alla “democraticità” dello Stato. Nel documento del Consiglio d’Europa possiamo infatti leggere:
L‘Assemblea parlamentare è preoccupata per i possibili effetti negativi della diffusione delle teorie creazionisteall’interno dei nostri sistemi educativi e sulle conseguenze per le nostre democrazie. Se non stiamo attenti, il creazionismo potrebbe diventare una minaccia per i diritti umani, che sono una delle principali preoccupazioni del Consiglio d’Europa.

Tralasciando le forti perplessità relative al fatto che una teoria sull’origine del mondo e della vita possa essere un pericolo per la democrazia, notiamo che nel documento non viene chiarito cosa si debba intendere con il termine “creazionismo “, e questo fatto è di una estrema gravità. Per esperienza diretta sappiamo infatti che, secondo il significato correntemente adottato dai darwinisti, qualunque critica alla teoria viene automaticamente inclusa nella categoria del “creazionismo“. Di fatto, in base a quel che avviene quotidianamente sugli organi di informazione darwinisti, sperimentiamo che nessuna critica al darwinismo viene risparmiata dall’accusa di creazionismo, vedi su Critica Scientifica:
“Creazionismo”: la cortina fumogena del darwinismo .

Il documento del Consiglio d’Europa continua poi affermando che:
I creazionisti mettono in discussione il carattere scientifico di alcuni elementi di conoscenza e sostengono che la teoria dell’evoluzione è solo una interpretazione fra le altre. Essi accusano gli scienziati di non fornire prove sufficienti per stabilire la teoria dell’evoluzione come scientificamente valida. Al contrario, difendono le loro dichiarazioni proprio come scientifiche. Niente di tutto questo si regge per un’analisi obiettiva.

In questo passaggio notiamo che viene alimentato l’equivoco tra i termini “teoria dell’evoluzione” e “teoria darwiniana”, e questo è molto insidioso: si tratta infatti di un equivoco fondamentale per screditare gli interlocutori. L’inganno sta nel far passare come sinonimi la ”teoria dell’evoluzione” e la ”teoria darwiniana“, mentre invece l’evoluzione è un fatto accertato tramite i fossili e la teoria darwiniana è una spiegazione di tale fatto. Basta fare una elementare riflessione per concordare che un fatto non può coincidere con la sua stessa spiegazione, e che quindi la contestazione della teoria darwiniana non implica la negazione dell’evoluzione.

Il documento dell’8 giugno 2008, però si spinge oltre, giunge ad affermare che esiste solo una spiegazione, quella darwiniana, e che gli argomenti contro quella stessa teoria non sono per definizione “scientifici”. Quello che infine si teme è il “potere” delle religioni e il timore che le democrazie possano divenire delle “teocrazie”:
I movimenti creazionisti possiedono un reale potere politico. Questa è la questione, e ciò è stato esposto in diverse occasioni, è che i sostenitori del creazionismo stretto intendono sostituire la democrazia con la teocrazia.

Evidentemente per il Consiglio d’Europa la preoccupazione è in realtà la capacità delle religioni di orientare le opinioni in direzioni diverse da quelle ritenute “desiderabili”, e viene addirittura additata infine la minaccia dell’affermarsi di una “teocrazia”. Al riguardo viene anche citato il famoso caso del “Processo Scopes“:
Scontri tra darwinisti e creazionisti si sonosvolti nel corso dei secoli 19 e 20, in particolare negli Stati Uniti. Nel 1925, al cosiddetto “processo della scimmia”, John Scopes, un insegnante a Dayton, Ohio, è stato condannato per l’insegnamento ai suoi allievi della teoria dell’evoluzione.

Bisognerebbe in questo caso essere grati al Consiglio d’Europa per aver citato il cosiddetto “processo alla scimmia“, infatti si tratta di un caso che ci permette di capire chiaramente l’entità dell’inganno, (vedi su L&P Processo al processo Scopes, in cui si mostra come attraverso il darwinismo si insegnasse il razzismo e la discriminazione verso i poveri.
E’ lecito a questo punto domandarsi se sia l’irrilevante percentuale di veri “creazionisti” a costituire una reale minaccia per la democrazie, o se il vero pericolo non venga dalla presa di posizione (non contestata da alcuno) del Consiglio d’Europa che stabilisce d’autorità cosa sia scientifico e cosa non lo sia. Ma, fatto ancora più grave, si stabilisce che un atteggiamento che venga definito dalle autorità “antiscientifico”, nel caso specifico “antidarwiniano”, è automaticamente antidemocratico e lesivo dei diritti umani.

Per essere più chiari: il sottoscritto e voi che seguite questo sito, siamo considerati dal Consiglio d’Europa dei nemici della democrazia.

(Da: Critica Scientifica)

Dario Fo candidato all’Asino d’Oro…

Dopo che nel 2009 è stato assegnato il poco ambito premio "Asino d’oro" al Prof. Odifreddi per aver pubblicato sulla rivista Le Scienze un articolo sulla presunta “Formula dell’evoluzione”, oggi andrebbe proposta la candidatura del Nobel Dario Fo, per le dichiarazioni sull’evoluzione fatte nella trasmissione di Fabio Fazio del 22 ottobre scorso.

Premetto che per il nuovo candidato all’Asino d’oro si chiedono le attenuanti generiche (come del resto ho chiesto per il Prof. Odifreddi), attenuanti derivate dal fatto che le asinerie profferite vengono purtroppo anche stampate sui manuali scolastici in uso in Italia, e suppongo, anche all’estero, e conseguentemente insegnate nelle aule scolastiche e universitarie. Ma questo evidentemente non diminuisce la gravità della disinformazione veicolata da un così grande nome in una così grandemente seguita trasmissione.

Il fatto è che nel corso di un monologo all’interno della trasmissione “Che tempo che fa”, il Nobel per la letteratura Dario Fo ha raccontato la vicenda della farfalla nota come “Biston betularia” proponendola come esempio di evoluzione, dichiarando “che cosa significa evoluzione? Vi faccio un esempio: avete mai setito parlare della falena che da bianca diventa nera…“.

Riassumiamo brevemente l’argomento:
La farfalla in questione nell’800 era presente in Inghilterra in due varietà, bianca e nera.

Dopo l’industrializzazione la fuliggine scurì la corteccia delle betulle dove la farfalla si posava e quindi sopravvissero maggiormente quella scure rispetto a quelle chiare. Ma come ho detto le farfalle scure erano presenti già da prima.
Nessuna nuova specie era comparsa, come invece afferma Fo al 3° minuto e 8 secondi del monologo:
 “…era nata una razza nuova”.

Ecco dunque che l’esempio riportato è fuorviante, esso può solo testimoniare un caso di selezione naturale: “selezione” tra varietà già esistenti dunque, non “evoluzione”.

Da rilevare il fatto che il libro di Dario Fo, al quale la performance televisiva faceva riferimento, è stato pubblicizzato su Pikaia, il “Portale dell’evoluzione” con un articolo del 16 ottobre intitolato “Dio è nero!”.
Evidentemente per raccontare quelle che R. Lewontin e S.J. Gould chiamavano le “Storie proprio così” , hanno pensato bene di rivolgersi ad almeno dei professionisti, visti i deludenti risultati degli ultimi tempi: vedi Critica Scientifica-Evoluzione dei batteri: in scena le storie proprio così.

Un bell’asino d’oro ci vorrebbe proprio.
Tanto per cominciare sarebbe molto utile per sollevare la questione, in seguito andrebbero poi corretti i testi scolastici dai contenuti ingannevoli.


Ma non facciamoci troppe illusioni.

Critica Scientifica

Luigi Galvani: scienziato perseguitato

Sapevo che la laica Repubblica giacobina aveva ghigliottinato A. Lavoiser, padre della chimica moderna. Recentemente ho avuto modo di leggere anche alcune righe di quello che sua sorella, la laicissima Repubblica cisalpina di Napoleone, fece con il grande scienziato italiano Luigi Galvani, terziario francescano:

Intorno al 20 aprile 1798 fu privato di tutte le cariche ed emolumenti per non aver voluto proferire il giuramento d’obbligo che l’instauranda Repubblica Cisalpina esigeva da parte dei docenti dello Studio. Galvani non aveva voluto soddisfare all’obbligo perché la formula del giuramento pretendeva una dichiarazione irreligiosa che urtava la coscienza di buon cattolico del Galvani. Le conseguenze furono gravissime per il Galvani, che si ridusse all’indigenza” (prefazione alle Opere di Galvani, Utet, Torino, 1967, p 28)

Processo al “Processo Scopes”

"E l’uomo creò Satana", questo era il titolo di un film che nel 1960 denunciava l’oscurantismo antidarwiniano.
Il 7 ottobre verrà messa in scena a Torino "Processo alla scimmia", la sua versione teatrale. Ma dopo decenni di alterazione deliberata dei fatti è ora che si dica la verità su quella vicenda .
La rappresentazione che andrà in scena a Torino è un’opera teatrale tratta dall’originale "Inherit the wind" di Jerome Lawrence e Robert E. Lee, da cui nel 1960 venne anche tratto un film con Spencer Tracy che in Italia fu intitolato "E l’uomo creò Satana".

Dalla visione del film emerge una realtà di arretratezza culturale, nella quale il progresso è rappresentato dall’insegnate John Scopes che, reo di aver spiegato la teoria di Darwin agli alunni, viene incriminato per via di una legge oscurantista che ne vietava l’insegnamento.
Ma le cose non andarono come viene rappresentato nel film, e così un grande falso storico, un’opera di autentica propaganda che avrebbe fatto inorgoglire perfino Goebbels, viene presentata come testimonianza della verità dei fatti ed esce dai teatri per entrare in una istituzione scientifica. Si tratta di una ennesima ripetizione di un mito nato a fini propagandistici, uno dei primi a segnalare questo fatto fu il grande paleontologo S. J. Gould, autore della teoria degli equilibri punteggiati. Di seguito vedremo che le cose andarono molto diversamente da come vengono raccontate:

Brano tratto da "Inchiesta sul Darwinismo" Cantagalli 2011:
Come fa notare Gould, Bryan (l’avvocato dell’accusa) fu indotto a prendere la sua posizione dall’aver considerato che Darwin attribuisse alla selezione naturale un significato morale, lo stesso Gould riconosce che l’errore iniziale non fu di Bryan, ma di alcuni autori di testi scolastici che non distinsero i magisteri della scienza e della morale. L’opera a cui si fa riferimento è un testo utilizzato nel 1914 proprio nel Tennesse dal titolo eloquente di A Civic Biology del professor George William Hunter docente di biologia al Knox College, e che era stato adottato proprio da John Scopes nelle sue contestate lezioni.

Un’analisi del libro originale (esercizio raccomandato da T.S. Kuhn nello studio dei paradigmi scientifici) ha portato Gould a verificare che esso è in realtà un testo di forte propaganda neomalthusiana espressa inoltre con tinte che porterebbero certamente alla rimozione del manuale anche ai nostri giorni. Tra i passaggi riportati da Gould spiccano in particolare quelli in cui si sostiene che le famiglie delle classi povere sono una specie razziale inferiore e quelli in cui le si accusa di diffondere «malattie, immoralità e criminalità», in più con un classico argomento maltusiano, si recrimina sul fatto che lo Stato protegga queste persone spendendo denaro pubblico in ospizi e manicomi. Nel suo testo scolastico Hunter sostiene inoltre che solo il “senso di umanità” impedisce di eliminare tali persone fisicamente, come si uccidono gli animali inferiori, tuttavia l’autore propone un rimedio per eliminare questi “parassiti”, «razza inferiore e degenerata».
Impedire loro di riprodursi, proprio come insegnava Malthus:

Come è possibile leggere alla pagina 263 del libro di scienze usato dal prof. Scopes, non era l’evoluzione darwiniana il problema , ma le sue implicazioni sull’uomo, in questo caso la propaganda per l’eugenetica.

Nel testo di Hunter si trova anche un grafico dove si illustra l’appartenenza della specie umana alla classe dei mammiferi, esso viene seguito poche pagine dopo da un paragrafo intitolato “Le razze umane”. Gli studenti del Tennesse venivano con esso istruiti a considerare l’umanità suddivisa in cinque razze: etiopici o negroidi; malesi o razza bruna; indiani americani; mongoli o razza gialla e, infine, la «razza superiore a tutte le altre», cioè quella bianca:

Cosa ne pensa Telmo Pievani e la redazione di Micro Mega dell’eugenetica e del razzismo promossi dal prof. Scopes?

Su Pikaia, il "portale dell’evoluzione", leggeremo mai la verità sul processo Scopes?

E infine, se sapessero tutto ciò, al Museo di Scienze Naturali di Torino, presenterebbero ancora il processo Scopes come una "battaglia in difesa del libero pensiero"?

Da: Critica Scientifica 

Il grande nemico della scienza

 

Tutto è scontato; nulla deve stupire: semplicemente esiste e non potrebbe essere diversamente, infatti c’è.  Questa è la logica del darwinismo moderno.  Nell’ultimo numero di Le Scienze (settembre 2011) un articolo importante, enfatizzato anche nell’editoriale, esemplifica molto bene questo dogma, applicandolo all’occhio, quello stupendo organo di senso che ci consente di introiettare il mondo esterno, di godere della bellezza di un volto e di un paesaggio e perfino di sorridere.

Da sempre – si sottolinea nel pezzo – l’occhio è stato presentato come un esempio di irriducibilità e quindi di creazione immediata, senza evoluzione.  Lo stesso Darwin si era reso conto di questo, ma ora, dopo 150 anni di scoperte e di ricerche, la scienza biologica è in grado di dimostrare che anche l’occhio, come tutta quanta la vita, è frutto di piccole ma continue trasformazioni che, a partire da un sensore per il ritmo circadiano, è diventato quel globo mobile che tutti apprezziamo.

 

 

 

Come? Per effetto della selezione naturale, la solita bacchetta magica.

“Un ingegnere che avesse progettato l’occhio con questi difetti, rischierebbe di sicuro il licenziamento.” Come a dire: spazziamo subito via dal nostro orizzonte ermeneutico il grande Nemico della Scienza, Dio. Con questa perentoria certezza Trevor Lamb, ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze all’Università Nazionale di Canberra in Australia, nell’ultimo numero di “Le Scienze” intende archiviare definitivamente e trionfalmente la tesi del “disegno intelligente” e mettere la “pietra tombale sul concetto di complessità irriducibile”, applicata al suo esempio più classico: la bellezza e l’efficienza dell’occhio umano.

Quali sono questi scandalosi  difetti dell’occhio umano? Sono numerosi, a detta dell’autore, che, comunque, si accontenta di enunciarne tre, “che degradano la qualità dell’immagine”: “una retina invertita che costringe la luce a passare attraverso i corpi cellulari prima di raggiungere i fotorecettori; vasi sanguigni nella superficie interna della retina; una macchia cieca dove le fibre nervose convergono in un nervo ottico”.

Perché esistono questi difetti di costruzione, si chiede l’autore dell’articolo?

Risposta: “Perché la selezione naturale non produce perfezione, ma piuttosto si destreggia con il materiale a disposizione, con conseguenze talvolta bizzarre”

Il ragionamento è dunque semplice e a tutti comprensibile: se l’occhio è difettoso, non può essere il frutto della creazione di un Essere intelligente. Questa è la verità, anzi, l’unica verità possibile in campo scientifico, dove tutto è rivedibile per definizione.

Una volta che abbiamo escluso con baldanza l’esistenza di Dio, possiamo procedere a trovare qualche soluzione.  Ma sarà un percorso in discesa, perché il vero Nemico della Scienza è appena stato ucciso; ogni alternativa potrà andare bene.  E allora ecco l’altra verità: la selezione naturale. L’occhio è un bricolage fortuito e quindi sempre migliorabile, eseguito dall’ambiente e dalla sua selezione, che non ha alcuna causa, non ha alcuno scopo da perseguire e tanto meno una funzione (la vista) da sviluppare.

L’autore fornisce le prove sperimentali di questo percorso fortuito e inatteso. In soli 100 milioni di anni un sensore luminoso di ritmi circadiani risalente a 600 milioni di anni fa, si è evoluto in un organo otticamente e neurologicamente raffinato, databile 500 milioni di anni.

La filiera dell’occhio umano inizia, secondo il dr. Lamb, con la retina della missina, un agnato dall’aspetto piuttosto primitivo, che si presenta a due strati cellulari, con una struttura morfologica che ricorda quella dell’epifisi dei vertebrati non mammiferi, la ghiandola che regola i ritmi circadiani.

In pratica, il dr. Lamb vuole ricostruire l’occhio a partire dai suoi pezzi come il bambino fa con il gioco del Lego.  Inizia con la retina e prosegue con la sua curvatura a globo, quindi con la genesi del cristallino e dei muscoli che muovono l’occhio.

Qual è la causa di queste creature?  “La pressione di selezione”. Imbarazzante.

Che cosa vuol dire “la pressione di selezione”?  Come può una lente convergente come il cristallino comparire dal nulla di sé per effetto di una spinta dell’ambiente di vita dell’animale?  E i muscoli oculo-motori? E la retina? E il nervo ottico?

In natura questo non si verifica mai. La selezione opera su ciò che esiste prima della sua azione; non può creare nulla.  E quanto alla sua “pressione”, abbiamo seri dubbi: in natura c’è posto per tante soluzioni diverse.

Ma quello che sconcerta di più è il silenzio assordante dell’autore su quella che è la funzione dell’occhio: la vista.  

Si noti bene che la vista non fa meraviglia; i difetti dell’occhio, sì.

Eppure… nessun centimetro quadrato del nostro corpo è trasparente alla luce, tranne quei due punti che si trovano in apposite fossette ossee, nella parte superiore del cranio facciale.

Lì accade il miracolo: un raggio di luce che porta le informazioni sulla realtà entra nel nostro corpo, lo perfora letteralmente attraversando un diaframma che si dilata e si restringe a seconda della luminosità, con apposito muscoletto circolare (il famoso costrittore della rima pupillare).

La luce buca la cornea dell’occhio e viene concentrata da una lente convergente, il cristallino, su un fondo di cellule fotosensibili che tappezzano il globo (la retina).

L’immagine viene messa a fuoco sulla retina, rovesciata in base alle leggi dell’ottica, scatenando una serie di reazioni chimiche.

Il segnale chimico ridiventa segnale elettrico lungo il nervo ottico che conduce l’informazione fino al cervello occipitale.

Lì un altro miracolo: gli impulsi elettrici creano una costellazione di segnali tali per cui il cervello (meglio: la mente) elabora l’immagine che sta fuori di noi.

Ne siamo consapevoli: stiamo vedendo!

Dentro di noi si è formata l’immagine di ciò che sta fuori e il nostro cuore continua a pompare sangue, i reni a filtrarlo, i polmoni si dilatano e si restringono, in assoluta indifferenza a quanto sta accadendo agli occhi…

La vista c’è, ma il nostro corpo potrebbe funzionare anche senza…

Se c’è una complessità irriducibile, è proprio la vista, che trascende la retina, la rodopsina, i muscoli oculomotori, il nervo e tutto l’hardware occorrente.

Come può aver agito l’ambiente naturale per creare tutti questi pezzi, per metterli insieme per realizzare una funzione che li trascende sia come singoli che come organizzazione?

Affermare poi che la vista sia “degradata” dai vasi sanguigni (necessari per irrorare tutti i tessuti coinvolti… altro miracolo) mi pare proprio una pretesa.  La pretesa di chi esclude a priori la presenza e l’azione del trascendente ed è così costretto ad attribuire all’ambiente gli stessi poteri che si attribuiscono a Dio.

Non mi sembra di avere una vista degradata: non sono disturbato né dalla retina, né dai suoi capillari, né dalla sua macchia cieca.

Come sempre accade nella biologia evoluzionistica, la genesi delle forme non ha alcuna giustificazione razionale.  Cito un esempio paradigmatico: per spiegare l’origine del cristallino, l’autore dice: “durante lo sviluppo embrionale si forma la lente, come ispessimento dell’ectoderma, che si rigonfia entro lo spazio vuoto ricurvo a forma di C creato dalla retina. Sembra verosimile che una sequenza di cambiamenti simili sia avvenuta durante l’evoluzione.”

E’ questa una spiegazione causale?  Non è semplicemente la descrizione dei prodigi compiuti dall’embrione in modo spontaneo, per forze endogene, per vincoli precisi stabiliti dal suo Creatore?

Ora, se l’evoluzione imita lo sviluppo dell’embrione, non può esserne la causa.

 

 

 

 

 

 

Ci risiamo: trovato l’anello mancante…

La notizia è apparsa su tutti i media, “è stato trovato finalmente l’anello mancante dell’evoluzione umana“. Ma le cose non stanno proprio così, anzi, la scoperta crea più problemi alla teoria neo-darwiniana di quanti ne risolva. Ma questo non lo dice nessuno.
Accade così che la scoperta di un fossile di ominide diventa il rinvenimento “dell’anello mancante“.
Sul Corriere della Sera, su La Stampa, Il Riformista, La 7.it, l’Eco di Bergamo, su Tiscali notizie, Wall Street Italia, e chissà dove altro, sarebbe bastato cambiare un articolo e, anzichè parlare “dell’anello mancante“, riferirsi ad “un” anello mancante, per non scivolare nella banalità.

Ma la notizia è in effetti una “non notizia”, nel senso che se ne era già parlato in precedenza. Al riguardo è infatti da segnalare un interessantissimo articolo apparso su “Pikaia” (il portale dell’evoluzione, di Telmo Pievani -quando ha ragione glielo riconosciamo!-) addirittura il 10 aprile 2010, in un pezzo firmato da Marco Michelutto, nel quale la questione è posta nella giusta luce e dove, tra l’altro, si può trovare un passaggio molto interessante:
Ad ogni modo il dibattito non si è fatto attendere ed entrambe le posizioni hanno i loro sostenitori degni di nota, ad esempio Donald Johanson che si rammarica addirittura che la specie non sia stata inserita nel genere Homo e Tim White che la considera solo un esponente tardivo di Australopithecus africanus (e fa notare come il fatto che l’individuo che fa da olotipo sia relativamente giovane possa aver distorto alcune sue caratteristiche salienti).

Leggiamo infatti che gli esperti sono divisi sulla collocazione da dare all’Australopitecus sediba, c’è chi lo vorrebbe inserire nel genere Homo e chi invece tra gli Australopitecus africanus. Particolarmente interessante è la motivazine della seconda proposta, si fa notare che: “l‘individuo che fa da olotipo sia relativamente giovane possa aver distorto alcune sue caratteristiche salienti

Come i paleontologi sanno, il cranio dei piccoli delle scimmie somiglia maggiormente a quello umano rispetto a quello degli adulti, se quindi prendiamo un individuo di Australopitecus particolarmente giovane, come fa notare il prof. Tim White, la classificazione del reperto risulta falsata. Grazie all’informazione di Pikaia, le notizie della stampa non specializzata appaiono dunque in tutta la loro esagerazione.

Altrettanto corretta è stata l’informazione specializzata di Le Scienze che, ad esempio, titola sulla stessa notizia:
Au. sediba: un po’ australopiteco, un po’ uomo. Nell’articolo si possono inoltre leggere passaggi chiarificatori come quello che verrà ignorato dai più, ma che rappresenta un fatto importantissimo biologicamente:
I risultati di Carlson pongono così in dubbio la teoria di un graduale ampliamento del cervello durante la transizione da Australopithecus a Homo.

Il senso della scoperta appare così ribaltato: dove sembrava di vedere la definitiva consacrazione del meccanismo neo-darwiniano, emerge invece un grande ostacolo: si allontana l’ipotesi di uno sviluppo gradualistico del cervello. E i biologi sanno che il gradualismo è un punto centrale del neo-darwinismo.

Un’informazione questa che andrebbe inoltre integrata con quella relativa al raggiunto limite di sviluppo massimo del cervello umano data poco tempo fa. Le implicazioni delle due notizie unite insieme rappresentano quindi un ostacolo rilevante per il meccanismo neo-darwiniano.

Quindi la notizia può essere più realisticamente riassunta in questi termini:
1? caso: l’A. sediba è una specie di A. Africanus (tesi del prof. T.White), e allora niente “anello” di congiunzione con Homo

2? caso: l’A. sediba è veramente un anello di congiunzione con Homo (tesi del prof. Johanson), e allora la sua scoperta comporta molte difficoltà per l’evoluzionismo neo-darwiniano a causa del suo cervello che non mostra un’evoluzione graduale.

Ma questo non lo troveremo nei giornali.
E da domani tutti sosterranno con convinzione che “è stato trovato l’anello mancante”.

da: CRITICA SCIENTIFICA

Lo dice la “Scienza”: anche l’uomo può essere bisex

E’ quanto afferma un pubblicizzatissimo studio di un’università USA. Il Corriere della Sera parla addirittura di “teorie negazioniste” che verrebbero smentite, ma bisogna dirlo chiaramente: lo studio dell’università in questione è una vera “cialtroneria” scientifica (comportamento scorretto, volgare, trasandato. Da: dizionari.corriere.it).

Ma in realtà l’unica cosa che effettivamente viene dimostrata è che basta proporre un’affermazione come “scientificamente dimostrata” che subito viene accettata acriticamente. E il fatto che si lanci l’accusa di “negazionismo” verso chi sostiene tesi diverse, testimonia solo una presa di posizione gravemente intimidatoria nonché antiscientifica.

 Come dicevamo basta parlare in “nome della scienza” e subito un’affermazione diventa indiscutibilmente vera, è, ad esempio, quel che è successo anche al Prof. Stefano Zecchi che, in un articolo su il Giornale, afferma: «È inutile girare intorno al problema sollevato dalla ricerca scientifica: la bisessualità è naturale, l’eterosessualità no. Mentre le tesi sociologiche, filosofiche possono essere discusse, accolte o rifiutate dalla comunità, i risultati di una ricerca scientifica sono indiscutibili fino a prova contraria.»

Ma vogliamo rassicurare il Prof. Zecchi: per avere la prova contraria è sufficiente andare a vedere come è stato condotto lo studio della Northwestern university di Chicago che verrà pubblicato sul Journal Biological Psychology, (e che sarebbe comunque da prendere con le molle in quanto “Nel 2005 ricercatori della stessa università erano giunti a conclusioni diametralmente opposte.”)

Ma come si è giunti dunque alla clamorosa scoperta?

Lo studio appena concluso ha verificato come gli uomini, che si definiscono bisex, risultano effettivamente eccitati dalla visione di due tipi di film a sfondo hard. Uno in cui sono i maschi ad avere rapporti sessuali tra di loro, l’altro in cui sono donne le interpreti. Al contrario, i maschi omosessuali o eterosessuali non hanno le stesse reazioni di fronte a entrambi i film.

L’autore dello studio è Allen Rosenthal, che alla Northwestern university è dottorando in psicologia, ma in realtà si tratta di uno di quei casi in cui si assiste alla classica “scoperta dell’acqua calda”.
Infatti il dottorando Allen Rosenthal, nonostante i suoi studi di psicologia, sembra proprio ignorare il famoso studio di Ivan Petrovic Pavlov, annunciato nel lontano 1903, nel quale dei cani venivano addestrati a mangiare al suono di una campanella: Pavlov scoprì che i cani salivavano anche al solo suono della campanella, pure se non veniva dato loro effettivamente del cibo. Aveva scoperto il fenomeno dei riflessi condizionati.

Analogamente, se qualcuno prova piacere fisico in un determinato tipo di situazione, rapporto etero – omo – bisex, alla vista di immagini che prefigurano la situazione di piacere, sarà in uno stato di eccitazione.

La stessa cosa (sostituendo il piacere con il disgusto) avveniva nel film Arancia meccanica, di Stanley Kubrick, quando il protagonista veniva condizionato, mediante l’uso di farmaci, a provare disgusto alla vista delle stesse scene di violenza che prima gli procuravano piacere (vedi immagine all’inizio dell’articolo).

Qual è dunque la scoperta della Northwestern university?
In realtà, ripetiamo, si tratta solo di una classica “scoperta dell’acqua calda”, e comunque di niente che abbia a che vedere specificamente col sesso, ma solo con i riflessi condizionati.

                     Dal sito: Critica Scientifica

L’antipsichiatria e Franco Basaglia

La legge 180 del 1978 – la cosiddetta “legge Basaglia” – non ha sancito l’abolizione degli ospedali psichiatrici, ma l’abolizione della realtà sic et simpliciter. Nel testo legislativo, ad esempio, la parola “pericolosità” non compare neppure una volta. ? la stessa dinamica per cui nella 194/78, la legge sull’aborto, non compare mai la parola “madre”: si allontanano i vocaboli, nell’illusione che ciò contribuisca a far scomparire ciò che di concreto essi designano. Prima della 180, proprio la minaccia potenziale rappresentata dai malati di mente era stata, com’è giusto e naturale, tra le principali preoccupazioni del legislatore. Dopo, non ci si è più voluto pensare: per i basagliani, la pericolosità del malato mentale è solo un antiquato pregiudizio della società oppressiva, essa stessa autentica matrice di ogni comportamento deviante. Tra omicidi e suicidi, i bei risultati di queste idiozie sono quantificati dal sito vittimedella180.org: 350-400 morti all’anno.

Ma come si è giunti alla legge 180? Chi è stato Franco Basaglia? Fornirò, qui, solo alcune notizie in pillole, che possano però dare un’idea del micidiale brodo di coltura denominato correntemente antipsichiatria.

L’antipsichiatria è un insieme di tendenze in campo psichiatrico fiorite negli anni Cinquanta-Settanta del Novecento. I suoi principali esponenti a livello internazionale sono perlopiù individuati in David Cooper (che per primo, nel 1967, utilizza il termine “antipsichiatria”), Ronald Laing e Thomas Szasz. Come il nome stesso suggerisce, ciò che caratterizza l’antipsichiatria è l’opposizione radicale a tutto ciò che fino ad oggi si è comunemente inteso per psichiatria, ovvero il settore della medicina deputata al trattamento delle malattie mentali. Perché le malattie mentali, sostengono gli antipsichiatri, non esistono affatto. Prendo a prestito le efficaci parole di Corrado Gnerre: “[L’antipsichiatria si basa] su un giudizio ben preciso sulla malattia mentale, meglio: su un non-giudizio, ovvero sulla convinzione che la follia non possa essere davvero riconosciuta tale… e perché? Perché un atto e un comportamento possono essere giudicati ‘folli’ allorquando si parte da un criterio di giudizio che preveda il riconoscimento di una ‘norma’, cioè di una ‘normalità’; allorquando si parte dalla convinzione che esiste un ordine naturale e un disordine, una logica ed un’illogica, un bene ed un male. Ora, dal momento che l’antipsichiatria fa propria una visione delle cose completamente relativista, ecco dunque che non può riconoscere nessuno statuto alla malattia mentale. La follia non è più giudicabile come tale, perché non si può essere certi di cosa sia la normalità e cosa sia, invece, l’anormalità” ( La Rivoluzione nell’uomo, pp. 54-55). I folli, in quest’ottica, sono delle persone come tutte le altre, o forse addirittura privilegiate rispetto alle altre a causa dell’avvenuto superamento, in loro, delle arbitrarie categorie di pensiero e di azione imposte agli uomini dalle strutture reificanti della società capitalistica. Lo stesso Gnerre cita a questo proposito la “Lettera ai primari di manicomi”, pubblicata nel 1925 sulla rivista La Révolution surréaliste: “Non ammettiamo che si ostacoli il libero svilupparsi di un delirio che è legittimo, logico tanto quanto qualsiasi serie di idee o di atti umani (…). Senza insistere troppo sulla natura assolutamente geniale insita nelle manifestazioni di certi pazzi, nella misura in cui siamo adatti ad apprezzarle, affermiamo l’assoluta legittimità della loro concezione della realtà e di tutte le azioni che da essa derivano” (in op. cit., p. 55). Ai pazzi, dunque, come propugnavano i surrealisti, non va più imposto alcun vincolo, alcuna contenzione. La verità non esiste, la realtà non è quella che sembra: il modo di agire e la visione del mondo di un pazzo hanno lo stesso diritto di esistere di quelli di chiunque altro.

Segnalo di passaggio la matrice gnostica di tali concezioni (matrice che si fa del tutto esplicita nei testi di Laing) per passare direttamente al alcune notizie ed aneddoti riguardanti il maggior rappresentante italiano dell’antipsichiatria, Franco Basaglia (1924-1980).

Marx, com’è noto, pone come fulcro del movimento storico (dialettica) la categoria del conflitto, che si svolge per lui tra capitalisti e proletari, ovvero tra sfruttatori e oppressi. ? dallo scontro mortale di tali forze che germinerà, un giorno, la società senza classi e senza ingiustizie. Nella seconda metà del Novecento l’identica ‘ideologia del conflitto’ verrà estesa da molti pensatori alle più disparate realtà sociali: uomini e donne (femminismo), adulti e giovani (contestazione giovanile), clero e laicato (cattolici del dissenso), eccetera: tutte realtà, per gli ideologi in questione, destinate a rapportarsi non in termini di conciliazione e servizio reciproco, ma di opposizione e lotta. Basaglia, come altri antipsichiatri, si incarica di estendere la medesima dialettica marxiana al rapporto tra sani di mente e malati psichiatrici. Questi ultimi sarebbero secolarmente oppressi e discriminati dai primi, che stabilirebbero un arbitrario ed escludente concetto di ‘normalità’ con lo scopo, inconfessabile, di scaricare sul mondo della patologia psichica i propri intimi conflitti irrisolti. La storia del malato è una storia di oppressione, che comincia in famiglia (‘istituzione della violenza’) per finire nel lavoro e nella società. Per far sì che i ricoverati prendano coscienza di queste dinamiche di esclusione e sopruso, Basaglia inventa una speciale antipedagogia. Fa partecipare i malati di mente a una sorta di lavaggio del cervello alla rovescia, cercando (parole sue) di “stimolare l’aggressività nascente facendo avvicinare la loro situazione a quella di altri ‘esclusi’, attraverso la proiezione di documentari in cui fossero evidenti le parti degli oppressi e degli oppressori“.

Quello di ridestare l’aggressività dei malati ‘oppressi’ è un pallino di Basaglia. In un articolo, dichiara che “su questa aggressività, che noi psichiatri cerchiamo per un’autentica relazione con il paziente, potremo impostare un rapporto di tensione reciproca che, solo, può essere in grado di rompere i legami di autorità e paternalismo, causa fino a ieri di istituzionalizzazione“. Come si suol dire, “chi semina vento raccoglie tempesta”. Sorvolando sugli episodi di cronaca che vedono pazienti in cura presso Basaglia ammazzare le mogli a colpi d’accetta, lo stesso psichiatra è oggetto, nel settembre 1977, di un tentativo di linciaggio da parte di un gruppo di contestatori denominato “Marge”: i suoi componenti si definiscono “ex delinquenti, emarginati, folli, prostitute“, e vogliono fare della marginalità una “coscienza nuova.

Tra le novità introdotte da Basaglia nella gestione dei manicomi (prima della legge 180) è compresa l’abolizione della distinzione rigida dei luoghi di degenza per uomini e donne. Già nel 1973, con Basaglia direttore dell’ospedale psichiatrico di Trieste, a diversi medici dell’équipe vengono recapitati avvisi di reato per “somministrazione di sostanze anticoncezionali con presunta violenza”; nel 1978, poi, arrivano quattro avvisi di reato ad altrettanti medici per “procurato aborto in donna consenziente”. Tutta l’équipe basagliana si autodenuncerà per lo stesso reato.

Fonti:

Corrado GNERRE, La Rivoluzione nell’uomo, Fede&Cultura 2008

Mario COLUCCI e Pierangelo DI VITTORIO, Franco Basaglia, Bruno Mondadori 2001

Franco BASAGLIA, L’utopia della realtà (a cura di Franca ONGARO BASAGLIA), Einaudi 2005

Mario GHIOZZI, “La psichiatria”, in I.D.I.S., Voci per un Dizionario del Pensiero Forte, http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/p_psichiatria.htm

Ermanno PAVESI, “L’antipsichiatria”, in I.D.I.S., Voci per un Dizionario del Pensiero Forte, http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/a_antipsichiatria.htm

http://www.vittimedella180.org

Neonata operata al cuore mentre era ancora nella pancia della mamma

È stata operata al cuore, con un intervento mai effettuato prima in Italia, quando ancora si trovava nella pancia della mamma. Si chiama Giulia, pesa 2 chili e 710 grammi, è nata due giorni fa e sta bene. Quando Giulia si trovava da appena 20 settimane nel ventre materno le era stata diagnosticata una cardiopatia complessa: un’atresia della polmonare a setto intatto, il suo ventricolo destro stava diventando troppo piccolo e questo non le avrebbe permesso di avere un cuore normale.

Per porvi rimedio, lo scorso 13 maggio è stato eseguito all’ospedale Regina Margherita di Torino un cateterismo interventistico fetale mai praticato prima in Italia: attraverso la pancia della mamma si è arrivati al cuore del feto, perforando e dilatando la valvola polmonare.

Dopo l’intervento fetale, eseguito congiuntamente dalla dottoressa Gabriella Agnoletti, responsabile del servizio di Cardiologia, e dal dottor Pietro Gaglioti sotto controllo ecografico, il ventricolo destro ha ricominciato a crescere e la gravidanza è proseguita senza intoppi. Venerdì mattina sempre la dottoressa Agnoletti ha ridilatato la valvola polmonare della bambina e tenuto aperto il dotto di Botallo con una reticella («stent») che permetterà a Giulia di crescere senza necessità di farmaci.

L’ospedale Regina Margherita fa sapere che l’intervento di cateterismo fetale è stato possibile anche grazie al coraggio e alla disponibilità di Stefania e Pasquale, genitori della piccola e che è stato fondamentale il supporto delle equipe di anestesisti Evelina Gollo dell’ospedale Sant’Anna e Ingrid Distefano del Regina Margherita, degli infermieri e dei tecnici di Radiologia.

(da Il Corriere della Sera)

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.