VIETATO VIETARE. LA LOBBY DEL CINEMA COMANDA. Fa discutere il “per tutti” assegnato ad Apocalypto

Apocalypto, il filmone di Mel Gibson, sbarca oggi in Italia. Pare che narri gli ultimi giorni della civiltà maya, ma le paginate di anticipazioni sorvolano sulla trama, peraltro poco originale perché ricalcata su un collaudato schema del cinema d’azione hollywoodiano – massacro, cattura, fuga, inseguimento, vendetta – e si soffermano sulla violenza straripante, che un recensore riassume così: “Teste mozzate, pugnali infilati nella pancia, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto”. Si può discutere se tanta generosità di dettagli dipenda dall’esigenza dell’artista di esprimersi con il massimo realismo possibile, dalla furbizia del mercante nel piazzare un prodotto solleticando l’inesausto gusto dell’orrore del pubblico, o da una patologica pulsione sanguinaria di un Gibson che, dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera. Fuori discussione invece dovrebbe essere che per bambini e ragazzi certi film sarebbe meglio non vederli; e poiché i genitori non possono sempre controllare quale film sceglie il figlio che va con gli amici al multisala, all’esercizio della responsabilità sono chiamati tutti, Stato compreso, secondo le proprie competenze e possibilità. Difatti esiste una commissione censura, che ha peraltro classificato “per tutti” Apocalypto, diversamente da quanto deciso dai colleghi statunitensi (divieto ai minori di 17 anni), tedeschi e canadesi (18), olandesi (16) e irlandesi (15). I nostri rappresentanti dei genitori avevano chiesto, più modestamente, un divieto per i minori di 14 anni. Macché, neanche quello. Ad opporsi, spiegano, sono gli esperti di cinema e i rappresentanti di categoria. In altri termini, la lobby. Ma per quali motivi? Per difendere il diritto dei bambini italiani di godersi teste mozzate e coetanei smembrati? No, ci dev’essere qualcosa di più ghiotto e prosaico. Un caso identico scoppiò nel 2001 all’uscita di Hannibal, il film di Ridley Scott la cui scena più succulenta (letteralmente) vedeva Anthony Hopkins servire belle calde delle scaloppine di cervello di Ray Liotta sul piatto di Julienne Moore. Anche allora il film fu classificato “per tutti” mentre all’estero era stato vietato. Ed anche allora gli esercenti, in un soprassalto di responsabilità, esposero alla cassa un cartello in cui invitavano i ragazzi a non entrare in sala senza i genitori accanto. Dopo quasi sei anni siamo ancora al punto di partenza. Resta comunque da rispondere alla domanda: perché la lobby del cinema ha la manica tanto larga? Non sappiamo se sia questo l’unico motivo, ma un fatto è sicuro: un divieto, anche soltanto ai minori di 14 anni, impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idem per il mercato dell’home video. Alla faccia dei cartelli alle casse, infatti, se cercate di acquistare Hannibal su internet, lo troverete classificato “per tutti”, due parole rassicuranti per i genitori che non abbiano memoria lunga e non siano cinefili. Denaro, nient’altro che vile, banale denaro. Lo stesso denaro che manca alla commissione censura, dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro.
(“Avvenire”, 5 gennaio 2007, pag.2).
POST SCRIPTUM
Il giorno dopo, il 6 gennaio, il “Corriere della sera” a pag.39 riprende questo articolo riassumendolo così. Lo trascrivo per intero. Attenzione: la prima frase, che dice l’esatto contrario di quel che avrebbe dovuto dire, non contiene refusi. Il “non” di troppo è nell’originale.
“AVVENIRE”: TROPPE LOBBY DEL DENARO
L’ultimo film di Mel Gibson, Apocalypto, in Italia non è stato vietato per motivi di “denaro”. Lo sostiene un editoriale di “Avvenire”, firmato da Umberto Folena. Il giornale dei vescovi osserva che un divieto anche solo a 14 anni impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, “confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idel _ prosegue – per il mercato dell’home video”. Folena ricorda che “se cercate di acquistare Hannibal su internet lo troverete classificato ‘per tutti’, due parole rassicuranti per i genitori”. Il “denaro, nient’altro che vile, banale denaro”, rileva ancora il quotdiiano, manca poi alla Commissione censura che decide sui divieti, “dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro”. Critiche anche a Gibson che “dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera”.

Il piccolo e il padre.

La tragedia si è consumata in un attimo, un istante di qualche ora, nel freddo di una notte di Novembre. Tuo padre è arrivato come animato da un demone, nella tua stanza, mentre sognavi, ti ha afferrato. Cosa provasti in quei momenti: paura, sgomento o rassegnazione per l’ennesima intemperanza? Non èra la prima volta che papà “usciva pazzo”, però stavolta era forsennata la sua azione: ti afferrava, ti chiudeva la bocca, col nastro, per farti tacere e ti caricava in macchina insieme alle le sorelline e con poche parole, decise, concitate, perentorie. Dov’era la voce di Papà? E la paura cresceva. Ora correva, la macchina, ma dove, di notte ? Correva sino a spegnersi in uno schianto di ferro e alberi, vicino al lago. Vedevi le sorelline fuggire urlanti, stralunate, come impazzite, lontane dal Padre. Ma tu, no; forse perché eri più piccolo o chissà per quale dovere te ne stavi immobile, sul sedile, in attesa di tuo padre. Sì, di tuo Padre. E le braccia di lui, capaci di vincere il drago, ti strinsero troppo forte. Poi fu solo il freddo e un tuffo e l’acqua e ancora un freddo che sale, sale e si prende tutto, sino a vincerti. E a nulla valgono i soccorsi, le mani calde che premono, scuotono e vorrebbero ridarti il calore; resta il freddo.
Tuo padre aveva lottato per mesi, accerchiato da fantasmi e paure, irretito dalle passioni ti amava di un amore malato, che consuma, che possiede, che neanche più vede, tanto è fame e voglia di te.
Tuo padre voleva tua madre, con la forza, la picchiava, e voleva un lavoro, perso e una vita, persa.
Era assillato dal terribile timore di non vederti più e di non vedere le tue sorelle e tua madre, picchiata. Dissolti i legami, dissolto il mondo, non restavano che i giudici e le sentenze, gli affidamenti e i documenti e l’orrore del senso perduto.
Così tuo padre ha deciso di cancellare tutti i suoi amori, la realtà stessa, la sua casa. Voleva farla saltare, ma non ci è riuscito, pure lì ha fallito.
Non gli eri rimasto che tu, il piccolo e l’idea del volo in un lago gelido, di notte.
Ora vedo lo sguardo del bimbo, si insinua nel mio spirito come una spada. E’ dolcissimo, sbarazzino, con un tratto malinconico che mi sgomenta. La vita e poi la morte; sempre in attesa, lei, sempre inutile, sempre uno spreco, sempre banale, un non-senso.
Non esistono cause, l’intreccio dei destini è troppo complesso, le trame della vita un labirinto, un gomitolo inestricabile. E seppure giungessimo ad una spiegazione e che stabilisse con precisione ogni responsabilità, ogni passaggio che porta all’epilogo tragico, nulla muterebbe nel nostro cuore, perché la morte ci sembra assurda, la morte dell’innocente e quella del colpevole. Semplicemente non la vorremmo.
Ma siamo quello che siamo, pieni di limiti, ogni nostro passo e parola ce lo rivela. C’è un male che ci intride a tal punto da insinuarsi persino nell’amore di un padre, un male capace di mutarne il segno, di trasformare il bene in male.
Non ci resta che il silenzio. Ma piccolo e sconosciuto bimbo, tu mi manchi e mi manca il tuo futuro e il tuo essere uomo. Tutto, tutto ancora una volta in questa storia sfugge è troppo grande per l’umana finitezza privata dei legami vitali che un tempo ci facevano meno soli.

Dellai al convegno della Compagnia delle Opere. Più sussidiarietà, per rafforzare la società civile

Interessanti gli interventi proposti al convegno dal titolo “Sussidiarietà significa valorizzare l’esperienza di ognuno e renderla utile per il bene comune”, che a Trento ha concluso l’assemblea elettiva della Compagnia delle Opere Regionale (dalla quale per la cronaca è uscito confermato il presidente, Giuseppe Todesca). Mi riferisco in particolare alla testimonianza di Paolo Cainelli, della cooperativa Grazie alla Vita, del settore noprofit della CdO, che si occupa di accoglienza e cura dei disabili, e alla riflessione del presidente della Provincia Lorenzo Dellai (nella foto accanto a Todesca).

Cainelli ha ripercorso l’ormai quasi trentennale vicenda della cooperativa sociale di Mezzolombardo – la prima del genere sorta in Trentino – e quella della successiva legislazione provinciale e statale in materia, documentando come la sussidiarietà non sia innanzitutto “ingegneria politica” ma un fatto, perché prima nascono le opere, dall’esigenza di rispondere alle domande destate dalla realtà e dai rapporti umani e di lavoro, e poi interviene l’ente pubblico a sostenerne l’impegno a vantaggio di tutti. Ed è significativo che la crescita di Grazie alla Vita, il cui fatturato è oggi di 1 milione e 300mila euro, più di quello di una microimpresa, non sia frutto di una strategia, ma della disponibilità a farsi carico dei bisogni incontrati. Da segnalare anche, per dire dell’utilità sociale dell’opera, che la cooperativa ha un costo medio annuo per utente di 23mila euro, mentre per l’assessorato provinciale alle politiche sociali l’assistenza dei disabili richiede almeno 32.600 euro.

“Il terreno in cui vi muovete è prepolitico”, ha esordito Dellai evidenziando il contributo della CdO al rafforzamento della società civile, necessario perché essa possa dialogare con la politica. “Del resto la stessa sussidiarietà – ha aggiunto – è un tema prepolitico trasversale ai partiti, che favorisce però il dialogo indispensabile per sfuggire ad una concezione sbagliata del bipolarismo inteso come scontro tra bande. Il dialogo prepolitico è la condizione di un bipolarismo non solo mite ma politicamente utile e intelligente. Questo è l’approccio giusto con cui la politica può ritrovare la bussola dopo una lunga fase di transizione”.

Secondo il presidente della Provincia è urgente che il Paese superi due atteggiamenti inadeguati. Il primo si oppone alla sussidiarietà verticale e appartiene a chi crede che solo lo Stato possa tutelare e certificare i diritti fondamentali, e questo spiega la lentezza e l’estrema difficoltà con cui in Italia si affermano il regionalismo e la relativa riforma costituzionale. Il secondo è invece in contrasto con la sussidiarietà orizzontale perché attribuisce allo Stato il monopolio dell’interesse generale, di cui solo l’ente pubblico può ritenersi garante. Il che giustifica la pretesa non solo di controllare ma anche di gestire tutto.

“Si tratta – ha osservato Dellai – di visioni arcaiche, legate ad una visione corporativa e soprattutto alla paura del futuro. La risoluzione di queste due grandi questioni – ha continuato – sarà imposta a livello europeo dalla necessità di cambiare radicalmente l’attuale modello di Welfare State. Diversamente, l’ente pubblico non avrà più le risorse per mantenerlo e noi saremo attratti da altri modelli inadeguati perchè non coniugano libertà e giustizia, merito e uguaglianza, solidarietà e sviluppo competitivo. E’ proprio per evitare queste ulteriori derive che occorre sperimentare la pista della sussidiarietà”.

Secondo il presidente questa sfida vale anche per il Trentino il cui portato storico non ci consegna solo una Provincia autonoma molto forte, ma anche un “polo della società civile (associazionismo, cooperazione, volontariato e no profit) fortunatamente vivo e presente. Tuttavia per Dellai anche in Trentino c’è bisogno di favorire l’evoluzione di questo sistema investendo di più sulla cultura della sussidiarietà.

“In questa prospettiva la discussione sulla riforma del Welfare potrà rivelarsi senso un’occasione importante di dialogo e confronto di qualità e senza pregiudiziali alla ricerca di soluzioni nuove”. Certo – ha precisato il presidente – anche l’autonomia fiscale è un obiettivo che la Provincia deve perseguire per dare più libertà ai soggetti della società civile e ridurre la loro dipendenza dai finanziamenti pubblici. “Tuttavia – ha aggiunto – sussidiarietà vuol dire soprattutto rifare il Welfare, superando le stanchezze che il nostro sistema ha accumulato e muovendosi sul piano della qualità. Nel nostro sistema sociale, infatti, purtroppo non sempre l’offerta segue la domanda come nel caso di Grazie alla Vita, ma la domanda è indotta dall’offerta. Non si tratta semplicemente di trasferire responsabilità e poteri dal pubblico al privato ma di rimettere completamente in discussione un modello ormai inadeguato”.

Dellai ha infine voluto “lasciare” alla CdO un pensiero non da presidente della Provincia ma da cittadino e da cattolico. “Al di là di come i partiti e le coazioni si organizzeranno – ha detto – la domanda vera è: quanta capacità hanno oggi i cattolici di costruire insieme una società civile forte? Si tratta allora di accelerare un processo che permetta a tutte le espressioni sociali dei cattolici di collaborare alla costruzione di una società civile forte. Si tratta di un lavoro prepolitico che interessa tuttavia anche la politica, che trarrebbe solo vantaggi dal trovarsi di fronte ad una società civile forte.

La sussidiarietà – ha concluso Dellai – è molto esigente ed è in contrasto con tutti i sistemi attuali informati ai principi della delega, della attesa e della protesta dettata spesso dalla volontà di non condividere nulla con nessuno”.

Antonio Girardi

Satira

Satira 15. 11.2006.
La vicenda della satira nei confronti del Papa ha conosciuto in questi giorni un inasprirsi della polemica; i termini della questione sono grosso modo questi: da una parte si nota come i simboli religiosi non possano essere esposti al pubblico scherno, dall’altra si rivendica l’assoluto diritto di satira, in nome della libertà di espressione.
Ma cos’è la libertà di espressione svincolata dalla realtà dei sentimenti, delle tradizioni, delle culture, insomma della vita? Qualche anno fa lessi di un signore che si presentò ad un funerale e durante il tragitto della salma dalla chiesa al camposanto cominciò a raccontare barzellette, con ciò espletando appieno il diritto di parola. Lo sventurato venne linciato dalla folla inferocita. Qualcosa di analogo accadde quando il tifoso di una squadra di calcio si mescolò agli ultrà avversari e improvvisamente, per festeggiare il vantaggio della propria compagine, si tolse la giacca mostrando orgogliosamente al divisa immacolata del club di appartenenza. In questo caso portò a casa la pelle, pur con varie contusioni, ma il suo comportamento fu giudicato dai più, perlomeno imprudente.
Per certi aspetti, nei casi rappresentati, la folla ha “censurato” due persone che avevano superato un limite tacitamente riconosciuto da tutti. In entrambe le situazioni ciò che ha generato la reazione è la presunta offesa di un sentimento, qualcosa che in senso lato possiamo chiamare sacro, cioè intangibile, sottratto alla presa della nostra volontà di intromissione.
I Codici Civili proprio per questo hanno “da sempre” previsto, per ragioni simili, il reato di vilipendio alla bandiera, o di oltraggio al sentimento religioso; un tempo la bestemmia stessa era oggetto di possibile denuncia. Tutte le culture, perciò, censurano comportamenti e messaggi che possano recare offesa all’intangibilità di alcuni valori “spirituali”. Nel caso in questione, cioè la messa in ridicolo della massima autorità religiosa cattolica attraverso delle gag -peraltro miserelle in quanto a capacità di muoverci al riso- la satira si rivela sempre più come lo specchio di un mondo privo oramai di ogni limite. Si ride dei morti, si ironizza sulle disgrazie, si sbeffeggiano le religioni, con la stessa assenza di pudore che si rivela nei reality show, dove tutto è esposto con l’obiettivo di generare consenso, evasioni, effimero, audience. In nome della creatività senza vincoli dei singoli, lo spazio privato è violato. Con analoghe motivazioni la coscienza religiosa è violata, perché colpendo il Papa si vìola sia un sentimento religioso comune sia il privato sentire di ogni singolo. Questa storia della satira dunque rivela l’arroganza di un potere mediatico oramai in preda al delirio di onnipotenza. Potere che si esercita tra l’altro non contro i potenti, non contro i fautori d’ingiustizia, non contro tutte le forme di integralismo, ma contro chi, per ruolo e autorevolezza morale non può difendersi.
Un elemento positivo però mi pare possa evidenziarsi: le reazioni indignate di molti cittadini rivelano come la nostra società possegga ancore degli anticorpi, delle autocensure che prescindono dalle leggi e che si esprimono nel sentimento di sdegno. Oggi è impensabile parlare di censura come pratica formalmente stabilita, per quanto esistano in molti campi forme di censura indiretta che tacitano coloro che sono considerati dissidenti o scomodi.
Forse, l’unica forma di censura ammessa per il futuro delle società liberali sarà questa: il sentire comune che si indigna e ci richiama alla necessità di un limite.
Saremo capaci, in futuro, di coglierlo questo limite? Se ciò accadrà lo dovremo in parte anche alla forza di stimolo morale della Chiesa. E’ questo, che sta accadendo, ora , mentre discutiamo sulla liceità o meno di certa satira.

Il Codice da Vinci e la verità su Gesù

La Parrocchia di S.Giovanni di Borgo Sacco, (Rovereto) organizza un incontro con il prof. Marco Fasol, autore del libro "Il codice svelato", dal titolo "Il Codice da Vinci e la verità su Gesù". L’appuntamento è fissato per venerdi 10 novembre ad ore 20:30  presso l’oratorio di Borgo Sacco, in via Zotti.  Volentieri diamo risalto all’iniziativa, che tra l’altro ci ha visti promotori alcuni mesi fa di uno stesso incontro a Trento proprio con Marco Fasol. Considerato il successo di pubblico, ottenuto in quell’occasione e la capacità dell’autore di mettere in luce i retroscena a dir poco "surreali" di Dan Brown, consigliamo vivamente la partecipazione.

Sabato 25 novembre la Giornata della Colletta Alimentare

E’ in programma anche in tutta la nostra regione, sabato 25 novembre, la decima Giornata della Colletta Alimentare.

Promossa dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus del Trentino Alto Adige con la collaborazione delle sezioni locali dell’associazione Nazionale Alpini e i Nuvola (protezione civile), quest’anno la Giornata della Colletta Alimentare coinvolgerà nel nostro territorio oltre 2000 volontari, che in 150 supermercati raccoglieranno i prodotti appositamente acquistati e consegnati loro dai clienti all’uscita

Sarà poi lo stesso Banco Alimentare a stoccare gli alimenti e ridistriburli a 33 associazioni ed enti convenzionati rispondendo così al bisogno di più di 6000 persone.

Tutti possono partecipare all’iniziativa sia come volontari sia come acquirenti dei prodotti da lasciare al Banco Alimentare. Per avere informazioni e aderire alla Giornata della Colletta basta rivolgersi a Duilio Porro, presidente del Banco Alimentare del Trentino Alto Adige-Onlus (cell: 328-8217330).

Sos Libano. Appello per la raccolta di aiuti umanitari

Le drammatiche vicende della guerra israelo-libanese sono a tutti note. Il 12 luglio 2006, gli Hezbollah, militanti islamici del Partito di Dio, attivo nel Libano del sud nell’ambito di una estenuante guerra di rivendicazioni territoriali che prosegue ormai da più di vent’anni, sferrano un attacco contro le truppe israeliane uccidendo otto militari israeliani e rapendone due.

Immediata e violentissima la replica di Israele, che, affermando di interpretare il blitz degli Hezbollah come una dichiarazione di guerra, scatena un conflitto indiscriminatamente proteso alla distruzione del Libano intero.

Numerose ed eloquenti, durante e dopo l’attacco, sono state le prese di posizione critiche sulle ragioni e sugli esiti del conflitto: dai pronunciamenti delle organizzazioni umanitarie, alle esplicite dichiarazioni di numerosi prelati cristiani dell’area mediorientale, alle esternazioni di uomini insospettabili come l’attore ebreo Moni Ovadia…

Non è forse inutile riassumere attraverso le parole di Monsignor Fuad Twal, vescovo di Gerusalemme, le difficoltà che si presentano a chi tenti una ricostruzione delle vicende mediorientali. Presente a fine agosto al famoso Meeting che C.L. organizza annualmente a Rimini, Mons.

Twal, denunciando la manifesta partigianeria dei mass media internazionali, oltre ad esprimere il proprio punto di vista sulla guerra di Israele in Libano, ha ricordato che: "L’informazione è pilotata e non obiettiva. Ci vorrebbe più senso critico, che invece manca. Israele è forte in tutti i sensi e i mass media sono influenzati e così nessuno osa parlare di occupazione israeliana. (…)

Io sono responsabile religioso in Israele, Palestina e Giordania e voglio bene agli abitanti di questi tre stati e posso solo dire che oggi esiste una occupazione militare che può solo raccogliere ulteriore resistenza. Che Dio ci aiuti a ritrovare la via del dialogo, della ragionevolezza, della carità e ridia speranza a questa terra la cui vocazione è di essere una terra di pace e non di sangue".

Per consentire una valutazione sintetica ma effettiva sul significato e sugli scopi di questo ultimo grande conflitto mediorientale, non è in ogni caso superfluo riportare le cifre aride, eppure pregnanti, del disastro libanese, tutte desunte dalle più qualificate fonti giornalistiche del Paese dei cedri:

* l’ingaggio pianificato e ripetuto di obiettivi non militari ha causato la morte ed il ferimento rispettivamente di 1283 e 4055 civili. Significativamente l’83% dei decessi riguarda donne e bambini; tra questi ultimi, un quarto sono al di sotto dei 12 anni. I profughi libanesi sono stati circa 1 milione. Circa 70.000 persone hanno lasciato definitivamente il Paese;

* in 33 giorni l’aviazione israeliana ha compiuto 40.000 ore di volo e 15.500 raid aerei, portando distruzione e morte sul territorio libanese con circa 150.000 bombe. Senza alcun rispetto per le convenzioni internazionali sono state sganciate in quantità bombe al fosforo, bombe a grappolo e persino ordigni contenenti sostanze chimiche il cui contenuto resta a tutt’oggi non identificato. Più volte si sono levati in volo sino a 200 bombardieri contemporaneamente a desolare il Libano. L’artiglieria campale e la marina israeliana hanno sparato circa 175.000 bombe contro il territorio libanese;

* le bombe ancora inesplose, appositamente impiegate dagli israeliani come strumenti di guerra a scoppio ritardato per causare il maggior numero di morti e feriti dopo il cessate il fuoco, sono circa 1 milione e 200 mila (calcolate tenendo conto degli ordigni derivanti dalla frammentazione delle bombe a grappolo), sparse in tutto il paese. In base a rapporti militari e di associazioni libanesi ed internazionali, si parla di un periodo lunghissimo, difficilmente quantificabile, per la bonifica del territorio libanese;

* le costruzioni adibite a civile abitazione parzialmente o completamente distrutte, e quelle più in generale danneggiate, sono in totale circa 60.000, di cui la metà sono state rase a suolo. Soltanto nella periferia meridionale di Beirut, zona a maggioranza sciita, sono stati rasi al suolo 106 palazzi, per un totale di circa 5.000 abitazioni; * novecento sono le industrie e gli esercizi commerciali distrutti;

* i ponti distrutti dall’aviazione israeliana in Libano sono 70;

* i danni alla rete idrica ammontano a 75 milioni di dollari;

* i danni al sistema di approvvigionamento elettrico del Paese sono stimati per 180 milioni di dollari. Il bombardamento dei serbatoi di carburante nelle centrali elettriche di Jiyeh – 23 chilometri circa a sud di Beirut – ha comportato il (necessariamente) previsto riversarsi in mare di 15.000 tonnellate di petrolio, fatto questo che oltre al danno in sé e per sé (svariati milioni di dollari di carburante “bruciati”), ha causato una catastrofe ambientale su tutta la costa libanese, così ponendo una pesante ipoteca sulle possibilità del Libano di risollevarsi grazie al turismo proveniente dall’estero, facendo leva sulle proprie attrattive naturalistiche.

Ripercussioni gravissime, ancora non quantificabili, sono quelle che vanno di conseguenza ad incidere sulla vitale economia di sfruttamento delle risorse ittiche del mare libanese, da sempre essenziali per il sostentamento delle popolazioni costiere, che costituiscono la stragrande maggioranza del popolo libanese.

Non è secondario, in definitiva, considerare quale sia stata la portata del volume di fuoco israeliano contro il cuore di un Paese che ha un’estensione territoriale di circa 10 mila km quadrati (poco meno della metà della Lombardia, per avere un’idea più concreta), la più gran parte dei quali sono rappresentati da una dorsale montuosa, poco ospitale e scarsamente popolata.

Lo scopo di mettere in ginocchio il Libano nell’ambito di una guerra che non ha mai inteso limitarsi a sconfiggere alcune migliaia di guerriglieri Hezbollah, è evidente a chi voglia riconoscere l’evidenza: da regione che poteva competere – unica nell’area di riferimento – con la stessa Israele, in ogni campo di rilevanza culturale ed economica – anche grazie ai propri esclusivi legami con l’Occidente, possibili in forza della massiccia presenza, anche nella vita pubblica, di esponenti della comunità cristiana libanese – attualmente il Paese dei cedri avrà davanti a sé lunghi anni di sforzi esclusivamente finalizzati alla sopravvivenza ed alla ricostruzione.

Israele stessa è stata infine costretta dalla medesima natura delle cose ad esplicitare almeno parzialmente i propri scopi. Ciò è avvenuto in specialissimo modo quando l’esercito ebraico si è disperatamente ma inutilmente accanito per penetrare nel territorio libanese del sud sino al fiume Litani – tutte le fonti giornalistiche sono state costrette a riportare questo dato, anche se per lo più mistificandone il valore – nel tentativo di occupare un’area strategica, accaparrandosi una bramata ed importantissima porzione delle risorse idriche libanesi.

Si tratta di mire ormai datate, che di certo Israele continuerà a perseguire. I media occidentali non hanno però riportato un altro – uno dei numerosi – sintomatico aspetto della guerra israeliana in Libano.

Come a Betlemme, dove l’esercito ebraico, approfittando dell’eterno conflitto israelo-palestinese, nel 2002, aveva mitragliato e danneggiato senza scopo apparente la Basilica della Natività, uno dei luoghi più cari della cristianità, così anche oggi, anche in Libano, dietro alla cortina pretestuosa della guerra contro l’Islam, Israele ha bombardato e distrutto almeno 15 fra chiese e monasteri nella sola regione di Tiro, coinvolgendo anche vari villaggi cristiani, come ha denunciato Mons Georges Bakouni, metropolita di Tiro dei greco-melkiti. “Israele – ha ricordato con estrema franchezza quel prelato – ha voluto bombardare le nostre chiese, i nostri villaggi perché vuole svuotare il Libano dei cristiani”.

Qualunque lettura peraltro si voglia dare del conflitto, sarebbe falsificante sostenere che la distruzione del Libano, di interi ed estesi quartieri residenziali, la pressoché totale tabula rasa fatta delle infrastrutture civili, dei ponti, delle arterie più importanti e vitali, delle fonti di approvvigionamento, delle reti di distribuzione idrica per l’irrigazione dei campi… sia servita al solo, propagandato scopo di estirpare gli Hezbollah.

Il dissanguamento delle risorse materiali di un Paese è un abusato sistema di deportazione (peraltro noto agli studiosi di dottrina militare) di desolazione, di condanna a morte: “pulito”, scientifico, estremamente efficace, che ovviamente colpisce tutti; i civili in primissimo luogo: i cristiani, gli sciiti, i sunniti… Chi non intende morire sotto i bombardamenti, chi comprende l’esigenza elementare di fuggire da un’area priva di fonti di sostentamento su cui ormai aleggiano lo spettro della morte, il terrore di un nuovo e più devastante conflitto, il timore della diffusione di contagi in condizioni igieniche e di approvvigionamenti idrici ed alimentari spaventose, se ne va con il proprio carico di stracci.

È meno inquietante il timore di perdere la vita per strada che non quello di restare. La dispersione della classe media, soprattutto dei cristiani, che da sempre rappresentano parte qualificante della dirigenza libanese, pone il Libano in una condizione angosciante.

Anche se la ricostruzione procede, il Libano è attualmente privo di numerosi servizi essenziali: la distruzione delle infrastrutture ostacola potentemente il recupero collettivo. Gli ospedali e più in generale tutti i servizi sanitari non riescono ad operare correttamente.

E ciò che vale per la sanità vale per ogni altra ipotesi di azione sociale ed individuale. In molte zone scarseggiano cibo, acqua, servizi, medicinali e in buona parte la possibilità stessa di avere quei rapporti che sono indispensabili per recuperare il necessario.

La distruzione del tessuto connettivo del Libano ha effetti che difficilmente in Occidente si possono rappresentare: le ridotte dimensioni del Paese dei cedri hanno determinato una situazione per cui senza aiuti dall’esterno è difficilissimo recuperare facendo affidamento sulle proprie forze, ormai disperse, dissanguate e slegate.

Ad oggi, nell’ottobre del 2006, la possibilità di coordinare dall’interno il sistema sono in effetti misere. Nel tentativo di fornire il mio modesto apporto a favore del Libano, mi rivolgo a chi vorrà sostenere concretamente le attività intraprese a favore del mio Paese d’origine, effettuando un versamento sul conto corrente postale di seguito indicato.

Dall’Italia, che è ormai da molti anni divenuto il mio Paese di adozione, aiutato da alcuni amici, tengo contatti diretti con alcune realtà ecclesiali libanesi, in particolare con la Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo (Kafarchima – Beirut), attivissima nella propria opera di sostegno spirituale e materiale a favore di chi crede che il Libano possa ancora una volta risollevarsi dalla polvere.

Confidando nella Provvidenza, di cui ognuno di voi potrà essere benefico messo, mi affido alla vostra generosità, una generosità che – ne ho la certezza – verrà ricompensata da Chi scruta le reni ed i cuori.

Don Elie Wehbe (Padre Ildebrando) – Padre Benedettino Abbazia San Miniato Via del Monte alle Croci, 34 50125 Firenze C.C. Poste italiane n. 000075343129, causale: SOS LIBANO www.soslibano.it e-mail: soslibano@gmail.com

Carron a Trento sul rischio educativo: sfida per tutti e per ciascuno

Mercoledì 8 novembre alle ore 20.30 l’Auditorium Santa Chiara ospiterà un incontro che, per la personalità del relatore e l’argomento trattato, è – fra i tanti quotidianamente in calendario – davvero da non perdere. Quest’incontro avrà infatti un requisito piuttosto raro: quello di interessare contemporaneamente tutti e ciascuno.

Per la prima volta parlerà a Trento, invitato dall’Università e introdotto dal rettore Davide Bassi, Juliàn Carron, presidente della fraternità di Comunione e liberazione. Tema del suo intervento: la presentazione del libro "Il rischio educativo", uno degli scritti più significativi ed emblematici dell’opera di Luigi Giussani, il sacerdote brianzolo che, poco tempo prima di morire (nel febbraio di due anni fa), aveva scelto proprio Carron, teologo spagnolo, come suo successore alla guida del movimento ecclesiale da lui fondato e oggi diffuso in molti paesi del mondo.

Perché quest’uomo e la questione educativa di cui si occuperà meritano l’attenzione di tutti e di ciascuno?

Perché diversamente da quel che si potrebbe pensare, chi parteciperà alla serata non sentirà discorsi sulla chiesa, ma la testimonianza di un’avventura umana colta nella concretezza dei problemi e delle scelte, e specialmente il racconto di come sia possibile a ciascuno di noi vivere il rapporto con gli altri e la realtà rimanendo liberi.

Qualche tempo fa era stata promossa nel nostro Paese una raccolta di firme a sostegno di quello che era stato chiamato “Appello per l’educazione”. In quel manifesto si diceva che “l’emergenza” in cui siamo immersi non è innanzitutto politica o economica, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. La prima vera emergenza oggi si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruisce la persona, e quindi la società. Non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro.

Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli.

Per anni dai nuovi pulpiti – scuole e università, giornali e televisioni – si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere.

È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta.

È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere. Ma la loro noia è figlia della nostra, la loro incertezza è figlia di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa.

Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti. Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino loro a stimare ed amare se stessi e le cose.

Perché l’educazione comporta un rischio ed è sempre un rapporto tra due libertà. Questa è la strada sintetizzata nel libro ”Il rischio educativo” che Carron presenterà a Trento. In un momento nel quale tutti, anche in Trentino, parlano di risorse umane, di capitale umano, di formazione e di educazione, Carron descriverà il tentativo di rendere concreta, praticata, possibile, viva questa risposta.

Non è, appunto, solo una questione di scuola o di addetti ai lavori, ma di una sfida che coinvolge chiunque abbia a cuore il bene del nostro popolo e il futuro di tutti.

Se anche a Trento sorgerà una moschea, si eviti almeno di affidarne la gestione all’Ucoii

Molto probabilmente fra due o tre anni, se non prima, anche Trento avrà la sua moschea. Il nulla osta “politico” al progetto è arrivato dal sindaco Pacher, che ha preannnunciato l’impegno della commissione urbanistica comunale in questa direzione non appena conclusa la partita della variante al Prg.

E’ noto infatti che i cittadini di Trento e provincia non vedono l’ora di poter dotare questo territorio di una moschea. E’ risaputo che questa è la loro maggiore aspirazione. E si sa che il sindaco del capoluogo è sempre pronto a rendersi interprete delle principali attese della popolazione.

Il buon Alberto Pacher ha infatti commentato positivamente anche l’autotassazione lanciata dai musulmani interessati all’edificio. Come dire: impossibile negare un aiuto pubblico a chi per avere quel che chiede attinge alle proprie tasche. Ha poi aggiunto che “la comunità islamica non ha mai creato problemi”, lasciando intendere che a suo avviso neppure ne provocherà.

Ma il primo cittadino si dimostrerebbe un tantino più saggio e previdente se non si fermasse a considerare solo come sono andate le cose finora, e si chiedesse quali effetti potrà avere in futuro la realizzazione di una moschea nel capoluogo provinciale. Specialmente se la gestione verrà affidata all’Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia), com’è già accaduto in molte altre città italiane.

Forse il sindaco ricorderà che l’Ucoii, guidata dal sedicente Imam “trentino” Breigheche e che si arroga il diritto di rappresentare la maggior parte dei musulmani, aveva acquistato intere pagine dei maggiori quotidiani nazionali per identificare lo Stato di Israele con la Germania nazista, respingendo poi la richiesta di scusarsi per questo, e non voleva sottoscrivere la carta dei valori comuni a tutti gli immigrati proposta dal ministro Amato alla consulta nazionale islamica.

Forse il sindaco ricorderà che Magdi Allam, autorevole giornalista musulmano del Corriere della Sera, intervenuto il mese scorso a Trento in un affollatissimo incontro pubblico, è costantemente protetto da una scorta perché su di lui pende da tempo una Fatwa (la condanna a morte islamica) dovuta al suo instancabile tentativo di rendere consapevoli le autorità nazionali, locali e l’opinione pubblica del nostro Paese, della minacciosa campagna di odio e violenza contro gli “infedeli” sistematicamente alimentata nelle moschee locali gestite dall’Ucoii. Ucoii che non a caso è affiliata, in campo internazionale, ai Fratelli Musulmani, una delle più potenti e aggressive organizzazioni islamiche da cui, in particolare dall’11 settembre in poi, sono stati sempre giustificati tutti gli attentati terroristici compiuti dai kamikaze di Al Qaeda.

E infine, forse il sindaco di Trento ricorderà che una moschea non è identificabile con una chiesa o con un luogo di culto qualsiasi così come noi lo intendiamo. Per la minoranza islamica che frequenta le moschee (perché anche in Trentino solo di esigua minoranza si tratta), il Corano non riguarda solo la sfera religiosa e spirituale dei fedeli, ma anche quella politica e detta quindi le leggi alle quali come cittadini si devono sottomettere. Leggi non solo diverse dalle nostre ma, se interpretate alla lettera, anche incompatibili con la Costituzione italiana e con il rispetto dei diritti della persona e in particolare della donna.

Per evitare che una moschea a Trento (perché è inutile illudersi: piaccia o no la moschea finirà per essere sicuramente costruita) possa significare tutto questo, cioè rappresentare una sorta di scuola di odio e di violenza nei confronti dei non islamici o degli islamici non praticanti, il sindaco Pacher dovrebbe innanzitutto evitare di affidarne la gestione all’Ucoii , e poi porre delle precise condizioni circa il rispetto delle leggi e i contenuti della predicazione.

Diversamente, fra non molto dovrà confrontarsi (insieme a tutti i trentini non allineati all’Ucoii) con una crescente “tensione sociale” (per usare un eufemismo) anche in quella che fu la città del Concilio.

Gian Burrasca