LA VIOLENZA, IN GENERE, NON HA GENERE

Renzo e Lucia da I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, versione televisiva di Sandro Bolchi

È sotto gli occhi di tutti: è in atto un tentativo di cavalcare l’onda emotiva del barbaro assassinio di Giulia Cecchettin per imporre i modelli della cancel culture, dilagati negli USA negli ultimi anni al traino di movimenti oltranzisti come Black Lives Matter e Me Too.  

Tutti colpevoli

Si vorrebbero addossare colpe individuali, peraltro sicuramente inescusabili, a tutto il sesso maschile,

bollato come tossico e da rieducare forzatamente in tutti gli ambienti, pubblici e privati. 

Curiosamente, questo sdegno rabbioso evapora laddove la tossicità e la violenza si manifestano più pericolosamente. Nelle stazioni, nelle metropolitane, nei parchi cittadini e, più estesamente, in molti quartieri degradati bande costituite soprattutto da immigrati spadroneggiano indisturbate, minacciando e assalendo impunemente donne. Per queste il transito nei loro pressi è reso impossibile o traumatico. Qui sì che si respira aria di tossicità ma le telecamere non indugiano su tale grave minaccia maschile contro le donne; l’occhio del Grande Fratello preferisce guardare da altre parti e controllare bersagli più facili.

E’ giusto discriminare per combattere la discriminazione?

Quando c’è un confronto fra i sessi, una visione manicheistica e sciovinista da molto tempo pone sempre sul piedistallo le donne e sminuisce o denigra gli uomini. 

Il che è strano perché lo stesso mainstream che, di fatto, discrimina per combattere le discriminazioni, d’altro canto vuole imporre l’assoluta omologazione di uomini e donne, cancellando ogni differenza comportamentale. 

Quindi, nessuna distinzione di ruoli. Non ci devono essere lavori considerati da uomo o da donna. Anche le attitudini devono essere livellate. E laddove resistono, si promuovono e premiano modelli di donne che manifestano attitudini tipicamente maschili e viceversa. 

Ogni specificità sessuale è considerata come uno stereotipo da estirpare (per poi sostituirlo con stereotipi più corretti). Con una eccezione, che è poi quella sopra accennata: quando si parla in negativo di comportamenti o qualità o quando si vogliono enfatizzare la violenza, i soprusi, le bestialità ecco allora che si riscopre la specificità maschile che viene valorizzata in tutto il suo splendore. Così pure, quando si vuole far risaltare il genio femminile, l’intuito femminile e tutte certe buone qualità (che ovviamente stanno tutte da quella parte) arriva l’occasione per riscoprire l’abissale differenza dei sessi e apprezzare la sostanziale differenza tra uomini e donne. 

Stereotipi discriminanti

Andrebbe rimarcato che, se c’è una mascolinità tossica c’è anche una femminilità altrettanto tossica. Succede, invece, che quando viene individuato un colpevole bollato come maschio tossico si pretende di mettere tutti i maschi sul banco degli imputati. Non mi risulta, invece, il caso inverso, che sarebbe comunque da considerare aberrante. Si crea così lo stereotipo del maschio troppo virilizzato (e quindi troppo tossico) che va femminilizzato o convertito in un individuo unisex. Ecco promossi i nuovi stereotipi, cari a chi si batte contro gli stereotipi!

Nel concetto di femminilità tossica andrebbero ricompresi tutti gli atteggiamenti di sopraffazione, i quali non vanno considerati solo prerogativa maschile.

La violenza femminile

La violenza di genere è anche violenza femminile. Perché il genere, in genere, non è mono-genere. A meno che lo intendiamo, più correttamente, come ‘genere umano’. Prima che emergesse l’omologazione liberal-globalista (diciamo fino alla Conferenza del ’94 al Cairo su popolazione e sviluppo, promossa dall’Agenzia internazionale UNFPA che impose ‘a tavolino’ nuovi paradigmi sociali) l’umanità apparteneva ad un unico genere, detto genere umano, distinto in due sessi.  Oggi, gli individui appartengono alla categoria persona (titolare di tutti i diritti) o non-persona (esseri umani di serie B, in condizioni di fragilità o socialmente discriminati, spesso assimilabili a spazzatura); queste categorie dovrebbero poi essere suddistinte in molte decine di generi, che riflettono perversioni o tendenze strettamente legate all’esercizio della sessualità. Una classificazione bizzarra, dunque, che pone al centro un’ossessione (l’esercizio della sessualità e la sua promozione). Come se la connotazione che definisce ed esprime meglio l’umanità fosse il modo in cui dà soddisfazione ai suoi bassi istinti, nella ricerca di godimento sfrenato.

Lotta contro un solo genere: una realtà negata

Dunque, la lotta contro la violenza di genere non può autogiustificarsi in una lotta contro un solo genere. Altrimenti verrebbe da pensare: l’obiettivo contro cui ci si scaglia è la violenza o il maschio?

Esistono infatti violenze domestiche, aggressioni e intimidazioni perpetrati da donne che hanno come vittime maschi. Non mi piace usare per tali casi il termine negazionismo; preferisco parlare di realtà negata. O forse realtà annegata.

Quando si parla di femminicidi e si fa notare che in Italia sono in diminuzione si osserva, giustamente, che anche uno è di troppo. Ma questo non vale anche per gli uomini uccisi dalle compagne? Quanti sono i loro sacrifici? Perché non contarli? Forse valgono di meno o disturbano la narrazione che deve passare? 

In effetti, parlando di violenza di genere è facile notare un doppio standard valutativo. 

Allargamento del concetto di stupro in Europa

L’Unione Europea sta imponendo un allargamento del concetto di stupro che prescinde dalle lesioni riscontrabili sul corpo (qui). È stupro, secondo queste indicazioni, ciò che soggettivamente una donna percepisce come tale. E anche per configurare e punire atti di violenza ormai basta ben poco: un bacio rubato, un fischio di apprezzamento, la mancanza del pieno consenso in un atto sessuale, uno sguardo lascivo… Esiste però un’altra forma velenosissima di violenza psicologica che i maschi ben conoscono e subiscono in maggior misura: le aggressioni verbali. Ne uccide più la lingua che la spada, dice il proverbio. Su queste sopraffazioni le donne non sono mai chiamate a rispondere. Se pubblicamente una donna deride o umilia un uomo la fa sempre franca. Ben più difficile il caso inverso.

Ma anche per altri tipi di violenza o aggressioni non verbali per le donne c’è un trattamento più benevolo. Uno psicologo che conosco mi ha raccontato di avere alcuni clienti che vengono spesso picchiati dalle mogli. Ma un uomo che subisce queste violenze non ha supporti istituzionali e comprensione. Anzi, se rende pubblico il suo dramma subisce anche lo sberleffo. 

Casi di violenza femminile

Un caso eclatante di violenza femminile è quello successo domenica scorsa a Roma: l’assalto furibondo condito da invettive, contro una sede dell’associazione ‘Pro Vita e Famiglia’. Una manifestazione di odio becero, durante una manifestazione di donne contro la violenza. 

Qui si misurerà l’ipocrisia dei promotori di queste parate. Perché se non ci saranno chiare condanne da parte dei promotori, se non ci sarà da parte della scuola e delle istituzioni la stessa indignazione manifestata contro la violenza maschile, se non saranno chiamate a rispondere le responsabili di quei fatti, vorrà dire che chi tace e chi insabbia acconsente. 

Via libera alla violenza femminista e omertà dei politici

Il silenzio di una certa parte del mondo politico finora mantenuto a fronte di queste violente aggressioni è molto preoccupante. Si potrebbe definire un atteggiamento di omertà. Il messaggio che se ne trae è un via libera alla violenza femminile, una garanzia di immunità, una benevola chiusura degli occhi. Come se ci fosse una violenza accettabile e un’altra invece talmente inaccettabile che si deve ritorcere anche su chi non c’entra, perché bisogna colpevolizzare tutta la categoria. 

Al posto del peccato tutto diviene reato e punizione compulsiva

Da tutte le considerazioni sin qui esposte arrivo a trarre qualche conclusione.

Quale sarebbe la soluzione per arginare questa deriva di violenza e ideologica? Forse contrapporre sistemi persecutori e linciaggi mediatici sullo stile di ‘Black Lives Matter’ o di seguaci della ‘Cancel culture’, declinati a promozione e tutela dei maschi oppressi? 

Forse ispirarsi alle femministe americane di ‘Mee Too’ per fare emergere ogni umiliazione maschile con condanne spietate e senza appello? Esigere la rieducazione della cultura popolare con modelli manichei di stampo maschilista?

Queste ipotesi, che secondo una prospettiva laica e giustizialista qualcuno potrebbe anche considerare come passi avanti verso la pari dignità, in realtà costituirebbero un passo indietro, un ulteriore degrado del clima sociale. Lo dico a costo di contraddire, in apparenza, tutto quello che ho detto sinora.

La Verità in una visione metafisica

Il problema va infatti inquadrato in una prospettiva metafisica, di contrapposizione tra forze del bene e del male (per chi è in grado di riconoscerle). Chi sa discernere le strategie del diavolo sa che, nel suo odio infinito verso l’umanità, il progetto di distruzione passa non solo attraverso le guerre tra Stati, ma anche all’interno delle famiglie. 

Instillare conflittualità tra marito e moglie o tra genitori e figli o tra generazioni oppure generare confusione sessuale: sono tutte strategie che mirano alla disgregazione della famiglia nella quale, invece, si dovrebbe incarnare il progetto buono di Dio.

La crescente diffidenza tra i sessi ostacola le unioni e la procreazione di figli, visti come un problema da evitare. Crea un clima di ostilità alla vita che diventa poi per altri aspetti egoistici (che meriterebbero lunghi approfondimenti) di favore alla morte. 

Per recuperare un po’ di concordia, occorrerebbe quindi un passo indietro da parte di tutti, nel riconoscimento reciproco – sia di uomini che di donne – della dignità e dei valori specifici di ognuno.

Superare e ridurre l’astio, non crearlo. E tornare ad affidarsi a Dio. Tornare a sposarsi in Chiesa mettendo Dio al centro dell’unione famigliare. Se si riconosce che ci si sposa in tre diventa più facile restare uniti e in armonia; e diventa più raro o per casi estremi il ricorrere all’illusoria liberazione del divorzio, che scatena inevitabili danni sociali (in primis sui figli) e nuovi problemi.  

La nostra società sta raccogliendo i frutti dell’emarginazione di Dio. Anche il conflitto dei sessi ne è una conseguenza.

Come diceva William Penn ‘quelle persone che non saranno governate da Dio saranno governate da tiranni’. O, aggiungo io, dalla tirannia dei propri desideri e di passioni incontrollate.

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Autore: Roberto Allieri

Nato a Pavia nel 1962, sposato e padre di quattro figli, risiede in provincia di Bergamo. Una formazione di stampo razionalista: liceo scientifico, laurea in giurisprudenza all’Università di Pavia e impiego per oltre trent’anni in primario istituto bancario. L’assidua frequentazione di templi del pensiero pragmatico e utilitarista ha favorito l’esigenza di porre la ragione al servizio della ragionevolezza e della verità. Da qui sono seguite esperienze nel volontariato pro-life, promozione di opere di culto, studi di materie in ambito bioetico, etc. Collabora al Blog Oltre il giardino QUI  Vedi tutti gli articoli di Roberto Allieri

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