L’eredità di don Didimo

 

Il cattolicesimo, oggi, sembra una religione per vecchi. Si entra in chiesa la domenica, e l’età media fa spavento: a quarant’anni, con molti capelli bianchi, ci si sente un ragazzino. La vecchietta a fianco ti guarda, sorridendo. Si capisce che è contenta di vedere “un giovane”. Vecchia, la Chiesa, oggi, anche per il linguaggio, per le proposte di molti sacerdoti, catechisti… “Indietro di duecento anni”? No, non è questo che intendo. Direi il contrario: la chiesa invecchia quando vuole stare al passo con i tempi. Perché sono i tempi che sono vecchissimi. E’ questa Europa nichilista che è stanchissima, sterile, e mette tristezza.
Ma poi uno va a Bassano del Grappa, un paese del Veneto che fu bianco, ed incontra una realtà di cui non sapeva nulla, e che dà speranza.
Mi riferisco al “Comune dei giovani”, alla “Scuola di cultura cattolica”, a tutte le attività suscitate, oltre cinquant’anni fa, da un sacerdote di nome Didimo. A Bassano si incontrano giovani veri, 20-25, 30 anni, che amano la Chiesa; che si impegnano nello sport, nel sociale, nella cultura… con uno sguardo bello, pulito, fiero e sereno. “Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam”: così si diceva nella messa latina, a 10, 20, 60 o 70 anni. La fede è una esperienza che mantiene giovani. E’ infatti fiducia, speranza, carità: è la giovinezza del pudore, del rispetto, del timor di Dio, dell’amore del prossimo, della curiosità… Chi vive in un certo modo, invecchia, presto; chi vive in un altro, invecchia solo nel senso migliore della parola. Diventa più saggio, più equilibrato, più costante.
Ebbene, questi giovani di Bassano, cosa fanno poi di particolare? Sono organizzati come una vera città dei giovani: hanno il loro sindaco, i loro ministri (quello alla cultura, quello allo sport…tutti con carica annuale); hanno la loro squadre, di calcio, di pallavolo, i loro momenti formativi, e la fierezza di appartenere ad una storia forte.
Mi immergo, curioso, dopo averli conosciuti, ne “Il volto più vero” (Lindau), diario bellissimo del loro fondatore: don Didimo Mantiero.
E’ la storia di un prete di formazione preconciliare, con la sua lunga tonaca nera; un prete che parla di sua madre come di una santa, piena di carità; che la ricorda con venerazione, e che nei momenti di difficoltà va ripetendosi una frase di lei: “nelle cose che riguardano te solo, cedi sempre”; un prete che ha momenti di difficoltà, con i suoi superiori, con i suoi confratelli, ma che crede e spera, e ama il destino immortale dei suoi parrocchiani e dei suoi giovani. Leggere don Didimo significa buttarsi a capofitto nel Veneto bianco di san Pio X o di papa Luciani: come insegnante, a scuola, accetta il confronto, sul piano della ragione, con l’insegnante ateo che gli fa la guerra; come parroco, pensa ai suoi poveri, ama stare con i giovani, li accompagna nello sport e nella esuberanza giovanile, e nello stesso tempo li istruisce nel catechismo e li invita alla responsabilità personale, di fronte a Dio e alla storia.
Nei giovani don Didimo vede quello che è, effettivamente, il loro pregio: essere ardenti, desiderosi di verità, di cose grandi… Oggi, nel mondo delle parrocchie, si ritiene spesso che i giovani debbano fare cartelloni e attività ludiche, tutta la vita, quasi fossero degli sciocchi… invece già i bambini hanno un senso religioso profondo, hanno domande grandi e cercano risposte chiare. Poi, magari, con il tempo diverranno più cinici, più egoisti. “Nessuno è tanto pronto, scriveva don Didimo, a vedere, a capire la Verità, quanto un giovane, solo che lo si conduca fino alle sue sponde”; “i giovani, gli adolescenti sono molto facili ad apprendere la Verità e se ne mostrano poi disponibili. Ma è la Verità che vogliono e non cartaccia”; “il giovane aderisce volentieri alle idee chiare, semplici, vive e vitali. Rifugge invece ciò che è complesso, farraginoso, pesante…”.
Quali idee sono vere e nello stesso semplici? La modernità del ‘68 ha nutrito i giovani di idee semplicistiche, ideologiche e false… Vere, semplici sono solo le idee evangeliche. Per don Didimo ai giovani bisogna comunicarle attraverso l’insegnamento del catechismo, che è, in quegli anni, quello chiaro e sintetico di Pio X: “il catechismo è la scienza di Dio, la sola necessaria per salvare l’anima…il catechismo è dono di Verità… quando in una parrocchia il catechismo ai fanciulli e agli adolescenti funziona bene, tutte le cose vanno bene”. I giovani di don Didimo lo amano, e sono da lui amati; lo seguono anche oggi, in tantissimi, dopo anni dalla morte. E non si vergognano di continuare la sua opera più cara, “la Dieci”: un’idea nata dal brano biblico di Sodoma e Gomorra. Dio salva il suo popolo solo che vi trovi dieci giusti, dieci che pregano, che si sacrificano per gli altri, per la salvezza delle anime. Ecco: “salvezza delle anime”. Sta tutta qui la giovinezza del messaggio di don Didimo. Quando da salvare c’è un’anima immortale, un popolo…allora i giovani si danno. Se li riempiamo di etica civile, anche in chiesa, e di moralismo laico, allora se ne vanno…a ragione. (Il Foglio, 26 ottobre 2012)

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Autore: Francesco Agnoli

Laureato in Lettere classiche, insegna Filosofia e Storia presso i Licei di Trento, Storia della stampa e dell’editoria alla Trentino Art Academy. Collabora con UPRA, ateneo pontificio romano, sui temi della scienza. Scrive su Avvenire, Il Foglio, La Verità, l’Adige, Il Timone, La Nuova Bussola Quotidiano. Autore di numerosi saggi su storia, scienza e Fede, ha ricevuto nel 2013 il premio Una penna per la vita dalla facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, in collaborazione tra gli altri con la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) e l’Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana). Annovera interviste a scienziati come  Federico Faggin, Enrico Bombieri, Piero Benvenuti. Segnaliamo l’ultima pubblicazione: L’anima c’è e si vede. 18 prove che l’uomo non è solo materia, ED. Il Timone, 2023. Ha una pagina youtube: https://www.youtube.com/channel/UC4keWMPfcFgyMAe3ke72HOw  

8 pensieri riguardo “L’eredità di don Didimo”

  1. Dagh, perché “facessero”? Se ha la soluzione al problema dei pochi giovani in chiesa si impegni in prima persona, no? O sarà forse che parlare è più facile che fare? Su questo sito leggo moltissime critiche a catechesi e gruppi giovani: nessuno di essi contempla le parole “nella mia esperienza di catechista”…

  2. due sole osservazioni sul linguaggio (vecchio) usato:
    sacerdote: siamo tutti sacerdoti, i cristiani che ricevono il sacramento dell’ordine si chiamano preti.
    cultura cattolica: la fede cristiana non è una cultura ma si incultura in tutte le le culture.

  3. Dire che esiste una cultura cattolica non significa dire che il cattolicesimo sia una cultura.

  4. Ovvero? Lo chiedo con sincero interesse, come lo chiedo al prof Agnoli e a chiunque qua dentro abbia espresso critiche a catechisti ed animatori di gruppi giovani (faccio parte di quest’ultima categoria).

  5. Caro Stefano, se vado in parrocchia e propongo il catechismo di San Pio x mi cacciano a pedate. Se propongo che i ragazzi studino almeno le nozioni basilari del catechismo vengo tacciata subito di tradizionalismo. Una suora della mia parrocchia mi ha detto che bisogna solo insegnare ad amare Gesù. Certo, ho risposto, ma come amare ció che non si conosce? Silenzio! Oltre al problema della conoscenza della propria fede, che riguarda in primis i catechisti, c’è quello della fede stessa, che tante volte i catechisti non hanno, se non come generico sentimentalismo e spenta adesioni a vaghi valori di pace, tolleranza, solidarietà.
    Per cui, in circa sei o sette anni di catechesi parrocchiale si ottiene lo stupefacente risultato che nessuno impara nulla, ma al tempo stesso sono tutti convinti di sapere tutto,in particolare hanno capito che la fede ê una cosa noiosa, una melassa politicamente corretta da rifiutare il giorno steso in cui, con il sacramento della Cresima, il percorso si conclude.

  6. Caro Stefano, quello che ho scritto è un fatto, che si difende da solo: il catechismo oggi è spesso noioso e vuoto… lo ho provato subendolo…e ho visto invece quanto interessa il catechismo serio, insegnandolo in varie occasioni, anche a gruppi di ragazzi prevenuti e disinteressati, e poi invece contenti…

  7. Ho fatto il catechismo, mia moglie continua tutt’oggi, e trovo assolutamente perfetto l’articolo: i ragazzi hanno bisogno di Verità con la V maiuscola e che questa venga chiarita, spiegata, insegnata. Nel mio piccolo ho visto che i ragazzi sono interessati a questa verità, discorsi come la castità, la difesa della vita, sono apprezzati da molti giovani se vengono loro spiegati, se il catechista mette in gioco se stesso come cristiano, se il catechista crede ed esprime ciò che crede. Se poi il catechista tace su certi argomenti perché vanno contro il pensiero dominante, se rifiuta lui stesso la castità e si dichiara favorevole o possibilista sull’aborto, se lui stesso non crede alla presenza reale dell’Eucarestia (sembra incredibile, ma sono cose che conosco direttamente, non parlo per assurdo, esistono catechisti di questo genere) allora è meglio che abbandoni il mestiere perché alla fede di questi ragazzi potrà dare ben poco. Per parlar loro pro aborto e pro sesso libero bastano i mass media, le trasmissioni tv e spesso pure la scuola…

  8. Don Didimo considerava la catechesi « l’arte di comunicare la Verità» l’elemento primario della sua attività pastorale.
    Così scriveva: “[…] Quando in una parrocchia il catechismo funziona bene, tutte le cose vanno bene. […] Se il catechismo funziona male, tutte le cose vanno a rotoli.”
    Ripartiamo dal porre massima attenzione ed energie nella formazione! Formazione dei ragazzi ma anche dei giovani, degli adulti, la formazione deve essere continua, non fermarsi alle terza media!
    Don Didimo ha sempre insegnato questo ai suoi giovani. La formazione crea la predisposizione nel giovane ad accogliere le verità di fede.
    E prima di tutto oltre alle parole per essere educatori bisogna essere per prima cosa degli esempi. I giovani vi seguiranno, seguiranno Chi voi indicate loro.

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