Silenzio sul massacro sudanese

Il Papa si è recato in Africa per il suo viaggio apostolico proprio nel terzo annuversario di una guerra dimenticata: quella in corso nel Sudan, paese martoriato da infiniti conflittiche hanno coinvolto e colpito anche e sopratutto la popolazione cristiana. Putroppo di questa guerra, difficilmente strumentalizzabile sul piano ideologico o politico non si parla. Rilanciamo quindi l’articolo di Giuseppe Brienza tratto da Corrispondenza romana del 15 Aprile 2026 e ripreso da Rassegna Stampa del Centro Cattolico di documentazione di Marina di Pisa

Continue reading “Silenzio sul massacro sudanese”

Un frate amico dell’Africa

img_0047

Il recente lavoro di Federica Saini Fasanotti, “Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia nelle fonti dell’esercito italiano”, ha il merito di ricordare che accanto alle innegabili crudeltà proprie del colonialismo italiano- ipocritamente condannato da quegli inglesi e francesi che adottavano metodi anche peggiori, perseguendo un analogo imperialismo- non mancarono, nella conquista dell’Etiopia, gli aspetti positivi: costruzione di strade, ponti, scuole, ospedali, centrali elettriche…, altrimenti impensabili per un paese in cui, come scriveva Evelin Waugh, dominavano scontri tribali ferocissimi, miseria e povertà.

Proprio le riflessioni su questi fatti mi hanno spinto a ricordare che prima che il fascismo, ripercorrendo le vie del nazionalismo crispino, decidesse di impadronirsi con la violenza dell’Etiopia, un grande uomo di Chiesa, e futuro cardinale, il frate Guglielmo Massaja, aveva dedicato la sua vita a conquistare l’Etiopia non all’Italianità o alla potenza di una nazione terrena, ma al Vangelo di Cristo. Continue reading “Un frate amico dell’Africa”

Africae Munus: chi ha davvero a cuore il popolo africano?

Il Papa, durante il recente viaggio in Benin, ha mostrato chi davvero ama il popolo africano. Mentre l’Occidente è preoccupato perché “gli africani sono troppi”, la Chiesa mostra vicinanza e amicizia all’Africa. E parla al cuore degli uomini: riscoprire l’amore umano e vivere la sessualità in modo responsabile. E l’Oms suona sempre lo stesso ritornello: condom-condom-condom. Un articolo da Avvenire del 24-11-2011:
Il recente viaggio in Benin compiuto da Benedetto XVI è stata l’occasione per soffermarsi ancora una volta sulla questione della diffusione dell’Aids, una piaga che affligge buona parte del continente africano. Già durante la visita in Camerun ed Angola, nel 2009, il Santo Padre aveva affrontato l’argomento, pronunciando parole che sollevarono numerose proteste: il Pontefice affermò che la lotta alla diffusione dell’Aids non poteva essere condotta con la distribuzione di preservativi, che “al contrario, aumentano il problema”. Ma il Papa, oggi come allora, va oltre e propone un netto cambio di prospettiva in chiave educativa. Due anni fa Benedetto XVI indicò nell'”umanizzazione della sessualità” e nella “vera amicizia” con i malati gli ingredienti per un approccio efficace per la prevenzione dell’Aids. Adesso, nell’esortazione apostolica Africae Munus consegnata ai vescovi africani proprio in Benin, si dice espressamente che “la prevenzione dell’AIDS deve poggiarsi su un’educazione sessuale fondata essa stessa su un’antropologia ancorata al diritto naturale e illuminata dalla Parola di Dio e dall’insegnamento della Chiesa”. Un filo conduttore chiarissimo, che fa perno sull’impegno concreto per i sofferenti: “Ogni malato, ogni povero merita il nostro rispetto e il nostro amore” ha detto il Papa durante l’omelia pronunciata a Cotonou, la principale città del Benin. Una vicinanza spirituale, e non solo, ribadita anche nella stessa Africae Munus, dove si ricorda che la Chiesa, da tempo, sostiene ” la causa di un trattamento medico di alta qualità e a minore costo per tutte le persone coinvolte”.
Davvero questo modo di affrontare il problema da parte della Chiesa cattolica è poco realistico e scarsamente efficace?
“Sono almeno due le pubblicazioni scientifiche di rilievo che nel 2011 confermano la necessità del cambiamento di approccio proposto da Benedetto XVI”, ci ricorda Matt Hanley, autore del libro “Affirming Love, Avoiding AIDS; What Africa Can Teach the West” (Affermare l’amore, evitare l’Aids: cosa l’Africa può insegnare all’Occidente) ed esperto in materia. La prima risale a febbraio ed è apparsa sulla rivista Plos Medicine: “In questo studio si mostrava come tra il 1997 e il 2007 la diffusione dell’Aids si fosse praticamente dimezzata in Zimbabwe grazie ad un cambiamento nei comportamenti sessuali nella direzione della fedeltà e dell’astinenza”. Hanley si sofferma poi sulla pubblicazione dell’ottobre scorso su Lancet, che evidenziava una probabilità doppia di contagio per le donne che usano il Depo-Provera, il contraccettivo ormonale da iniettare periodicamente più diffuso in Africa: “Non si può fare a meno di notare che i programmi di pianificazione familiare promossi da finanziatori occidentali rischiano dunque di peggiorare la situazione”.
Nonostante questo, da sempre, l’Organizzazione mondiale della sanità punta tutto su programmi di riduzione del rischio basati sull’uso del preservativo: “L’Oms ha in calendario un meeting per gennaio dove si discuterà della strategia di prevenzione da implementare fino al 2015. C’è da chiedersi come reagirà alle evidenze scientifiche che la contraccezione aumenta il rischio di contrarre l’Aids”. Nella bozza di documento programmatico, la parola condom appare dieci volte, mentre non si parla mai esplicitamente di fedeltà e astinenza, ma solo genericamente di informazione sui comportamenti sessuali a rischio: “Gli organismi internazionali”, ribadisce Hanley, “in tutti i loro programmi non sposano mai l’impostazione proposta dalla Chiesa cattolica”.
Un’impostazione che Hanley definisce ragionevole: “In molte culture tradizionali africane, la verginità, la fedeltà, la famiglia, sono valori tenuti in grande considerazione. Il fatto che tali valori aiutino a vivere una vita pienamente umana fa dunque parte di quel bagaglio culturale e razionale riconoscibile da tutti”. Hanley, che ha viaggiato molto in Africa, racconta di realtà oggi attive e di successo, come quella da lui recentemente visitata in Sud Africa, nei pressi di Johannesburg, guidata dai Salesiani: “I giovani africani cercano un’alternativa e respingono l’idea che programmi basati sull’educazione e su un approccio umano e non tecnico siano inapplicabili”. La Chiesa non si risparmia anche da un punto di vista concreto, producendo ogni sforzo per rendere disponibili le cure necessarie, ma, conclude Hanley, ricordiamoci che gli africani, assieme a questo, “vogliono sentirsi raccontare la verità”.
PS: qui il testo dell’Esortazione apostolica http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/apost_exhortations/documents/hf_ben-xvi_exh_20111119_africae-munus_it.html

Il Papa aveva ragione

Astinenza e fedeltà ingredienti fondamentali per prevenire l’Aids. Lo dice anche Harvard.
Un sorprendente successo nella prevenzione: perché l’epidemia di Hiv è diminuita in Zimbabwe?: è il titolo dell’ultimo lavoro di Daniel Halperin, docente di Sanità internazionale ad Harvard, pubblicato pochi giorni fa sulla rivista scientifica Plos Medicine. E la risposta al quesito che viene data da Halperin e dagli altri autori, tra cui il ministro della sanità dello Zimabwe Owen Mugurungi e Bruce Campbell del Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite (Unfpa), certamente scontenterà coloro che sono sempre pronti alla levata di scudi quando si afferma che il preservativo non è la soluzione.
Perché le parole chiave che riassumono l’approccio risultato vincente nel Paese del Sud dell’Africa sono: “Cambio di comportamento”, “riduzione dei partner sessuali”, “consapevolezza” del pericolo mortale costituito dall’Aids. Un programma dal chiaro contenuto educativo, insomma, che non fa affidamento esclusivamente sul condom quale soluzione di tutti i problemi.
E’stato il 1990 l’anno in cui nello Zimbabwe si è registrata l’esplosione del contagio da Hiv che, dopo aver raggiunto il picco, si è assestato su un valore pressoché costante fino al 2000. Ed è con l’inizio del nostro secolo che in modo sorprendente si ha un rapido declino della diffusione della malattia. Per studiare questo fenomeno dal 2008 i ricercatori si sono interrogati, giungendo a una conclusione comune basata sull’osservazione dei comportamenti della popolazione: nello Zimbabwe, in concomitanza con la diminuzione della diffusione dell’Aids si registra un netto cambiamento delle abitudini sessuali. Maggior attitudine alla fedeltà al proprio partner, concezione negativa della frequentazione di prostitute, malattie contratte per via sessuale che divengono motivo di vergogna e non prova di mascolinità: sono tutte novità riconosciute come determinanti per la prevenzione dell’Aids. Ed è proprio “la riduzione dei partner” sessuali, conclude l’articolo, a giocare un “ruolo cruciale” nell’invertire la rotta.
Ci si può chiedere se il professor Halperin sia una mosca bianca o se le sue posizioni siano condivise dagli addetti ai lavori. A giudicare dalla corposa produzione di lavori scientifici e pubblicazioni divulgative che ribadiscono l’importanza delle questioni educative per la lotta all’Aids, si può dire che esiste quel “terreno comune” di cui proprio l’accademico di Harvard parlava già nel 2004. In quell’anno, in un intervento sulla rivista Lancet, sottoscritto da 149 tra leader religiosi, esponenti delle Nazioni Unite e dell’Oms e ricercatori di università di tutto il mondo, Halperin richiamava i principi cardine per un’efficace prevenzione della trasmissione del virus dell’Hiv.
Tra questi, programmi basati su educazione alla continenza sessuale per le giovani generazioni, fedeltà tra partner e uso di condom per i soggetti ad alto rischio come ad esempio le prostitute. Nell’articolo veniva anche sottolineata l’importanza del coinvolgimento di “organizzazioni religiose, associazioni giovanili, governi locali, media” per la promozione di nuove norme di comportamento in ambito sessuale. Un approccio assai diverso, insomma, da quello che prevede i soli rimedi farmaceutici, per di più proposti senza il coinvolgimento delle popolazioni locali. Tra i co-autori dell’articolo del 2004 figurano anche Edward Green e Norman Hearst: il primo, ricercatore ad Harvard, già nel 2003, dopo aver osservato i successi in Uganda dei programmi basati su astinenza e fedeltà, ammise che molti come lui si erano sbagliati credendo che l’educazione a una sessualità responsabile non potesse dare ottimi risultati; il secondo, professore di epidemiologia in California, è autore di molti articoli in cui si afferma l’importanza di un approccio integrato, che associ all’uso del condom provvedimenti in senso informativo ed educativo.
Proprio Hearst, commentando il libro “Affirming love, avoiding Aids; what Africa can teach the west”
(“Affermare l’amore, evitare l’Aids; cosa l’Africa può insegnare all’occidente”), ha detto che l’attenzione ai comportamenti sessuali è quello di cui c’è bisogno e che “funziona meglio”. Il libro, scritto da Matthew Hanley, già consulente tecnico del Catholic Relief Services, e Jokin de Irala, dell’Università di Navarra, sulla base di dati relativi ai paesi africani, ribadisce l’importanza degli aspetti comportamentali rispetto a quelli tecnici. Il coinvolgimento dei governi africani testimonia inoltre che l’efficacia che a livello scientifico viene riconosciuta ai programmi educativi può essere declinata in azioni politiche.
Nel luglio scorso, le autorità dello Swaziland, il Paese col più alto tasso di contagio, hanno accolto con favore la proposta di due ricercatori, che dalle pagine del Guardian avevano invitato i governanti a promuovere un mese di astinenza. Justin Parkhurst, della London School di Igiene e Medicina tropicale, e Alan Whiteside, dell’università di KwaZulu-Natal, promotori dell’iniziativa, avevano da poco pubblicato un articolo sul South African journal of Hiv medicine in cui si parlava dell’astinenza come possibile rimedio al dilagare dell’infezione. (Avvenire, 17-02-2011)

Dove va la Libia?

TRIPOLI, 21. Non si placa la rivolta in Libia, nonostante la sanguinosa repressione messa in atto dal regime guidato da Muammar Gheddafi. Fonti diverse ma concordi, parlano ormai di oltre trecento le vittime dall’inizio delle proteste, una settimana fa, e lo scenario è ormai quello di una guerra civile. La rivolta ha investito anche la capitale Tripoli, dove nei giorni scorsi c’erano state manifestazioni filogovernative, ma dove da ieri sono in atto scontri di piazza e questa mattina sono segnalati in fiamme edifici pubblici, compresi il palazzo del Governo e la sede del Parlamento.

Secondo l’emittente televisiva satellitare al Jazeera, che cita fonti mediche, in città solo oggi si sono contati oltre sessanta morti. Al Jazeera aggiunge che anche le forze dell’ordine si sono date a saccheggi di uffici e banche e che tutte la zona meridionale, Jebal Nafusa, è i mano ai ribelli. Anche Bengasi sembra ormai nelle mani degli oppositori, ai quali si sono uniti anche reparti militari, dopo che ieri altre truppe avevano aperto il fuoco contro i manifestanti, prima di essere costrette a lasciare la città.

Sempre a Bengasi, ma anche a Tripoli e in altre città, c’è preoccupazione che la rivolta possa essere infiltrata da gruppi di matrice fondamentalista islamica già protagonisti in passato di violenze contro le minoranze cristiane. In città sono rimaste numerose religiose decise a continuare la loro opera di assistenza, mentre viene segnalato che numerosi immigrati filippini hanno cercato rifugio nelle chiese. Si rincorrono voci su una fuga di Muammar Gheddafi e di un possibile colpo di Stato militare. Il figlio dello stesso leader libico, Seif al Islam, ha smentito la circostanza, dichiarando ieri sera – in un discorso televisivo di quaranta minuti durante il quale si erano udite diverse sparatorie in città – che il padre "sta guidando la lotta a Tripoli e vinceremo".

 Il figlio di Gheddafi ha altresì parlato di complotto esterno, proponendo la convocazione di un’assemblea generale del popolo per fare insieme le riforme. Secondo Seif al Islam – che alcune fonti danno in contatto con esponenti dell’opposizione nel tentativo di avviare un dialogo – la Libia è vittima appunto di un complotto internazionale, corre il rischio di una guerra civile, di essere divisa in diversi emirati islamici, di perdere il petrolio che assicura unità e benessere al Paese, di tornare preda del colonialismo occidentale. Nei giorni scorsi, il Governo di Tripoli aveva comunicato all’ambasciatore d’Ungheria, Paese che ha la presidenza di turno dell’Unione europea, che se questa non avesse smesso di appoggiare le rivolte popolari in Africa settentrionale, la Libia avrebbe interrotto la cooperazione in materia di controllo dei flussi migratori.

 L’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Catherine Ashton, ha ribadito ieri che condanna la repressione contro i dimostranti pacifici e deplora la violenza e la morte di civili. In una dichiarazione diffusa dall’ufficio di Ashton, si invitano le autorità libiche "a esercitare la moderazione e la calma e ad astenersi immediatamente dall’ulteriore uso della violenza contro dimostranti pacifici. La libertà di espressione e il diritto di riunirsi, come stabilito dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, sono diritti umani e libertà di ogni essere umano, e devono essere rispettati e protetti".

La dichiarazione aggiunge che "le legittime aspirazioni e le richieste riformiste della popolazione devono essere prese in considerazione attraverso un dialogo aperto e significativo. L’Unione europea si aspetta inoltre la piena collaborazione da parte delle autorità nella protezione dei cittadini europei".

Ulteriori prese di posizione europee sono attese dal Consiglio dei ministri degli Esteri riunito oggi a Bruxelles. Anche l’amministrazione statunitense segue con preoccupazione l’evolversi della situazione in Libia, e chiede ufficialmente che sia posta fine "a ogni violenza contro i manifestanti pacifici", come ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley. L’accelerazione degli avvenimenti minaccia comunque di cambiare la situazione nel giro di poche ore. Seif al Islam ha ribadito che "l’esercito ora ha il compito di riportare l’ordine con ogni mezzo".

 E ha aggiunto che "non è l’esercito egiziano o tunisino. Distruggeremo la sedizione e non cederemo un pollice del territorio libico". Anche in Marocco si segnalano disordini, costati ieri la vita a cinque persone nella città di Al Hoceima. (©L’Osservatore Romano – 21-22 febbraio 2011)

Suor Gian Paola Mina

Una missionaria certamente fuori dal comune suor Gian Paola Mina (1917-2000). Nei vent’anni trascorsi in Africa, questa missionaria della Consolata sollevò, partendo da zero, l’identità della donna in Kenya, promuovendo la persona con gli studi, la professionalità e la coscienza, in quanto donna, di essere perno della famiglia. Per questo mondo femminile, fino allora dimenticato e disprezzato, fondò degli enti nazionali dai riflessi internazionali come il Gitoro Women Center e la Women’s union for social action (Wusa).

Realizzò tutto ciò affrontando mille difficoltà in un’epoca storica molto travagliata per il Kenya, una terra che per liberarsi dall’autorità inglese e in nome dell’indipendenza venne insanguinata duramente e tragicamente dall’insurrezione Mau Mau.

Suor Gian Paola venne sradicata dal luogo tanto amato. Eppure continuò a essere Makena, la gioiosa, come veniva chiamata dalla gente del Kenya. Ciò che non poté più fare sul campo, in Africa, lo fece dalla sua scrivania di giornalista e di scrittrice, narrando la missione e diffondendo l’amore per essa in migliaia di anime. 

 Itinerario di un’anima

 Il suo programma di vita è scritto in due taccuini che suor Gian Paola, prossima alla fine della sua vita, affidò al suo amato fratello. Due taccuini tascabili e di poco valore economico, scritti per sé con una calligrafia fitta, fitta: parole dettate dalla sua coscienza con una convinzione che stupisce e meraviglia.

Il primo è stato compilato dal luglio 1940 all’avvento 1960, il secondo dal febbraio 1961 al gennaio 1992. Il cammino ascetico è evidente, ma non è così graduale come si potrebbe pensare per una comune progressione d’anima. Ci sono fasi alte e basse, chiaroscuri di una coscienza che è sempre stata assetata di Dio. Sorprende poi quella continua autocritica, il guardare ai propri difetti e mai a quelli degli altri e pur vivendo in prima persone sofferenze arrecate da chi le è superiore gerarchicamente, arrestando i suoi spazi di dilagante azione, lei non protesta e non inveisce, macina il dolore dell’umiliazione e se ne serve per migliorarsi.

 Fin dall’inizio le tracce della sua maturità spirituale sono bene evidenti, nonostante la giovane età. Illuminante la citazione di don Pier de Hemptinne che suor Mina, ad appena 23 anni, scrive nel primo giorno di vita religiosa (Sanfrè, 29 luglio 1940): «Sono risoluto di convertirmi all’amore di Cristo… Voglio amare pazzamente. Spezzerò la mia volontà, sottometterò l’intelletto, farò tutto quello che mi si chiederà pur di non perdere il solo bene, Gesù Divino; anzi son sicuro che Egli non mi lascerà mai. Le nostre anime debbono piacere a Gesù e non ad altri» e poco dopo annota tre regole personali: «Un ideale solo: N.S. Gesù Crocifisso. Un desiderio solo: le anime. Un metodo solo: ardenter audenter. In nomine Jesu et Mariae».

 È ben chiaro che Gian Paola ebbe come suo fine quello di essere una lode eterna di gloria a Dio: «Tutto è tuo. Ma ch’io sia e mi senta, o meglio, sia certa di essere veramente tua. Che ti ami con tutte le fibre dell’anima mia. Che Tu sia il fine di tutta la mia vita e di ogni azione». Propositi, meditazioni e preghiere ricorrono in queste pagine intime dove non si trovano soltanto i punti didattici di ritiri spirituali frequentati con impegno e trasporto, ma anche personali colloqui con il trascendente: Sanfré, Natale 1940: «Caro Gesù Bambino, in questo pomeriggio di Natale, il primo che passo lontano da casa, sento il bisogno di parlare con qualcuno che mi voglia bene e mi comprenda. E questo qualcuno sei Tu solo, mio dolce Signore. Tu che mi amasti da tutta l’eternità, che hai intessuta tutta la mia vita d’amore, che hai fatto della bimba e dell’adolescente turbolenta e ribelle di un tempo, la tua piccola sposa. Tu che mi hai segregato dal mondo non solo, ma dalle anime che pur mi avevi affidato, e mi hai condotta qui, perché sola con te solo, non avessi altra preoccupazione, altro lavoro, altro programma, che la mia identificazione con te, Gesù Crocifisso.

Ed io ti amo tanto. Voglio assecondarti in tutto, docilmente, volenterosamente, lietamente. Non ti seguii forse prontamente quando un giorno lontano, giovanissima, mi facesti sentire la tua voce, e alla mia giovinezza ansiosa di vita, di amore, di gioia, di dedizione, mostrasti un ideale di santità, di sacrificio di apostolato, riassunto in un nome, il tuo? E da allora, non mi sforzai forse di seguirti, di lavorare per te, anche se il cammino era duro, se la sofferenza si acuiva, se l’ideale pareva un sogno, un assurdo, una chimera irraggiungibile? Non forse cercai la tua volontà con rettitudine d’intento, fino a sacrificarti tutto? Caduta, è vero, migliaia di volte, ma la tua mano mi rialzò; peccai, ma nel tuo amore trovai perdono, fui debole, vile di fronte al sacrificio, ma tu mi rivestiti della tua forza. Perciò, mio Signore, oggi che questo mio povero cuore umano invoca con nostalgia tremenda, la sua casa, la sua mamma, oggi che i ricordi affollano e trascinano, e qui, in questa casa, fra tanti, io mi sento tanto sola, perdutamente sola, e mentre rido e scherzo per non turbare con le mie lacrime, la pace degli altri, mio Signore, io invoco te. Riempimi di te. Sii tutto! Appaga con il tuo amore questa mia anima che ha sete di te, ma perché la sua miseria la irretisce e le impedisce di volare a te, scendi tu a lei! Io mi offro ancora una volta a te, tutta! Possiedimi, alfine, interamente».

Qui, forse, sta il segreto della realizzazione di suor Gian Paola: lei voleva appartenere, come una vera sposa, tutta a Cristo, essere tutta sua, completamente sua e ogni minuto della sua vita religiosa doveva, secondo il suo intendimento, segnare l’aumento di Gesù in lei.

Riflessioni consistenti anche quelle del 1° gennaio 1941 quando dichiara che ogni istante è importante nel disegno del Padre per raggiungere il pieno possesso di Cristo «nella misura da lui stabilita». Perciò ogni minuto perso in pigrizia, suscettibilità, sciocchezze, colpe, negligenze, fantasie «è perduto per sempre e mancherà al completamento della mia santificazione e della mia missione di apostolato».

Si scuoteva e si pungolava per un perenne miglioramento: «Devo rinfocolare sempre il mio amore, la mia fede, perché a lungo andare, non abbia a cadere in mediocrità e banalità di vita qui, ove Dio, la Chiesa e le anime hanno il diritto di pretendere santità di opere» e così dimostra a noi, lettori indiscreti e non da lei autorizzati a leggere e commentare questi splendidi colloqui con il cielo, la sua cocente e solida personalità carica di volontà e di determinazione: «Se il pensiero delle migliaia di minuti sciupati, nulli, mi spaventa e mi umilia avanti a Dio, deve d’altra parte, raddoppiare il fervore della volontà per intensificare, riparare al tempo perduto».

Eppure Gian Paola si lamenta della sue giornate: una ridda di vibrazioni, di sentimenti contrastanti, di luci e di dubbi, di amore e di freddezza. Dubbi, perpessità per un’anima troppo intelligente per buttarsi nel vuoto senza conoscere la propria forza e allora scrive da Sanfrè agli esercizi spirituali in preparazione della vestizione (gennaio 1941): «Oh mio Signore, non badare ai gemiti della mia natura ribelle ed eccessivamente sensibile alla sofferenza morale, e continua l’opera che hai iniziata! Non posare lo scalpello fin tanto che l’ultimo colpo non sia dato! Ravviva la mia fede! Fa che il lamento e il pianto si trasformino in un grido: t’amo, Signore! Fa che oggi in cui sento iniziarsi il martirio della vita religiosa, io sappia soffrire sorridendo, morire cantando e camminare senza soste, con fede anche se intorno è buio e la tormenta avvolge, anche se dentro la mia volontà umana insorge e si ribella, anche se il cuore tenta di attaccarsi ad abbracciarsi alle piccole cose e creature del passato! T’amo, Signore, aumenta il mio amore!».

Senza illusioni e senza colpi di testa, suor Gian Paola si pone subito di fronte ai problemi della sua scelta. Possiamo dire che non si tratta di dubbi da dissipare, ma di considerazioni: la vita religiosa, come quella matrimoniale è costellata di sacrifici, occorre prenderne atto e dunque non è tutto petali di candore e pozze d’acqua pulita. Gian Paola, responsabile fin da ragazza, sa a cosa va incontro ed è più pronta per la sofferenza che per la gioia e ciò ci permette di comprendere la sua realizzazione di suora, di missionaria. Non si aspettava mai nulla dagli altri, ma pretendeva sempre da se stessa e dava al sacrificio il giusto valore di chi pretende molto dalla vita e sa che un prezzo va pagato.

Il noviziato fu per Gian Paola «il deserto al quale Iddio mi ha condotta per essere provata in tutti i modi. La tentazione più forte e frequente, dalle quali dipendono i turbamenti, le malinconie, i dubbi, le ripugnanze cui sono soggetta, sono quelle dell’amor proprio. Esso mi ispira ripugnanze ad assoggettare le mie azioni alla dipendenza, a chiedere permessi» (marzo 1941). Riteneva infatti l’amor proprio il suo difetto peggiore e lo combatteva quotidianamente, facendo violenza a se stessa. Nella domenica delle Palme dell’aprile dello stesso anno così riflette: «Anch’io oggi agito i rami di ulivo e canto l’osanna a Gesù! Ma so per esperienza che potrebbe bastare una piccola prova a farmi dimenticare ciò che devo a Gesù. Non è forse tutta la mia vita un alternarsi di atti d’amore e di concessioni a me stessa, al mio amor proprio? Perché questo? Perché il mio amore non è alimentato da una fede viva, umile, e preferisco la mia volontà all’umile sottomissione, e mi ribelllo quando mi sento contrariata. Per essere fedele al Signore e dargli gloria, sempre, cercherò di abituarmi: 1) a sottomettere protamente la mia volontà e il mio giudizio alle disposizioni e consigli dei Superiori nei quali vedo Dio. 2) a contrariarle anche in cose indifferenti».

 Fra le meditazioni del ritiro datato maggio 1941 Gian Paola si espone in propositi dal peso non indifferente: «Gesù si è fatto Ostia. Diventare, con Gesù, ostia d’amore e di gloria al Padre, ecco ciò che voglio fare della mia vita religiosa, nell’anima e nel corpo, in tutto cioè il mio essere. Ma il mio contegno esterno, non dà certo il senso di questa consacrazione mia a Dio, perché sa troppo di mondo e di natura… In questo mese di maggio cercherò quindi, camminando e parlando, di tenere quella compostezza religiosa, semplice e disinvolta, lungi da ogni affettazione, che spanda attorno il buon profumo di Cristo».

 La caparbietà nel contrastare i suoi difetti è costante e insistente e la si riscontra soltanto nelle anime sante. Ma Gian Paola la santità la ricercava. Scrive nelle Meditazioni del ritiro spirituale datato giugno 1941: «Lo Spirito Santo scendendo sugli Apostoli, opera in loro una trasformazione radicale, istantanea. Perché? Essi, fedeli all’ordine di Gesù l’avevano atteso nella preghiera e nella umiltà, e non avevano opposto alcun ostacolo alla sua azione. «Da tanti anni lo Spirito Santo lavora nell’anima mia, per la mia santificazione. Ma perché dunque così scarso è il frutto che io porto e così lenta la mia trasformazione?». Invoca continuamente l’umiltà, la semplicità, l’ubbidienza, l’annientamento del proprio orgoglio e segna mancanze e vittorie. Vuole imparare a «tesoreggiare» ogni momento della vita e «Com’è bello, del resto, agire semplicemente con l’occhio fisso in Dio, non curando né l’onore né l’umiliazione che può venirmi dalle persone».

 Il suo modo di parlare e di camminare non è mai rientrato nei classici stereotipi delle suore: Gian Paola non era una religiosa standard, era lei. Spigliata, gioviale, sguardo vivace, attivo con un suo modo di fare spontaneo, privo di affettazioni e atteggiamenti di pietà religiosa ipocrita. Eppure Gian Paola, non rientrando in certi parametri comportamentali, si sforzava di correggersi: «Mi sforzerò di correggere il mio modo di parlare e di camminare per acquistare il contegno religioso. Ne seguirò mancanze e vittorie» (agosto 1941).

Di grande spessore spirituale sono le sue meditazioni sulla morte (agosto 1941): «Aver vissuto 30 o 50 anni, che me ne importerà, davanti alla morte? Non mi giova a nulla l’aver occupato un posto di gloria nel mondo, aver cercato me stessa, aver assecondato la mia volontà… Come cambiano d’aspetto le cose viste nella luce della morte, della eternità. Occorre quindi che davanti all’imminenza della morte, io imparo a tesoreggiare ogni momento della vita. Il Signore me la conceda ancora, non perché vegeti, ma, perché cresca in santità fino al giorno in cui Egli mi chiamerà. E se voglio che la morte segni per me l’inizio della vita, devo morire quaggiù ogni giorno a me stessa, alla mia volontà, al mio amor proprio. Mi costa tanto ubbidire e tacere! Eppure, Signore Gesù, se voglio poter dire con Te, il giorno della mia morte, il mio consumatum est devo fare il sacrificio totale della mia volontà nell’ubbidienza. Dammi Tu la forza di battere la strada che tu prima di me e per me hai battuto per andare al Padre».

Verso la fine della vita Gian Paola raggiungerà le sue speranze. Queste memorie sono un vero e proprio scrigno dove è custodito il segreto della vincente missionarietà e realizzazione di Gian Paola come donna e sposa di Cristo ed è molto netta e determinata nel condurre la sua esistenza: «Ho scelto Lui, perché Egli solo è buono, grande, degno di essere amato, Egli solo non possa e non fallisce come le creature, perché Egli mi ha amato per primo e tutto gli devo» (settembre 1941). Nel dicembre 1943 suor Gian Paola dà prova di grande volontà, di rinuncia e di sacrificio volendo mortificarsi nel camminare, nello stare seduta e nel dormire «evitando ogni posizione troppo comoda».

 È una persona che vuole perfezionarsi giorno dopo giorno, affinare la sua anima per assurgere sempre più a Dio ed è più grande la volontà di farcela che lo sforzo di realizzazione, concetto avvalorato dal pensiero che troviamo scritto in data 1° gennaio 1944, quando si sta per staccare dalle proprie radici, dalle persone care e amate: «Da anni, Signore, io sento il tuo pungolo che mi spinge, che mi tormenta in un anelito mai soddisfatto di amore vero, di donazione completa, di santità. Io non so che cosa tu vuoi fare di me e in me» e non comprende ciò che Dio vuole fare di lei: «È un vuoto tremendo che mi scavi attorno. Le creature si allontanano. Anche quelle che mi sono più care sento che mi vengono meno; non sono più mie ed io non sono più loro. Sono tua, dovrei esserlo. Ma quando, Signore, io ti apparterrò completamente? Quando sciolta da ogni vincolo umano, libera di me stessa, io non mi occuperò che di te e di ciò che ti riguarda e non penserò a me se non per disprezzarmi, per dimenticarmi? Signore, io credo che tu devi essere il mio Tutto, e che lo sarai. E se vieppiù cresce la mia miseria e la vista di questa vorrebbe sgomentarmi, Signore io credo alla potenza del tuo amore per cui nessun abisso è incolmabile, nessuna miseria che non possa essere trasformata in un capolavoro di grazia Signore, io ammiro la tua opera nelle anime che mi circondano, in particolare in quelle di mio fratello e di mia sorella. Essi si son dati a te senza riserva, e tu lavori in essi liberamente. Essi ti amano. E di ciò ti ringrazio». Ed ecco sgorgare, percependo quasi un senso di inadeguatezza, l’autocritica: «Io mi sento invece troppo bambina, moralmente. E i tuoi santi sono dei forti. Signore, quando mi darai tanta forza da uscire da me stessa, da superare e domare le esigenze della natura per non inabissarsi che in te?». Gian Paola invoca aiuto e pietà al Creatore: «Signore, tu solo puoi compiere il miracolo della mia trasformazione morale. Compilo, dunque. Come posso correre dietro di te, se non dilaterai il mio cuore? Quante volte te n’ho pregato? E non mi stancherò di domandartelo ancora. Perché voglio seguirti nella via dell’amore e della croce. Tu sai quanta paura ho della croce. Tu conosci la mia debolezza». È chiaro che sorella Mina non si accontenta di aver accolto la vocazione, di essere suora, di portare Cristo agli altri, ma ha sete di santificazione: «Or dunque, se tu mi vuoi, come ne ho la certezza, nella via più alta dell’amore, rivestimi della tua forza. Rivestimi di te, o mio Signore diletto, come hai rivestito i tuoi santi. Perché tanto tardi a rivelarti nell’anima mia? Eppure lo sai che ti aspetto e ti cerco». E da queste parole rileviamo tutta la sua umiltà: « Sono cattiva, è vero, sono l’ultima delle tue spose, ma tu mi hai chiamato e io sono venuta qui per te, per te solo». Poi osa domandare a Cristo: «Signore Gesù, mostrami il Padre! Fino a quando mi lascerai nella oscurità, in cerca di una via, la via che tu mi hai segnata, e che mi deve condurre a te? Quando mi riempirai di Te e mi sazierai?». Infine la speranza fa capolino. Anche nei momenti più bui Gian Paola si rialza con vigore: «Signore, fa ciò che vuoi. Io ti amo, io sono sicura che tu verrai e mi aprirai gli occhi dell’anima ed io conoscerò che cosa racchiuda il nome di Dio. Io t’aspetterò senza stancarmi con la mia piccola lampada accesa. Questo ti dico oggi, alla soglia di un nuovo anno. Sarà tutto per te, nella ricerca di te». Sente di doversi sforzare di vivere sotto lo sguardo di Dio, con l’amore semplice della sposa, cosciente di avere su di sé gli occhi dello Sposo e desiderosa di acquistare purezza di cuore e libertà di spirito. S’impone non solo di smussare, ma anche di evitare le angolosità del suo carattere e indirizzare tutto a Dio. Già nell’ottobre dello stesso anno Gian Paola ha superato turbamenti, oscurità di pensiero e di anima precedenti: «Signore, ora finalmente posso guardare e vedere nella tua luce l’anima mia, posso guardare indietro e cercare di vedere ciò che tra te e l’anima mia è passato in quest’anno. Un senso di meraviglia, di gioia, di riconoscenza mi invade, poiché vedo chiaramente ciò che hai operato in me, vedo l’abbondanza di grazia di cui mi hai colmato e doni di luce che a tratti, ma intensamente, hai irradiato nella mia anima». Quando la grazia arriva è travolgente e invade l’anima della creatura rapita, creatura che dapprima si sente abbandonata, come chi è innamorato, ma non è corrisposto e poi viene avvolto dall’amore Infinito e trova la pienezza. «Potrò io specificare», afferma ancora suor Gian Paola in quell’ottobre del 1944, «e catalogare i tuoi doni. E chi mai può penetrare appieno in essi? È stato un anno duro. Qualche volta m’è parso di non poterne più, che tu fossi tanto lontano ed io impegnata in una lotta senza speranza di vittoria. Ogni giorno più povera e cattiva». Talvolta si era fermata e si era lasciata andare alle lacrime. «Ma nessuno ha saputo mai ciò che passava nell’anima mia, il torchio da cui ero premuta; tu solo sapevi. Come sono felice ora nel pensare che anche in quei momenti, fra le lacrime, a denti stretti stretti e con solo uno sforzo di volontà ti ho ripetuto: Signore, io credo in te, sono contenta di te, tutto ciò che fai è buono ed è bene per l’anima mia, tu sai quale cibo occorre all’anima mia. Signore, grazie di tutto». Gian Paola compie un tuffo in Dio, che lei definisce «oceano di amore» e nel dimenticare sé, emerge con maggior intensità la sua personalità, la sua vitalità, quelle potenzialità che ancora dovevano sprigionarsi. E l’incanto si fa luce di esistenza: «Come sposa a Sposo, perché sulla mia anima e sul mio corpo Egli eserciti i suoi diritti. Senza riserva. Irrevocabilmente. Patto d’amore e di fedeltà consacrato e firmato davanti a Maria, Madre di Gesù e Madre mia (Madre dello sposo e della sposa) perché renda più intima l’unione, perché la sposa non torni a galla mai più. Dimenticarmi!». Il patto d’amore, d’ora in poi sarà inscindibile e indissolubile. Generosità, apostolato, carità diventano conseguenza del suo sentirsi di Dio, «cosa sua». Passa sopra i turbamenti interiori con frequenti atti di abbandono in Dio e «dimenticanza di sé». Meticolosa come è suo uso, registra ogni mese le meditazioni maturate negli esercizi spirituali . Nell’agosto 1946 scrive: «Io mi preoccupo di determinare un proposito mentre vorrei formularne uno che dicesse così: Dimenticarmi – Andare fino in fondo… Penso pure che un giorno, al posto di scrivere il nome di una virtù da raggiungere ogni mese sul libretto dei propositi, mi piacerebbe scrivere il nome del Maestro delle virtù: il Signore Gesù! Ci vorrà tanto cammino ancora? Sono senza guida, non so aprirmi con nessuno: mi conduca lui Gesù dove vuole! Ad Patrem». Gian Paola come non si accontenta mai dei risultati ottenuti nelle sue attività, così non si siede di fronte ai traguardi spirituali e pretende sempre più dalla sua anima assetata di amore. Nell’ottobre 1946 scopriamo che il pensiero della carmelitana Elisabetta della Trinità (1880-1906), la beata innamorata di Dio Trino, risponde «così bene alle mie aspirazioni» e dunque «tutte le corde dell’anima mia
, possono vibrare all’unisono ad ogni tocco della Mano Divina». Vuole combattere «a spada tratta» contro l’orgoglio, umiliarsi internamente, riducendo ogni sentimento di vana compiacenza e «andare fino in fondo nel sacrificio del cuore» e addirittura «rompere la mia volontà» per essere a disposizione di tutti, sforzandosi di agire «non sotto lo sguardo delle creature, ma sotto lo sguardo del Diletto». Tuttavia nell’ottobre 1947 ci pare di scorgere un salto di qualità, ora tutti i suoi sforzi e tutti i suoi propositi convergono su un punto, diventare cioè stulta propter Christus: «Allo stato attuale della mia anima impigliata in un vano raziocinare mi pare che ciò sia il perfezionamento di quel “dimenticarsi” programmatico della mia vita spirituale da qualche anno. Sento di essere ad una svolta decisiva della mia vita… Diventare “stolta per Cristo” sarebbe la mia resa a Lui, per amore. … Oh se potessi essere semplice e piccola come una bimba, la vita sarebbe ancora facile e bella come un tempo! Devo diventarlo: devo innamorarmi così di Colui che mi ama, da essere pronta anche a questo: diventare stolta, rinunciando alla mia personalità, alla mia facoltà di raziocinio, ad ogni lume umano». E così in quel 1947 comprende che, quando l’assalgono ondate interne di ribellione o la mente si perde in ragionamenti troppo umani a «fil di logica», deve porsi davanti a Dio nell’atteggiamento del bimbo che non sa o «in quello della sposa che ama e che crede». La sua maturità di trentenne la disturba: gli arabeschi del pensiero della sua fervida e attiva intelligenza la portano a farsi troppe domande e a volte il suo sorriso nasconde il turbamento di chi prende sul serio la vita: «Chi intravede ciò che passa dentro di me?» si domanda nel dicembre 1947, «Chi può scrutare l’abisso che si nasconde dietro uno scherzo o una frase buttata là come per gioco? Ma non è un gioco, no, il mistero della mia vita. È un tormento. Guai se continuo a scrutarmi con occhio umano! Dio, Dio della mia giovinezza, discendi ancora, rivolgiti ancora verso di me, come un tempo. È una pazzia la santità, è una pazzia il tuo amore, è una pazzia credere al tuo Vangelo? Ebbene, sarò pazza, ma voglio credere e amare fino alla fine [sottolineato]… Ego stulta propter Christum!». Allora Gian Paola aveva l’intenzione di farsi santa? A noi pare di sì per quella adesione alla pazzia di cui parla, per quella passione con la quale si rivolge al Padre. La sua sapienza, dice, è la sua stoltezza. Nel luglio del 1948 la luce di Dio largheggia su di lei e le ha «aperto i pascoli delle scritture» ed «Egli mi possiede e io lo possiedo. Non credevo fosse così bello avere 30 anni! È un possedere ed un essere posseduti, una stabilità nuova, calma, sicura. È inoltre la padronanza di sé, la consapevolezza di essere completa nel pensiero e nel carattere». È la sposa realizzata che parla, è l’identità pienamente trovata che si rivela a noi con la profondità di un cuore cristallino e trasparente che sale a Dio non attraverso cerebrali studi teologici, ma attraverso l’amore e i sentimenti più veri del suo umano sentire. E straripante è la sua umiltà: «Io non so se sono nella luce o nelle tenebre, se porto calore o gelo, se semino o la mia mano è vuota. Eppure il tormento della mia vita sterile, è placato nella certezza di una fecondità insondabile e vera che è oltre la carne e il sangue. La mia anima sta preparando un volto, non so ancora definirlo con una parola, o con un nome, ma sono certa di scoprirlo un giorno. Sarà il nome col quale Dio mi ha chiamato dal seno di mia madre, e in esso sarà sintetizzata la mia vocazione interiore e apostolica». Voleva giudicare cose e avvenimenti nella luce di Dio. Il 24 giugno 1949 (a cinque mesi dalla professione perpetua) la Madre Generale comunica a suor Gian Paola che è destinata alla Missione e nel suo taccuino spirituale lei comunica tre pensieri che le danno fiducia: è la festa del Sacro cuore e «A me che sono il minimo, è stata data la grazia di evangelizzare alle genti il mistero di Cristo»; è la festa di san Giovanni Battista: «il Precursore la cui figura mi è stata sempre tanto cara: vox clamatis… E poi l’introito: “Dal seno di tua madre io ti ho chiamato” come la mia predestinazione». Infine «Il babbo morto: oggi è la mia festa. Mi pare che lui sia venuto tanto vicino per farmi coraggio. Sarà con me…». La partenza è ormai prossima, siamo nell’ottobre del ’49 e lei, lapidaria, annota nel mese di ottobre, con quella semplicità che illumina grandi realtà esistenziali: «Fare tutto bene: sono le ultime cose che faccio. Come se partire equivalesse a morire». Muore Rita, definitivamente, e nasce Gian Paola che salta nel buio e si affida totalmente a Dio che ha «segnato le vie, i buchi, di questo mio esilio terreno: Tu, tu, non le creature, anche se apparentemente sono esse a segnarle… Tu e tu ancora ne raccogli il pianto. Oh Padre, vederti sempre così, curvo sulla tua creatura ad ascoltarne il pianto, a numerarne le lacrime». Sa di essere accompagnata attimo per attimo e a Mojwa il 2 aprile 1950 annota sul taccuino di aver già visto la sua missione, l’ambiente, la gente, il lavoro da svolgere e con accento sagace commenta: «Al solito, Egli mi prepara prima. Buon psicologo. Egli sa che alle situazioni e richieste improvvise mi ribello. Perciò mi fa sempre vedere prima ciò che vuole, perché abbia tempo a prepararmi l’anima alla nuova prova». L’umiltà è dote perenne e sorprende quando annuncia a se stessa: «Comportarmi in modo che gli altri non abbiano soggezione ad usarmi come vogliono». È poi bellissimo ritrovare lo slancio affettivo della sua adolescenza quando scrive lo stesso giorno: «Che gioia! Ho ritrovato il Signore con la freschezza del mio primo incontro con Lui a 14 anni! Dovevo fare tanto cammino per ritrovarlo! Ma ne valeva la pena» e come chi ha trovato la felicità ha paura di perderla così invoca: «Potessi, mio Dio, non perderti mai più». Dio solo, questo il pensiero ricorrente: «Lavoro… con la strana convinzione che tutto è secondario se non si cerca Dio per primo… Basta questo per una missionaria? Ma non sono religiosa, ossia di Dio, prima di essere missionaria? Dio, Dio conducimi nella verità». È un grido il suo. Scruta e indaga nella sua anima e con insistenza, siamo nel 1951, si propone di lasciarsi «espropriare» da tutti e da tutto «anche dalla matematica e dai fagioli, dagli insetti di cui mi devo occupare» cioè delle cose alle quali non è affatto interessata. Si lascia usare e vuole lasciarsi «sciupare da Dio». Pagine e pagine di colloquio con la propria anima e di domande a Dio e indaga su di sé come l’investigatore scrupoloso.

Nell’agosto 1953 per gli esercizi spirituali di Egoji Gian Paola afferma di non sussultare più alla parola «Sposa di Cristo» e di non più parlare di «tuffi in Dio» perché «Mi pare di vivere dentro tutto questo… non mi scappa più di dire che la vita è un nonsenso, perché Dio e l’Africa le hanno dato un senso infinito». Leggere le pagine di suor Gian Paola ci pare di assistere ad uno spettacolo di un’anima appagata del suo Dio e allora non sfoglia più libri in cerca delle parole che la conducano al Padre, non interpreta più con geniali spunti la Sacra Scrittura e «mi sorprendo a dire molti Rosari mentre un tempo uno mi bastava».

 Ora gli esami di coscienza non li compie più ad un’ora fissa del giorno, le servono quelli fatti camminando per la strada, la sera al buio, sotto le stelle o in classe «mentre le ragazze mi guardano e io so che mi scrutano l’anima». I propositi sono quelli di sempre: fedeltà a Dio, obbedienza, bontà, «non ne vedo altri novi» e a volte le prende il desiderio di inginocchiarsi ai piedi di un sacerdote, per sapere se è nella verità, per essere sgridata «ma in Africa queste sono cose che capitano di rado, ed è bene che sia così, perché qui tutto si invischia di gomma e ci si attacca perdutamente». Gian Paola ha raggiunto i 40 anni e a Mojwa l’8 novembre 1957 sul taccuino scrive: «…ho scoperto con gioia che la mia vita vera a cui sono chiamata è sempre quella d’unione con Lui».

Continua a credere che Dio scrive diritto su righe storte, cercando per primo il Regno di Dio e la sua giustizia perché sa che tutto il resto «vi sarà dato in soprappiù». È strano vedere come sia progressivo, a mano a mano che gli anni passano, il suo interesse per Gesù Crocifisso e si fa presente «il desiderio di appassionarmi alla Croce» perché, comprende, senza l’approfondimento di questo mistero l’apostolato avrebbe il sapore del «dilettantismo». È l’albero della croce che dà frutti veri e salutari ed è per questo che fa entrare (agosto 1962) nella sua vita la Madonna Addolorata alla quale domanda di essere da lei accompagnata sulla via del Calvario «con lei voglio soffrire, con lei crocefiggermi alla Tua croce: il grande doloroso talamo dell’Amore».

È attratta dalla croce e ciò lo notiamo in più tempi della sua vita: non aveva forse scoperto in tutto il suo valore il concetto di sacrificio e di sofferenza sperimentato da suor Irene Stefani? A mano a mano che trascorrono i decenni Gian Paola si avvicina sempre più al mistero della croce ed è per questo che la figura di Madre Teresa Fasce, la monaca agostiniana del Novecento vissuta nel monastero di Santa Rita a Cascia e innamorata della Croce (beatificata il 12 ottobre 1997), negli ultimi anni la affascina in maniera del tutto singolare. Il 6 settembre 1964 scrive che le è stato detto di recarsi a Getoro, ma la direzione di ogni cosa è stata affidata ad un’altra, non a lei, lei dovrà solo collaborare e tutto ciò, ammette, le provoca grande sofferenza: «È come aver generato una creatura desideratissima e poi non poterla portare tra le braccia… vederla in quelle di un’altra che ne farà forse una cosa diversa da quello che avevi pensato o creduto bene… A tutta prima mi sono ribellata. Mi pareva impossibile che non si capisse l’assurdità di ciò che mi si sta chiedendo… Ho pianto la mia sofferenza».

Quando è già in Italia (è il 25 marzo 1970), Gian Paola con tristezza confida l’immenso dolore provato in quell’aereo che la portava via dall’Africa e poi «che cosa terribile questo ritorno senza mamma, senza più casa – senza neppure Fausta, perché è malata… con padre Giuseppe che invecchia, Rina vicina e lontana». E da queste righe comprendiamo tutta la fatica che Gian Paola ha dovuto superare per reinserirsi in Italia, una fatica spossante, logorante. Si sente amata nell’Istituto di Torino «tutti mi vogliono bene – troppo – Ho tutto quello che voglio. Ma sono così sola, perché non so dire nulla di me. So ascoltare: non so ricambiare le confidenze… Sento che non so esprimere, senza lasciar urlare l’anima; meglio tacere». Il destino di Gian Paola è stato spesso quello di disboscare, di aprire varchi, di preparare il terreno per altri e battere vie nuove «L’eterno mio destino di battistrada, di Giovanni Battista» e la fatica del «pagare di persona» è immensa. Ma è comunque in grado di scuotersi la polvere di dosso e rinnovarsi e ringiovanire. Il suo grido d’amore si fa alto e sublime: «Mio Dio, ch’io ti ami. Che voglia di te, di te solo. Come una volta. Come sempre. Di te, il Fedele, l’immutabile, mia Roccia e Speranza!». Gian Paola ha già sessant’anni (1977) e il suo canto d’amore si fa frutto maturo, radioso come grano al sole: «Il grano della mia spiga, i chicchi dei miei giorni – 60 per 360 – finalmente unificati/frantumati perduti/ in farina pura/ servono per una piccola ostia/una povera ostia/un poco di pane» ed è bello notare come, nel suo diario di viaggio spirituale, non ci sia più il bisogno di annotare tutti i pensieri e i propositi. Passano cinque anni prima di trovare altre sue meditazioni.

Dall’anno Santo 1983 (quarantesimo di professione), si passa poi direttamente al 1987, quando esprime la sua volontà di porsi sotto il giogo del Signore «proprio in questi tempi in cui i pesi si succedono ai pesi e le spalle sono stanche. Prenderlo però con Lui, aggiogta con Lui che è il più Forte – il forte – e che porterà anche il mio peso… Nella speranza in cui devo crescere [è stanca nel fisico, ma non è mai stanca di crescere dentro] in questo mio prossimo settantennio, con gratitudine per “ciò che è stato il mio ieri”, con fede tranquilla, per ciò che è il mio “oggi”; con speranza per quello che sarà il mio “domani”, se ci sarà ancora. Non c’è del resto nulla di “mio” – Cristo solo è ieri, oggi, domani. Cristo è la nostra Pace!». Potrebbero, con tranquillità, essere le riflessioni di una suora di clausura e invece è suor Gian Paola, apostola delle genti, la missionaria impavida che ora segue la mitezza e si ripete: «Beati i miti perché possederanno la terra». L’ultimo messaggio è datato gennaio 1992. Ormai si propone programmi a termini brevi «che possano essere interrotti serenamente al suo arrivo, ad ogni ora». L’arrivo di Cristo che giunge a prendere la sua sposa innamorata e fedele.

Il contributo della Chiesa allo sviluppo dell’Africa

Nei tempo moderni, la Chiesa nell’Africa nera è stata fondata dai missionari, che fin dall’inizio hanno annunziato Cristo con le opere di carità, di sanità, di educazione.

Nel tempo della colonizzazione africana, dalla fine dell’Ottocento al 1960, la scuola era quasi tutta in mano alle Chiese cristiane, per decisione degli stessi governi, che finanziavano l’educazione attraverso le missioni.

I primi capi dell’Africa nera che l’hanno guidata all’indipendenza venivano tutti o quasi dalle scuole missionarie. L’evangelizzazione attraverso la scuola è sempre stata prassi costante nel mondo missionario. Uno slogan spesso citato e usato dai missionari diceva: “Prima costruiamo la scuola e poi la chiesa“.

E questo perché la scuola apre le menti e i cuori e poi la Chiesa, il Vangelo e il catechismo spiegano e diffondono i contenuti della fede. In tutti i paesi dell’Africa nera, la scuola moderna era sconosciuta. Le prime scuole le hanno aperte i missionari cristiani.

Kwame Nkrumah, il padre della patria e primo presidente del Ghana, allievo dei missionari e poi insegnante nelle loro scuole, nel 1957 diceva in una conferenza agli studenti in Svizzera: “La persona che mi ha presentato ha ricordato che io sono il responsabile del ridestarsi di questo grande continente. Credo che non sia vero. Se vogliamo considerare la situazione in modo più esatto, debbo dire che i responsabili della presa di coscienza di noi africani sono stati i missionari cristiani con le loro scuole“[1].

Oggi in Africa le scuole sono assolutamente insufficienti ad ospitare tutti i bambini e i ragazzi che vorrebbero studiare. Per molti il diritto all’istruzione è ancora un miraggio. I dati forniti dall’Unesco mostrano un quadro inquietante. L’Africa subsahariana è la zona dove l’emergenza scolastica assume i tratti peggiori.

La scolarizzazione raggiunge circa il 70% di tutti i bambini, ma visitando l’Africa rurale si vede come una parte non piccola dei locali usati per l’insegnamento non hanno la dignità di essere definiti “scuole”, mancano i banchi, i quaderni, i libri, il materiale didattico. La carenza di maestri della scuola primaria è diventata cronica. La maggior parte dei paesi sono stati costretti a tagliare le spese per il reclutamento degli insegnanti sotto la pressione dei finanziatori e delle banche che esigono l’attuazione di economie di bilancio.

Non pochi insegnanti rimangono in città e non vanno in villaggi dove mancano l’elettricità, la Tv e altre comodità. Nelle campagne,le scuole hanno una media di 60-80 e più alunni per classe (in Italia 25-30).

La Chiesa cattolica in Africa gestisce 67.848 scuole materne frequentate da 6.383.910 alunni; 93.315 scuole primarie per 30.520.238 alunni; 42.234 istituti secondari per 17.758.405 alunni.

Inoltre segue 1.968.828 giovani delle scuole superiori e 3.088.208 studenti universitari, mentre gli studenti delle scuole superiori cattoliche sono 68.782 e delle università cattoliche 88.822[2].

I numeri possono anche dire poco, ma visitando numerosi paesi africani ho visto che anche in Africa si ripete (come in India e altrove del resto) quello che sperimentiamo in Italia: le richieste di frequentare le scuole della Chiesa sono di molto superiori alle possibilità concrete di ospitare quei giovani, perché danno più affidamento per una buona educazione.

Lo stesso si può dire per il reparto sanità e assistenza. In Africa la Chiesa cattolica gestisce: 1.137 ospedali, 5.375 dispensari, 184 lebbrosari, 184 case per anziani, ammalati cronici, handicappati, 1.285 orfanotrofi, 2.037 giardini per l’infanzia, 1.673 consultori matrimoniali, 2.882 centri di educazione sanitaria, 1.364 altre istituzioni di assistenza per i poveri.

Anche qui i numeri non dicono molto, ma per capire l’importanza di questa presenza cristiana nella sanità, bisogna vedere sul posto alcuni ospedali civili e altri gestiti da istituzioni cattoliche (o protestanti). Il padre Ermanno Battisti, che ha costruito e diretto l’ospedale cattolico di Bissau, capitale della Guinea-Bissau, mi dice: “Nell’ospedale nazionale cittadino si paga tutto e ci va solo chi ha i soldi necessari, nel nostro chi non ha niente non paga nulla, gli altri danno qualcosa, spesso proprio il minimo, secondo quel che possono dare. Ma la vera differenza sta nel fatto che i nostri medici, infermiere e personale sono motivati perché pagati bene e perché scelti e preparati dalla missione con studi all’estero; il personale dell’ospedale civile non è motivato: sono pagati poco e si fanno pagare tutto, le prestazioni, i medicinali, ecc.”

La Chiesa in difesa dei diritti umani

In tutto il continente africano i cattolici sono circa il 17,7% dei 972 milioni di africani, ma nell’Africa sotto il deserto del Sahara arrivano a circa il 23% dei neri e con gli altri cristiani sono più del 40%. La crescita delle comunità cristiane ha avuto effetti benefici sul piano politico ed economico. In diversi paesi i partiti politici si sono rivolti alla Chiesa per avere un sostegno ed hanno chiamato un vescovo a dirigere la “Conferenza nazionale” che ha preparato una nuova Costituzione.

E’ successo in Benin, Congo-Kinshasa, Togo, Gabon. In altri paesi sono stati i vescovi che hanno iniziato o guidato i colloqui di pace (Mozambico, Madagascar, Angola, Liberia); in altri ancora l’opposizione della Chiesa a regimi non democratici ha affrettato la loro fine: Sud Africa (per il regime di apartheid), Burundi, Burkina Faso, Zambia, Congo-Kinsasha, Guinea equatoriale e Guinea Bissau, Angola, Mozambico e oggi in Zimbabwe col dittatore Mugabe.

Le comunità cristiane (cattolici e protestanti) si sono affermate in Africa come soggetti che raccolgono ed esprimono, in paesi quasi privi di opinione pubblica e di organizzazioni popolari, l’anelito dei popoli verso la democrazia, la pace, la giustizia sociale, lo sviluppo economico.

Lo sviluppo dei popoli dalla Parola di Dio

I due Sinodi delle Chiese africane a Roma (1994 e 2009) hanno trattato, oltre a problemi più strettamente ecclesiali, temi di grande significato per lo sviluppo dell’Africa: la pace nella giustizia, la democrazia, il rispetto dei diritti umani, l’educazione e la crisi dell’educazione in Africa, la necessità di una catechesi che influisca sulla vita dei cristiani: “Formare ad una vita cristiana adulta che possa affrontare le difficoltà della loro vita sociale, politica, economica e culturale” dice una delle “proposizioni” nel messaggio finale dell’ultimo Sinodo.

Perché queste decisioni sono importanti? I vescovi sono convinti che lo sviluppo dei popoli africani viene dall’educazione al Vangelo, alla vita cristiana. In altre parole, il Vangelo vissuto favorisce lo sviluppo perché porta il cristiano e il popolo a correggere le tendenze negative del peccato originale che c’è in tutti, cioè sostanzialmente a passare dall’individualismo al senso comunitario della vita, dall’egoismo all’altruismo e all’amore per tutto il prossimo, dalla violenza alla non violenza, dal tribalismo al senso del bene comune della nazione.

E’ evidente che molti cattolici sono battezzati però non si lasciano educare dal Vangelo e dalla grazia di Dio…

Piero Gheddo http://gheddo.missionline.org/

[1] Vedi in “Africa, A Christian Continent”, Fribourg 1958, pag. 2. [2] “Annuario Statistico della Chiesa” pubblicato nel 2010 (aggiornato al 31 dicembre 2008).

Si estingue prima l’uomo o la zanzara?

Adesso gli estremisti dell’ecologia ci rinfacciano perfino la scomparsa della nebbia. E invocano la persecuzione dei “crimini contro l’ambiente”. Ma quanti danni fa l’oltranzismo verde? Tutti i morti delle campagne contro il Ddt e gli Ogm Sull’edizione in edicola non hanno avuto il coraggio di titolarla allo stesso modo della pagina web, dove la notizia che negli ultimi vent’anni la nebbia nella Pianura Padana si sarebbe ridotta del 30-35 per cento quelli del Corriere della Sera l’avevano data così: “Emergenza clima, scompare la nebbia”. E il titoletto del terzo paragrafo recitava: “Foreste a rischio”. Il giorno dopo (22 febbraio) l’articolo nell’edizione cartacea recava un titolo asciutto, non c’era più il titoletto sulle foreste a rischio ed era saltata pure un’altra frase shock posta nell’apertura: «E si parla di allarme ecosistemi». Forse in un soprassalto di buon senso il redattore incaricato della pagina si sarà reso conto che meno nebbia in Val Padana significa meno incidenti stradali, dunque meno morti e feriti (anche fra cani, gatti, ricci e bisce, aggiungiamo a beneficio degli animalisti). Gli articoli di altre testate sulla stessa notizia allargano il discorso al ghiaccio sulle strade che, così come la nebbia, tenderebbe a formarsi meno spesso sempre a causa dell’aumento della temperatura planetaria: secondo l’università di Goteborg il risultato è una diminuzione del 40 per cento del numero delle vittime da incidente stradale in Svezia e nelle Midlands britanniche. Nessun grande quotidiano ne ha parlato. Non è da oggi che un bel po’ di ambientalisti tendono a contrapporre la salute dell’ambiente a quella degli esseri umani e a preferire la prima alla seconda. Sono gli stessi che hanno reso popolare l’espressione “crimini contro l’ambiente”. La settimana scorsa su El País José Antonio Martín Pallín, magistrato e commissario della International Commission of Jurists, si lamentava del fatto che «è difficile trovare nelle carceri delinquenti ambientali» e si rallegrava perché le costituzioni di Ecuador e Bolivia riconoscono dal 2008 i diritti della Madre Terra. Eppure ci si potrebbe stupire anche del contrario, e cioè che in prigione non ci sia nessun ambientalista accusato di crimini contro l’umanità. Vale a dire delle conseguenze sulla salute umana di alcune battaglie ecologiste. Vediamo qualche esempio. Secondo Jeffrey Loss, accademico canadese autore di Beyond Environmentalism, i riflessi della messa al bando del Ddt negli Stati Uniti nel 1970 e dei reiterati tentativi da parte delle organizzazioni ecologiste di ottenere analoga misura in sede Onu avrebbero causato negli ultimi quarant’anni fra i 15 e i 40 milioni di morti per malaria in più, in maggioranza bambini sotto i cinque anni di età. Come si arriva a queste cifre? Partendo dalla constatazione che fra il 1950 e il 1970, quando il Ddt era largamente utilizzato, l’incidenza della malaria nel Terzo mondo era crollata, per poi tornare a crescere in misura tale che nel 2000 i tassi di mortalità risultavano superiori del 40 per cento rispetto ai dati di inizio anni Settanta. In molti paesi il Ddt non è stato vietato, ma gli Stati Uniti e gli enti Onu hanno smesso di finanziare i programmi in cui era utilizzato e l’Unione Europea ha messo al bando le importazioni alimentari dai paesi dove era impiegato. Nel 2001 il Ddt è stato inserito nell’elenco dei 12 prodotti chimici pericolosi di cui l’Unep (l’ente Onu per la protezione ambientale) chiede la completa eliminazione nel mondo entro il 2020. Nel 2006 l’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che il Ddt deve restare legale almeno per le applicazioni domestiche finalizzate alla lotta alla malaria. Le principali organizzazioni ambientaliste internazionali (fra cui Greenpeace, Wwf, American Wildlife Federation, Worlwide Fund for Nature) si battono per il divieto totale e contro l’eccezione delle applicazioni domestiche: anche quelle piccole quantità finirebbero nell’ambiente e nelle catene alimentari. In realtà non esistono prove che il Ddt sia dannoso per gli animali o per l’uomo se non ad alte concentrazioni. I dati di Rachel Carson, che nel 1962 raccontò come il Ddt stava decimando i rapaci indebolendo le loro uova e mise in guardia sulle sue potenzialità cancerogene, riguardavano regioni dove il pesticida era somministrato in ragione di 20 chilogrammi per ettaro. Hanno scritto Amir Attaran e Rajendra Maharaj sul British Medical Journal: «Benché centinaia di milioni di persone, probabilmente miliardi, siano state esposte a elevate concentrazioni di Ddt per ragioni legate al lavoro o alla residenza in edifici dove è usato in forma spray, non esiste nella letteratura scientifica un solo studio peer reviewed e replicato da soggetti indipendenti che colleghi l’esposizione al Ddt a conseguenze negative per la salute. La relativa bassa tossicità ne fa un’arma ideale nella lotta contro la malaria». Altro clamoroso crimine contro l’umanità di ispirazione ambientalista è l’ostruzionismo contro il “golden rice”, una varietà di riso Ogm arricchito di vitamina A che sarebbe utilissimo contro una carenza vitaminica che nel Terzo mondo riguarda centinaia di milioni di persone, soprattutto bambini, e che causa annualmente 250-500 mila casi di cecità e fra uno e due milioni di morti. Sostenere che il golden rice danneggerebbe l’ambiente è una tale idiozia che nemmeno Greenpeace ci prova più: gli scienziati si sono limitati a trasferire i geni del betacarotene già presenti nella pianta di riso dalla buccia al granello. Il betacarotene è presente in tante piante e non è un tratto genetico che avvantaggia la pianta ricevente in termini di selezione e resistenza. È impossibile, cioè, che sorga una varietà di golden rice incrociato con una varietà non transgenica che spazzi via tutte le altre e colonizzi l’ambiente. Gli ambientalisti hanno cambiato tattica: hanno fatto girare la voce che per prevenire la cecità bisogna mangiare quantità enormi di riso transgenico: chi dice due chili al giorno, chi cinque, chi addirittura nove. In realtà il golden rice attualmente disponibile contiene una quantità di betacarotene ben 23 volte superiore a quella della prima versione, per cui basterebbero 50 grammi di riso tre volte al giorno per avere risultati ottimi. Invece secondo gli ambientalisti bisogna migliorare le diete o somministrare pastiglie di vitamina A. L’Oms lo fa già, spendendo 90-100 milioni di dollari l’anno, coi risultati in termini di mortalità e cecità che abbiamo detto sopra. E allora chi deve salire sul banco degli imputati? da Tempi.it Rodolfo Casadei

L’aids e l’esperienza dell’Uganda

Riporto una pagina del bel saggio di Cesare Cavoni e Renzo Puccetti sull’aids in Africa: "L’Uganda è stata una fucina molto importante di informazioni per comprendere alcune rilevanti dinamiche nella lotta alla diffusione del virus.

All’inizio degli anni ’90 la diffusione dell’HIV tra la popolazione adulta superava il 10% nelle zone rurali, si attestava tra il 15 ed il 20% nelle città e sfiorava il 30% nella capitale, Kampala. Di fronte a questa situazione il presidente del paese, Yoweri Kaguta Museveni, divenuto presidente dopo 5 anni di guerra civile, seguiti alla destituzione del dittatore Idi Amin Dada, promosse il primo programma nel paese di prevenzione basato su una strategia che diventerà celebre col nome di ABC (Abstinence, Be faithful, Condom; in italiano astinenza, fedeltà, preservativo). Astinenza è intesa come ritardo nell’inizio dei rapporti sessuali dei giovani, possibilmente fino al matrimonio. Col termine fedeltà si indica la perseveranza in un rapporto monogamico con un partner sieronegativo.

La strategia comunicativa in Uganda fu tesa a far passare nella popolazione dei messaggi semplici. Per prima cosa mediante immagini dell’esercito e della popolazione civile si intese evidenziare che si era nel mezzo di una guerra che doveva vedere coinvolto nella lotta l’intero paese. Il secondo messaggio ben chiaro fu quello dell’associazione dell’AIDS con la morte. Una serie di vignette che invitavano le ragazzine a non accettare soldi da ricchi adulti in cambio di prestazioni sessuali, così come ad aiutare a resistere le amiche che stessero per accettare, altre che invitavano i camionisti sposati a non fermarsi con le prostitute e i fidanzati alla fedeltà, altre ancora che evidenziano la gioia di un ritorno a casa, dalla propria moglie e dai figli, con la certezza di essere sani, costituirono il perno delle prime campagne.

Nelle bozze originali del primo opuscolo della campagna del 1988-89 non c’era traccia del condom fino a pagina 32, dove si poteva leggere: “Il governo non raccomanda il condom come mezzo per combattere l’AIDS”. I

l finanziamento per l’opuscolo derivava però dall’UNICEF che controllava anche la pubblicazione finale; quindi l’UNICEF inserì a pagina 18 un riferimento al condom, peraltro con molta cautela per l’insistenza sul punto del governo ugandese. Nelle vignette di quella pagina si vede un medico che comunica la diagnosi di AIDS ad un paziente, di fronte all’obiezione di avere usato sempre il preservativo, il medico risponde: “Puoi comunque prendere l’AIDS anche se usi il preservativo”.

Nella immagine successiva si mette in evidenza come possa accadere che i condom non siano sempre disponibili. Si trattò di una strategia ben precisa che lo stesso presidente Musenevi esplicitò in un discorso del 1991 con queste parole: “Proprio come ci avevano offerto “la pozione magica” all’inizio degli anni ’40, adesso ci offrono il preservativo per il “sesso sicuro”. Ci sentiamo dire che solo un sottile pezzo di gomma sta tra noi e la morte del nostro continente. Sento che i preservativi hanno un ruolo da giocare come mezzi di protezione, specialmente nelle coppie che sono HIV positive, ma non possono diventare il mezzo principale per contenere la marea dell’AIDS”.

Questa campagna cominciò a fare cambiare i comportamenti alle persone. Nel periodo 1989-1995 i maschi che avevano rapporti al di fuori del partner regolare scese dal 34 al 14%, tra le femmine la stessa percentuale passò dal 16 al 3%, l’uso del condom aumentò, ma non a livelli superiori rispetto a nazioni vicine come Kenia, Zambia, Malawi, dove, la promiscuità si mantenne a livelli 3-5 volte maggiori rispetto all’Uganda e dove l’AIDS continuò ad imperversare. In Uganda invece questi cambiamenti cominciarono a dare i frutti sperati ed in breve tempo si registrò un dimezzamento della prevalenza di HIV che proseguirà negli anni successivi. Il confronto con le nazioni vicine mostra la specificità dell’Uganda.

Non è stato l’incremento del numero di preservativi, peraltro assai modesto nelle fasi cruciali della riduzione del numero di casi, ad avere fatto la differenza, ad avere ridotto in Uganda la prevalenza di malattia. “Queste evidenze suggeriscono che la riduzione del numero di partner sessuali e l’astinenza tra i giovani non sposati senza precedente esperienza sessuale (particolarmente nelle aree urbane e tra i maschi), piuttosto che l’uso del preservativo, sono i fattori rilevanti per la riduzione dell’incidenza dell’HIV”.

Sono le parole di Rand Stoneburner e Daniel Low-Beer, ricercatori presso l’università di Cambridge, pubblicate sulla prestigiosa rivista Science, peraltro condivise nella letteratura scientifica internazionale. Negli anni successivi la prevalenza dell’HIV nella popolazione generale è continuata a scendere fino ad una stabilizzazione che secondo i dati più recenti corrisponde al 6,3% della popolazione di età compresa fra 15 e i 59 anni (7,3% tra le donne e 5,2% fra gli uomini).

Certamente il quadro delineato non è scevro da contestazioni e discussioni, sia in merito all’entità della riduzione dell’HIV tra la popolazione ugandese, sia in relazione all’uso politico che è stato fatto della lotta all’AIDS nella nazione africana. È altresì indubbio che la riduzione dell’incidenza dell’HIV è stata reale ed ha riguardato consistenti cambiamenti nel comportamento di larghe fasce della popolazione ottenuto nel momento cruciale al costo annuale di 23 centesimi di dollaro per persona, secondo uno schema che si è ripetuto per altri paesi.

 

Inoltre può essere utile riflettere sull’esperienza di Rose:

Parla Rose Busingye, infermiera ugandese

Così l’Uganda sta vincendo la lotta all’Aids senza preservativi

“Chi pensa di salvare l’Africa con i preservativi è fuori dal mondo”


Il problema è capire se la vita ha un senso. Solo così posso volere bene a me e a chi ho davanti. E’ allora che lo proteggo, che faccio di tutto perché non si ammali”. Rose Busingye passa la sua vita ad accogliere e curare gli ammalati di Aids assieme all’ong Avsi al Meeting Point di Kampala, la capitale dell’Uganda. Rose è un’infermiera ugandese, e sa bene di cosa si tratta quando si parla di Africa, Hiv e preservativi. “Il problema è se la vita ha un valore, un significato, altrimenti non c’è preservativo che tenga”. In Uganda dal 1986 sono morte quasi un milione di persone (e più del doppio sono rimaste infettate) per il virus dell’Hiv. L’Uganda è però anche il primo paese del continente nero ad avere attuato una politica vincente nella lotta all’Aids: in pochi anni si è passati dal 21 per cento della popolazione infetta al 6,4 per cento di oggi. “Lo abbiamo fatto – spiega Rose – senza distribuire preservativi a tutti, ma educando le persone. Anche grazie al nostro presidente”.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, ha preso di petto la questione dell’Hiv fin da subito: “Ha chiesto di tornare alle nostre origini culturali – continua Rose – ha voluto che si lavorasse per il cambiamento delle persone. Una volta, durante un seminario, si discuteva di come affrontare il dilagare della malattia e la moglie del presidente è andata su tutte le furie quando ha sentito dire che la soluzione erano i profilattici. L’uomo non è come un cane che non riesce a trattenersi, diceva, ha la ragione, può smettere di vivere come un animale”. Così (come racconta anche il libro “Lo sviluppo ha un volto”, a cura di Roberto Fontolan, edito da Guerini) si è cominciato ad andare nei vari villaggi a insegnare, ad esempio, che chi ha una vita sessuale ordinata non rischia di prendere l’Hiv, che l’astinenza e la fedeltà al partner sono fondamentali e che in certi casi particolari è anche opportuno usare il preservativo.

Nulla di diverso dalle parole del Papa: “Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto con le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, a essere con i sofferenti”. Nulla di diverso da quello che racconta Rose: “Non sappiamo amare, viviamo definiti dall’istinto. E quando uno non si sente amato non può amare nessuno, usa se stesso e gli altri. A uno infettato dall’Hiv non interessa nulla proteggere gli altri se non sa che la sua vita ha un valore, un significato. Quelli che attaccano il Papa non sanno cosa dicono”. O forse lo sanno benissimo. “Tu vali più di un preservativo, il bisogno dell’Africa non sono i preservativi. Se lo pensi sei fuori dal mondo”, dice.

Rose incalza: “Qui Non abbiamo medicine, si muore di malaria, di dissenteria. E ci vogliono mandare i preservativi. Ma che coraggio hanno di fronte al mondo di dire che il bisogno dell’Africa è un preservativo?”. Le chiediamo se quindi sia un problema di educazione: “Si educa solo a ciò che si è”, risponde. In altre parole? “Bisogna risvegliare la coscienza dell’uomo: quando uno è voluto bene subito si accorge di quello che vuole, senza bisogno di fargli la lezione. L’uomo è un bisogno infinito di capire cos’è la giustizia, la bellezza, la felicità”. Rose racconta che tante persone che passano dal suo centro magari per un giorno poi non vogliono andarsene: “Se uno incontra anche solo un piccolo occhio che lo guarda per quello che è non può non riconoscere di essere fatto per queste cose. Puoi stare anni a insegnare come si usa il preservativo, ma se si è guardati con dignità basta un secondo per cambiare. Quando gli ammalati sentono che secondo te il loro bisogno è un preservativo se ne vanno, lo sanno che la loro vita è molto più grande. Non è un pezzo di lattice che salverà l’Africa, siamo seri. E in Uganda, dove il presidente si è opposto a questa idea, abbiamo abbattuto il numero di infezioni, tanto che adesso l’Hiv è soprattutto una malattia dei più ricchi, non dei poveri”.

Secondo Rose, il mondo dovrebbe avere il coraggio di parlare dell’origine della malattia, non di come contenere gli effetti di un comportamento di cui la malattia è diretta conseguenza. “E’ la libertà che muove la persona, se uno la usa male non può poi accusare la mancanza dei preservativi. Questo è un modo sbagliato di usare la ragione”. Ciò che impressiona è come le parole di Rose siano gravide di conseguenze nei fatti: al Meeting Point le donne infette dal virus dell’Hiv ballano, cantano, lavorano tutto il giorno; stanno talmente bene che all’inizio nessuno credeva che avessero bisogno di cibo e medicine, e solo dopo avere fatto il test a ognuna di loro si sono ricreduti. Parla di “ideologia”, Rose: “Si pensa che la vita umana sia definita solo dal sesso, ma questa è ideologia, nel senso che è l’esaltazione di un singolo aspetto umano”.

A questo punto racconta di quando ha insegnato alle sue donne come si usano i preservativi: “Abbiamo letto insieme le istruzioni: occorre una temperatura esterna non troppo alta, bisogna lavarsi, stare attenti perché basta un po’ di polvere per romperlo, ecc. Le mie donne mi hanno guardato e mi hanno detto: ‘Rose, quanti gradi ci sono in Africa? Quante case hanno il rubinetto per lavarsi?’. Poi mi hanno fatto vedere le loro mani: ruvide e rovinate dal lavoro nella cava, affilate come un sasso. E se basta un po’ di polvere per rompere il preservativo… Capisci? Non hanno neanche le lenzuola, i letti, l’acqua – ride – E pensano di salvarci con i preservativi!”. Si ferma, torna seria: “Bisogna smetterla di parlare per niente, senza sapere di cosa si sta parlando”. Sia l’opera grandissima in cui lavora Rose a Kampala sia i risultati dell’azione governativa sembrano dare ragione alle parole di questa piccola donna sempre sorridente: “L’uomo è fatto per essere amato e per amare, e ha la libertà. La sua soddisfazione totale non è nel sesso. In Uganda abbiamo combattuto senza preservativi ma per il cambiamento delle persone”.

Astinenza e fedeltà le parole d’ordine. Sembra impossibile al mondo laico del Vecchio continente. E invece sembra essere l’unica via per combattere con successo questa piaga. Ma una cosa del genere è possibile solo là dove c’è la chiesa? “Sì – dice Rose – perché chi riconosce che l’umano ha un valore è la chiesa”. Il presidente ugandese non è cristiano, però. “No, ma è un uomo”. Il viaggio del Papa in Africa ha scatenato l’ennesimo dibattito sull’opera della chiesa in quelle terre: “Qua tutti sanno che Benedetto XVI ci vuole bene, non abbiamo dubbi. I dubbi piuttosto ce li abbiamo su chi ci manda i preservativi invece dell’aspirina. Su chi riconosce che siamo esseri umani non abbiamo dubbi”. Rose ha perso tutti i parenti nel genocidio in Ruanda: “Dov’erano quelli che vogliono salvarci con i preservativi? Cos’è un preservativo di fronte ai morti che ho visto in Ruanda? Ammettano che sono loro gli sconfitti invece di volere salvare noi. Forse pensano che non lo capiamo, ma anche noi africani abbiamo il cervello, sappiamo usare la ragione”. Quegli stessi accusano il Papa di attentato alla vita dell’Africa: “Non ha senso attaccare una persona disarmata che ama così tanto la vita della gente”. Il Foglio, 20 marzo 2009

 

L’orrore dei sacrifici umani in Uganda.

Quando si parla di Africa e del suo sottosviluppo, con mentalità marxista si riporta tutto all’aspetto economico. Senza così poter capire al fondo le ragioni profonde che stanno dietro una civiltà, i suoi pregi e i suoi difetti.

«Portano il cuore e il sangue in piccoli contenitori di latta, li posizionano sotto questo al­bero, e aspettano che gli spiriti arrivino a prenderseli » . A pronunciare queste paro­le è uno dei tanti guaritori tradizionali, confermando lo spaventoso sospetto che in Uganda siano in aumento i sacrifici di esseri umani, soprattutto bambini. Nel 2009, dieci persone sono state accu­sate di omicidio in relazione alla terribile pratica ed è per questo che il governo u­gandese ha nominato l’anno scorso un’u­nità di crisi che si occupa dei sacrifici u­mani. E duemila agenti di polizia, con il supporto degli Stati Uniti, sono stati ad­destrati per combattere il traffico di mi­nori. Da quando è stata istituita l’unità di crisi, 15 omicidi e 200 sequestri di perso­na sono al momento sotto indagine.

Non sono neanche rari gli arresti di genitori e parenti accusati di vendere bambini af­finché siano sacrificati. Gli stregoni so­stengono che ci vuole tempo per diventa­re un guaritore tradizionale, che spesso bisogna spostarsi in altri Paesi per impa­rare queste pratiche, e che una volta fini­to l’insegnamento è necessario iniziare con il sacrificio del proprio figlio. Sia le autorità locali sia molte organizza­zioni non governative dicono che il re­cente aumento di tale fenomeno è da at­tribuirsi a un nuovo gruppo di “guaritori tradizionali” che hanno scopi puramente economici. Attraverso i media, gli strego­ni pubblicizzano il loro lavoro e richiedo­no ingenti somme in denaro per sacrifi­care esseri umani e animali. Le persone che pagano per questi servizi credono che il sangue aiuti ad acquisire ricchezza. «Ca­si di sacrifici umani sono sempre esistiti, soprattutto nella regione centrale dell’U­ganda » , spiega Elena Lomeli, volontaria che lavora con “Anppcan”, una Ong loca­le promotrice dei diritti del bambino; «ma da qualche tempo – continua – c’è un nuo­vo filone di guaritori tradizionali che han­no particolare “successodovuto all’au­mento della disoccupazione e della po­vertà. Nella mia esperienza, i responsabi­li di questi abusi sono persone avide di de­naro che vogliono arricchirsi in fretta » .

 Nelle aree rurali spesso le famiglie sacrifi­cano i propri figli, mentre nelle realtà ur­bane i residenti istruiti e benestanti se­questrano i bambini degli altri. Nel nord del Paese, soprattutto nei distretti di Gu­lu, Kitgum e Pader, a causa delle conse­guenze della guerra civile ci sono poi mol­ti sfollati che si affidano alle pratiche de­gli stregoni per ricevere protezione e de­naro. « I guaritori tradizionali sfruttano la povertà e l’ignoranza della gente», afferma Johnson Kilama, ufficiale di polizia della regione. «Ai genitori – continua – sono pro­messi soldi e una vita sicura per i loro bam­bini , anche se i loro figli finiscono co­munque in miseria » . Casi di questo gene­re sono da collegarsi anche alla vendita di organi. I cadaveri trovati dalla polizia ne­gli ultimi mesi erano privi di reni, fegato, e altre parti del corpo che di solito non vengono associate ai riti tradizionali. A maggio dell’anno scorso un rapporto pubblicato dal Dipartimento di Stato a­mericano dichiarava l’Uganda un centro internazionale per il traffico di esseri u­mani e denunciava il sempre più preoc­cupante scenario nell’est del Paese in cui vengono “commercializzate” le parti del corpo. « Stiamo investigando sulla possi­bilità che alcuni di questi omicidi siano il lavoro di una rete internazionale respon­sabile del traffico di organi » , afferma Mo­ses Binoga, del Dipartimento investigati­vo. « È probabile che tentino di far passa­re le loro uccisioni per l’opera di guarito­ri tradizionali intenti a fare sacrifici uma­ni » . Ultimamente però, la battaglia contro le cruenti pratiche degli stregoni ha avuto qualche successo. Alcuni guaritori penti­ti, per esempio, hanno deciso di aiutare la polizia a cercare i responsabili dei sacrifi­ci umani. In altre occasioni, invece, si so­no tenute cerimonie pubbliche in cui i va­ri arnesi usati dagli stregoni sono stati bru­ciati davanti alla popolazione e agli uffi­ciali governativi. Da Nairobi Matteo Fraschini Koffi, Avvenire, 10 gennaio 2010.

per capirne di più: https://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=1567

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.