Il Sessantotto come esplosione del nichilismo contemporaneo.

Nell’Europa libera dalla dittatura comunista il 1968 è l’anno della rivolta giovanile, del maggio francese, delle manifestazioni degli universitari della Sorbona, della Germania, della Cattolica di Milano, di Sociologia a Trento, della Normale di Pisa…

Mentre i Cecoslovacchi muoiono manifestando contro la dittatura, nella famosa “primavera di Praga”, in Europa si guarda alla Cina di Mao o alla Cuba di Castro, si coniugano Marx e Freud, si lotta contro i professori “baroni”, contro ciò che viene considerato negativamente come autorità: la famiglia, la Chiesa, e lo Stato….

Si leggono “Contro la famiglia” di Cooper, “Uccidi il padre e la madre” di Rubin, i testi della contestazione americana, di Kerouak (“Sulla strada”), di Allen Ginsberg… si ascoltano Dylan e i Beatles….nascono le prime comunità acquariane, il movimento dei verdi, la moda dei viaggi in India e in Messico, sulle tracce di religioni antiche e della sperimentazione psichedelica delle sostanze stupefacenti. Nasce il movimento della liberalizzazione delle droghe, guidato, in Italia, dal giovane Marco Pannella e da Massimo D’Alema, dirigente della gioventù comunista; sorgono le Brigate Rosse di Curcio, studente di Sociologia, a Trento, a cui si affiancherà il terrorismo nero dei Nap di Fioravanti; si diffonde il femminismo, e si forma quel brodo di coltura che avrebbe portato, negli anni ’70, all’introduzione, in molti paesi europei, del divorzio e poi dell’aborto.

Dalla contestazione del ’68 l’Europa esce trasformata: il sistema di valori su cui si era retta per secoli viene in parte stravolto e mutato. Cosa ha determinato questa rivoluzione? Le spiegazioni date dagli storici sono varie. Volontà di giustizia, di maggior equità, di una società più democratica, di costumi più liberi, di diritti sicuri, in una gioventù ardente, idealista, generosa: questa è stata a lungo la tesi più diffusa. Si aggiungeva, al più, che non sempre queste esigenze furono declinate in modo giusto, che talora sfociarono nella violenza, nel terrorismo, nella droga, quasi come in un incidente di percorso, per l’imprudenza di alcuni.

Altri hanno visto nel ’68 l’esplosione di un cancro, di un bubbone pestifero, latente nel corpo sociale, un po’ come all’inizio del Novecento: si sarebbe sfogato, non in una guerra mondiale, ma nella guerra civile, nelle centinaia di ragazzi uccisi per motivi ideologici nelle strade d’Italia, nei suicidi sempre più diffusi, nell’uso autodistruttivo, pressoché nuovo per il nostro paese, delle droghe, nella crisi della famiglia… Fra costoro c’era il più letto scrittore italiano del Novecento, Giovannino Guareschi: “L’attuale generazione di italiani – scriveva -…più che una generazione è una degenerazione”; e poco prima di morire, all’alba del 1968: ” O giovani diffidate di chi vi sorride e vi dà importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gasato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola, una scheda elettorale, un cartello, un manganello, un mitra. Protesto perché sono stato giovane e buggerato come saranno immancabilmente buggerati i giovani d’oggi…”.

Vediamo allora brevemente cosa è stato, anche, il celebre Sessantotto, in particolare quello studentesco e giovanile. Questo momento storico ha indubbiamente come precursori e maestri gruppi e personalità del rock che utilizzano per così dire, oltre ad un vero e proprio linguaggio subliminale, anche un altro tipo di linguaggio mascherato. La rivoluzione culturale del Sessantotto è tale proprio perché muta la cultura, il modo di pensare, e giunge a mutare il significato stesso delle parole, come otri svuotati e riempiti di vino nuovo. “Pace”, “libertà”, “solidarietà”, “amore” sono le parole ricorrenti, gli slogans della generazione rivoluzionaria cresciuta alla scuola di musicisti rock da una parte, e filosofi dall’altra. Le parole, quando non designano ciò che significano, sono subdole, si insinuano quasi subliminalmente e fanno carriera solo per il bel suono, per la moda, per quella patina positiva che hanno ereditato, ma di cui sono state poi spogliate: la libertà, la solidarietà, l’amore, la pace che “trionfano” in quegli anni sono l’esatto contrario di questi valori intesi in senso oggettivo, reale.

Vengono infatti ad esplicarsi, a concretizzarsi in un messaggio di profondo egoismo che è riassumibile negli slogans dominanti: “Fai ciò che vuoi” ; “Né maestro né Dio. Dio sono io”. Parafrasando Sant’Agostino si può dire che siamo di fronte all’amore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, contrapposto all’amore di Dio e del prossimo fino al disprezzo di sé. Egoismo ed individualismo, come sbocco del rifiuto di ogni morale e di ogni ordine, si affermano con prepotenza e diventano lotta contro tutto ciò che è d’intralcio all’auto-realizzazione personale, alla propria “libertà”, dicono. La stessa famiglia, che dovrebbe essere il primo luogo della realizzazione dell’amore, della solidarietà, della pace intesi in senso reale, viene condannata, accusata violentemente, come limitazione all’io ipertrofico, che vuole diventare dio.

Lo ricorda Lidia Ravera, giornalista de “L’Unità” ed autrice di un famoso libro sul Sessantotto, dal titolo eloquente, “Porci con le ali”: “Ricordo di aver preso la parola in un seminario contro la famiglia organizzato nella mia scuola…”. Rossana Rossanda, poi direttore de “Il Manifesto”, in una lezione rievocativa e celebrativa sul Sessantotto, cui partecipò da protagonista, scrive che nell’ottica di un'”energica liberazione sessuale” appare presto chiaro a lei e compagni “che un movimento comunista deve battersi per la fine della famiglia” (“Cinque lezioni sul ’68”, supplemento al n? 34 di “Rossoscuola”, Torino 1987). Valori come la fedeltà, e cioè l’amore radicato, temprato anche dalle prove della vita, vengono derisi e sputacchiati. Quello che rimane più chiaramente nel ricordo, ora “dolce” ora amaro, di sessantottini come Aldo Ricci e Mauro Rostagno a Trento, Lidia Ravera, Gillo Pontecorvo, ecc… è il comunismo di donne più che il comunismo di beni, le famose comuni nelle università occupate, l’attuazione dello scambismo delle coppie teorizzato da Wilhelm Reich. La droga ha un ruolo non piccolo nel determinare l’esplosione di questa libertà e amore intesi in senso puramente egoistico. Agisce da impulso disinibente e isolante, permette ed innesta il meccanismo della sfrenatezza e di una libertà tanto assurda da essere innaturale e distruttiva.

L’uso della droga è il primo passo del sovvertimento di ogni ordine e di ogni valore, fino a fare del proprio ombelico il centro del mondo e del proprio ventre il monte Sinai da cui discendono le Tavole della Legge. “I derivati della canapa – ricorda la rivista antiproibizionista “Cannabis” – venivano rigidamente usati come sostanza sacramentale da un’estesa e colorata tribù che aveva optato unilateralmente per l’abolizione […] della proprietà privata, della famiglia mononucleare (e cioè normale, N.d.A.), dei tabù sessuali…”, fra i quali anche l’incesto. Ne sono esempi lampanti le vite personali di maestri riconosciuti del Sessantotto e portavoce della beat generation come Bob Dylan, i Beatles, Jack Kerouac , Allen Ginsberg … Scriveva John Lennon: “Volevamo liberare il mondo […]. Parlavamo di pace […]. Per sopravvivere ho sempre avuto bisogno di droga […]. La mia passione per l’LSD è durata anni senza alcun cedimento. Anche George (Harrison) era un fanatico dell’LSD […]. Per anni ho vissuto al centro di uno sfrenato festeggiamento: ero come un imperatore, con miliardi di ragazze, droga, alcool, potere a volontà […]. In fondo eravamo come dei tossici, incapaci di interrompere la nostra routine autodistruttiva […]. Ci procuravamo delle prostitute […]. Del tour di Amsterdam ci sono delle mie foto dove esco strisciando sulle ginocchia da un bordello…” (J.Lennon, “Pace, amore e musica. Scritti autobiografici”, Ed. Blues Brothers, Milano 1996, pagg. 76, 102, 132, 36). In Italia, accanto a Dylan e ai Beatles, sono anche altri i profeti del Sessantotto: nelle università si leggono, oltre a Karl Marx, Lenin e Fidel Castro, Sigmund Freud, Herbert Marcuse, Erich Fromm, Friedrich Nietzsche… Il messaggio morale è sempre quello di una liberazione dalla famiglia, dai tabù dell’incesto, dal matrimonio… intesa appunto nietzscheanamente, nell’ottica dell’io egocentrico che, dopo aver proclamato la morte di Dio, si fa superuomo per essere al di là del bene e del male.

Ma il superuomo rimane un’élite: “Ho l’impressione – scrive Aldo Ricci, oggi approdato ad altri lidi, ricordando il Sessantotto di Trento come un’eccezione per lui positiva – che la trasgressione sia sempre stata appannaggio, patrimonio […] di élites ristrette e sparute, quando non impaurite dalla repressione che su questa landa imperversa da duemila anni”, una “dittatura bimillenaria” , che è evidentemente, per il Ricci, quella di Cristo (A.Ricci, “I giovani non sono piante”, Ed. SugarCo, Milano 1978). I risultati, nonostante le dotte teorie, che non disdegnano il paragone con la ribellione di Satana quale esempio di libertà (Fromm), rimangono spesso piuttosto meschini. Si parla, è vero, anche di rivoluzione marxista, di guerra del Vietnam, di lotta dura contro il sistema, di anarchia, ma spesso sono parole vuote, e molti di questi ribelli anarchici finiranno male, falliti, suicidi, o sulle poltrone del potere. Mauro Rostagno, membro di Lotta Continua, confessava: “Quando andavamo in giro a parlare non rivendicavamo mai i nostri aspetti più belli, ma soltanto quelli tradizionali e scontati: il rapporto con la classe operaia […] non le altre cose che poi si sono rivelate le più importanti…. A questi discorsi sulla droga associai quello sulla liberazione sessuale […]. Vai in giro a predicare ogni sorta di liberazione e poi, distrutto, torni a casa a picchiare tua moglie e i tuoi figli “. Del resto, Aldo Ricci scrive: “Conosco tutti o quasi gli autori del Sessantotto […] brigatisti, potereoperaisti, ma nessuno di loro – dico nessuno – tra quelli che contavano e contano, era operaio”. Sono indicativi gli slogans che compaiono sui muri delle università nel ’68 e nel suo erede, il ’78: “Il sesso è tuo, liberalo”; “Quinto: uccidi il padre e la madre” (titolo di un testo chiave dell’anarchico Jerry Rubin, accanto a “Do It”); “Inventate nuove perversioni sessuali”; “Fate saltare le menti meccaniche con l’acido santo”; “Vitamina al vostro cervello. LSD”; “L’alcool uccide, prendete l’LSD”; “Oh, Dio me! Come sto mal, aiuto ci vuol la cocaina, presto”…

Uno dei protagonisti dell’epoca, forse il padre più autorevole della beat generation, amico di Dylan e di Lennon, è Allen Ginsberg: con lui l’uso di droghe, la sfrenatezza dell’orgia e dell’incesto, diventano mito, epica e ideale a sfondo filosofico da consegnare alle generazioni. ? la vera cultura della droga, la droga consigliata, esaltata, propinata come segno di superiorità, non l’esperienza di debolezza, sfortunata, il dramma umano di tanti che sono anche vittime. Ginsberg descrive nelle sue poesie, che diverranno un testo sacro per molti sessantottini d’oltreoceano, ma anche nostrani, e nei suoi diari, con linguaggio schizofrenico, rapporti incestuosi tra parenti, episodi di pazzia, le virtù visionarie dell’oppio, del peyote, delle piante allucinogene messicane e indiane, in una sorta di lotta sacra contro “il Moloch il cui nome è la Mente”. Scrive: “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia […] trascinarsi per strade nere all’alba in cerca di droga rabbiosa”; “Vomito, sono in trance, il mio corpo è colto dalla convulsione […] sono qui nell’inferno”; “Sante le visioni, sante le allucinazioni […] santo l’abisso” (Allen Ginsberg, “Urlo e Kaddish”, Ed. Il Saggiatore, Cuneo 1997, pagg. 135, 381, 135). Recatosi dagli stregoni del Nord America prima, e da quelli dell’ Amazzonia poi, sperimenta cerimonie rituali e piante allucinogene sino ad avere una completa visione della morte, in cui essa, identificata con dio, abbraccia l’intero universo: “Una notte, nel Perù, mentre prendevo l’Ayahuasca (sostanza allucinogena il cui nome significa “liana della morte”, ndr) con gli stregoni mi trovai faccia a faccia con ciò che mi parve l’immagine della Morte venuta di nuovo ad ammonirmi che tutta questa mia meità era solo vanità e vuoto…” (“A.Ginsberg, “Jukebox all’idrogeno”, Mondadori).

Siamo innegabilmente di fronte ad una sorta di nichilismo gnostico che si coniuga con l’influsso delle religioni indiane e delle connesse dottrine del New Age. Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Aldous Huxley, William Burroughs, Peter Orlovsky non sono solo i propagandisti dell’uso “conoscitivo” e “visionario” delle droghe, ma gli apostoli in America della nascente New Age, nel cui sincretismo c’è spazio per lo spiritismo, per la droga, per le tecniche yoga, mantra, zen, per lo sciamanesimo indoamericano e per i riti africani a base di sostanze allucinogene, dette anche “enteogene”. Costoro si recano in Messico, in India, nel Tibet, e iniziano a circondarsi di guru indiani, come faranno poi i Beatles, ma anche molti italiani come Rostagno (che va a studiare i riti di trance e la macunba, e a sperimenta il peyote). Il raduno di Woodstock, che fu una grande cassa di risonanza per la “pace dello spinello” è aperto proprio dal discorso di un santone indiano. Per il buddhismo, la vita è male e sofferenza, il corpo una prigione da cui ci si può liberare alla fine del ciclo delle reincarnazioni, per approdare all’agognata estinzione nirvanica (fine della volontà, del pensiero e della personalità). Per questo assumono importanza le esperienze al di là dell’essere, del pensiero, cioè arazionali, alogiche, spersonalizzanti, annullanti l’io individuale: da qui nascono le tecniche indiane respiratorie o di ripetizione autoipnotica (“mantras”), per uscire, evadere dall’essere, dall’autocoscienza, dal pensiero, per raggiungere il “vuoto mentale” dello Zen, la noluntas – assenza di ogni volontà, di ogni anelito di vita – come vertice della “liberazione”, di Arthur Schopenauer. Jack Kerouac, un altro “mistico” della droga, rimastone vittima a soli 47 anni, scrive di aver raggiunto l’illuminazione buddista e di aver capito che la vera realtà è il vuoto. Ma, accanto a questo desiderio di annullamento e di morte, si affiancano strane suggestioni sataniche, come si evince chiaramente dall’incipit del suo “Le città delle notti rosse”: “questo libro è dedicato agli Antichi, al Signore delle Abominazioni…Angelo Oscuro di tutto ciò che è escrezione e corruzione, signore della Decomposizione…a Ix Tab…patrona di coloro che si impiccano…, al Distruttore…al Signore degli Assassini. Niente è vero. Tutto è permesso”. Un esempio italiano di questo particolare connubio tra esperienze di droghe, religiosità indiana e spiritismo, è Franco Battiato, il cantautore filosofo che inizia ad emergere proprio nel ’68, e che dissemina le sue canzoni di riferimenti dotti, non sempre facilmente comprensibili. Nelle sue conversazioni col giornalista Franco Pulcini egli anzitutto riconosce la “filosofia indiana” come “punto di riferimento costante della mia vita”. Poi prosegue illustrando il suo rapporto con le droghe: “Io, personalmente, ne ho fatto uso, ma con un criterio che definirei sperimentale e conoscitivo […]. Ho fatto un’esperienza per ogni tipo di droga. La mescalina è stata la più sensazionale, con visioni eccezionali! […]. Sono droghe obiettivamente esatte […]. è un piacere assoluto […]. Il cervello ti funziona in maniera diversa…” (F. Battiato, “Tecnica mista su tappeto”, E. D. T, Torino 1992, pagg. 12, 14, 15, 69, 70).

Prosegue affermando che vi sono esercizi sul proprio corpo tramite i quali si può raggiungere uno stato simile a quello degli allucinogeni (“meditazione”), parlando di magia sessuale tantrica, di reincarnazione, di spiritismo: “E le notti in cui sogni molto, sono le notti in cui riposi meglio?” – chiede Pulcini. “Riposo abbastanza bene […] a meno che non mi trovi in qualche stanza d’albergo con qualche influenza che non mi piace”. Pulcini: “Quindi tu senti delle presenze?”. Battiato: “Sono una specie di calamita”. Pulcini: “I fantasmi e gli spiriti ti si appiccicano addosso?”. Battiato: “Quello è difficile. Ci provano ma non li faccio entrare…”. In conclusione si può dire che c’è una storia del ’68 che viene spesso occultata, nascosta a bella a posta. Lo ha ribadito un altro protagonista dell’epoca, amico di Marco Pannella e direttore della rivista “Re Nudo”, Andrea Valcarenghi: “C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. è la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…” . (da “Voglio una vita manipolata”, Ares)

Un segno come la stella dei magi: la tonaca dei preti.

Chi fa pubblicità conosce, di solito, i gusti della gente. Deve appioppare il prodotto, e vede di colpire giusto. In tempi di dichiarazione dei redditi la Chiesa italiana ricorre a questi bravi pubblicisti per ottenere l’otto per mille. In sé nulla di male: per secoli la Chiesa ha offerto le sue terre, i suoi ospedali, le sue scuole, al popolo, spesso con generosità e disinteresse. Poi gli Stati moderni si sono formati anche alle sue spalle, con espropri continui, da Enrico VIII ai sovrani illuminati, a Napoleone, al Risorgimento italiano.

Oggi quindi le casse non sono più così fornite: mancano anche quei grandi peccatori che esistevano una volta, capaci di grandi peccati, grandi pentimenti e anche grandi donazioni. Poiché siamo nell’epoca degli ignavi, "a Dio spiacenti e a nemici sui", scarseggiano anche i tipi un po’ speciali. In tempi di crisi, infatti, comparivano i Francesco d’Assisi, gli Ignazio di Loyola, i Giovanni Bosco. Portavano con loro una ventata di grandezza e di santa follia cristiana: la povertà evangelica, lo spirito missionario, l’allegrezza del servizio al prossimo. Comparivano di tanto in tanto, a rompere la monotonia, anche personaggi bizzarri, come il celebre frate ferrarese Girolamo Savonarola.

Di costui si possono ancora leggere le invettive, le profezie, i quaresimali incalzanti, magari un po’ eccessivi. Però Savonarola non era uno qualunque: aveva previsto la discesa di Carlo VIII in Italia (1494), un grande castigo per la Chiesa (la Riforma protestante?), un grande risveglio (la Controriforma?), e forse, anche il sacco di Roma del 1527. Personalità schietta, rude, focosa, era il più amato nella città del fiorino e dei banchieri, abituata ai carnevali del Magnifico e alla mondanità del nuova mentalità umanista: a lui, che era un pugno nei denti allo spirito dei tempi, vennero affidate le ambasciate più importanti proprio presso Carlo VIII, re dei francesi, per salvare la città dai saccheggi. Odiato dai mediocri, era amato dai fanciulli e perfino dagli intellettuali e dagli artisti: divennero suoi devoti Pico della Mirandola, Angelo Poliziano, Sandro Botticelli, Andrea della Robbia, i pittori Lorenzo di Credi e Baccio della Porta, umanisti come Zanobi Acciaioli e Giorgio Antonio Vespucci. Lo ammiravano persino Ficino e Michelangelo.

Oggi, dicevamo, questi personaggi non ci sono più, e le tonache compaiono solo nelle pubblicità dell’otto per mille, perché chi le progetta sa bene che la gente, anche chi non crede, amerebbe vedere i sacerdoti con la loro divisa, nobilmente nera, sobriamente elegante, slanciata. Amerebbe magari fermarli per strada, anche solo per chiedergli il perché. Forse è un po’ di romanticismo, o forse, dietro questa emozione popolare, si nascondono ricordi del passato, immagini di curati di campagna, figure metastoriche alla Don Camillo. La gente, per fare quella firmetta, vuole vedere preti di cui si vede e si capisce cosa sono, che portano un vestito che esprima, nel suo colore, penitenza e rigore, ma anche orgoglio e umile militanza. "E’ per non essere diversi, per non distinguerci dagli altri", dicono i difensori della nuova moda borghese. "Siete dei borghesi, esattamente come noi", pensano, invece, i borghesi.

Perché un prete con cui vedere le partite, discutere di solidarietà e terzo mondo, in realtà, non serve a nessuno. Per quello ci sono già i giornali, gli intellettuali e, certo meglio, gli amici. Noi, persone di tutti i giorni, vogliamo preti che siano "diversi" da noi, che si sentano ministri di Dio, che ci parlino delle cose alte, a cui raramente abbiamo tempo di pensare. Vogliamo richiami dalla nostra orizzontalità terrestre alla verticalità dello spirito, al mistero dei sacramenti, al concetto di peccato e di perdono, di Giustizia e di Misericordia. E invece dietro quelle vesti abbandonate, rispolverate solo nelle pubblicità o nelle occasioni, c’è, spesso, tutto lo spirito di secolarizzazione che ha caratterizzato gli ultimi quarant’anni: il timore di mostrarsi, il rispetto umano, la vergogna di appartenere alla Chiesa militante, o solo la paura di sentirsi fuori posto. C’è, talora, l’idea di una Fede che non è più verità dirompente, salvifica, sempre nuova, ma che deve vestirsi via via dei vestiti della modernità, per mimetizzarsi con essa, per stare al passo coi tempi, anche se questi, come diceva già Papini, sanno di morchia e di benzina, di bestemmia e di scetticismo.

Svestito l’abito si sono svestite, in buona parte, tante altre nobili usanze "materiali": le pissidi finemente lavorate, le processioni con i canti e con i fiori, i turiboli coll’incenso, le adorazioni eucaristiche, la comunione in ginocchio, con la dovuta riverenza (è o non è Dio?)… Tutti segni evidenti, concreti, fisici di una Fede che riconosce un Dio eterno che si è fatto uomo e che si è fatto carne, non sociologia, non utopia, non solidarismo, e neppure prediche.

Facci sul Giornale

Filippo Facci oggi su Il Giornale, a favore dell’aborto: “in cuor mio penso addirittura che la vita cominci davvero solo dopo la nascita. Il resto è esercitazione, e lo dico senza patemi. Mi preoccupa altro…”.

Dialogo tra il papa e i 138 capi islamici.

Il Papa incontrerà i 138 islamici che gli hanno a suo tempo scritto una lettera. Sarà un incontro tra persone, un dialogo, come si dice di solito. Ma non un dialogo come si è inteso per tanti anni, seminando confusione e indifferentismo. Non un dialogo sulla religione, come se si fosse al mercato, come se la fede potesse essere oggetto di contrattazione. Il papa rimarrà cattolico, continuerà a riconoscere un Dio diverso da quello degli islamici. Lo stesso faranno loro. Dialogo, in questo caso, significa che la ragione e il desiderio di pace possono essere il punto di incontro tra capi di differenti religioni, tra persone, tra creature, mosse da un desiderio buono, non tra religioni diverse.

Analogie della storia.

Un anno è finito, ne inizia un altro. Quello trascorso è stato l’anno in cui si è parlato a iosa dei preti omosessuali e pedofili, realtà purtroppo vera, ma enormemente amplificata dai media e da chi ne ha tratto guadagno, economico e ideologico.

George Mosse, nella sua “Sessualità e nazismo”, dopo aver ricordato che molti leaders delle SA che portarono al potere Hitler erano omosessuali e talora pedofili, racconta come il regime, dopo una certa data, condannò l’omosessualità. E aggiunge: “Una volta franato il potere delle SA (con la notte dei lunghi coltelli, ndr), fu la volta della Chiesa cattolica a essere rimessa in riga con le accuse di omosessualità rivolte a preti e a monaci. Tra il 1934 e il 1937 la Germania celebrò processi pubblici contro sacerdoti e monaci accusati di reati contro il pudore, benché alla fine solo 64 dei 25mila ecclesiastici tedeschi inquisiti poterono essere dichiarati colpevoli, sia pure da tribunali prevenuti”.

Il 2007 è stato anche l’anno della guerra asimmetrica contro la Chiesa, che non paga l’Ici e che costa assai al cittadino contribuente, come ha sostenuto il quotidiano “Repubblica”, nota agenzia umanitaria che costruisce ospedali, scuole e esercita la beneficenza, da oltre duemila anni. E’ stato l’anno della richiesta di abolire il Concordato con tutte le sue concessioni alla Chiesa, senza però restituire nulla di quello che le fu tolto, da Montecitorio alle Opere Pie, soppresse nei decenni dai governi post-unitari per pagarsi il nostro “imperialismo straccione”.

Viene utile al proposito un aneddoto riportato dallo storico Micheal Burleigh nel suo “In Nome di Dio” (Rizzoli): “Durante la prima guerra mondiale Benedetto XV aveva speso tutta la sua fortuna e di conseguenza gli introiti ordinari della Santa Sede per rimpatriare i prigionieri di guerra o per assicurare i soccorsi ai rifugiati: nel 1922 il tesoro del Vaticano equivaleva in valuta moderna a qualche centinaia di migliaia di euro. Non potendo offrire in pegno le opere di Bernini, Michelangelo o Raffaello, il suo successore svuotò ancor più le casse della Chiesa con le generose donazioni alla popolazione tedesca rovinata dall’inflazione durante la repubblica di Weimar o con gli aiuti alle popolazioni affamate in Unione Sovietica”, dove Lenin avevano appena iniziato le persecuzioni e gli espropri ai danni di cattolici e ortodossi.

Questo è stato anche l’anno in cui si è a lungo discusso sulla sorte dei bambini prematuri, e dei bambini malati, proponendo la via più economica, in tutti i sensi, cioè la sospensione delle cure, o l’eliminazione diretta. “L’eliminazione- scrive M. D’Antonio, nel suo “La rivolta dei figli dello Stato”, relativo all’eugenetica negli Usa ai primi del Novecento- fu praticata nel concreto dai medici eugenisti i quali, tra l’altro, esercitarono forti pressioni sui genitori di neonati con difetti alla nascita, perché negassero loro le cure mediche salvavita. Questo tipo di omicidio compassionevole fu il principale soggetto di un lungometraggio del 1917, The black Stork, che sosteneva che Dio considerava l’eutanasia un atto d’amore…”.

E’ stato anche l’anno di Welby e dei filmati di Silvio Viale, nelle scuole, a favore dell’eutanasia compassionevole. Nicholas Startgardt, nel suo “La guerra dei bambini”, racconta come per promuovere l’ “uccisione misericordiosa” il gerarca nazista Goebbels cercò di preparare l’opinione pubblica facendo “girare un film sul suicidio assistito di una donna che stava morendo lentamente e dolorosamente di sclerosi multipla…Discutendo il dilemma psicologicamente avvincente del diritto della donna di scegliere la propria morte e del dottore di aiutarla, molti riflettevano sulla opportunità o meno di una legge che autorizzasse l’eutanasia”. Ad opporsi solo vescovi come von Galen e Konrad…Intanto i nazisti uccidevano di nascosto i bambini più o meno disabili.

Il 2007 è stato anche l’anno dei pacs e dei dico, matrimoni da realizzarsi o sciogliere anche tramite cartolina….Nella Russia comunista nel 1917 venne concesso il divorzio e venne abolito il matrimonio religioso, nel 1920 fu introdotto l’aborto… “Il codice del 19 novembre 1926 conferma queste disposizioni e si spinge ancor più in lontano, giacché pone su un piano di uguaglianza il matrimonio registrato allo Zags e l’unione di fatto, il concubinaggio. Per divorziare è sufficiente una semplice richiesta unilaterale, per lettera: è il divorzio ‘cartolina’…”. Gli effetti? “L’instabilità matrimoniale e il rifiuto massicci dei figli… Gli aborti si moltiplicano, la natalità cala in modo pauroso, gli abbandoni dei neonati sono frequenti. Gli orfanotrofi sommersi, diventano dei veri mortori. Aumentano gli infanticidi e gli uxoricidi” (“Storia delle donne”, Laterza).

Il 2007, infine, è stato l’anno della celebrazione di Garibaldi, che ad alcuni piace per la camicia rossa, ad altri per il suo odio viscerale per la Chiesa. In occasione del concilio Vaticano I, scriveva ai suoi amici: “Qui nella contaminata vecchia capitale del mondo, si disputerà sulla verginità di Maria che partorì un bel maschio sono ora 18 secoli (e ciò importa veramente molto alle affamate popolazioni); sull’eucarestia, cioè sul modo di inghiottire il reggitore dei mondi, e depositarlo poi, in un Closet qualunque. Sacrilegio che prova l’imbecillità degli uomini che non regalano d’un pugno di fango il nero, che sì sfacciatamente si beffa di loro. Finalmente sull’infallibilità di quel metro cubo di letame che si chiama Pio IX…”. Anche qui un’analogia: ieri come oggi, per parlare male del prossimo, che ci si chiami Garibaldi o Luttazzi, sempre e solo al letame, certuni, ricorrono.

Doctor Umberto Veronesi…pensieri di un medico faustiano.

Umberto Veronesi è un famoso oncologo italiano, che, dopo una brillante carriera, ha deciso di dedicarsi alla pubblicistica, e a diffondere alcune certezze: la bontà dell’aborto, della fecondazione artificiale, della clonazione, della sperimentazione occisiva sugli embrioni umani e di tutte le altre possibilità tecnoscientifiche odierne. Recensito un libro di Umberto Veronesi, ne esce immediatamente un altro. Non è facile , dunque, starci dietro, benché i concetti siano piuttosto semplici, in quanto, in fondo, sono sempre gli stessi.

Uno degli ultimi libri pubblicati, "Organismi geneticamente modificati" (Sperling, febbraio 2007), scritto insieme a Chiara Tonelli, inizia subito con un concetto che è caro al celebre oncologo : "la vita è infatti un insieme di reazioni chimiche", e "per la natura l’essere umano potrebbe essere semplicemente uno dei tanti tasselli da sacrificare, se l’evoluzione lo imponesse". Che sia chiaro: stiamo parlando di uomini, ma è come se stessimo parlando di animali, piante, reazioni chimiche, e basta! Il primo capitolo del libro è intitolato "Un pianeta destinato alla fame" e esordisce con una citazione da Thomas Malthus. Nihil sub sole novi: continua la battaglia contro l’uomo, continua l’opera di riduzionismo filosofico.

 Il lettore di Veronesi deve convincersi, sino alla spossatezza, di non essere nulla, se non un insieme di pulsioni e reazioni chimiche, talvolta assai pericolose, per il destino stesso del pianeta. Di non essere affatto un "animale politico", un "animale sociale", pensante e parlante, dotato di corpo e di anima: questo è il nucleo forte del Veronesi-pensiero. Sui dettagli, si può variare, ma non troppo. Nel precedente "Scienza e futuro dell’uomo" (Passigli, 2005), ad esempio, Veronesi partiva sempre dalla stessa dogmatica affermazione: l’uomo con Copernico sarebbe "tornato ad essere parte di un processo evolutivo che include animali, piante e tutti gli esseri viventi. L’uomo viene così ridimensionato e nasce da lì il pensiero scientifico".

Poi però quest’uomo, uguale a piante ed animali, diviene improvvisamente un essere capace di cose straordinarie, grazie alla potenza della tecnologia: "Basta intervenire sul Dna prima dell’impianto nell’utero, inserire o togliere un gene, e possiamo creare un bambino che vivrà centovent’anni. Questo potrebbe avvenire domani mattina, possiamo farlo" (p.49). E proseguiva: "Pensi che, se volessimo, in un ovulo fecondato in vitro potremo inserire nel Dna il gene dell’ormone della crescita di un elefante e ottenere dei bambini alti quattro metri" (p.50). Così, lo scienziato che cerca di abbassarci un po’ l’orgoglio di creature spirituali, ci dice poi che possiamo fare tutto, proprio tutto, come dei novelli demiurghi. Nell’ultimo libro, già citato, riprende il concetto: "Teoricamente la stessa cosa si può fare anche con l’uomo: per esempio inserendo nel suo codice genetico il gene dell’ormone della crescita di un elefante"; oppure si potrebbe eliminare il gene p66: "se lo si elimina quando un uomo è ancora embrione quella persona potrebbe vivere sino a 120 anni" (p.74-75).

Dopo aver ipotizzato la vita sino a 120, non solo a parole, ma anche investendo nella ricerca, che ritiene assai redditizia, sul gene P66, Veronesi arriva immancabilmente all’eutanasia (e talora può tornare l’amato elefante): "è un dovere affrontare la morte serenamente, come gli elefanti, che si ritirano per morire, o gli alberi che cadono perché hanno concluso il loro ciclo vitale" (p. 73 di "Scienza e futuro dell’uomo").

Poco dissimile il ragionamento nel suo precedente "L’ombra e la luce" (Biblioteca di Repubblica, 2005): "Considero la morte nient’altro che un evento biologico. E’ la rigenerazione, il lasciare spazio agli altri, come fanno quegli animali che da vecchi si staccano dal branco per andare a morire soli" (p.30). Sempre in questo libro, a pagina 46, scriveva: "Questo significa che se la scienza manipolasse il Dna, e in teoria può farlo, potrebbe determinare in laboratorio la lunghezza della vita. Se si togliesse il gene P66 a un uovo umano fecondato, si creerebbe una nuova specie umana in grado di vivere tranquillamente fino a cent’anni e oltre".

Nel suo "Il diritto di morire" (Mondadori, novembre 2005), l’ossessione di Veronesi vitaprolungatainlaboratorio-mortedeterminatainlaboratorio, si esprimeva con afflati misticheggianti: "E il motore di questa rigenerazione è il Dna umano che, riproducendosi in ciascun uomo, propaga incessantemente la vita….potremmo quasi dire che la trasmissione del nostro Dna alle generazioni successive potrebbe essere letta come la versione moderna dell’immortalità, in quanto il Dna è in effetti immortale. Inoltre, trasferendosi da un corpo all’altro (?), riassume anche il concetto antico di reincarnazione" (p.12). Infine, nel suo penultimo libro, "La libertà della vita" (Raffaello Cortina, 2007), completamente calato nella mistica scientista, Veronesi auspica un modo in cui gli anziani, a cinquanta o sessant’anni spariscano (p. 39) e in cui i giovani si riproducano per clonazione riproduttiva, senza bisogno di entrambi i genitori, come ai tempi dell’androgino-ermafrodita originario (pp.85-100; è una scoperta scientifica di Veronesi, l’ermafrodita originario, o un ennesimo abbaglio filosofico-esoterico?).

Studiare il Veronesi pensiero, insomma, è facile e difficile allo stesso tempo: l’uomo un po’ si ripete, un po’ si contraddice, un po’ filosofeggia, un po’, però, pensa anche al concreto. Veronesi infatti non è solo prolificissimo scrittore, ma è anche azionista di una azienda di biotecnologie di nome Genextra, che avrebbe guadagnato lauti compensi dalla possibilità di sperimentazione occisiva sugli embrioni, vietata, almeno a parole, dalla legge 40; nello stesso tempo confida in un progetto di ricerca sulla longevità umana, convinto di poterla portare appunto ai 120 anni; in simultanea si batte per il testamento biologico L’ultimo libro sull’argomento, "Nessuno deve scegliere per noi" (Sperling &Kupfer, 2007), è coordinato dall’avvocato napoletano Maurizio De Tilla.

Scrive "La voce della Campania" del febbraio 2007 al riguardo: Maurizio De Tilla figurava nel 1992 tra le migliaia "di iscritti alla massoneria, Grande Oriente d’italia, all’ombra del Vesuvio. Oggi De Tilla è coordinatore del comitato Scienza e diritto della Fondazione Veronesi, nonché presidente nazionale della Cassa Forense. Quest’ultimo organismo ha recentemente ‘espresso parere favorevole alla redazione del testamento biologico in forma di scrittura privata raccolta, a titolo gratuito, dall’avvocato, dal medico, o dal mandatario, anziché effettuata per atto di notaio’" (forse un po’ costoso).

Sempre la Voce della Campania mette in luce alcuni meccanismi coi quali Veronesi sta diventando ogni giorno che passa una voce martellante, sempre ascoltata e propagandata. Oltre a consigliare testamento biologico ed eutanasia, infatti, la sua Fondazione, invita a firmare anche "un lascito testamentario, piccolo o grande che sia…per tramandare i valori in cui crediamo e testimoniare i sentimenti che ci sono stati cari nella vita". "Ognuno di noi- aggiungono gli esperti contabili della struttura di Veronesi- può scegliere di legare tutti o parte dei propri beni allo sviluppo dei progetti della Fondazione". Si possono lasciare soldi, ma anche "un bene mobile, un bene immobile, un appartamento, una casa, un terreno, che la Fondazione possa vendere o affittare per ricavare risorse per portare avanti i suoi progetti". Servono soldi, per mantenere riviste, pubblicizzare libri, sostenere Fondazioni, organizzare conferenze internazionali sul darwinismo, promuovere il testamento biologico pro-eutanasia, finanziare le ricerche sul gene P66 per la longevità… Continua "La voce della Campania": "E sì che di denaro, appartamenti, gioielli o auto di lusso, proprio la Fondazione Veronesi potrebbe farne tranquillamente a meno. Basta scorrere l’altisonante parterre del Comitato di Sostegno: si va dalla regina delle multinazionali del farmaco Diana Bracco al banchiere prodiano Giovanni Bazoli; dal vertice Mediaset Fedele Confalonieri al presidente di Confindustria e numero uno Fiat Luca Cordero di Montezemolo; dalla Rcs di Cesare Romiti alla Todd’s di Diego Della Valle; dal signor Telecom Marco Tronchetti Provera al potente banchiere torinese Maurizio Sella, fino al finanziere Francesco Micheli, a Gabriele Galateri di Genola in diretta da Mediobanca, o l’ex presidente del Banco di Sicilia Alfio Noto. Sicuramente non mancheranno di far sentire la loro generosità ad Umberto Veronesi, magari con lasciti testamentari anticipati a suo favore. Per la Fondazione, naturalmente. Così come non mancano di fargli sentire il loro sostegno emotivo intellettuali del calibro di Umberto Eco e Fernanda Pivano, Claudio Magris e Renzo Piano, senza contare la presenza – sempre nello stesso Comitato “de roi”, del filosofo e sindaco di Venezia Massimo Cacciari, dell’ex presidente del Senato Marcello Pera e dell’editorialista Sergio Romano. Un partito trasversale del lascito. Tutti premi Nobel o quasi, ovviamente, i componenti del comitato scientifico: Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini, Paul Nurse, Carlo Rubbia, Margherita Hack e Luc Montagnier. ‘Come fare testamento a favore della Fondazione Umberto Veronesi’ è poi il link finale, con moduli precompilati ed istruzioni tecniche, per quanti non avessero ancora capito ed apprezzato i benefici della donazione di sè… Non guarda al colore politico, Veronesi, quando si tratta della salute. E che salute! Il suo IEO – Istituto Europeo di Oncologia, altra multinazionale fondata sulla cura del cancro, può contare attualmente come capitale sociale sulla bellezza di quasi 80 milioni di euro. Fra i titolari di tanto ben di dio troviamo nell’azionariato sigle dell’uno e dell’altro schieramento. In area Polo, Mediolanum e la Popolare di Lodi. Sul versante Ulivo Fiat, Telecom, Rcs, Pirelli e Capitalia. E poi ancora le creature di Salvatore Ligresti Fondiaria e Ras, quindi Banca Intesa, Unicredit (qui il legame è doppio: lo stesso Veronesi è membro del Comitato etico della banca), Assicurazioni Generali, l’Italcementi di Giampiero Pesenti, Edison, Banca Popolare di Milano, Mediobanca, oltre al colosso finanziario della ricerca farmaceutica Sorin spa. Quest’ultima rientra nel vasto arcipelago di Genextra, ‘una holding che conduce attività di ricerca sulle patologie dell’invecchiamento, oncologiche, neurologiche e degenerative’, come si autodefinisce la società.

Costituita nel 2003 su iniziativa di Francesco Micheli e della Fondazione Umberto Veronesi, a settembre 2005 Genextra entra nel campo delle nanotecnologie e acquisisce il controllo di Tethis, leader mondiale del settore. L’operazione è stata realizzata attraverso un aumento di capitale di circa un milione e mezzo di euro, ‘ma – precisa il comunicato stampa diramato dall’azienda – Genextra si è impegnata a sottoscrivere due ulteriori aumenti di capitale per complessivi euro 1,8 milioni da eseguirsi nel corso del 2006 e del 2007’. Ce la faranno? Inutile stare col fiato sospeso, anche perchè timoniere di Genextra è ancora oggi il supercollaudato Micheli. «Negli anni Settanta – recita la sua biografia – era stato uno degli assistenti dell’allora presidente di Montedison Eugenio Cefis. In seguito fu al centro dell’avventura finanziaria che nel luglio del 1985 consentì a Mario Schimberni di impossessarsi di Foro Buonaparte». Veronesi, insomma, gli amici se li sa scegliere. Come ha fatto proprio per l’organigramma dell’Istituto Oncologico Europeo, che ai suoi vertici amministrativi vede big come la figlia di Salvatore Ligresti, Giulia, l’amministratore delegato di Telecom Carlo Buora (balzato alle cronache per l’inchiesta sulle schedature illegali che ha travolto Giuliano Tavaroli), e poi il presidente della Popolare di Milano Roberto Mazzotta, i big della finanza nazionale Paolo Maria Grandi, Carlo Puri Negri, Matteo Arpe… Insomma, quando c’è la salute c’è tutto. E più che in salute è proprio l’IEO: la creatura targata Veronesi di via Filodrammatici, a Milano, nel 2005 dichiara a bilancio un bel + 117 milioni e mezzo di euro come “ricavi da vendite e da prestazioni”, un attivo circolante pari a 63.560.169 euro e partecipazioni per 27.064.602. Piccolo particolare: nell’oggetto sociale la cura degli ammalati risulta fanalino di coda. Si legge infatti chiaramente: «Costruzione d’immobili per abitazione ed altri usi. Costruzione fabbricati ad uso abitazione, per fini agricoli, industriali, commerciali, etc. Ospedali e case di cura generali». Pazienza." (www.lavocedellacampania.it).

Un poeta non credente, Guido Gozzano, e una sua poesia per Natale.

– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.

Presso quell’osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca lentamente le sei.

 – Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio? Un po’ di posto per me e per Giuseppe?

– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

 Il campanile scocca lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi? Mia moglie più non regge ed io son così rotto!

– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi: Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno avete per dormire? Non ci mandate altrove!

 – S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca lentamente le nove.

Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella! Pensate in quale stato e quanta strada feci!

– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella. Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca lentamente le dieci.

Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname? Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due? – Che freddo! – Siamo a sosta

 – Ma quanta neve, quanta! Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…

Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca La Mezzanotte Santa.

È nato! Alleluja! Alleluja! È nato il Sovrano Bambino. La notte, che già fu sì buia, risplende d’un astro divino. Orsù, cornamuse, più gaje suonate; squillate, campane! Venite, pastori e massaie, o genti vicine e lontane! Non sete, non molli tappeti, ma, come nei libri hanno detto da quattro mill’anni i Profeti, un poco di paglia ha per letto. Per quattro mill’anni s’attese quest’ora su tutte le ore. È nato! È nato il Signore! È nato nel nostro paese! Risplende d’un astro divino La notte che già fu sì buia. È nato il Sovrano Bambino. È nato! Alleluja! Alleluja!

Barzellette …di Natale.

Un frate bussa alla porta del paradiso: Per favore aprite! Chi è? Un cappuccino. Nessuno lo ha ordinato!

 Il catechsita: cosa ha detto Lazzaro appena risuscitato? Pierino: sono vivo per miracolo!

Il padre alla figlia: Ma come, sei fidanzata con il fornaio ed esci col salumiere? La Figlia: non si vive di solo pane…!

Pio Xi un giorno ricevette una gigantesca signora inglese. Figlia mia, cosa vi porta in Vaticano? La fede, Santità? Terminata l’udienza il papa disseal suo segretario: E’ proprio vero che la fede sposta le montagne!

Signora, domanda un doganiera ad una donna che sta rientrando dalla Francia, cosa c’è in questa bottiglia? Acqua di Lourdes. Davvero? A me sembra cognac! Oh, miracolo, miracolo!

Due frati si incontrano. Uno dice: san Francesco è malato. O poveretto, dice l’altro, cosa ha? L’aviaria! Glielo avevo detto di non parlare agli uccelli!

 

Il Padre Eterno chiama a rapporto san Pietro: Perchè hai castigato quell’angelo? Perchè spiava gli uomini dal buco dell’ozono!

Pierino vede le candele davanti alla statua di Sant’Antonio ed esclama: Mamma, compie gli anni quello lì?

Giovanna D’Arco: il primo esempio… di gioventù bruciata…

Natale: giorno in cui il frigorifero batte la televisione.

La mela che non si può prendere, Majorana e l’atomica.

La retorica sulla libertà di ricerca scientifica è uno di quegli slogans banali, che almeno la conoscenza del passato dovrebbe permetterci di evitare.

Pensiamo ad esempio cosa avvenne con la bomba atomica. Durante la seconda guerra mondiale sembrò ad un certo punto che qualcosa potesse risolvere il conflitto: il primo a ipotizzare l’uso di una scoperta scientifica, in sé buona, la fissione nucleare, per un uso malvagio, la creazione della bomba nucleare, sembra sia stato Hitler, al quale poi, però, si accodarono in tanti.

Pochi anni prima uno scienziato italiano, Ettore Majorana era forse stato uno dei primi ad intuire i pericoli insiti in una scienza priva di senso del limite. Era, costui, un allievo di Enrico Fermi, il futuro padre dell’atomica. Si racconta che i due facessero a gara a risolvere complicatissimi calcoli: Majorana, considerato dal maestro un genio al pari di Galilei e Newton, a memoria, Fermi col calcolatore, alla lavagna o su un foglio. Sembra addirittura che Majorana avesse compreso ed illustrato agli amici dell’università di Fisica, prima di Heisenberg, "la teoria che da Heisenberg prese il nome, del nucleo fatto di protoni e neutroni". Poi Majorana ed Heisenberg divennero buoni amici, finchè nel 1938 lo scienziato italiano scomparve.

La sua morte fu presentata come un semplice suicidio. Ma pochi in realtà ci credettero: fu convinzione diffusa infatti che Majorana fosse fuggito, forse in un convento, perché angustiato dalle terribili conseguenze che aveva intuito potessero derivare dalle recenti scoperte sull’atomo. Sono ipotesi, suffragate da molti indizi, anche se non da certezze. Eppure ci dicono della "coscienza religiosa" che fu propria di un uomo di genio, di uno scienziato come Majorana. Quanto ad Heisenberg, invece, vi sono notizie indiscutibili: era senz’altro il fisico da cui Hitler si aspettava qualcosa.

 Racconta Leonardo Sciascia, nel suo "La scomparsa di Majorana", che i fisici che lavoravano all’atomica in America "credevano fino all’ossessione" che anche Heisenberg stesse facendola: "ma Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica, ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla". Antonino Zichichi, già presidente della World Federation of Scientists, ci dà altre preziose informazioni: "Il primo fisico che immaginò l’unificazione dei fenomeni fondamentali (M.P.Bronstein) fu condannato a morte da Stalin in quanto non aveva voluto piegarsi alla sua ideologia. Il padre della fisica quantistica, Max Planck (fervente cattolico, ndr), ebbe il figlio ucciso dai nazisti come ritorsione perché non aveva voluto collaborare al progetto per la prima bomba nucleare della storia. Il padre della superfluidità, P. Kapitza, visse sul lastrico con la famiglia per aver rifiutato di dirigere il progetto sovietico per la prima bomba a fusione nucleare". Vi furono dunque scienziati che ritennero che non tutto ciò che era fattibile era di per se stesso buono e giusto. Altri, invece, agirono (salvo poi, magari, pentirsene amaramente, come Oppenheimer), da tecnici di laboratorio: fecero la bomba atomica e diedero le istruzioni per l’uso.

Chiesero infatti che "l’obiettivo fosse una zona del raggio di un miglio e di dense costruzioni; che ci fosse una percentuale alta di edifici in legno; che non avesse fino a quel momento subito bombardamenti, in modo da poter accertare con la massima precisione gli effetti…".

Conclude Sciascia: "Chi sia pur sommariamente conosce la storia dell’atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni la consegnarono ai politici e ai militari". Qualcuno potrebbe dire che il paragone implicito, tra atomica ed ingegneria genetica senza limiti, è eccessivo. E’ vero: è assai più grave violentare la natura dell’uomo, modifìcando le modalità stesse del nascere, che inventare la bomba atomica in tempo di guerra! Teologicamente, però, il problema è ancora quello dell’albero del Genesi: c’è una mela che non si può prendere; c’è un limite, buono, che è intrinseco alla nostra condizione di esseri relativi. Un limite che paradossalmente non ci limita, ma ci apre alla Verità.

Il fondatore della geologia, il beato Niccolò Stenone.

Di Niccolò, nella storia della scienza, non c’è solo Copernico. C’è anche Niccolò Stenone, il fondatore della geologia, della paleontologia e della cristallografia. Finalmente un bellissimo libro di Alan Cutler, geologo e divulgatore scientifico di fama, intitolato “La conchiglia del diluvio. Niccolò Stenone e la nascita della scienza della Terra” (Il Saggiatore), rende giustizia a questo gigante del pensiero. Stenone nasce il primo gennaio 1638 in Danimarca, da genitori orafi, luterani.

La sua passione, ancora giovane, è l’anatomia. La sua mano, abile, delicata, disseziona incessantemente, manovra il bisturi con una sapienza infinita: “Non una farfalla, non una mosca riescono a sfuggire alla sua abilità. Riuscirebbe a contare le ossa di una pulce, se le pulci avessero le ossa”. Ancora giovane, affida i suoi pensieri ad un diario, Chaos, che porta il motto “In Nomine Jesu”. Come Copernico, come Boyle, che aveva addirittura fatto voto di castità per essere scampato ad un pericolo, come il suo amico Jan Swammerdam, fondatore dell’entomologia, che intende “scrivere un libro sulle api per dimostrare la saggezza del Creatore”, così anche Stenone unisce una curiosità incredibile, ad un profondo senso religioso. Tramite la dissezione Stenone fa alcune scoperte interessanti, come il dotto della ghiandola parotidea e le ghiandole lacrimali.

Gira l’Europa, ma l’approdo della sua vita è la corte di Firenze, l’Accademia del Cimento, all’epoca il più prestigioso cenacolo scientifico del mondo. Qui conosce Viviani, ultimo discepolo e biografo di Galilei, Lorenzo Magalotti, e il mitico Francesco Redi, medico galileiano, colui che aveva confutato per primo la generazione spontanea. Firenze è un paradiso, il granduca sostiene i suoi scienziati, e Stenone scopre che “in contrasto con gli stereotipi sui cattolici con cui era stato cresciuto nella Danimarca luterana, i suoi nuovi amici erano cristiani devoti con uno spiccato senso morale”, Viviani e Redi compresi. Galilei è il loro nume tutelare, ed essi ritengono che la sua sfortuna sia stata dovuta alla “gelosia personale e all’indole vendicativa di nemici schierati tra gli studiosi aristotelici conservatori”, perché in verità “la sua scienza non offendeva la fede in alcun modo”. In questo ambiente lo studioso danese concentra i suoi interessi sulle conchiglie e sui fossili, fondando così la geologia in un breve e immortale trattato di 68 pagine, il De solido (1669).

Stenone parte dall’osservazione delle conchiglie, dei fossili e dei denti di uno squalo. Come per Galilei l’ostacolo principale erano state le dottrine pagane di Aristotele, così la domanda di Stenone sul perché si trovino conchiglie sulle montagne o nei terreni o nelle rocce, trova l’opposizione di “alcune correnti mistiche del Rinascimento”: ” i filosofi neoplatonici ed ermetici, insegnavano che ogni cosa sulla terra era plasmata da forze plastiche e da invisibili emanazioni delle stelle”. Secondo tale visione animista, pagana, le conchiglie fossili non sono vere conchiglie, ma entità che sbocciano dal suolo, come le piante, per generazione spontanea, per riverberi di stelle e di pianeti, per forze magiche, per virtù dell’Anima Mundi. Queste dunque sono le idee che Stenone deve demolire, per dimostrare che i fossili altro non sono che creature viventi “il cui corpo è stato ricoperto lentamente dalla stratificazione dei sedimenti”. Così analizzando fossili, conchiglie, stratificazioni varie, dischiude lo studio della terra, del suo passato, della sua storia, creando la geologia e definendo alcuni principi basilari, detti ancor oggi “principi di Stenone”.

In mezzo alle ricerche Stenone approda dal luteranesimo al cattolicesimo: rimane colpito, soprattutto, da una processione del Corpus Domini, dalla devozione allegra degli italiani, dalla figura ascetica del gesuita Paolo Segneri, e soprattutto dal dialogo con alcune donne di fede. Il giorno stesso della conversione Stenone viene convocato dal re di Danimarca. Egli però non vuole tornare nel suo paese, là dove il cattolicesimo è proibito e celebrare la messa può costare la vita. Tornerà in patria solo per un breve periodo, ma sarà maltrattato, per la sua adesione al cattolicesimo, e gli sarà precluso l’insegnamento in università. A parte questa parentesi, Stenone vive per lo più a Firenze, dove compone il già citato De solido. In esso affronta anche questioni bibliche e di fede. Il trattato viene esaminato dal Santo Ufficio, che ne affida il controllo a Redi e al Viviani, i quali evidentemente godono di ottima fama nel mondo ecclesiastico. Il nulla osta alla pubblicazione arriva subito. Mentre le sue affermazioni vengono smentite o lodate dai più famosi naturalisti dell’epoca, Stenone si occupa sempre più di teologia e deve difendersi dall’accusa di alcuni compatrioti che lo accusano di “resa al papismo”. Risponde sempre con garbo, con dolcezza, per non esacerbare gli animi.

Conia, in questi anni, un celebre aforisma, che dice della sua consapevolezza di quanto le scoperte umane non siano nulla rispetto alla misteriosa grandezza dell’Essere: “Belle sono le cose che si vedono, ancor più belle quelle che si conoscono, bellissime quelle che si ignorano”. Nell’aprile del 1675 diviene prete e poco dopo vescovo. Va a Roma, per l’ordinazione, nel 1677, a piedi, “vivendo di carità nel corso del viaggio”. Il papa lo invia in Germania, tra i protestanti, dove vivrà in condizioni estreme, arrivando a vendere l’anello e la croce d’argento, per aiutare i poveri. Dorme poco, digiuna, lavora, prega…Morirà il 25 novembre 1686 e nel 1988 verrà proclamato beato dalla Chiesa.

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