VIAGGIO NELLA SANTITÀ CAPPUCCINA. Esercizio dell’amore rodaggio della santità cappuccina (5)

Giovanni Pili da Fano, autore dell’operetta Arte de la unione. Stampa del Convento di S. Francesco d’Assisi in Milano restaurata dalle Monache Benedettine di Viboldone ca. 1978.

In questo Amore trova consistenza l’equilibrio della “vita mixta”, maturata attraverso un faticoso accordo di armonia raggiunta dopo i primi decenni della riforma cappuccina. E bisogna fermarsi per un tratto sui diversi momenti di questa maturazione e vedere i diversi tentativi di accordi di note per creare alla fine una equilibrata e

dolce armonia nell’esercizio dell’amore. Amore che è spirito contemplativo e ardore apostolico. L’itinerario dell’amore, un rodaggio d’amore è la santità cappuccina che trova echi sonori e ammirabili non solo nei gesti di amore colti nella vita quotidiana, ma anche in quei scritti umili e grondanti di devozione che hanno trovato un sempre più deciso e chiaro sviluppo dopo il silenzio e il nascondimento operoso dei primi 40/50 anni di storia cappuccina, ossia nella luce biografica e agiografica di Felice da Cantalice, come abbiamo detto sopra. Da questo esercizio d’amore, da questo spirito contemplativo nasce l’apostolato nelle sue varie forme esercitate nella storia cappuccina: predicazione, servizio negli ospedali e tra gli appestati, animazione eucaristica (Quarantore), evangelizzazione missionaria (missioni al popolo e missioni tra gli infedeli), aiuto ai poveri e conforto ai miseri ecc. L’apostolato tra gli eretici e nelle missioni, anzi la stessa riforma dei cappuccini sono «germoglio dell’oratione», frutto maturo di esperienza contemplativa1[81].

L’ideale di “vita mixta” è delineato nelle costituzioni del 1536, stampate a Napoli nel 1537. La comprensione della santità e dei santi cappuccini non può prescindere da questo straordinario testo legislativo, espressione della volontà di autorappresentazione del gruppo dirigente guidato da Bernardino d’Asti con Francesco da Jesi e Giovanni da Fano, tre “servi di Dio” non ufficiali, ma sentieri luminosi delle fondamentali opzioni della “bella e santa riforma”. Infatti Bernardino Palli d’Asti e Francesco Ripanti da Jesi dimostrano come ogni vero rinnovamento nella Chiesa nasca da una profonda esperienza di preghiera.

Il primo propone ai frati alcuni esercizi di preghiera affettiva trinitaria come adorazione in spirito e verità al Padre per il Figlio nello Spirito, per esercitare l’atto di amore di Dio, fondamento della legge e finalità della vita spirituale. L’amore è colto nella sua dimensione trinitaria, cristologica, mariana ed ecclesiale e traspare nella “devota e umile preghiera” che diventa programma di riforma interiore e di slancio apostolico, come egli espressamente dice: «Infiamma fortemente e inestinguibilmente il cor mio col fuoco del tuo ardentissimo amor, de quello amore perfectissimo il quale non è mai ocioso, ma opera cose grandi; il quale destruge ogni regione de vizi e ogni amor vizioso; e non permettere che mai più io sia separato dal tuo amore»2[82].

Queste “orazioni devote” lasciano trasparire un’esperienza intima e personale di vita mistica e un vero magistero spirituale che Bernardino d’Asti sviluppava tra i frati come nel famoso «bellissimo sermone dell’orazione» citato da Bernardino Cioli da Colpetrazzo, che presentava  la «santa orazione» come intento principale della regola francescana:

«Se tu mi domandassi che intento fu del Padre S. Francesco dando la Regola, risponderei che non ebbe altro intento se non di ordinare i suoi frati spediti da ogni impedimento alla santa orazione, rimovendo da noi con i precetti della Regola quelle cose che c’impediscono la santa orazione e dandoci quei mezzi che ci fanno acquistare il vero amor di Dio, nel quale consiste l’osservanza di ogni buona legge. E se tu mi domandi che esercizio vuole il Padre S- Francesco che noi facciamo nella Religione, ti rispondo quello che egli dice nella Regola: Orare sempre a Dio con puro cuore. Questa fu, dunque, la causa che ci diede la Regola, con la quale osservandola ci libera da ogni terrena cura, acciocché potessimo attendere alla santa orazione»3[83].

A sua volta Francesco da Jesi nel periodo più drammatico dell’Ordine, dopo l’apostasia dell’Ochino, si fa animatore di vita contemplativa insegnando ai frati come fare un atto di amore perfetto con il suo metodo contemplativo intitolato: Circolo del divino amore, nel quale vibra tutto l’universo visibile e invisibile, imperniato in Cristo, centro di tutto, crocifisso sulla Croce e operante nella Chiesa. Il contemplativo, guardando al mistero di Cristo, lo fruisce nella sua infinita perfezione divina nell’abisso della Trinità, lo ammira nella sua perfettissima umanità «crocifissa nella penitenza, consacrata in sacramento e gloriosa nella gloria», lo legge nel segno della Croce, dove coglie nel suo incessante fluire l’atto d’amore perfettissimo che scaturisce dal sitio non ancora appagato di Cristo Crocifisso, irresistibile, attraente, «evidente di ardentissimo amore» e lo scopre nella Chiesa e cosi offre se stesso, la propria libertà alla volontà di Cristo, della Chiesa e delle creature, volendo solo quella, fatto con Lui «uno spirito e uno volere»5[85].

Nel Cristo appare tutta la Chiesa come atto d’amore geloso, estatico ed eccessivo, partecipato alle creature. L’amore di Cristo trinitario e cruciforme si ripete nella Chiesa e nell’anima come un incessante atto circolare, una spirale di amore per cui il contemplativo è come Cristo in croce, «fatto tutto amore», in modo che non esista in lui se non l’atto perfettissimo d’amore del Cristo. Dall’inizio alla fine l’anima resta sempre centrata in Cristo e nella croce6[86]. Che sia un metodo per apprendere l’atto d’amore perfetto appare chiaramente nelle indicazioni finali:

«Con questo atto retto e reflesso come causa finale, etiam colla parte sensitiva vehementer desiderarai con multeplici e durativi sospiri amorosi, orazioni iaculatorie, etiam discorrendo qui tutto el circulo, incomminciando da Cristo oggetto dicendo: O Cristo Iesu, in infinito amabile, e che voli essere totaliter amato, concedime che totaliter te ami”. E quanto allo respettivo dicendo: “O Cristo Iesu, el quale tanto me ami, fa che io te ami con tutto el cuore”. Et sic lo discorrerai amorosamente. Ti ecciterai col tuo imperio, commandando a te medesimo tale continuo augumento. Ti debbi provocare con tutto il tuo conato e sforzo, concertando di unirte tutto e provocarte con massimo impeto, quasi tutto fatto amore»7[87].

Si nota una partecipazione quasi violenta della volontà, la decisione è forte, «con massimo impeto», in un ardente desiderio di raggiungere questo stato di unione d’amore con Dio. Il desiderio deve essere tenuto sveglio da ripetuti «sospiri amorosi», da «orazioni giaculatorie», ripassando tutto l’itinerario del Circolo e ripetendo la preghiera per ottenere un amore totale verso G. Cristo. E’ la preghiera affettiva. Meditando l’amore di Cristo verso l’uomo si ripete un’analoga preghiera per osservare il comandamento dell’amore, di amare cioè Dio con tutto il cuore. Tutto questo ritorna chiaramente nelle Costituzioni del 1536, come vedremo.

Giovanni Pili da Fano, infine, all’incandescente spiritualismo del Ripanti e del Palli aggiunge un suggerimento più tradizionale e ordinato, pur lanciando anch’egli i frati nella dinamica dell’amore unitivo, con la sua nota Operetta devotissima, chiamata Arte de la unione, la quale insegna unire l’anima con Dio, edita a Brescia nel 1536 e nel 1548, la prima opera cappuccina a stampa di cui conserviamo un’edizione, dove è tracciato un vero itinerario di vita spirituale secondo le tre classiche vie bonaventuriane: via purgativa, illuminativa e unitiva8[88]. Tutto deve servire all’amore, così che la contemplazione si svolge sempre in modo affettivo, aspirativo e unitivo. L’immagine che domina è nuziale, in conformità al tema tradizionale delle «mistiche nozze con il celeste sposo Gesù Cristo». Il segno dell’amore è il bacio. La via purgativa o degli incipienti corrisponde al «bacio dei piedi»: è l’atteggiamento penitente e lacrimoso espresso, secondo la tradizione biblica e ascetica, dalla figura di Maria Maddalena. La via illuminativa o dei proficienti corrisponde al «bacio delle mani», espressione di devota riconoscenza per i benefici ricevuti dalle mani di Dio. La via unitiva o dei perfetti, infine,  corrisponde al «bacio della bocca», manifestazione suprema e sponsale di amore che unisce l’anima a Dio in un puro e casto amplesso di carità. Egli affonda le mani particolarmente in tre maestri e scrittori spirituali, senza mai nominarli, ossia Enrico van Herp († 1477), Garcia de Cisneros († 1510) e Bartolomeo Cordoni († 1535). Probabilmente questi tre autori potrebbero spiegare tutto lo sviluppo dopo il 1536 della letteratura spirituale cappuccina, ossia i diversi atteggiamenti ascetici e devozionali, le variazioni e fioriture dell’orazione mentale metodica, l’itinerario di una mistica teologicamente calibrata, dopo l’Indice emanato da Paolo IV nel 1559 e le regole tridentine, e infine le ricorrenti efflorescenze o inpennate di esperienze mistiche9[89].

Nel libretto di Giovanni da Fano tutto è proiettato nell’esercizio dell’amore unitivo. La scienza deve servire solo ad amare. Lo scopo è di ottenere l’amore «puro e nudo». Perciò – scrive Giovanni da Fano — se noi

«ne la via di Dio volemo far profecto, et noi a le divine illuminationi (et interna unione) disponere, è necessario tutte le amaritudine del core mortificare et descacciare, et ne la fornace del divino amore talmente consumare, ch’el nostro core mondo, purificato et del divino amore infiammato, al nostro Signor Iesu Christo possiamo dignamente offerire, perchè el mondo hospite la monda casa cierca et ama»10[90]..

«è paratissimo non solo a la substractione de omne devotione et de gratia sensibile, per meglio conformarse a la divina volontà, ma etiam tanto arde de foco del divino amore, che ne la sola nuda charità et puro amore de Dio remaner desidera tutti li giorni de la vita sua»11[91].

Infatti

«è necessario che la vita contemplativa nel purissimo et ardentissimo et nudo amor de Dio sia fundata, nel quale deve l’homo con ardentissimo fervore desiderare a Dio unirsi, et da lo abisso de la sua infinita bontà essere absorto; et per sincera et simplice charità in lui essere transformato et per questo a la totale mortificatione et annihilatione de sé li è necessario pervenire, et a la consumptione de tutti li appetiti de le proprie commodità et consolatione et spirituale et corporale»12[92].

Il programma è veramente radicale, non ammette mezzi termini. Sono ricorrenti e significativi gli aggettivi dell’amore: puro, semplice, vero, nudo, sincero, cordiale, ardente, infiammato, serafico, divino amore. L’anima decisa a questa radicalità, «l’anima fedele, a Dio è copulata, concepisce et parturisce Christo, et per questo pervene a la dignità materna»13[93]. Ma «per studio de intelletto non se genera…, ma per exercitii de interni affetti», per cui, nella via unitiva, l’anima, tolta «ogni carnale et sensuale delectatione, è dal tatto de la divina sapientia exilharata et in alto levata, et qui el suo spirito manca»14[94]. E’ allora che «el divino Spirito in mille modi lo exercita» e così «sente ne la amativa virtù un subito et instantaneo tacto del Spirito Sancto che como un vivo fonte de la eterna suhavità fluisce»15[95].

Per crescere nella «via unitiva et affectiva», Giovanni da Fano, ispirandosi a Enrico van Herp, propone due modi: l’aspirazione o preghiera aspirativa e l’unitivo amore. Attraverso l’esercizio dell’aspirazione, fatto con orazioni giaculatorie piene di ardente affetto, a poco a poco il centro di gravità dell’attività spirituale è spostato dalle potenze inferiori dell’anima a quelle superiori: è il processo in introversione o ascensione spirituale o consurrezione; e allora si vive nell’unitivo amore di Dio, come il «ramo inferto ne l’arbore», «la gutta de l’acqua buttata in un vaso grande pieno de vino» che prende la natura del vino, o il «ferro infocato» che «piglia le operationi del foco»16[96]. Tutto questo «tanta suavità et sapore seco porta, dolcezza et consolatione, et nel core sì gran profluvio causa, che per la superabundantia del gaudio non se po contenere che non redunde et de una certa spirituale ebrietà non parturisca». Ecco la «redundantia de amore», che il Pili così descrive:

«È un certo sapor mirabile de intrinseca voluptà, per el quale el cor humano ch’el receve, per el tripudio del divino amore et desiderio de la divina fruitione è tanto infiammato e dilatato, che quasi dilatate le arterie dentro dal petto per la violentia de l’ardore, le fiamme de l’amore fora sensibilmente manda et potentemente o voglia o no, che per li exteriori inditii eructando el manifesta; et tutto l’huomo con la sua violentia move, conquassa et percuote, come li apostoli, per la violentia del Spirito, ebrii parevano veramente»17[97].

Questo ardore porta il «fedele amante a resemigliarse al suo diletto», cioè

«deve la fedele et amorosa anima le perfettioni del suo dolce Sposo meser Iesu, et secondo la divinità et secondo l’humanità (come in un spiritual specchio et exemplare) con l’occhio mentale de continuo contemplare, accioché a lui, quanto è possibile, conformar se possa, maxime ne le virtù che ne la sua amarissima et acerrima passion resplendeno»18[98].

I santi cappuccini si sono formati su questi insegnamenti per apprendere l’arte di amare sommamente Iddio e da qui è scaturita la loro prodigiosa attività apostolica missionaria e caritativo-sociale.

Questa ricchezza di esperienza spirituale si è concentrata, come già si è detto, nelle costituzioni di Sant’Eufemia del 1536, che non sono semplicemente un testo giuridico o un commento spirituale della Regola francescana, ma svelano una vibrante tensione evangelico-mistica che le rende un vero trattato di perfezione, un libretto di pietà a tutti gli effetti, in perfetta sintonia con la sensibilità religiosa del primo Cinquecento e appaiono evidentemente il frutto dell’apporto di personalità come Bernardino d’Asti, Giovanni da Fano, Francesco da Jesi, ma anche di Bernardino Ochino prima dell’apostasia, col suo misticismo illuminativo, di matrice begarda e alumbrada, assorbito dagli autori francescani spirituali e da letture rischiose come lo Specchio delle anime semplici della beghina Margherita Porete († 1310) e il Dyalogo della unione dell’anima con Dio dell’osservante Bartolomeo Cordoni da Città di Castello († 1535), presente in certo modo, senza l’estremismo eterodosso, nei primi cappuccini. Come scrive acutamente un giovane storico moderno, vero esperto delle origini cappuccine, in queste antiche costituzioni l’esaltazione della «vita mixta» «combinava la tradizionale tensione riformatrice e integralista del francescanesimo con i concetti chiave della nuova spiritualità evangelica: la riforma interiore come presupposto della riforma della Chiesa; la riscoperta del Vangelo e la svalutazione delle cerimonie; il richiamo alla moralità della Chiesa primitiva e l’invito alla ricerca della perfezione attraverso l’orazione mentale e l’imitazione di Cristo; il rifiuto di un approccio utilitaristico alla vita religiosa, con un accento particolare, di chiara ascendenza paolino-agostiniana, sull’incapacità dell’uomo peccatore di adempiere la legge e di raggiungere la salvezza senza l’intervento della grazia divina; l’apertura all’infinita misericordia di Dio per mezzo della fede nel “beneficio” della nascita, morte e resurrezione di Cristo; l’attenzione al prossimo e alla sofferenza come stimolo a un’incessante azione caritativa, naturale corollario di una “fede viva”»19[99].

Il punto centrale venne indicato nell’esercizio dell’amore sperimentato nel modo di pregare, nel fare continuamente atti di amore perfetto e nell’apostolato ardente della predicazione. Ecco alcuni significativi passi delle antiche costituzioni che fissano il nucleo del carisma di santità cappuccina, nel modo di pregare:

«Pregare non è altro che parlare a Dio col cuore; però non ora chi a Dio parla solo con la bocca. Però ciascuno si sforzarà di fare orazione mentale e, secundo la doctrina di Cristo, optimo maestro, adorare lo Eterno Padre in spirito e verità, avendo diligente cura di illuminar la mente e infiammar l’affecto, più che di formar le parole»20[100];

«Atteso che ’l nostro ultimo fine è Dio, al quale debba tendere e anelare ogniuno e vedere di transformarsi in Lui, exortiamo tutti li frati a dirizzare tutti li pensieri a questo segno e lì voltar tutti l’intenti e desideri nostri, con ogni possibile impeto di amore, acciò con tutto el core, mente e anima, forze e virtù, con actuale, continuo, intenso e puro amore ci uniamo al nostro optimo Patre»21[101];

«a exemplo di Paulo apostolo, predichino Cristo crucifixo, nel quale sono tutti li tesori de la sapienzia e scienzia di Dio … Però si exorta li predicatori a imprimersi Cristo benedetto nel core e darli di sé possessione pacifica, acciò per redundanzia di amore Lui sia quello che parli in loro, non solo con le parole, ma molto più con le opere, a exemplo di Paulo, doctore de le gente, el quale non ardiva predicare ad altri alcuna cosa, se Cristo in prima non la operava in lui; sì come etiam Cristo, perfectissimo maestro, c’insegnò non solo con la doctrina, ma con le opere. E questi sono grandi nel Regno del cielo, che prima per sé operano e poi ad altri insegnano e predicano»22[102].

La sapienza dell’amore divino è il fondamento della santità cappuccina, si ritrova in tutta la serie dei santi e servi di Dio. Per questo Felice da Cantalice nella sua «rurale semplicità e santa rusticità», per usare una espressione di Mattia da Salò, insisteva con grande affetto che «bisognava far orazione a Cristo con amore, e che Dio benedetto non voleva altro da noi se non atti d’amore»23[103]. L’amore è presente in tutto, ravviva tutto: l’osservanza fedele e la povertà, l’orazione e l’azione. Dall’amore proviene ai Cappuccini la vera libertà di spirito e quell’umile immediata prontezza ad ogni servizio.

VIAGGIO NELLA SANTITÀ CAPPUCCINA Uomini di preghiera apostoli dell’Amore puro (4)

VIAGGIO NELLA SANTITÁ CAPPUCCINA. Scuola cappuccina di preghiera (3)

VIAGGIO NELLA SANTITÁ CAPPUCCINA. San Felice da Cantalice primo Santo Cappuccino (2)

VIAGGIO NELLA SANTITÁ CAPPUCCINA. San Felice da Cantalice primo Santo Cappuccino (1)

– FC III/1 Fonti Cappuccine III/1

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  1. Sulle varie forme dell’apostolato cappuccino cf. FC III/1-2, 1731-4616. ↩︎
  2. Nelle “Orazioni devote” di Bernardino d’Asti: FC III, 241. ↩︎
  3. Cf. Bernardino da Colpetrazzo, Liber secundus: Biographiae selectae (MHOC, 3), Assisi 1940, 186. ↩︎
  4. Il testo di queste “orazioni devote”, ritrovato nel 1978 in un codice della Biblioteca Storico-francescana di Chiesa Nuova di Assisi e pubblicato la prima volta in Analecta OFMCap. 94 (1978) 380-383, si legge anche in FC III/1, 239-249. ↩︎
  5. Cf. Circolo de carità divina di Francesco Ripanti da Jesi: FC III/1, 265-296, qui 292. Il testo completo del Circolo è pubblicato anche in Appendice al mio saggio: Complessità teologiche e ascendenze spirituali del “Circolo de carità divina” di Francesco Ripanti da Jesi, edito in Coll. Franc. 60 (1990) 648-662, tutto l’art. 615-663. ↩︎
  6. Molte altre indicazioni sono riportate in FC III/1, 46-71. ↩︎
  7. FC III/1, 296. ↩︎
  8. Vedi Arte de la unione di Giovanni Pili da Fano: FC III/1, 297-428. Questo trattatello di perfezione fu redatto dal Pili tra il 1534 e il 1535 nell’eremo reatino di Scandriglia, dove fece il suo noviziato cappuccino, e pubblicato poi nell’aprile 1536 a Brescia, dove stava predicando la quaresima. ↩︎
  9. Sull’influsso in Giovanni da Fano di questi tre autori cf. FC III/1, 78-88. ↩︎
  10. Cf. Operetta devotissima chiamata Arte de la unione, Bressa 1536, f. 13v. ↩︎
  11. Ibid., f. 19r. ↩︎
  12. Ibid., f. 23v. ↩︎
  13. Ibid., f. 34v. ↩︎
  14. Ibid., f. 54r ↩︎
  15. Ibid., f. 61v. ↩︎
  16. Ibid., f. 64v-65r. ↩︎
  17. Ibid., f. 68r-v. ↩︎
  18. Ibid., f. 75v. ↩︎
  19. Cf. Michele Camaioni, “De homini carnali fare spirituali”. Bernardino Ochino e le origini dei cappuccini nella crisi religiosa del Cinquecento (Diss.), Roma 2011, 164.  ↩︎
  20. Cost. 1536, n. 42: FC I, 311. ↩︎
  21. Ibid., n. 63: FC I, 336. ↩︎
  22. Ibid., n. 111 e 112: FC I, 410-412. ↩︎
  23. Cf. FC III/2, 4675. Insisto su questo punto perché Felice da Cantalice resta un punto di riferimento emblematico della santità cappuccina, quasi la sua icona. ↩︎

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