Come nella precedenti puntate, la divisione in paragrafi, i titoli e l’aggiunta di materiale fotografico sono una scelta della nostra Redazione. Abbiamo poi pensato di dare un volto all’Anonimo autore, che rispecchiasse la storia spirituale della quale egli parla.
Marcello Giuliano
Processo di Semplificazione interiore e suoi frutti
Sia in Francesco d’Assisi che in Felice da Cantalice possiamo notare che l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio è il risultato di un processo di semplificazione che conduce, nello stesso tempo, ad un ulteriore
sviluppo. L’uomo che intraprende questo lavoro concentra tutto sé stesso in Dio e in lui il suo animo riposa placato nelle più profonde esigenze. Ecco, perché Francesco «poteva pregare anche se stipato tra mille»1 e Felice in mezzo a Roma tra il trambusto delle carrozze e il vociare dei passanti. Quando Dio ha preso possesso del cuore dell’uomo, egli elimina ogni complicazione spirituale, sentimentale ed esistenziale per ridurre il tutto alla sua stessa semplicità2. Mariano D’Alatri, editore del processo Sistino, così riassume con stile brillante la santità di Fra Felice:
«Felice teneva quasi costantemente i grani della corona tra le dita. Ma non riusciva a recitarne gran che di Pater noster e di Ave Maria. Ogni parola assorbiva completamente la sua attenzione. Era un miracolo che, durante la giornata, riuscisse a recitare i Pater noster che la Regola francescana prescrive per chi non sa leggere il Breviario. E persino si stupiva che gli altri facessero altrimenti … E neppure riusciva a capire come mai alcuni leggono e leggono senza mai chiudere il libro per riflettere sulle verità incontrate. Insomma, fra Felice era un’anima fatta per la contemplazione. Senza sforzo alcuno, si concentrava su pensieri di cielo pure per le vie di Roma. Ma ciò non poteva saziare il suo spirito assetato di divino. E allora pregava di notte. Le ore di adorazione notturna trascorrevano senza che egli se ne accorgesse. Perché la scienza che fa parer corte le ore dedicate all’amor di Dio è l’oblio di sé»3.
La santità secondo San Felice da Cantalice
Resta chiaro allora che per Felice da Cantalice la santità consiste nel rimanere sempre nell’amore, pregare con amore, fare atti di amore. E questo dilata il cuore nell’amore del prossimo. È la parola che più di frequente ricorre nelle sue “canzoni”. Eccone qualche esempio:
«Giesù, dolce mio sposo, / fonte di vero amore, / mi scrivesti nel cuore / ch’io ti dovessi amare. / Signor, tu mi creasti / perché io t’amassi».
Cioè Dio benedetto non vuole altro da noi se non atti di amore. E ancora:
«Io ti amo e chiamo tanto / che mi sento il cuor mancare: / hor ti degna d’ascoltare / mio clamore, amore e pianto. / Non sia, amor, da te scacciato, / poi che ‘l core t’ho donato! / O Giesù, mio dolce amore, / teco tien sempre il mio core».
E per spiegare che bisogna far orazione a Cristo con amore, così dice con esultanza di cuore:
«Giesù, somma speranza, / del cor somma baldanza! / Deh, dammi tant’amore / che mi basti ad amarti». Per Fra Felice l’amore di Dio è un oceano immenso, che solo può saziare la sete di infinito che è nel cuore dell’uomo: «Si potrebbe domandare / a chi giacesse in mezzo al mare, / se dell’acqua ha quanto vuole, / in quel mare smisurato, / dove ogni santo s’è annegato?»4.
Questo amore esplodeva negli esercizi notturni di preghiera e contemplazione, intessuti di silenzio, di ascolto e di affetti aspirativi, che i confratelli illetterati chiamavano “estrazione” e “aspirazione”. E davvero, al dire di Mattia da Salò, «il divino esercitio della oratione è stata la miniera ond’egli ha tratto il tesoro della sua eccellente santità»5.
Scuola cappuccina di preghiera
Sentire dei fratelli laici analfabeti che parlano di “aspirazione”, di “estrazione”, con parole così tecniche, significa che a monte c’era un insegnamento pratico e preciso nel santo noviziato, una vera scuola di preghiera e di viva devotio, una metodologia cappuccina di santità, in seguito illustrata anche da numerosi libretti e opuscoli spirituali che trattano della preghiera interiore e dell’esercizio dell’amore6. Era un’usanza diffusa nell’Ordine che al termine del noviziato venisse consegnato ad ogni frate un libretto piccolo, tascabile, sul quale erano riportati molti documenti legislativi e spirituali insieme alla regola, al Testamento, a documenti pontifici, esercizi spirituali, preghiere da recitarsi nelle varie circostanze e fra l’altro veniva insegnato con esercizio pratico la preghiera aspirativa, ossia piccole preghiere affettive ripetute frequentemente come motivo interiore di affetto, come una canzone del cuore, che doveva accompagnare la persona durante tutta la giornata e durante un’intera settimana, preghierine dette tradizionalmente giaculatorie, preghiere brevissime fatte con grande intensità e amore che hanno l’effetto di rilanciare lo spirito di preghiera e di conservare il fuoco d’amore così da non perdere lo spirito di orazione e di devozione7.
La preghiera aspirativa, quindi, è l’anima della preghiera cappuccina. Di ascendenza paleocristiana e monastica, ripresa con nuova vitalità da san Francesco, giunse ai cappuccini sia attraverso l’esperienza francescana della devotio bonaventuriana8, sia tramite la devotio moderna e la preghiera aspirativa del cuore così valorizzata dalla dottrina mistica dell’osservante Enrico van Herp9, il quale propone un itinerario spirituale di interiorità attraverso la via dell’introversione, ossia la ricerca di Dio nel più intimo dell’anima. Questo cammino è costellato da dodici mortificazioni orientate a denudare la volontà da ogni affetto che non sia puramente secondo Dio. Accenna appena alle penitenze corporali, per insistere soprattutto sugli aspetti interiori, sensibilità, amor proprio e motivazioni solo umane che devono essere del tutto superate, per diventare completamente disponibili all’azione dello Spirito Santo e portare l’anima all’esercizio interno dell’amore. Così il cuore e lo spirito raggiungono l’unità attraverso un’ascensione spirituale dove le potenze inferiori, cioè i sensi esterni, vengono purificate e le tre potenze superiori, memoria, intelletto e volontà, si semplificano10. Ora lo strumento fondamentale di questa ascensione – insegna Enrico van Herp – è l’esercizio dell’aspirazione e dell’unitivo amore. Il primo è il corpo della contemplazione, l’altro è la sua anima, il suo spirito. Chi si decide di camminare nella via divina e mistica deve esercitarsi soprattutto negli affetti, tenendo nella memoria pronte all’uso molte brevi orazioni, dette giaculatorie, per eccitare questa aspirazione che deve riempire il cuore, ma anche fiorire continuamente sulle labbra, parlando a Dio come fosse presente e il più spesso possibile e dappertutto. Il significato è dedotto dal processo della respirazione: aspirare significa esalare il soffio verso qualche cosa e si usa in senso figurato: cioè, essere ben disposto verso, elevarsi a, salire verso, ma sempre con un desiderio ardente e uno sforzo vigoroso. In quest’ultimo significato la parola possiede tre elementi importanti: un movimento ascensionale, un desiderio e la manifestazione di questo desiderio. Questo aspirare e sospirare verso Dio trova la sua radice nell’affezione sia della volontà che dei sensi stessi, cioè del corpo che può esprimere con gesti questo affetto del cuore. Questa dottrina era molto valorizzata e seguita dai cappuccini11.
Mattia Bellintani da Salò
Mattia Bellintani da Salò nella sua famosa, raccomandata e influente Pratica dell’orazione mentale spiegò con profondità teologica e viva esperienza gli affetti del cuore nella preghiera e le operazioni o atti d’amore. Ecco le sue parole:
«Il nome di amore importa prima un desiderio ardente di unirci con la cosa che amiamo, come l’anima innamorata di Dio per quest’amore languisce per unirsi con Lui, come confessa nei Cantici la sposa, e allora l’amore è un affetto. Importa poi un atto di volontà, col quale liberamente vogliamo bene a qualcuno, come l’anima che ama Iddio gli vuol bene, cioè vuole e si compiace ch’Egli abbia quel suo bene infinito pelago di ogni perfezione. E amando il prossimo vogliamo ch’egli abbia il bene della divina grazia e Iddio stesso, o anche qualche bene temporale. Questo amore è atto. Ora gli affetti nascono di solito dagli atti. Gli atti nascono poi dall’amore, perché la prima operazione della nostra volontà è di amare… Perciò l’amore è la radice di tutti i movimenti della nostra volontà e allora tutta la diligenza dell’uomo deve consistere nel regolare bene l’amore»12.

E penetrando più a fondo nel movimento dell’amore dice che questo amore è insieme atto e passione, attivo e passivo, cioè eros e agape, come ha spiegato Benedetto XVI nella sua prima programmatica enciclica, delineando l’amore ascendente e l’amore discendente che non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro, perché «anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente – fascinazione per la grande promessa di felicità – nell’avvicinarsi all’altro… cercherà sempre di più la felicità dell’altro… si donerà e desidererà ‘esserci per’ l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso»13.
Il Bellintani chiama questi due movimenti dell’amore “intratto”, cioè tirar dentro, ed “estratto”, cioè, tirar fuori:
L’intratto e l’estratto, i due movimenti dell’orazione
«L’intratto avviene quando l’anima è tirata in Dio per impeto di amore e sta fissa mirandolo con gran diletto, e tiene fermi gli occhi suoi in quelli di Dio» (si noti questo sguardo), «da cui si vede parimenti vista e vagheggiata, e così parlano insieme in seconda persona» (ossia si danno del tu, come Francesco nelle Lodi di Dio altissimo: Tu sei santo, tu sei forte, tu sei onnipotente, tu sei amore e carità, tu sei umiltà, Tu sei gaudio e letizia, Tu sei bellezza ecc.), «oppure solo in silenzio si stanno mirando e l’anima si va sentendo saettare dentro il cuore di ferite mortali d’amore che la fanno languire, così come lei stessa con il suo puro sguardo saetta il cuore di Dio, che, quanto è ferito, tanto e più ferisce l’anima. L’estratto invece avviene quando l’anima si sente accesa da un grande desiderio di servire e di piacere a Dio e stimola se stessa a servirlo e compiacerlo; e qui, se l’anima è ancora imperfetta in quest’arte dell’amore, nascono atti di dolore, di proponimento, di domanda per essere liberati dai propri mali. Altrimenti rimane alta in questo desiderio. Nell’intratto dunque l’anima ha solamente Dio per oggetto. Nell’estratto si piega su se stessa dandosi acute spronate per correre a Dio. Questi due atti dell’amore si vanno facendo ora l’uno e ora l’altro così alternatamente» (noi diremmo oggi che sono come la sistole e la diastole del cuore spirituale, sono come una respiratio amoris che inspira ed espira, come uno stantuffo, come un flusso e riflusso del mare dell’amore). «L’anima, amando Dio, si accende al desiderio di servirlo e questo desiderio la caccia dentro di nuovo e la infiamma ad amare»14.
Libretti di orazione
Di questa preghiera affettiva e contemplativa i cappuccini si son fatti maestri e apostoli fra il popolo con l’esempio, la predicazione e gli scritti devoti e spirituali che hanno costellato la storia e la santità dell’Ordine. Questo soprattutto a partire dalla seconda metà del Cinquecento, dopo il concilio di Trento, con una letteratura devozionale assai popolare come il limpido e prezioso libretto di Bernardino Ferraris da Balvano († 1568/69) intitolato Specchio di oratione, ripetutamente stampato dopo la prima edizione di Messina del 1553; oppure i fortunatissimi scritti di Cristoforo Facciardi da Verucchio, detto il Verucchino († 1630), alla fine del Cinquecento e particolarmente il suo stampatissimo Compendio di cento meditationi sacre, edito a partire dal 1592, che raccoglie in breve i suoi bellissimi Essercitii d’anima pubblicati interi nel 1596.
Francesco Fisani
Nello stesso alveo popolare rientrano i Discorsi e orationi dell’anime spirituali di Francesco Visani da Fognano († 1579) che risalgono al 1565, e i Dardi del divino amore di Cornelio Castellucci da Urbino († 1603) del 1593 e il meraviglioso libretto di Silvestro Franco da Rossano († 1596) Modo come la persona spirituale che ora si habbia a disporre nella oratione verso Iddio e li suoi santi, apparso nel 1574, un anno dopo la Prattica dell’oration mentale del Bellintani15.
Bernardino da Balvano

In particolare, Bernardino da Balvano insegna a meditare i trentatré misteri di Cristo, per mezzo dei quali «si ha nella mente Christo, in cui habita la divinità, per il che quello c’ha il cuore in essi misterij, l’ha in Christo, il qual opera, et chi l’ha in Christo l’ha in Dio»16 e con essi offre con vivacità di eloquenza popolare il cammino dell’orazione mentale in quattro gradi: 1) l’interiore lezione dell’anima; 2) la meditazione che è uno «sforzarsi di interiormente riscaldarsi in Dio» per «eccitare i vari affetti»; 3) l’orazione perfetta che significa «produrre» atti oblativi e gratificativi; 4) la contemplazione che è «portare scolpito con vivo pensiero il dolce Giesù, et in lui dilettarsi per intimo amore. E spiega mirabilmente:
«La contemplazione è un dolce sentire, et gusto soavissimo delle divine ricchezze, quando l’anima purgata, e fatta calda per la lettion di dentro e sacra meditatione, levata su in alto, fuori di questi transitorii pensieri per la frequente et devota oratione, rasserenata e posta in tranquillo, con mirabil sentimento degli divini misterii gusta la superna bontà. Sì come il sole illumina, riscalda e fa pullulare l’herbe et germinar le piante, a tal modo la divina contemplatione illumina l’intelletto con maravigliosi sentimenti, infiamma la volontà con dolcezza mirabile, et all’uno et all’altra da operatione perfettissima, più o meno secondo la dispositione della sua infallibile sapientia et dell’humana capacità, intende profundamente con tranquillità, et ama fortemente con suavità, altamente comprende et ardentemente desidera…che non basterà ad esprimerlo per modo alcuno, né con voce né con penna, ma sì bene gustarlo nell’interiore per dono celeste; et la voluntà sarà tirata tanto suavemente all’amore di Dio e di quelli misterii, ch’al più delle volte non si ricorderà di se stessa, et in tanto si transformerà in Dio, che più viverà in lui, che in sé, et gusta qui giù in parte quello compitamente possedono i santi in Paradiso»17.
Ma qui subito si blocca asserendo che «non bisogna di lei ragionar molto, ma ci debbiamo sforzare essere all’oratione solleciti, alle letione di dentro studiosi, et alla sacra meditatione ferventi»18. E così viene a descrivere l’orazione «mista», che è più adatta all’equilibrio dinamico della vita e santità cappuccina che ha scelto di «seguire Christo in vita mista» nell’interscambio di Marta e di Maria Maddalena19.
Francesco da Fognano
Francesco da Fognano propone vari «discorsi dell’anima» per infiammarsi nell’amore di Dio e del prossimo e li esprime in forma affettiva in diversi punti da meditare per poi riassumerli con una preghiera. La finalità è sempre la carità, l’amore unitivo, sul quale ritornano continuamente tutti gli atti di preghiera, come questa che li riassume:
«Signor mio, Iddio mio, Iesu Cristo, gaudio e desiderio mio, tu sei quello nel quale io spero, e sperando credo, e credendo io te amo e amando te voglio totalmente unirme alla tua volontà divina, ch’io non possi andare né fare se non quello che a te piace e che commandi che io faccia, e talmente io farò questo, Signor mio, che tutto serai in me con la tua divina grazia, essendo creato per questo, cioè per te laudare, benedire e magnificare il tuo glorioso nome santo, e cosí, Signor mio, prego tua divina Maestà che mi conceda di sempre esser tuo servo, e di stare nella tua grazia e di fugire questi peccati e tutti a quelli per supplizio la morte subitanea. O Iesu mio, o Dio mio, per carità ti raccomando tutto il mondo, che si converta e temma la tua vendetta e facci penitenzia e riconosca te per suo Signore. Amen»20.
Oppure quest’altra con tono più accurato:
«Signor mio, ancora a me concedi grazia che disprezi tutto quello che degno non è di essere amato e che impedisse a me la via del cielo. Signor mio, vorebbe una tal grazia, quale serà questa, che lassi totalmente me, acciò ti seguiti, e ch’ami me per te e non te per me; se te amerò per me, serrà per bene ch’io bramo da te, ed è amor imperfetto; ma se amerò me per te, allora non risguardarò se non a te, e me non cercarò seguendo te con tutto il mio cuore, perché questo è amor perfetto»21.
Cornelio da Urbino
Cornelio da Urbino aggiunge un tono particolare di commossa meditazione affettiva nel suo volume Dardi del divin amore, col quale si fa apostolo dell’amore di Dio attinto dalla contemplazione della Passione e morte di Cristo e dai dolori di Maria Vergine. Nella preghiera finale che accompagna questa devozione appare chiaro il senso e la finalità intesi dall’autore:
«O soavissimo e misericordiosissimo Redentor mio Giesú Cristo, Signore Dio mio amantissimo, ti supplico, quanto so e posso, per quell’acutissima lancia di dolore, che penetrava e trafiggeva il dolcissimo e divin Cuore, quando tu contemplavi la grande e inestimabil ingratitudine e ignoranza delle creature umane… Trafigge e passa con l’istessa lancia di dolore il mio indurato e adamantino cuore, accioch’io possa dolermi e piangere i miei peccati e la tua dolorosa amara Passione… tira tutto il mio cuore a te, acciò tutto del tuo amor infiammato dia bando ad ogni amor proprio e mondano. O Giesú, unico amor mio, concedimi ch’io intieramente ti ami, imperoché io non domando altro se non d’amarti perfettamente. Permetti, Signore, ch’io sia amator di te. Tu comandasti certamente, Signore, ch’io ti amassi con tutto il cuore, ma concedimi ancora quello che tu comandasti e commanda ciò che tu vuoi. Trapassa, di grazia, il mio cuore col soave dardo del tuo infocato amore, accioch’io tutti i giorni della vita mia languisca per amore. Concedimi ch’io t’ami intimamente, quanto tu vuoi esser amato da me. Fammi conoscere, o Dio, quanto grandemente tu m’abbi amato, accioché tutto il tempo della mia vita con la potestà di tutte le mie forze, m’accosti al tuo amore, con renderti l’equivalente e sodisfarti. O Giesú buono, inebria in tal maniera il mio cuore, empiendolo del tuo mellifluo amore, che tutto il mondo me si converta in nausea e croce acerbissima…»22.
Cristofero da Verucchio, detto Verucchino
I libretti stampatissimi del Verucchino sono «prattiche di sacre meditationi in forma affettuosa» come «un fare attualmente l’orazione», per usare una frase del Bellintani. Ma anche qui lo scopo finale è il «sacratissimo processo di tutto il corpo della contemplazione christiana» che egli così descrive: «La contemplazione con occhio sereno specola le meraviglie delle creature, specolando medita le grandezze delle perfettioni divine, meditando posa, posando perfettiona, perfettionando si unisce e si trasforma totalmente in Dio». Egli, tuttavia, preferisce quaggiù la «perfettissima» vita mista, «qual vaca sempre mai in Dio vivente di maniera che non tramette la cura del prossimo indigente; e di modo si occupa col prossimo, che non trarompe quasi mai l’unione con Dio»23.
Il suo influsso sulla pietà popolare è stato molto grande. Maestro efficacissimo di spiritualità, per molti anni istruì il popolo semplicemente e senza oratoria sul modo di pregare e di compiere con profitto le pratiche di pietà della vita cristiana, insistendo particolarmente sul loro aspetto interiore e cordiale. Commenta le diverse preghiere vocali comunemente in uso svelando il significato delle parole e delle frasi e il loro dinamismo interiore. A questo punto passa a insegnare i vari momenti e passaggi della meditazione fino alla vetta della «cristiana contemplazione, dove lo Spirito Santo diventa l’unica guida e dove i misteri della vita e della Passione di Gesù Cristo svolgono un ruolo fondamentale. Tutto, infine, va ad immergersi nell’adorazione in spirito e verità e nella glorificazione della Santissima Trinità. Ecco alcuni piccoli passi ridondanti di amore per dimostrare il suo stile infiammato:
«Diliges, perché a guisa d’uomo evangelico, tu fai professione dell’Evangelio; e l’Evangelio altro non è che legge d’amore. Diliges, perché l’anima non può stare senza amore che le dà in certa foggia la vita… Amalo dunque, ché Iddio altro da te non vuole che amore; e sforzati ad ogni ora di gire crescendo piú nell’amore suo, che non potrai però giamai giungere in capo, né lo potrai mai totalmente comprendere, cum finiti ad infinitum nulla sit proportio seu comparatio.. Ma volendolo amare di tutto cuore, con tutta la mente, l’anima e le forze, che hai da fare? O quante esposizioni addurre io potrei sopra di quel passo! Ma una sarà sufficientissima per tutte e sarà questa: O amoroso Dio, che io t’ami con tutto il cuore, quanto all’affetto mio; con tutta la mente, quanto all’intelletto mio; con tutta l’anima, quanto all’altre potenze dell’anima mia; e con tutte le forze, quanto a’ sensi e alle membra del corpo mio, sí che ogni cosa mia ti sia dedicata in sempiterno»24.
Cristofero da Verucchio coglie poi dalle opere di san Bonaventura quindici condizioni di perfetto amore, ossia amore savio, forte, operativo, fervente, violento «che mi facesse mandar fuori di continuo certi infocati sospiri per desiderio di goderti». E poi amore incomparabile, infatigabile, insaziabile, totale, penetrativo, liquefattivo, inebriativo, impassibile, unitivo, trasformativo. Questo amore gli fa gridare: «Amate l’amore, amate l’amore che eternamente vi amò! amate Iddio che è tutto amore, amore essenziale e amore supersostanziale, già che da lui siete cotanto amati!». E si placa contemplando la ferita del costato di Cristo Crocifisso
«come una fornace d’amore, dove ho da riposare per innamorarmi. La vedo come tesoro del paradiso, di donde uscirono i santi Sacramenti e si formò la Chiesa. O fontana da lavare i peccati di tutto l’universo! O rosa preziosa, o porta della vita e camera nuziale, la cui acqua ci lava e il cui sangue ci santifica! Miro quelle tue carni vive, e quel tuo vivo sangue e in questa caverna nasconder mi vorrei in sempiterno, o Iesu piissimo! Io penso veder uscir dal tuo cuore raggi d’amore e lo prego che venga ad irradiar il mio. Ti veggo, o Cristo mio, col capo chino, per favorirmi, coi piedi confitti per aspettarmi, con le braccia stese per raccormi, con la bocca aperta per basciarmi, col cuore ferito per amarmi, e con tutta la tua presenza per beneficiarmi e perciò umilmente di adoro, ti laudo, ti benedico, ti magnifico e ti glorifico»25.
Silvestro da Rossano
Anche Silvestro da Rossano nel suo intenso libretto che insegna il modo di pregare, insiste molto nelle sue meditazioni sull’amore di Dio. Dopo aver introdotto una lunga spiegazione sulla natura, utilità, necessità, qualità e motivi dell’orazione, egli parla «del modo, come in atto pratico» si deve pregare, «il qual modo sarà con ordine tale che la persona agevolmente con consolatione dello spirito potrà meditare, orare, contemplare»26. Poi propone l’argomento centrale del «grande amor di Dio verso le creature» distribuito lungo la settimana al mattino e alla sera: al mattino sviluppa i suoi esercizi spirituali nella contemplazione della divinità di Dio, della sua somma bontà, della vita eterna, della grandezza, esistenza, spiritualità e perfezione di Dio; alla sera medita, in corrispondenza al tema del mattino, le qualità dell’amore di Dio, cioè amore interiore, operante, singolare, ordinato, regolante, forte e sovrabbondante. Ogni meditazione ha una sua struttura fissa, composta da sette atti: l’atto cognitivo che corrisponde alla lectio-meditatio col quale la mente accosta e approfondisce l’argomento; l’atto magnificativo che è già preghiera affettiva come anche i successivi atti «humiliativo», unitivo, petitivo, ossecrativo e invocativo. Poco spazio si dà all’esercizio dell’intelletto e quasi tutto agli affetti della volontà. Le parole sono molto intense, direi concentrate, e richiedono una grande partecipazione spirituale. L’abilità della composizione sta nel semplificare e coordinare le varie parti dell’orazione nell’unico esercizio dell’amore di Dio. I diversi atti servono a rendere la persona «pronta et facile nella elevatione della mente»27. Forse la caratteristica inconfondibile di questo scritto, che riflette molte speculationi teologiche e molte letture, sta nel porgere con semplicità al popolo le dottrine più sublimi e i misteri più nascosti della spiritualità cristiana. Ma anche qui un esempio concreto fa capire meglio lo stile altamente contemplativo dell’autore:
«Considera anima mia, la grandezza dell’amor del tuo Signore, che quello fu forte, la qual fortezza di amore consiste nel principio, mezo et fine; però nel principio è amore, nel mezo è carità et nel fine è dilettione. Cum dilexisset suos, in finem dilexit eos. L’amore lo predestina, la carità lo preordina et la dilettione lo manda. L’amore il promette ai santi padri, la carità il figura et la dilettione il fa profetizzare. L’amore il fa desiderare, la carità il dimanda, et la dilettione l’aspetta. L’amore il fa denuntiare, la carità incarnare et la dilettione perfetto Iddio et huomo. Vidimus gloriam eius … L’amore il fa in forma di servo, la carità il fa obbediente fino alla morte della croce, et la dilettione il fa capo di tutta la Chiesa….Iddio mio, son contento, voglio, accetto et mi piace che la Maestà tua sia quell’Iddio che ci ama di tanto amor forte, di tanta carità perfetta et di tanta dilettione compita …».
«Iddio mio, che cosa può dire al conspetto della tua Maestà il povero servo tuo, con il suo disordinato amore, con la sua disordinata carità, con la debole forza della poca dilettione?…».
«Signor mio, io non so, che dire altro al conspetto tuo, se non che mi perdoni; et pregarti che tutto mi vogli crocifiggere in te. Fa Signore che la tua vita sia la croce, l’anima et il corpo mio sia il crocifisso, il chiodo della destra sia la tua gratia per giustificarmi, il chiodo della sinistra la tua misericordia per perdonarmi, il chiodo del piè destro sia la tua giustitia per iustificarmi, il chiodo del piè sinistro sia la verità per illuminarmi, la lancia che mi ferisca il costato et apra il cuore sia la tua santissima carità, tua, che pasci le viscere del cuor mio; le sette parole siano le sette opere delle sette virtù; la corona di spine sia il dolore dei miei peccati, l’amaritudine della bocca il dolore di havere offeso una tua santa Maestà…»28.
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Nelle puntate precedenti
VIAGGIO NELLA SANTITÁ CAPPUCCINA. San Felice da Cantalice primo Santo Cappuccino (2)
VIAGGIO NELLA SANTITÁ CAPPUCCINA. San Felice da Cantalice primo Santo Cappuccino (1)
Note
- [23] Cf. 2 Cel 94: FF 681. ↩︎
- [24] Pensieri sviluppati con intensità da Leonhard Lehmann, Felice da Cantalice fondatore carismatico dei Cappuccini, in Italia Franc. 88 (2013) 193-215. ↩︎
- [25] Mariano D’Alatri, Il santo delle vie di Roma, Felice da Cantalice, in Santi e Santità nell’Ordine Cappuccino, vol. I: Il Cinque e il Seicento, a cura di M. D’Alatri, Roma 1980, 48. ↩︎
- [26] Cf. Mariano D’Alatri, L’amore a Cristo in san Felice da Cantalice, in L’unico Salvatore. Teologia e grazia, a cura di Giancarlo Fiorini, Viterbo 1998, 159-162; vedi anche Nello Vian, Le canzoncine di fra Felice, in Vita e Pens. 48 (1965) 453-459. ↩︎
- [27] V. Criscuolo, Uno scritto inedito di Mattia da Salò: la biografia di san Felice da Cantalice, in Coll. Franc. 82 (2012) 185. ↩︎
- [28] Su questa letteratura cf. C. Cargnoni, Fonti, tendenze e sviluppi della letteratura spirituale cappuccina primitiva, in Coll. Franc. 48 (1978) 311-398; Id., Letteratura spirituale ascetico-mistica (1535-1628), in FC III/1, 23-1729. ↩︎
- [29] Le diverse edizioni di questi libretti sono state accuratamente studiate da F. Elizondo in numerosi studi bibliografici: Los sumarios de la Regla franciscana en la Orden Capuchina, in Laurentianum 16 (1975) 383-430; 17 (1976) 3-42; Ediciones capuchinas de la Regla franciscana publicadas en lengua castellana o catalana, in Estudios Franc. 77 (1976) 65-103; Ediciones… en lengua francesa, ibid., 78 (1977) 165-189; Ediciones…en lengua alemana, ibid., 80 (1979) 301-342; Ediciones… en lengua inglesa y neerlandesa, ibid., 81 (1980) 223-261; Ediciones… en lengua latina, ibid., 85 (1984) 3-109; Ediciones… en lengua italiana, in Coll. Franc. 50 (1980) 169-226. ↩︎
- [30] Cf. C. Cargnoni, Cultura bonaventuriana nei cappuccini tra ‘500 e ‘600, in Bartolomeo Barbieri da Castelvetro (1615-1697), un cappuccino alla scuola di san Bonaventura nell’Emilia del ‘600. A cura di A. Maggioli – P. Maranesi, Roma 1998, 81-122. ↩︎
- [31] Janssen Canisius, L’oraison aspirative chez Herp et ses predecesseurs, in Carmelus 3 (1956) 19-48. ↩︎
- [32] Cf. Le XII mortificazioni di Herp, metodo ascetico dei cappuccini, in FC I, 1505-1519. ↩︎
- [33] Cf. Esercizio dell’«aspirazione», in FC I, 1548-1562. – Per molti altri riferimenti vedi FC V, 501 (v. Aspirazione, esercizio, metodo di orazione, nell’Indice analitico). ↩︎
- [34] FC III/1, 128s. ↩︎
- [35] Cf. Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, n. 7. ↩︎
- [36] FC III/1, p. 703s ↩︎
- Cf. C. Cargnoni, Fonti, tendenze e sviluppi della letteratura spirituale cappuccina primitiva, in Coll. Franc. 48 (1978) 380s, tutto l’art. 311-398. ↩︎
- [38] Specchio di oratione, Messina 1553, f.142v. ↩︎
- [39] Ibid., f. 98r-99v. ↩︎
- [40] Ibid., f. 100r. ↩︎
- [41] Ibid., f. 101r-103v. ↩︎
- [42] Cf. Discorsi et orationi de l’anima spirituali…, Bologna 1565, 199s. ↩︎
- [43] Ibid., 88. ↩︎
- [44] Dardi del divin amore, Venezia 1593, 443-446. ↩︎
- [45] Cf. Fonti, tendenze e sviluppi della letteratura spirituale cappuccina primitiva, in Coll. Franc. 48 (1978) 385. ↩︎
- [46] FC III/!, 1138 ↩︎
- [47] FC III/1, 1213s. ↩︎
- [48] Modo come la persona spirituale che ora si habbia a disporre nella oratione …, Venezia 1574, 113s. ↩︎
- [49] Ibid., 115. ↩︎
- [50] Ibid., 304-316. ↩︎
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