James Bond e la Cia? Miti in gran parte sopravvalutati. I servizi segreti americano e britannico infatti almeno nella prima parte della Guerra Fredda hanno dato scarsa prova delle loro capacità. Furono più bravi gli italiani e anche di loro si parla in un libro dedicato alle operazioni di spionaggio oltrecortina, realizzato grazie ai documenti desecretati provenienti dagli archivi della Cia
Ormai soltanto i diversamente giovani si ricordano della Guerra gredda, il lungo periodo che dalla fine del secondo conflitto mondiale al 1989 vide Usa e Unione sovietica guardarsi in cagnesco pronti a saltarsi addosso alla prima occasione. Grazie a Dio e alla paura nucleare una terza Guerra mondiale fu evitata. Ma se soldati e carri armati rimasero nelle caserme altri “soldati” combatterono una guerra, altrettanto cruenta e cosparsa di vittime quanto quella “tradizionale”. Una guerra segreta fatta di infiltrazioni in territorio nemico, raccolta di informazioni, tentativi di fomentare insurrezioni, creazione di reti clandestine.
Fino ad oggi abbiamo conosciuto tutto questo attraverso il cinema: chi non ha subito il fascino di James Bond, il mitico 007, o creduto al mito della Cia, l’infallibile e super organizzata agenzia americana di intelligence? Ma spesso e volentieri si è trattato di finzione, perché la realtà è stata molto meno fascinosa. L’ha raccontata Alessandro Giorgi, un “bocconiano” dirigente d’azienda che da anni si dedica alla ricerca storica diventando un esperto di seconda Guerra Mondiale, Vietnam – su cui ha scritto tra gli altri i libri Vikings in Vietnam e The Fighting Fathers, dedicato ai sacerdoti cattolici che hanno combattuto armi alla mano i comunisti – e appunto di operazioni segrete dietro la Cortina di Ferro. La sua ultima fatica si intitola infatti Oltre la Cortina di ferro. Missioni di spionaggio, sabotaggio e guerriglia durante la guerra fredda, ed è stata completata grazie ai documenti desecretati provenienti dagli archivi della Cia.
Come ricorda Giorgi «fino a tutti gli anni Cinquanta, e anche oltre, in Occidente si credeva che l’Unione sovietica fosse pronta ad invadere l’Europa rimasta libera dall’oppressione comunista; paura volutamente alimentata, almeno in parte, dalle dichiarazioni e dagli atteggiamenti minacciosi dei sovietici che oggi sappiamo essere stati in gran parte infondati. Comunque sia si temeva che il Patto di Varsavia potesse veramente arrivare al Reno in sette giorni, secondo piani operativi che sulla carta prevedevano l’attacco su tre direttrici in Germania, con l’uso di 120 atomiche tattiche su obiettivi nevralgici occidentali, e una direttrice a Sud verso l’Italia. In questo contesto era fondamentale la ricerca di informazioni, in un’epoca in cui i satelliti da ricognizione non esistevano e occorreva sapere quali fossero le reali intenzioni, i preparativi e il potenziale del blocco orientale».
Fu quindi ingaggiata una guerra sotterranea per carpire informazioni o creare reti di ”partigiani” nei vari paesi da una parte mentre da parte sovietica si cercava di distruggere la dissidenza interna ed esterna, formata da fuoriusciti ed emigrati.
Il libro di Alessandro Giorgi dà per la prima volta una visione complessiva di queste operazioni segrete, dimenticate o finora descritte solo parzialmente, con riguardo a un particolare teatro o una singola spia. Inoltre nel volume emerge il ruolo che hanno avuto paesi come la Svezia o l’Italia, che pubblicamente mantenevano un ruolo di basso profilo ma che in realtà, sotto traccia, “picchiavano duro” esattamente come inglesi e americani. Quello affrontato fu un periodo indubbiamente avventuroso per tutti ma anche denso di tragedie per lo più ignote all’opinione pubblica e il lavoro di Giorgi vuole anche essere un tributo a coloro che hanno perso la vita o sono stati duramente perseguitati una volta caduti nelle maglie degli apparati di sicurezza comunisti.
Nei film di spionaggio dedicati a quel periodo siamo stati infatti abituati a vedere agenti occidentali duellare con la controparte sovietica, il Kgb o la Stasi tedesco orientale uscendo invariabilmente vincitori. Ma la realtà fu diversa. Come dice ancora Alessandro Giorgi «il servizio segreto britannico, MI6, fu infiltrato fin quasi ai vertici da agenti del Kgb ma se ne volle prendere atto solo con molto ritardo e riluttanza, il che portò al fallimento di molte operazioni angloamericane, almeno fino ai primi anni Cinquanta».
Come accennato anche noi italiani fummo coinvolti nelle operazioni di spionaggio oltre cortina, soprattutto nelle operazioni in Albania, a cui Alessandro Giorgi dedica un lungo capitolo. «I britannici avevano le loro operazioni, gli americani le loro e noi le nostre. Spesso in collaborazione, talvolta no. L’esito, nel complesso, fu simile a quello, infelice, degli angloamericani ma gli italiani ebbero il vantaggio di non avere l’handicap della penetrazione ad alto livello dei cinque di Cambridge, i quali potevano compromettere le operazioni britanniche e quelle congiunte angloamericane, ma non avevano alcuna visibilità sulle operazioni italiane o italo-americane. Per cui la percentuale di “scampati” fu superiore».
Tra le operazioni peggio concepite da Cia e MI6 – in un contesto globale di insuccessi – fu il supporto al WiN polacco, un movimento di oppositori al regime che era stato distrutto ma che fu artificiosamente “resuscitato” dai servizi segreti polacco-comunisti facendo credere soprattutto ai britannici che fosse ancora attivo, attirando rinforzi e rifornimenti che finirono regolarmente in pasto alla polizia segreta polacca.
«Riuscì decisamente meglio lo spionaggio classico in senso “tecnico”», dice ancora Giorgi, «come le intercettazioni, le infiltrazioni di scout a largo raggio effettuate soprattutto in Lapponia e lo spionaggio elettronico, anche grazie alla superiorità tecnologica occidentale. Queste operazioni di breve durata, “mordi e fuggi”, senza velleità sovversive e insurrezionali, riuscirono per la maggior parte dei casi».
Furono invece gli italiani ad organizzare una delle infiltrazioni meno peggio riuscite. Queta avvenne in Albania, dove fu introdotto un nutrito gruppo di ribelli che riuscì ad agire addirittura per due anni, prima di riparare in Jugoslavia».
Eppure in molte popolazioni di oltrecortina covava un sentimento anticomunista e antirusso ma questo non fece si che i tentativi occidentali di suscitare movimenti di opposizione andassero a buon fine. Il motivo? Secondo Giorgi «nei paesi più sconvolti dalla guerra appena finita gli abitanti per quanto odiassero il regime la sola idea di riprendere le armi per impegnarsi in una lotta il cui esito era, ad essere ottimisti, incerta, era fuori questione. Anche nel caso poi l’agente reclutato fosse riuscito a scappare, la sua famiglia e i fiancheggiatori sarebbero finiti invariabilmente in un “tritacarne” e questo non incentivava certo la collaborazione coi ribelli infiltrati dai servizi segreti occidentali. In alcuni casi poi, come in Albania, la prospettiva di ritornare ai tempi della monarchia e dei latifondisti non attirava granché e talvolta alle popolazioni contadine e semianalfabete albanesi non era nemmeno chiaro l’obiettivo di queste incursioni. Le potenze occidentali infine, salvo il tentativo o per meglio dire l’esperimento di laboratorio, albanese non avevano davvero intenzione di mettere in gioco l’equilibrio stabilito a Jalta, per cui gestirono di fatto la coltivazione dei movimenti di resistenza all’Est come strumento di pressione, più che come autentico sforzo “rivoluzionario”, ed è questo che i superstiti rimproverano agli angloamericani: di averli utilizzati come pedine spendibili, senza crederci veramente».
Che bilancio è possibile dunque fare delle operazioni di spionaggio occidentale nei confronti del blocco sovietico? Furono veramente efficaci nel disinnescare la minaccia comunista? Le operazioni esaminate nel libro non ebbero alcun esito positivo e quindi dovremmo rivedere molte delle nostre convinzioni, alimentate in gran parte da Hollywood, riguardo l’efficienza delle sopravvalutate agenzie americane e britanniche e rivalutare invece ciò che anche in questo hanno saputo fare gli italiani, che nonostante il nostro assurdo vizio dell’autodenigrazione non sono secondi a nessuno.

