Note sul culto trinitario

Non c’è dubbio che per la nostra fede la beatitudine in cielo consiste nella contemplazione immediata del mistero trinitario, anche se il dogma della visione beatifica proclamato da Papa Benedetto XII nel 1336 parla di «visione immediata dell’essenza divina», quindi, immediatamente, del Dio Uno, anche se ovviamente il Dio Uno è Trino.

Ma l’osservazione che sorge immediatamente è che, se non fa problema la contemplazione dell’unità di Dio, perché l’oggetto dell’attenzione dev’essere una cosa unica o sola o comunque, se si tratta di più oggetti assieme, devono in qualche modo essere ricondotti ad un’unità, devono esser visti per modum unius, fa invece problema la prospettiva della contemplazione o della visione della SS. Trinità, che comporta la simultaneità di tre persone, quindi tre oggetti dell’attenzione o della considerazione.

Dobbiamo pensare che in cielo potremo vedere simultaneamente le tre divine Persone, perché il vederle tutte e tre assieme costituirà la nostra beatitudine e non potremmo goderla, se vedessimo una sola Persona ad esclusione delle altre due. Ci mancherebbe una parte essenziale della visione beatifica, il che è assurdo ed eretico. Né è pensabile che in paradiso possa esistere una successione di atti temporali nel considerare i misteri divini, come invece avviene su questa terra.

Ma su questa terra ciò ci è del tutto impossibile, come è attestato dall’esperienza, perché quaggiù non possiamo non considerare un solo oggetto per volta, e il mistero trinitario, che noi contempliamo secondo il nostro modo umano di considerare la realtà, non si sottrae a questa legge universale dell’umano  conoscere.

Non resta dunque altro che alternare nel tempo la considerazione ora dell’una ora dell’altra Persona a seconda delle nostre preferenze o delle necessità, delle convenienze, delle circostanze e delle occasioni che si presentano. Non è proibito, certo, rivolgerci simultaneamente a tutte e tre le Persone. Esistono preghiere ed inni alla SS. Trinità.

Ma è chiaro che, se vogliamo instaurare un rapporto concreto, mirato ed operativo con la Persona divina, dobbiamo scegliere oculatamente quella che sul momento viene incontro ai nostri bisogni, similmente a come faremmo, se dovessimo rivolgerci a una persona importante della vita di quaggiù per qualche bisogno specifico, al quale solo questa persona può ovviare. Culto trinitario vuol dire vivere nella luce della Trinità; da figli del Padre, ad immagine del Figlio, mossi dallo Spirito Santo.

È molto importante distinguere la Persona in Se stessa, indipendentemente dal mondo, dalla Persona in rapporto alla nostra salvezza o, come si dice, la Trinità immanente dalla Trinità economica. La contemplazione e il culto trinitari più puri, perfetti, elevati e beatificanti sono quelli che considerano, gustano e adorano la Trinità in Se stessa, perchè è la Trinità e non perchè ci ha salvati o perchè ha creato il mondo. La Trinità è completa e perfetta anche senza il mondo. Dobbiamo concentrarci sul Bene trinitario più che sul bene nostro. Che cosa è infatti l’infinità del Bene divino davanti alla finitezza del nostro essere creato?

Per questo il detto di Rahner che «la Trinità immanente è la Trinità economica» è ambiguo, perché, se intende un dato di fatto, che però potrebbe anche non essere, è vero: di fatto la Trinità è quella Trinità che, per suo libero volere, salva il mondo. Ma dal punto di vista ontologico del diritto o dell’essenza, è falso, perché verrebbe a dire la che Trinità è per essenza connessa al mondo e non può non essere connessa al mondo, come se il mondo fosse necessario all’essenza della Trinità per essere Se stessa.

È bene, dunque, doveroso, giusto, equo e salutare contemplare ciò che la Trinità ha fatto per noi in riferimento all’opera delle singole Persone. Ma tale considerazione deve condurre alla contemplazione della Trinità in Se stessa e per Se stessa, anticipando così la visione beatifica del cielo. Il Verbo divino si è incarnato per condurci alla visione del Padre. E lo Spirito Santo ci fa penetrare il mistero di Cristo Figlio del Padre.

Le divine Persone, come sappiamo dal dogma trinitario definito dal Concilio di Firenze del 1442, sono tre Relazioni divine sussistenti, distinte fra di loro in forza dell’origine del Figlio e dello Spirito Santo da Dio Padre. Ora, ai fini della pietà religiosa e liturgica, soprattutto se siamo digiuni di teologia, non occorre che ci sforziamo ad immaginare come sarà una «Relazione sussistente».

Questa spiegazione ecclesiale dell’essenza della Persona divina serve alla teologia speculativa per salvare il monoteismo ed evitare il triteismo. Infatti, se le Persone fossero tre sostanze e non tre relazioni, che appartengono alla categoria metafisica dell’accidente, verrebbero fuori tre dèi, perché la sostanza o natura divina è una sola.

Ma ai fini della pietà popolare, che è quella della stragrande maggioranza del Popolo di Dio, che deve pur farsi un concetto della Persona divina, se la vuol pensare ed amare, è sufficiente immaginarla a somiglianza di una santissima persona umana, tolta però la corporeità e portando all’infinto le qualità spirituali, intellettuali e morali di quella persona, secondo quanto risulta dalla divina Rivelazione e dal Magistero della Chiesa.

Così, per esempio, immaginiamo Dio Padre come un padre sapientissimo buonissimo, provvidentissimo, potentissimo ed amorosissimo, che incute un profondo timore reverenziale al pensiero della nostra indegnità, ma ci ispira soprattutto fiducia per la sua misericordiosa disponibilità a perdonare i nostri peccati in Cristo, solo che ne siamo pentiti. Come poteva Lutero aver tanto terrore di Dio Padre?

Per quanto riguarda il Figlio, bisogna stare attenti ad evitare immaginazioni troppo facili e fuorvianti.  Il nostro pensiero, infatti, va abitualmente subito all’immagine del Figlio incarnato, per cui ci pare tutto sommato abbastanza accessibile la Seconda Persona, data la facilità con la quale possiamo rappresentarci o raffigurarci l’umanità di Cristo.

Ma le cose non sono così semplici, perché, se non facciamo attenzione, corriamo il rischio di non tenere abbastanza in conto la divinità del Figlio. Per questo, bisogna dire con franchezza, con tutto il rispetto per la preziosissima e santissima umanità di Cristo, che la vera pietà cristologica, per esplicito e ripetuto avvertimento di Cristo, richiede che impariamo e ci abituiamo a considerare e ad adorare il Figlio anche per Se stesso, distinguendolo, senza separarlo, come prescrive il Concilio di Calcedonia, dalla sua umanità assunta, perché il Figlio non dipende da questa umanità e, se avesse voluto, avrebbe potuto anche non incarnarsi e non per questo perdere o menomare la sua essenza di Figlio.

Qui Lutero ha sbagliato concentrando la sua attenzione solo sul suo personale affannoso bisogno di salvezza e quindi solo su ciò che Cristo aveva fatto per lui, con la conseguenza di trascurare la contemplazione e l’adorazione della sublime bellezza ed infinita amabilità del Verbo per Se stesso e in Se stesso, oggetto che invece sarà proprio della visione beatifica, come ha detto Cristo stesso (Gv 17,3).

È questo, in Lutero, il segno di una pietà immatura e in fin dei conti egoistica, come se il Verbo non potesse esistere se non incarnato, con la ben nota conseguenza, in Lutero, che egli considerava il Dio degli Ebrei, non incarnato dell’Antico Testamento come un Dio crudele, tirannico, adirato, punitore, spaventoso, ingiusto ed odioso, quindi in sostanza un falso dio, come era già accaduto nel sec.III con l’eresia di Marcione.

Su questa linea, sebbene qui l’errore sia meno grave, bisogna evitare quel cristocentrismo esagerato ed unilaterale, che, insistendo troppo sulla «centralità di Cristo» – per non parlare della materialità del «Cristo cosmico» di Teilhard de Chardin – , rischia di dimenticare il Padre. È chiaro che solo in Cristo abbiamo la nostra salvezza. Ma siamo sempre lì: il cristianesimo non è solo un problema di salvezza, ma è soprattutto un anelito alla contemplazione o visione di Dio, quindi, in ultima analisi alla visione della SS. Trinità.

Pertanto occorre dire francamente che, certo, il cammino cristiano è un cammino verso Cristo, con la prospettiva dell’unione mistica con Lui; ma ciò affinché Egli ci conduca al Padre, come Egli  stesso più volte dichiara soprattutto nel Vangelo di Giovanni.  La vera pietà cristiana, quindi, più che cristocentrica, è patrocentrica, saldandosi così col Dio dell’Antico Testamento, dove sotto i veli della profezia, appare già la figura solenne e misericordiosa del Padre di Gesù Cristo.

Per quanto riguarda il culto allo Spirito Santo, possiamo immaginarci la sua Persona come potente, invisibile ed attivo soggetto spirituale, non trascendente come il Padre Che è nei cieli, ma presente ed operante nel nostro intimo, a darci luce, intelligenza, discernimento, forza, umiltà, ascolto, scienza, sapienza, parola, amore, amabilità, mitezza, dolcezza, santità, magnanimità, consiglio, pietà, misericordia, timor di Dio, conforto, costanza, fedeltà, consolazione, fervore, pazienza, slancio, speranza, ravvedimento, perdono, rinnovamento, progresso, entusiasmo, pace e gioia.

È falsa ed illusoria quella devozione allo Spirito Santo, come quella insegnata da Lutero, per la quale in nome dell’ispirazione interiore dello Spirito Santo viene respinta la mediazione del Potere delle Chiavi e del Magistero della Chiesa, ai quali viene negata l’assistenza dello Spirito Santo.

Ma un altro errore da evitare nel culto trinitario è il credere che le Persone divine non siano vere e proprie persone, soggetti spirituali coscienti ed amanti analogicamente a come noi intendiamo la persona, ma siano solo dei modi diversi e passeggeri di manifestarsi di Dio a noi nella storia,  o di agire nei  nostri confronti, oppure addirittura diversi modi di esseredi Dio, come se Dio mutasse nel tempo.

Si tratta di un’antica eresia del sec.V, che fu condannata da S.Leone Magno, e che si chiama «modalismo», per quale Dio non è un’unica sostanza o natura in tre persone, ma è un’unica persona, la quale nella storia si manifesta in tre modi diversi, detti «persone».

Ma è una tesi assurda ed eretica, perché sarebbe come se io dicessi che S. Giovanni Paolo II e Papa Francesco sono la stessa persona in due forme diverse. Mi prenderebbero giustamente per matto, benché oggi se ne sentano di tutti i colori. Infatti, potrei esser preso per un seguace del panteismo reincarnazionista indiano. Eppure, la stessa cosa vale per Dio e per la SS.Trinità. Purtroppo questa eresia è stata riesumata da Rahner, il quale afferma che «l’unico Dio sussiste in tre distinti modi di sussistenza»[1].

Ora, come spiegò il Concilio Lateranense I nel 649 (Denz.501), dire tre persone è lo stesso che dire «tre sussistenze», perché la sussistenza non è altro che l’atto d’essere della persona, con la differenza che, mentre nella creatura ciò che sussiste è la sostanza, nella Trinità ciò che sussiste come persona è una relazione (Padre-Figlio; Figlio-Padre; Figlio-Spirito; Figlio e Spirito dal Padre). Dunque, un modo di sussistenza può essere certo distinto da un altro, ma da soli non possono costituire due persone tra di loro distinte. Saranno invece due modi della medesima persona.

Il sussistere non va confuso col modo di sussistere. Il modo varia e si differenzia; il sussistere resta invariato. Francesco può sussistere come pittore o come medico. Ma Francesco resta sempre Francesco. Il Padre celeste può sussistere quando premia o quando castiga, che sono due modi del suo sussistere. Ma il Padre è sempre il Padre.

Occorre inoltre distinguere la contemplazione del Dio Uno da quella del Dio Trino. La prima è quella semplicemente filosofica o razionale o naturale. Essa è presente nell’Antico Testamento e nelle religioni monoteistiche, come l’ebraismo e l’islamismo. La contemplazione del Dio Trino è esclusivamente propria del cristianesimo. E fà piacere ricordare  che essa è comune a tutti i cristiani, al di là di tutte la divisioni.

L’essenza o natura divina, quindi, non è la semplice collezione delle tre Persone, come credeva Gioachino da Fiore, condannato in ciò dal Concilio Lateranense IV (Denz.803-804), sicchè per Gioachino sarebbe impossibile contemplare Dio senza conoscere  la Trinità. Se ciò fosse vero, sarebbe falso il Dio dell’Antico Testamento, che è adorato prescindendo alla conoscenza del mistero trinitario, sicchè gli ebrei e i musulmani, che non conoscono la Trinità, adorerebbero un falso Dio. Ma, come ha spiegato il Concilio Vaticano II nella Dichiarazione la Nostra Aetate(n.3), le cose non stanno così: il Dio scoperto dalla semplice ragione, presente nell’Antico Testamento e nel Corano, come insegna il Concilio Vaticano I (Denz.3001-3004), è già il vero Dio anche per chi non conosce la SS.Trinità.

La SS. Trinità è altresì il motore della storia, inizialmente nella storia edenica, successivamente, dopo la caduta originale, è il motore segreto della storia della salvezza nell’Antica Alleanza. E questa è l’età del Padre. Successivamente, nella pienezza del tempo, Essa si manifesta all’uomo mediante il Verbo Incarnato. Inizia l’età del Figlio con la Nuova Alleanza e la fondazione della Chiesa. Alla Pentecoste si aggiunge l’età dello Spirito Santo, Che porta a perfezione l’opera del Figlio e Che dovrà condurre gli eletti  la salvezza escatologica.

Sbaglia tuttavia Bruno Forte a concepire la «Trinità come storia»[2]. La Trinità appartiene all’ordine dell’Eterno, non della storia, perché è Dio stesso in tre Persone. Non è una realtà storica corruttibile o generabile immersa nel tempo. È un Dio che non diviene, non si corrompe, non muta e non patisce, perché è puro Pensiero, puro Agire, pura Azione, puro Amore, pura Vita, pura Fedeltà. È, come dice S. Tommaso, «puro atto d’essere»: Colui Che È (Es 3,14). La Trinità è al di sopra del tempo e dello spazio e li governa e li guida dall’alto verso la pienezza escatologica.

Il Dio Trinitario, come Padre, è «nei cieli», è trascendente. Quando Gesù Lo prega, volge lo sguardo verso l’alto. Come Spirito Che ci è stato dato, è immanente nei nostri cuori. Va invocato, sperimentato ed ascoltato nel silenzio, nell’intimo della coscienza. Il Figlio, Dio Mediatore e Sacerdote, guida al Padre ed è donatore dello Spirito. Dev’essere contemplato, adorato ed invocato nella sua immagine, specialmente nel Crocifisso e riconosciuto nei poveri, nei piccoli e nei sofferenti.


[1]La Trinità, Editrice Queriniana, Brescia 1998, p.105.

[2]Èil titolo di un suo libro. Sottotitolo ingannevole: Saggio sul Dio cristiano.Avrebbe fatto meglio a scrivere: saggio sul Dio di Hegel. Edizioni Paoline 1985.

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2 pensieri riguardo “Note sul culto trinitario”

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