Mons. Oliveri lascia la sua diocesi. Accusato di essere troppo “misericordioso”? Alcune domande si impongono (anche sul vaticanista Francesco Peloso)

oliveri

Il I settembre monsignor Mario Olivieri la lasciato la sua diocesi, su richiesta di papa Francesco. Non si è trattato, purtroppo, di una vicenda chiarissima, ed è difficile non scorgere qualcosa di anomalo. Dopo l’allontanamento dei cardinali Burke e Piacenza, la distruzione dei Francescani dell’Immacolata, lo scioglimento della fraternità sacerdotale fondata da mons. Leonard a Bruxelles, la defenestrazione dei vertici dell’Istituto Giovanni Paolo II, il sistematico ostracismo al popolo del Family day da parte del segretario della CEI… anche questa vicenda rivela caratteri poco chiari.
Fa purtroppo pensare ancora una volta allo spoil system, tipico della politica, più che a un repulisti veramente riformatore.
Tanto più che anche questa volta viene colpito un uomo, guarda caso, collocabile all’interno del mondo tradizionalista (in senso molto lato),

con motivazioni imprecise, e con una preparazione di tipo giornalistico, ad opera dei soliti noti, che ricorda un po’ le campagne di diffamazione preventive di certi regimi.

Oliveri viene accusato, di essere stato uno dei “cattivi” ( avendo ospitato i Francescani dell’Immacolata e avendo applicato il Motu proprio Summorum Pontificum) e di essere stato, nello stesso tempo, troppo buono, troppo misericordioso, troppo aperto verso preti omosessauli, preti indegni…

Che ciò accada nella Chiesa di oggi, basterebbe a far sorgere qualche sospetto.

CatturaNon sempre la stampa ha attaccato mons. Oliveri: qui viene dipinto non come “l’ascetico vescovo, il pastore dell’accoglienza e del perdono, l’uomo che per 26 anni ha dato un’impronta certamente unica alla diocesi di Albenga e Imperia. Un’impronta legata a riti e principi della tradizione preconciliare, ma anche a un grande senso di tolleranza e per certi versi di dialogo interreligioso anche e soprattutto verso il mondo dell’Islam non solo per avere presenziato ad esempio all’inaugurazione della moschea ma per un costante atteggiamento di apertura che senza gli scandali ne avrebbe fatto un punto di riferimento in questa epoca di grandi tensioni…”.

Non si sconvolga il lettore: la Chiesa è fatta anch’essa di uomini, che sanno essere santi, ma anche miserabili. Nessuno sa essere più spietato del sacerdote che ha sostituito la fede con l’ideologia, e che cerca l’applauso del mondo. Egli vede, in chi si oppone a questo, un mortale nemico, una persona che turba l’abbraccio con il mondo tanto agognato.

Non sembra tempo, insomma, per chi vada controcorrente. E forse è un buon segno: se i martiri, in buona parte del mondo, soffrono la persecuzione dei nemici più aperti (Isis…), nella Chiesa c’è sempre qualcuno che deve pagare, come ai tempi di Padre Pio, per le colpe degli uomini di Chiesa stessi.

Ma torniamo alla vicenda Oliveri.

Il 1 Settembre, con un testo laconico, privo di ogni rifermento codiciale, la Santa Sede ha reso nota l’accettazione delle dimissioni di Monsignor Mario Oliveri, che è divenuto con ciò vescovo emerito di Albenga-Imperia. Un atto “ingiustificato” – nel senso genuino del termine, cioè privo di alcuna giustificazione formale – che fa seguito ad un provvedimento della stessa Sede Apostolica, posto in essere nei primi mesi del 2015, teologicamente e canonicamente ancor più oscuro: la nomina di un vescovo coadiutore, con le stesse facoltà dell’ordinario e il “congelamento” delle facoltà del vescovo diocesano, cioè il vescovo Oliveri che, secondo la lettera della Bolla papale, avrebbe dovuto essere coadiuvato dal nuovo arrivato ma che, nei fatti, è stato “bellamente” sostituito. Un provvedimento oscuro, ho detto. Un vescovo diocesano, infatti, non è tale per il semplice fatto di aver ricevuto l’Ordinazione episcopale, ma è tale perché mediante la “missione canonica”, cioè la nomina del Papa, riceve la potestà di giurisdizione su una determinata Chiesa particolare; poiché la missione canonica coincide con la collazione della potestà di giurisdizione, non è semplice comprendere quale significato possa avere la revoca dell’intera potestà senza la revoca della missione alla quale tale potestà è naturalmente connessa.

Monsignor Oliveri lascia “per un atto di comunione soprannaturale-ecclesiale con il successore di Pietro”, ma lascia con “dolore”; si tratta, dunque, di un atto di obbedienza alla volontà superiore del Papa, non sorretto da convinzione interiore; Monsignor Oliveri lascia, ma attesta contestualmente la propria consapevolezza di “non essere mai venuto meno volontariamente” ai propositi e ai programmi della sua Ordinazione episcopale e di non aver mai tradito “la visione teologica-soprannaturale della vera natura e della vera missione della Chiesa”. Perché – sorge spontanea la domanda – gli eventi hanno seguito questo corso?

Una prima risposta a tale domanda – non certo la risposta più profonda e centrata, ma la risposta più immediata e fenomenica – deve essere ricercata nell’interesse per così dire “spasmodico”, quasi morboso che i mass media, in quella porzione di terra stretta tra il mare e i monti, hanno manifestato verso la persona e l’operato di Monsignor Oliveri.

Quando un evento scabroso realmente accaduto viene riportato con fedeltà dalla stampa, si parla di cronaca. Ma quando un intero zibaldone di scandali più o meno fondati viene abilmente confezionato e insistentemente riproposto sulla stampa quotidiana per giorni, mesi ed anni, allora non si tratta più di cronaca, ma di una vera e propria campagna diffamatoria.

Tale risulta essere il trattamento che i giornali locali, con ampie risonanze sulla stampa nazionale, hanno riservato al vescovo, ormai emerito, di Albenga-Imperia. Per rendersi conto dei termini e dei contenuti di questa crociata, d’altra parte, è sufficiente fare una ricerca in rete. Valutare adeguatamente la realtà delle cose non è affatto facile (soprattutto prima di definitive sentenze della magistratura) poiché occorre tener presenti molti aspetti. Di seguito, pur senza entrare nel merito dei singoli casi abitualmente citati come capi di accusa nei confronti del governo pastorale di Monsignor Oliveri, vorrei offrire alcuni elementi ermeneutici che possano aiutare a valutare adeguatamente la questione.

CatturaUna lista molto generica di accuse a Mons. Oliveri comparsa su un quotidiano laico locale: fa specie vedere, nell’epoca del relativismo, che i vescovi e i cardinali che aprono ai rapporti gay e ai matrimoni gay, non finiscano sulla graticola, come Oliveri, che invece è del tutto contrario. Una maggior severità dei vertici ecclesiastici verso certe deviazioni sarebbe certamente opportuna e doverosa, ma la si vede solo in determinati casi. 

Per descrivere il contenuto degli articoli diffamatori ho usato appropriatamente il termine “zibaldone”; in essi, infatti, vengono mescolati casi recenti e casi antichi, casi presunti e casi accertati, casi che potrebbero avere qualche rilevanza penale e casi di nessuna importanza e, infine, pettegolezzi, sentori, voci e vere falsità.

Ho parlato di casi recenti e di casi antichi. Consideriamo, anzitutto, che il pontificato di Monsignor Oliveri è stato eccezionalmente lungo per gli standard attuali: poco meno di ventisei anni, all’incirca quanto il sommo pontificato di Papa Giovanni Paolo II, per avere un termine di paragone; nel tempo in cui egli è stato vescovo di Albenga, si sono succeduti sulla cattedra di Genova quattro arcivescovi. Non è difficile constatare che più un arco di tempo è lungo, più numerosi sono gli eventi che accadono in esso, più aumentano le probabilità che alcuni di tali eventi siano poco positivi o, addirittura, negativi; non c’è da stupirsi, ad esempio, che il numero di eventi scabrosi accaduti sotto il pontificato di san Giovanni Paolo II sia maggiore del numero di eventi scabrosi accaduti sotto il pontificato di Papa Luciani! Ma negli zibaldoni anti-Oliveri vengono sovente attribuiti al vescovo ingauno – privi di riferimenti cronologici – episodi accaduti sì nella diocesi di Albenga, ma a metà degli anni ’80, quando Monsignor Oliveri non era neppure Vescovo. Emblematico, in tal senso, il caso del parroco di Rollo, ripetutamente citato, e tuttavia troppo antico per “appartenere” al governo Oliveri.

Se poi abbandoniamo la categoria del tempo per orientarci su quella dello spazio, non è infrequente leggere nei suddetti zibaldoni fatti scabrosi attribuiti sempre ad Oliveri, ma accaduti a Savona; ora, è certamente vero che Albenga è provincia di Savona, ma non è vero che Savona appartenga alla diocesi ingauna: Savona, infatti, è diocesi a sé stante e, come molte altre diocesi, ha avuto i suoi problemi, senza che questi coinvolgano le diocesi confinanti.

Ho parlato di casi presunti e casi accertati. Nei ventisei anni di pontificato è accaduto che alcuni sacerdoti siano stati accusati di qualche cattiva azione, denunciati e indagati. Curiosamente per i “cittadini-preti” la presunzione di innocenza non vale. I preti tuttora indagati o in attesa di giudizio (qualche unità) sono presentati come se fossero certamente colpevoli; alcuni, che hanno dovuto fronteggiare accuse in sede legale (magari per motivi futili), ma che sono stati prosciolti e completamente scagionati, hanno conservato il proprio marchio d’infamia, nonostante l’appurata inconsistenza dei fatti contestati; quelli condannati (forse due casi), sono stati esposti alla pubblica vergogna, ripetutamente e senza attenuanti.

Ho parlato di casi di nessuna importanza, pettegolezzi, sentori. In questa categoria rientrano le più svariate accuse rivolte al clero ingauno e delle quali sarebbe responsabile Monsignor Oliveri. Rientrano in quest’ambito le accuse di atteggiamenti immorali (eterosessuali) e di attitudini omosessuali che si attribuiscono, generalmente, a una parte di sacerdoti. Posto che nessun sacerdote della diocesi vive in concubinato manifesto o in circostanze di pubblico scandalo, tali accuse sono, in buona sostanza, illazioni. Non è certo un’accusa nuova, e neppure peculiare della diocesi di Albenga, quella che attribuisce ai preti amanti e figli; ma, laddove manchino prove evidenti, è doveroso tutelare la buona fama delle persone per non scadere nella maldicenza. Chiunque si fa accusatore ha l’onere della prova; prove che, nei triti zibaldoni anti-Oliveri, puntualmente mancano. “Si dice”, “si sospetta”, “parrebbe”: ma la sostanza dei fatti manca.

Non differentemente vanno le cose circa l’accusa di omosessualità. Si è descritta la diocesi ingauna come una sorta di Sodoma, nella quale molti preti praticherebbero liberamente atti omosessuali; ma tale descrizione, ancora una volta, è surreale e non corrisponde alla realtà dei fatti. È sufficiente che un sacerdote abbia un’indole particolarmente sensibile o affettata perché possa essere accusato di omosessualità? È sufficiente che un sacerdote abbia peccato, perché tutta la categoria debba essere accomunata nella medesima colpa?

Voci e sospetti, per quanto infondati, non sono privi di efficacia; essi sono capaci di creare una cattiva fama e danneggiare la reputazione almeno tanto quanto un evento reale.

L’ininterrotta campagna delatoria scagliata contro Monsignor Oliveri, dunque, si è valsa di argomenti piuttosto deboli, ma affermati con abilità e insistenza non comuni. Nella colluvie di eventi citati perlopiù a sproposito, la persona del Vescovo veniva puntualmente ritratta come quella di un uomo personalmente integerrimo ma ingenuo, se non addirittura avulso dalla realtà. Si tratta anche in questo caso di una capacità notevole di distorcere la realtà, mutando le virtù in debolezze.

La bontà di un uomo viene ritratta come ingenuità, la prudenza come debolezza, la giustizia come pusillanimità. Ed ecco il supremo paradosso: da un lato, la vicinanza che Monsignor Oliveri ha sempre mostrato nei confronti di tutti e di ciascuno dei suoi sacerdoti – l’unica forma di vigilanza veramente efficace che un Vescovo possa esercitare sul proprio presbiterio – gli viene rimproverata come eccessiva bontà, magari citando con sarcasmo la parabola della “pecorella smarrita”, senza ricordare che tale immagine appartiene realmente al Vangelo ed è perciò precettiva per tutti i cristiani; un sarcasmo che appare ancor più fuori luogo nel tempo presente nel quale moltissimi, dentro e fuori la Chiesa, sembrano aver scoperto l’esistenza della misericordia. Dall’altro lato, si vorrebbe ricondurre la responsabilità degli eventi, veri o presunti, che costituiscono l’oggetto dello scandalo sollevato proprio alla persona di Monsignor Oliveri, quasi che un Vescovo potesse essere ritenuto responsabile degli atti liberi dei propri sacerdoti; responsabilità vi sarebbe se un vescovo non esercitasse alcuna vigilanza, se non fosse presente nella vita dei propri presbiteri, se non ne curasse personalmente la formazione fin dagli anni del seminario; atteso che l’operato di monsignor Oliveri non può certo essere tacciato e, di fatto, non è stato tacciato di negligenza, poiché la Santa Sede non ha inteso esprimersi in tal senso, si capisce che la responsabilità di colpe eventualmente esistenti deve essere ricondotta unicamente ai soggetti colpevoli. Si è accusato Monsignor Oliveri di aver accolto sacerdoti in difficoltà; se ciò fosse vero, bisognerebbe anche chiedersi chi aveva ordinato questi sacerdoti, chi ne aveva curato la formazione e, in seguito, chi li aveva abbandonati a se stessi nel momento della difficoltà.

Non occorre peraltro ribadire che la Chiesa non è una comunità di perfetti e che nel suo seno consistono i giusti e i peccatori; che il peccato è una realtà che affligge ogni uomo e che spesso tale verità viene negata proprio da coloro che si scandalizzano per le colpe dei cristiani. Monsignor Oliveri ha sempre predicato con forza la realtà del peccato, per poter annunciare con forza maggiore la verità della Redenzione operata da Cristo.

Non si tratta di concludere queste considerazioni con un’esortazione spirituale; un accenno alla predicazione e più in generale al magistero e alle posizioni teologiche costantemente espressi dal Vescovo Oliveri appare più che necessario per suggerire una seconda risposta alla domanda circa le dimissioni del vescovo ingauno; una risposta meno apparente, ma capace di cogliere la verità con maggior profondità: la persona e l’operato di Monsignor Oliveri sono percepiti, nel contesto attuale, come appartenenti a una Chiesa che non esiste più e, conseguentemente, parafrasando Hans von Balthasar, come un “bastione” da abbattere.

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Un articolo di Francesco Peloso la dice lunga: a Oliveri vengono imputati amici “impresentabili” (cioè due nomine cardinalizie di Benedetto, Burke e Piacenza, e una vescovile, sempre di Benedetto). La presenza tra gli accusati di mons. Piacenza, ligure come Oliveri e Bagnasco, due prelati oggi in disgrazia, imporrebbe ulteriori sospetti…

Così Peloso, inquisitorello dal cognome significativo, in perfetta linea con la dottrina della misericordia, bolla Oliveri e i suoi “cattivissimi” amici:

“…Oliveri, sotto tale profilo, vanta alleati di un certo peso nella Curia vaticana, sia pure oggi caduti in disgrazia con papa Francesco. Di certo non lontano dalle posizioni di Oliveri è per esempio il cardinale Raymond Leo Burke, americano, attualmente prefetto del Supremo tribunale della Segnatura apostolica. Burke è un difensore estremo del tradizionalismo cattolico e probabilmente presto verrà allontanato dai posti che contano in Curia. C’è poi il cardinale Mauro Piacenza, di scuola “siriana”, ora a capo della Penitenzieria apostolica; Bergoglio lo allontanò dall’incarico assai più rilevante di prefetto della Congregazione per il clero, anche lui appartiene al gruppo dei tradizionalisti. Ma Oliveri è anche vicino al super integralista vescovo di San Marino, il ciellino Luigi Negri. Oliveri ha scritto la prefazione per un libro di Negri dedicato a Pio IX – “Pio IX, attualità e profezia”- il testo è stato pubblicato dalle edizioni Ares, vicine all’Opus Dei…”.

Peloso 1Qui un post di Francesco Peloso, un collaboratore dell’ Unità e di Micromega e poi del Vatican Insider di Andrea Tornielli, che si vanta di aver avuto un ruolo nella cacciata di Oliveri (da Scalfari in giù, oggi i giornali hanno molto ascendente in curia, dove la voce del padrone è molto ascoltata). Anche il segretario di Benedetto XVI si prende i suoi insulti.

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Qui il giudizio di Peloso sul cardinal Caffarra (sempre all’insegna della misericordia):

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Qui invece Peloso plaude al nuovo corso sull’omosessualità:

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Qui il Peloso attacca Gandolfini, paragonandolo, sempre con la solita grazia e leggerezza, ad un mafioso:

CatturaQui il nemico è Bagnasco:

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Qui tocca a Ruini:

CatturaQui si sfotte il cardinal Muller:

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Qui i Francescani dell’Immacolata sono dipinti come assassini e padre Mannelli come un donnaiolo pedofilo (in assenza, dopo 3 anni,. di qualsiasi condanna):

CatturaPer Peloso c’è uno solo bravo, oltre a Galantino… Francesco.

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