Verlyn Flieger – Schegge di luce

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«Perché si dovrebbe leggere Tolkien? Per ristoro e divertimento. Perché si dovrebbe prendere sul serio la sua opera, come egli stesso faceva, e cioè veramente sul serio? Perché è rigorosa, onesta e priva di compromessi. Perché affronta in modo diretto, anche se in maniera assai creativa, i due argomenti spinosi, imbarazzanti e perfino tabù che il nostro tempo tende a evitare quanto più possibile: la morte e il rapporto tra l’umanità e Dio». Basterebbe questa affermazione di Verlyn Flieger per spazzare via tutto il ciarpame prodotto dalla critica snob che tratta Tolkien come fenomeno paraletterario o dalla nostra critica simbolista che lo legge in chiave di fuga antimoderna in un passato mitico quando la società era tripartita e felice.

Schegge di luce è uno dei più belli e complessi saggi sull’opera tolkieniana mai pubblicati, che molti sedicenti esperti farebbero bene a leggere prima di aprire la bocca. Come Tom Shippey e Brian Rosebury, la Flieger inserisce pienamente Tolkien nella contemporaneità e nel suo secolo di appartenenza, affermando che «Il Signore degli Anelli avrebbe potuto essere scritto soltanto nel XX secolo e, cosa ancor più importante, soltanto per esso. Sebbene quest’opera attinga la propria verità dai miti antichi, essa parla in modo diretto all’età contemporanea, un’età che studia con attenzione la propria vita inconscia», tanto da avere «una maggiore rilevanza per il mondo attuale di quanto sembrasse averne quando […] fu pubblicato, verso la metà degli anni Cinquanta». Il libro della Flieger si basa fondamentalmente sul contrasto tra la luce e l’ombra, polarità che racchiudono altri contrasti (speranza e disperazione, bene e male, illuminazione e ignoranza, fede e dubbio, libero arbitrio e destino) e riflettono la natura contraddittoria di Tolkien, profondamente influenzata dalla fede cattolica ma anche dalla morte della madre a causa della sua fede: questo lo portò sempre a vedere il cattolicesimo come inestricabilmente connesso alla perdita e alla “storia” come una lunga sconfitta dopo la Caduta originale, un lungo esodo dal Paradiso Terrestre illuminato da una luce intermittente e sempre più precaria, una «alternanza tra la visione della speranza e l’esperienza della disperazione».

La rigorosissima analisi della Flieger si concentra soprattutto sul Silmarillion e sul corpus di leggende pensate da Tolkien come “mitologia per l’Inghilterra”, ma arriva a comprendere tutta la sua opera, «permeata da un’atmosfera di tristezza sempre più profonda, un senso di perdita, di allontanamento e di distanza crescente dalla luce e da tutto ciò che essa significa». Esempio massimo di questa poetica è la questione dell’illuminazione del mondo così come viene narrata nel Silmarillion: all’inizio della creazione la luce viene assicurata dalle due Lampade, una a nord e una a sud, che sono brillanti e costanti, senza che esistano la notte e l’oscurità; poi, distrutte le due lampade, prendono vita due grandi Alberi, uno d’oro e uno d’argento, dalla luce più soffusa e che brillano solo a Valinor (dimora dei Valar) a turno per sette ore. Infine, distrutti anche gli Alberi, vengono creati il sole e la luna, mentre la luce degli Alberi viene racchiusa nei Silmaril, i gioielli creati da Fëanor che ricapitolano tutto quello che è successo prima della loro creazione e di quello che scaturirà dopo, e che poi andranno perduti: «I luoghi dove finiranno, le loro “tombe” nella terra, nel mare e nel cielo, sottrarranno alla Terra di Mezzo la loro luce, la cui ultima scintilla, la stella Eärendil (che è l’unico Silmaril rimasto sopra la superficie della terra), si offrirà alla vista degli abitanti della Terra di Mezzo soltanto al mattino e alla sera, nei momenti in cui muta la luce. Quest’ultima, dunque, non è più onnipresente, e si riduce soltanto a un ricordo a una promessa, a un segno di ciò che è stato e che ancora potrebbe essere». Sintesi e allo stesso tempo frammentazione in quanto recupero della luce attraverso la divisione (in tre pietre) e la dispersione, i Silmaril e la guerra per il loro possesso incarnano alla perfezione il tema tolkieniano del potere della luce, del bisogno e dell’impulso di cercarla ma anche del «pervertimento di tale impulso in concupiscenza e odio nel momento in cui il desiderio si chiude su se stesso e la cosa posseduta si impadronisce del suo possessore. La storia diventa quindi un’esplorazione dei diversi effetti della luce e del modo terribile in cui essa, in se stessa del tutto positiva, può tuttavia condurre all’oscurità e, in un definitivo rovesciamento della sua qualità, può anche divenire essa stessa oscurità». Chi cerca di possederla (come Fëanor) è destinato a perdersi e a smarrirsi, e in alcuni casi a creare ancora più ombra (è il caso del grande ragno Ungoliant, che si ciba di luce e la rivomita come oscurità, perversione dell’atto del nutrimento e della luce stessa), mentre chi cerca i Silmaril per un motivo altruistico può stringerli in mano e venirne protetto (come Beren).

L’intera storia è dunque «un oscuramento progressivo […] illuminato da inaspettati lampi di coraggio grande bellezza, lealtà durevole, amore immortale»: attraverso il continuo intreccio dei destini di uomini ed elfi Tolkien sviluppa compiutamente e con gradazioni diverse l’interazione tra la luce e l’ombra e l’impulso ad allontanarsi o ad avvicinarsi a essa, in un continuo gioco tra libero arbitrio e destino. È solo attraverso l’oscurità e la morte (dono fatto agli uomini ma fatto apparire come un male dai poteri dell’oscurità) che Beren e Lúthien raggiungono la luce, ed è grazie a loro che nascerà una nuova razza, i Mezzelfi, che possono scegliere per sé il destino degli elfi o quello degli uomini e che pertanto offrono una nuova speranza per entrambe le razze.

Anche Il Signore degli Anelli è un viaggio nell’oscurità (illuminato dalla fiala di Galadriel, che contiene la luce di uno dei Silmaril), esteriore e interiore, che vede Frodo incontrarsi con un sé stesso rovesciato, Gollum, e un continuo e complesso gioco di contrasti e corrispondenze fra destino e libero arbitrio che allontana entrambi dalla luce: Frodo accetta volontariamente di essere annientato in nome di una causa che lo trascende, diviene lui stesso una scheggia di luce frammentata che «rende manifesta la necessità di quella riunificazione col sé, col mondo e con Dio in cui Tolkien identificava la gioia oltre le muraglie del mondo». La Flieger riflette a lungo sul fatto che il Legendarium tolkieniano presenta insieme elementi cristiani, non cristiani e pre-cristiani (il Dio creatore e le intelligenze angeliche di provenienza biblica e le divinità pagane nordiche, la nuova creazione che scaturisce dalla catastrofe finale), con l’importante punto di divergenza rispetto dal cristianesimo costituito dal fatto che le vite di elfi e uomini si dispiegano dopo la Caduta e non ne sono né parte né causa; dove però l’autrice si dimostra veramente geniale è nel legare il tema della frammentazione della luce a quello filologico dell’interdipendenza tra mito e linguaggio in Tolkien, per cui il linguaggio esiste prima della storia e crea la realtà che descrive: in quest’ottica si spiega l’estrema precisione nella ricostruzione del linguaggio, delle forme e degli usi antichi delle parole che per Tolkien «non erano solamente una finestra sul passato, ma soprattutto la chiave del rapporto perduto tra Dio e l’umanità, il cui unico ricordo è il senso della Caduta».

Se il Logos, la Parola, è lo strumento della creazione, allora anche la parola è strumento di subcreazione: ogni parola è una scheggia di luce che permette (anche allo scrittore, e quindi allo stesso Tolkien) di vedere e permette di colmare la separazione dell’umanità da Dio avvenuta con la Caduta. Gli elfi, venuti al modo come gruppo che si risveglia alla luce delle stelle (e non come discendenza di un antenato primordiale come nella maggior parte delle mitologie) arrivano a riconoscersi e a creare per se stessi il mondo di cui sono parte (pur restandone separati) attraverso il linguaggio e la parola. Inoltre, anche la lingua riflette la polarità di luce e ombra e la frammentazione a partire da una percezione totale in molteplici lingue e opinioni, così come le stirpi e le schiere elfiche si frammentano sempre di più a livello demografico: «Dalla prima parola pronunciata attraverso una serie di oggetti di percezione, di nomi e di concetti, la lingua elfica subisce un processo continuo di modifica e di frammentazione. […] Il linguaggio non si sviluppa in un vuoto, ma è invece il prodotto di pressioni e influenze che si bilanciano a vicenda, e di conflitti che conducono alla crescita e alla separazione, che conducono a loro volta alla differenza». Un enorme grazie alla Marietti per averci regalato questo autentico capolavoro.

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