QUALCOSA ANCORA SU HILLARY CLINTON ( E AMNESTY INTERNATIONAL)

Cattura

L’ultimo articolo di www.rossoporpora.org dedicato a un incontro alla Stampa Estera di Roma sulle elezioni presidenziali statunitensi

(Elezioni USA/ Lettura controcorrente della lotta tra due ‘peggiori’ ) ha indotto alcuni lettori a chiederci di approfondire il ‘personaggio’ Hillary Clinton.

E’ così che abbiamo cercato di soddisfare almeno parzialmente il loro desiderio, ricavando e nostre informazioni, tra l’altro, da una biografia della candidata statunitense, edita quest’anno in traduzione italiana da Zambon Editore e intitolata: “Hillary Clinton, regina del caos”. Ne è autrice la ‘progressista’ americana Diana Johnstone (da anni vive a Parigi), già addetto-stampa del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, poi reporter indipendente dalla ex-Jugoslavia. Nel libro la Johnstone evidenzia, fondandosi su una documentazione molto ampia e dettagliata, i meccanismi della politica americana e il suo obiettivo fondamentale – che la Clinton non solo condivide, ma propugna con una forza che è pari al suo cinismo – di un nuovo ordine mondiale guidato da una sola superpotenza che persegue i suoi interessi, impone all’orbe i cosiddetti suoi ‘valori’e conseguentemente elimina o almeno indebolisce le varie sovranità nazionali. Agli esempi più fulgidi di tale modello di politica internazionale l’opera di Diana Johnstone dedica diversi capitoli, tutti densi di informazioni documentate.

Per quanto riguarda la ex-Jugoslavia (“Il ciclo di guerre dei Clinton”), l’autrice evidenzia come da subito gli Stati Uniti abbiano appoggiato in Bosnia-Erzegovina la parte musulmana e nei confronti della Serbia abbiano praticato una politica molto aggressiva, bombardandola e creando quell’entità territoriale (in cui storicamente è nata la Serbia ortodossa) chiamata Kosovo. Che così viene definita dalla Johnstone: “Il Kosovo non è pienamente indipendente, né un vero Stato. Rimane tuttora sotto occupazione straniera, non ha un proprio sistema giudiziario funzionante e la sua economia poggia sul crimine”. In ogni caso “per i Clinton, il Kosovo rappresentò un diversivo rispetto ai loro scandali privati e un’occasione per salire sul palcoscenico delle grandi questioni mondiali. In Kosovo Bill Clinton è venerato come il padre fondatore di questo piccolo protettorato Usa strappato alla Serbia. Una statua dorata alta tre metri del benefattore venuto dall’Arkansas saluta i passanti in viale Bill Clinton, nei pressi di una boutique chiamata Hillary”.

 

L’AFFIDABILITA’ DI HILLARY CLINTON

Del ‘successo’ nell’ex-Jugoslavia la Clinton si è sempre vantata, come durante le primarie del 2008 del Partito democratico, quando volle ricordare ai suoi ascoltatori un momento bosniaco da lei vissuto a Tuzla come First Lady. Si legge in “Hillary Clinton regina del caos”: “Ricordo molto bene quel viaggio in Bosnia – diceva al pubblico – Alla Casa Bianca girava voce che se una località era troppo piccola, troppo povera o troppo pericolosa, il presidente non poteva andarci – perciò ci mandavano la First Lady. Ricordo quando atterrammo sotto il fuoco dei cecchini. Avrebbe dovuto esserci una sorta di cerimonia di benvenuto all’aeroporto, ma invece ci limitammo a correre a testa bassa fino ai veicoli che ci avrebbero condotti alla nostra base”. Peccato che l’agitazione fosse  falso, come dimostrarono le riprese televisive: Hillary giunse a Tuzla con la figlia Chelsea, “accolta da bambini che le offrivano fiori”. Così l’allora First Lady si difese qualche giorno dopo: “Direi che si tratta di una piccola svista, cioè, se ho detto qualcosa che…Cioè, dico un sacco di cose – milioni di parole al giorno – perciò se ho detto qualcosa di sbagliato si è trattato solo di una dichiarazione inesatta”. Difesa più che goffa, sapendo che i combattimenti in Bosnia erano cessati da qualche mese, dopo la firma degli accordi di pace di Dayton (21 novembre 1995). Ma, osserva la Johnstone, “evidentemente Hillary riteneva che agli occhi delle masse un’esperienza sotto il fuoco avrebbe accresciuto le sue credenziali di aspirante Comandante in Capo”.

Si potrebbe andare avanti per molto con il racconto quasi inesauribile delle ‘prodezze’-  con conseguenze tragiche per centinaia di migliaia di persone – di Hillary Clinton, dalla Siria all’Ucraina (tutto in funzione anti-russa). Per quanto riguarda la Libia – 2011, una guerra da lei fortemente perseguita – interpellata qualche giorno dopo sul significato dei bombardamenti internazionali disse: “…cerchiamo di essere onesti. Non ci hanno attaccati, ma ciò che stavano facendo, la storia di Gheddafi e i rischi di devastazioni e instabilità toccavano decisamente i nostri interessi… e i nostri amici europei e i nostri partner arabi consideravano queste questioni come estremamente vitali per i loro interessi”. Peccato che delle “atrocità di massa perpetrate dal governo libico contro il proprio popolo” come aveva denunciato Sliman Bouchuiguir (Segretario generale della Lega libica per i diritti umani ed esperto di politiche petrolifere, legatissimo agli Stati Uniti) “non c’erano prove” (affermazione dello stesso Bouchuiguir, diventato ambasciatore libico in Svizzera, qualche mese dopo). Da notare la reazione di Hillary Clinton quando giunse la notizia che Gheddafi era stato ucciso. Scrive la Johnstone: “Informata dalla sua assistente (Ndr: musulmana) Huma Abedin che Gheddafi era stato ucciso, Hillary eruppe in un infantile Wow!, per poi parafrare l’archetipo dell’imperialista, Giulio Cesare: Siamo venuti, abbiamo visto, è morto!  Dopo di che scoppiò a ridere di gioia”.

 

LO SMART POWER DI HILLARY CLINTON

Nel libro “Scelte difficili” Hillary Clinton ha raccontato le sue esperienze da Segretario di Stato, ispirate alla filosofia dello smart power (‘potere intelligente’). In che cosa consiste? “Smart power significa scegliere la giusta combinazione di strumenti – diplomatici, economici, militari, politici, legali e culturali – per ogni situazione”.  Un discorso che vale particolarmente, nell’ottica di Hillary, per i rapporti con la Russia di Putin, il ‘grande nemico’ da indebolire cogliendo qualsiasi occasione. Esemplare il caso delle Pussy Riot, gruppo di donne provocatrici di filiazione anarchica. Ricorda la Johnstone: “Il 21 febbraio 2012 cinque giovani donne, in abiti succinti e sgargianti e con il volto coperto da passamontagna, irruppero nella cattedrale di Cristo Salvatore nel centro di Mosca e presero posto davanti all’altare maggiore. Iniziarono quindi a urlare oscenità, chiamando ‘puttana’ il Patriarca della Chiesa russa ortodossa e inserendo espressioni scatologiche all’interno delle frasi della liturgia. Le donne erano accompagnate da operatori che ripresero la performance…Le donne si diedero alla fuga, ma in marzo furono arrestate tre esponenti del gruppo (…) e il 30 luglio 2012 processate per ‘vandalismo’ di gruppo’… Prima dei giochi di Sochi  Putin concesse l’amnistia”.

 

AMNESTY INTERNATIONAL SOTTO IL CONTROLLO DIRETTO DELLA CASA BIANCA

Ricordate la grande mobilitazione internazionale a favore delle cosiddette ‘artiste’? Paul McCarney, Madonna e una certa Amnesty International, da poco guidata da Suzanne Nossel (dopo tre anni passati al Dipartimento di Stato con Hillary Clinton, quale vice-sottosegretario per le Organizzazioni internazionali con responsabilità per i diritti umani a livello internazionale). Come reagì Amnesty International alla volgare e offensiva esibizione delle Pussy Riot? Per prima cosa alle ‘artiste’ fu conferito lo status di ‘prigioniere di coscienza’. Il fatto divenne poi occasione di una massiccia campagna mondiale “per i diritti umani”. Nei volantini di Amnesty International si leggeva: “Masha, Nadia e Maria, che sono detenute per aver intonato pacificamente una canzone di protesta in una cattedrale, potrebbero essere spedite in un campo di lavori forzati in Siberia, dove correrebbero il rischio di subire stupri e altri abusi (…) Aiutaci a spedire un camion di passamontagna colorati al presidente Putin in segno di protesta. La sentenza di oggi è emblematica dei crescenti sforzi del presidente Putin e dei suoi scherani atti a soffocare la libertà di parola in Russia. (…) Dona un minimo di 20 dollari per spedire un passamontagna a Putin”. 

 Il 16 settembre 2012 Suzanne Nossel mandò un messaggio a milioni di persone in cui diceva: “Amnesty International sta collaborando direttamente con i legali e i familiari delle Pussy Riot per fare la massima luce possibile su questo caso (…) Il trattamento delle Pussy Riot da parte della Russia evidenzia una stretta sulle libertà e una mancanza di disponibilità a rispettare i diritti umani cui è necessario reagire. Oltre ad attuare un giro di vite entro i confini russi, il presidente Putin continua a sostenere l’alleata Siria, malgrado le prove sempre più numerose dei crimini contro l’umanità commessi dal governo siriano. Dobbiamo alzare il volume”. Il proclama della Nossel si salda (ecco lo smart power ) con la dichiarazione di Hillary Clinton, sempre del 2012: “Io credo che la Russia e la Cina non stiano pagando alcun prezzo – assolutamente nessuno – per il sostegno da loro prestato al regime di Assad. L’unico modo per fare sì che questa situazione cambi è che ogni nazione chiarisca espressamente e urgentemente che la Russia e la Cina dovranno pagare un prezzo”. Da notare anche che il 17 aprile 2014, dopo che le Pussy Riot incarcerate erano state rilasciate e si trovavano a New York, Hillary Clinton volle fare una foto con loro, che pubblicò su Twitter accompagnata dal seguente messaggio: “Grandioso incontrare le forti e coraggiose ragazze delle Pussy Riot, che non permettono che le loro voci siano messe a tacere in Russia”.  Un discorso analogo si potrebbe fare anche per le Femen ucraine guidate da Inna Shevchenko, nota per aver abbattuto nel 2012 a colpi d’ascia una grande croce di legno a Kiev e per essere scappata in Francia (subito concesso il diritto d’asilo), dove il gruppo continuò con le sue provocazioni come l’imbrattare con vernice spray le carrozzine con i bambini, spinte dalle famiglie della Manif pour tous o l’irrompere sacrilego in Notre Dame.

 

LA TRISTA METAMORFOSI DI ‘AMNESTY INTERNATIONAL’

Scrive la Johnstone: “C’era una volta un’organizzazione chiamata Amnesty International impegnata a difendere i prigionieri di coscienza in tutto il mondo. Le sue attività erano caratterizzate da due principi che contribuirono al suo successo: la neutralità e la discrezione (…) Le campagne erano discrete ed evitavano la polemica ideologica, concentrandosi invece sulla condizione legale e fisica di tutti i detenuti. L’obiettivo non era utilizzare i prigionieri come pretesto per inveire contro un governo ‘nemico’, ma persuadere i governi a smettere di perseguitare i dissidenti nonviolenti”. Oggi, invece , “le organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch vengono arruolate non per difendere specifici prigionieri politici, ma per denunciare interi governi quali violatori dei diritti umani” (…) Nella sua nuova incarnazione Amnesty International, come Human Rights Watch e altre organizzazioni ‘umanitarie’ occidentali, ha cessato di operare una distinzione tra i veri prigionieri i coscienza e i provocatori semi-professionali, le cui azioni non hanno altro scopo che metterli nei guai con le autorità, così da poter bollare come repressivi i governi presi di mira”.

Vedi, aggiungiamo noi, la trista sceneggiata della nota o del noto Luxuria a Sochi. Certo, perché in Italia Amnesty International e organizzazioni analoghe si sono trasformate in zelanti servitrici della nota lobby, pilastro delle teorie clintoniane. Sì fattivo (con mobilitazione connessa) a ogni sorta di presunti ‘diritti umani’ (dall’aborto a tutto quanto ruota attorno al ‘matrimonio gay’) con parallela denuncia di chi pubblicamente trova ancora la forza e il coraggio di proclamare la verità dei valori su cui si fonda la civiltà europea. Amnesty International è cambiata e non merita più nessun sostegno. Ne ha ricevuti in abbondanza, ne riceve e ne riceverà da Hillary Clinton e compagni finanziatori.

 

INCONTRO A MOSCA TRA IL METROPOLITA HILARION E LA FONDAZIONE AMERICANA URBI ET ORBI  GUIDATA DA BOB MOYNIHAN 

Ci piace infine dar notizia di un recentissimo incontro a Mosca, nella sede del Patriarcato, tra il metropolita Hilarion e una delegazione della fondazione Urbi et Orbi (che mira allo sviluppo sempre piè fecondo dei rapporti tra cattolici e ortodossi), guidata da Bob Moynihan, che è anche direttore del mensile ‘Inside the Vatican’. Riportiamo (in traduzione italiana) il comunicato, così com’è apparso nel sito del Patriarcato di Mosca.

“Il 7 luglio 2016 il metropolita Hilarion di Volokolamsk, capo del Dipartimento delle relazioni religiose esterne del Patriarcato di Mosca (DECR), ha incontrato in sede una delegazione della Fondazione cattolica Urbi et Orbi guidata dal dottor Robert Moynihan, editore e direttore del mensile Inside the Vatican. 

Il metropolita Hilarion ha evidenziato l’importanza della cooperazione bilaterale con la Chiesa Cattolica, espressa nel sostegno ai cristiani in Medio Oriente e in altre regioni del mondo, laddove essi sono soggetti a persecuzioni, nella difesa dei valori morali tradizionali e nello sforzo comune per il conseguimento della pace nei conflitti esistenti sulla terra: “Oggi le nostre Chiese conoscono una collaborazione crescente in molte aree. E’ in tale contesto che noi consideriamo i nostri contatti con la FondazioneUrbi et Orbi”, ha detto il metropolita.

Gli ospiti hanno ringraziato il metropolita per l’ospitalità ed espresso piena disponibilità a sviluppare le relazioni tra la Fondazione Urbi et Orbi e la Chiesa Ortodossa Russa in ambito culturale, scientifico e sociale.“

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Autore: Francesco Agnoli

Laureato in Lettere classiche, insegna Filosofia e Storia presso i Licei di Trento, Storia della stampa e dell’editoria alla Trentino Art Academy. Collabora con UPRA, ateneo pontificio romano, sui temi della scienza. Scrive su Avvenire, Il Foglio, La Verità, l’Adige, Il Timone, La Nuova Bussola Quotidiano. Autore di numerosi saggi su storia, scienza e Fede, ha ricevuto nel 2013 il premio Una penna per la vita dalla facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, in collaborazione tra gli altri con la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) e l’Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana). Annovera interviste a scienziati come  Federico Faggin, Enrico Bombieri, Piero Benvenuti. Segnaliamo l’ultima pubblicazione: L’anima c’è e si vede. 18 prove che l’uomo non è solo materia, ED. Il Timone, 2023.

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