La carità, fondamento dello sviluppo. La tavola rotonda di Edus

“La carità è normalmente considerata elemosina. Ma da come ne parla il Papa si capisce che è qualcosa di più. Io credo che prima ancora di esprimere l’atto di dare qualcosa ai poveri, la carità consista in una condivisione, nella capacità di guardare l’altro negli occhi”. Lo ha detto ieri sera l’assessore alla solidarietà internazionale della Provincia, Iva Berasi, (al centro della foto) aprendo il dibattito promosso da Edus (Educazione e sviluppo) al Teatro S. Marco di Trento per invitare i relatori a confrontarsi con la frase di Benedetto XVI che dà il titolo alla Campagna Tende di quest’anno: “La carità sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta”.

Oltre all’esponente politico del governo provinciale e davanti al folto pubblico che gremiva la sala, sono intervenuti anche il direttore dell’ufficio missionario diocesano don Carlo Speccher, il direttore generale di Avsi (rete di 25 Organizzazioni non governative impegnate nel campo della cooperazione allo sviluppo con 100 progetti in 40 Paesi del mondo) Alberto Piatti, e il presidente di Edus, co-fondatrice del Network, Carlo Fedrizzi.

Berasi ha ricordato in particolare l’impegno delle moltissime associazioni trentine attive nel settore della solidarietà internazionale, che pur operando spesso in silenzio si inseriscono nel solco della grande tradizione dei missionari trentini e dell’insegnamento della Chiesa, “da cui siamo stati tutti educati a questa sensibilità”. L’assessore ha poi sottolineato come i progetti e gli interventi realizzati dai volontari e sostenuti ogni anno con 10 milioni di euro dalla Provincia (pari allo 0,25 del bilancio) per rispondere ai bisogni concreti delle popolazioni dei Paesi più svantaggiati del mondo, siano preziosi non solo per chi riceve l’aiuto, ma anche e soprattutto per chi lo porta. “E’ infatti assolutamente vero – ha concluso Berasi – che, come evidenzia il nome della vostra associazione, dall’educazione e dalla formazione delle persone deriva il vero sviluppo dei popoli”.

Don Carlo Speccher, dopo aver richiamato l’attenzione sul fatto che i missionari laici e religiosi trentini nel mondo sono ancor’oggi il punto di confluenza di importanti iniziative sostenute anche dalla Provincia nel campo della solidarietà internazionale, ha identificato la carità con il bacio dato da S. Francesco al lebbroso. “Che bisogno c’era di baciarlo? Avrebbe potuto portarlo a casa sua e curarlo. Ma proprio questa è la carità: cioè qualcosa di più della solidarietà, perché esprime l’amore di Cristo per l’uomo”. Ci sono Paesi dell’Africa dove le scuole, gli ospedali, le banche in cui iniziare a raccogliere i risparmi non sono stati costruiti dal governo ma dalla Chiesa, dai missionari che trattano ogni povero come Gesù.

Dal canto suo Alberto Piatti, dopo aver insistito sul fatto che la carità non è un modo per mettersi a posto la coscienza ma appartiene alla nostra natura umana da cui siamo istintivamente spinti a dare una mano, ha raccontato la storia di un ragazzo, Antoine, che in Rwanda gli aveva consegnato personalmente una lettera nella quale ringraziava gli amici di Avsi per averlo aiutato a diplomarsi e a diventare geometra. Dieci anni prima, poco dopo il genocidio causato in quel Paese dagli scontri tribali, un volontario di Avsi aveva trovato il piccolo Antoine arrampicato su un albero. Su quella pianta era scampato, lui solo, alla strage, ma da lassù aveva assistito impotente all’uccisione di tutti i suoi parenti e ad una tale mattanza che aveva perso ogni speranza e non voleva più mettere piede a terra.

Al volontario sono occorsi tre giorni per convincere Antoine a scendere. “C’è riuscito perché l’ha guardato negli occhi – ha spiegato Piatti – e in questo modo gli ha restituito la fiducia nella vita. La carità – ha continuato – è il vero fondamento dello sviluppo perché significa ritrovare insieme all’altro fiducia nella vita, senza la quale non si costruisce nulla. Proprio com’è accaduto a noi con Antoine. Ma perché questo avvenga è necessario trattare la persona per il mistero che è. Un mistero che non può essere definito da noi e non è frutto di nessun progetto, ma solo della disponibilità a condividere con l’altro la tensione al senso della vita.

Costruire case, ponti, scuole, strade e anche formare ingegneri può essere facile – ha aggiunto Piatti – ma questo rapporto con la persona come mistero e questa tensione a condividere il senso della vita sono la radice più vera della solidarietà internazionale e della cooperazione allo sviluppo”. Il direttore di Avsi ha narrato, per chiarire, un’altra vicenda, questa volta più nota.

“Quando gli apostoli Pietro e Paolo si incontrarono a Roma, dove schiavi e bestie erano considerati, per legge, “cose animate” di cui disporre a piacimento, i due non diedero per protesta l’assalto al Senato ma dissero “non c’è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti noi siamo uno in Cristo Gesù”.

“E’ questo amore per la persona – ha concluso Piatti –l’inizio di un vero cambiamento nel mondo. Perché come scrive il Papa: “Non c’è nessuno ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo”.

Carlo Fedrizzi ha infine invitato tutti sabato 16 dicembre alle 14.30 in piazza Lodron a Trento per partecipare all’Edus Day, iniziativa con cui l’associazione, oltre a raccogliere fondi in alcuni punti particolarmente “commerciali” della città, intende “dar ragione” di questo diverso modo di intendere e vivere la carità e la solidarietà.

Antonio Girardi

Lasciate vivere Saddam

E’ di questi giorni la notizia di come moltissime persone che hanno in odio Saddam Hussein facciano la fila per avere l’onore di poterlo giustiziare. Sì, il loro sogno è quello di essere boia per un giorno, di poter assistere eccitati dallo spirito di vendetta agli ultimi istanti della vita del tiranno, di poterlo veder penzolare come un sacco inerte, come un non-uomo e vivere di questo ricordo. Questo è il loro sogno.
Saddam, l’incarnazione del male, Saddam, l’uomo che fu assecondato per un certo periodo di tempo dall’Occidente, in quanto figura laica di despota, non assillato da fondamentalismi religiosi. Saddam che fece comodo, quando si trattò di contrastare la rivoluzione iraniana.
Poi, cadde in disgrazia e il cinismo della politica ne fece progressivamente il nemico da abbattere. Ma lui era sempre lo stesso, il tiranno sanguinario, uno dei tanti nel mondo. Erano però mutate le ragioni geopolitiche e l’uomo aveva osato troppo, troppo contro le persone sbagliate. Forse aveva persino perso il senno ed era convinto di essere intoccabile. La vicenda è complessa e l’informazione rispetto ad essa spesso faziosa, partigiana.
Nessuno nega le responsabilità di Saddam, nessuno nega che la “sua corte” ha fatto per decenni il bello e il cattivo tempo riducendo in schiavitù il popolo dell’Iraq.
Ma tutto il male fatto vale la morte del tiranno? Un paese come l’Iraq, un paese che sembra volere muovere verso la democrazia, un paese dilacerato da un sanguinaria guerra civile, da un odio folle fra etnie e confessioni religiose, può legittimamente fondare la speranza per il proprio futuro sul gesto di un’impiccagione, sulla morte di un tiranno, di un despota, ma pur sempre di un uomo?
Certo Saddam deve pagare. Platone scriveva come la più grande liberazione dal male, cioè dalla malvagità, equivalga a scontare la pena. Aggiunge poi come la giustizia faccia in un certo senso rinsavire rendendo più giusti poiché essa costituisce la medicina della malvagità. Pertanto, per il filosofo greco, la cosa peggiore che può capitare ad un uomo non è commettere ingiustizia, ma commettere ingiustizia e non venire punito, perché chi non viene punito non recupera la propria dignità.
Ora, nel nostro caso si tratta di immaginare una pena che recuperi, una pena che faccia giustizia e non vendetta, una pena che riporti le cose piano piano, nell’alveo di una giustizia vera, di una forza positiva che cominci a risanare le ferite e ad indicare un futuro.
La pena di morte elude tutto questo, essa non recupera nulla, essa aggiunge dolore a dolore, essa mi pare soltanto vendetta, perché decide della vita di un altro. La pena capitale è voglia di annientare un uomo in cui si è identificato il negativo.
Ma il male resta, anche dopo Saddam, anzi, mai come in questo momento esso rivela la propria pervicace potenza. Ogni giorno leggiamo di stragi, di bombe nei mercati, nelle piazze, nelle moschee. Eppure il tiranno non c’è più, le sue ore sono contate, i suoi più stretti collaboratori sono incarcerati.
Se gli iracheni che più hanno in odio Saddam fossero capaci di un perdono, se fossero capaci di un atto di clemenza, forse da un passato di morte potrebbe sorgere un orizzonte di speranza.
Forse chiedo troppo, perché non ho conosciuto quel regime, perché non ho avuto parenti o amici torturati o uccisi, ma nonostante tutto mi sento di sperare un esito diverso dalla scontata esecuzione del despota.
Egli è sconfitto veramente soltanto se vive e vede la forza di una nazione che rinasce, oltre gli odi, nel cammino faticoso di una convivenza tutta da costruire. Egli è sconfitto e forse redento se gli lasciamo il tempo di pentirsi, se agiamo come lui non ha mai agito, mossi dalla pietas, convinti che la forza del perdono sia l’unica capace di interrompere il circolo vizioso di offesa e vendetta. Egli è vinto se comprende che nonostante tutto noi teniamo alla sua vita, per quanto essa possa essere segnata dalla cifra dell’odio e del dominio.
La sua morte invece, ne farà un martire, un simbolo per tutti coloro- e sono tanti- che hanno ragioni per risentirsi ancor più verso le ambivalenze ed ingerenze occidentali.
La sua morte, temo, accentuerà i rancori, soffierà sul fuoco della guerra civile, inasprirà il terrorismo e l’antioccidentalismo.
Saddam aggredì il suo popolo, ma ora non può nulla; la pena di morte mi pare ammissibile solo dove questa fosse l’unica via per difendere dalla violenza la vita di altri esseri umani. Ma questo caso non è il nostro.
E seppure si decidesse per la morte si eviti di spettacolarizzare la barbarie, di diffonderne le immagini. Tutto si svolga nel silenzio, tutto sia avvolto dal pudore. Perché si tratta di un’ esecuzione a freddo, calcolata, programmata cinicamente.
E il male resterà e lo spirito di vendetta continuerà ad proliferare. come nulla fosse stato.

Il padre, l’assente inaccettabile.

Nella società di oggi il padre è sempre più un assente, “un assente inaccettabile”. E’ questa la convinzione di Claudio Risè, celebre psicoanalista, docente di scienze e politiche sociali e collaboratore del Corriere della sera, che sarà a Trento il 15 dicembre, alle ore 20.30, presso l’aula magna dell’Oratorio del Duomo, in via Madruzzo 45, invitato da Libertà e persona (www.libertaepersona.org), in collaborazione col Movimento per la vita. Per Risè siamo ormai in una “società senza padri”, che è venuta via via formandosi soprattutto in questo secolo, in concomitanza con il rifiuto, più o meno ampio, del concetto di autorità, di guida, di paternità appunto. In effetti negli anni Sessanta e Settanta abbondano i libri o gli articoli sulla “morte della famiglia”, sulla fine della società patriarcale, sulla necessità di sopprimere ogni forma di gerarchia. “Né maestro né Dio. Dio sono io”, “Quinto: uccidi tuo padre”, “famiglia è prigione”, sono alcuni degli slogans di moda, negli anni della contestazione del 1968: ora siamo rimasti a fare i conti con la realizzazione di questi auspici, con le famiglie sempre più disgregate e il continuo aumento di patologie nei giovani e negli adolescenti. Chi insegna lo sa bene, quanto siano cambiati i tempi, e non in meglio; quanto aumentino di continuo problematiche quali l’anoressia o il consumo di sostanze psicotrope per “sentirsi più in forma”. Nei giovani, infatti, si vede spesso proprio questa assenza, inaccettabile, della famiglia, e, molto spesso, proprio del padre: c’è una inquietudine enorme, una solitudine, una incertezza, in molti di loro, che può provenire solamente da un ambiente familiare che non sa più offrire calore umano, certezze, protezione e sicurezza. Mancano i padri, nel senso che mancano i maestri: vuoi perché non hanno tempo, vuoi perché non sanno più cosa insegnare, vuoi perché molti padri si sono adeguati all’idea di non esserci più, e preferiscono fare gli amiconi, i complici, i compagni di gioco, e solo quello, dei loro figli. Si mettono sullo stesso piano, hanno paura perfino di sussurrare un concetto, un ordine, un vero consiglio. Abdicano così al loro ruolo, al compito di essere guide, dolci e giuste nello stesso tempo; abdicano al compito gravoso di sostenere la crescita dei figli se necessario con la severità, e preferiscono diventare i dispensatori di beni materiali e di comodità superflue. Eppure ognuno di noi ha bisogno di un padre, un padre buono, ma anche un padre che sappia richiamarci, che sappia essere un riferimento concreto, un riferimento amato, di cui si possono apprezzare, magari in un secondo momento, anche i rimproveri. Anche le mogli, non solo i figli, hanno bisogno accanto a sé di mariti affidabili: quante volte l’arrivo di un figlio è oggi un dramma, in una famiglia, solo perché l’uomo non ha il coraggio di prendersi le sue responsabilità, di essere un vero padre e un vero marito? Invece che affascinarsi per l’avventura di padre, che li aspetta, molti si lasciano prendere dalla paura, dall’incertezza, forse dall’egoismo: non vogliono giocarsi, non vogliono abbandonare le loro piccole abitudini, i loro momenti liberi, la loro routine ben avviata, auto condannandosi così alla sterilità affettiva. Eppure ci sono anche tanti padri, oggi, che soffrono per il motivo contrario: per il fatto di non poter essere quello che sono, o quello che aspirano ad essere. Nella sola Unione Europea su un totale di 28000 maschi che si tolgono la vita ogni anno, ben 2000 sono padri separati che hanno contratto depressioni gravi e reattive a causa della lontananza dai figli. Una vera mattanza. Figli senza padri, e padri senza figli. Non è un bel panorama, e non migliorerà certo finché non si tornerà a riflettere sull’essenzialità della famiglia. Tornare a riflettere su questa verità di natura significa anche opporsi alle nuove prospettive faustiane: se fino a poco fa ogni figlio nasceva, bene o male, con un padre, salvo poi poterlo perdere lungo la strada, oggi sono sempre di più i figli che nascono già programmati, senza uno dei due genitori. Non mi riferisco solo ai casi eclatanti delle mamme nonne, o ai venditori di seme o di ovuli, che spargono in giro figli geneticamente loro, che non conosceranno mai, ma anche ad una moda sempre più diffusa: quella di programmare dei figli, con la fecondazione artificiale, pur essendo nella condizione di single. In Norvegia e in tutto il nord Europa vi sono associazioni che lucrano vendendo ai singles appositi kit per produrre bambini. Negli Usa vi sono siti internet, mannotincluded o womennotincluded, in cui si danno le indicazioni per avere dei bambini da soli, senza un marito, o una moglie, con l’ausilio della tecnica e degli euro. E non sono solo strampalerie nordiche o americanate di Hollywood: anche da noi si diffonde sempre di più questa usanza, come testimoniano le decine e decine di lettere sull’argomento, presenti sui siti italiani di fecondazione artificiale, tipo Madre Provetta. E non fanno certo bene, a nessuno, in queste condizioni, i telefilm alla Banfi, in cui l’idea di famiglia viene sostanzialmente ritenuta antiquata, o quantomeno sostituibile: la famiglia, in natura, è una sola, uno solo il padre e una sola la madre di cui abbiamo bisogno. Una madre che sia madre e un padre che faccia il padre. Checchè ne dica anche un “profeta” dei tempi nuovi come Umberto Veronesi, che nel suo ultimo “La libertà della vita” (Raffaello Cortina editore), non teme di consigliare come soluzione ottimale per l’umanità la clonazione riproduttiva. Dopo aver detto che una donna bella ed intelligente potrebbe benissimo voler un figlio senza un uomo, perché odia il genere maschile, e che in fondo non ci sarebbe motivo per opporsi, conclude: “Ha senso- chiede retoricamente Veronesi- e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?…Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Cero per specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perchè tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?” (p.91).

Campagna Tende: la vera carità, per l’educazione e lo sviluppo

“Nei Paesi più poveri del mondo, i bisogni delle persone non sono solo materiali, assistenziali e sanitari, ma riguardano anche la speranza di un futuro, di poter contare su una famiglia, una scuola, una formazione professionale e un lavoro. Bisogni che toccano in particolare i bambini e i ragazzi ai quali occorre andare incontro con progetti mirati per favorire l’autosviluppo. Questo spirito di condivisione si inserisce pienamente nella tradizione della gente trentina”.

Con queste parole il presidente del Consiglio provinciale, Dario Pallaoro, ha introdotto a Palazzo Trentini la presentazione della “Campagna Tende 2006-2007” promossa da Edus, associazione trentina impegnata da anni nel campo della solidarietà internazionale, per offrire, accanto a servizi sanitari, soprattutto opportunità educative, formative e di lavoro ai giovani nelle zone più svantaggiate e martoriate del pianeta.

Come ha spiegato Maurizio Pangrazzi, intervenuto in rappresentanza di Edus insieme a Cristina Erzegovesi, la Campagna Tende, intitolata “La carità non sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta” (frase mutuata dall’enciclica Desu acritas est di Benedetto XVI), coinvolgerà i volontari di Edus in una raccolta di fondi a Trento e nelle valli della provincia, a sostegno di cinque progetti:

1. il primo riguarda l’approvvigionamento idrico per lo sviluppo dell’agricoltura in una zona cruciale per la pace nel Libano;

2. il secondo finanzierà una scuola con 1000 bambini a Betlemme;

3. il terzo darà supporto alle attività educative rivolte ai bambini e ai loro genitori (250 famiglie) in una delle periferie più degradate di Lima in Perù;

4. il quarto servirà alla formazione di giovani per realizzare una filiera agroalimentare nel Kossovo;

5. il quinto permetterà di potenziare il reparto pediatrico dell’ospedale di Kitgum in Uganda dove l’Aids miete moltissime vittime.

Tre gli appuntamenti della Campagna Tende in Trentino:

– l’incontro-dibattito pubblico previsto il 13 dicembre al teatro S. Marco di Trento cui interverranno il segretario generale della fondazione Avsi Alberto Piatti, l’assessore provinciale alla solidarietà internazionale Iva Berasi, il direttore dell’ufficio missionario diocesana don Carlo Speccher, l’imprenditore Andrea Cappelletti e il presidente di Edus Carlo Fedrizzi;

– la raccolta di fondi per i progetti avverrà invece in vari punti della città e in altri centri della provincia il 16 dicembre in occasione dell’Edus Day;

– infine a Tesero è in programma una mostra fotografica che documenta l’opera di recupero educativo e sociale degli ex bambini-soldati realizzata da padre Berton, missionario in Sierra Leone.

Niente cannabis per il figlio del ministro

Livia Turco, come madre, è portata a sconsigliare a suo figlio l’uso di droghe, anche leggere; come ministro decide di raddoppiare la quantità detenibile di cannabis per uso personale.

Ma l’uso di droga, comunque si voglia girare la frittata, e indipendentemente dai costumi dei propri elettori, è un tentativo di fuga dalla realtà. Per quale altra ragione altrimenti la Turco dovrebbe salvaguardare il figlio dai “mali” di questa società?

Eppure che la droga sia un male è diventato impossibile dirselo. Il “vietato vietare” nasconde dunque un più letale “vietato giudicare”. Non si può più dire pubblicamente che cosa è bene e che cosa è male, avere un’idea della libertà diversa da quella della pura assenza di vincoli, che poi significa soltanto che ci ritroviamo tutti più soli.

La posizione della Turco è l’emblema di una schizofrenia diffusa: quella tra opinione privata e giudizio pubblico, che copre l’incapacità a dar credito a ciò che si rende evidente nella propria esperienza.

La prima e comune responsabilità che abbiamo di fronte a ciò che accade è allora quella “per il retto uso della ragione”, come ha detto di recente Benedetto XVI, a partire non da preconcetti, ma dall’esperienza che tutti facciamo di ciò che è più vero, più giusto, più buono.

È di questo che bisognerebbe tornare a parlare, pure tra i politici. Perchè giudicare è l’inizio della liberazione. Anche dalla droga.

Targhe alterne: un disagio esagerato

E ci risiamo. Come tutti gli anni è giunto il provvedimento sulle targhe alterne. Iniziato lunedì 4 ed avanti fino a revoca, sperando nella pioggia. Ho provato una profonda rabbia in questi giorni di fronte ad un provvedimento tanto ingiusto quanto inutile e come cittadino oltre che impotente mi sono sentito anche preso per i fondelli. Vi spiego perché:

1. Ci dicono che il provvedimento è necessario perché sono aumentate le PM 10. Sorvoliamo sul fatto che in pochi sanno cosa siano queste “maledette” PM 10, ci basti sapere che l’andare in auto contribuisce ad aumentarle. Ma la carica dei 100.000 che hanno invaso il mercatino di Natale nel week-end le hanno forse diminuite? Sono forse venuti in bicicletta? Su questo non ci hanno detto niente.

2. Ci dicono inoltre che le targhe alterne, contribuiscono a migliorare la qualità dell’aria. Ma poi scopro che oltre alle innumerevoli deroghe al provvedimento, i dati del Comune dimostrano che il traffico diminuisce solo del 20%. Scopro inoltre che dal rapporto di Legambiente (dati quindi non contestabili al rialzo) il 10% del parco automobilistico, costituito dalle auto più vecchie, è responsabile del 50% di tutte le emissioni inquinanti dovute al traffico veicolare. Deduco quindi che le targhe alterne possano produrre ben pochi effetti sull’inquinamento complessivo e la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti in quanto solamente la pioggia riesce a far diminuire tale concentrazione di polveri.

3. Ci dicono inoltre che le targhe alterne contribuiscono a migliorare il senso civico del cittadino, in quanto stimolano all’utilizzo dei mezzi pubblici. Ma poi penso che io già da anni vado al lavoro in autobus o a piedi (da Cognola al centro), penso che in casa abbiamo solo un’auto, penso che mia moglie la mattina fa una corsa contro il tempo per andare a Povo a portare la bimba e poi a Villazzano a lavorare, e mi viene in mente che non ci sono autobus di collegamento fra le periferie. Poi controllo bene gli orari dei mezzi pubblici e scopro che mi sbaglio: forse partendo alle 6:00 da Cognola ed andando a piedi alla fermata di S. Donà si può prendere il n° 9 alle 6:20, aspettare poi una mezz’oretta in Piazza Dante e prendere il n° 5 alle 7:06 diretto verso Povo, scendere alle 7:22, scarpinare per 20 minuti, lasciare la bimba e correre di corsa verso la piazza, prendere il n° 13 delle 7:50 ed alle 7:57 finalmente si arriva a Villazzano. In fondo solo 1 ora e 57 minuti per fare 4 Km. In effetti poi ci sarebbe anche il ritorno, non controllo gli orari ma sono sicuro che ci si impiega meno. Poi penso che forse è troppo presto far alzare una bimba alle 5:40 per partire alle 6:00 ed allora mi viene in mente che ci sono anche i Taxi. Ma si,in fondo si tratta di fare la tratta due volte al giorno, talvolta quattro, ma solo a giorni alterni e poi solamente fino a marzo (sempre se non piove). Faccio due conti e vedo che forse non mi conviene molto. Solo allora mi ricordo che anche mio suocero possiede un’ auto, ed è in pensione. Bene abbiamo risolto, la targa è diversa, compriamo un seggiolino nuovo, ogni sera facciamo lo scambio delle auto, e mio suocero se ne starà a casa per tre mesi. E’ si perché nei giorni pari non può circolare con la sua, e nei giorni dispari non può circolare con la mia.

Controllo a questo punto il livello del mio senso civico e scopro che è messo a dura prova ma continuo ad essere ottimista perché, il signor sindaco Alberto Pacher (uno fra i più amati d’Italia “dicono le statistiche”) e l’assessore all’ambiente con un nome altisonante come Pom-per-ma-ier, sicuramente avranno nel cassetto qualche idea per tentare di risolvere questo gravoso problema che provoca innumerevoli disagi ai cittadini. Resto in attesa che “ci dicano qualcosa”,……. Mah ? Mah ? Non sento nulla. Che le PM10 mi abbiano inficiato anche l’udito? Preso dallo sconforto non mi resta che augurarmi che cambi questa giunta incapace e sorda alle esigenze dei cittadini che “fortunatamente” chiedono soltanto di poter andare a lavorare senza dover fare il giro della città in autobus.

Speriamo che piova “governo ladro”.

Luca Trainotti

Alcune settimane dopo il provvedimento è stato abolito, clicca qui per accedere all’articolo.

Colletta Alimentare 2006, un successo in Italia e in Regione. E ora manda un euro in SMS al 48583

Sabato 25 novembre durante la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, negli oltre 6.000 supermercati e ipermercati, sono state raccolte 8.350 tonnellate di prodotti alimentari, 200 tonnellate in più rispetto allo scorso anno. I primi risultati sono stati così commentati da Don Mauro Inzoli, presidente della Fondazione Banco Alimentare onlus: “La carità si fa strada nel nostro popolo anche in momenti di particolare difficoltà e di sacrifici preannunciati. La gente del popolo radicata nella cultura cristiana non resta indifferente all’attesa dei più poveri e compie un gesto concreto di carità cristiana facendo la spesa anche per loro. Finché ci saranno uomini e donne educati a vivere nella gratuità e nella condivisione c’è speranza per tutti”.

La Fondazione Banco Alimentare ringrazia di cuore i milioni di italiani che anche quest’anno, in un momento di difficoltà economica, hanno deciso di donare una parte della loro spesa per i poveri del nostro Paese.

L’entusiasmo e l’allegria, con cui gli oltre centomila volontari hanno sentito propria l’iniziativa coinvolgendo anche i rappresentanti delle istituzioni civili e religiose, sono indicatori importanti tanto quanto le tonnellate raccolte.

E’ evidente che la “Colletta Alimentare” si sta radicando come gesto popolare, atteso prima e partecipato poi, con un grande valore educativo per chi vi partecipa.

Si ringraziano l’Associazione Nazionale Alpini e la Società San Vincenzo de Paoli per il cospicuo quantitativo di volontari offerto durante la Colletta, le catene dei supermercati per la loro disponibilità nell’ospitare i volontari e per le molte promozioni legate ai prodotti di cui era consigliato l’acquisto, il Segretariato Sociale RAI per la sensibilizzazione, la Presidenza della Repubblica per aver concesso anche quest’anno l’Alto Patronato, gli sponsor nazionali Banca Intesa, Fastweb e Aurora Assicurazioni.

La Fondazione Banco Alimentare onlus rende noto che, per sostenere gli ingenti costi di logistica e trasporti per la consegna degli alimenti raccolti a 1.280.000 bisognosi attraverso più di 7.700 enti caritativi convenzionati in tutta Italia, parte ora una campagna di raccolta fondi dal titolo “La fame giustifica i mezzi”.

Chi volesse dare un aiuto può farlo, fino a giovedì 14 dicembre, inviando un SMS del valore di 1 euro al numero 48583 da cellulari TIM, Vodafone e Wind e di 2 euro da Telecom rete fissa, oppure facendo una donazione sul c/c di Banca Intesa n.1010/54 ABI 03069 CAB 09533.

Per ulteriori informazioni telefonate allo 02.67.100.410 o visitate il sito www.bancoalimentare.it

COM’E’ ANDATA IN REGIONE

Nel Trentino Alto Adige in particolare il risultato della decima edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, svoltasi sabato 25 novembre, è stato più che positivo. Sono state infatti raccolte quasi 154 tonnellate di prodotti, circa il 21% in più rispetto all’edizione precedente. Siamo stati presenti in 172 punti vendita, di cui 23 solo mezza giornata.

Gli alimenti raccolti, già stoccati presso il magazzino “Alpina Logistica e Trasporti srl” in via Innsbruck, località Spini di Gardolo (Zona Interporto), saranno gestiti dal Banco Alimentare del Trentino Alto Adige ONLUS, che ridistribuirà i prodotti ai 32 enti convenzionati per un totale di 6000 bisognosi.

Grazie al prezioso lavoro dei circa 2500 volontari nel giorno della Colletta, si potrà in parte rispondere al bisogno concreto di chi è meno fortunato di noi, testimoniando la positività della carità.

Un forte ringraziamento va innanzitutto alle persone che hanno contribuito con la loro spesa all’esito positivo dell’iniziativa, tutti i volontari (gli alpini, le diverse associazioni convenzionate, gli amici del gruppo “Misericordie” di Trento, il gruppo “Giullari di Ceniiga”, la Croce Rossa Italiana, gli Scout CN.GEI che ci hanno sostenuto ed anche i media per gli spazi concessi).

Si ringraziano, inoltre, in modo particolare il Nucleo Volontari Alpini della Protezione Civile della Regione, i Vigili del Fuoco, Fausto Mariotti e altri privati per la disponibilità dei mezzi di trasporto ed il supporto nelle operazioni di stoccaggio.

Un ringraziamento anche alle ditte Menz & Gasser s.p.a. e Trentofrutta s.p.a. per le donazioni effettuate che non vengono conteggiate nella tabella allegata, ma che rappresentano circa altre 5 tonnellate.

Grazie,infine, alle Catene di supermercati coinvolti nell’iniziativa per la disponibilità e la fattiva collaborazione dimostrate.

(Il Responsabile Regionale della Colletta Alimentare, presidente del Banco Alimentare del Trentino Alto Adige – ONLUS, Duilio Porro, tel. cell. 328-8217330; casa 0461-236148; uff. 0461.615349)

Mamma la Turco!

Il ministro Ferrero, pochi mesi orsono, propose le "camere per il buco", sollevando una discreta alzata di scudi. Oggi il ministro Turco, senza volare così in alto, si limita, per ora, a raddoppiare la quantità di cannabis detenibile ad uso “personale”… Forse non è malizia ritenere che stanno tentando di riemergere vecchie tentazioni sessantottine.

Nel 1973 nel suo "Underground, a pugno chiuso", Andrea Valcarenghi scriveva: "C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. è la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…". E continuava: "Fare capire al vecchio proletario che la musica, l’erba, la comune […] sono roba comunista, è fondamentale […]. Noi dovremo diventare i genitori che dovranno sentirsi in grado di prendere l’acido con i propri figli". Questo libro recava una introduzione di Marco Pannella: "Carissimo Andrea […] io amo gli obiettori, i fuori legge del matrimonio, i cappelloni sottoproletari amfetaminizzati […]. Fumare erba non m’interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige ed ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla troppo cara, sul mercato […] in carcere". In quegli anni si parlava già, assai spesso, di legalizzazione, anche se allora non appariva affatto centrale il voler sconfiggere lo spaccio illegale, ma si voleva solo difendere un principio, oppure una passione personale, come quella dei provos olandesi, che nel 1967 distribuivano ad Amsterdam un volantino di questo tenore: "Noi, Liberi e Illuminati. Noi i Giovani Insofferenti delle Restrizioni, dei Tabù, dei Divieti, Noi Amanti della Pace e dell’Amore […] rendiamo oggi legale per tutto il pianeta la coltivazione e il consumo della Marijuana…". Per restare in Italia, in un suo saggio del 1979 intitolato Droga e legge penale. Miti e realtà di una repressione, Giovanni Maria Flick, poi divenuto ministro di Grazia e Giustizia, scriveva: "Una prima alternativa ed ipotesi di lavoro è rappresentata dalla possibile liberalizzazione totale del fenomeno droga in senso ampio […]. L’ipotesi non è forse così paradossale e aberrante, come potrebbe sembrare a prima vista, per la possibilità di prospettare una serie di argomentazioni non trascurabili a favore di essa. In effetti, ove si abbiano presenti le motivazioni poc’anzi accennate del ricorso alla droga in chiave, in ultima analisi, di ricerca di una propria identità ed autenticità, si affaccia quanto meno il dubbio sull’accettabilità di una repressione delle manifestazioni di tale ricerca […]. Da un lato, il ricorso alla sostanza stupefacente o psicotropa può, di per sè ed in linea di principio, considerarsi una espressione di autodeterminazione (ancorché più o meno cosciente) e quindi in ultima analisi una espressione di libertà morale. La droga è espressione di libertà morale […], una scelta individuale di ricerca del piacere, di rifiuto della sofferenza, di sottrazione alle convenzioni". Ebbene queste idee erano momentaneamente tornate, espresse con più prudenza, all’epoca dei passati governi Prodi e D’Alema, attraverso l’attivismo dei movimenti antiproibizionisti radicali e comunisti. Proprio nell’aprile 1998, sulla rivista Cannabis, che pubblicizza e diffonde l’uso della cannabis: "Depenalizzazione della coltivazione della canapa da fiore e per la cessione di piccole quantità ad uso individuale o comunitario […]. Depenalizzazione di tutti i reati (minori) per lo più connessi all’uso o piccolo spaccio di qualsiasi droga esistente sul mercato […]. Distribuzione/legalizzazione controllata delle varie droghe dette pesanti". Proprio in contemporanea con queste proposte il governo dell’Ulivo auspicava la depenalizzazione del "consumo di gruppo, autoproduzione e cessione gratuita di droghe leggere", mentre il Ministro Flick, rimanendo fedele alla sua storia, proponeva la "non punibilità del consumo domestico di cannabis: la cosiddetta marijuana sul davanzale". Ecco, la paura è legittima: qualcuno è ancora convinto, trent’anni dopo, che la droga sia una “espressione di libertà”?

News su Maria Vika dalla Bielorussia

Qualche aggiornamento su Maria-Vika, l’orfana bielorussa costretta a rimpatriare per motivi e a condizioni ancora ignote alla pubblica opinione italiana. Le notizie sono due: adesso è in affido temporaneo nella stessa famiglia che ha adottato il fratello (che Maria aveva ritrovato grazie ai coniugi di Cogoleto, non certo grazie alla solerzia dei bielorussi). La quale famiglia ha fatto sapere che se non avrà aiuti economici non potrà tenere Maria con sè.

La seconda notizia è che un giornalista del Secolo XIX di Genova le ha telefonato e la bambina ha detto che vorrebbe tornare in Italia. E qui il festival dell’ipocrisia, tutti a protestare per l’intrusione del giornalista nella vita della bambina.

Certo, quando Maria-Vika aveva raccontato di volersi suicidare pur di non tornare nell’orfanatrofio dove aveva subito violenza, ci si era agitati di meno. I discorsi che si sentivano in giro erano: ma si sa che i bambini dell’est negli orfanatrofi spesso sono abusati! Invece adesso, dopo la telefonata, tutti a strapparsi i capelli, a protestare per lo scandalo…oddio la privacy! In un commento surreale sul corriere, Isabella Bossi Fedrigotti invita a far calare il silenzio su Maria, per farla tornare alla vita normale.

La verità è semplice, invece, ed è sotto gli occhi di tutti: nascondendo Maria, contro la legge, i coniugi Giusto l’hanno realmente tutelata, perchè adesso la bambina è sotto i riflettori, e la Bielorussia difficilmente si può permettere di riportarla dove è stata seviziata. Sarà illegale, ma ha funzionato.

Sarà stato sbagliato (?), ma adesso la bambina è curata e seguita come prima non era mai successo, come prima non era stato possibile.

La seconda considerazione è che per Maria la sua famiglia è quella italiana. Lo ha sempre detto, non si capisce perchè avrebbe dovuto cambiare idea.

E la cosa più ridicola è che invece se Madonna si prende i bambini in Malawi senza rispettare le leggi, tutto va bene, perchè è ricca. Sicuramente più dei coniugi Giusto. Pecunia non olet, et piace a tutti.

(tratto da un articolo di Assuntina Morresi nel sito Stranocristiano.it)

Anziani, ex Ospedalino e….angeli custodi

Torno sul tema dell’avviato trasferimento degli anziani ospiti dalla civica casa di riposo di via S. Giovanni Bosco all’ex Ospedalino di Trento (ora ribattezzato “Angeli Custodi”), in seguito alla campagna stampa lanciata in questi giorni a favore della nuova Rsa di via della Collina.

La struttura viene descritta come una sorta di “albergo a cinque stelle”, dotato di tutti i comfort e paragonabile a quelle svizzere e scandinave (i cui Paesi chissà perché sono sempre considerati il modello di riferimento), insomma una soluzione ideale per i fortunati anziani che ne saranno ospiti: alla fine, si dice, una novantina, ma secondo alcuni non arriveranno a 70.

Certo, è vero, per i familiari e i volontari che andranno a trovarli c’è il “disturbo” di dover salire ogni volta da piazza Venezia lungo una strada stretta ed impervia. Ma cos’è mai questo piccolo fastidio rispetto a ciò che gli anziani trovano lassù: reception, zona ludico-riflessiva, palestra, ristorante, fisioterapia, sala conferenze, cappella, stanze a due e 4 letti ciascuna con propri servizi, per non parlare della splendida vista sulla città e il Monte Bondone, e molto altro ancora.

E poi per i trasporti c’è il bus navetta che già percorre via della Collina ogni 20 minuti (domeniche escluse), mentre chi sale in automobile non ha problemi grazie ai 90 parcheggi offerti dalla nuova struttura.

Conclusione: le critiche mosse al trasloco definitivo di gran parte della casa di riposto di via S. Giovanni Bosco a quella di via della Collina dal Comitato Al Centro gli Anziani, che per chiedere al Comune di rivedere questa soluzione aveva raccolto le firme di 11mila cittadini e inscenato anche qualche manifestazione di protesta, sarebbero non solo ingenerose e ingiustificate, ma anche sintomo di un atteggiamento “capriccioso”, tipico dei bambini viziati avvezzi a ingigantire i dettagli sgraditi (la strada) quando bisognerebbe invece rallegrarsi ed essere orgogliosi di “gioielli” architettonici come questo, meritevoli di ricevere l’applauso dei destinatari e dei cittadini tutti (perché, come nota Concetto Vecchio sul Trentino, “in quanti altri posti d’Italia dispongono di tanta abbondanza?”).

Bene, questo è l’idilliaco quadretto dipinto dai giornalisti dopo la loro visita all’ex Ospedalino. Ciò che lascia allibiti e amareggiati è la superficialità delle loro osservazioni e dei loro giudizi. Il fatto di restare abbagliati dalla nuova struttura limitandosi a tesserne le lodi, se da un lato significa sicuramente compiacere i pubblici poteri (ma è questo il compito di un giornalista?), e in particolare l’amministrazione comunale, che hanno voluto la nuova casa di riposo, dall’altro equivale ad ignorare l’unico, vero problema da sempre evidenziato dal Comitato.

E il problema sta in questa semplice domanda: anziani così, già fisicamente staccati e talvolta sradicati per vari motivi dal loro ambiente, quello naturale, domestico e rassicurante della famiglia, della relazione e della condivisione dell’esistenza con i loro cari, sui quali sapevano di poter contare; anziani così, come si suol dire (con una gelida espressione) “istituzionalizzati”, vale a dire inseriti in quello che resta pur sempre un “ricovero” per quanto sfavillante, moderno e attrezzato possa essere; ecco: persone così, di cosa, primariamente ed essenzialmente, hanno bisogno?

Di una sola cosa: di non essere e di non sentirsi sole.

In due modi.

Primo. Percependo che qualcuno, “fuori” da quelle mura, pensa a loro ed è vicino anche fisicamente e lo dimostra andandoli a trovare, facendo loro compagnia. Il più possibile. Anche tutti i giorni. Anche più volte al giorno come da sempre avviene. Questo “qualcuno” sono i figli, i nipoti, le sorelle, i fratelli, gli amici, oppure i volontari che gratuitamente cercano di rispondere alle loro piccole e grandi esigenze di ogni giorno.

Secondo. Mettendo gli anziani ospiti nelle condizioni di muoversi da soli, accompagnati o in carrozzella, per andare loro stessi ad incontrare gli altri, di immergersi nella realtà esterna, uscendo il più spesso possibile dalla struttura protetta per sentirsi vivi, concedersi un giro in città per puro piacere o seguire magari uno dei tanti eventi proposti nelle vie e piazze del centro, stare fra la gente, distrarsi e, perché no?, divertirsi un po’ in mezzo agli altri.

Quel che in ogni caso è irrinunciabile è assicurare questo contatto, questo rapporto con gli altri, dentro e fuori la casa di riposo. Rapporto con gli "altri" e la città che il personale, per quanto competente, specializzato, sensibile, numeroso, non può sostituire.

Contatti e rapporti che sono il filo sottile, delicato, informale, eppure vitale, grazie al quale questi anziani si sentono ancora partecipi del mondo esterno, coinvolti e “presenti” in una realtà umana e sociale diversa dal microcosmo, pur completo di tutto, rappresentato dall’istituto.

Se questa è l’esigenza fondamentale degli ospiti, è chiaro che la struttura dovrebbe essere funzionale ad essa. Anche e soprattutto con la sua collocazione. Ed è altrettanto evidente che l’ex Ospedalino ha forse, anzi, sicuramente tanti pregi, ma non questo. Non quello irrinunciabile di favorire e agevolare il più possibile sia l’uscita degli anziani in città sia le visite dei loro familiari e conoscenti, molti dei quali li vanno abitualmente a trovare anche 3-4 volte al giorno.

E’ oggettivamente innegabile che tutto ciò, con la casa di riposo in via della Collina, avverrà con più difficoltà e minor frequenza di prima.

Questo è il punto.

Non a caso uno dei principali requisiti richiesti oggi alle case di riposo, specie se di nuova realizzazione, è che siano vicine se non interne ai centri urbani, per favorire l’accessibilità alle strutture e dare al tempo stesso agli ospiti l’opportunità di frequentare il tessuto urbano esterno. Ed è appunto questo requisito non secondario, anzi, irrinunciabile per la qualità della vita degli ospiti, che l’ex Ospedalino non offre rispetto alla vecchia “civica” casa di riposo di via S. Giovanni Bosco, dove per quanto manchi la vista panoramica e vi sia la necessità di una ristrutturazione, il contatto diretto, immediato con i parenti, i volontari e la città era pienamente garantito.

Assistiamo così al paradosso di una Trento impegnata, da un lato, ad abbattere ogni possibile barriera architettonica che lungo le strade come negli edifici pubblici e privati discrimina chi ha particolari esigenze di movimento, e pronta dall’altro ad incrementare le distanze e a rendere più difficili i rapporti tra sé e i propri anziani.

Che finiranno magari nel piccolo paradiso a 5 stelle della casa di riposo “Angeli Custodi”, ma ai quali forse mancheranno gli “angeli custodi” in carne ed ossa, quelli veri ed umani di cui più di ogni altra cosa hanno bisogno.

Gian Burrasca

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.