Il gattino non c’è più

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Nel 1960 Enrico Mattei spiegò il rapporto tra l’italia e le potenze vincitrici con il racconto del gattino tra i cani da caccia. Adesso al posto del gattino c’è qualcosa di nuovo, presto sapremo che animale è.

Gli avvenimenti dei giorni che hanno preceduto la formazione del Governo Lega/M5S non possono essere decifrati con i dati del presente ma solo ricorrendo ad una lettura di lungo periodo.

Bisogna partire da lontano, da quella Seconda Guerra Mondiale persa e che è stata poi raccontata come fosse stata vinta, infatti la vittoria delle formazioni partigiane, di cui faceva parte anche Enrico Mattei, non fu vista dalle potenze vincitrici come l’affermazione di un paese cobelligerante ma come quella di fazioni all’interno di una pese perdente rivelatesi utili e da utilizzare ancora per il seguito di quella guerra. E il proseguimento di quella guerra comprendeva l’isolamento della Russia dall’Europa secondo le idee geopolitiche poste all’inizio del ‘900 dal britannico Sir Halford John Mackinder e dal tedesco, poi ideologo del Terzo Reich, Karl Haushofer, che dal versante inglese e quello tedesco individuarono nella saldatura tra le potenze euroasiatiche, e quindi in primo luogo tra la politica tedesca e quella russa,  il nuovo centro del potere della politica mondiale identificato comel’Heartland.

Non solo la Seconda Guerra Mondiale ma anche la Prima Guerra Mondiale e la Guerra Fredda altro non sono state se non lo scontro per impedire la costituzione dell’Heartland che avrebbe di fatto reso marginali e impotenti le potenze marittime rappresentate dagli USA e dalla GB.

Mattei fu ucciso sia perché nei suoi progetti l’Italia si sottraeva al ruolo subordinato di paese sconfitto sia perché con le sue aperture commerciali all’URSS di fatto proponeva il superamento della Cortina di ferro e apriva alla possibilità che si realizzasse proprio l’Heartland. Successivamente fu la volta di Aldo Moro che  non solo riproponeva un ruolo dell’Italia come paese di pari dignità con le nazioni vincitrici ma che con l’idea del Compromesso Storico apriva nuovamente alla possibilità che si superasse la logica della divisione tra Europa e blocco Russo asiatico.

Dopo la caduta dell’URSS il ruolo dell’Italia e la sua importanza per gli interessi USA – GB venne meno, l’ex URSS stava diventando nelle mani de corrotto Boris Eltzin una colonia, a quel punto la saldatura dell’Heartland avrebbe consegnato le chiavi dell’impero alle stesse potenze marittime (talassocratiche) che se ne erano impadronite semplicemente comprandolo. La globalizzazione presentata come un processo spontaneo altro non era che una colonizzazione globale da parte del binomio USA – GB. In quello scenario la Germania avrebbe potuto rapportarsi con la Russia senza costituire alcun pericolo.

Ma arrivò l’mprevisto sotto il nome di Vladimir Putin e gli oligarchi furono messi in riga mentre il partito filo atlantico costretto a cedere l’iniziativa a forze che si potrebbero definire populiste e nazionaliste. A quel punto la Germania aveva nuovamente un interlocutore con cui realizzare una pericolosa fusione dell’Heartland ed ecco quindi che le potenze talassocratiche si trovarono di nuovo a fronteggiare una minaccia e nel bisogno di colpire i due paesi in grado di realizzare l’incubo di una fusione eroasiatica e cioè la Germania e la Russia.

Ecco così spiegato l’inizio della campagna di isolamento della Russia culminata con il colpo di Stato in Ucraina e l’inizio della campagna contro la Germania, in questo caso politica e commerciale, accusata di “flirtare” proprio con la rinata Russia.

In questo mutato quadro il ruolo dell’Italia che aveva perso interesse strategico dagli anni ’90 tornava ad essere importante per il binomio USA – GB, il primo segnale arrivava nel 2014 quando con il libro di Alan Friedman si denunciava il colpo di Stato, permesso e favorito dal Presidente Napolitano (golpe che aveva avuto come mandante proprio la Germania irritata dal nostro rifiuto di pagare per le banche tedesche esposte per via delle loro politiche spregiudicate in Grecia, cosa confermata recentemente in una conferenza dall’allora ministro Tremonti). Delle mutate condizioni ne parlai l’11 febbraio 2014 in “Napolitano: un siluro made in USA?“. L’operazione era chiaramente una dichiarazione che l’Italia era ancora una zona di interesse USA e che quindi per tale motivo le azioni di sottomissione da parte della Germania sarebbero state limitate.

Ecco dunque che il tentativo targato EU a trazione tedesca di imporre all’Italia un governo tecnico senza maggioranza (salvo poi imporla sotto gli attacchi dello spread, vedi articolo di Marcello Foa) e di impedire un’alternativa alle regole vessatorie di un’Europa strumento di un’egemonia germanica, si è andato a scontrare con l’intenzione USA-GB di indebolire la Germania stessa allentando, tra le altre cose, la sua presa sull’Italia. L’attacco a colpi di spread previsto da Foa è stato infatti contrastato da un’inattesa iniziativa partita da Wall Street, come riportato da Claudio Antonelli su La Verità:

Martedì sera, mercoledì e pure ieri. I grandi fondi americani hanno dato il via ad acquisti massicci di titoli di Stato italiani. A far scattare il «buy» sono stati inizialmente gli algoritmi che hanno letto lo sfondamento della soglia al ribasso e hanno azionato le operazioni automatiche.

Bridgewater, Aqr, Glg e Ahl sono in prima fila, ma a ingrossare il gruppo, dopo gli avanposti, di Citi e Jp Morgan, si sono messi nella giornata di ieri Blackrock, Pimco, Prudential e Dodge & Cox.
Tutti fondi pronti a entrare nella fase due degli acquisti: attendere che la volatilità si stabilizzi al ribasso per fare man bassa di titoli a prezzi scontati.
Per chi operino, soprattutto le banche d’ affari come Citi e Jp Morgan, non è dato sapere.
Sono infatti dealer primari che si muovono per conto di terzi.
Certamente interessati al nostro debito deprezzato ci sono i fondi pensione americani, ma anche quelli inglesi. Il primo effetto dell’ ingresso massiccio americano è stato quello di bilanciare i rendimenti e di mitigare al ribasso l’ andamento dello spread sul bund tedesco.

Ben 4 miliardi di Bot su un paniere di poco superiore ai 5 scriveva ieri Il Messaggero sarebbe finito a Citi e Jp Morgan. Ma a indicare che oltre al fattore prezzo c’ è anche un segnale politico è il prosieguo del trend e ancor più l’ intenzione di entrare con posizioni lunghe e di medio termine.

A confermare le intenzioni di oltreoceano è giunto a Roma anche Steve Bannon facendo arrivare anche alle orecchie più dure che alla Casa Bianca si vuole il governo Lega-M5S, come riferisce Il Giornale:

L’ex membro del Consiglio per la sicurezza nazionale di Trump in una recente visita a Roma, il 28 maggio, si era espresso a favore del patto giallo-verde, usando parole durissime contro il Capo dello Stato Sergio Mattarella, che in quelle ore poneva il veto sull’ingresso al governo di Paolo Savona per la guida del ministero dell’Economia.

Tra Lega e Bannon c’è un rapporto consolidato, che ora punta a rafforzarsi con l’ingresso dei Cinque stelle. E pare che già prima delle elezioni lo stratega americano abbia messo in campo la propria diplomazia per gettare le basi di un accordo tra M5S e Carroccio.

A questo punto lo svolgersi dei fatti appare chiaro, dopo l’intervento di Wall Street l’attacco sullo spread è apparso non più praticabile e i “mercati” avrebbero dunque detto di preferire un governo politico a quello tecnico, come abilmente dirà anche Cottarelli. Al Presidente Mattarella non è restato quindi che tornare sui propria passi e riaprire al Governo Lega_M5S salvando la faccia con lo spostamento di Savona al ministero delle politiche UE.

Ma l’appoggio USA non è gratis, il segno dello scotto da pagare è in un “dettaglio” largamente passato sotto silenzio e cioè nella rimozione dalla lista dei ministri di Luca Giansanti che era a favore di un’apertura con la Russia in favore di una sostituzione con il filo atlantico Enzo Moavero Milanesi, la manovra era stata segnalata da un attento Sebastiano Caputo sul Giornale il 28 maggio scorso:

Così mentre tutti i mezzi di informazione hanno posto l’attenzione sul veto del Quirinale a Paolo Savona all’Economia (che poi si è preso gli Affari Ue) si è perso di vista chi doveva essere il ministero degli Esteri, che non a caso è stato l’unico a saltare nelle nuove trattative: Luca Giansanti, ex ambasciatore italiano a Teheran, uomo di grande cultura, e intenzionato a ricostruire il dialogo con Russia e Iran nelle grandi questioni internazionali.

Alla luce di questi fatti l’Italia sembra essere scampata alle politiche di colonizzazione interna volute dalla Germania ma solo in virtù di una funzione anti tedesca e anti russa voluta e sostenuta da USA e GB. L’imposizione di Moavero Milanesi marca la libertà limitata di cui possiamo disporre ma il momento di contrasto tra i grandi soggetti del confronto globale può essere sfruttato a vantaggio nostro se intelligentemente gestito. Mai come in questo momento la consapevolezza dei cittadini riguardo le dinamiche sopra esposte può essere alta, i mezzi della libera informazione hanno permesso la costruzione di un consenso prima non immaginabile, per una sorta di eterogenesi dei fini gli strumenti pensati per attuare le finte rivoluzioni colorate adesso hanno permesso la “rivoluzione italiana.

Mentre i cani da caccia si stanno aggredendo tra loro il “gattino” di Mattei sembra non esserci più, tutto lascia pensare che stia diventando qualcos’altro. Se sarà ancora una specie di gatto, ‘felis domesticus’, o se invece stia aprendo una nuova fase diventando un ‘felis leo’ ce lo dirà il futuro.

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