“Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore”

Joakim Skovgaard, Cristo nel regno dei morti, 1891-1894, Copenaghen, Statens Museum for Kunst (Galleria Nazionale di Danimarca). Fonte Wikipedìa. Licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo

«Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi»
(dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 14,7-9).

L’Apostolo afferma che l’esistenza umana non appartiene al singolo («nessuno vive o muore per sé stesso»), ma è definita da una relazione radicale e inscindibile con Dio. E ricordando che ognuno risponde solo a Dio. Paolo invita poi a non giudicare il fratello, poiché ogni uomo vive sotto lo stesso sguardo e la stessa sovranità misericordiosa.

«Cristo nel regno dei morti» (Christus i Dødsriget) è un maestoso dipinto a olio realizzato dal pittore danese Joakim Skovgaard tra il 1891 e il 1894, oggi custodito al «Statens Museum for Kunst» di Copenaghen.

Sulla destra, Gesù si staglia come una colonna di pura luce con una veste bianca mossa dal vento. Le sue braccia spalancate richiamano sia il momento della crocifissione sia un gesto di accoglienza regale, mentre sotto i suoi piedi nudi si consuma la sconfitta delle forze sotterranee: il Cristo, infatti, calpesta un teschio e un groviglio di serpenti, simbolo delle catene invisibili che legano ogni persona, del caos primitivo e della fine biologica del tutto dominata. Sulla sinistra, in netto contrasto, una densa moltitudine di uomini dai volti pallidi e scavati dal dolore emerge con fatica da un abisso buio e cavernoso.

Nel cuore della scena si trovano le figure chiave dei progenitori. Eva, inginocchiata e coperta solo dai suoi lunghissimi capelli biondi, solleva le braccia in un gesto di totale abbandono e supplica, fungendo da ponte visivo ed emotivo tra l’umanità sofferente e la divinità. Accanto a lei si trova Adamo, l’uomo nudo e barbuto che, inginocchiato con le mani giunte e lo sguardo fisso su Gesù, guida l’umanità dalle tenebre alla luce

Nella poesia «Una sibila» tratta dalla raccolta «Il vuoto e le forme» (1977), Margherita Guidacci esprime in modo profondo la realtà dell’appartenenza universale a Dio (sia dei vivi che dei morti), in cui ogni cammino umano confluisce e si risolve:

don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S

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Author: Libertà e Persona

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