Joakim Skovgaard, Cristo nel regno dei morti, 1891-1894, Copenaghen, Statens Museum for Kunst (Galleria Nazionale di Danimarca). Fonte Wikipedìa. Licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo
Antifona
Dona pace, o Signore, a quanti in te confidano;
i tuoi profeti siano trovati degni di fede.
Ascolta la preghiera dei tuoi servi e del tuo popolo, Israele. (Cf. Sir 36,18)
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – 06 Settembre 2026
Colore Liturgico Verde
Commento artistico-spirituale alla Seconda Lettura di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg
Liturgia della Parola in LIS, sottotitolazione e audio a cura della Conferenza Episcopale Italiana (CEI)
«Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 14,7-9).
L’Apostolo afferma che l’esistenza umana non appartiene al singolo («nessuno vive o muore per sé stesso»), ma è definita da una relazione radicale e inscindibile con Dio. E ricordando che ognuno risponde solo a Dio. Paolo invita poi a non giudicare il fratello, poiché ogni uomo vive sotto lo stesso sguardo e la stessa sovranità misericordiosa.
«Cristo nel regno dei morti»
«Cristo nel regno dei morti» (Christus i Dødsriget) è un maestoso dipinto a olio realizzato dal pittore danese Joakim Skovgaard tra il 1891 e il 1894, oggi custodito al «Statens Museum for Kunst» di Copenaghen.
Sulla destra, Gesù si staglia come una colonna di pura luce con una veste bianca mossa dal vento. Le sue braccia spalancate richiamano sia il momento della crocifissione sia un gesto di accoglienza regale, mentre sotto i suoi piedi nudi si consuma la sconfitta delle forze sotterranee: il Cristo, infatti, calpesta un teschio e un groviglio di serpenti, simbolo delle catene invisibili che legano ogni persona, del caos primitivo e della fine biologica del tutto dominata. Sulla sinistra, in netto contrasto, una densa moltitudine di uomini dai volti pallidi e scavati dal dolore emerge con fatica da un abisso buio e cavernoso.
Nel cuore della scena si trovano le figure chiave dei progenitori. Eva, inginocchiata e coperta solo dai suoi lunghissimi capelli biondi, solleva le braccia in un gesto di totale abbandono e supplica, fungendo da ponte visivo ed emotivo tra l’umanità sofferente e la divinità. Accanto a lei si trova Adamo, l’uomo nudo e barbuto che, inginocchiato con le mani giunte e lo sguardo fisso su Gesù, guida l’umanità dalle tenebre alla luce
« in una sola vita si annoda e si dipana»
Nella poesia «Una sibila» tratta dalla raccolta «Il vuoto e le forme» (1977), Margherita Guidacci esprime in modo profondo la realtà dell’appartenenza universale a Dio (sia dei vivi che dei morti), in cui ogni cammino umano confluisce e si risolve:
«Non per sé le radici affondano, / né per sé i rami s’innalzano. / Tutto in una sola vita si annoda e si dipana. / Sia che camminiamo nel sole, / sia che scendiamo nell’ombra, / non a noi apparteniamo, ma a Colui / che ha segnato i confini del viaggio. / elle sue mani la fine si fa inizio, / e i vivi e i morti hanno la stessa dimora».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S