La riforma liturgica approvata da san Paolo VI nel 1963 e curata dall’allora Monsignor Annibale Bugnini ha apportato notevoli cambiamenti, come la semplificazione delle rubriche, i gesti, i movimenti del celebrante e dell’assemblea. Si è passati dalla liturgia dell’uniformità, alla liturgia della sensibilità adattandosi alla cultura, segno di una Chiesa comunionale. La riforma liturgica nasce quindi dalla volontà di coinvolgere maggiormente il credente e allo stesso modo di fare appello alla struttura psicologica dell’uomo moderno, che non comprendeva più il senso della celebrazione antica , in modo particolare nei pontificali celebrati dal Romano Pontefice e dai vescovi che risultavano molto prolungati .
Che cosa è mutato sostanzialmente?
La liturgia è questione di gusto e bellezza? Si deve prediligere un modello teologico orizzontale a diniego di quello verticale? La riforma liturgica derivata dagli aggiornamenti proposti dal Concilio Ecumenico Vaticano II ha per obiettivo la maggior comprensione della relazione tra Cristo e le creature da Lui redente che accade nella celebrazione eucaristica. San Leone Magno afferma:
<<Ciò che era visibile in Cristo è passato nei sacramenti della Chiesa>>
Si comprende che la liturgia è atto di Cristo e della Chiesa, che trae origine dall’incarnazione del Logos. A livello estetico i gesti compiuti assumono significato se riconosciuti come i gesti compiuti da Cristo e non come forme consumistiche, che mutano in relazione ai momenti storici. La riforma liturgica pur semplificando notevolmente il rito, non tende e soprattutto non ammette l’invenzione dell’essenza liturgica. L’estetica liturgica ricorda che ogni gesto è bello, perché è stato compiuto da Cristo. Cristo ci ricordano i Vangeli della Passione è il nostro educatore liturgico. Si denota infatti citando l’evangelista Luca(22, 19 – 20):
Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».
Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi.
Il senso del bello liturgico deriva quindi dal mistero pasquale che dà senso anche agli aspetti esteriori come i paramenti, il canto, l’incenso, gli affreschi e molto altro. Solo in quest’ottica pasquale, si sarà celebrato in memoria di Lui. Sempre a livello estetico, il Novus Ordo Missae ricorda che ogni gesto deve avvenire per ritus et preces, ossia riti e preghiere illuminate dalla Parola. La Sacrosanctum Concilium al capitolo II, 48 afferma:
Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».
La liturgia se viene celebrata in modo ordinato diventa lo spazio e il tempo in cui Cristo si esprime per narrare se stesso donandosi per i molti all’atto dell’epiclesi, in quanto il pane e il vino da elementi terreni per transustanziazione divengono elementi soprannaturali.
Sacrosanctum Concilium capitolo VI
Dal punto di vista estetico liturgico la Sacrosanctum Concilium al capitolo VI ricorda che il canto sacro unito alle parole è parte integrante della liturgia. Il canto sacro è stato lodato già dai Padri della Chiesa, la musica sacra deve essere santa, dacché offre alla preghiera un’espressione soave, conducendo i fedeli alla santificazione.
Al numero 113 afferma:
L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando i divini uffici sono celebrati solennemente con il canto, con i sacri ministri e la partecipazione attiva del popolo. Quanto all’uso della lingua, si osservi l’art. 36; per la messa l’art. 54; per i sacramenti l’art. 63; per l’ufficio divino l’art. 101.
Al numero 116 afferma:
La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30.
Dal punto di vista estetico liturgico il canto gregoriano ha anzitutto una funzione esegetica: la melodia non adorna la parola, ma ne effettua un ermeneutica, affinché sia fissa nella mente del fedele. Ha poi una funzione ecclesiologica perché l’armonia e la polifonia simboleggiano l’unità della Chiesa. Le molte voci che si fondono sono lo specchio di un sol cuore e di un’anima sola che si distacca dal mondo. Le pause e le respirazioni, non sono solo fisiologiche, ma spazi liturgici in cui la Parola cantata risuona nell’interiorità dei fedeli.
Estetica liturgica e lingua latina
Il Concilio Ecumenico Vaticano II non ha mai abrogato il latino, che rimane la lingua ufficiale della Chiesa. La costituzione apostolica Veterum Sapientia di Giovanni XXIII ha ribadito di formare i seminaristi anche nello studio del latino. Lo stesso Codice di Diritto Canonico al canone 249 chiosa:
«Nella Ratio di formazione sacerdotale si stabilisca che gli alunni conoscano accuratamente non solo la lingua del proprio paese, ma abbiano anche una buona conoscenza della lingua latina e inoltre un’adeguata conoscenza delle lingue straniere, nella misura in cui essa risulti necessaria o utile alla loro formazione o all’esercizio del ministero pastorale»
Si richiede così ai futuri sacerdoti di dominare la lingua latina. Sorge l’istanza: perché il latino è stato sostituito dalla lingua vernacola? La motivazione consta nel consentire ai fedeli di non essere “semplici spettatori” della celebrazione dei Divini Misteri, ma di comprenderla. La Sacrosanctum Concilium ha ribadito l’utilizzo del latino nella liturgia, ma anche la lingua vernacola, in particolare per le letture bibliche .