L’aborto con l’RU486 può essere invertito. 300 sono i bambini finora salvati dopo che l’aborto era già iniziato. Ma in Italia tutto tace

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Dal 1988, anno in cui la pillola RU486 per l’aborto farmacologico è comparsa per la prima volta in Francia, essa si è progressivamente diffusa in tutti gli Stati del mondo. Nel 1991 è stata adottata dalla Gran Bretagna, nel 1992 dalla Svezia e poi a seguire dagli altri Stati europei. In Italia è arrivata nel 2005, negli Stati Uniti nel 2000. Col passare degli anni, sono state quindi sempre di più le donne che hanno scelto di abortire con il metodo chimico che, ricordiamo, consiste nell’assunzione di due farmaci in due momenti diversi e si completa di solito (ma non sempre) nell’arco di tre giorni.

La prima pillola che la donna deve assumere è il Mifepristone, uno steroide sintetico che agisce bloccando i ricettori del progesterone, un ormone chiave della gravidanza che permette al bambino in grembo di nutrirsi e svilupparsi. Venendo a mancare il Progesterone, il figlio in grembo lentamente muore per mancanza di nutrimento. L’aborto vero e proprio inizia due giorni dopo con la somministrazione del secondo farmaco, il Misoprostol, una prostaglandina che, rilassando il collo dell’utero e inducendo le contrazioni, provoca l’espulsione del bambino morto.

Si è sempre sentito dire e creduto che le donne non avrebbero potuto fare dietrofront dopo l’assunzione della prima pillola, scegliendo di continuare la gravidanza evitando di assumere la prostaglandina, perché l’interferenza del Mifepristone con lo sviluppo dell’embrione avrebbe certamente portato alla nascita di un bambino con gravi malformazioni. Almeno questo è ciò che si è sempre pensato finché i dottori George Delgado e Matthew Harrison non hanno messo a punto con successo il trattamento di “inversione della pillola abortiva” (“Abortion Pill Reversal”). Se il primo farmaco elimina l’azione benefica del progesterone, hanno pensato i due medici, una somministrazione alla donna di questo ormone potrebbe contrastarne l’effetto, permettendo così all’embrione di continuare a ricevere il nutrimento di cui ha bisogno per vivere e svilupparsi. L’intuizione era esatta.

Una percentuale di successo del 60-70%

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Da allora sono passati dieci anni durante i quali, grazie al trattamento di “inversione della pillola abortiva” mediante la somministrazione alla donna di dosi elevate di progesterone subito dopo l’assunzione del primo farmaco (ma non dopo il secondo) nell’ambito del processo di aborto chimico, i medici Delgado e Harrison sono riusciti a salvare la vita di 300 bambini, per la felicità di altrettante madri che hanno cambiato idea ad aborto già iniziato avendo così l’opportunità di portare a termine la gravidanza dando alla luce dei bambini perfettamente sani, nonostante l’effetto nocivo del primo farmaco.

Indagini scientifiche sul trattamento di “inversione” sono tuttora in corso, ma ciò che finora è emerso è che esso è efficace e sicuro sia per la madre che per il bambino. Il Dott. Delgado ha recentemente dichiarato alla NBC che al momento sta lavorando a un nuovo documento di ricerca che spera venga presto pubblicato, specificato che il trattamento ha un tasso di sopravvivenza per i bambini non nati del 60-70 per cento[1].

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L’“Abortion Pill Reversal” di San Diego (California) si avvale di un sito internet (https://abortionpillreversal.com/) in cui è possibile trovare tutte le informazioni, e di un numero verde di emergenza (1-877-558-0333) attivo tutti i giorni 24 ore al giorno a cui le donne si possono rivolgere prima che per il loro bambino sia troppo tardi. “Oggi riceviamo dalle 100 alle 150 chiamate al mese“, ha detto Delgado. L’Abortion Pill Reversal vanta attualmente una rete di oltre 350 medici negli USA e nel mondo che sono stati formati per la somministrazione del trattamento alle donne.

Gli abortisti non ci stanno

Il trattamento di “inversione della pillola abortiva” ha da subito ricevuto l’ostilità profonda di fornitori dell’aborto come Planned Parenthood, ma anche di membri del parlamento, organizzazioni e media americani pro-aborto, che hanno bollato il trattamento con l’appellativo di “scienza spazzatura”. L’opposizione all’Abortion Pill Reversal si è fatta sentire in molti Stati, tra i quali l’Arizona, che vorrebbe che i fornitori dell’aborto informino le pazienti che scelgono di abortire con l’Ru486 della possibilità di salvare il proprio bambino anche dopo aver assunto il primo dei due farmaci. Invece – si legge su lifenews.com[2] -, un movimento guidato da Planned Parenthood e dall’American Civil Liberties Union (ACLU) che si vantano di essere “pro-choice” vuole sottrarre di fatto alla donna la libertà di scelta, impedendole di essere informata della possibilità potenziale di salvare il proprio bambino anche ad aborto già iniziato. Insomma, per gli abortisti che un giorno sì e l’altro pure si riempiono la bocca di slogan a favore dell’autodeterminazione della donna, l’autodeterminazione è sì un principio, ma a senso unico: vale solo se la donna sceglie di abortire e non se liberamente e consapevolmente decide di fare dietrofront per salvare la vita al figlio in grembo. Le donne non devono essere informate che esiste il trattamento di inversione della pillola abortiva, o se ne vengono a conoscenza devono sapere che esso è soltanto “scienza spazzatura”, cioè non rigoroso, dubbio, approssimativo, inaffidabile, non sicuro, pericoloso, anche se la realtà mostra che già 300 madri hanno dato alla luce altrettanti bambini sani grazie a esso.

Nel frattempo – continua lifenews.com – i giornali mainstream, tra cui il Washington Post e il Los Angeles Times, hanno riportato a pappagallo la nomea di “scienza spazzatura” affibbiata al trattamento di inversione, anche se, occorre dirlo, il New York Times ha avuto un approccio molto più equilibrato, con un approfondimento della procedura a luglio di quest’anno.

4-senator-jerry_hillTra gli Stati americani che più di tutti stanno avversando il trattamento di inversione, vi è la California, dove Jerry Hill, senatore del 13mo distretto (D-San Mateo), sta facendo tutto il possibile per bloccarlo e boicottarlo. Nel 2016, in un’intervista al sito web radicalmente pro-aborto Rewire.com, Hill ha detto chiaramente che il suo obiettivo era quello di mettere fuori legge la pratica di Abortion Pill Reversal perché essa si basa unicamente su “principi scientifici generalmente accettati”. Sempre nel 2016 il senatore Hill aveva sollecitato delle verifiche dei requisiti nei confronti di alcune organizzazioni pro-life tra le quali Heartbeat International. Heartbeat International è una rete no-profit di 2.200 organizzazioni pro-life che offrono sostegno alla gravidanza in tutto il mondo e forniscono assistenza telefonica 24 ore al giorno. Heartbeat è anche un fornitore CEU, riconosciuto dalla California nel 2012, cioè ufficialmente accreditato a effettuare la formazione continua agli infermieri. Per contrastare l’azione pro-life di questa e altre organizzazioni, Hill non si è limitato a sollecitare verifiche nei loro confronti: a febbraio 2016 ha anche introdotto un vero e proprio disegno di legge per rendere più difficoltosa la formazione a sostegno della gravidanza, aumentando i requisiti necessari per essere abilitati alla formazione CEU. Recentemente Heartbeat si è attirata un sovrappiù di ostilità da parte del senatore Hill, quando il 28 luglio 2017 ha ottenuto l’autorizzazione, dal California’s Board of Registered Nursing (il Consiglio degli infermieri della California), a includere nella formazione infermieristica CEU anche i corsi di formazione sull’inversione della pillola abortiva. La reazione di Hill non si è fatta attendere: ha immediatamente sollecitato il Consiglio degli infermieri affinché rivedesse il suo benestare all’organizzazione pro-life, e questo – accogliendo la richiesta del senatore – ha revocato la sua autorizzazione un mese dopo averla concessa, chiedendo a Heartbeat di “cessare e desistere” dal continuare a tenere i corsi formativi CEU sull’inversione della pillola abortiva.

Uno sforzo coordinato contro la vita, le donne e i bambini per denaro e ideologia

Jor-El Godsey, presidente di Heartbeat International, ha rilasciato dichiarazioni amare dopo l’improvviso cambio di rotta del Consiglio, evidenziando l’incoerenza della lobby dell’aborto a proposito della libertà di scelta della donna. “Questo è un vero e proprio assalto politico a una procedura che è la quintessenza della libertà di scelta – ha affermato -. Opporsi alla pratica di Abortion Pill Reversal non significa solo negare la scienza e la realtà che oggi ci sono bambini che vivono grazie a essa, ma anche impedire di fatto a una donna di sapere che ha potenzialmente la possibilità di fermare l’aborto chimico dopo che è iniziato. Questa è la lobby dell’aborto che sottrae alle donne la possibilità di scegliere”.

Non riesco a concepire come il Consiglio degli Infermieri possa fare dei giochetti politici con la vita delle donne e dei bambini – ha aggiunto Godsey –. Se ci fosse stato il minimo accenno di non conformità da parte nostra, sarebbe sicuramente emerso durante il controllo precedente durato 17 mesi. Cosa potrà mai essere cambiato nell’ultimo mese? Nel frattempo, gli infermieri della California e della nazione potrebbero incontrare pazienti che vogliono fare dietrofront sulla decisione di abortire prima che sia troppo tardi, e queste nuove disposizioni impediscono agli infermieri di essere formati per esaudire le richieste di queste pazienti[3].

Il cambio di rotta del Consiglio degli Infermieri si inserisce in uno scenario più ampio che mira a colpire l’opposizione politica all’aborto dello Stato della California, che propone un’alternativa all’aborto o che minaccia il mercato mortifero dell’industria dell’aborto. Oltre a perseguire le accuse contro David Daleiden e Sandra Merritt che con la loro indagine sotto copertura durata tre anni hanno smascherato la complicità di Planned Parenthood e altri nel traffico di organi e parti del corpo dei bambini abortiti, lo Stato della California ha lanciato un assalto anche contro i centri e le cliniche mediche pro-life per la gravidanza, con una legge del 2015 che – scrive Lifenews – potrebbe essere esaminata dalla Corte Suprema già questo mese.

E non solo, all’inizio del mese un giudice federale aveva respinto la causa intentata da diverse Chiese della California che avevano impugnato il provvedimento del Dipartimento di Stato della Salute che obbliga tutte le compagnie assicurative a coprire il costo degli aborti delle loro dipendenti. “Arrivati a questo punto – conclude Godsey -, è difficile non dire che siamo sorpresi da tutti gli sforzi che vengono fatti per aiutare l’industria dell’aborto in difficoltà. Ma questi sforzi rubano il diritto di scelta a una madre proprio da sotto il naso. E per motivi politici si impedisce agli infermieri, che scelgono questa professione proprio per aiutare e servire gli altri, di svolgere il loro lavoro compassionevole, la missione ricevuta da Dio”.

Ma perché, si chiede Dave Andrusko – direttore delle news del National Right to Life – una delle più grandi organizzazioni pro-life degli Stati Uniti – “gli attivisti pro-aborto vanno completamente fuori di testa quando apprendono che l’aborto chimico può essere interrotto? Perché, secondo loro, l’inversione dell’aborto deve essere non solo inefficace ma anche pericolosa?”. La prima risposta ovvia, scrive Andrusko, è che lo fanno per denaro: “L’ultimo rapporto del Guttmacher Institute riporta che nel 2014 quasi un terzo degli aborti (circa il 29,4% del totale) è stato eseguito con il metodo chimico. Questo corrisponde a un aumento di quasi il 14% in tre anni e, senza dubbio, ora la percentuale è ancora più elevata”. Quindi, per un fornitore dell’aborto “come Planned Parenthood ciò rappresenta una grossa somma di denaro”.

La seconda risposta ovvia che genera questo atteggiamento ostativo, continua Andrusko, è “l’ideologia abortista secondo la quale ogni ostacolo che si frappone all’aborto deve essere considerato ‘scienza spazzatura’, perché altrimenti le donne (e le giovani) potrebbero mettere in discussione la bontà dell’aborto per i loro bambini e per se stesse”. Per gli attivisti pro-aborto ogni cosa che mette l’aborto in cattiva luce deve essere considerata un “mito”: “È un ‘mito’ il dolore dei bambini lacerati dall’aborto alla ventesima settimana di sviluppo nel grembo materno. È un ‘mito’ il fatto che l’utilizzo di strumenti affilati nell’area degli organi riproduttivi durante l’aborto è associato a un aumento di future nascite precoci e molto precoci. È un ‘mito’ il fatto che esista una chiara associazione tra aborto volontario e aumento del rischio di cancro al seno, anche se vi sono basi biologiche evidenti di questa conclusione. E così via”.

Gli abortisti – conclude Andrusko – “devono negare qualsiasi effetto negativo sconvolgente (fisico, psicologico o emotivo) dell’aborto. Ammettere anche uno solo di essi significherebbe che l’uccisione del bambino non nato non è quella ‘soluzione’ esente da ogni conseguenza che l’industria dell’aborto propaganda[4].

Alcune testimonianze

Rebecca

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Rebecca ha fatto ricorso all’aborto chimico nel 2014, mentre stava studiando per diventare infermiera, ma dopo aver preso la prima pillola, il mifepristone, si è subito pentita e, cercando aiuto su Google, ha trovato il sito dell’“Abortion Pill Reversal” che l’ha messa immediatamente in contatto con un medico locale a loro affiliato. Il figlio di Rebecca, Elijah, è nato a dicembre 2014. “Può sembrare un banale cliché il fatto che il mio bambino, Elijah, sia la cosa più bella che mi sia mai capitata, ma così è”, afferma Rebecca che nel frattempo ha completato gli studi e ora lavora come infermiera, “lui è un vero dono di Dio e mi dà molto più amore di quanto io mi meriti[5].

 

Rebekah Buell

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Alcuni anni fa, Rebekah Buell era una giovane madre che stava attraversando un matrimonio difficile a causa di abusi fisici e verbali quando, proprio in concomitanza con l’avvio della causa di divorzio, scopre di essere nuovamente incinta. Buell non ci pensa troppo e decide di abortire, ma anche lei, dopo l’assunzione della prima pillola si pente immediatamente di quello che ha fatto e si mette a cercare online se esista un modo per salvare la vita al figlio. Rebekah trova il sito web dell’Abortion Pill Reversal e prende subito contatti con un medico per iniziare il trattamento di inversione. La giovane ha dato alla luce un bambino perfettamente sano, Zechariah, più di due anni fa. “Avere un bambino non rovinerà la tua vita, ma la cambierà soltanto – afferma Rebekah –, ho incontrato tantissime donne che si sono pentite di aver abortito, ma non ne ho mai incontrata una che si sia pentita di aver avuto il figlio. L’aborto è permanente. È per sempre[6]. Oggi Rebekah è portavoce nazionale dell’Abortion Pill Reversal.

 

Amy Mendoza

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Amy Mendoza non se la sentiva di avere un altro figlio quando è entrata in una clinica di Planned Parenthood del Colorado per abortire. Il momento non era giusto – ha raccontato -: aveva fatto un’ottima carriera, aveva già tre figli e non vedeva l’ora di andare in vacanza, quando ha scoperto di essere incinta di 9 settimane. Mendoza spiega di aver immediatamente rimpianto ciò che aveva fatto dopo aver ingerito il primo farmaco della procedura di aborto chimico. Poi, fortunatamente, si è ricordata di aver letto qualcosa su Facebook a proposito del trattamento di Abortion Pill Reversal, ma alla Planned Parenthood le hanno risposto che avrebbe dovuto prendere anche il secondo farmaco perché l’aborto non poteva essere invertito.

Mendoza decide di provarci comunque e, dopo aver trovato e contattato il “Bella Natural Women’s Care”, un centro medico che offre il trattamento di inversione e altre risorse per mamme e donne incinte, riesce a salvare il suo bambino, Cruz. “Ogni volta che lo guardo, sono così grata[7], afferma Mendoza per nulla pentita di aver cambiato idea sulla sua decisione di abortire.

 

Karen Raya

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Come tante giovani donne che stanno attraversando un periodo difficile, anche Karen Raya, 19 anni, si è sentita sola e spaventata quando ha scoperto di essere incinta del suo secondo figlio. La giovane californiana ha raccontato alla NBC 7 di San Diego che stava litigando con il padre del bambino, frequentando la scuola, lavorando e cercando di crescere il suo primo figlio, quando ha scoperto di essere in attesa del secondo.

Non sapendo come fare per affrontare questa situazione con un altro bambino in arrivo, a marzo di quest’anno ha deciso di abortire, ma anche lei si è rammarica immediatamente dopo aver ingerito il primo farmaco. Raya racconta quindi di aver trovato qualcosa che avrebbe potuto salvare il figlio non nato: il numero verde d’emergenza dell’Abortion Pill Reversal. La giovane si è sottoposta al trattamento di inversione e, mentre sta rilasciando l’intervista alla NBC 7, si trova al suo secondo trimestre di gravidanza. Raya dice che la bimba che porta in grembo sembra essere sana e che “ascoltare il primo battito cardiaco mi ha dato un senso di speranza, che questo programma mi sarà d’aiuto, facendomi entrare tra le statistiche di coloro che hanno potuto crescere il proprio figlio[8].

QUI L’INTERVISTA ALLA NBC 7

 

In Italia tutto tace

Mentre al di là dell’Atlantico medici e infermieri si mobilitano per formarsi e assistere le madri che, cambiando idea ad aborto chimico già iniziato, decidono di salvare il proprio figlio sottoponendosi al trattamento di inversione della pillola abortiva, e Organizzazioni pro-life dei vari Stati fanno rete per promuovere il trattamento di inversione, informare le donne e metterle in contatto con chi concretamente può aiutarle, in Italia tutto tace. Eppure anche nel nostro Paese vi sono madri che in maniera crescente nel corso degli anni stanno scegliendo di abortire con il metodo chimico, come si legge nell’ultima relazione del Ministero della Salute sulla attuazione della legge 194 (7 dicembre 2016, dati definitivi 2014 e 2015): “Il confronto nel tempo evidenzia un incremento continuo dell’uso del Mifepristone e prostaglandine e l’utilizzo ormai in tutte le regioni”.

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Dalla tabella contenuta nella relazione, si evince un aumento costante del ricorso all’aborto chimico che nel 2015 è stato scelto da 11.134 donne, corrispondente al 15% del totale degli aborti. Anche se, osserva il Ministero, la percentuale dell’aborto medico varia molto per regione: “valori percentuali più elevati si osservano in particolare in Liguria (40.3% di tutte le IVG nel 2015), Piemonte (32.5%), Emilia Romagna (25.8%) e Toscana (20.1%)”.

Quello che a questo punto ci chiediamo è: se anche una sola delle 11.134 donne che nel 2015 hanno abortito con il metodo chimico avesse cambiato idea dopo l’assunzione del Mifepristone, come avrebbe potuto fare per salvare la vita al figlio? La risposta è semplice: non avrebbe potuto farlo perché non vi sono medici in Italia in grado di somministrare il trattamento di inversione. La donna in questione sarebbe quindi stata costretta ad assumere anche la prostaglandina, pena il rischio di dare alla luce un bambino malformato per le ragioni che abbiamo già indicato.

10-sara-littlefieldChe in Italia non vi siano medici che somministrino il trattamento di inversione ce lo ha confermato l’“Abortion Pill Reversal” di San Diego, che abbiamo provveduto a contattare. Il loro Direttore Esecutivo, Sara Littlefield, ci ha detto che “nel 2013 abbiamo aiutato una donna italiana con il trattamento di inversione”, (quindi sappiamo che almeno una donna che ha cambiato idea vi è stata), ma – ha specificato Littlefield – “non abbiamo ancora in Italia alcun medico affiliato”. Littlefield ha poi aggiunto che per il momento sono in grado di aiutare le donne con il trattamento di inversione nei seguenti Stati: Australia, Canada, Irlanda, Messico, Olanda, Nuova Zelanda, Nigeria, Slovacchia, Sud Africa, Spagna e Ucraina.

Questo ci informa che ci sono ben tre Stati dell’Unione Europea (Irlanda, Olanda, Spagna) più uno dell’Europa orientale (Ucraina) in grado di provvedere al trattamento di inversione della pillola abortiva, ma appunto il nostro Paese non c’è. Eppure, sempre dall’ultima relazione del Ministero della Salute, apprendiamo che in Italia, nel 2014, il numero dei medici obiettori è arrivato al 70,7%. E allora ci chiediamo: possibile che nel grande ammontare dei medici obiettori non se ne trovi almeno uno che voglia assumersi l’onere di portare in Italia il trattamento di inversione della pillola abortiva? Possibile che non si trovi almeno un medico che, oltre a non voler aver niente a che fare (giustamente) con una pratica dalla natura occisiva, non voglia anche impegnarsi attivamente in una pratica che (seppure nell’ambito dell’aborto) aiuti a ripristinare e salvare la vita?

Anche le donne italiane devono poter avvalersi della pratica di inversione della pillola abortiva qualora decidessero di fare dietrofront subito dopo l’inizio dell’aborto chimico, occorrono medici di buona volontà che si facciano avanti prendendosi questa responsabilità.

 

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[1] Micaiah Bilger, “Halfway through the abortion, she changed her mind. Incredibly her baby survived”, www.lifenews.com, 21 agosto 2017.

[2] Jay Hobbs, “300 babies have been saved from abortion after the abortion already started. Here’s how”, www.lifenews.com, 11 agosto 2017.

[3] Jay Hobbs, “California Nursing Board demands Pregnancy Centers stop training nurses how to reverse the abortion pill”, www.lifenews.com, 11 settembre 2017.

[4] Dave Andrusko, “Abortion advocates come unhinged when they learn abortions can be reversed”, www.lifenews.com, 18 agosto 2017.

[5] Jay Hobbs, art. cit.

[6] Rachel Leigh, “She took the abortion pill but regretted it immediately. Amazingly her son was saved before he died”, www.lifenews.com, 2 maggio 2016.

[7] Micaiah Bilger, “In the middle of the abortion killing her baby she changed her mind, miraculously her son survived”, www.lifenews.com, 11 ottobre 2017.

[8] Micaiah Bilger, art. cit.

 

 

 

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