La scomparsa dei peccati

C’è un giornalista, uno scrittore, che si chiama Luigi Sandri. I suoi interventi dalle pagine del “ Trentino” sono spesso riferiti a questioni ecclesiastiche. Oggi, questo signore di indubbia intelligenza si interroga, partendo dal ricordo di due grandi confessori, S. Padre Pio,e S. Leopoldo Mandic, sul senso della confessione fatta all’orecchio del prete. Questa pratica fu introdotta da Papa Innocenzo nel Concilio di Laterano nel 1215, formalizzando una prassi che già parecchi sacerdoti praticavano liberamente. Sandri, prendendo spunto dalle sollecitazioni di Papa Francesco, relative al valore della confessione, così ben testimoniato dai due grandi e Santi confessori, evidenzia però la crisi di questo sacramento. In breve, l’autore, richiamando alcune prassi del passato, sembra trovare interessante l’idea di introdurre una forma di assoluzione dei peccati di tipo collettivo. I fedeli in tal modo, magari al termine di apposite celebrazioni penitenziali, potrebbero “ riconciliarsi con Dio e con se stessi”dopo l’assoluzione “ generale” impartita dal prete; tutto questo mantenendo la libertà di confessarsi anche singolarmente.

Ancora una volta viene proposta da pensatori “ progressisti” una sorta di adeguamento al mondo, senza andare alle radici del perché questo sacramento sia in crisi. Cercherò di dirlo con poche parole, consapevole di quanto il problema sia ampio. Se la gente non si confessa è perché è venuto meno il senso del peccato; che senso ha confidare le proprie colpe ad un prete, se non abbiamo colpe? se gran parte della predicazione e della catechesi verte su problemi di relazioni amicali, su squilibri ecologici ed economici, su progetti di solidarietà?

Per questo motivo a non pochi sembra più opportuna la via dell’impegno volto a trasformare le strutture ingiuste del mondo piuttosto che perdersi in elucubrazioni con uno sconosciuto. È in atto nella sostanza della vita ecclesiale una sorta di neopelagianesimo, cioè la riproposizione dell’idea che l’uomo possa salvarsi con il semplice sforzo della volontà. Pelagio fu un uomo di grande fede e di grande ottimismo, che non mancò di invitare alla costante preghiera e allo sforzo personale. Ma la sua “ eresia” instillò nello spirito umano una certa idea di autosufficienza, che germinò in pieno, con l’epoca moderna, nel “ culto della scienza e del progresso”, quali motivi essenziali della vita, per sfociare oggi, nella presunta e assoluta autonomia del mondo rispetto ad ogni religione.

In tal senso oggi, il ruolo del confessore, di cui evidentemente l’uomo non può fare a meno, è incarnato dagli psicologi e dagli psicanalisti, per i quali, il peccato è tuttalpiù un problema di mal adattamento, di frustrazione, di ambienti violenti in cui si è cresciuti, di cattive relazioni, di invisibili giochi biologici e genetici. Conviene a questo punto ricordare, per tornare ancora un istante al monaco Pelagio, come fu il grande Agostino a contrastare i pericolosi “ veleni” di cui è intrisa la dottrina pelagiana. Agostino intuì, sulla scorta dell’esperienza di S. Paolo e della propria acuta introspezione, come l’uomo non avesse mai la piena padronanza di se stesso; l’uomo, per Agostino, è troppo spesso dominato dalla concupiscenza, una forza che quasi lo possiede inclinandolo al male.

Il realismo e il pessimismo agostiniano, che fanno dell’uomo un peccatore in attesa della grazia di Dio, che sola salva, trovò un perfetto equilibrio nell’insuperata riflessione di S. Tommaso; il genio di Roccasecca, esaltò la responsabilità umana, riconoscendo pure il ruolo determinante della Grazia, quale Divina presenza che non annulla, ma perfeziona la nostra natura. L’ uomo,per dirla con Maritain, è un essere la cui natura è “ ferita dal peccato” ma contemporaneamente dall’amore di Dio. Questo è il punto. Torniamo allora alle nostre considerazioni sulla confessione. Cosa confessano i nostri ragazzi se la loro formazione cristiana non si interroga profondamente sul mistero del male?

Se per le parrocchie girano conferenzieri come Vito Mancuso, il cui libro “ L’anima e il suo destino”, trasforma in barzelletta priva di alcuna valenza teologica, l’epocale questione del male? Se il problema “ del modo in cui siamo stati salvati” viene ridimensionato, se non taciuto? Siamo stati salvati dal sangue innocente versato. Salvati, uno per uno; ed ogni sofferenza, ogni dolore inflitto o subito, entrano nel mistero della salvezza; o come chiodi che piantiamo, o come ferite che saniamo. Allora, il proporre l’assoluzione generale, stride, in primo luogo col fatto che il peccato è sempre personale. Poi, per restare alla dimensione antropologica, confligge con l’esperienza che ciascuno di noi fa quando quotidianamente si “ confessa”. In questi casi abbiamo sempre bisogno di un amico, di un altro che ci ascolti, fosse pure uno sconosciuto. In quell’ascolto noi viviamo una dimensione di temporanea liberazione. Quando ci confessiamo con un prete, “ quell’Altro è Dio stesso,” che non solo ascolta, non solo libera, ma salva, restituendoci l’integrità perduta. Il mondo è più avanti di ogni progressismo, i più si auto assolvono, senza bisogno di celebrazioni collettive, perché Dio, mi spingo anche oltre, conosce i nostri peccati prima di noi stessi e riconosce ogni cuore contrito. Ma perché questo accada è necessario tornare ad una seria catechesi sul mistero della colpa è della redenzione.

Questo credo sia il motivo che ha spinto il Papa a ricordarci le due figure di padre Leopoldo e Padre Pio. Il peccato è più di un fatto, più di una singola mancanza, esso evoca la relazione che ci lega al dolore, alla nostalgia, al ricordo di una condizione irrecuperabile. Il peccato è nostalgia della bellezza, dell’armonia perduta, della fragilità propria di ogni relazione. Il peccato è una contro vita, uno sfregio dell’essere. Evocare nel cuore dei giovani questa dimensione personale nella prospettiva che tutti abbiamo bisogno di un amore che sana anche i nostri progetti più “ puri e veri”, significa confessarsi. E la confessione, mi pare, non possa essere che lo specchiarsi di una solitudine nel mistero di un amore più grande;per questo la dimensione auricolare mi pare la più pertinente.

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