Caccia al nemico e incoerenza, la “dottrina” Trump

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I primi cento giorni di Trump sono stati il collage di una serie d’inversioni di marcia tra quanto detto e quanto messo in atto. È una politica di risposta, di attacco, una politica dell’istantaneo, che ai 140 caratteri di Twitter sostituisce 59 Tomahawk lanciati su una base semideserta nel deserto siriano. È una politica che non vive di una sua coerenza interna, ma di strappi, di botta e risposta, di mosse che inducono l’opinione pubblica a pensare che l’America sia tornata grande. Purtroppo per lui, però, nel fare questa politica dimostra tutto il contrario. Dimostra l’assenza di una strategia a lungo termine, ma, al contrario una politica che si fonda su due direttrici: ricerca di un nemico e dipendenza dalla sua cerchia di consiglieri.

Una caccia al nemico che è diventata nel tempo così incoerente e priva di moderazione, che ha lasciato il campo a molte interpretazioni su cosa conduca The Donald a cambiare atteggiamento in modo costante, ma che, probabilmente, nascondono soltanto mancanza di autonomia di pensiero e incapacità di stabilire a chi dare peso nella sua cerchia di consiglieri fidati. Ed è proprio l’incapacità di assegnare ruoli certi nell’establishment e in questo continuo oscillare tra un’area e l’altra della sua cerchia, che comporta ogni volta un cambio di linea.

Quando agli albori del suo mandato era Steve Bannon il suo fidato consigliere, la politica estera di Trump sembrava essere filorussa e contraria all’Unione Europea e alla Cina. Ora che Bannon è sempre più emarginato all’interno della sua cerchia, è stato emarginato anche il sentimento più accondiscendente verso la Russia. Con l’ascesa del genero Kushner e la figlia Ivanka, al sentimento filorusso è stato sostituito il sentimento filoisraeliano e quello contrario ad Assad. Nel lancio delle bombe sulla Siria, l’opera di convincimento della figlia e del genero è stata evidente, in particolare quando è apparso chiaro come la figlia Ivanka abbia condizionato il padre con l’orrore provato per i bambini vittime del presunto attacco chimico a Idlib.

Stesso discorso può essere fatto con la Cina, un giorno è oggetto della guerra tariffaria e delle merci del Donald da campagna elettorale, e un giorno è interlocutore per la Corea del Nord e “amica” degli Stati Unti quando la riceva a Mar-a-lago, a seconda di chi, nel gruppo dirigente, appoggia più una soluzione di ripiego o uno scontro commerciale con Pechino.

C’è poi il Pentagono, che più cresce quanto a potere nella cerchia di Trump, più fa aumentare la militarizzazione della diplomazia, dal lancio dei missili al dispiegamento della flotta nelle acque davanti alla Corea fino al lancio della bomba MOAB sull’Afghanistan. Una classe militare che ha deciso di spingere Trump nel manifestare al mondo la sempre attuale superpotenza americana, ma che ha poi trattenuto il tycoon dal prendere decisioni drastiche limitandone la portata ad azioni più apparenti che altro.

A cosa possa condurre questa politica estera a lungo termine, non è dato sapersi. In una proiezione nel futuro, però, si può tranquillamente affermare che il risultato di un’America temuta potrebbe cedere il passo al risultato di un’America debole. Una superpotenza non può dipendere dagli umori di un ristretto gruppo di consiglieri o dalle risposte piccate di un presidente in piena ricerca di appoggi interni e di consenso popolare. Gli Stati Uniti di oggi dimostrano al contrario poca lucidità e poca strategia. Cambiare idea in continuazione, colpire un avversario, ricercare il consenso del momento, può andar bene quando si è in campagna elettorale. Ma quando si ha in mano Washington, il rischio è che si perda semplicemente di credibilità.

In questo senso, la Casa Bianca con i suoi continui cambi di posizione e la militarizzazione della sua politica estera, sta facendo esattamente il gioco dei suoi detrattori e delle potenze che intende piegare al suo volere. La scelta ingiustificata o azzardata di opzioni militari inevitabilmente indebolisce la diplomazia. E questo è evidente per Donald Trump e il Segretario di Stato Tillerson, che nei primi giorni di mandato hanno soltanto alimentato contrasti e cercato scontri invece di ampliare la rete diplomatica.

La Segreteria di Stato è impegnata a costruire alleanze nel brevissimo termine utili a combattere altrettanti nemici nel breve termine, ma non sembra interessata a concentrarsi su strategie a lungo termine. Si attacca la Siria ma non si sa cosa farne. Si cerca lo scontro con la Corea del Nord, ma non si parla di un possibile futuro del Paese dell’intera area del Pacifico. Si osteggia apertamente l’Iran ma non si arriva a una conclusione sul lungo termine. Si contrastano l’Unione Europea e la Germania, si appoggia la Brexit e l’alleanza con Londra, ma non si afferma come questo possa mutare il rapporto con l’Europa sul lungo corso. Si sceglie Taiwan per contrastare la Cina e si finisce per chiedere alla Cina l’aiuto con la Corea del Nord.

Il rischio in sostanza è che gli Stati Uniti trasformino la propria politica estera piegata al presente, che cerca lo scontro, ma non costruisce relazioni solide. Il pericolo di una politica estera più improntata al tweet che alla complessità delle relazioni internazionali.

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