Decalogo minimo per la sopravvivenza dell’Unione europea

1) Dimenticarsi l’adozione di una costituzione europea. Se è già un’impresa trovare un accordo sulla lunghezza dei cetrioli e gli standard delle prese elettriche, perché illudersi di poter armonizzare dei principi fondamentali in una costituzione che nessuno vuole?

2) Abolire il Parlamento Europeo. Non è rappresentativo della sovranità popolare e il sistema della doppia sede è assurdamente costoso. Sostituirlo con un assemblea di delegati dei Parlamenti nazionali con un massimo 200 membri.

3) Dimenticarsi una politica estera comune. Non c’è accordo sulla maggior parte delle decisioni di politica internazionale e in realtà non c’è bisogno di un accordo. I rapporti bilaterali tra stati sono più che sufficienti.

4) Darsi dei confini. Se l’Europa vuole essere davvero qualcosa di più di un enorme mercato di libero scambio, deve avere dei confini. Turchia, Israele, Palestina, Marocco, Canada non sono paesi europei. L’Europa dev’essere una porta aperta verso il mondo, non un varco spalancato a tutto il mondo.

5) Coinvolgere gli euroscettici in posti di responsabilità negli uffici comunitari a Bruxelles. La nocività dell’Unione europea è dovuta anche al fatto che è diretta da un gruppo di eurofili ottusi e superpagati. Le campagne di informazione europeista vanno limitate, se non abolite, se non vogliamo imitare l’Unione sovietica, in termini di retorica propagandistica.

6) Adottare l’integrazione differenziata. Il mercato comune, l’unione monetaria, l’accordo di Schengen non devono essere applicati immediatamente a tutti i paesi, o a tutti i paesi appena possibile. In avvenire non deve essere negoziato nessun altro allargamento, se il paese candidato non fornisce garanzie credibili (vedi Romania). L’integrazione differenziata permetterebbe di conservare la regola di unanimità e rispettare la sovranità dei cittadini.

7) Smettere di competere con gli USA. Rispetto agli Stati Uniti, le democrazie europee si basano su fondamenti e principii differenti, che ci impediscono di competere con successo in un gioco che è comunque sempre condotto dagli statunitensi. In Europa andrebbe anteposta la qualità della vita ad ogni altro indicatore congiunturale.

8) Smettere di essere razzisti con noi stessi: basta umiliare i Serbi; basta negare le radici cristiane dell’Europa; basta dire che emarginiamo gli zingari e i “diversi”. Non ingerire mai più nelle scelte politiche degli elettori degli stati membri (vedi Austria 2000)

9) Anteporre la qualità alla compatibilità nella formazione. Non interferire con i sistemi di istruzione nazionali. No all’omogeinizzazione dei sistemi universitari europei. Dimenticarsi il cosiddetto Processo di Bologna.

10) Rispettare la diversità culturale storica dell’ Europa. Anteporre le diversità storiche ed endogene dell’Europa rispetto alle “nuove diversità” importate. Dare alle lingue di minoranza storiche europee (basco, catalano, gaelico, ladino….) uguale condizione con le lingue ufficiali dell’UE. Adottare l’Esperanto, o Interlingua o il latino semplificato come lingue di lavoro, togliendo il monopolio linguistico anglo-francese agli eurocrati.

Tauran: una nomina pontificia molto significativa.

J.L. Tauran, è stato nominato dal papa al Pontifico Consiglio per il Dialogo. E’ una nomina che dice molto dell’idea che il pontefice ha del Medio Oriente. Infatti Tauran è un ex ministro degli esteri vaticano, convinto che la questione palestinese sia la madre di tutte le guerre. Sentiamo cosa diceva.

Il cardinale Jean-Louis Tauran è stato per tredici anni “ministro degli Esteri” della Santa Sede prima di venir elevato alla porpora nell’autunno scorso. Ha visto esplodere la crisi degli ostaggi a New York, dove è in visita. Come giudica questa nuova crisi in Iraq? “E’ molto grave. Quando si vedono queste immagini non è un progresso ma un regresso. La Santa Sede ha sempre sostenuto lo ius in bello. Anche quando si fa la guerra, c’è un modo di condurla che rispetta la legge. La reazione del presidente Bush è stata molto chiara. Normalmente l’esercito americano non si comporta così, ma ciò che abbiamo visto è deplorevole”. Durante il dibattito precedente alla guerra alcuni avevano sottolineato il rischio che l’intervento, con i suoi effetti, avrebbe complicato la lotta al terrorismo invece di aiutarla. “Certo, la posizione del Papa è stata molto chiara: la violenza genera più violenza, e la guerra più guerra”. Si stanno realizzando quelle previsioni? “Certamente il Papa non parla a vuoto. Aveva delle ragioni, soprattutto su questo concetto della guerra preventiva: ora si vede molto bene che non ha eliminato il terrorismo”. Ma ora che la guerra è avvenuta, la Santa Sede appoggia il processo per stabilizzare l’Iraq? “Sulla legittimità del conflitto si scriveranno bellissime tesi, ma ormai il fatto è compiuto. Adesso dobbiamo guardare al futuro, e vedere come aiutare il popolo iracheno a ritrovare la sovranità”. Come si può raggiungere questo obiettivo? “Ogni componente della società deve essere consultata, perché il governo non può essere imposto dall’esterno. Grazie a Dio adesso tutti capiscono che serve un ricorso alla comunità internazionale nel suo insieme. Questo è in armonia con la Carta dell’Onu. L’Iraq ha bisogno di ritrovare senza indugio la sua sovranità”. Bisognava tenere le elezioni prima di passare i poteri? “Non ho gli elementi per dirlo, ma il voto è : necessario perché gli iracheni devono decidere il loro futuro e riconoscersi nel nuovo governo. Deve essere l’esecutivo che piace a loro, non agli Stati uniti”. La data del 30 giugno per il passaggio dei poteri è realistica? “Non lo so, ma comunque è qui che serve una concertazione internazionale, perché la guerra si può lanciare da soli, ma la pace va fatta tutti insieme”. Volete una nuova risoluzione dell’Onu per approvare il governo e creare una forza multinazionale? “Sì, purché sia una forza internazionale che rappresenti l’intera comunità. Ma sarà una cosa molto difficile da mettere in piedi. Serviranno migliaia di uomini e non so quanti Paesi sono disposti a questo sforzo”. Che cosa bisognerebbe fare, secondo lei, per contrastare in maniera più efficace il terrorismo? “Non si batte con la violenza, ma capendo perché alcune persone ricorrono a quest’arma indegna dell’uomo. Ci sono dei motivi, vuol dire che le giuste aspirazioni di alcuni popoli non sono soddisfatte. Poi la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese è la madre di tutte le crisi. Una volta sciolto questo nodo, il Medio Oriente cambierebbe. Finché non verrà superato, ci sono molte probabilità che il terrorismo continui e si allarghi”. Come giudica la situazione tra israeliani e palestinesi? “Ho l’impressione che invece di progredire andiamo indietro. Uno si domanda se non siamo passati da un processo di pace a un processo di guerra, una specie di strategia del caos. Intanto le persone soffrono, da una parte è dall’altra, perché non possiamo dimenticare la popolazione israeliana che vive con l’incubo quotidiano del kamikaze. Serve una presenza amica che aiuti i palestinesi e gli israeliani a parlarsi. Non una forza militare di interposizione, ma osservatori internazionali”. Gli Stati Uniti sono ancora un mediatore credibile? “Preferisco non commentare”. Qual è il suo giudizio sul muro che Israele sta costruendo? “Ognuno ha diritto di costruire un muro per proteggersi quando si sente in pericolo. Ma deve farlo nel proprio giardino, non in quello del vicino”. Quale futuro vorreste per Gerusalemme? “La Santa Sede ha sempre perorato uno statuto speciale, internazionalmente garantito, per la città intra muros che contiene le parti più sacre alle tre religioni, affinché in futuro nessuno possa rivendicare il controllo esclusivo di questo patrimonio spirituale dell’umanità”. La democrazia può attecchire in Medio Oriente? “Certo. Le intuizioni fondamentali della democrazia sono valide per tutti i sistemi, ma in armonia con la storia. Bisogna adattarle alla realtà locale”. A cura di P. Mastrolilli (La Stampa 05.05.04)

Tutte le crisi dipendono dal problema israelo-palestinese” Roma, 27 giu. (Apcom) – Il conflitto in Medio oriente “non è una guerra di religione”: lo sottolinea il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente in pectore del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. “E’ molto importante sottolineare che non si tratta di una guerra di religione, la religione non è al principio della crisi”, ha detto Tauran intervenendo ad una tavola rotonda organizzato dalla rivista Aspenia, a Roma. “Tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI c’è continuità”, ha rimarcato il porporato francese che è stato a lungo ministro degli esteri della Santa Sede sotto Wojtyla, “forse con la sfumatura che Benedetto XVI è molto preoccupato dalla precarietà dei cristiani in Medio Oriente”. Un problema di fronte al quale, secondo Tauran, “la comunità internazionale dev’essere più presente per aiutare le parti in conflitto a sedersi ad un tavolo per guardarsi, ascoltarsi”. L’analisi del cardinal Tauran è che “fintantoché il problema israelo- plestinese non è risolto, tutte le crisi del Medio oriente continuano. Le persone vivono continuamente nella guerra. Ricordo quando ero in Libano – ha raccontato il porporato francese – e i ragazzini giocavano alla guerra con piccoli mitragliatrici di legno, erano immersi in questo clima di guerra”. Al tempo stesso, ha sottolineato, “non ci sarà pace se la questione dei luoghi santi non sarà affrontata in modo adeguato”. Da questo punto di vista, secondo Tauran la città antica di Gerusalemme “dovrebbe essere ogetto di uno statuto speciale internazionalmente garantito”, perché “solo la comunità internazionale può garantirne la stabilità e conservare il carattere unico e sacro” del luogo sacro a cristiani, ebrei e musulmani.

Le ragioni laiche del “no” della Chiesa alla guerra in Iraq

[ecco quanto scriveva Sandro Magister nel 2003 sul suo blog Chiesa online] Iraq. Le ragioni tutte politiche del “no” della Chiesa alla
guerra
Poco idealismo e molto pragmatismo nelle posizioni antiguerra del
cardinale Sodano e dei vescovi italiani, tedeschi, canadesi. Questi
ultimi addirittura le sottopongono a un sondaggio
di Sandro Magister (2003)
ROMA – La Chiesa cattolica continua a dire forte il suo “no”
alla
guerra all?Iraq. Ma non come fosse un veto religioso, assoluto. Il
“no”
lo argomenta con ragioni politiche, e quindi per loro natura
discutibili, affidate all?intelligenza dei fedeli. ? ciò che si ricava
da quanto hanno detto negli ultimi giorni il cardinale Angelo Sodano,
segretario di Stato, e le conferenze espiscopali dell?Italia, del
Canada e della Germania.
1. IL CARDINALE SODANO
Il cardinale Sodano è tornato a dire il suo pensiero sull?Iraq il 29
gennaio, a un pool di giornalisti invitati a un pranzo in suo onore.
Ecco le sue frasi salienti, riportate il giorno dopo sulla stampa:
“Al di fuori qualcuno pensa che gli esponenti della Chiesa siano degli
?idealisti?. E lo siamo, ma siamo anche realisti”.
“Vale la pena irritare un miliardo di islamici? ? la domanda che
faccio a qualche amico americano: vi conviene? Non avrete poi per
decenni l?ostilità di tutto quel mondo?”.
“Senza entrare troppo nel problema se la guerra sia morale o no, credo
che abbia una sua efficacia la domanda sulla convenienza”.
“Con le guerre si sa come si comincia ma non come si finisce. Agli
americani chiedo: siete sicuri di uscirne bene? L?esperienza del
Vietnam non vi invita alla prudenza? Anche in Afghanistan vediamo che
non è ancora finita. Le cose non vanno bene per niente. Ma proprio per
questo bisogna insistere sulla convenienza o no della guerra”.
“Noi siamo contro la guerra. Non c?è tanto da discutere sul fatto se
sia preventiva o non preventiva: sono termini ambigui. Certo non è
difensiva. Ai fini della concordia con il mondo islamico, occorre
chiedersi quale sia il mezzo migliore per affrontare la crisi
irachena”.
2. LA CEI DI BETORI E “AVVENIRE”
Per la Cei hanno parlato il segretario generale monsignor Giuseppe
Betori e il quotidiano “Avvenire”.
In una conferenza stampa del 28 gennaio monsignor Betori ha detto che
“se una guerra è preventiva non è giusta in ogni caso” perché “la
minaccia deve essere attuale e non futura”. Ma ha aggiunto:
“Perché la guerra sia giustificata occorre che ci sia una aggressione
in atto e questo non è stato ancora compiutamente dimostrato. Lo
decideranno gli esperti. Non sta a noi giudicare il grado in cui il
possesso da parte dell?Iraq di armi di distruzione di massa è tale da
poter costituire una minaccia concreta”.
“Avvenire” – che è di proprietà della Cei – ha invece
dedicato il suo
editoriale di prima pagina del 30 gennaio proprio alle “parole
informali” dette il giorno prima dal cardinale Sodano. Per subito
sottolineare che le obiezioni alla guerra espresse dal segretario di
Stato “sono di carattere puramente politico”.
E tra le obiezioni di Sodano alla guerra, l?editoriale ne ha
sviluppata in particolare una: quella sui contraccolpi negativi in
campo musulmano.
L?autore dell?editoriale fa parte del think tank del cardinale Camillo
Ruini: è Vittorio E. Parsi, docente di relazioni internazionali
all?Università Cattolica di Milano.
Ha scritto Parsi:
“Una rapida e umiliante vittoria sull?Iraq finirebbe col rendere
incolmabile quel fossato di risentimento che per tutto il Novecento si
è venuto allargando tra Occidente e mondo islamico (cui afferisce un
miliardo circa di persone). La stessa idea di procedere a
un’occupazione – temporanea ma prolungata – dell’Iraq, allo
scopo di
favorirne una transizione democratica, si direbbe una soluzione un
po’
troppo semplicistica e sbrigativa. Se la presenza militare occidentale
nella Penisola Arabica ha prodotto Bin Laden, Al Qayda, e gli attentati
dell’11 settembre, quale infernale reazione potrebbe generare
l’occupazione dell’Iraq?”.
Ma interessante è stata anche la conclusione dell?editoriale. Che da
un lato ha riconosciuto “in linea di principio agli Stati Uniti e
all’Occidente il diritto e il dovere di difendersi, anche con le
armi,
quando le vite dei suoi cittadini e la sicurezza della democrazia sono
sotto attacco”.
E dall?altro lato ha criticato severamente le posizioni di Francia e
Germania, ritenute un ostacolo proprio alla ricerca di un?alternativa
alla guerra:
“Non molto proficue appaiono certe puntute e rigide prese di
posizione, che potrebbero essere interpretate come assunte più in
un’ottica di supremazia continentale che non in quella di una
genuina
sicurezza europea e collettiva. Meglio piuttosto il tentativo di
riavvicinare le due sponde dell’Atlantico – che è poi il solo modo
di
mantenere il bene prezioso dell’unità europea – cercando proposte
concrete, realistiche e audaci in grado di scongiurare una guerra che
in realtà nessuno, tranne Saddam, vuole”.
3. I VESCOVI TEDESCHI
La conferenza episcopale tedesca ha emesso una dichiarazione sull?Iraq
il 20 gennaio, dopo una riunione a Wurzburg del suo direttivo. Per dire
che “la questione centrale non è la guerra preventiva, ma la
prevenzione della guerra”.
Gran parte del documento muove obiezioni alle conseguenze pratiche di
una guerra contro l?Iraq e prima ancora alla teoria della guerra
preventiva, che “in quanto rappresenta un?aggressione non può essere
definita come una giusta guerra d?autodifesa” e quindi “è in
contraddizione con l?insegnamento cattolico e le leggi internazionali”.
Ma in alternativa alla guerra, i vescovi tedeschi non invocano di
restare “inattivi”. “? necessario che la comunità internazionale
continui a esercitare pressioni sul regime del dittatore Saddam Hussein
e pratichi una politica di ferma restrizione della sua libertà d?azione
militare”.
Anche, eventualmente, con la minaccia dell?uso della forza: “Nel
contesto di una strategia politica finalizzata a prevenire la guerra,
l?uso di minacce può essere eticamente giustificato in certi casi”.
4. I VESCOVI CANADESI
I vescovi canadesi, infine, si sono espressi sull?Iraq il 17 gennaio
con un?iniziativa insolita. Hanno rilanciato come proprio documento una
sorta di manifesto antiguerra prodotto dalla Commissione per la pace
del Consiglio canadese delle Chiese, e offerto alla sottoscrizione di
chi desidera.
Il manifesto è fortissimamente critico nei confronti della politica
presente e passata degli Stati Uniti e dell?Occidente nell?area. La
stessa dittatura di Saddam Hussein è giudicata un prodotto di questa
politica. E il fatto che il regime di Baghdad si sia dotato di armi
distruzione di massa è messo in rapporto con l?analogo armarsi di
Israele: fintanto che quest?ultimo non disarma – vi si legge – anche il
primo ha i suoi motivi per fare altrettanto.
Il documento termina con sette indicazioni operative, in alternativa
alla guerra. La più importante è quella che invita ad “accompagnare”
l?autonomo cammino del popolo irakeno verso la democrazia. Perché “una
volta che gli irakeni saranno liberi di scegliere è improbabile che
daranno sostegno a un programma d?armamento nucleare”.
Un altra indicazione operativa è quella di “esplorare i modi legali e
giudiziari” per processare Saddam Hussein per crimini contro l?umanità,
“come si è provato contro il generale Augusto Pinochet”.
Nell?intero documento non una sola riga rimanda a principi etici né
tantomeno cristiani. Gli argomenti sono tutti e solo politici.
E discutibili in tutta libertà. Al punto che il manifesto è offerto in
pubblica sottoscrizione, e quindi vale solo per chi ha deciso o
deciderà di firmarlo.

Terrasanta: una terra martoriata.

Gerusalemme, 8 gennaio 2007 – Soltanto le cifre riescono a volte a restituire i contorni delle tragedie più imponenti. Quelle raccolte da B’Tselem – il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori palestinesi – puntualmente ogni anno rendono eloquentemente visibile la gravità della situazione.
Nel 2006, sono stati 660 i palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nei Territori e all’interno di Israele. Quasi due morti al giorno. Il dato include ben 141 minorenni, il che porta addirittura a 811 il totale delle vittime tra i giovanissimi dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000).
Da sottolineare, peraltro, che almeno 322 dei 660 palestinesi colpiti nel 2006 non stavano prendendo parte ad alcun tipo di scontro armato. Nella sola Striscia di Gaza, riporta B’Tselem, dal sequestro, a fine giugno scorso, del caporale Gilad Shalit per mano di guerriglieri palestinesi, le forze israeliane hanno ucciso 405 palestinesi (inclusi 88 minorenni), 205 dei quali non stavano partecipando ad azioni ostili. Di converso, sono 17 i civili israeliani uccisi da miliziani palestinesi durante lo scorso anno, mentre le vittime tra le file delle forze di sicurezza sono state 6 (316 in totale dallo scoppio della seconda Intifada).
Le statistiche raccolte da B’Tselem – organismo fondato nel 1989 da un gruppo di professori universitari, avvocati, giornalisti e membri del Parlamento israeliano – riguardano anche numerosi aspetti della vita quotidiana nei Territori.
Israele, ad esempio, mantiene ben 54 check-point fissi all’interno della Cisgiordania, 12 nella sola città di Hebron. Ogni settimana, inoltre, vengono piazzati in media almeno altri 160 punti di controllo “volanti” in tutta la Cisgiordania. Ad essi, poi, vanno aggiunte le centinaia di ostacoli fisici (muri, trincee, sbarramenti di terra e via dicendo) eretti dalle forze di sicurezza israeliane per limitare la circolazione dei palestinesi.
Altri dati importanti raccolti da B’Tselem sono quelli relativi alla demolizione di appartamenti ed edifici appartenenti a famiglie palestinesi. Nel 2006 Israele ha proceduto alla distruzione di almeno 292 case (279 delle quali nella Striscia di Gaza) nel corso delle sue operazioni militari. Così, 1.769 palestinesi sono rimasti senza tetto. Soltanto in 80 casi, peraltro, le famiglie coinvolte erano state avvertite per tempo della prossima demolizione. Altre 42 abitazioni sono inoltre state distrutte a Gerusalemme Est, in quanto costruite senza i necessari permessi: ospitavano non meno di ottanta persone.
Infine un’occhiata alle cifre relative ai prigionieri. Israele, allo scorso novembre, deteneva in carcere 9.075 palestinesi, 345 dei quali con meno di diciotto anni. Ben 738 detenuti, quasi uno su tredici, sono “ospiti” delle celle israeliane sulla base di un provvedimento di “detenzione amministrativa”. Senza cioè essere mai stati processati o informati delle accuse in base alle quali sono stati arrestati. (da Terrasanta.net, sito della Custodia di Terra Santa)

Gli stregoni della notizia: il terrorismo dopo l’Iraq.

Una cosa va chiarita: essere contro la guerra del Golfo, e ricordare le malefatte dei governi americani nella storia, non significa essere contro un popolo, come parlare male del fascismo non significa essere anti-italiani. Significa, al contrario, schierarsi con un popolo che in maggioranza è sempre stato, nell’ultimo secolo, tendenzialmente isolazionista, e non interventista, e che perde in guerre inutili e menzognere i suoi giovani (il 40% ispanici, il 20% neri, e il resto cittadini provenienti per lo più dagli strati sociali più bassi). Bisognerebbe ricordare che Wilson fu eletto anche perchè si era schierato per il non intervento nella I guerra mondiale. Poi cambiò idea, e si servì della propaganda, cioè del Comitee on public information di George Creel, abilissimo giornalista, per spiegare agli americani che i tedeschi tagliavano le mani ai bambini, crocifiggevano i nemici e ne facevano saponette. Fu un modo molto abile per creare una forte germanofobia, funzionale all’entrata in guerra. La stessa cosa è successa con la guerra del Golfo. Anche Bush si presentò come isolazionista, nel solco della tradizione repubblicana, e ha cambiato posizione strada facendo, manipolando l’informazione al fine di spostare l’opinione pubblica. Ci racconta tutto un famoso giornalista di destra, Marcello Foa, caporeddatore degli Esteri de Il Giornale della famiglia Berlusconi, oltre che cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo, nel suo straordinario “Gli stregoni della notizia”, Guerini e associati (presentato anche al Meeting di Rimini di quest’anno). Foa, da esperto giornalista qual è, ci racconta tutte le strategie mediatiche con cui un governo è riuscito a creare la psicosi Saddam, a raccontare le menzogne sulle armi chimiche, sulle armi di distruzione di massa, sul mitico antrace (comparso e scomparso all’improvviso, quando non serviva più). La sua analisi si sofferma sul ruolo dei cosidetti spin doctor, cioè i divulgatori di notizie false e manipolate ai servizi del governo. Si tratta di storie avvincenti, quasi incredibili, che però Foa documenta con grande precisione, spiegandoci come si falsifica una notizia, come si inganna un giornalista, come si rovescia il significato di un documento, o come si procurano pseudo informazioni attraverso Comitati vari. Il fatto sensazionale è che il governo Bush è riuscito nel suo intento con tale abilità da sconfiggere tutte le più importanti istituzioni americane: occorre infatti ricordare che sia la Cia, che la Dia, cioè la Defense Intelligence Agency (i servizi segreti del Pentagono), che il Dipartimento di Stato, erano contro la guerra in Iraq (come pure l’Aiea, agenzia internazionale dell’enrgia atomica). Erano contrari anche personaggi di spicco come l’ex segretario di stato Paul O’Neil, l’ex “zar” dell’antiterrorismo della Casa Bianca, Richard Clarke, l’ambasciatore britannico a Londra sir Christopher Mayer( insieme ad un folto gruppo di ambasciatori americani e inglesi in Iraq, che definirono Bush “il grande arruolatore di Al Quaeda”), il generale americano Tommy Franks e moltissimi altri personaggi di spicco. Foa elenca le modalità con cui gli spin doctor di Bush sono riusciti a guidare, per un po’ di tempo (ora non più), le coscienze degli americani, ingannadoli con questa strategia:
1)”Citare dati veri in un contesto falso”; 2)Menzionare una dichiarazione ignorando quella successiva che la smentisce”; 3)Inondare i media di testimonianze di disertori”; 4)Cancellare dalla memoria pubblica ogni rapporto che negava il quadro voluto”; 5)Presentare come certe prove che la stessa Cia riteneva dubbiose”; 5)Presentare ipotesi estreme come se fossero sul punto di accadere”; 6)Cambiare il significato ad alcune testimonianze”; 7) “Dimostrare l’indimostrabile, il legame tra Al Quaeda e l’Raq”… E per ognuna di queste affermazioni Foa riporta esempi concreti, dati e fonti inconfutabili: un libro assolutamente da non perdere.
Concludo citando un articolo del Corriere della sera del 25 settembre 2006, che si intitola “Gli 007 americani: ‘Più terrorismo dopo la guerra in Iraq'”, e che dimostra ancora una volta l’assunto inziale: il popolo americano è stato portato in una guerra che non voleva, e da cui ora cerca di uscire, nel modo migliore, dopo aver ammesso, col ministro Gates, il fallimento in atto.
“Il giudizio di sedici agenzie di spionaggio americane è impietoso. La guerra in Iraq ha accresciuto la sfida del terrorismo diventando la prima fonte di reclutamento, ha dato nuove motivazioni agli estremisti e creato una nuova generazione di jihadisti in grado di riprodursi così rapidamente da rendere inefficace la risposta occidentale. Il movimento qaedista si è poi frantumato in realtà minori capaci di autocrearsi, Internet con oltre cinquemila siti integralisti ha sostituito per certi aspetti i campi d’addestramento e i centri di indottrinamento. Nel rapporto riservato di 30 pagine – il “National Intelligence Estimate” – si afferma che sicuramente la guerra ha “peggiorato” la posizione Usa nella lotta al terrore: l’invasione non avvicina la vittoria.
Le conclusioni dell’inchiesta – commissionata dal National Intelligence Council (Nic) – sono ancora più pesanti se si tiene conto che il dossier è il primo studio approfondito da parte degli 007 dopo la caduta di Bagdad ed ha richiesto due anni di lavoro. L’intelligence segnala che il conflitto iracheno si è trasformato in una palestra dove i mujaheddin non solo elaborano nuove tecniche ma le esportano con conseguenze disastrose. E’ il caso dell’Afghanistan dove i talebani si sono riorganizzati lanciando attacchi simili a quelli che avvengono in Iraq. Quindi autobomba, azioni suicide, esplosivi sofisticati. In perfetta sintonia con i loro colleghi europei, gli 007 americani mettono in guardia sul ritorno dei “volontari” che si sono battuti in Iraq nei Paesi d’origine (Medio Oriente, Nord Africa, Europa). La migrazione dei terroristi e la possibile saldatura con gli estremisti presenti in queste regioni – si afferma nel rapporto – può portare alla nascita di formazioni. Si “autocreano”, si autofinanziano (droga, traffici), agiscono senza contatti diretti con la vecchia guardia oppure stabiliscono il legame in un secondo momento. C’è una evidente dispersione del fenomeno terroristico, con Al Qaeda sempre di più nel ruolo di ispiratrice piuttosto che di organizzatrice. Anche se Washington può giustamente vantare di aver assestato dei colpi al nemico, la minaccia continua ad essere forte. “Se il corrente trend dovesse continuare – ha dichiarato in aprile il generale Michael Hayden, oggi capo della Cia – i pericoli per gli Usa saranno diversi e potremmo assistere a un loro aumento”.
La Casa Bianca ha reagito alla diffusione del dossier da parte del New York Times sostenendo che le informazioni pubblicate sono “incomplete” e che “l’odio dei terroristi” si è formato da decenni. Dunque per i funzionari non c’è il rapporto di causa (Iraq) effetto (più terrore). Una constatazione vera solo in parte: certamente il qaedismo ha origini lontane (primo attacco nel 1993), ma non vi è dubbio che la guerra irachena è diventata un formidabile carburante. Alcuni commentatori, pur senza contestare le conclusioni, hanno ricordato che in qualche occasione i rapporti del Nic si sono rivelati inesatti. Ma le analisi Usa trovano peraltro riscontri con le informazioni raccolte sul campo da apparati di sicurezza non americani. Su più fronti si sono affermate nuove situazioni eversive, con fazioni minori impegnate a fare il salto di qualità terroristico cucendosi addosso l’etichetta Al Qaeda. Il modello è quello di Al Zarqawi: crei una organizzazione, ti richiami ad Osama, usi al meglio l’arma della propaganda (Internet, video) e annunci di far parte di un disegno più ampio. Spesso sono le esperienze comuni in Iraq a fare da cemento e sono i metodi impiegati dai ribelli a Bagdad a fare scuola. Le reclute affluiscono sul fronte iracheno – “centrale” tanto per Bush che per Bin Laden – quindi vengono ridistribuite tra le milizie locali o rimandate indietro in attesa di ordini….”

Perchè tanto successo del papa in Turchia?

Le previsioni della vigilia erano terribili: il viaggio del papa in Turchia sarebbe stato pericoloso, ci sarebbero stati possibili attentati, manifestazioni oceaniche, il popolo turco era arrabbiatissimo con Benedetto XVI… Non che non ci fosse nulla di vero. Però è certo che molti giornali, anche quelli secondo cui, sino a pochissimo tempo fa, chi temeva l’immigrazione era un razzista, un leghista ignorante, hanno fatto di tutto per buttare benzina sul fuoco, tutti i giorni… I giornali di sinistra, spesso, sottolineavano presunte colpe della Chiesa, che non mancano mai a costo di raccontare menzogne immense, o presunte inopportunità; i giornali di destra, ugualmente ottusi, schierati ormai senza equilibrio contro “l’asse del male”, gli “stati canaglia” (poco importa che dietro queste etichette vi siano popoli interi, uomini come noi), per la “guerra senza fine” al terrorismo, succubi di distinzioni manichee, Noi-Loro, Civiltà- Barbarie, Bene-Male, hanno profetizzato la sventura…Cosa è successo veramente, alla fine? Che un papa in veste umile, con lo sguardo basso, timido come un ospite che non voglia disturbare, è stato accolto da un popolo, pur musulmano, con simpatia e stima: milioni di telespettatori hanno seguito il suo viaggio, e i giornali turchi, pressoché indistintamente, lo hanno lodato e hanno manifestato simpatia nei suoi confronti…una simpatia al di là di ogni previsione, segno che tra uomini si può forse parlare…Le grandiose manifestazioni contro di lui si sono ridotte a due: una con dieci-quindicimila persone, e l’altra con poche decine di persone, poliziotti e giornalisti…In fondo erano state più violente le manifestazioni contro Benedetto XVI organizzate in Spagna da omosessuali, radicali, comunisti, e gente che sfilava nuda in bicicletta per esprimere il suo odio bestiale…Cosa ha detto Benedetto XVI per suscitare tanta simpatia in un popolo che ha una fede diversa dalla nostra? Ha detto, coi gesti, che gli ortodossi sono più vicini ai cattolici dei protestanti, che non esiste nessuno scontro di religione in atto, che vuole lottare per la pace e per la pace in Medio Oriente, che la pace passa anche dal rispetto dei diritti di Dio, e che Dio non può essere invocato invano dagli uomini a copertura delle loro malefatte…Ha lasciato capire, addirittura, che non è contrario all’entrata della Turchia in Europa. Chi scrive su questo punto è assai perplesso, e preferisce stare col Cardinal Ratzinger, quando esprimeva la sua contrarietà all’ingresso di Ankara nella UE, ma capisce una cosa: il papa ha creduto che l’emergenza, il rischio di uno scontro tra Occidente o mondo islamico, occultato dietro apparenti nobili motivi, vada scongiurato in ogni modo… Lo ha fatto perché conosce la situazione della Turchia, analoga a quella di tanti paesi islamici: la Turchia è un paese tradizionalmente filo-occidentale, membro della Nato, da sempre alleato degli Usa, che però sta vivendo, come in tutta l’Asia, un risveglio dell’integralismo nazionalista in primis e musulmano dopo, in seguito in particolare alla seconda guerra del Golfo. Come ricordava Sergio Romano sul Corriere di giovedì 30 novembre, infatti, fu nel 2003 che i Turchi si rifiutarono di concedere alle truppe americane di invadere l’Iraq passando attraverso il loro territorio…violando un’allenaza d’acciaio. Quella data, infatti, insieme al 1991, ha segnato una svolta nella visione del mondo dei musulmani, che si sono sentiti attaccati, come cultura, come popoli, senza capirne il motivo…L’Islam infatti è un mondo divisissimo, con distinzioni religiose immense, ma con una lingua sacra comune e un certo senso di appartenenza ad una comunità di fedeli sovranazionale….Per questo per gli islamici i milioni di profughi palestinesi, gli attacchi indiscriminati sul Libano, con bombe cluster e mine gettate sino all’ultimo giorno di guerra (che continuano a fare morti), le due guerre del Golfo, i 600.000 bambini uccisi, secondo l’Onu, dall’embargo contro l’Iraq ecc. non sono un episodio che riguarda altri, ma qualcosa che li tocca tutti…(un po’ come quando noi europei, pur divisi tra protestanti, cattolici e ortodossi, venivamo attaccati, nel Cinquecento, dai musulmani stessi)….anche perché qualcuno, il presidente Bush, in nome di un Dio di cui spesso si riempie la bocca, li ha citati tutti, gli “stati canaglia”, già dal 2001, avvertendoli che uno dopo l’altro sarebbero stati attaccati…Allora Bush si dimenticò di citare solo l’Arabia Saudita, una delle peggiori dittatture del Medio Oriente, la patria di Osama, dell’islam wahabita, il più duro, e della gran parte dei terroristi, in cui alle donne è vietato votare e guidare, e i cristiani sono oppressi molto più che nella gran parte dei paesi islamici….(ma si sa, l’Arabia fornisce petrolio ed è un alleato fidato…). Poi ci furono Guantanamo, Abu Ghraib, il fosforo su Falluja, il bombardamento su Cana….Anche di qui il risorgere del nazionalismo islamico, e del concetto di “guerra santa contro gli infedeli”, rafforzato dall’idea, già bushiana, che si tratti di uno “scontro di civiltà”, di culture, di dei…A tutto ciò si aggiungano gli odi derivanti dalle condizioni economiche: i paesi musulmani vivono un periodo difficile, e non possono non notare che chi parla di “libertà e di democrazia”, il presidente Bush, deriva da una grande famiglia di petrolieri, inserita anche nel campo dell’industria bellica, e fa molta attenzione, dovunque arrivi, a controllare le risorse energetiche: ponendo a capo del petrolio irakeno un americano di nome Carrol, e mettendo ai vertici dell’Afganistan vecchi compagni di affari come Zalmay Khalizad e Hamid Garzai, funzionari dell’Union Oil Company of California Asian Oli Pipeline Project (Unocal), dove Oil sta, appunto, per “petrolio”. Il papa è piaciuto per questo: perché ha mostrato che lui non crede che in questo momento vi sia nessuno scontro di religione (smentendo Osama e Bush, i due fratelli siamesi), nessuna identificazione tra Occidente e cristianesimo…Come aveva detto il cardinal Angelo Scola, grande amico del papa, spiegando ad Oasi, rivista da lui fondata, che “esportare la democrazia è una pretesa astratta ed intellettualistica” e che vi è grandissima confusione in chi identifica Occidente e cristianità (Corriere 27/10/2006).
Ecco, il papa è piaciuto perché non è andato ad “esportare la democrazia”, e neppure a vantare una superiorità di cultura…il suo scopo era solo esportare Cristo….

Nessun Dio ha dato agli Americani il compito di salvare il mondo.

La guerra in Iraq non solo è stata una terribile ingiustizia, una guerra mossa con moventi fasulli e bugiardi, ma anche una colossale sciocchezza strategica. Il Segretario di Stato Vaticano Angelo Sodano lo aveva detto subito: fate l’elenco di una fila di paesi da attaccare, e pensate di diminuire il terrorismo? Lo aumenterete dovunque. La conferma è arrivata da tutte le agenzie di intelligence americane, legate al National Intelligence Council (che coordina 16 agenzie di spionaggio): per tutte la guerra in Iraq ha funzionato da catalizzatore, ha inasprito gli animi, ha spinto molti ad arruolarsi in Al Quaeda…tanto che molti dei terroristi sono volontari che hanno combattuto in Iraq e che poi tornano nei paesi di origine e formano nuovi gruppi di estremisti (Corriere della sera, 25 settembre 2006). Detto questo ci si potrebbe anche chiedere: se in un paese ci sono terroristi bombardo indiscriminatamente il paese? Al tempo delle Brigate rosse qualcuno avrebbe dovuto bombardare l’Italia? E nella storia i bombardamenti a casaccio si sono mai rivelati utili? E gli embarghi, come quello all’Iraq per dieci anni, cosa servono? Nel 1936 l’embargo all’Italia la spinse tra le braccia di Hitler; l’embargo a Cuba ha rafforzato la dittatura di Castro…Un’ultima considerazione: i paladini americani della libertà, a quale titolo parlano? Non hanno forse compiuto il primo genocidio della storia, i calvinisti predestinati da Dio, i mitici cow boys che eliminarono pressochè tutti gli indigeni d’America, i cosiddetti pellerossa, e che rinchiusero gli altri nelle riserve? Non sono stati poi i più grandi commercianti di schiavi, avendo importato per secoli i neri africani nelle loro piantagioni? Non hanno impedito sino a pochi anni fa addirittura di sedersi sui loro autobus ai neri discendenti degli schiavi? (Pagano ora con i ghetti neri e le violenze…perché alla fine gli errori si pagano sempre). Non hanno fornito al nazismo per molti anni i maggiori esponenti del pensiero eugentico? Non hanno fatto colpi di Stato continui nei paesi del Sud America per controllarlo meglio? Non hanno forse sterilizzato migliaia e migliaia di donne brasiliane, ai tempi in cui Bush sr. lavorava alla Cia? Non hanno utilizzato l’atomica sul Giappone, quando non era necessario? Non hanno utilizzato le armi chimiche in molti degli ultimi conflitti, o l’uranio impoverito nel conflitto in Kossovo? Si potrebbe andare avanti per ore, non contro un popolo, che tendenzialmente non si farebbe coinvolgere in conflitti lontano da casa, ma contro dei governi…che si ritengono al di sopra di ogni giudizio e di ogni legge, in nome di una “libertà” che è un idolo di sangue…Questo senza nulla togliere al problema islamico, che rimane, ma che non può essere risolto….aumentandolo…