Obama è il nuovo Gorbaciov?

Ammettiamolo: questo viaggio in Europa e Turchia sancisce un grande successo di immagine per Obama. La stampa lo ha esaltato e non capita mai che un presidente, all’estero, venga accolto da folle in delirio. O meglio: succedeva a Gorbaciov ai tempi della perestroika. Obama in Germania ha parlato a un’assemblea di cittadini adoranti e i sondaggi rivelano che, se si candidasse alle elezioni politiche di fine settembre, batterebbe agevolmente Angela Merkel. Come Gorbaciov ha sposato una donna dal carattere forte, carismatico e capace di rompere gli schemi. La sua straripante popolarità dimostra che gli Usa, quando usano i toni giusti, possono essere ancora amati nel mondo e dunque che l’antiamericanismo non era viscerale, né irreversibile, ma limitato agli eccessi dell’era Bush. Infatti le proteste di strada non erano rivolte contro di lui.

 L’analogia con Gorbaciov, però, rischia di essere anche politica, sebbene non altrettanto drammatica nell’esito finale. L’esperienza del profeta della glasnost si concluse con il crollo dell’Urss, quella del primo presidente afroamericano difficilmente terminerà con l’implosione degli Stati Uniti. Ma proprio questo primo viaggio ha svelato al mondo un’altra America, meno sicura di sé, improvvisamente umile, a tratti quasi implorante. Quella di un tempo era abituata a imporre i compromessi, quella di oggi dà l’impressione di subirli. Il G20 è stato salutato come un grande successo, ma Washington non ha ottenuto l’impegno di tutti i Paesi a varare una maxi-manovra di stimolo. Dal vertice della Nato si aspettava un impegno ampio e coordinato da parte degli alleati per l’invio duraturo di nuove truppe in Afghanistan, ha ottenuto lo spiegamento di 5mila uomini limitato alle elezioni presidenziali. Eppure nelle scorse settimane aveva esercitato pressioni fortissime per piegare le resistenze degli europei. Inutilmente: per la prima volta il Vecchio Continente può dire no, senza temere lacerazionie tanto meno ritorsioni.

La Ue è diventata improvvisamente forte? No, è quella di sempre caotica, litigiosa, multicefala. Semmai è l’America a essere divenuta debole. Obama ha avuto l’onestà intellettuale di ammetterlo: «Siamo stati noi a provocare la crisi finanziaria», da cui, però, gli Stati Uniti non possono uscire da soli. Ha bisogno degli altri, come ben sappiamo. E allora Obama è costretto ad assumere un registro inconsueto per un capo della Casa Bianca: quello del mediatore, dell’amico bonario, del leader che parla poco e ascolta molto. Nei due vertici – G20 e Nato – ha dovuto ritagliarsi un ruolo di negoziatore, di pacificatore. La sua è un’America che tende la mano e riscopre il consenso. Con un dubbio: Obama sta gestendo un periodo di difficoltà transitoria in attesa di riprendere il ruolo di superpotenza o, come Gorbaciov, verrà ricordato come il gestore di un grande Paese che declina tra gli applausi del mondo? Dal blog di Marcello Foa

 

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Se il realismo di Niebuhr arriva alla Casa Bianca – La civilizzazione morbida

Il neopresidente Obama ha indicato in Reinhold Niebuhr uno dei suoi autori preferiti. L’attualità di un teologo protestante che, rileggendo sant’Agostino, mise in guardia gli Stati Uniti dal messianismo politico di Gianni Dessì (30 Giorni)

In un colloquio di qualche tempo fa con David Brooks, uno dei più noti tra i commentatori politici conservatori del New York Times, il neoeletto presidente Obama ha ricordato Reinhold Niebuhr come uno dei suoi autori preferiti1. Niebuhr, figura poco nota in Italia, è stato un teologo protestante, insegnante di Etica sociale alla Columbia University di New York, che ha avuto una grande influenza sulla cultura politica nordamericana almeno a partire dal 1932, anno nel quale pubblicò Uomo morale e società immorale, sino al 1971, anno della sua morte. Al suo realismo politico si sono riferiti intellettuali e politici, conservatori e liberali. Hans Morgenthau e George Kennan, i più noti tra i liberali conservatori che nell’immediato dopoguerra elaborarono quell’insieme di motivazioni che avrebbero costituito il riferimento intellettuale di molti americani negli anni della guerra fredda, della contrapposizione al blocco sovietico, si riferirono esplicitamente a Niebuhr e al suo realismo politico2. D’altra parte anche Martin Luther King, certamente non un conservatore, fu particolarmente sensibile alle critiche di Niebuhr all’ottimismo della cultura liberale e all’idea che la giustizia potesse essere realizzata attraverso esortazioni morali: egli riconobbe che doveva a Niebuhr la consapevolezza della profondità e della persistenza del male nella vita umana3. Obama, intervistato da Brooks, affermava di dovere a Niebuhr «l’idea irrefutabile che c’è il male vero, la fatica e il dolore nel mondo. Noi dovremmo essere umili e modesti nel nostro credere di poter eliminare queste cose. Ma non dovremmo usarlo come scusa per il cinismo e l’inattività». In poche espressioni vengono sottolineati alcuni aspetti essenziali delle posizioni di Niebuhr. L’idea che dal mondo siano ineliminabili «il male vero, la fatica, il dolore» rimanda alla critica di Niebuhr all’ottimismo che egli riteneva uno dei tratti costitutivi del pensiero religioso e sociale americano; così l’idea che anche colui che agendo politicamente si trovi a lottare contro la presenza dell’ingiustizia e del male debba essere “umile”, rinvia alla consapevolezza che non è possibile eliminare il male dalla storia ed è pericolosa illusione crederlo. D’altra parte tale persistenza del male non può essere scusa per «il cinismo e l’inattività». Viene delineata una posizione che intende evitare sia “l’idealismo ingenuo” sia il “realismo amaro” (nel linguaggio di Niebuhr: sia il sentimentalismo sia il cinismo).

Come nelle opere di Niebuhr si definisce questa prospettiva, quali i suoi riferimenti storici e culturali? Luigi Giussani, in Italia, già dalla fine degli anni Sessanta aveva colto la rilevanza del realismo di Niebuhr nel pensiero teologico e, più in generale, nella cultura statunitense. Giussani ricordava come nella formazione del pastore protestante avesse certamente svolto un ruolo l’esistenzialismo teologico europeo, ma una «netta originalità segna sin dagli inizi la sua produzione, la cui ispirazione e le cui tendenze chiave si formano e delineano nell’esperienza vissuta come pastore della luterana Bethel Evangelical Church di Detroit»

Niebuhr, giovanissimo, si trovò a essere pastore di una piccola comunità di Detroit negli anni dello sviluppo della casa automobilistica Ford e della Prima guerra mondiale, tra il 1915 e il 1928. Di formazione liberale, egli sperimentò l’inadeguatezza dell’ottimismo antropologico di tale concezione e della sua declinazione sociale, quella del movimento del Social Gospel, nel comprendere la persistenza del male individuale e dell’ingiustizia. Furono gli anni dell’autocritica alle proprie convinzioni liberali e ottimistiche. Di fronte alle speranze di una moralizzazione della società attraverso la predicazione religiosa egli, in un appunto del 1927, constatava che «una città costruita attorno a un processo produttivo e che solo casualmente pensa e offre un’attenzione accidentale ai propri problemi è realmente una sorta di inferno»5. Tale autocritica trovò piena espressione nel libro Uomo morale e società immorale. In esso, come ha scritto Giussani, la «realtà inevitabile del male […] è affermata e documentata contro ogni ottimismo che non veda l’impossibilità esistenziale del passaggio dalla coscienza del bene, che l’individuo ha, alla realizzazione di esso, impossibilità che specialmente nella sfera del collettivo si accusa in modo inesorabile»6. Il libro, del 1932, scritto durante gli anni nei quali Niebuhr subì l’influenza del marxismo, rappresentò negli Stati Uniti degli anni Trenta la denuncia forse più incisiva dell’ottimismo e del moralismo, da una parte, e dell’indifferenza e del cinismo, dall’altra, che avevano caratterizzato la società americana negli anni successivi alla Prima guerra mondiale. Nel breve periodo che va dal 1917, l’anno dell’entrata in guerra dell’America, al 1919, l’anno dei trattati di pace che penalizzarono fortemente le nazioni sconfitte, si consumò l’idealismo del movimento progressista e del presidente Wilson. Le motivazioni morali che Wilson e molti intellettuali progressisti avevano indicato come ragioni della partecipazione degli americani alla guerra erano state contraddette dall’esasperato realismo dei trattati di pace che esprimevano in modo palese la sanzione dei nuovi rapporti di forza tra le potenze vincitrici e quelle sconfitte. Nell’America degli anni Venti, proprio in reazione alle crociate ideali di Wilson, si affermò un’esigenza di ritorno alla normalità, che trovò espressione nell’elezione del presidente Warren Harding il quale a tale ideale aveva ispirato la propria campagna elettorale.

In realtà la società americana di quegli anni conobbe uno sviluppo economico mai visto, la diffusione della pubblicità e del consumo di massa, insieme a una forte polarizzazione tra ricchi e poveri. Tale società appariva agli occhi di un attento osservatore come Niebuhr la sconfessione, o la riduzione a retorica, di ogni forma di moralismo ed era caratterizzata dall’emergere di atteggiamenti sempre più cinici e disillusi. L’emendamento XVIII alla Costituzione, che vietava la produzione, il trasporto e la vendita di alcolici sul territorio americano, può essere considerato emblematico di questa situazione: esso, approvato nel 1919, come simbolo della battaglia per la moralizzazione dei costumi, favoriva di fatto lo sviluppo di diverse forme di criminalità organizzata che proprio dal commercio illegale di alcolici traevano i maggiori profitti. Niebuhr, in quegli anni, riteneva che una società più giusta non sarebbe stata la conseguenza di esortazioni morali o religiose, ma di concrete iniziative storiche e politiche, che proprio in quanto tali avrebbero dovuto confrontarsi con realtà poco elevate. Egli, che dal 1928 aveva lasciato Detroit e aveva iniziato a insegnare alla Columbia University di New York, ricorderà come proprio le esigenze dell’insegnamento lo abbiano condotto ad approfondire la conoscenza di Agostino. In una intervista del 1956 affermava: «Mi sorprende, in un esame retrospettivo, notare quanto tardi io abbia iniziato lo studio di Agostino: ciò è ancora più sorprendente se si tiene presente che il pensiero di questo teologo doveva rispondere a molte mie domande ancora irrisolte e liberarmi finalmente dalla nozione che la fede cristiana fosse in qualche modo identica all’idealismo morale del secolo scorso»7. Sant’Agostino in un affresco del VI secolo, Laterano, Roma Il riferimento a sant’Agostino è stato centrale sia per quanto riguarda la consapevolezza delle ragioni che distinguono la fede dall’idealismo, sia per superare alcune aporie che Niebuhr aveva maturato nei primi anni della propria riflessione. Il cristianesimo appare al giovane Niebuhr segnato da un aspetto, quello dell’assoluta gratuità, che si pone oltre ogni tentativo umano di realizzare gli ideali etici. L’uomo può, con grande sincerità, impegnarsi per realizzare sfere di convivenza caratterizzate da quello che Niebuhr definisce «mutual love», amore fondato sulla reciprocità: Cristo è invece testimone di un altro tipo di amore, definito «sacrificial love». Nel 1935 in An Interpretation of Christian Ethics egli aveva esplicitamente richiamato tale radicale differenza scrivendo: «Le esigenze etiche poste da Gesù sono d’impossibile compimento nell’esistenza presente dell’uomo […]. Qualunque cosa meno dell’amore perfetto nella vita umana è distruttivo della vita. Ogni vita umana sta sotto un incombente disastro perché non vive la legge dell’amore»8. Nel 1940, riprendendo alcune di queste riflessioni e riferendole all’ambito politico, aveva sostenuto che una concezione «che aveva semplicemente e sentimentalmente trasformato l’ideale di perfezione del Vangelo in una semplice possibilità storica» aveva prodotto una «cattiva religione» e una «cattiva politica», una religione in contrasto con il dato essenziale della fede cristiana e una politica irrealistica, che rendeva le nazioni democratiche sempre più deboli9. D’altra parte, pur criticando il sentimentalismo e l’ottimismo della cultura liberale, egli constatava l’ineliminabile presenza della certezza del significato dell’esistenza, della sua positività, come tratto caratteristico di un’esistenza sana. Questa certezza, scrive, «non è qualcosa che risulti da un’analisi sofisticata delle forze e dei fatti che circondano l’esperienza umana. È qualcosa che è riconosciuto in ogni vita sana […]. Gli uomini possono non essere in grado di definire il significato della vita e malgrado ciò vivere attraverso la semplice fede la certezza che essa ha significato»10.

L’opera nella quale tali diverse suggestioni trovano una sintesi è The Nature and Destiny of Man, pubblicata in due volumi tra il 1941 e il 1943. In essa si legge: «L’uomo, secondo la concezione biblica, è un’esistenza creata e finita sia nel corpo, sia nello spirito»11. La chiave per comprendere la natura umana è da una parte il riconoscimento della creazione: l’ottimismo essenziale che caratterizza un’esistenza sana è legato alla percezione di essere creato, voluto da Dio. Dall’altra la libertà umana, che, come segno posto da Dio nel cuore dell’uomo, come possibilità di aderire a tale intuizione o di rifiutarla, diviene assolutamente centrale. L’uomo può (e Niebuhr sembra dire “inevitabilmente”) cercare soddisfazione nei beni creati e non in Dio. Il male nasce quando l’uomo conferisce a un bene particolare un valore assoluto: è l’uso sbagliato della libertà – il peccato – che genera il male, non la sensibilità o la materialità. La presenza di Agostino in questa che è l’opera maggiore e più sistematica di Niebuhr è evidente e costante: la concezione realistica della natura umana che Niebuhr propone rimanda esplicitamente alla concezione biblica e ai testi agostiniani. In un saggio del 1953, Augustine’s Political Realism, incluso nel volume dello stesso anno Christian Realism and Political Problems, Niebuhr riconosce esplicitamente il suo debito nei confronti di sant’Agostino e precisa in quale senso il santo sia da ritenere il primo grande realista del pensiero occidentale e perché la sua prospettiva gli sembri attuale In un saggio del 1953, Augustine’s Political Realism, incluso nel volume dello stesso anno Christian Realism and Political Problems, Niebuhr riconosce esplicitamente il suo debito nei confronti di sant’Agostino e precisa in quale senso il santo sia da ritenere il primo grande realista del pensiero occidentale e perché la sua prospettiva gli sembri attuale. Niebuhr inizia questo saggio offrendo una schematica definizione del termine realismo: esso «indica la disposizione a prendere in considerazione tutti i fattori che in una situazione politica e sociale offrono resistenza alle norme stabilite, particolarmente i fattori di interesse personale e di potere». Al contrario, l’idealismo, per i suoi sostenitori, è «caratterizzato dalla fedeltà agli ideali e alle norme morali, piuttosto che al proprio interesse»; per i suoi critici, da «una disposizione a ignorare o a essere indifferenti alle forze che, nella vita umana, offrono resistenza agli ideali e alle norme universali»12. Niebuhr precisa che idealismo e realismo in politica sono disposizioni, più che teorie. In altri termini anche il più idealista degli individui dovrà inevitabilmente confrontarsi con i fatti, con la forza di ciò che è; anche il più realista dovrà confrontarsi con la tendenza umana a ispirare l’azione a valori ideali, a ciò che deve essere13. Niebuhr ritiene che sant’Agostino sia stato «per riconoscimento universale il primo grande realista nella storia occidentale. Egli ha meritato questo riconoscimento perché l’immagine della realtà sociale nella sua Civitas Dei, offre un’adeguata considerazione delle forze sociali, delle tensioni e competizioni che sappiamo essere quasi universali a ogni livello di comunità»14. Per il teologo protestante il realismo di sant’Agostino si lega alla sua concezione della natura umana, e in modo particolare al giudizio sulla presenza del male nella storia. Infatti per sant’Agostino «la fonte del male è l’amor proprio, piuttosto che un qualche residuo impulso naturale che la ragione non ha ancora dominato». Il male non deriva quindi né dalla sensibilità né dalla materialità, che non sono contrapposte allo spirituale. Il fare dei propri interessi materiali o ideali un fine ultimo è una caratteristica umana che ha a che vedere con la libertà e che si esprime in ogni livello dell’esistenza umana e collettiva, dalla famiglia alla nazione all’ipotetica comunità mondiale. Reinhold Niebuhr nel suo studio in una foto del 1955 [© Getty images/Laura Ronchi] Il realismo di Agostino permette inoltre di rispondere all’accusa rivolta dai liberali a coloro che sostengono una concezione non ottimistica della natura umana: all’accusa cioè di considerare nello stesso modo e quindi di approvare qualsiasi forma di potere. «Il realismo pessimistico» scrive Niebuhr «ha infatti spinto sia Hobbes sia Lutero a una inqualificabile approvazione dello stato di potere; ma questo soltanto perché non sono stati abbastanza realisti. Essi hanno visto il pericolo dell’anarchia nell’egoismo dei cittadini ma hanno sbagliato nel percepire il pericolo della tirannia nell’egoismo dei governanti»15. Il realismo di sant’Agostino, in altri termini, non cede al cinismo e all’indifferenza nei confronti del potere perché «mentre l’egoismo è “naturale”, nel senso che è universale, non è naturale nel senso che non è conforme alla natura dell’uomo». Infatti «un realismo diviene moralmente cinico o nichilistico quando assume che una caratteristica universale del comportamento umano debba essere considerata anche come normativa. La descrizione biblica del comportamento umano, sulla quale Agostino basa il suo pensiero, può rifuggire sia l’illusione sia il cinismo perché essa riconosce che la corruzione della libertà umana può rendere universale un modello di comportamento senza farlo diventare normativo»16. L’idea di un realismo che sia in grado di evitare l’indifferenza, il cinismo e l’approvazione incondizionata di qualsiasi forma di potere, così come il sentimentalismo, l’idealismo e le illusioni nei confronti della politica e dell’esistenza umana, emerge con forza da questa rilettura che Niebuhr propone di sant’Agostino: a questa prospettiva, che come ricordava Niebuhr esprime una disposizione più che una teoria, sembra riferirsi Obama.

Note 1 C. Blake, Obama and Niebuhr, in The New Republic, 3 maggio 2007. 2 Cfr. R.C. Good, The National Interest and Political Realism: Niebuhr’s “Debate” with Morgenthau and Kennan, in The Journal of Politics, n. 4, 1960, pp. 597-619. 3 C. Carson, Martin Luther King, Jr., and the African-American Social Gospel, in Paul E. Johnson (ed.), African American Christianity, University of California Press, Berkeley 1994, pp. 168-170. 4 L. Giussani, Grandi linee della teologia protestante americana. Profilo storico dalle origini agli anni Cinquanta, Jaca Book, Milano 1988 (I edizione 1969), p. 131. 5 R. Niebuhr, Leaves from the Notebook of a Tamed Cynic, The World Publishing Company, Cleveland 1957 (I edizione 1929), p. 169. 6 L. Giussani, Teologia protestante americana, cit., p. 132. 7 R. Niebuhr, tr.it., Una teologia per la prassi, Queriniana, Brescia 1977, p. 55. 8 R. Niebuhr, An Interpretation of Christian Ethics, Scribner’s, New York 1935, p. 67. 9 R. Niebuhr, Christianity and Power Politics, Scribner’s, New York 1952 (I edizione 1940), pp. IX-X. 10 Ibid., p. 178. 11 R. Niebuhr, The Nature and Destiny of Man. A Christian Interpretation, vol.I, Human Nature, Scribner’s, New York 1964 (I edizione 1941), p. 12. 12 R. Niebuhr, tr.it., Il realismo politico di Agostino, in G. Dessì, Niebuhr. Antropologia cristiana e democrazia, Studium, Roma 1993, pp. 77-78. 13 Riprendo questa terminologia da Alessandro Ferrara, La forza dell’esempio. Il paradigma del giudizio, Feltrinelli, Milano 2008, pp. 17-33. Una terza grande forza, oggetto del libro, è quella di «ciò che è come dovrebbe essere». 14 R. Niebuhr, tr.it., Il realismo politico di Agostino, cit., p. 79. 15 Ibid., p. 85. 16 Ibid., p. 88.

 

 

La civilizzazione morbida

L’incredibile esperienza di evangelizzazione e di civilizzazione che fu la fondazione da parte dei gesuiti di vere e proprie città nel cuore dell’America Latina fra XVII e XVIII secolo

di Lorenzo Cappelletti

 

Gianpaolo Romanato, Gesuiti, guaranì ed emigranti nelle Riduzioni del Paraguay, Regione del Veneto – Longo Editore, Ravenna 2008, 104 pp., euro 13,00

      Un libro piccolo ma prezioso quello di Gianpaolo Romanato appena pubblicato, grazie al contributo della Regione Veneto, dall’Editore Longo di Ravenna col titolo Gesuiti, guaranì ed emigranti nelle Riduzioni del Paraguay. Avvalorato da una protratta permanenza in loco dell’autore, il libro è dedicato a quell’incredibile esperienza, allo stesso tempo di evangelizzazione e di civilizzazione, che fu la fondazione da parte dei gesuiti di vere e proprie città nel cuore dell’America Latina fra XVII e XVIII secolo. Città organizzate, per gli indios guaraní, secondo le modalità più amorevoli e congrue, compatibilmente con la mentalità dei tempi, alle caratteristiche di quelle popolazioni. «Una civilizzazione morbida», la chiama Romanato, «compiuta da gesuiti che provenivano dall’intera ecumene di allora, cioè l’incontro non distruttivo e non conflittuale fra una cultura forte e una debole» (p. 48). La storia di quel territorio è stata cruciale innanzitutto per questa modalità missionaria lì sperimentata dai gesuiti, che corrisponde – Romanato nota che non sempre si coglie il nesso (pp. 22; 47; 60-61 e passim) – a ciò che essi stavano facendo nel medesimo tempo dall’altra parte del mondo, in Cina. Cruciale, inoltre, per la drammatica vicenda della soppressione della Compagnia di Gesù del 1773, intrecciata con la secolare lotta fra spagnoli e portoghesi per il dominio sul nuovo mondo, che aveva nella regione delle Riduzioni il suo massimo punto di attrito. E ancora, per la stessa evoluzione del pensiero giusnaturalista e illuminista, il cui background storico, potremmo dire, era proprio costituito da quello stato di natura e… di grazia che lì dotti e umili europei quali erano i gesuiti andavano sperimentando non sui libri ma sul campo, secondo l’esempio di san Francesco Saverio. E infine, la stessa configurazione del Brasile attuale, lo Stato col maggior numero di cattolici al mondo, e che dunque merita anche solo per questo un’attenzione privilegiata da chi è interessato alle vicende della Chiesa e del mondo, non è comprensibile senza fissare lo sguardo su quei primordi.       Romanato, docente presso il Dipartimento storico dell’Università di Padova e da poco cooptato nel Pontificio Comitato di Scienze storiche, ha al suo attivo numerose pubblicazioni di storia contemporanea relative al territorio veneto e ai veneti. E proprio in base a queste competenze si è accostato al tema in oggetto, apparentemente lontano da esse nello spazio e nel tempo. In realtà, scorrendo le pagine del suo lavoro – sempre più coinvolti, dobbiamo dire – si scopre che la storia di quel territorio, che va ben oltre il sud dell’attuale Paraguay, comprendendo anche la provincia di Misiones nel nord-est dell’Argentina e buona parte dello Stato brasiliano di Rio Grande do Sul (grande quasi quanto l’Italia), è legata a doppio filo agli italiani, e in tempi recenti soprattutto ai veneti (lato sensu) che, con un’epopea non da meno rispetto ai primi gesuiti, hanno di nuovo popolato e civilizzato quelle terre fra XIX e XX secolo. Ma già dagli esordi furono numerosissimi gli italiani a operare in quella regione. A cominciare dalla sua prima evangelizzazione e dalla sua prima storiografia. Ai padri gesuiti Giuseppe Cataldini (†1653) e Simone Mascetta (†1658) la tradizione dell’Ordine fa risalire infatti la fondazione della prima Riduzione intitolata a sant’Ignazio. Così come fu sempre un italiano a tracciare una prima storia delle Riduzioni, sulla base di lettere del suo concittadino gesuita Gaetano Cattaneo: il modenese Ludovico Antonio Muratori, che nel suo Del cristianesimo felice nelle missioni dei Padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay, apparso a Venezia nel 1743, nel pieno della polemica antigesuita, dà prova di quella indipendenza di giudizio e di quell’intuito che fanno il vero storico, quando scrive che la vera Chiesa sta per «riempire e santificare una parte del mondo che è maggiore della stessa Europa», perché in quelle terre «riappare lo spirito dei primi cristiani» e «abita l’umiltà» (cfr. pp. 57-58). A proposito di umiltà, si dovrebbe parlare fra gli altri anche del musicista pratese Domenico Zipoli, che, a fronte di una brillante carriera come organista del Gesù a Roma, nel 1717 partì missionario (morendo di tubercolosi neanche quarantenne) e di cui solo oggi, grazie alla scoperta fortuita di suoi manoscritti in Bolivia, si riesce a comprendere l’importanza fin qui rimasta sconosciuta.

Uno scorcio delle costruzioni superstiti nella Riduzione di Trinidad, Paraguay

      Il libro si raccomanda a un duplice livello. Innanzitutto, dal punto di vista scientifico, costituisce una rassegna bibliografica aggiornatissima, utile a chiunque debba impostare una ricerca sul tema. Per qualunque ricerca monografica, ogni professore vorrebbe poter consigliare un primo strumento come quello che offre Romanato sui personaggi e le vicende legate al territorio delle Riduzioni. In esso infatti, oltre alla presentazione ragionata di quanto è già stato scritto, compaiono anche suggerimenti su piste di ricerca inesplorate. Come quella relativa agli «architetti gesuiti nati in Italia che operarono in varie città del Sud America e nelle Riduzioni, creandone lo stile architettonico e l’organizzazione urbanistica: Giovanni Battista Primoli, Giuseppe Bressanelli, Giovanni Andrea Bianchi, Angelo Pietragrassa, Pietro Danesi» (p. 63). O l’altra, ugualmente interessante, quasi pendant rispetto alla precedente, su quale sia stato il destino e l’influsso delle centinaia di gesuiti, molti dei quali non italiani, che, esuli dopo la soppressione della Compagnia, trovarono accoglienza in alcune località dello Stato Pontificio, soprattutto emiliano-romagnole. «Quelle che ne accolsero il maggior numero furono Faenza, Imola, Bologna e Ravenna, oltre naturalmente a Roma. […] Che segno abbiano lasciato nel mondo italiano del tempo è quesito ancora in gran parte da sciogliere. Si sa che scrissero e pubblicarono in gran copia e che fra loro c’erano alcuni dei migliori ingegni che avevano operato nelle Riduzioni» (pp. 66-67).       Ma, anche prescindendo dal piano accademico, il libro di Romanato può costituire una prima lettura consigliabile a chiunque finora non abbia che il film Mission (peraltro bellissimo e più volte citato da Romanato stesso) come fonte di conoscenza della storia moderna e contemporanea di quel fulcro privilegiato del mondo non solo sudamericano che è stata ed è la regione del Paraná, dell’Uruguay e dell’Iguaçu. Conoscenza interessante per chiunque voglia capire il passato per capire e amare il presente.

30 Giorni

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India : nuove minacce ai Cristiani in vista del Natale

“L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) teme nuove aggressioni contro le comunità cristiane in India. Lo scorso fine settimana infatti diversi esponenti del movimento radicale hindu hanno confermato la minaccia dello sciopero generale del 25 dicembre per ostacolare i festeggiamenti del Natale cristiano. Nel frattempo le autorità indiane hanno negato l’accesso alla regione interessata dai disordini nel distretto di Kandhamal a una delegazione di ambasciatori europei di Nuova Delhi, che in precedenza aveva chiesto una protezione particolare per i cristiani. Il negato accesso alla regione agli osservatori stranieri sembra sottolineare la scarsa credibilità delle dichiarazioni delle autorità indiane secondo cui la situazione dei Cristiani nello stato di Orissa è sotto controllo. Il ministro degli interni dello stato di Orissa Aditya Prasad Padhi ha autorizzato la delegazione composta da diplomatici inglesi, italiani, irlandesi, finlandesi e olandesi, a visitare unicamente la capitale Bhubaneswar e la città di Berhampur e ha negato loro l’accesso a tutto il resto del territorio. Il ministro ha inoltre assicurato alla delegazione diplomatica che da ottobre ad oggi non si è verificata alcuna manifestazione di violenza nel distretto di Kandhamal.
Da fine agosto ad oggi oltre 10.000 Cristiani sono fuggiti dalle aggressioni sistematiche degli estremisti hindu. Per paura di nuove aggressioni solo pochi sono finora tornati nei propri villaggi. Chi torna a casa senza convertirsi all’hinduismo rischia la vita: il 25 novembre scorso la 52-enne Bimala Nayak, che aveva lasciato il campo profughi per completare la raccolta del riso a casa sua, è stata uccisa a colpi d’ascia. La stessa sorte è toccata anche alla 45-enne Lalita Digal, che il 21 novembre scorso aveva lasciato il campo profughi in cui era rifugiata con l’intenzione di tornare nel proprio villaggio.
Per i cristiani di Orissa non c’è libertà di opinione né di culto. L’8 dicembre infatti sono stati arrestati il giornalista Lenin Kumar e i suoi collaboratori Ravi Jena e Dhananjay Lenka poiché in un rapporto di 80 pagine denominato “Lo spargimento di sangue a Kandhamal in nome della religione” avevano accusato e fatto i nomi di estremisti hindu responsabili delle violente aggressioni. Inutilmente decine di giornalisti, scrittori e attivisti per i diritti umani hanno protestato contro gli arresti. Dal 23 agosto 2008, giorno dell’uccisione di un leader hindu radicale, nello stato di Orissa oltre 53.000 persone di fede cristiana sono state cacciate da complessivamente 315 villaggi, 151 chiese sono state distrutte, 4.640 case di cristiani sono state saccheggiate e bruciate. Circa 60 membri della minoranza religiosa sono stati uccisi. Nelle scorse settimane l’Unione Europea ha più volte espresso preoccupazione per la situazione dei Cristiani nell’Orissa.” (fonte: APM 15-12-08)

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Persecuzioni cristiane, finalmente se ne parla

Ieri è accaduto un piccolo miracolo: Il Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa, le fonti quotidiane dell’Italia acculturata o aspirante tale, si sono accorte del martirio cristiano in India, concedendo alla notizia del rogo di due missionari laici addirittura la prima pagina. Non c’è da illudersi: si tratta di un evento pressoché irripetibile, alla stregua di quelle eclissi solari annunciate mesi o anni prima, che durano pochi minuti e poi tutto torna come prima.
Di solito, infatti, le persecuzioni cristiane fanno ben poca notizia, pur essendo violentissime e, purtroppo, assai diffuse. Secondo quanto emerso da un rapporto dei servizi segreti inglesi ultimato nel giugno 2007, sono circa 200 milioni, nel mondo, i cristiani che rischiano quotidianamente la vita a causa della loro fede. Nel mirino dei vari fanatismi ci sono, idealmente, preti e suore: non è un caso, quindi se, dal 2000 al 2005, siano stati 162 i religiosi cattolici uccisi nel mondo. Numeri e tragedie, queste, regolarmente ignorate dai nostri mass media che, evidentemente, hanno altro di cui occuparsi.
Non so se ricordate, durante le ultime feste natalizie, quale fu il tormentone ridicolo che quotidiani e telegiornali ci propinarono per giorni e giorni, senza tregua; per settimane fummo bombardati da voci e insinuazioni sulla relazione e sulle conseguenti nozze tra il premier francese Nicolas Sarkozy e l’ex modella Carla Bruni.
Volenti o nolenti, fummo tutti assillati dal rincorrersi di notizie su questa love story della quale – ammettiamolo – non ci è, giustamente, mai importato nulla.
Ebbene, mentre a tutti noi i media servivano questi magri scoop, in India, nella stessa India dove oggi si consumano le agitazioni e le violenze di cui – incredibile ma vero – si sono accorti anche i nostri “grandi” quotidiani, accadde il finimondo: tra il 24 e il 27 dicembre 2007 gli estremisti indù provocarono la morte di una decina persone, devastando circa 70 chiese e distruggendo 500 case.
Alla fine di questa immane ondata di violenza furono 5000 le persone coinvolte.
Sarebbe interessante eseguire una piccola indagine per scoprire quanti, fra coloro che hanno saputo della celebrata love story d’oltralpe, sono stati anche informati dell’immane tragedia che si consumava in quella che, almeno formalmente, è la più grande democrazia del mondo.
Ora, non siamo così ingenui da non sapere che l’indifferenza dei media verso le violenze che si consumano nel mondo non esiste da ieri né può terminare domani, tuttavia non sarebbe male, di tanto in tanto, trascurare le scemenze propinateci, per consultare siti come www.asianews.it e capire, o ricordarsi, come anche una semplice professione di fede, nel 2008, possa costare la vita.
Dovrebbero farlo soprattutto gli agguerriti difensori della laicità, che da noi pullulano. Magari capirebbero qualcosa di più della Chiesa che tanto detestano.
E questo sarebbe davvero un grande miracolo.

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Una nuova guerra fredda? Il primo match agli Usa o a Putin?

La guerra tra Georgia e Russia è scoppiata dopo che il presidente georgiano Saakashvili aveva fatto distruggere a sorpresa Tskhinvali, la capitale degli osseti del sud. La Russia è intervenuta 15 ore dopo, quando i morti osseti erano già duemila, la città resa inabitabile, trentamila profughi, il 90% dei quali cittadini russi.

Perchè il presidente georgiano, filo-occidentale, armato dagli americani, ha agito in questo modo? Aveva dietro qualcuno, o semplicemente pensava che gli alleati occidentali, inetressati alla posizione strategica della Georgia e ai suoi oleodotti di proprietà occidentale lo avrebbero seguito? Ancora: perchè per buona parte della stampa italiana è sempre e solo colpa di Putin, mentre i georgiani sarebbero solo vittime? In verità il governo italiano e l’Europa in generale, pur fingendo come sempre sdegno doveroso verso Putin, questa volta non hanno seguito Bush nel fare la voce grossa con la Russia, ma hanno preferito realisticamente trattare: con quale coraggio avrebbero potuto inveire contro Putin, visto chi è stato l’aggressore? Con quale coraggio invocare il diritto internazionale, da parte dei suoi avversari, dopo la guerra in Irak?

Ma le grandi domande sono queste: mettendo da parte i manicheismi, e la divisione buoni georgiani-cattivi russi, che fa semplicemente ridere, si è aperta una nuova guerra fredda? E se sì, chi ha vinto il primo scontro? Dove stanno l’Italia e l’Europa?Si stanno riposizionando, dopo gli insuccessi Usa in Irak e in Asia? Intanto sul giornale di Berlusconi è uscito questo articolo sul tentativo americano di accerchiare la Russia. Delinea gli scenari che hanno portato allo scontro, e forse quelli futuri, perciò è da leggere.

"I presidenti cambiano, ma loro restano, sono le grandi menti della politica estera americana, come Andrew Marshall, che dal 1973 guida l’Ufficio scenari strategici del Pentagono. Potentissimi e invisibili. Sono sconosciuti al grande pubblico, ma ispirano le mosse dell’America sullo scacchiere internazionale, garantendo continuità tra un’Amministrazione e l’altra. Non sono infallibili e la leggerezza con cui gli Usa hanno affrontato la guerra in Irak lo dimostra. Ma la loro mano è ben visibile in molti scenari, a cominciare da quello russo. Da circa vent’anni Washington sottrae al Cremlino crescenti sfere di influenza. Con uno scopo: accerchiare la Russia, ridimensionarla politicamente e garantirsi il controllo degli snodi euroasiatici sia energetici che politici che militari. Basta prendere una cartina degli anni Ottanta per rendersi conto dell’estensione dell’impero comunista sovietico. Ingloba tutta l’Europa dell’Est, l’Asia centrale, controlla l’Afghanistan e può contare sulla compiacente neutralità dei Balcani grazie alla Jugoslavia di Tito e all’Albania, entrambe socialiste, sebbene non allineate. Nel 1989 cade il Muro di Berlino e l’Armata Rossa abbandona l’Afghanistan. Poi tutto avviene con strabiliante rapidità: appena due anni dopo, nel 1991, l’Unione Sovietica non esiste più. Liberi tutti. Libera, a ben vedere, anche la Russia, che sprofonda nella miseria e smarrisce la propria forza militare, diventando un partner docilissimo. Priva di un nemico planetario, Washington potrebbe ridurre il proprio impegno nell’area. E invece passa alla fase due, quella tracciata dai suoi strateghi. Come? Facendo entrare gli ex satelliti europei di Mosca sia nella Nato che nell’Unione europea; creando, dunque, un doppio vincolo, militare e politico. Ma la Russia è pur sempre una potenza nucleare, occorre agire gradualmente. Nel 1994 i Paesi Baltici, l’Ungheria, la Polonia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Bulgaria diventano candidati ufficiali all’adesione sia della Ue sia della Nato. Cinque anni dopo Praga, Budapest e Varsavia entrano a pieno titolo nell’Alleanza. Il test è decisivo per sondare la forza di Mosca, che strepita ma, stordita dalla crisi finanziaria, lascia fare. È il segnale atteso da Washington. Nel 2004 tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia entrano nel club militare atlantico e, parallelamente, nell’Unione europea, che nel 2007 apre anche a Bulgaria e Romania. Non tutti i criteri sono rispettati? L’adesione è prematura? Pazienza, in termini geostrategici ciò è ininfluente. L’importante è ancorarli all’Occidente. Lo stesso avviene con l’ex Jugoslavia. Le guerre in Bosnia e nel Kosovo vengono risolte con l’intervento decisivo degli americani, che possono così controllare i Balcani, tranne la Serbia ma inclusa l’Albania. Un capolavoro, ma incompleto; mancano all’appello altri Stati. Gli attentati dell’11 settembre offrono agli Usa la possibilità di puntare all’Asia centrale. Occorre combattere il terrorismo fondamentalista islamico che spaventa tutti; anche Putin che sostiene la guerra in Afghanistan contro il regime talebano e pertanto non si oppone quando Uzbekistan e Tagikistan consentono a Washington di aprire basi militari sul proprio territorio. La Casa Bianca si muove rapidamente e stringe relazioni molto strette, anche militari, con il Kazakistan e con l’Azerbaigian. In quella zona dell’ex Unione Sovietica, solo il Turkmenistan resta fedele a Mosca, mentre l’Armenia si mantiene equidistante.

E non è finita. La Moldavia, sorella della Romania, pende spontaneamente dalla parte degli Usa. Nel 2003 inizia la stagione delle rivoluzioni popolari, che oggi sappiamo ispirate dagli americani; quella rosa in Georgia costringe alla fuga Shevardnadze, che viene rimpiazzato da un giovane avvocato laureato a New York, Mikhail Saakashvili. L’anno dopo la rivoluzione arancione permette la vittoria in Ucraina del filoamericano Viktor Yushchenko. Nel 2004 la missione sembra quasi compiuta. Un’occhiata alla carta geografica e il quadro è chiaro: la Russia è di fatto accerchiata a ovest e a sud da Paesi alleati o amici degli Stati Uniti. Tutto facile, troppo facile. Può un Paese grande come la Russia e con un passato imperiale arrendersi senza reagire? Ovvio che no, tanto più che il Cremlino si scopre ricco, grazie al petrolio e al gas. Putin, fino a quel momento amico di Bush, reagisce. È offeso e al contempo terrorizzato. Offeso per lo scippo dell’Ucraina, progenitrice e sorella della Grande Russia. Terrorizzato, perché convinto che Washington stia complottando una rivoluzione colorata a Mosca per rovesciarlo. E allora parte la controffensiva. Mosca destabilizza il regime arancione a Kiev, richiama all’ordine il Kazakhstan, il Tagikistan e l’Uzbekistan, che si riavvicinano a Mosca, allentando il legame con gli Usa. Poi si occupa della pratica georgiana. Si schiera al fianco dei secessionisti osseti e abkhazi. Attende l’occasione propizia. Saakashvili gliela offre l’8 agosto con il suo improvvido blitz. Le truppe russe entrano in Georgia. È la prima, grande rivincita di Mosca. Washington è avvertita". http://blog.ilgiornale.it/foa

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La guerra in Ossezia: perchè? Foa e Olimpio ci spiegano.

L’Occidente sconta l’effetto Kosovo e la questione Nato: Nel febbraio 2008 Pristina si stacca dalla Serbia con la benedizione dell’Occidente. E il quadro cambia. Putin protesta veementemente per «l’amputazione della Serbia»; l’Occidente, però, lo snobba e lui rilancia annunciando la reciprocità. Se il mondo si arroga il diritto di strappare il Kosovo, Mosca si riserva di fare lo stesso con l’Ossezia del Sud e con l’altra repubblica ribelle georgiana, l’Abkhazia. Altri due mesi e al vertice di Bucarest, la Nato, pur evitando di avviare la procedura d’adesione, annuncia che in futuro la Georgia e l’Ucraina, l’altro grande Stato uscito dall’orbita russa, potranno diventare membri dell’Alleanza atlantica. Un’eventualità inaccettabile per il Cremlino, che infatti riaccende le tensioni nel Caucaso. Chi ha provocato l’esclation dell’altra notte? Verosimilmente il presidente georgiano Saakashvili, nel tentativo di anticipare le mosse di Mosca e approfittando della distrazione del mondo nel giorno dell’apertura dei Giochi Olimpici. Ma ha fatto male i conti, a quanto pare. Militarmente la Russia è superiore e ora Saakashvili rischia di perdere non solo il controllo dell’Ossezia del Sud, ma anche quello del suo Paese. E se cadesse Tbilisi, l’Occidente vedrebbe svanire uno snodo cruciale nello scacchiere euroasiastico, a favore, ovviamente, di Mosca. Valeva la pena di rischiare? Perché Washington non ha imbrigliato il suo vulcanico alleato?

È una guerra, vera. Forse finirà in poche ore lasciando tutto come prima oppure inciderà profondamente negli equilibri euroasiatici. Impossibile fare previsioni quando si parla di Caucaso, ma la crisi è seria e non può lasciare indifferente l’Occidente, perché ad affrontarsi sono gli eserciti di una potenza ritrovata, la Russia, e di un Paese legato a doppio filo con Washington, la Georgia. E perché a provocarla sono stati indirettamente gli Stati Uniti e l’Unione europea. La questione dell’Ossezia del Sud non è certo recente. Risale addirittura al 1991. Quando l’Urss si spaccò i territori osseti vennero divisi in due, il nord restò alla Russia, il sud venne inglobato nella Georgia. Una terra piccolissima, grande due volte il Lussemburgo, e abitata da 70mila persone, quasi tutte russe, che rifiutarono di piegarsi all’autorità di Tbilisi. E imbracciarono i fucili. Il Cremlino intervenne e nel 1992 impose un cessate il fuoco, senza però soluzione diplomatica: da allora l’Ossezia è di fatto autonoma in una Georgia che rifiuta di concedere la secessione. Lo status quo dura fino al 2004, quando i georgiani eleggono presidente Mikhail Saakshvili, l’uomo di Washington. Per il Cremlino è un’umiliazione; perché la Georgia è una Repubblica ex sovietica e rappresenta uno snodo strategico cruciale.

Putin non si rassegna e inizia a fare pressioni. Blocca i commerci tra i due Paesi, apre e chiude i rifornimenti di gas e petrolio, ma soprattutto gioca la carta dell’Ossezia del Sud, che, improvvisamente si risveglia e nel 2006 proclama l’indipendenza, che la comunità internazionale non riconosce. Per due anni la tensione resta alta, ma sotto controllo. Poi nel febbraio 2008 il Kosovo si stacca dalla Serbia con la benedizione dell’Occidente. E il quadro cambia. Putin protesta veementemente per «l’amputazione della Serbia»; l’Occidente, però, lo snobba e lui rilancia annunciando la reciprocità. Se il mondo si arroga il diritto di strappare il Kosovo, Mosca si riserva di fare lo stesso con l’Ossezia del Sud e con l’altra repubblica ribelle georgiana, l’Abkhazia. Altri due mesi e al vertice di Bucarest, la Nato, pur evitando di avviare la procedura d’adesione, annuncia che in futuro la Georgia e l’Ucraina, l’altro grande Stato uscito dall’orbita russa, potranno diventare membri dell’Alleanza atlantica. Un’eventualità inaccettabile per il Cremlino, che infatti a luglio riaccende la tensione nell’Ossezia del Sud. I caccia militari russi violano lo spazio aereo georgiano, mentre Mosca e Tbilisi si accusano reciprocamente di intensificare le operazioni di guerra. Il segnale è forte.

Il vulcanico Saakshvili teme che Mosca stia per attuare la minaccia ventilata in febbraio. Cerca sostegno a Washington, ma la Casa Bianca è indebolita dalla corsa presidenziale. E allora aspetta il momento propizio, il giorno di apertura delle Olimpiadi, mentre Putin, ora primo ministro, e gli altri grandi del pianeta sono a Pechino per la cerimonia di inaugurazione. Gioca d’anticipo confidando nella distrazione del mondo e speculando sull’inesperienza e l’apparente mitezza del nuovo presidente Medvedev. E giovedì notte mette i soldati georgiani nelle condizioni di lanciare l’attacco in Ossezia del Sud. E ora tutti sono in imbarazzo. L’America è costretta a difendere l’integrità territoriale della Georgia, che però qualche mese fa ha negato alla Serbia, e vede il suo alleato Saakshvili perdere credibilità e influenza. Mosca deve decidere se avventurarsi in una nuova guerra in un territorio impervio come il Caucaso, con il pericolo di infiammare tutta l’area, o se trattare con Tbilisi, col rischio di apparire arrendevole. Intanto rimbombano le cannonate, alle porte di un’Europa ancora una volta sorpresa dagli eventi. Marcello Foa, sul suo blog e su Il Giornale di oggi 9 luglio.

 

Dalle armi agli affari,
i giochi dietro la rivolta

Cosacchi, americani, israeliani: gli interessi stranieri in Ossezia e gli schieramenti

di Guido Olimpio

Georgiani e osseti non combattono da soli. La Georgia, per preparare i suoi 32 mila uomini, ha cercato aiuto dall’Occidente all’Ucraina optando per una svolta filo-Nato e intervenendo in Iraq. Washington non poteva dimenticare che Tbilisi ha inviato 2 mila militari a Bagdad: una partecipazione che potrebbe risentire della crisi. La Georgia ha ordinato il rientro della metà del contingente «per fronteggiare l’aggressione russa».

L’annuncio è un modo per esercitare pressioni sugli Stati Uniti peraltro già coinvolti nella regione. Alla fine di luglio 600 soldati georgiani e 1000 marines hanno partecipato alle esercitazioni congiunte Immediate Response. Un test per integrare l’addestramento offerto dagli istruttori Usa. Ai georgiani – dicono gli analisti – «mancano sergenti e capitani», una lacuna che il Pentagono vuole colmare. Con un ritorno economico. Unendo cooperazione e affari, gli americani possono piazzare i loro prodotti. E così, gradualmente, il famoso Kalashnikov sarà rimpiazzato dagli M16 statunitensi, le rustiche jeep saranno sostituite dalle gigantesche Humvees. Un mercato discreto dove si sono inseriti anche gli israeliani. Alcune società di Gerusalemme hanno fornito a Tbilisi materiale per la guerra elettronica, consiglieri e supporto tecnico. In aprile i russi hanno abbattuto un paio di velivoli senza pilota georgiani: erano di produzione israeliana. Un contratto per la fornitura di tank e blindati sarebbe stato invece congelato dopo le proteste del Cremlino. Mezzi necessari per rimpiazzare i vecchi carri armati T-55 (circa 200) e T 72 (160), non tutti operativi. Uno schieramento completato da poche dozzine di mezzi corazzati (44), 109 pezzi d’artiglieria, 8 aerei da combattimento ed una trentina di elicotteri.

Nel 2006 i georgiani hanno acquistato diverse centinaia di fucili di precisione – negli Usa e in Ucraina – impiegati in una letale «guerra di cecchini». Sul fronte opposto i separatisti osseti sono poco più di una milizia (6-8 mila elementi) con pochi carri T55. Ma alle loro spalle c’è Mosca che ha lanciato sul terreno le sue colonne corazzate e ha una schiacciante superiorità aerea. Molte unità ribelli sarebbero guidate da ufficiali «volontari» russi e centinaia di altri starebbero per arrivare. Nel Caucaso nel Nord è infatti scattata la mobilitazione dei cosacchi: diversi bus carichi di uomini sono partiti per la regione separatista. In allerta anche la vicina Abkhazia, avversaria di Tbilisi, che dispone di 60 tank, moderni missili anti-carro, 116 blindati, 80 pezzi d’artiglieria e 10 mila soldati. Per gli esperti di strategia, Mosca tenterà di mantenere aperto un corridoio per salvare la «capitale» separatista Tskhinvali. I georgiani, invece, punteranno a schiacciare i ribelli prima che i russi mobilitino forze sufficienti.

Corriere della sera 9 agosto 2008

 

 

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La politica estera dell’Italia e degli Usa.

Per i grandi giornali la politica estera italiana è semplicemente filo-atlantica, filo americana. La realtà è molto più complessa e Berlusconi lo sa bene: non siamo più nell’epoca del bipolarismo, quando per essere liberi occorreva schierarsi con gli Usa, in funzione anti-sovietica perchè non c’erano altre opportunità. Tra il 1989 e il 1991 il comunismo è caduto ovunque, e gli Usa hanno cercato di approfittarne: dal bipolarismo, si credeva, si passerà all’unipolarismo. Una sola superpotenza: gli Usa. Si parlava del futuro “secolo americano”. Lo facevano Clinton e Bush, sr, indistintamente.

Erano gli anni in cui i sovietologi americani, tra cui la Rice, assicuravano che la Russia non si sarebbe mai ripresa. Certamente fu anche per questo, per consolidare la propria egemonia, che gli Usa attaccarono l’Iraq, zona strategica geopoliticamente, che confina con tantissimi stati, tra cui l’alleato turco, ma anche il nemico iraniano. E’ iniziata in quegli anni la corsa degli Usa verso oriente, speculare alla progressiva caduta dei sistemi comunisti. Si credeva che i vuoti di potere fossero facilmente occupabili, che il controllo dell’energia e del petrolio, fosse di per sé una garanzia di potere e di successo globale. Ma non è stato così: la Russia è rinata, contro ogni previsione, “grazie” all’operato dittatoriale, ma efficacissimo, di Putin. Costui è diventato così la bestia nera di molti occidentali, i quali si scandalizzano per l’eliminazione di alcuni avversari politici, dimenticando che nella storia della Russia dell’ultimo secolo, zarismo e comunismo compresi, Putin è stato l’uomo politicamente più efficace e “misericordioso” (pochissime le morti da lui decretate, rispetto ad alcune migliaia di oppositori, eliminati dagli zar, e ai milioni di morti di Lenin e Stalin). La Russia ha cercato pian piano di arginare la propria crisi interna, anzitutto investendo, anche economicamente, sul rilancio della famiglia ed anche limitando fortemente il ricorso all’aborto, che minava la forza demografica del paese. Inoltre è tornata in possesso delle sue materie prime, del gas e del petrolio, che durante l’epoca di Eltsin erano stati venduti ad alcuni oligarchi, personaggi che dal nulla si erano ritrovati, grazie all’amicizia giusta, con in mano proprietà immense, del popolo russo.

Nel frattempo, dopo la I guerra del Golfo, interrotta da Bush senior senza toccare Saddam (forse perchè Bush senior aveva capito che controllare il paese era impossibile?), c’è stata la I I guerra, che si è rivelata assai più difficile del previsto, quanto a morti (già più di 4000 solo tra gli americani, senza contare feriti e suicidi) e ad esiti economici, politici, energetici. Sì, perché nel frattempo l’Iran, tradizionale avversario sciita dell’Iraq a guida sunnita, eleggeva un presidente fanatico e folle, che però non sarebbe forse mai arrivato a quel posto se la guerra in Irak non avesse in buon parte resuscitato revanscismi islamisti. Negli stessi anni della II guerra, parallelamente alla ripresa della Russia, gli Usa concludevano nel 2006 un accordo con la Bulgaria, per costruirvi una base militare per 2500 uomini. Progettavano inoltre basi nella città romena di Costanza, sul mar Nero, il raddoppiamento della base militare di Vicenza, e, infine, una base anti missilistica in Polonia e una stazione radar nella ex repubblica Ceca. Difficile non vedere, in questi movimenti, il desiderio di mostrare all’orso russo risorto la propria forza, e la possibilità di contare su paesi ex satelliti dell’Urss. Ma nonostante tali manifestazioni di apparente potenza, gli Usa si trovano oggi a mal partito: hanno perso gran parte della loro tradizionale influenza in America Latina, che hanno trascurato a vantaggio del Medio Oriente, credendo forse di poter contare su un protettorato sicuro e permanente; sono ingolfati in Iraq e in Afganistan, paese anche quest’ultimo assai strategico, sia perchè confinante con l’Iran sia perchè subito al di sotto della temutissima Russia; hanno una forte crisi interna, politica ed economica; devono affrontare il problema dell’Iran, che è divenuto una potenza regionale, anche perchè non più limitato dal vicino Iraq. A tutto ciò si aggiunga che il sognato unipolarismo-unilateralismo, deve fare i conti con il sorgere di nuove potenze che rendono il mondo sempre più multipolare: oltre alla già citata Russia, la Cina, disposta anche ad allearsi con i russi in funzione anti americana, e l’India, che ha spesso mandato alcuni segnali di insofferenza verso certe politiche Usa. In tutto questo scenario l’Europa non ha una posizione definita, perchè troppo debole. Cosa fa allora Berlusconi: si sbraccia con Bush, e, contemporaneamente, con Putin, provando la politica della pacca sulle spalle. Promette e sorride agli Usa, ma nello stesso tempo dichiara, col ministro Frattini, che una nuova guerra all’Iran sarebbe un disastro.

La stessa politica del 2001 insomma, quando Berlusconi non entrò in guerra al fianco di Bush, ma solo a guerra “conclusa” mandò degli uomini, col compito, però, di mantenere l’ordine pubblico. Della serie: un po’ sì, troppo no. E’ questa forse la politica più “realista” che si possa fare, dovuta anche alla posizione geografica del nostro paese, affacciato sul Mediterraneo, e alla vicinanza col Vaticano, che si è sempre opposto alle guerre nel Golfo e che lavora per una pace giusta in Medio Oriente. L’efficacia e l’ “ambiguità” voluta di una tale posizione è dimostrata dal fatto che in Italia Bush e Putin vengono in pellegrinaggio assai spesso, cosa che in passato era assolutamente inconcepibile. E che la Russia, sia sotto Prodi che sotto Berlusconi, continua a stringere partnership economiche con l’Italia. Il nostro paese rimane pur sempre un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, e attende che sia più chiaro chi governa il mondo, e chi governerà, dopo le prossime elezioni, gli Usa. Quanto al nuovo assetto del mondo, si può sperare che il multipolarismo prossimo venturo eviti nuove guerre e generi nuovi equilibri, ma potrebbe anche, nella corsa a chi vince, a chi anticipa gli altri, succedere il contrario. Speriamo proprio di no.

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A noi conviene il Kossovo indipendente?

L’annuncio è fissato per domani alle 18.00 e la prossima settimana diversi Paesi occidentali riconosceranno l’indipendenza del Kosovo, tra cui l’Italia, la Francia, la Germania , la Gran Bretagna, gli Stati Uniti.
Putin è contrario, la Spagna anche, molti esperti temono l’effetto domino e dunque la ripresa delle tensioni secessioniste in diverse parti dell’Eurasia. Ad esempio: Tansdniestra (Moldavia), Paesi Baschi, Catalogna, Aragona (Spagna), Abkhazia e Ossezia del sud (Georgia), Nagorno-Karabakh (Azerbaigian), senza contare Kurdistan e Cipro e le latenti tensioni con le minoranze linguistiche in Romania, Bulgaria e Slovacchia.
Inoltre il Kosovo è una regione alquanto curiosa. Da otto anni è protetta dalle forze Nato, ma sotto gli occhi dei nostri militari si è sviluppata un’economica illegale e dannosa per le società europee. Certo, il Kosovo ha un’importanza geostrategica per il controllo dei Balcani, ma nulla è stato fatto per sottrarlo al controllo della malavita albanese, che anzi dal Duemila qui ha messo radici e si è sviluppata liberamente. A Pristina c’è un ex paramilitare come premier, le istituzioni sono dominate dai clan, che hanno trasformato questo Paese in un centro di snodo della droga: da qui passa l’80% dell’eroina diretto all’Unione europea, oltre a traffici di armi, di immigrati clandestini e di sostanze illecite . Insomma, stiamo legalizzando uno Stato che si regge su traffici criminali.
Siamo sicuri che l’indipendenza sia nel nostro interesse?
(Marcello Foa)

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Continuano gli attacchi di truppe iraniane ai villaggi cristiani nel Kurdistan autonomo iracheno

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) segnala che nelle ultime settimane truppe iraniane hanno ripetutamente tenuto sotto fuoco d’artiglieria alcuni villaggi cristiani ed assiro-caldei nel nord dell’Iraq. Secondo informazioni dell’ufficio di Arbil dell’Associazione per i popoli minacciati, circa 450 famiglie kurde e cristiane sono state costrette a fuggire dalla provincia di Sulaimaniya, dopo che numerose granate avevano centrato le loro case e i loro campi. Gli attacchi sono rivolti contro i villaggi di Barda, Qalshew, Qirnaqa, Bish Aashan, Zahrawa e Bast e ultimamente, il 2 settembre, anche contro i villaggi di Khinere, Khakurk?, Lolan, Kelaschin, Birikim, Berdanaze, Mardow e Goschine, tutti distanti tra i 10 e i 30 chilometri dal confine con l’Iran.
Questi reiterati attacchi costituiscono una pericolosa aggressione nei confronti di un libero e pacifico Kurdistan, che è tra l’altro l’unica regione autonoma dell’Iraq dove i diversi gruppi etnici convivono in modo esemplare rispetto al resto del Medio Oriente e dove la ricostruzione procede a gonfie vele. L’APM rivolge un appello alla comunità internazionale perché protesti formalmente contro il governo iraniano affinchè questi attacchi cessino e si protegga così l’unica zona di pace e di progresso economico nell’Iraq, con la sua popolazione multiculturale.
Nella regione autonoma del Kurdistan, abitata in maggioranza da Kurdi e sita nel nord dell’Iraq, sono stati concessi diritti linguistici e culturali ai gruppi cristiani degli Assiro-Caldei e dei Turkmeni. Inoltre è stata garantita la libertà religiosa alle piccole minoranze religiose degli Yezidi e dei Mandei. Per gli Assiro-caldei e per i Turkmeni, in Kurdistan chiamati anche i due piccoli popoli, sono stati istituiti sistemi d’istruzione in lingua neo-aramaica e turkmena. Entrambe le etnìe sono dotate di istituti culturali, di radio, televisione e di giornali nella propria lingua.

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Chi ha paura dell’orso russo?

La rivista cattolica internazionale "30 Giorni", vicina a Cl, ha pubblicato questo mese una inetrvista politicamente scorretta, ma interessante. Intervista con Maurizio Blondet, autore di Stare con Putin? «Il processo di integrazione tra Europa e Russia è nei fatti. Si tratta solo di accompagnarlo evitando che altri, per i loro interessi, lo distruggano»                                                                                                                                                 «Russia ed Europa non possono che integrarsi sempre più, è una sorta di destino manifesto». A parlare è Maurizio Blondet, a lungo penna di primo piano di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, per il quale ha firmato molti editoriali. Da tempo Blondet ha abbandonato le sfide del quotidiano cattolico, per dedicarsi a un giornale online, Effedieffe.com, dai tratti un po’ forti, ma sempre interessante e molto ben documentato. Da poco ha dato alle stampe Stare con Putin?, ovvero l’oggetto della nostra intervista.                                                  Lo abbiamo incontrato prima del vertice informale tra il presidente degli Stati Uniti, George Bush, e il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, che si è tenuto ai primi di luglio nel Maine, nella residenza di Bush senior. Un incontro che ha suscitato speranze. Da verificare.                                                                                                                                                                                     Perché stare con Putin? Maurizio Blondet: Credo che il presidente russo, dopo l’11 settembre e l’inizio della cosiddetta guerra al terrorismo, abbia rappresentato un punto di stabilità, di equilibrio nel mondo. L’Europa, poi, non ha che da guadagnare a integrarsi con la Russia. Purtroppo, però, i burocrati di Bruxelles, i vari Barroso, i Solana, remano contro; persone che guidano l’Europa senza alcuna investitura popolare e che non fanno altro che complicare questa integrazione. Forse devono obbedire ad altri, a chi non ha alcun interesse a questo processo. Ovvero? Blondet: Gli Stati Uniti, innanzitutto. C’è chi vorrebbe marginalizzare la Russia e renderla una potenza asitica.                                                                                                                                                                                       Tesi vagamente complottista… Blondet: Niente affatto. Le leggo un passaggio di un saggio del 1997 di Zbigniew Brzezinski, già segretario di Stato con Carter: «L’Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere euroasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come Paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero euroasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli Stati islamici loro amici nel Sud. […] Gli Stati che meritano il più forte sostegno geopolitico americano sono l’Azerbaigian, l’Uzbekistan e (al di fuori di quest’area) l’Ucraina, in quanto tutti e tre sono pilastri geopolitici. Anzi è l’Ucraina lo Stato essenziale, in quanto influirà sull’evoluzione futura della Russia». Una lettura utile per capire quel che è accaduto in questi ultimi anni. È stato scritto molti anni prima che scoppiassero le “rivoluzioni colorate”                                                                                                                                                                                 Rivoluzioni colorate… Blondet: La rivoluzione arancione in Ucraina, la più importante dal punto di vista geopolitico, la rivoluzione rosa in Georgia, e poi quelle dei Paesi baltici e dei Paesi asiatici quali l’Uzbekistan, il Kirghizistan.Tutte finanziate dagli Stati Uniti tramite una miriade di organizzazioni non governative sorte come funghi all’interno di questi Stati, e questo nonostante negli Usa vi siano leggi che vietano di manipolare le società civili di altri Paesi. Nel mio libro ho anche raccontato d
ell’uomo più importante della rivoluzione kirghisa, l’americano Mike Stone, che, durante i disordini, crea un giornale nel quale si educa la gente su come si fa uno sciopero della fame, su come si organizza una manifestazione, su come si attua la resistenza passiva… e quando le autorità gli tagliano la corrente riesce lo stesso a stampare grazie ai generatori gentilmente messi a sua disposizione dall’ambasciata Usa in Kirghizistan. Singolare anche la figura di Kateryna Chumachenko, moglie di Viktor Yushenko, leader della rivoluzione arancione e attuale presidente dell’Ucraina, nata a Chicago, funzionario della Casa Bianca sotto Ronald Reagan e poi del Dipartimento del Tesoro. Alla Casa Bianca era membro del Public Liaison Office e la sua specialità era creare consenso alle politiche reaganiane presso i gruppi anticomunisti dell’Est europeo, in particolare i dissidenti ucraini. Sono solo alcuni esempi.                    Parlava delle rivoluzioni che si sono svolte nei Paesi della Russia asiatica… Blondet: Si tratta di Paesi caucasici e di quelli che al Sud, stendendosi dal mar Caspio alla Cina, separano la Russia dall’Iran, dall’Afghanistan e dal Pakistan. Stati fondamentali da un punto di vista geopolitico, in quanto mettono in comunicazione la Russia con il Caspio, tra l’altro ricchissimo di petrolio e gas naturali, ma soprattutto perché vie di transito degli oleodotti russi. Adesso in Georgia l’esercito degli Stati Uniti arruola marines: non hanno più volontari americani, perché questi si offrono alle ditte private che pagano meglio, così sono costretti a rimpinguare le file del loro esercito in Paesi come questo… Ma non tutto è andato come speravano gli strateghi neocon: dopo un periodo di sudditanza ai nuovi padroni occidentali, in alcuni di questi Stati i politici locali hanno iniziato a intessere di nuovo rapporti con Mosca. D’altronde la Russia è molto più vicina a loro degli Stati Uniti ed è impossibile non tenerne conto. Eppure dopo l’11 settembre gli Usa e la Russia apparivano alleati contro la minaccia terroristica. Blondet: Allora gli Usa credevano di poter gestire la Russia. Tutto si è complicato quando invece Putin ha iniziato a fare una politica che ha portato poco a poco la Russia fuori dal caos organizzato in cui era precipitata sotto Eltsin. E questo anche grazie agli introiti del gas e del petrolio. La guerra dell’Iraq, che nelle idee degli strateghi americani rappresentava un passo verso l’egemonia mondiale, causando il rialzo del prezzo del petrolio ha ottenuto invece l’effetto, per loro indesiderato, di aiutare la ripresa della Russia… E Putin il petrolio l’ha usato per risanare la nazione, non per rimpinguare le tasche di pochi oligarchi come accadeva sotto Elstin, quando alcuni magnati senza scrupoli si sono accaparrati, per pochi spiccioli, grazie agli agganci con l’allora presidente russo, le enormi ricchezze russe.                                                                                                                     

Gli oligarchi… c’è una guerra sotterranea tra questi e Putin. Blondet: Ed è il motivo per cui il presidente russo è stato fatto segno di tanti attacchi da parte occidentale. Fino all’arresto del magnate Mikhail Khodorkovski, nell’ottobre 2003, i rapporti con l’Occidente erano buoni. Dopo sono precipitati: da allora Putin è stato accusato di attentare alla democrazia e molto altro… In effetti l’arresto di Khodorkovski è stato il segnale dell’inversione di tendenza, il segnale che per gli oligarchi era finito il tempo delle vacche grasse, che il nuovo inquilino del Cremlino non avrebbe tollerato le ruberie di questi signori che godevano dell’appoggio della finanza internazionale. Khodorkovski era diventato il padrone della più grande azienda petrolifera russa, la Yukos, sborsando 309 milioni di dollari per acquistare il 78 per cento delle azioni… Il giorno dopo alla Borsa russa l’azienda dimostrava il suo vero valore: 6 miliardi di dollari. Ovviamente i soldi non erano suoi, ma gli erano stati prestati da noti finanzieri occidentali ai quali, prima di essere arrestato, si apprestava a rivendere l’azienda. Vladimir Putin durante il vertice informale con il presidente degli Stati Uniti George W. Bush nel Maine, presso la residenza di Bush senior, il 2 luglio 2007                                                                                                                           

Nel suo libro accenna ai rapporti tra gli oligarchi e i terroristi ceceni. Blondet: Non è un mistero che Shamil Basayev, il terrorista che ha rivendicato la strage di Beslan, in cui perirono 394 persone, di cui 156 bambini, era il capo delle guardie del corpo di Boris Abramovich Berezovzky, il più potente di questi oligarchi, attualmente “esule” a Londra. Anche Aslan Maskhadov, altro capo della guerriglia cecena, anche lui implicato, tra l’altro, nella strage di Beslan, era una delle guardie del corpo di Berezovsky… ma questa della guerriglia cecena è una storia tutta da raccontare. Quando, in uno scontro a fuoco, le truppe russe uccidono Rizvan Chitigov, allora numero tre della guerriglia, gli trovano addosso la classica piastrina metallica dei marines, con su incise le generalità, e, in tasca, la carta verde, ovvero il permesso di residenza permanente negli Usa. Era solo per dire che anche gli Usa hanno interesse a tenere aperta la piaga della guerra cecena, una spina piantata nel fianco della Russia…                                                                                                                                                                                     

Gli oligarchi russi ormai sono quasi tutti riparati all’estero… Blondet: Ma hanno ancora agganci all’interno della Russia. Non dimentichiamoci che non è gente che nasce da un giorno all’altro. Sono uomini che vengono dalla nomenklatura sovietica, con agganci solidi nella polizia e nei servizi segreti. Tanto che Putin un po’ li contrasta, un po’ è obbligato a scendere a patti. Putin ha piazzato i suoi uomini nei posti chiave, ma non può controllare tutto quel che accade in Russia. Nell’ottobre dello scorso anno viene assassinata Anna Politkovskaja, una giornalista che non lesinava critiche verso Putin. Questo omicidio ha gettato un’ombra sul presidente russo. Blondet: Credo fosse proprio questo l’obiettivo degli assassini. È evidente che l’unico a non avere interesse a questo delitto era proprio Putin. Personalmente sono convinto che la giornalista sia stata una vittima sacrificale immolata sull’altare dell’antimperialismo russo. Certi ambienti hanno reputato che fosse più utile morta che viva. Mi preme sottolineare però che il clamore mediatico di quest’omicidio è stato eccessivo. Ben altra sorte mediatica ha avuto un altro delitto eccellente: poco prima della giornalista, era stato ucciso Andrei Kozlov, vicepresidente della Banca centrale russa, uomo di primo piano della Federazione Russa. Kozlov stava conducendo un’inchiesta sul riciclaggio ed era in procinto di ritirare alcune licenze bancarie. Un gesto devastante per certi ambienti finanziari. Di certo Kozlov non si muoveva in opposizione a Putin, per questo in Occidente questo delitto è passato praticamente inosservato.                                                                                           

Altro delitto eccellente, quello di Aleksandr Litvinenko, deceduto nel novembre 2006. Altre accuse a Putin… Blondet: Molto è stato detto sul polonio, la sostanza radioattiva con la quale è stato avvelenato… ma davvero si può credere che Putin abbia dato ordine di uccidere qualcuno usando una sostanza che lascia tracce dappertutto, così che per trovare il colpevole basta seguirne la scia radioattiva? A mio avviso, come per la Politkovskaja, anche Litvinenko è stata una vittima sacrificale per screditare il presidente russo. Anche se qui c’è stata una variante. Il povero Litvinenko non è morto subito, ma, nella sua lunga agonia, ha parlato tanto, rilasciando una quantità prodigiosa di interviste, nelle quali ha lanciato accuse verso la dirigenza russa (e anche qui c’è da sorridere pensando a un mandante che lascia alla vittima il tempo per parlare così a lungo… ci sono metodi ben più rapidi per uccidere). La cosa singolare è che, data la situazione, nessuno poteva accedere al suo capezzale. Tutte le sue parole sono raccolte dall’unica persona autorizzata a incontrare il moribondo, un certo Alex Goldfarb, che agisce come una sorta di portavoce del malato. È lui che riporta le parole di Litvinenko all’esterno, che spiega e accusa… Nel mio libro faccio notare che tracce di polonio sono state rinvenute anche negli uffici di Berezovsky. Credo sia un particolare che andrebbe approfondito. Recentemente la Casa Bianca ha annunciato che installerà in Polonia un sistema missilistico di nuova concezione, per contrastare, dicono, la possibile minaccia iraniana.                                                                                 

Mossa che ha suscitato reazioni negative a Mosca. Blondet:Ovvio, perché in Russia, giustamente, si percepisce questa iniziativa come una minaccia nei loro confronti. La successiva apertura di Putin, che ha proposto di creare una collaborazione Usa-Russia per impiantare questo scudo stellare in qualche Stato asiatico ha spiazzato i neocon. Non possono dire di no, perché la proposta è più che ragionevole, d’altronde non si capisce che c’entri la Polonia con l’Iran, ma cercheranno in tutti i modi di farla naufragare. Vedremo gli sviluppi. Putin con Benedetto XVI, il 13 marzo 2007 Anche lei reputa l’Iran una grave minaccia internazionale? Blondet: Quando, recentemente, Bush si è recato in India, ha offerto a quella nazione collaborazione per sviluppare tecnologia nucleare. Esattamente quello che vuole impedire abbia l’Iran. In realtà per i neocon l’attacco all’Iran è diventata una vera e propria ossessione. Qualche mese fa, parlando al Congresso americano, Brzezinski ha detto che l’attuale amministrazione americana sarebbe capace di fare un attentato in territorio americano da attribuire agli islamici, pur di avere un pretesto per attaccarel’Iran…                                                                                                                                                                

Paradossale… ma non aveva detto che Brzezinski era fautore di una politica aggressiva da parte degli Stati Uniti? Blondet: Brzezinski, come Kissinger, è uno stratega politico che, giustamente, si preoccupa del destino della propria nazione e ne ricerca la prosperità, anche se a volte con metodi discutibili. Ma si tratta di persone che conoscono le vie della politica e della diplomazia. Nulla a che vedere con la follia dei neocon, fautori della guerra preventiva, dell’esportazione della democrazia a suon di cannoni, del riassetto del Medio Oriente in base alle direttive della destra israeliana… Una follia che si è innestata nell’alveo della vecchia politica americana, stravolgendola. C’è differenza tra questi e quelli, una differenza che è sfociata in un conflitto aperto. Torniamo a Putin. Diceva che l’integrazione tra Russia ed Europa… Blondet: … porterebbe solo benefici. In realtà questa integrazione si sta già costruendo giorno dopo giorno. Ora è in via di attuazione una linea ferroviaria ad alta velocità tra la Germania e la Russia, cui si collegherà una linea tra Russia e Cina. In questo modo le merci cinesi, quelle di un certo valore s’intende, potranno giungere in Europa via terra, evitando rotte più lunghe e dispendiose. In questa prospettiva si situa anche la costruzione di un gasdotto sotto il Baltico che, bypassando la Polonia, rifornirà l’Europa evitando che questa preziosa risorsa passi attraverso i territori delle democrazie dell’Est, asservite agli Usa. Insomma l’integrazione è nei fatti. Si tratta solo di accompagnare questo processo, evitando che altri, per i loro interessi, lo distruggano. In questi ultimi anni molti analisti hanno notato un avvicinamento tra Russia e Cina. Blondet: Tra i due giganti asiatici c’è sempre stata diffidenza. La politica aggressiva attuata dagli Stati Uniti ha avuto l’effetto di avvicinare ciò che è sempre stato distinto. Tra la Cina e la Russia sono nate sinergie militari, economiche e commerciali, ma non è detto che questo processo sia foriero di sviluppi ulteriori. La Cina ha un destino asiatico, la Russia europeo. È utile sottolinearlo. home page sommario archivio supplementi abbonamenti gerenza contatti © 30Giorni nella Chiesa e nel mondo.

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