Come non si conducono le guerre

Tra Bisignani e Pontida in Italia è passato quasi inosservato un annuncio epocale: l’America di Obama tratta con i talebani, come ha annunciato il capo del Pentagono Robert Gates.

Gli spin doctor l’hanno presentata bene: siccome Bin Laden è morto, Al Qaida è molto indebolita, possiamo pensarer al ritiro. La realtà è più sottile: dopo dieci anni di guerra, costata molto in vite umane e ancor di più in termini finanziari, l’America, che guida la coalizione internazionale, non riesce a controllare il territorio ed è costretta a scendere a patti con i talebani.

 Che la trattaiva riesca, peraltro, è dubbio, poichè i talebani sanno che prolungando la guerriglia riuscirebbero a logorare gli avversari inducendoli a partire senza porre condizioni. In ogni caso il significato della vicenda è evidente: non si inizia una guerra se non hai studiato le forze degli avversari, se non hai un obiettivo preciso e non sei ragionevolmente sicuro della vittoria in tempi breve. E se non hai pianificato attentamente il dopoguerra. Nessuna di queste condizioni è stata rispettata dal governo americano. L’America ha iniziato bene la guerra, all’indomani dell’11 settembre, ma non l’ha conclusa, preferendo dirottare le forze migliori in Iraq, poi ha tergiversato, permettendo ai talebani di riorganizzarsi e quando, a distanza di anni, si è resa conto che stava perdendo il controllo del Paese, ormai era troppo tardi per sferrare il colpo del ko. Il tutto senza aver nemmeno pensato a un piano ambizioso e articolato di sostegno alla società civile.

Sono certo che nelle Accademie militari i conflitti in Afghanistan (e in Iraq) verranno studiati, ma per speigare agli strateghi di domani come NON si debba condurre una guerra. L’epilogo afghano non può che condurci, per analogia, a una riflessione sulla guerra in Libia, che, se possibile, è stata condotta addirittura peggio di quella in Afghanistan, sebbene gli errori commessi a Kabul fossero noti ai vertici militari. Altro che guerra lampo. E’ iniziata in marzo e pochi giorni fa la Nato ha prolungato la missione almeno fino a settembre, sapendo che, salvo colpi di scena, altri tre mesi non basteranno. Insomma, i tempi rischiano di essere lunghissimi.

E forse è il momento che gli alleati inizino a pensare a soluzioni alternative alla caduta di Gheddafi e magari ne chiedano conto a Sarkozy. Non lo faranno naturalmente, la guerra si trascinerà, ma perchè l’Occidente non impara più dai propri sbagli? E in fondo: era davvero necessario assecondare le follie di Sarko?

dal blog di Marcello Foa

Grecia nel caos

Violenze nella capitale. Il premier disposto a sacrifici politici. L’Ue appesa ai responsi delle agenzie di rating

Dopo un’altra giornata di sciopero e scontri, ieri la Grecia ha fatto un passo in più verso la bancarotta politica e finanziaria, aggravando ulteriormente la crisi della zona euro. Il primo ministro George Papandreou ha offerto un rimpasto di governo, in cambio di un esecutivo di unità nazionale, su cui chiederà la fiducia oggi. “Ho messo sul tavolo delle proposte per l’opposizione, ma le loro condizioni riporterebbero indietro il paese”, ha detto il premier socialista fissando le sue condizioni: il nuovo esecutivo deve rispettare il piano di austerità imposto da Ue e Fondo monetario internazionale.

E’ il pacchetto di tagli e privatizzazioni che ha spinto i manifestanti a prendere d’assalto i palazzi governativi a colpi di vasetti di yogurt e molotov. Nello stesso momento, il differenziale tra i rendimenti dei titoli di stato greci e i bund tedeschi volava sopra i 1.500 punti, un altro record dall’introduzione della moneta unica. Poche ore prima, i ministri delle Finanze della zona euro avevano chiuso una riunione straordinaria senza accordo su come coinvolgere gli investitori privati in un nuovo salvataggio per la Grecia.

Il Bundestag tedesco difficilmente darà il via libera a un nuovo bailout, se una parte del costo non sarà addossato alle banche che hanno investito nei titoli greci. Ma la Bce si oppone per i rischi sistemici sul settore finanziario greco ed europeo. L’incognita ad Atene è tutta politica. “Ci assumiamo le nostre responsabilità – ha detto Papandreou – Continueremo ad andare avanti e a prendere le decisioni necessarie per uscire dalla crisi”.

Il Parlamento deve approvare entro fine giugno un pacchetto di austerità da 28 miliardi in cinque anni, cui si aggiungono 50 miliardi di privatizzazioni. Con lo sciopero generale, i sindacati hanno scelto lo scontro su misure “antilavoratori e antisociali”. E la maggioranza di Papandreou, che controlla 156 seggi su 300 in Parlamento, perde pezzi: martedì due parlamentari socialisti hanno annunciato la loro opposizione.

“Bisogna essere crudeli come una tigre per votare per queste misure”, ha scritto George Lianis dimettendosi dal Pasok. L’opposizione conservatrice di Antonis Samaras sarebbe disposta a una grande coalizione, ma senza Papandreou e rinegoziando il piano d’austerità con l’Ue e il Fmi. Le elezioni anticipate non sono escluse.

Gli sforzi di Papandreou saranno inutili se i leader della zona euro non riusciranno a risolvere le incognite finanziarie. La promessa di “fare tutto ciò che è necessario” per salvare l’Unione monetaria si scontra con l’ostilità a nuovi aiuti delle opinioni pubbliche e dei parlamentari in Germania, Finlandia e Olanda. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha promesso il coinvolgimento dei privati, per ottenere dal Bundestag il via libera al negoziato sul nuovo bailout.

Ma la sua idea di costringere le banche a prolungare di sette anni la loro esposizione incontra il veto di Bce e Francia. “I costi sono più alti dei benefici”, ha detto Mario Draghi martedì. Nicolas Sarkozy e Angela Merkel si vedranno domani per appianare le differenze. Jüergen Stark, capo economista della Bce, ha aperto la strada a un compromesso: “Non siamo contro la partecipazione delle banche, ma deve essere assolutamente volontaria, altrimenti avrebbe effetti negativi sui mercati finanziari, probabilmente anche su altri paesi”.

La soluzione che si delinea nelle trattative è la ripetizione della “Iniziativa di Vienna”. Nel 2009, di fronte alla crisi di liquidità dell’Europa centrale e orientale, i creditori internazionali si riunirono nella capitale austriaca, promettendo di mantenere la loro esposizione e i crediti per l’intera regione. Le banche e gli altri investitori dovrebbero volontariamente fare altrettanto per la Grecia.

L’ipotesi è un “rollover” – l’acquisto di nuovi titoli – per almeno 30 miliardi da parte dei privati, così da alleggerire il costo del bailout a carico dei governi. Ma i leader dell’Eurozona devono vedersela anche con le agenzie di rating. Standard & Poor’s e Fitch minacciano di decretare un default della Grecia; ieri Moody’s ha abbassato il rating di Bnp Paribas, Société Générale e Crédit Agricole, perché le tre banche francesi sono esposte per più di 8 miliardi.

Alla fine, la verità l’ha detta Draghi martedì: “Abbiamo imparato a gestire il fallimento di una banca, ma non sappiamo che cosa accadrebbe con il default di un paese sovrano”. Nel bollettino semestrale, la Bce avverte che è a rischio “la stabilità finanziaria” di tutta l’area euro.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Così distruggiamo la Libia

di Robi Ronza

Nei circa quattro mesi già trascorsi da quando sono iniziati gli attacchi prima della Francia e poi della Nato “in difesa dei civili vittime delle repressioni di Gheddafi” la Libia ha già subito oltre 10 mila incursioni aeree.

Essendo interrotte le sue esportazioni di idrocarburi la sua economia è bloccata; e anche quando finalmente finisse la guerra ci metterebbe parecchio tempo a riprendersi poiché i circa 3 milioni di immigrati stranieri che costituivano una parte decisiva della sua forza lavoro hanno lasciato il Paese (salvo eccezioni tra cui quella ammirevole del personale ospedaliero proveniente dalle Filippine e da altri Paesi arabi). Frattanto la guerra civile in corso tra le forze di Gheddafi, solidamente attestato nella Tripolitania, e le improvvisate milizie degli insorti attestate in Cirenaica continua senza che se ne prospetti alcuna conclusione.

E la Nato, alla faccia della “difesa dei civili” in nome della quale si è fatta autorizzare dall’Onu a bombardare in Libia, punta ormai chiaramente a uccidere Gheddafi attaccando le sue residenze e i suoi rifugi con tutte le vittime civili che ne conseguono. A Bengasi i capi dell’insurrezione ricevono denari e armi che vanno poi in mano a milizie improvvisate. Senza insomma aver tratto alcun utile insegnamento dalla lezione dell’Afghanistan anche qui l’Occidente dissemina armi delle quali poi perderà completamente il controllo. Verrebbe da dire che siamo di fronte a una triste mascherata.

 Purtroppo però non è una mascherata ma una triste realtà: ogni giorno c’è chi per questo muore, subisce la perdita di famigliari, resta ferito e invalido. E non ci si può nemmeno cullare nell’illusione che tale violenza sia però risolutiva. Allo stato attuale delle cose la guerra civile in Libia tende a divenire cronica. E anche se venisse eliminato Gheddafi alla sua uscita di scena seguirebbe una drammatica instabilità dal momento che non è stata preparata alcuna realistica alternativa politica al suo regime.

 Tenuto poi conto che in Siria nel frattempo il regime schiera l’esercito contro i manifestanti provocando quasi ogni giorno la morte di decine di civili, il fatto che l’Occidente si limiti a comminarle blande sanzioni toglie ogni residuo nobile motivo, se mai ce ne fosse stato uno, alla campagna contro la Libia. Siamo drammaticamente di fronte a un’offensiva che non ha né una precisa direzione, né alcun ragionevole obiettivo politico. E dobbiamo purtroppo dire “siamo” perché c’è dentro in pieno anche il nostro Paese.

Cercare una soluzione alla crisi per via militare non ha alcun senso. Percorrendo tale strada si va a precipitare comunque la Libia in una fase di grande instabilità, molto pericolosa per l’intera area mediterranea. Questo sia che Gheddafi venga spazzato via, sia che resti ancora a lungo (come è possibilissimo). Occorre invece puntare decisamente alla soluzione diplomatica, la quale però non è praticabile se si pretende di porre l’uscita di scena del colonnello e dei suoi come condizione preliminare all’avvio di qualsiasi trattativa.da: labussolaquotidiana 

G. Lazzaretti scrive a Riscossa Cristiana sulla Libia

Caro Direttore, sabato scorso mi sono svegliato molto presto e non riuscivo a riprendere sonno: frammenti di Libia mi giravano per la testa. Durante la settimana ho dedicato ogni giorno un po’ di tempo a Internet, cercando di sistemarmi le idee.

Sono andato innanzitutto a rivedere le immagini dei 5 leader o ex leader del Nord Africa. Erano come le ricordavo: re Mohammed VI del Marocco, l’algerino Buteflika, il tunisino Ben Alì, l’egiziano Mubarak, appaiono sempre come capi di stato “normali”, in giacca e cravatta. Per il libico Gheddafi sempre immagini con un che di “estroso”. E’ l’immagine mediatica che ci hanno messo in testa da sempre: cinque capi di stato assoluti, di cui uno un po’ pazzo.

Però le benemerenze di Gheddafi elencate da padre Gheddo  nessuno ce le aveva fatte conoscere.

 Mi è venuto un primo dubbio: l’elenco fornito da padre Gheddo è un elenco di tipo “qualitativo”; esistono degli indici “quantitativi” che lo confermano? Subito mi è venuto in mente il PIL pro capite; verifico e trovo che la Libia è tra i primissimi in Africa ed è la prima nel Nord Africa (Libia $ 14.192, Tunisia 8.002, Algeria 6.709, Egitto 5.892, Marocco 4.362).

 C’è anche il PIL pro capite rapportato al costo della vita: stessa situazione. Potrebbe essere una casualità? E’ possibile che una popolazione relativamente modesta (6.120.000 abitanti) unita ad abbondanza di petrolio produca in modo “automatico” questo ottimo PIL pro capite?

 Ho cercato altri indici. Uno strumento standard per misurare il benessere di un paese è l’ISU (indice dello sviluppo umano), un mix di aspettativa di vita, istruzione, reddito. E qui la vista viene colpita subito, prima ancora di andare a leggere le tabelle: in una cartina dell’Africa di diversi colori, l’unico paese in verde (livello ISU alto) è la Libia. La Libia è al 53° posto mondiale (Tunisia 81° Algeria 84° Egitto 101° Marocco 114°). Ma davvero questo Gheddafi è pazzo? Ha il petrolio, ma sembra che lo sappia usare bene.tornado Già sapevo che dalla Libia non emigra nessuno.

 E’ possibile che sia il regime di Gheddafi a tenerli a forza in Libia, semmai disoccupati? Vado a cercare altre tabelle. Indice di disoccupazione, stima 2010: Libia 4,8 Marocco 12,0 Egitto 15,0 Algeria 18,0 Tunisia 24,0. Qui però la cosa è impressionante: l’indice della Libia non è solo il più basso del Nord Africa, è il più basso del mondo.

 A questo punto l’inganno mediatico è chiaro e certo: come a est il popolo egiziano ha fatto cadere Mubarak, come a ovest il popolo tunisino ha fatto cadere Ben Alì, così lì in mezzo era “mediaticamente ovvio” che il popolo libico facesse cadere il pazzo Gheddafi.

Ma i parametri che ho elencato possono spiegare la caduta di Mubarak, possono spiegare la caduta di Ben Alì, mentre non possono in alcun modo spiegare una ribellione del popolo libico contro lo stato migliore dell’Africa.

Come ha fatto Gheddafi a realizzare tutto questo? Quando le notizie non ti vengono fornite, ma vanno “stanate”, è utilissimo avere una rete di corrispondenti. Un anziano signore mi manda via e-mail un’informazione che non sapevo: la banca centrale di Gheddafi è di proprietà dello stato libico al 100% .

Allora comincio a cercare in Internet partendo da questa notizia. Si trovano cose impressionanti: la Libia è ai vertici dell’istruzione gratuita, ai vertici dell’assistenza medica gratuita e di qualità, ai vertici nella promozione familiare; a una coppia che si sposa lo stato libico eroga 60.000 dinari (50.000 dollari) come prestito senza interesse e senza data di scadenza (in pratica restituiscono se possono, se vogliono, e quando lo ritengono giusto).

Tutte cose possibilissime da realizzare quando la banca centrale è tua: le gratuità e le erogazioni fatte non indebitano lo stato libico. “Tutto gratuito, erogazioni a tasso zero, inflazione a valanga!” direbbe un economista standard. Niente da fare.

Anche qui le tabelle smentiscono le idee preconfezionate. La Libia sta nella fascia di inflazione modesta (2%-5%), non diversa da Algeria e Tunisia, meglio di Egitto e Marocco. Gheddafi era stato presidente di turno dell’Unione Africana tra il 2009 e il 2010. Aveva lanciato idee innovative? Pare di sì. Aveva proposto all’Africa di dotarsi del dinaro-oro come moneta unica, idea che aveva trovato la contrarietà solo del Sudafrica e dei vertici della Lega Araba.

 E qui trovo la frase che mi colpisce: “The initiative was viewed negatively by the USA and the European Union, with French President Nicolas Sarkozy calling Libya a threat to the financial security of mankind”.

La Libia è una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano? Presidente Sarkozy, non ci faccia sorridere. Noi abbiamo constatato nei fatti che non Gheddafi, ma il sistema finanziario USA+UE ha prodotto il disastro economico – finanziario del 2008, non ancora superato.

E poi perché mai la moneta unica europea dovrebbe essere un bene e la moneta unica africana dovrebbe essere un male? A meno che, per Lei, il “genere umano” non si riduca ai paesi occidentali. E qui mi avvicino alla conclusione, che sarebbe ridicola, se non fosse tragica. Cosa hanno fatto i “ribelli cirenaici” prima ancora di formare un governo provvisorio? Hanno creato la CBB (Central Bank of Benghazi) banca di tipo classico, proprietà di privati (come in Italia, in Francia, ecc.), in opposizione alla CBL (Central Bank of Libya) di proprietà dello stato libico.

E’ il primo caso nella storia dell’umanità di una “rivolta bancaria”: la volontà di distruggere un esperimento di benessere ottenuto con un sistema economico – finanziario alternativo. E noi a bombardare, in violazione della nostra Costituzione, per la gratuita distruzione di uno stato sovrano, lo stato migliore dell’Africa.

 “Ma Gheddafi è un assassino, non ricordi la strage di Lockerbie?” Come no, la ricordo bene. Di solito non ricordo il colore delle pareti di casa mia, o che vestiti avevo il giorno prima, ma le cose storiche un po’ le ricordo. O credo di ricordarle. Ricordavo due agenti libici condannati per quell’attentato. Poi vado su Internet e apprendo che uno dei due era stato accusato e poi assolto. E l’altro si è fatto alcuni anni di prigione poi è tornato il Libia alla fine dell’embargo.

Ma in un giornale scozzese (non libico) trovo delle parole inquietanti: le prove contro il libico furono costruite a tavolino. Fatto antico quello di Lockerbie (vero o falso che sia), fatto comunque già pagato con 10 anni di embargo alla Libia. Ma qualcuno si è subito premurato di rievocare le presunte responsabilità di Gheddafi su Lockerbie: è stato Mustafa Abd Al-Jalil, ex ministro di Gheddafi, che si è rifatto una verginità passando ai “ribelli bancari”.

Devono rievocare Lockerbie per forza, perché non troverebbero niente altro di “oggettivo” contro Gheddafi. E’ proprio una “rivolta bancario – mediatica”.

Sul Resto del Carlino – Reggio leggo queste frasi: “[…] non fare mancare il pane al popolo in una Nazione africana significa dare dignità a tutti, anche ai più poveri. La libertà non arriva con le bombe americane, francesi inglesi e purtroppo anche italiane. Con le bombe Nato la Libia perderà la sua indipendenza, e l’indipendenza è la vera libertà di tutto un popolo. I ribelli non stanno facendo la rivoluzione per la libertà, stanno distruggendo la Libia, hanno portato una guerra che in poche settimane ha trasformato le nostre città in ruderi, e ha gettato i libici nell’incubo di una guerra civile. […] L’intervento straniero ha fatto solo prolungare una guerra che ora sta distruggendo la nostra Patria […] la Libia sta combattendo da sola contro gli aerei più potenti del mondo e contro i più grandi sistemi di comunicazione […]”.

 Sottoscrivo le frasi di Nuri Ahsain, presidente Lega Studenti libici in Italia, pubblicate nella pagina delle lettere. Le sottoscrivo, e una l’ho anche sottolineata: i mass media mi stanno ingannando già da tre mesi, e comincio a essere schifato. C’è però una differenza tra Nuri Ahsain e me. La sua famiglia riceve le bombe in testa, mentre io gliele getto in testa. Io, i miei mass media, il partito che ho votato, il mio Parlamento, il mio Governo, le mie Forze Armate, il mio Presidente, tutti in violazione della mia Costituzione. E’ l’Italia che ha bisogno di una sollevazione di popolo, non la Libia. Cordiali saluti Giovanni Lazzaretti

Libia e Siria, basta con le ipocrisie

di Riccardo Cascioli “Gheddafi non è il nostro bersaglio”, ha detto il comando della Nato mentre si infittivano le domande sulla sorte del leader libico dopo che uno dei raid notturni su Tripoli aveva colpito il suo bunker.

E allora vogliamo proprio dirlo: è ora di smetterla con questa insopportabile ipocrisia. Se l’obiettivo è proteggere i civili e non colpire Gheddafi, perché allora le bombe che da settimane cadono su Tripoli cercano di colpire i rifugi del raìs, anche a costo di fare vittime civili? E la bomba dell’altra notte sul bunker è stato un errore? E cosa c’entra con la protezione dei civili la distruzione delle sedi radio e tv? E poi, quali civili: quelli di Tripoli, martoriati dalle bombe della Nato non contano? La verità è che dei civili libici, così come del milione e passa di immigrati che lavoravano in Libia fino all’inizio dei bombardamenti, non è mai importato niente a nessuno. Le motivazioni umanitarie fin dall’inizio sono state la foglia di fico per coprire i veri motivi di una guerra voluta anzitutto dalla Francia – è bene non dimenticarlo – che ha come obiettivo principale l’eliminazione di Gheddafi, come ci ha detto chiaramente il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Martinelli.

Gas? Petrolio? Fin troppo facile andare a cercare nelle fonti energetiche la ragione fondamentale di questa guerra, così come negli interessi geopolitici di un paese o dell’altro. Non ci interessa ora discutere su queste ipotesi, tutte legittime tutte opinabili. Quello che vogliamo dire con forza è: basta con l’ipocrisia. Ci voleva la grave crisi della Siria per far risaltare l’inconsistenza di tutte le dichiarazioni intrise di spirito umanitario che abbiamo sentito a marzo per giustificare la guerra alla Libia.

Come non ricordare qui anche l’ipocrisia tutta italiana di chi – presidente della Repubblica in testa – pretendeva di non chiamare guerra questo intervento, come ricordato anche dal nostro Robi Ronza nella sua rubrica settimanale: e come altro si potrebbe chiamare un’azione condotta da militari che lanciano bombe e missili contro i militari di un altro paese? “Quando il leader di un paese attacca il proprio popolo, abbiamo il dovere morale di intervenire”, si diceva in coro.

 Il “dovere morale”, costi quel che costi. E dov’è finito il dovere morale nei confronti del popolo siriano? Ottocento morti in pochi giorni, dicono diverse fonti, ed è tutt’altro che finita. Della Libia invece non si è mai saputo con esattezza, perché sono state denunciate stragi di ogni tipo per giustificare la guerra, ma nulla è mai stato documentato, neanche nelle città “liberate”. Anzi, le uniche immagini di “fosse comuni” si sono poi rivelate un clamoroso falso.

Ma torniamo alla Siria, a cui si potrebbe aggiungere anche il Bahrein: qui abbiamo cominciato a leggere tanti distinguo, il “dovere morale” di soccorrere la popolazione civile non è più assoluto, bisogna considerare anche il futuro, quello che potrebbe accadere se cadesse il regime di Assad. E pensare che ci attaccavano quando dicevamo la stessa cosa a proposito di Gheddafi, ci davano dei “pacifisti”, insensibili alle sofferenze dei popoli e al bisogno di democrazia. Ora, man mano che i dettagli sui massacri che stanno compiendo le forze siriane non si riescono più a nascondere, assistiamo a un vero e proprio campionato di arrampicata sugli specchi. Volete un esempio? Prendiamo uno dei più noti e seri analisti di relazioni internazionali, Vittorio Emanuele Parsi, docente all’Università Cattolica di Milano ed editorialista di punta di Avvenire e La Stampa: il 27 febbraio, su Avvenire, invocava misure ferme contro Gheddafi, plaudendo al blocco dei beni decisi dall’Europa contro Gheddafi e il suo seguito, e diceva: “Sono misure importanti, incapaci di arrestare il massacro, ma in grado di mandare un forte segnale che il mondo non è neutrale in questa sfida tra il tiranno e il suo popolo, né intende girare lo sguardo altrove.

Poco, tanto? In proposito basterebbe ricordare come nel 1982 Afez el-Assad, padre dell’attuale presidente siriano, fece migliaia di morti nella città di Haman per stroncare una rivolta guidata dalla Fratellanza Musulmana nella sostanziale indifferenza del mondo”. Chiaro? Con Gheddafi non si poteva ripetere l’errore già fatto con la Siria nel 1982. E quindi, eccolo meno di un mese dopo, a sostenere l’intervento armato. Ma il 6 maggio, in un altro intervento su Avvenire, lo stesso Parsi ci viene a spiegare perché “In Libia sì, in Siria e Bahrein no”.

Sì, è vero, c’è un tiranno – degno figlio di suo padre – che sta massacrando il suo popolo, ma qui no, non si può intervenire perché la situazione geopolitica è diversa, si rischia di rimanere coinvolti in un più ampio conflitto arabo-israeliano. E la popolazione civile? Pazienza, siamo obbligati a restare neutrali. E come con papà Assad nel 1982, gireremo di nuovo “lo sguardo altrove”, neanche qualche misura economica seria prenderemo: le sanzioni economiche decise in questi giorni, guarda caso, non toccano i beni del tiranno Assad, come al contrario si era fatto con quelli di Gheddafi.

La guerra in Libia, ci dice Parsi, invece è diversa, non ha controindicazioni: “La fredda analisi dei ‘frutti’ di quella guerra – afferma con un certo cinismo – conferma che la maggior conseguenza extra-nazionale diretta è stata, finora, quella di provocare una temporanea impennata del flusso di migranti dalla Libia verso i Paesi vicini e, in minima parte, verso l’Italia e l’Europa”.

Oltre un milione di profughi, forse due, sommando i lavoratori immigrati in Libia – soprattutto dall’Asia – e gli africani che transitano dalla Libia alla ricerca di un passaggio per l’Europa. Questi non contano come civili, sono solo “una temporanea impennata”, poi chi se ne frega: la maggior parte “sparirà” nei paesi vicini, mica sono affari nostri. Un’ultima cosa: all’inizio della crisi libica Europa e Usa si accorsero improvvisamente che la Libia di Gheddafi sedeva nel Consiglio Onu per i diritti umani e ne decretarono l’immediata espulsione.

Ora, il 20 maggio ci sarà il voto per eleggere nuovi paesi asiatici nello stesso Consiglio per i diritti umani: neanche a farlo apposta la Siria è candidata, e quindi c’è il concreto rischio che venga eletta. Chissà se allora Parsi e compagnia ci verranno a spiegare che va bene la Siria nel Consiglio per i diritti umani, che è importante coinvolgere la Siria in un dialogo costruttivo per garantire una transizione pacifica verso la democrazia? In fondo, è già stato fatto anni fa per giustificare i rapporti economici con la Cina e la Birmania, malgrado i massacri contro la popolazione che chiedeva democrazia e libertà. Il giochino potrebbe funzionare ancora. da: la Bussola

La mozione della Lega sulla Libia

Non gli capita spesso, ma questa volta Pierluigi Bersani ha avuto certamente ragione nel definire la mozione Lega-Pdl-Responsabili una grande pagliacciata.

In realtà la sconfitta è soprattutto della Lega che ha, più che annacquato, tolto di mezzo proprio quello che doveva costituire il pezzo forte della sua iniziativa: la fissazione di una data finale certa per l’intervento italiano in Libia. La Lega, difatti, non chiedeva la fine della guerra libica, una decisione al di fuori dei poteri del Parlamento italiano, ma la data finale della partecipazione dell’Italia all’impresa, cioè un provvedimento di esclusiva pertinenza della nostra sovranità nazionale. Invece la mozione proposta e approvata in parlamento, prevedendo che la data venga stabilita “in accordo con le Organizzazioni internazionali e i Paesi alleati", si è ridotta ad un semplice auspicio per una sperata, sollecita fine delle operazioni militari, che tuttavia proseguiranno finché piacerà alla Nato e agli “alleati”. In altri termini la delibera non modifica di una virgola la situazione preesistente.

Lo ha subito attestato il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, dichiarando che non è possibile “fissare una data in cui la missione potrà essere considerata compiuta”. Per compiere l’opera il giorno successivo, in occasione dell’incontro a Roma del cosiddetto “gruppo di contatto sulla Libia”, il ministro Frattini ha rassicurato gli alleati e, soprattutto, la Clinton, confermandole l’impegno del nostra paese su tutte le missioni internazionali e "certamente anche quella in Libia".

Il che, con buona pace del trionfale richiamo al “celodurismo” leghista, comporta anche la conferma delle spese italiane per tutte queste missioni, inclusa, appunto, la “guerra” di Libia (così definita proprio dalla Lega in occasione della sua iniziale presa di distanza dalla decisione di Berlusconi di dare il via alle bombe). In realtà, ragionando (come pur si deve) a mente fredda, era difficile immaginare che la Lega potesse ostinarsi fino a causare una crisi di governo proprio alla vigilia di elezioni amministrative sì, ma che, coinvolgendo la massima parte del territorio nazionale, rivestono un’indubbia valenza politica. I manovratori del Pdl lo hanno perfettamente compreso e, pur tentando di salvarle la faccia, hanno costretto la Lega alla resa. Tuttavia non è detto che la partita sia chiusa.

Se la disgraziata avventura libica non dovesse concludersi, almeno per quanto riguarda le bombe e gli aspetti militari, in tempi brevissimi (diciamo non oltre la fine del corrente mese di maggio), è possibile (e auspicabile) che la Lega riprenda l’iniziativa e rimetta al centro dell’arena politica la palla della data certa per il ritiro italiano, che è – sia chiaro – perfettamente possibile e legittimo e senza perdere scalini nella credibilità internazionale (anzi guadagnandone), come dimostra l’esempio dei tanti paesi che, in corso d’opera, hanno ritirato i loro soldati dalle missioni irachene e afgane. Una ripresa d’iniziativa che probabilmente sarà facilitata dagli esiti elettorali, che, a dispetto dei continui, clamorosi errori di un’opposizione guerrafondaia, non è azzardato pronosticare tutt’altro che entusiasmanti per il centro-destra.

Libia: dove stiamo andando?

«La decisione italiana di partecipare ai bombardamenti su Tripoli anticipa l’inizio di un’escalation dell’intervento occidentale in Libia. L’obiettivo è cacciare Gheddafi, ma una volta raggiunto questo scopo resteranno intatte le basi del suo potere: le tribù della Tripolitania. E queste ultime non accetteranno mai un predominio dei ribelli della Cirenaica». Lo spiega Carlo Jean, analista militare ed ex numero uno dell’ufficio Pianificazione finanziaria dell’Esercito italiano, all’indomani della decisione di Berlusconi di inviare i caccia italiani per bombardare la Libia. Per Jean, «Gheddafi può cadere, ma la sua fine può aprire le porte alla guerra civile e all’anarchia. Tutto dipende dalle tribù della Tripolitania, che rappresentano il 66% della popolazione libica, contro solo il 26-27% dei ribelli della Cirenaica».

Generale Jean, come valuta la decisione assunta ieri da Berlusconi?

Con questa decisione, l’Italia si allinea del tutto a Francia e Gran Bretagna. Completando l’evoluzione della posizione del nostro governo, da un’attesa di fronte all’evolversi della situazione, all’adesione totale alla coalizione dei volonterosi. Un esito in qualche modo prevedibile, dopo che Frattini aveva affermato che con Gheddafi non si tratta, chiudendo quindi l’ambasciata italiana a Tripoli e annunciando l’apertura di un consolato a Bengasi. Un po’ come nel caso dell’invio degli addestratori militari italiani, si tratta di scelte che non cambiano le posizioni di forza sul terreno, ma che lanciano segnale politico molto importante: «Stiamo iniziando un’escalation». Occorre tenere conto di quanto era avvenuto a suo tempo in Vietnam. L’escalation voluta da Kennedy era incominciata proprio con la spedizione di istruttori e consiglieri militari, per poi giungere all’invio di intere unità dell’esercito.

Come si concretizzerà questa escalation?

Diventa più sempre più verosimile quanto affermato dal comandante supremo della Nato, l’ammiraglio James Stavridis, secondo cui in caso di inizio di una guerra civile in Libia, la Nato dovrà intervenire con una forza di stabilizzazione per sostenere il nuovo regime e provvedere al cambio di governo.

Ma che progetto politico c’è dietro all’intervento della Nato?

Questo è un grosso punto interrogativo. Nessuno ha mai definito che cosa vuole la Nato, perché siamo intervenuti in Libia, quale sarà il punto raggiunto il quale potremo dire: «Missione compiuta, adesso ci ritiriamo». Nelle riunioni del Gruppo di contatto, era stato chiesto al segretario generale dell’Onu di definire l’assetto finale che dovrebbe raggiungere la Libia nelle intenzioni della comunità internazionale. In linea teorica la risoluzione delle Nazioni Unite parla di «protezione della popolazione civile». Ma evidentemente questo obiettivo non lo si ottiene con una «no fly zone». Prima dell’intervento della Nato, Robert Gates, segretario americano alla Difesa, aveva affermato letteralmente che una «no fly zone» sulla Libia non avrebbe risolto nulla e chi proponeva questa misura era da inviare a un ospedale psichiatrico. E invece è proprio quello che è stato stabilito dalla risoluzione Onu

Quindi qual è il vero obiettivo dei «volonterosi»?

Quello che Obama ha sostenuto fin dall’inizio, e che è stato confermato anche da Francia, Gran Bretagna e Italia, è che non è possibile una stabilizzazione della Libia finché Gheddafi rimane al potere. Ma Gheddafi non controlla la Libia da solo: le basi del suo potere sono infatti le tribù, tra cui soprattutto quella dei Warfalla. Una volta quindi che il Colonnello sarà stato cacciato, le tribù rimarranno al loro posto e non accetteranno il dominio dei ribelli della Cirenaica. Quello che occorrerebbe è una consultazione con i capi di queste tribù, perché solo in questo modo si può evitare che, una volta caduto Gheddafi, la situazione precipiti nell’anarchia o in una guerra civile senza fine. La cacciata di Gheddafi potrebbe cioè produrre un effetto simile allo scioglimento dell’esercito irakeno da parte dell’ambasciatore americano Bremer, che ha eliminato l’unica forza che poteva evitare l’esplosione del caos in Iraq.

 Quanto sono influenti le tribù della Tripolitania?

Nella Tripolitania si trova il 66% della popolazione libica, nella Cirenaica controllata dai ribelli il 26-27%, il resto è nel Fezzan. Bastano questi dati per comprendere che sicuramente il potere di Gheddafi si basa su un consenso abbastanza forte da parte della popolazione libica. Lo si vede anche dalle unità dell’esercito che si battono senza sbandarsi, perché sono composte da soldati di tribù che sostengono Gheddafi.

Perché, dopo che Gheddafi ha annunciato il ritiro da Misurata, gli attacchi contro i ribelli sono continuati?

 E’ probabile che i responsabili di questi attacchi siano le tribù rimaste fedeli a Gheddafi, che agiscono in modo autonomo. Non mi risulta invece che provengano da unità dell’esercito regolare, che d’altra parte sono talmente mimetizzate tra i ribelli, da essere difficilmente distinguibili. In particolare, nella zona di Misurata c’è la tribù dei Warfalla, che continua ad appoggiare Gheddafi, e che è dotata di una notevole forza militare. Possibile quindi che a essere intervenuta sia stata quest’ultima.

Ma perché Gheddafi ha deciso di ritirare l’esercito, stando almeno alle sue dichiarazioni?

E’ una mossa tattica, dettata in primo luogo dal timore dell’escalation militare della Nato. Inoltre gli attacchi contro Misurata hanno risvegliato delle forti pressioni da parte dell’opinione pubblica occidentale sui governi. Misurata è rappresentata dai media di tutto il mondo come una città martire, un po’ come Sarajevo. Ma soprattutto, all’origine potrebbero esserci delle pressioni da parte delle tribù, che hanno chiesto a Gheddafi di interrompere i bombardamenti, garantendogli in cambio: «Ritira l’esercito e noi con le nostre milizie provvederemo a controllare la situazione».

 Fino a che punto questi due mesi di guerra hanno indebolito Gheddafi?

Da un punto di vista militare, la disponibilità di armamenti e munizioni, concentrati in Tripolitania e nel Fezzan, gli consentono di andare avanti in modo piuttosto tranquillo. Sembra che abbia un tesoro di guerra di 6-7 miliardi di dollari in cash e oro, grazie a cui può assicurarsi il sostegno di Stati come Ciad, Niger e Algeria. Che cosa ne pensa del piano di pace dell’Unione africana? ’ un piano che prevede che Gheddafi rimanga al potere e sia considerato un interlocutore. Un’ipotesi che né Francia né Inghilterra né Italia né Stati Uniti sembrano volere prendere in considerazione. Significherebbe infatti una divisione in due della Libia che molto probabilmente sarebbe definitiva. E soprattutto, la legittimità dell’intervento internazionale si basa sulla risoluzione Onu, il cui presupposto è
proprio il mantenimento dell’unità della Libia. (Fonte: il sussidiario.it, Pietro Vernizzi)

I cristiani sono con Assad

Mentre le rivolte contro il regime di Bashar al Assad non sembrano farsi intimidire dalla violenta repressione con cui l’esercito è stato chiamato a rispondere, c’è una singolare voce all’interno della società siriana che negli ultimi giorni ha cercato quanta più possibile visibilità. È la voce dei cristiani di Siria, la cui posizione a favore del governo di Assad e del piano di riforme annunciate non ha eguali in quanto a perentorietà e chiarezza. In un’intervista pubblicata su queste pagine, il Patriarca dei cristiani melchiti Gregorio III Laham ha definito la Siria un paese “laico, credente e aperto” e ha elogiato l’apertura che in questi ultimi anni il regime avrebbe adottato nel riformare il paese.

Al di là dell’evidente difficoltà di accogliere un giudizio così positivo nei confronti di uno dei regimi più autoritari del mondo arabo, le parole di Gregorio III, non differenti da quelle espresse da tutte le autorità ecclesiastiche del paese, sono in realtà la spia del timore che la rivoluzione siriana possa rappresentare l’ultima pagina di quella “questione dei cristiani d’Oriente” che negli ultimi anni è stata così drammaticamente rinvigorita da un crescendo di persecuzioni contro le minoranze cristiane nei vari paesi arabi. È stata soprattutto la caduta del regime di Saddam Hussein ad innescare quest’ondata di violenze: basti pensare che in Iraq i cristiani erano circa 800mila prima del 2003 e adesso non sono più di 400mila.

 Il montare di queste repressioni, in un momento di anti-occidentalismo galoppante in tutto il mondo arabo, è stato probabilmente nutrito sul piano ideologico da un’associazione – per quanto antistorica – tra cristianesimo e Occidente; quest’ultima ignora palesemente il fatto che le comunità cristiane esistono sui territori orientali sin dai tempi di Gesù e che, dunque, la loro storia poco si incrocia con quella occidentale. Infatti la sua strumentalizzazione ideologica nella jihad anti-imperialistica sembra stia diventando sempre più consistente, come ci hanno mostrato, oltre al dramma iracheno, i recenti atti di violenza in Nigeria, l’esplosione dell’autobomba nella chiesa copta di Alessandria d’Egitto nella notte dello scorso capodanno e il moltiplicarsi delle violenze contro i cristiani nell’Egitto post-Mubarak.

Perché dunque il discorso dei cristiani siriani è così ferventemente a favore del regime? C’è sicuramente una tradizione storica che fa della Siria un baluardo della tolleranza nei confronti dei cristiani. È anzi proprio in questo paese che le comuni radici lontane di islam e cristianesimo sembrano trovare la loro glorificazione: nella moschea degli Ommayadi di Damasco è sepolto – si dice – Giovanni Battista e qui si trovano i più importanti centri di pellegrinaggio cristiano della regione. I vecchi emiri di questo paese, inoltre, hanno sempre accolto i cristiani provenienti dal resto del mondo arabo: gli armeni che sfuggivano al genocidio turco, per esempio, si diressero in larga parte in questa terra; Fakkredine II strinse poi un’alleanza così forte con i maroniti da aiutarli a porre le basi, sui monti tra Damasco e la valle della Bekka, a quello che poi diventò il Libano moderno, lo stato decisamente più cristiano del mondo arabo.

Ma veniamo al regime siriano attuale. Esso è – come dice il patriarca Gregorio III – un paese fortemente basato sulla laicità, principio che, d’altra parte, è inscritto nell’ideologia del partito Baath, il cui fondatore, Michel Aflaq era, tra l’altro, un siriano di confessione cattolica. In Siria, come nell’Iraq di Saddam Hussein, come nell’Egitto di Mubarak, i cristiani sono sempre stati protetti dal potere anche in funzione di bilanciamento delle forze islamiste che hanno sempre rappresentato la più forte minaccia per i regimi militari arabi nazionalisti e socialisti.

L’autoritarismo di questi paesi ha, dunque, usato le comunità cristiane per accrescere la sua base di legittimità contestata dalle forze islamiche rivendicatrici di uno stato a carattere religioso. Non dimentichiamo che il primo attore a esprimersi pubblicamente a favore di Mubarak nel momento dell’esplosione della rivoluzione egiziana è stato proprio la massima autorità della chiesa copta, chiarendo subito quale fosse il peso dell’alleanza tra questa istituzione religiosa e il vecchio regime. E non a caso la caduta del rais egiziano ha liberato, come sollevando il coperchio del vaso di Pandora, le fila già latenti di una violenta lotta religiosa. In Siria i Fratelli Musulmani non sono meno potenti che in Egitto, forse solo meglio “tenuti a freno” se pensiamo, per esempio, che nel 1982 ad Hama Hafez al Assad, padre di Bashar, diede ordine di lanciare razzi su un’insurrezione musulmana, provocando la morte di oltre 20mila persone in un sol giorno. da: ilsussidiario

 

Sarkò ed Obama: tacito accordo?

Sarkozy sperava nella guerra per risalire nei sondaggi, ma alle amministrative di ieri (27 marzo) ha perso clamorosamente. Voleva guidare l’Europa, ma si è trovato sul banco degli imputati. Pretendeva il comando militare, ma ha dovuto cederlo alla Nato.

 Insomma, Sarkozy è costretto a subire molte sconfitte, però non molla. Un po’ è questione di carattere. Come spiego in questo articolo, Sarkozy ha una personanlità davvero complessa. Il problema psicologico è evidente, eppure potrebbe esserci dell’altro. Una domanda, però, sorge spontanea: possibile che il mondo lo lasci fare e, soprattutto, che l’America si lasci relegare in secondo piano con tanta facilità? Come ha rivelato l’altro giorno Franco Bechis su Libero, Nouri Mesmari, uno dei fedelissimi di Gheddafi, l’ottobre scorso è fuggito a Parigi con la famiglia e sarebbe l’uomo che, con l’aiuto degli 007 francesi, ha fomentato e poi organizzato la rivolta in Cirenaica contro il Rais. É inverosimile che Washington non sapesse della defezione, né che non conoscesse le vere dinamiche della «spontanea» rivolta libica.

Eppure ha lasciato fare. Perché? Ufficialmente Obama ha mostrato freddezza sull’operazione, lasciando intendere di essere stato trascinato controvoglia dall’Eliseo. Il sospetto è che in realtà sia un gioco della parti: Sarko fa l’interventista, Obama il moderato, che protesta. Ma non lo ferma. Pensateci: se gli Usa fossero stati davvero contrari non avrebbero mai permesso che si giungesse a questo punto. Lasciano fare, forse perché il finale è già scritto: spartizione dell’energia e del gas libici. Con un solo grande perdente: l’Eni. E con l’Eni, l’Italia. O sbaglio? dal blog di Marcello Foa

Quello che si è capito sulla Libia

di F. Mario Agnoli

 Rimane l’incertezza sul come finirà. Ma molte domande, soprattutto quella sul come sia cominciata, iniziano ad avere risposta. Anzitutto la cosiddetta insurrezione del popolo libico è completamente diversa dalle rivolte popolari degli altri paesi arabi del bacino del mediterraneo e oltre.

 Vi è collegata, ma solo perché queste ultime hanno offerto l’occasione ad un’operazione di vecchio stampo commercial-coloniale. Gli insorti della Tunisia, dell’Egitto, dello Yemen, della Siria sono pieni di rabbia, nata soprattutto dalla fame, forse di libertà, certamente di pane, e di speranza, ma non hanno armi.

Protestano con le grida delle bocche e i gesti, ora imploranti ora violenti, delle mani. Gli insorti libici (meglio si direbbe cirenaici) sono apparsi sulla scena armati, fin dal principio, fino ai denti. I servizi segreti francesi e inglesi hanno informato i loro governi delle tensioni presenti in tutto il mondo arabo e dell’esplosione che sarebbe stata innescata dalla scarsità dei generi alimentari di base (un argomento del quale si è parlato molto nei primi giorni delle rivolte tunisine ed egiziane, ma ora accantonato, perché controproducente).

Parigi e Londra hanno colto l’occasione, forse da lungo attesa, e, probabilmente col consenso del governo egiziano (allora ancora in sella), hanno inviato i loro consiglieri militari ad armare e addestrare qualche centinaio o migliaio di uomini delle tribù cirenaiche, da sempre ostili a quelle della Sirte (patria di Gheddafi) e della Tripolitania e nostalgiche della monarchia senussita.

 Il premier britannico Cameron ha riconosciuto che reparti di incursori inglesi si trovano da qualche mese in Cirenaica per organizzare la rivolta. e i feroci ed intempestivi bombardamenti francesi sono la migliore confessione della complicità (o addirittura dell’iniziativa) francese, anche se Sarkozy ha preferito tenersi trincerato dietro la patacca dell’operazione umanitaria.

Già l’operazione umanitaria. Com’è stato scritto da un acuto analista, quarantaquattro miliardi di barili di ottimo petrolio libico, meno solforoso e quindi meno bisognoso di raffinazione, sono l’essenza di ciò che s’intende per "intervento umanitario", e l’obiettivo delle smanie di Sarkozy e Cameron. Si tratta di rimescolare le carte, utilizzando l’imperitura gratitudine delle vittoriose ( ci si conta) tribù cirenaiche, per garantire alle multinazionali inglesi e francesi (e magari americane) una posizione di privilegio nelle concessioni.

Ovviamente a tutto discapito dell’Eni. Facile immaginare le risate che si sono fatte a Parigi e a Londra nel vedere l’Italia costretta a fornire le sue basi e i suoi “tornados” per un’operazione destinata a castrarla, privandola, in tutto o in parte, di una fonte preziosa di risorse energetiche. Non per nulla la Francia, consapevole di quanto stava per accadere, aveva messo le mani avanti avvertendoci che i flussi immigratori sarebbero stati “cosa nostra”.

 Insomma a voi (cioè noi) gli immigrati, a noi (cioè loro) il petrolio. Esattamente come ha detto a “Radio Londra” il fruttivendolo di Giuliano Ferrara. Una volta di più la nostra diplomazia e i nostri “servizi” hanno toppato, lasciando il governo all’oscuro di quanto si preparava.

A differenza dei suoi incompetenti collaboratori Berlusconi, che, qualunque cosa se ne pensi, non manca di pronti riflessi, si è subito reso conto della situazione e (purtroppo era tardi) si è affrettato a dichiarare che i tornados italiani non hanno bombardato e non bombarderanno e ha cercato di togliere dalle mani della Francia la bandierina del comando. A non capire nulla sono le opposizioni, che, rintronate dal loro cieco “occidentalismo” e, soprattutto, dal mantra ”Berlusconi” se ne deve andare”, starnazzano gran voce e s’indignano perché il governo non profonde abbastanza impegno nell’opera di castrazione energetica del nostro paese. La Voce della Romagna