Due considerazioni sulla guerra in Libia

Non sono più i tempi di quando ”l’ha detto la radio” è il sigillo della verità. Le troppe menzogne hanno diminuito la credibilità dei mass-media e da qualche anno sappiamo che la TV ha mille modi per falsificare le immagini che dovrebbero documentare i fatti.

Ciò non toglie che esista ancora un gran numero di anime belle, pronte a credere che gli aerei francesi e inglesi e i missili americani stiano bombardando la Libia per ragioni umanitarie. Del resto bisogna capirle.

Questa volta c’è il sigillo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, per quanto riguarda l’Italia, di tutti i partiti dell’arco costituzionale e di quello incostituzionale. Solo la Lega ha avanzato qualche timido distinguo e si è subito guadagnata le vociferanti rampogne del Pieferdy Casini.

Purtroppo non appartengo al novero delle anime belle e non credo alle ragioni umanitarie, soprattutto quando vengono accampate da governi che non hanno mai mostrato la minima nota di umanità. Probabilmente il guaio è che sono abbastanza avanzato nell’età per ricordarmi delle iniziative belliche di Francia e Inghilterra ai tempi ormai remoti della prima crisi di Suez.

Allora l’arte della menzogna era meno perfezionata e i due governi (che in quel caso non ebbero successo) non nascosero di agire nel proprio interesse. Oggi non sarebbe possibile. La comunità internazionale tollera, come allora e più di allora, guerre e bombardamenti, ma esige che si chiamino operazioni di peacekeeping (l’inglese aiuta sempre, come una volta il latino) a tutela dei diritti umani.

Quei diritti umani che, purtroppo, sono diventati la maschera o (a piacimento) il cavallo di Troia delle peggiori infamie. In realtà non occorre essere troppo avanzati negli anni per ricordare che nel 1990, in occasione della Desert Storm, gli Stati Uniti (fiancheggiati da 35 “volonterosi”), per salvare i diritti umani dei propri soldati, bombardarono per tre mesi le principali città irachene cagionando (secondo i dati forniti dal sempre modesto Pentagono) 160mila morti civili, fra cui 32.195 bambini.

Oppure per rammentare la Operation Allied Force della Nato in Serbia a sostegno dei diritti umani dei trafficanti di droga del Kosovo (siamo nel 1999), gli interventi in Afghanistan del 2001 e tuttora in corso, o quelli del 2003 alla ricerca delle fantomatiche “armi di distruzione di massa” con le quali Saddam Hussein avrebbe potuto causare l’apocalisse. Per converso nessun Consiglio di Sicurezza ha mai imposto "no fly zone" ai caccia americani che bombardano a tappeto cittadine e villaggi afgani, facendo ogni volta decine di vittime civili, esattamente come si dice stia facendo in Libia Gheddafi, che però non dispone di “droni” (aerei senza pilota e di massima imprecisione), oppure alle armate russe in Cecenia o a quelle cinesi in Tibet.

Per questi paesi valgono sempre il principio di "non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano" e il diritto di autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, inclusi i componenti dell’attuale congrega dei cosiddetti “volonterosi” (anche l’Italia ne è parte e purtroppo con giustificazioni scandalose da parte dei ministri degli esteri e della guerra: “non vogliamo restare indietro agli altri”, “non vogliamo essere volonterosi di serie B”). Concludiamo con una osservazione da giurista (che, appunto perché tale, non conta nulla e non interessa a nessuno).

Qualunque autorizzazione sia stata scambiata a voce all’interno del Palazzo di vetro, una lettura logica del provvedimento che autorizza la “no-fly zone” sulla Libia e il ricorso a tutte le misure necessarie per realizzarla avrebbe imposto di intimare anzitutto a Gheddafi di sospendere non già le operazioni militari, ma i voli dei suoi aerei e di ricorrere alle misure necessarie (esclusa l’invasione di terra), solo una volta caduto nel vuoto l’invito. Tutt’al contrario la Francia, molto esperta in guerre coloniali, non ha atteso un attimo per iniziare i bombardamenti e centrare una buona quantità di carri armati, che, fino a prova contraria, non hanno le ali e non volano. La voce della Romagna

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Perché un’altra guerra?

di Riccardo Cascioli e Andrea Tornielli Surreale, difficilmente spiegabile. Non si può definire in altro modo quanto sta avvenendo in questi giorni attorno alla Libia.

In due giorni si è entrati in guerra quasi senza neanche accorgersene, passando da una risoluzione all’Onu all’intervento armato in modo automatico. Senza una parvenza di dibattito politico – e non è che in queste settimane ne fosse mancato il tempo – e senza una strategia militare e politica comprensibile, oltre alla decisione di far fuori Gheddafi (verso il quale, sia ben inteso, non si può che avere riprovazione).

È forte la tentazione di pensare che l’intervento militare sia il rimedio – affrettato e non adeguatamente ponderato – a un’incapacità politica di comprendere quanto sta avvenendo, non solo in Libia ma in tutto il Nordafrica e Medio Oriente. Ricordiamo che la rivolta libica aveva preso di sorpresa tutti quanti, perché il regime di Gheddafi sembrava quello meno esposto al contagio dei moti di piazza, come quelli avvenuti in Tunisia ed Egitto.

Dopo qualche giorno di indecisione, tutti i leader europei, ritenendo Gheddafi ormai finito, si sono precipitati nell’opera di demonizzazione, un tentativo di lavarsi in fretta la coscienza dopo decenni di complicità e grossi affari portati a termine con il “tiranno” che oggi viene deferito al Tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra. Lo abbiamo già fatto, ma vale ancora la pena ricordare che solo pochi mesi fa la Libia di Gheddafi è stata votata a stragrande maggioranza come membro della Commissione Onu per i diritti umani, senza che Sarkozy, Cameron e Obama avessero nulla da ridire.

Il problema è che la realtà ha colto di sorpresa per la seconda volta i leader occidentali: Gheddafi non solo non era finito, come si credeva, ma ha addirittura cominciato a riprendersi il terreno perduto, fino ad arrivare alle porte di Bengasi, da dove la rivolta era partita. Da qui l’imbarazzo drammatico di una classe politica occidentale impreparata e istintiva, che si muove senza obiettivi e strategie chiare.

Condivisibili o meno, ma chiare. Che cosa sarebbe successo restando a guardare? Come spiegare all’opinione pubblica che il “demone” tornava a essere un capo di stato con cui sedersi a tavola a negoziare, un interlocutore inevitabile visto che la Libia è fondamentale per l’approvvigionamento di petrolio e gas?

Eccoci allora in guerra contro Gheddafi, con la Francia a comandare le operazioni, probabilmente con la convinzione di poter strappare più lucrosi contratti petroliferi già concordati con le forze ribelli, magari a spese dell’Italia.

Ma il problema è che, a parte l’obiettivo di eliminare Gheddafi – ammesso che possa essere una questione che riesce in poco tempo -, non sembra esserci un’idea per il dopo. L’esperienza insegna che la caduta di un regime – vedi Iraq e Afghanistan – è soltanto l’inizio, e in fondo la cosa più semplice, di una guerra che non si sa dove conduce.

Nel caso di Iraq e Afghanistan, inoltre, una strategia – condivisibile o meno – era chiara, così come già decisa era la presenza di una forza multinazionale chiamata a realizzate sul terreno l’obiettivo di una ricostruzione economica e politica dei due paesi. Ma nel caso della Libia, tutto questo non esiste anche perché la Libia resta un paese diviso per tribù, a cui neanche Gheddafi ha voluto dare una parvenza di istituzioni statali: è ben difficile considerare il “consiglio dei ribelli” come un interlocutore realistico e affidabile. Il rischio per il dopo-Gheddafi è la somalizzazione della Libia, una guerra fra tribù, magari con un governo appoggiato dai paesi occidentali che non è in grado di controllare alcunché.

A meno che la “coalizione dei volenterosi” (un nome che riecheggia il profetico romanzo di R. Benson “Il padrone del mondo”) non decida di occupare militarmente anche il territorio libico. Si interviene per salvare i civili dai massacri e dalle ritorsioni di Gheddafi, si è detto per giustificare l’intervento. Ma in questo caso il ritardo delle operazioni militari non sarebbe di qualche settimana ma di qualche decennio.

E comunque questo dovrebbe allora portare ad attaccare quasi tutti i paesi africani e buona parte dell’Asia. Con le crisi di Iraq e Afghanistan ancora aperte e tutt’altro che vinte, preoccupa l’apertura di un terzo fronte. E proprio mentre poco più in là, nel Golfo, è in atto una crisi militare che può essere decisiva per l’assetto geopolitico della regione, per l’approvvigionamento energetico e per la stabilità mondiale.

Gli scontri in Bahrein, con l’intervento diretto dell’Arabia Saudita, stanno facendo salire pericolosamente lo scontro tra sciiti e sunniti che ha sullo sfondo anche la battaglia tra Arabia Saudita e Iran per la leadership regionale e per il controllo delle fonti energetiche mondiali. Ma su questa vicenda i leader europei appaiono distratti: sembrano non avere una strategia in Libia, non vedono i processi profondi della storia. A dimostrazione che, paesi che stanno smarrendo la coscienza della propria identità e della propria missione nel mondo, faticano a comprendere il presente e costruire il futuro.

Certo, ora che la guerra è iniziata, non si può fare a meno di augurarsi che finisca presto e che raggiunga l’obiettivo di detronizzare il rais di Tripoli, evitando per quanto possibile sofferenze alla popolazione civile. Facciamo nostre, dunque, le preoccupazioni, e la «viva trepidazione» e la «grande apprensione» espresse da Benedetto XVI all’Angelus di ieri: «Rivolgo un pressante appello a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l’accesso ai soccorsi umanitari». da: labussolaquotidiano

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La decisione dell’Onu scatenerà il caos. Anche in Italia

di Piero Laporta – da Italia Oggi (rilanciato da Riscossa Cristiana)

Aspettiamo la strage in Libia. Il «sì» del Consiglio di sicurezza dell’Onu alla «no fly zone» è gabellato come autorizzazione a bombardare Gheddafi. È un imbroglio della Triplice – Usa, Gran Bretagna e Francia – ansiosa di rubare il petrolio libico.

Gheddafi non è scemo, non farà alzare neppure un aeroplanino di carta, tanto ormai è prossimo a riprendersi il territorio con l’esercito. La Triplice deve quindi sderenare le truppe terrestri di Gheddafi se vuole insediare un governo amico. Può solo bombardare. Come fare? Scoppierà una bomba, collocata dai mercenari della Triplice.

Le agenzie diranno che Gheddafi ha fatto un bombardamento aereo. Hanno fatto le prove nei giorni scorsi e Italia Oggi lo ha illustrato. Come fecero in Bosnia, diranno che devono bombardare per salvaguardare i civili, quelli che essi stessi hanno massacrato. Usa e Gran Bretagna sono scannate di debiti in scadenza dopo la bolla finanziaria del 2008. Il terremoto in Giappone complica la situazione.

 Le polizze assicurative giapponesi sono quasi tutte garantite da società inglesi e statunitensi. In Giappone l’assicurazione contro il terremoto (mentre da noi è impossibile) è praticamente obbligatoria, grazie alla legislazione antisismica stringente. Dal Giappone è partito uno tsunami finanziario, i cui effetti nessuno è in grado di valutare con esatteza poiché la stima iniziale di 30-50 miliardi di dollari si gonfia con la catena delle riassicurazioni. Questo ictus arriverà a segno e si scoprirà quanto necessaria sia per la Triplice la rapina di altre ricchezze e una politica inflazionistica, che solo una guerra senza sosta può garantire. Qual è la strategia dell’Italia?

Il conflitto in corso ha causato perdite a Finmeccanica, che fonti bene informate valutano non meno di 200milioni di euro. Anche i danni all’Eni sono incalcolabili. Ambedue queste imprese hanno le spalle larghe ma, proprio per questo, sono appetite da Londra che intende rubarcele con lo stesso sistema che addottò per fregarci le industrie di stato fra il 1992 e il 1994, cioé col terrore, col ricatto e con la complicità all’interno degli apparati. Queste sono le poste reali in gioco, altro che la democrazia. Silvio Berlusconi, il quale evidentemente non comprese a suo tempo che cosa significa l’accordo con la Libia senza la benedizione di Washington e Londra (lo sciacallo Sarkozy è solo un comprimario), oggi pensa di cavarsela col tradimento di Gheddafi, abbracciato e baciato fino all’altro ieri. Non basterà. Lo scontro è mortale. Il «maestro di caccia», lo scrivemmo poche settimane fa, è pronto col suo coltello a tagliare più o meno metaforicamente la giugulare di Berlusconi.

 La strategia internazionale è una partita mortale, come impararono Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi. Dovrebbe riflettere, Berlusconi: la sinistra, critica verso Ronald Reagan quando bombardò Tripoli, nel 1986, mentre l’Urss era viva e vegeta, oggi è armi, bagagli e portafogli con la Triplice. Non è obbligatorio dare le basi Nato per pugnalare l’amico Gheddafi.

Non sia precipitoso, Berlusconi, nel tradimento. Questo sarebbe più grave di quelli verso la signora Veronica e, soprattutto, ben più costosi per gli italiani, i quali nelle urne ricorderanno più che il bunga bunga i valzer inconcludenti fra Mosca e Tripoli, se dovessero risolversi in una marcia funebre finanziaria. Rifletta, Berlusconi: l’astensione della Russia e della Cina in Consiglio di sicurezza è come la lenza lunga ai pesci grossi e fessi.

La Triplice entrerà in guerra, poi Mosca e Pechino muteranno l’astensione in contrarietà. Sarà un’altra palude, oltre quella afghana. A proposito, che cosa aspettiamo a ritirarci dall’Afghanistan? Le situazioni si mutano dicendo «no», soprattutto quelle strategiche.

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Ucciso il ministro cattolico per le minoranze

Il ministro pakistano per le Minoranze Shahbaz Bhatti è stato ucciso oggi a colpi di arma da fuoco a Islamabad. Bhatti, unico ministro cristiano nell’esecutivo pakistano, aveva invocato cambiamenti nella controversa legge nazionale sulla blasfemia e aveva difeso Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte proprio per questa discussa legge.

Secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine stamane alcuni uomini armati avrebbero aperto il fuoco sull’auto del ministro, che non era blindata, mentre si trovava in un quartiere della capitale. Gli attentatori hanno prima fermato l’auto, poi costretto a scendere il ministro e infine hanno aperto il fuoco contro di lui a brevissima distanza, prima di fuggire a bordo di un’automobile. I terroristi hanno continuato a sparare per circa due minuti nel corso della fuga.

Secondo quanto riferito dalla polizia non c’era nessun agente della sicurezza con Bhatti al momento della sparatoria. Secondo Asia News, gli assassini avrebbero lasciato sul luogo del delitto un manifestino con una scritta: Tehrik-e-Taliban Pakistan rivendica l’assassinio di Bhatti per aver parlato contro la legge sulla blasfemia.

Tehrik-e-Taliban Pakistan è un’organizzazione che raggruppa vari gruppi di militanti islamici. Bhatti era da tempo nel mirino del terrorismo fondamentalista per la sua difesa della libertà religiosa e della dignità delle minoranze, i cristiani in primis. Più volte minacciato, sotto scorta armata, in un’intervista rilasciata a Mondo e Missione prima di diventare parte dell’esecutivo, aveva spiegato il perché di un impegno di testimonianza civile e religiosa a fianco dei cristiani: «Sono stato minacciato di morte più volte – aveva detto – ma io non ho paura, sento Cristo accanto a me. La sua passione mi illumina». (da: labussolaquotidiano)

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Obama e il petrolio libico

Tutto iniziò l’11 settembre 2001, ma il quadro era oscuro. James Clapper , responsabile dell’intelligence di Hussein Barak Obama, come altri esponenti statunitensi di primo livello, accredita i terroristi Fratelli Musulmani come organizzazione laica, persino stabilizzatrice nella fascia nordafricana. Chi si domanda dove vogliano arrivare Hussein Barak Obama e i servizi inglesi, ha la risposta dai cori islamici cui fanno da contrappunto Barak, Hillary Clinton e Catherine Ashton, responsabile, figuriamoci della politica estera Ue.

Gli inglesi, dal canto loro, dopo l’uscita di scena di Tony Blair, hanno accentuato, con l’agenzia Reuter in testa, le blandizie verso Teheran e Hamas, riservando a Israele molta ostilità e tanta indifferenza. «Ben Ali vai via», gridano le folle aggrumate dai mullah. «Ben Ali togliti di mezzo» contrappuntano Obama, Clinton e Ashton, dopo aver ammorbidito l’oligarchia che sosteneva fino a quel momento Ben Ali, il quale, capita l’antifona, toglie l’incomodo.«Mubarak vai via» gridano le folle aggrumate dai mullah. «Mubarak togliti di mezzo» contrappuntano Obama, Clinton e Ashton dopo aver ammorbidito l’oligarchia che sosteneva fino a quel momento Mubarak, il quale, capita l’antifona, toglie l’incomodo.

 Così un’evidenza affiora, sporca e brutta come una chiazza di greggio sul mare cristallino: la santa alleanza fra una parte dell’Islam fondamentalista e Obama. Clapper, tesseva le lodi dei Fratelli mussulmani. Lo faceva anche in presenza di parlamentari statunitensi, scombussolati dalle amicizie spericolate della Casa Bianca. Che ha fatto un patto col diavolo. Provano anche a destabilizzare l’Algeria e il Marocco, gli va male. L’importante tuttavia è il controllo dei confini tunisini ed egiziani con la Libia, per destabilizzarla. L’ammiraglio Michael Mullen è venuto due volte in dieci giorni nel Mediterraneo e da queste parti circola pure D.C., un distinto signore, gabellatosi per fuoriuscito dalla Cia, che è a capo d’un team di reclutatori di contractors, i mercenari.

Dall’Egitto e dalla Tunisia fuoriescono profughi misti a marmaglia? Nessun problema per D.C., anzi. Egli ha a libro paga una schiera di giovanotti mussulmani balcanici, afghani e irakeni, da ovunque vi siano «operazioni di pace». D.C. mette al servizio dei veterani i nuovi reclutati provenienti da Egitto e Tunisia, a loro volta diretti dagli agenti senussiti, collegati alle forze speciali inglesi, con vasta disponibilità di armi e addestrati. Così organizzati, i nuclei, apparentemente di facinorosi spontanei, accendono le mischie e infiammano la folla, sparando anche sugli inermi per innescare reazioni furibonde e propiziare l’intervento «umanitario» della comunità internazionale. Lo hanno fatto a Tirana, tentando di destabilizzare Sali Berisha.

Non è la prima volta che utilizzano questi metodi. Cinque febbraio 1994, l’attenzione internazionale sul conflitto bosniaco stagna. Nel mercato coperto di Sarajevo una bomba uccide 68 civili e fa 200 feriti. L’ orrore arriva in diretta coi tg. «Non consentiremo lo strangolamento di Sarajevo» disse il marito di Hillary Clinton.

Si scoprì dopo che quella bomba era mussulmana. Che importanza ha oramai? Mezzo milione di morti e, fra questi, anche non pochi soldati italiani mandati lì in missione di pace e tanti tornati ammalati. Che importanza ha ormai? Si dimentica che le folle non combattono, tutt’al più s’aggregano se, per esempio dai minareti, c’è chi le riunisce. In quanto a combattere, lo fanno solo quelli che sono armati e addestrati. Questo macello, apparentemente cominciato a fine gennaio nella piazza centrale del Cairo, ha l’obiettivo di abbattere Gheddafi, odiato dagli inglesi, cui consegue possesso dei pozzi petroliferi e rincaro del greggio.Scopo strategico? Destabilizzare Mediterraneo ed Europa senza limiti di tempo, lo ha scritto George Friedman, affinché la Cina commerci solo con gli Usa. Mons. Innocenzo Martinelli, Vescovo di Tripoli "Io resto. Restano anche le suore. La situazione è calma i media ne raccontano di balle. Si sentono spari solo la sera e la notte».

 Le Sette Sorelle producono e esportano indisturbate, come negli anni ’90 quando in Algeria scannavano francesi e italiani ma non un inglese o statunitense fu infastidito. La Bbc:«Con oltre un centinaio di cittadini britannici ‘in pericolo’ nel deserto libico, il governo di David Cameron sta valutando l’invio delle forze speciali in Libia».

In realtà sono già lì da tre settimane. Ultim’ora: centinaia di consulenti militari Usa, britannici e francesi, inclusi agenti dei servizi segreti, sono già in Cirenaica per aiutare i rivoltosi. Lo rivelano fonti vicine ai servizi israeliani. La presenza dei francesi significa l’isolamento politico dell’Italia. Adesso Silvio Berlusconi deve scegliere se passare alla storia per Ruby Rubacuori o per lo statista che ritira l’Italia dal dispositivo militare della Nato e i nostri contingenti dalle missioni internazionali. Così avremmo pure come pagare le spese per gli immigrati che ci stanno accollando.da Italia Oggi quotidiano

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Tunisia, Egitto: a cosa mira Obama?

Dunque, l’effetto domino si sta avverando. La rivolta è esplosa in Tunisia, ha contagiato l’Albania e ora si manifesta in Egitto, dove almeno 15mila manifestanti hanno osato manifestare contro Mubarak.

 La stampa internazionale ha salutato la ribellione con commenti entusiastici, evidenziando il risveglio della coscienza civile araba. Può darsi che abbiano ragione. Però, come ho già scritto su questo blog, sono scettico sulla spontaneità di queste manifestazioni, che invece mi sembrano incoraggiate da qualcuno e ben organizzate.

Ricordate la Rivoluzione rosa in Georgia? E quella arancione in Ucraina? E la contro rivoluzione russofona sempre in Ucraina? Oggi c’è la prova: le prime furono organizzate da società Pr americane, la seconda da Mosca.

Quel che mi colpisce in queste ore è il comportamento dell’Amministrazione Obama. Nonostante Ben Ali fosse considerato un alleato fedele, Washington non ha spesso una parola in sua difesa e quando le proteste di piazze sono diventate violente non sono risuonate, nella comunità internazionale, le parole di condanna, né la preoccupazione del Dipartimento di Stato per un possibile contagioe fondamentalista.

 Anzi, a rivoluzione conclusa, Obama ha salutato “il coraggio e la dignità del popolo tunisino”. Nel frattempo erano usciti i file di Wikileaks, come sempre provvidenziali, nei quali risultava che l’ambasciata americana confidenzialmente negli anni passati aveva criticato aspramente Ben Ali.

Quando si dice le coincidenze… Ora con l’Egitto Washington sembra ricalcare il copione tunisino. Negli ultimi giorni erano emersi segnali inquietanti sul Cairo, ma Washington non ha fatto una piega.

Ora la folla occupa il centro del Cairo. E Washington tace. Forse perchè l’anziano e malato Mubarak, al pari di Ben Alì, non è più considerato indispensabile dall’Amministrazione Obama? Questa, sì, sarebbe una svolta. O sbaglio?

AGGIORNAMENTO: La Casa Bianca ha chiesto all’Egitto di revocare il divieto di manifestare. Insomma, si schiera con i manifestanti contro Mubarak. Più che una sorpresa, una conferma.

dal blog di Marcello Foa

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Questioni energetiche

Questo postavo il 24/9/2009, senza i documenti, ridicoli, di Assange (Weakileaks)…Non mancano le tensioni tra Usa e Italia, in questi tempi, a motivo delle fonti energetiche. Si tratta della questione South Stream, il gasdotto voluto da Putin e Berlusconi, con il coinvolgimento della Turchia di Erdogan.

Questo gasdotto fa concorrenza al Nabucco, la pileline sponsorizzata da Ue, Usa e dalle repubbliche ex sovietiche. Nei piani Usa il Nabucco avrebbe dovuto sottrarre l’Europa alle dipendenze russe. Invece l’alleanza italo-turca- russa, crea grossissimi problemi alla supremazia energetica americana e dei suoi alleati, perché da una parte conferisce molto potere alla Russia, dall’altra rafforza Eni, tradizionale strumento della politica estera italiana. Il futuro dell’Europa è ancora così legato agli Usa, oppure, come sembra pensare l’Italia, gli interessi europei sono più vicini e complementari a quelli russi? Altre questioni in gioco: la politica estera dell’Italia non piace alla Casa Bianca, perché oltre al rapporto privilegiato con la Russia, vi è ora quello con la Libia, altro forte produttore di gas, con l’Iran, e persino con il Venezuela di Chavez. Neanche l’idea dell’Italia di tornare al nucleare, appoggiandosi alla tecnologia francese, è stata presa molto bene negli ambienti americani. Qui sotto alcune riflessioni sul tema, tratte dal sito www.sussidiario.net.

INT. Vittorio Emanuele Parsi venerdì 11 settembre 2009

Da un lato la Russia, con il progetto South Stream, il gasdotto che dovrebbe collegare la costa russa del Mar Nero, Bulgaria, Grecia, Ungheria, Serbia e Italia. Dall’altro l’Europa e l’America con Nabucco, il gasdotto che transiterebbe su Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria. A far da cornice, contrapposte strategie geopolitiche, il timore di perder terreno sulle rispettive sfere d’influenza e la necessità, per ciascuno, di non dover dipendere dall’energia prodotta in Paesi ostili. E in mezzo, come sempre, il nostro paese. L’Eni, infatti, intende appoggiare South Stream. Ed ora in molti accusano l’Italia di essere salita sul carro di Putin. Le cose sono un po’ più complicate, per la verità.

Un’idea più precisa la fornisce a ilsussidiario.net Vittorio Emanuele Parsi, esperto di questioni internazionali ed editorialista de La Stampa.

Perché Nabucco è fortemente caldeggiato dagli americani, in opposizione a South Stream?

Il progetto Nabucco si muove con l’obiettivo politico strategico di limitare la posizione monopolistica nella distribuzione del gas da parte di Gazprom, il colosso russo, posizione che ha assunto per la sua capacità di porsi come intermediario tra i produttori dell’area centrale e i compratori dell’area occidentale dell’Europa. Eppure in molti, a cominciare dal Financial Times, rinfacciano all’Italia di perseguire una politica energetica utile, più che altro, alle mire espansionistiche di Putin. Lo fanno proprio perché l’Italia fa buoni affari. Il problema è che, all’esterno, non sempre abbiamo dato un’immagine rassicurante. Questo consente a chi ha interessi economici competitivi con i nostri di usare queste argomentazioni. E gli interessi sono semplicemente quelli di compagnie energetiche che hanno maggior convenienza nel sostenere Nabucco.

Non è da temere la crescita del peso politico russo, in conseguenza della dipendenza dei Paesi europei dal gas che esporta?

Siamo in una situazione di interdipendenza tale per cui dipendiamo dal gas russo, come i russi dipendono dai soldi dell’Europa. Se chiudono i rubinetti all’improvviso, noi stiamo al freddo per due settimane; dopo due settimane e un giorno, al freddo stano loro, perché non hanno più soldi per fare nulla. Certo, in ogni caso, è auspicabile una politica europea comune del gas come scudo, qualora la Russia volesse usare il gas come arma. Ma non bisogna eccedere nel vedere foschi scenari. A volte ho l’impressione che questi scontri nascondano più le preoccupazioni di qualche cartello finanziario.

Le strategie energetiche non condizionano proprio in nessun modo la nostra politica estera?

C’è chi vede un eccesso di Eni nella politica estera italiana. Ora, l’Eni ha cospicui interessi in Iran, ad esempio. Ma questo condiziona forse la politica estera del governo italiano verso quel paese? No. Non ci siamo minimamente sottratti alle sanzioni contro il regime iraniano, abbiamo sostenuto le manifestazioni popolari contro le elezioni truccate e stiamo sostenendo l’inasprimento delle sanzioni. E in Russia, l’Italia non ha certo assunto una posizione meno critica nella questione georgiana rispetto ad altri Paesi. Siamo un Paese importante inserito nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica. Mi pare che diamo prova continua di essere uno dei paesi più leali alla causa occidentale. In ogni caso, l’Eni avrebbe potuto agire diversamente? Avrebbe potuto appoggiare Nabucco. Ma Eni, tradizionalmente, ha sempre cercato vantaggi per l’Italia, anche in una posizione eccentrica rispetto ad una comune europea. Si muove con molta autonomia rispetto ad una sinergia occidentale, ma se non ci fossero stati vantaggi economici, non sarebbe certo entrata in relazione con la Russia. Bisogna ricordare, poi, che due gasdotti paralleli, probabilmente, non solo non si riuscirebbe a riempirli, ma che forse sarebbero irrealizzabili, perché troppo costosi. E potrebbero avere problemi a funzionare a regime. La maggior parte degli investitori di Nabucco, infine, sono esterni alle aree in cui passano i tubi. L’Italia sta lavorando per ampliare la rete delle forniture, verso l’Algeria e verso il Caspio.

Perché?

 Il problema di dipendere troppo da un solo Paese è, prima di tutto, economico. Per una qualunque azienda è meglio avere più clienti, magari più piccoli, che uno solo ma determinante. C’è una convenienza, poi, nel cercare condizioni d’investimento buone e opzioni per lo sfruttamento dei giacimenti che siano meno costosi. In una situazione di forte logoramento politico, poi, potremmo essere noi, a quel punto, a decidere di disinvestire dalla Russia. È bene essere pronti, avere altri buoni contratti e relazioni. C’è quindi un elemento economico ed uno politico prudenziale. La Cina ha firmato un accordo con la Moldavia per il prestito di un miliardo di dollari, dietro l’impegno di sottoscrivere tutti gli investimenti atti allo sviluppo economico del paese.

Punta a creare un cuneo di interposizione alla penetrazione Usa verso est?

 La Cina ha l’interesse a diventare un mercato alternativo alla Russia senza inimicarsela. Si è diretta in quei piccoli paesi in cui poteva esercitare una pressione forte. In una strategia di lungo periodo, quando si arriverà ad una domanda crescente di petrolio legata allo sviluppo dei paesi emergenti, sarà conveniente per il colosso asiatico estrarre petrolio in un’ottica differenziata. C’è una strategia di rastrellamento dal mercato di tutte quelle posizioni interessanti sul lungo periodo, che vanno considerate nel complesso: quello che dice della Moldavia va detto ugualmente degli investimenti che la Cina sta facendo in Africa o in Canada.

INT. Roberto Potì lunedì 6 luglio 2009

Qual è il ruolo dell’Italia nella grande partita dei gasdotti continentali?

Roberto Potì, direttore centrale Internazionale, Fonti rinnovabili e Progetti speciali di Edison, spiega a ilsussidiario.net lo scenario strategico degli approvvigionamenti di gas nel prossimo futuro. Abbiamo una certezza: l’Europa avrà bisogno di più gas ma la Russia ne esporterà di meno. Ecco perché al nostro paese servono, dice Potì, approvvigionamenti aggiuntivi senza dipendere dalla Russia. La risposta italiana si chiama Adriatic LNG, Galsi, ITGI. Con la possibilità di giocare un ruolo pivot nell’area mediterranea. Ingegner Potì, qual è lo scenario nel quale si collocano le scelte strategiche di Edison per quanto riguarda gli investimenti nel settore del gas?

 Il primo dato certo è che l’Europa avrà bisogno di più import. A fronte di una crescita nel fabbisogno la fornitura addizionale può venire da Russia e Nord Africa o da altri Paesi dell’Area Caucasica. Ma è impensabile che la Russia da sola possa fornire i miliardi di metri cubi richiesti.

Quali sono le vostre previsioni per quanto riguarda il fabbisogno di gas naturale nei prossimi anni?

Nel 2007 l’Europa ha consumato circa 560 miliardi di metri cubi, 300 di produzione europea e 260 importati. Ebbene, nel 2020 la produzione europea scenderà a 250 miliardi di mc, un calo dovuto ad una gestione più oculata dei pozzi che sono in Norvegia ed alla riduzione della produzione in Gran Bretagna, mentre la domanda aumenterà, passando da 560 a 650-700 miliardi di mc. Questo differenziale dipende anche dalla scelta del governo tedesco di attuare o meno il programma di chiusura delle centrali nucleari con 40 anni di esercizio.

Perché prevede una limitazione delle forniture russe come quello che ha citato?

Perché Gazprom ha altre opzioni di export diverse dall’Europa: su tutte Cina e India. Saremmo ben contenti se la Russia mantenesse l’attuale livello di export e i gasdotti North Stream e South Stream servono più a mantenere sicure le rotte che ad aumentare l’import europeo. Se dei previsti 150 miliardi di mc di fabbisogno aggiuntivo la Russia può darne solo una parte, allora almeno 20 miliardi devono venire o dal Nordafrica o dal Qatar, come per esempio avverrà attraverso il rigassificatore di Adriatic LNG (la joint venture fra Edison, Exxon Mobil e Qatar Terminal, ndr.) o dal Caucaso anche attraversando il Caspio. È in questo quadro di approvvigionamento strategico che si inseriscono le tre infrastrutture nelle quali Edison è partner? Sì: il gas che alimenta il terminale di Adriatic LNG proviene dai campi del Qatar; Galsi, con gas di provenienza algerina, aumenterà la possibilità di import dal Nordafrica e infine il terzo progetto, ITGI, di interconnessione Turchia Grecia Italia, porterà il gas azero dal Caspio.

A che punto è il progetto Galsi?

È già nella fase di ingegneria di dettaglio. L’iter autorizzativo dovrebbe concludersi a fine 2009, inizio 2010. In base all’accordo sottoscritto con Snam Rete Gas, a Galsi compete lo sviluppo del progetto completo e la costruzione del gasdotto dall’Algeria alla Sardegna, Snam si occuperà della tratta interna alla Sardegna e di quella dalla Sardegna alla Toscana. Avrà una capacità di 8 miliardi di mc e il primo gas arriverà a fine 2013.

E per quanto riguarda LNG e il metanodotto ITGI?

Il terminale dell’alto Adriatico è attualmente in fase di collaudo. Prevediamo l’operatività completa entro il 2009. ITGI invece è sfasato temporalmente rispetto a Galsi perché il gas del Caspio sarà disponibile solo dal 2015-2016, però l’ingegneria preliminare è stata terminata e la società mista Igi Poseidon con il partner greco Depa è stata costituita. Abbiamo ottenuto dalla commissione europea e dal governo italiano il diritto di trasporto del gas per Edison e Depa. Resta da chiudere il contratto di fornitura con chi ci darà il gas in quell’area, definire i contratti di trasporto e avviare l’investimento.

Come si collocano queste politiche di approvvigionamento e di investimento sullo sfondo dei grandi gasdotti che provengono dalla Russia, North Stream, South Stream in particolare?

È importante avere nuovi approvvigionamenti aggiuntivi senza dipendere dalla Russia. Il North Stream porta il gas in Europa centrale, il South Stream va in Europa centrale per i due terzi della capacità, mentre un terzo andrebbe a sud con un percorso abbastanza simile all’ITGI. È un progetto che richiede molto più tempo, perché attraversare tutto il Mar Nero a profondità notevoli e passare dalla acque di interesse ucraino implica ancora tanti passi da fare e coinvolge interessi enormi. Progetti che in ogni caso non possono non misurarsi con le strategie di Gazprom: le «altre opzioni» di cui parlava all’inizio… Come ho accennato, Gazprom guarda con interesse anche ad altri mercati più vicini, in forte espansione. Se in Italia ed Europa i consumi crescono dell’1,5%, in Cina e India aumentano tra il 4 e il 6% l’anno. E molti paesi della rete Gazprom, come Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan dai quali oggi viene il gas che arriva in Europa, stanno facendo in proprio gasdotti verso India e Cina. Quindi avere approvvigionamenti alternativi è una scelta necessaria oltre che lungimirante. L’Italia è un paese con una forte dipendenza dal gas come fonte energetica.

Serve un mix più equilibrato?

Senz’altro. Già anni fa, in tempi non “sospetti”, abbiamo cominciato a pensare a questi gasdotti anche in previsione di scenari diversi. Se guardiamo già oggi in prospettiva al 2030 o al 2040 è facile capire che non possiamo rimanere legati unicamente al gas, perché occorre mettere in conto una diminuzione nella produzione, non solo in Europa ma a livello mondiale, ed una ridistribuzione degli approvvigionamenti dovuta al mutato scenario geopolitico. A questo si aggiunge il fenomeno di “nazionalizzazione” delle risorse in chiave strategica… Sì. Mentre in passato le riserve erano in mano alle multinazionali che mettevano il gas sul mercato quando esso lo richiedeva, oggi i paesi produttori – non solo quelli mediorientali, ma anche la Norvegia per esempio – hanno fatto piani a lungo termine in modo da far durare le proprie riserve di gas il più a lungo possibile. E non è detto che intendano esportare nei tempi che sarebbero a noi più congeniali.

Ci sono interessi dell’Italia che non coincidono in tutto con quelli dell’Unione europea?

Come è noto la Francia ha sempre svolto una politica attiva verso il Mediterraneo. Avevamo grande aspettative per il periodo di presidenza francese dell’Ue, ma purtroppo la presidenza Sarkozy è coincisa con la crisi finanziaria mondiale e quindi molti piani sono stati rimandati. In effetti l’Europa è in ritardo nei rapporti col sud del Mediterraneo e in questo l’Italia può giocare un ruolo importante, valorizzando un suo ruolo di pivot nell’area che le è storicamente peculiare.

Cosa pensa del “rinascimento nucleare” italiano?

Sono totalmente favorevole ad un ritorno al nucleare. Oggi siamo per l’80% dipendenti da fonti di importazione. Sarebbe un grosso risultato arrivare a quel 20-25% di energia nucleare, rimanendo dipendenti per il 50% da fonti fossili di importazione e per il 20-25% da fonti rinnovabili. D’altra parte occorre tener presente che il ricorso all’atomo potrà avere una qualche incidenza sui consumi italiani dopo il 2020.

A suo avviso cosa manca, oggi, alla nostra politica energetica?

Un piano energetico nazionale sarebbe senz’altro utile al paese. Da quando non c’è più l’ operatore unico, è venuto meno anche il piano nazionale e sono proliferati i piani regionali, che difettano però di una visione strategica complessiva e sono incompatibili con l’elaborazione di uno scenario di lungo termine. Senza contare che un piano nazionale aiuterebbe enormemente le imprese a indirizzare i propri investimenti.

Infine una lunga analisi di Lao Xi

Per tre secoli la Russia ha tentato di accedere al Mediterraneo e per tutto questo tempo le potenze europee tradizionali, Francia e Gran Bretagna, glielo hanno impedito. Gli Stati Uniti, diventati di fatto anche potenza europea alla fine della seconda guerra mondiale, hanno ereditato questa politica strategica. Oggi, a 17 anni dalla fine dell’Unione sovietica e dopo un breve periodo di luna di miele, la Russia oscilla tra inferno e purgatorio per gli Usa, per tanti motivi. Gli Stati Uniti pensano che certi atteggiamenti ambigui di Mosca in ambito internazionale siano all’origine di problemi strategici come l’Iran. Con la guerra in Iraq e il rialzo del prezzo dell’energia, la Russia aveva assunto toni tracotanti sia all’interno che all’esterno. All’esterno gli Usa e gli stati europei ex sovietici sono preoccupati dalle pressioni continue di Mosca sull’Ucraina o sulle repubbliche caucasiche, le polemiche sulle istallazioni di missili in Polonia, tutte azioni che paiono come la riaffermazione di una sfera di influenza per tornare a ristabilire i confini della vecchia Urss.

All’interno c’è poi la svolta autocratica contro il dissenso interno. Le azioni, esterne e interne, possono essere giustificate per mille ragioni, ma di fatto ricreano una politica assertiva da parte di un paese che ancora oggi è l’unico al mondo con un potenziale atomico teorico in grado di distruggere gli Stati Uniti e tutti i suoi alleati. Inoltre, nel periodo di grandi difficoltà americane nella guerra in Iraq, con il rialzo dei prezzi dell’energia, Mosca ha cercato di usare la sua energia come “arma strategica” in Europa, andando a caccia di amici tra i vari stati e anche all’interno dei vari stati, tra i diversi schieramenti politici. In questo senso ha contribuito a spaccare l’unità atlantica ed un consenso europeo. L’Europa unita e poi il suo allargamento a est erano azioni pensate in funzione anti sovietica prima e di contenimento della Russia dopo. Ma Mosca ha abilmente usato la sua nuova politica estera e le forniture di energia per spaccare questo fronte cercando di ottenere consensi in Germania, Francia e Italia e altri paesi europei minori. In questo contesto arriva il progetto del gasdotto South Stream, pensato dopo e in competizione con il progetto di gasdotto americano di Nabucco.

Nabucco dovrebbe portare gas e petrolio dal Centro Asia (repubbliche ex sovietiche) e dal Caucaso direttamente in Europa attraverso la Turchia, senza passare dalla Russia. Il progetto è chiaramente un ulteriore sforzo di contenimento della Russia, perché fornisce una via di fuga diretta per nuovi mercati a repubbliche ex sovietiche liberandole da una cordone ombelicale con Mosca. Nabucco crea un nuovo grande accesso a forniture da parte dell’Europa, che riceverebbe energia da 1) Africa e Medio oriente, paesi Opec, 2) dalla Russia e 3) dal Centro Asia e dal Caucaso. Con tre linee di fornitori i paesi europei (paesi consumatori) poi possono sperare di negoziare prezzi di forniture al ribasso. Le implicazioni strategiche del progetto di Nabucco sono gravi, implicano una ulteriore rottura di rapporti con paesi ex sovietici che oggi ancora forniscono a Mosca energia a prezzi ribassati, mentre poi Mosca vende la sua energia in Europa a prezzi di mercato.

Con Nabucco questo rapporto finirebbe. Nabucco rischierebbe di entrare in funzione tra alcuni anni, proprio quando i consumi interni di energia russa minacciano di superare la sua produzione e quindi farebbero passare la Russia a importatore netto di energia, cioè proprio quando la Russia avrebbe maggiore bisogno di energia a basso prezzo. Di fronte alla sfida strategica di Nabucco, che è poi in linea con gli interessi americani e dei paesi europei, la Russia aveva due scelte. La più difficile era cambiare il suo “modello di sviluppo”, gradualmente abbandonare l’attuale sistema in cui oltre il 80% delle sue esportazioni sono di materie prime e il resto armi, e creare un’industria moderna. L’altra scelta, più facile, era quella di cercare di trovare una difesa del modello economico attuale basato sulla grande esportazione di energia e quindi della sua area di influenza, che allarga il bacino di materie prime da vendere.

La prima scelta era la più difficile e avrebbe tra l’altro comportato una rinegoziazione politica, forse umiliante, con gli Stati Uniti, e un riassetto fondamentale degli equilibri interni, la creazione di una classe di imprenditori piccoli e medi che oggi praticamente non esiste. La seconda era più facile, era la difesa degli assetti interni, il consolidamento di rapporti nell’area di influenza e l’esercizio di quello che oggi la Russia ha di meglio, la sua proiezione esterna verso l’Europa in azioni di influenza. Da qui nascono i progetti di North Stream e South Stream. Il primo pensa a un gasdotto che salti l’Ucraina e arrivi in Germania attraverso il Baltico, un po’ secondo la rotta delle navi della antica Lega Anseatica; il secondo è un’idea completamente nuova che salta la Turchia e attraversa il Mar Nero e i Balcani per raggiungere l’Europa attraverso l’Italia o l’Ungheria. Incidentalmente, North Stream è presieduto dall’ex cancelliere tedesco Schroeder, South Stream ha il sostegno dell’Eni e del primo ministro italiano Berlusconi.

Con North Stream e South Stream la Russia avrebbe tre condotte per portare la sua energia ai paesi europei, le due nuove e quella attuale che passa attraverso l’Ucraina. Con tre condotte la Russia è in grado di dividere e governare a piacimento l’Europa, che non è un’entità politica unitaria, ma un collage variegato di una trentina di stati con mire strategiche spesso nulle o molto confuse. È teoricamente vero, come hanno rilevato alcuni difensori del progetto russo, che gli europei sono fornitori di denaro alla Russia, senza i soldi europei la Russia muore un minuto dopo che l’Europa muore senza energia russa. Ma nella realtà questo sarebbe vero se l’Europa fosse unita politicamente: allora potrebbe trattare da pari a pari con la Russia. In realtà l’Europa è disunita, e ci sono tre condotte russe di gas: ciò significa che Mosca può calibrare forniture e pressioni ai vari stati minimizzando il rischio di restare senza soldi.

Cioè, per esempio, può togliere gas alla Germania o alla Polonia, senza influenzare le forniture ad altri paesi che rimangono amici, e soprattutto senza tagliarsi le vene privandosi completamente di flussi di denaro. In altre parole, South Stream diventa un’arma strategica con cui la Russia può dominare l’Europa. In altre parole, come per i migliori scacchisti, una situazione di difesa, per l’arrivo di Nabucco, può trasformarsi in una posizione di attacco per la Russia con cui non solo si consolida il vecchio territorio ex sovietico, non solo si approda al Mediterraneo, dopo tre secoli di fallimenti, ma si arriva a dominare l’Europa. South Stream è sostenuto dallo stato russo, non ha quindi problemi di finanziamenti, a differenza di Nabucco che è un progetto commerciale.

Quindi la semplice spinta in avanti di South Stream da parte della politica e dei media, può fare naufragare Nabucco, che di per sé ha mille problemi politici e tecnici di realizzazione. Per esempio c’è la grande questione di come passare per il Caspio, se non si ha l’accordo preciso dei paesi rivieraschi. Una volta naufragato Nabucco poi South Stream prende sempre più forza. Senza Nabucco e con solo South Stream, la Russia ha uno strumento anche per negoziare da un punto di grande forza con altri paesi produttori di gas e petrolio a cui potrebbe convenire accodarsi alla cordata russa di forniture all’Europa. Insomma esso potrebbe essere il collante di una specie di super Opec imperniata sulle condotte e sulla Russia. Le forniture con condotte sono strategicamente importanti perché sono un patto di lungo termine fra stati, non come le forniture per nave, che in teoria possono essere dirottate verso un altro porto a piacimento. Le condotte sono molto care e impegnano per decenni i rapporti fra stati. Non possono essere cambiate facilmente.

Ci sono conseguenze globali dell’operazione. Se la Russia chiude il mercato delle forniture europee di idrocarburi ha un forte elemento in più per determinare i prezzi globali degli idrocarburi verso l’America o verso l’Asia, grande consumatore in crescita di energia. La Russia poi non è un paese europeo come gli altri, anche a parte la sua storia. Le sue dimensioni territoriali (la Russia è più grande di tutta l’Europa) e demografiche (quelli che parlano russo come prima lingua in Europa sono oltre il doppio di quelli che parlano la seconda più diffusa lingua europea, il tedesco) ne fanno un super gigante se paragonato con gli altri paesi europei. Il suo livello di ricchezza media, inferiore a quello degli europei avanzati, crea un senso di profonda disparità con i “colleghi” europei: i russi si sentono più grandi, più forti degli europei singolarmente, mentre rimangono più poveri. South Stream potrebbe cambiare il rapporto. L’Eni in questa situazione ha colto un’opportunità commerciale, inserirsi in un tentativo di chiudere il mercato europeo degli idrocarburi, e diventare di fatto monopolista mondiale con Gazprom. La storia degli idrocarburi è una storia di monopoli.

Ci sono state le “sette sorelle”, le aziende petrolifere anglo americane che dominarono il mercato dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’70, ci fu poi l’Opec dagli anni ’70. Ma entrambi i tentativi di monopolio erano alleanze con molti attori, almeno sette grandi aziende petrolifere per le sette sorelle, e decine di stati produttori per l’Opec. Inoltre l’Opec, nato anche sull’onda terzomondista degli anni ‘60, ma privo di un forte sostegno politico militare naufragò di fatto in pochi anni, le sette sorelle durarono invece per quasi un trentennio sulle spalle del potere politico militare anglo americano. L’alleanza Eni-Gazprom per durare avrebbe bisogno storicamente quindi di un forte appoggio politico.

Ma la Russia ha il peso politico-militare per esercitare la protezione su Eni-Gazprom? E se non ce l’ha cosa è disposta a fare per ottenerlo? Cosa è disposta a fare se qualcuno le sbarra la strada? Inoltre, le sette sorelle erano sette, non due compagnie, e si basavano sulle due potenze vincitrici del conflitto mondiale, Usa e Gran Bretagna, non sulla potenza sconfitta nella guerra fredda, Russia, e una media potenza, l’Italia. Qual è poi l’interesse dell’Italia? In un’alleanza con la Russia sarebbe partner minore, senza potere di leva verso il partner maggiore e sottoposto a suoi eventuali cambi di umore politico, un po’ come nell’alleanza tra Mussolini e Hitler. Interesse dell’Italia è invece quello di avere energia al prezzo più basso possibile (che si ottiene con più fornitori in competizione fra loro), che spingano la sua forza industriale di Paese da terziario avanzato, e non vivere delle rendite di petrolio. Infine occorre ricordare una regola basilare di mercato. Dall’inizio del capitalismo una influenza malvagia sul mercato è stata quella dei monopoli, che drogano i prezzi, creano disservizi per i consumatori, e creano atmosfere drogate per le aziende. In altre parole i monopoli tentano di riportare l’economia capitalista verso un’economia feudale.

L’alleanza Eni-Gazprom va in questa direzione. In altre parole, c’è una folla di motivi che militano contro South Stream, brillantemente presentati e discussi già un anno fa da Zeyno Baran (Rapporto preparato per Parlamento Europeo sugli aspetti di sicurezza di South Stream dallo Hudson Institute di Washington), ma finora le pressioni politiche americane sull’argomento non sono arrivate con grande forza. Ciò per vari motivi. Washington non vuole un confronto duro con la Russia, con cui invece vuole costruire un rapporto positivo, visto che tra l’altro ne ha bisogno per la soluzione del problema dell’Afghanistan e dell’Iran. L’America vuole costruire un “engagement” con la Russia, trovare soluzioni ai problemi delle condotte attraverso l’Ucraina; con la presidenza Obama è diventato possibile anche discutere dei missili in Polonia, della posizione della Georgia nel Caucaso. Ma certo questo engagement non può voler dire regalare a Mosca l’Europa e il Mediterraneo. D’altro canto alcuni a Washington pensano che South Stream è irrealistico, e che non partirà mai. Altri però pensano che semplicemente continuare a spingere su South Stream può essere sufficiente a far morire Nabucco e quindi occorre porvi un freno rapidamente. In questo c’è una scadenza temporale. A fine settembre ci sono le elezioni in Germania, se il partito di Schroeder (altro paladino di South Stream) come si prevede perde ed esce dal governo, l’entusiasmo tedesco per il progetto scema e l’Italia e Berlusconi restano “con il cerino in mano” nel sostegno di South Stream tra i paesi europei importanti. Allora l’oggettiva pressione sul capo del governo italiano potrebbe diventare enorme. Perché diventa interesse degli americani bloccare South Stream non in Russia, per non guastare i delicati rapporti con Mosca, ma in Italia, dove per mille motivi può essere più facile. Qui la storia internazionale diventa storia italiana. Ciò crea una enorme finestra di opportunità per tutte le opposizioni interne per attacchi non su pallide questioni morali di donne, ma su grandi temi politici, cosa di cui moltissimi in Italia capiscono poco ma di cui tutti vedono l’importanza. Il capo del governo Berlusconi quindi ha un forte interesse a raffreddare gli entusiasmi con South Stream e riconsiderare profondamente la sua politica estera filo-russa. Se lo farà, di fatto i suoi problemi interni, privi di una sponda politica importante, potrebbero anche recedere e sparire. South Stream in altre parole è solo incidentalmente una questione di affari, ma non lo è nella sua essenza. Così South Stream non si può compensare comprando quattro attrezzature in più dall’America o distribuendo favori economici più o meno mirati. È una questione di sopravvivenza dell’Europa per come è emersa dalla guerra fredda, sono questioni di vita o di morte per interi paesi su cui il denaro smette di contare. Come insegnavano gli antichi filosofi yanghisti cinesi: qualcuno può farsi tagliare un dito, magari anche cavare un occhio per un compenso, ma farsi uccidere con certezza per un compenso in denaro smette di essere attraente, perché semplicemente il denaro è un mezzo per vivere meglio, se si smette di vivere il denaro smette di avere senso. Inoltre esiste anche un versante di politica che va considerata per la Santa Sede. Mosca ha consolidato i rapporti con la Chiesa ortodossa russa, e Roma sta lavorando alacremente per migliorare i rapporti con gli ortodossi russi, dove le differenze teologali non sono enormi. C’è quindi uno sforzo di riportare Mosca entro l’alveo cattolico. Con accenti diversi, con scopi anche diversi, però c’è un parallelismo tra azione americana e della Santa Sede con la Russia, entrambi tesi a un confronto con Mosca, più prudente a Washington, più caloroso a Roma, ma certo non si vuole regalare la Chiesa cattolica al pope di Mosca. Una “sudditanza” politica dell’Italia con la Russia nella questione South Stream oggettivamente, però, rafforza la mano del Pope moscovita legatissimo allo “zar” di Mosca. Né i rapporti tra Santa Sede e Washington sono privi di difficoltà. La storia dei preti gay, della pedofilia nelle parrocchie, sta rovinando la Chiesa in America, e tiene il Vaticano sotto minaccia. In Usa c’è anche una proposta di legge, per ora dormiente, secondo cui le cause di molestia sessuale potrebbero non avere limiti temporali. Cioè si potrebbe citare in tribunale un prete accusandolo di molestie compiute 30 o 40 anni fa. Ciò significa mettere la Chiesa Usa a rischio di bancarotta (i preti citati accettano sempre di pagare i “molestati” pur di non andare in dibattimento in tribunale che infangherebbe tutta la Chiesa). Obama aveva proposto di fare passare la legge, ora essa è in ghiacciaia. Se però una nuova campagna di accuse sull’omosessualità nella Chiesa si fa largo in Italia come si è iniziato a fare con le accuse del direttore del Giornale Feltri al direttore dell’Avvenire Dino Boffo, si colpisce su una ferita aperta del Vaticano, e si rischia di aprire un vaso di Pandora per tutto il mondo, in Francia, Spagna, Germania, America Latina ecc. Si rischia di colpire la Chiesa universale. In altre parole il ricatto di Feltri è stato enorme, può mettere a rischio tanti interessi della Chiesa. Anche questo è un terreno minato per il capo del governo italiano, in cui si incrociano pericolosamente strategie e intenzioni americane, vaticane e russe, ma su cui l’Italia o il governo peraltro non ha alcun interesse strategico se non forse quello di sostenere per quanto possibile il Vaticano, perché ha sede a Roma, da minacce politiche che possono arrivare da Oriente o Occidente. Perciò, qualunque sua mossa su questo terreno rischia di essere sbagliata e galvanizzare opposizioni interne e esterne. Anche su questo fronte l’interesse di Berlusconi è gettare acqua sul fuoco e non risollevare mai più la questione.

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Storie di ordinaria persecuzione

Ogni anno l’International Christian Concern in un accurato report stila la classifica dei primi dieci paesi nel mondo che brillano per la persecuzione anticristiana. Riportiamo una sintesi del rapporto 2010.

In Eritrea il regime comunista limita ferocemente la libertà religiosa e controlla quasi ogni aspetto della società. Attualmente, ci sono oltre 3.000 cristiani detenuti in Eritrea. Molti sono tenuti in container metallici, caserme e carceri in condizioni disumane, alcuni sono stati paralizzati o uccisi dopo tortura e per mancanza di cure mediche. I cristiani eritrei sono rimasti in carcere per anni senza essere mai stato condannati per alcun reato dinanzi a un tribunale di diritto.

La minoranza cristiana in Pakistan (1,6%) si trova a vivere in condizioni veramente difficili, per non dire impossibili: con la legge sulla blasfemia, bestemmiando il nome del profeta islamico Maometto o dissacrando il Corano si viene puniti con la pena di morte o il carcere a vita. Sono frequenti gli attacchi nei confronti dei cristiani, spesso pregiudizialmente considerati trasgressori della legge sulla blasfemia.

Nel 1979 con la rivoluzione islamica cominciò in Iran una vera e propria caccia al cristiano che raggiunse l’apice nel 1990 quando i più importanti capi della chiesa furono imprigionati e giustiziati; nel 2009 questa strategia continua e i cristiani sono sotto costante minaccia di discriminazione, imprigionamento, tortura ed esecuzione.

In Nord Korea con il governo del dittatore comunista Kim Jong II – denominato “pugno di ferro” – la libertà religiosa e i diritti umani sono inesistenti, inoltre non vi sono informazioni precise sulla situazione dei cristiani, ma stime attendibili attestano che circa 200.000 di essi siano imprigionati nei “campi di lavoro” (gulag). Prima del regime si consideravano circa 300.000 cristiani nel paese, oggi dopo la guerra di Korea e un lungo regime si parla di circa 30.000 cristiani che praticano la loro religione “privatamente”. Il regime preserva alcune chiese “ufficiali” che si trovano però soltanto nella zona di Pyongyang e hanno più che altro la funzione di “vetrina” per le visite di osservatori internazionali, di fatto nel paese è proibito qualsiasi tipo di culto al di fuori di quello previsto per il dittatore Kim Jong II e il suo defunto padre Kim Il Sung.

La Somalia meridionale è in mano al gruppo islamico Al-Shabaab che sta conducendo una vera e propria guerra contro il governo ufficiale, inoltre i territori sotto il suo controllo sono governati con una rigida interpretazione delle leggi islamiche. Tra gli obiettivi quello di eliminare completamente i cristiani dalla Somalia. Nel 2009 sono stati uccisi più di una dozzina di cristiani in un paese dove sono veramente pochissimi i fedeli che praticano apertamente la loro religione, questi martiri erano tutti convertiti dall’Islam.

Nel 2008 in India ci sono state più di 100 esecuzioni e oltre 50.000 cristiani sono sfollati dalle loro case a causa di un attacco violentissimo da parte di movimenti indù nello stato di Orissa. L’attacco è stato sferrato dopo l’omicidio di alcuni capi indù di cui sono stati falsamente accusati i cristiani, nonostante sia stato dimostrato che i responsabili erano i ribelli maoisti. I sospettati dell’attacco in Orissa sono stati scagionati anche per negligenze nelle indagini della polizia, a tutt’oggi la situazione resta tesa e difficile. In diverse zone vige una legge anti-conversione che limita la libertà degli indù nel passare ad altre confessioni.

Il codice giuridico dell’Arabia Saudita si basa sulla legge islamica della Shaaria ed è interpretata in tutto il paese secondo un accordo previsto con la scuola hanabalita della islam sunnita. Secondo questa scuola il furto viene punito con l’amputazione degli arti e l’adulterio con la pubblica lapidazione, in generale queste interpretazioni sono state fondamentali per le organizzazione terroristiche come Al-Qaeda e sono tra le prime fonti di persecuzione per i cristiani nel paese. All’interno dei confini sauditi il governo nega qualsiasi forma di protezione o riconoscimento per ogni religione che non sia l’islam sunnita. Ovviamente non esiste nessuna chiesa pubblica e il culto cristiano avviene solo clandestinamente, i sospetti convertiti al cristianesimo vengono spesso uccisi dai familiari stessi per salvare la faccia di fronte alla società.

Le autorità comuniste del Vietnam vedono la religione cristiana come una minaccia occidentale, pertanto è fortemente limitata e controllata dal governo; oltre 300 persone risultano a tutt’oggi imprigionate. A quanto risulta sono soggette ad un regime di detenzione durissimo che comprende la tortura e la fame. Il governo attua una politica di repressione delle minoranze in particolare per quelle che vivono nelle montagne centrali. Qui i cristiani del popolo Hmong sono stati costretti a rifugiarsi fuori dal paese, fuggendo dalla loro terra, dopo che a loro danno sono stati compiuti veri e propri atti di genocidio a colpi di armi chimiche e batteriologiche. Sorprendentemente il governo americano non ne ha tenuto conto e nella sua relazione annuale ha elogiato il Vietnam per il miglioramento delle restrizioni nella libertà religiosa.

Da circa 10 anni nel Nord della Nigeria vige la Shariaa e le minoranze cristiane che vivono lì subiscono continue violenze da militanti musulmani, inoltre le autorità hanno limitato i luoghi di culto e vi sono discriminazione in materia di opportunità occupazionali ed educative. Nel 2009 il gruppo estremista islamico BoKo Aram ha condotto diversi attacchi che, tra l’altro, hanno portato all’assasinio di 3 pastori perché si sono rifiutati di convertirsi all’Islam; sempre durante gli attacchi sono state distrutte più di 20 chiese. Un altro gruppo islamico denominato Izala ha esercitato violenze che hanno portato alla morte 11 fedeli e hanno causato la fuga di oltre 3000 persone che hanno abbandonato le loro case.

Un caso molto controverso è quello della situazione cinese dove, nonostante le aperture in ambito economico, permane da parte del partito comunista una certa ostilità nei confronti della religione. I cristiani, che diffidano del controllo governativo, continuano a dar vita a quelle che possono essere definite come “chiese domestiche” e proprio queste sono quelle più perseguite dal governo. Anche nel 2009 si segnalano atti persecutori con arresti e “attività di rieducazione” in campi di lavoro senza nessun passaggio davanti ad un giudice. China Aid, una Ong che lavora con la chiesa sotterranea cinese, ha affermato che nel 2009 sono stai oltre 130 i casi di persecuzione.

http://www.persecution.org/suffering/index.php

Qui sotto un video dell’International Christian Concern

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Sui fatti iraniani.

In un momento in cui la comunità internazionale è concentrata su quello che sta avvenendo in Iran, mi sembra opportuno fare una sintesi per tentare di comprendere il più possibile la situazione, superando interpretazioni di comodo, basate sulle scarne e faziose notizie che i media nazionali riportano.

Prima di iniziare, quindi, è necessario liberarsi dagli stereotipi che ci vengono inculcati e che non permettono di analizzare con serietà e con libertà i disordini di questi giorni: non è vero che Ahmadinejad è un feroce dittatore che non ha alcun consenso popolare, ma non è neanche vero che la ribellione sia la solita “rivoluzione colorata”, ossia finanziata dalla Cia in collaborazione con il Mossad.

L’Iran sembra cioè muoversi con una logica tutta sua, tutta interna: per capirla cerchiamo di seguire le complesse trame che attraversano questa nazione e di cui gli aspetti sociali, politici e culturali non sono che il riflesso.

L’Iran è oggi un paese multietnico, in cui sono molto importanti le comunità locali, unite però dal collante religioso dell’islam sciita. Dalla rivoluzione del 1979 è una repubblica islamica, retta da una specie di sistema duale: da un lato ci sono organi politici non elettivi (cui si accede per cooptazione), in cui risiede il cuore del potere; dall’altra gli istituti (Parlamento, Presidente) eletti dal popolo. Al vertice della piramide del potere troviamo la Guida Suprema, massima espressione della Velâyat-e faqîh (in persiano significa “La tutela del giurisperito”), ossia quella dottrina ideata dall’ayatollah Khomeini secondo cui il giurista musulmano, in quanto esperto della legge (shari’a) che è emanata direttamente da Dio, ha il compito di sovrintendere a ogni azione del Parlamento perché si conformi a quella che il giurista stesso ritiene essere la corretta interpretazione della shari’a.

La Guida Suprema, dal 1989 l’Ayatollah Khamenei, nomina i sei membri religiosi del “Consiglio dei Guardiani della Costituzione”, composto da 12 membri, che ha il compito di approvare (giudizio insindacabile) le candidature alla presidenza della Repubblica e certificare la loro competenza e quella del parlamento, al pari delle più alte cariche giudiziarie. Di fatto con questo sistema il Consiglio dei Guardiani riesce a bloccare ogni legge che contrasti il potere dei religiosi e dei loro alleati. In queste ultime elezioni sono stati approvati quattro candidati: l’attuale presidente Mahmud Ahmadinejad, Mohsen Rezaei, Mir-Hossein Mussawi, Mehdi Karroubi. Ahmadinejad, laico ma religiosissimo, è visto come “l’uomo del popolo”, dalle modeste origini, il cui sostegno elettorale è da ricercare nei contadini abitanti le campagne e nei poveri lavoratori delle città. Egli appartiene alla seconda generazione dei rivoluzionari, cioè a quella che si è formata sui sanguinosi campi di battaglia nella guerra contro l’Iraq tra il 1980 e il 1988. Da iraniano sconosciuto, sale alle cronache politiche nazionali quando viene eletto sindaco di Teheran nel 2003, per divenire due anni dopo Presidente dell’Iran, vincendo tra la sorpresa generale le elezioni con il 61% dei voti.

Mussawi, lo sfidante di punta, è lontanissimo dall’immagine che l’Occidente gli ha cucito addosso. Egli innanzitutto non è un “homo novus”, fu primo ministro dal 1981 al 1989, usato come pedina da Khomeini per contenere le ambizioni di Khamenei. In queste elezioni egli aveva l’appoggio delle città utilizzando, più di ogni altro candidato, i mezzi tecnologici (Facebook, Youtube ed sms) il che non è un particolare insignificante in un Paese dove il 60% della popolazione ha meno di vent’anni, di cui il 30% (23 milioni di iraniani) naviga regolarmente in internet. Razaei fu capo dei Guardiani della Rivoluzione sotto la presidenza di Rafsanjani dal 1989 al 1997 e trova il suo consenso nei quadri dei servizi segreti. Karroubi è visto come un “riformista sociale” e i suoi voti li avrebbe presi “rubandoli” nelle campagne ad Ahmadinejad. Egli ha usato argomenti super demagogici, promettendo ad esempio di distribuire direttamente al popolo gli introiti petroliferi, proposta che nessuno di quelli al potere penserebbe mai di realizzare. Va ricordato anche le modalità in cui si è svolta la campagna elettorale: per la prima volta gli sfidanti si sono affrontati liberamente in faccia a faccia, duelli dai quali è uscito sempre vincitore Ahmadinejad, il quale ha avuto gioco facile appellandosi a sentimenti anti-casta e anti-corruzione molto diffusi nel Paese, citando spesso le massime dell’ayatollah Khomeini, sentite come un “ritorno alle origini”, il che suonava come una non tanto velata critica all’attuale casta sacerdotale, giungendo perfino ad accusare apertamente Rafsanjani di parassitismo e corruzione.

Già, Rafsanjani. Ecco l’uomo che ha più responsabilità nei fatti che sono seguiti ai risultati elettorali. Infatti suo era il piano originario che mirava a sostituire il Presidente in carica con il “suo” uomo Mussawi, in vista del suo vero obiettivo: la carica di “Guida suprema”, spodestando Khamenei. Purtroppo per lui gli esiti finali stanno andando in una situazione inimmaginata da tutti gli uomini dell’alto clero, con un Iran sull’orlo di una rivoluzione, con una guerra civile imminente che rischia di mettere fine alla casta clericale e quindi alla teocrazia stessa. Ma andiamo con ordine: il progetto politico di Rafsanjani era quello di arrivare al secondo turno, sfruttando la bassa affluenza elettorale, per poi dirigere tutti i voti di Razaei e Karroubi in favore di Mussawi contro Ahmadinejad.

I fatti però sono stati clamorosi: maggioranza assoluta al primo turno del presidente in carica e poco importa adesso se favorita da brogli (che appaiono comunque certi) e grande partecipazione popolare, con l’83% dei votanti. Salta completamente il sogno di Rafsanjani, il quale però, insieme a Mussawi, si ritrova a gestire la dinamicità di un’enorme rivolta giovanile e popolare che si muove con un’anarchia di fini, cioè priva di uno scopo preciso e che, come in tutte le rivoluzioni, non sa ancora dove si fermerà e cosa potrà abbattere. In gioco cioè potrebbe finire la teocrazia di cui gli stessi Rafsanjani e Mussawi fanno parte; a rendere tale pericolo ancora più concreto, si è aggiunto la “discesa in campo” della guida suprema Khamenei, il quale, “annusando” i reali intenti del duo Rafsanjani-Mussawi, ha azzardato legittimare la vittoria di Ahmadinejad.

 Le elezioni hanno cioè messo “in piazza” lo scontro interno al clero iraniano, tra Rafsanjani e Khamenei, scontro che non ha motivazioni solo religiose e politiche ma anche economiche. Vediamo quindi quali sono le forze sulle quali muovono la loro azione questi due personaggi. Intanto la premessa per capire la dinamica economica interna dell’Iran: se in Occidente i governi sono posseduti dal sistema bancario-finanziario, in Iran è il Ministero del Petrolio che comanda. E chi ha in mano la maggior parte del petrolio iraniano? Rafsanjani. E’ lui il padrone, per usare una terminologia cara ai suoi oppositori, della “Oil Mafia”.

Per capire l’importanza dell’oro nero in Iran basti pensare al fatto che Ahmadinejad da quando è Presidente ha cercato due volte di nominare ministro del petrolio un suo uomo, ma per due volte il parlamento, pagato dalla Oil Mafia, ha respinto le nomine; questo almeno fino all’agosto 2007 quando, su pressione di Khamenei, è passato il nome di Gholamhossein Nozari. Questo atto per Rasfanjani costituisce una perdita inaccettabile; da qui il suo ardito progetto, da qui l’inizio della sovversione iraniana. E’ sempre Rafsanjani, l’uomo tra i più ricchi dell’Iran, a gestire un vero impero finanziario, sfruttando posizioni di monopolio nel commercio con l’estero, oltre a possedere il bazar di Teheran e anche grandi proprietà terriere, fondando in alcune di queste più di trecento università private, all’interno delle quali studiano 3 milioni di ragazzi, i cui campus sono stati gli spazi dove più forte si è scatenata la protesta contro Ahmadinejad. Inoltre può godere del sostegno degli importantissimi chierici di Qom, città sacra all’islam sciita perché custode della tomba di Fatima. Furono proprio questi chierici che nel 1989 si opposero alla scelta di Khamenei, stabilendo che una vera Guida suprema doveva avere due qualità: una grande preparazione teologica ed essere “fonte di emulazione”, quest’ultima mancante a Khamenei (che non aveva seguito popolare) e che invece aveva Rafsanjani.

In quell’occasione per spuntarla Khamenei si appoggiò alle Guardie rivoluzionarie e ai servizi segreti. Per come stanno le cose oggi, ci troviamo di fronte ad uno scontro Khamenei-Ahmadinejad contro Rafsanjani-Mussawi. Sullo sfondo troviamo il vitalismo di un popolo giovane e stufo dell’ipocrisia dei religiosi che sono da troppo tempo al potere, che predicano la moralità quando vivono sulla corruzione degli introiti petroliferi e che oggi hanno occupato lo Stato, trasformandosi in una casta. Quello che questa rivoluzione in embrione sembra mettere in gioco è la legittimità del clero sciita, ossia le fondamenta del potere costituito, che è basato sulla “liberazione” dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Il problema è che il 60% degli iraniani non era ancora nato e non ricorda l’oppressione dello Scià, ma patisce solo quella presente della casta teocratica.

In questi giorni si sta decidendo se reprimere nel sangue la rivolta: se così sarà, potrebbe rappresentare un colpo decisivo per la legittimità di un potere che si pretende legittimato da Dio; infatti è alquanto difficile credere che Dio voglia mitragliare il suo popolo.

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La politica estera di Obama

La politica estera di Obama è interessante. Perché il nuovo presidente americano ha deciso di affrontare i dossiers caldi del mondo con un approccio diverso dal passato. Un approccio che non può essere definito né repubblicano, né democratico, almeno in senso tradizionale. Infatti i repubblicani sono storicamente il partito isolazionista americano, sino a Bush sr e jr, cioè il partito del non intervento; i democratici, al contrario, sono invece gli “idealisti” con la missione di “migliorare” il mondo, almeno da Wilson in poi.

Con Bush Jr avevamo assistito ad una novità: il partito repubblicano si è fatto portatore di idee nuove, l’esportazione della democrazia, instillate nel vecchio Gold per lo più da elementi di provenienza democratica, i cosiddetti neocons. Ma la politica di Bush jr è fallita: in Iraq sostanzialmente si è perso; in Afganistan le cose vanno sempre peggio; a ciò si aggiunga la crisi economica americana e la perdita di posizioni degli Usa in tutta l’America latina a seguito della presa del potere di alcuni fanatici governi indigenisti-socialisteggianti. Obama si è dunque trovato dinanzi ad un mondo totalmente nuovo: non più il vecchio bipolarismo della guerra fredda, non più la possibilità di fare degli Usa la nazione guida, l’unica superpotenza, come si era pensato all’indomani della caduta dell’URSS, ma la necessità di adottare un approccio multilaterale, che tenga conto dei cambiamenti a livello mondiale.

Sia per la sua formazione, sia perché costretto dalla realtà, Obama ha deciso di portare avanti un’azione diplomatica di questo tipo:

1 con il mondo arabo occorre pacificazione, sfruttando le possibilità offerte dalle divisioni islamiche tra sciiti e sanniti, e la paura dell’Iran sciita da parte dei sunniti;

2 perchè ciò avvenga occorre non solo tentare la via diplomatica con l’Iran, concedendogli, ma non troppo (anche al fine di far perdere terreno, all’interno, agli islamisti), ma soprattutto occorre depotenziare la bomba mediorientale, cioè la questione israelo-palestinese. Il governo americano è ancora filoisraeliano, come dimostra la nomina del capo di gabinetto di Obama, ma ritiene che la pace di Israele, e quindi degli Usa col mondo arabo, passi dalla nascita di uno stato anche per i palestinesi, affinché la questione palestinese non diventi per il mondo musulmano il collante ideologico contro l’Occidente. Per questo Obama sta insistendo con Israele perché fermi gli insediamenti abusivi dei coloni in territorio palestinese. La pace col mondo arabo è necessaria oggi agli Usa per più motivi: da una parte la debolezza interna degli Usa, dall’altra la rinascita del pericolo russo a cui si aggiungono altre incognite: cosa faranno India e Cina? E la Ue, decollerà o meno? E l’alleato tradizionale turco? Rimarrà filo-occidentale o si lascerà travolgere dal rinascente islamismo? E l’Arabia Saudita? E’ ancora un fedele alleato degli americani, per il petrolio; ma lo rimarrà a lungo se il mondo islamico dovesse continuare ad accendersi? E il mondo islamico?

3 a questi problemi se ne aggiunge un altro: l’Europa. Già Chirac e Schroeder dimostrarono scarsa volontà di schierarsi con Bush jr ai tempi della guerra in Iraq. Oggi che l’America è così più debole che in passato, la Francia e la Germania cercano chiaramente di essere meno dipendenti, in politica estera, dalla Casa Bianca: si sa che quando l’alleato è più debole, in molti secondo dal treno…Così Sarkozy non esita a cercare di fare il protagonista in politica estera, per rafforzare la Ue, e la Francia, sul mediterraneo; la Germania, a sua volta, stringe alleanze importanti, vedi affari Gazprom e Opel, con la Russia. Anche l’Italia, pur essendo il nostro governo filo-americano, ha una sua politica estera, ben più che sotto i debolissimi governi di Prodi, troppo fragili sia in casa che fuori. Berlusconi può vantare un rapporto speciale con Putin, che ha dimostrato di far valere nella recente questione georgiana, schierandosi apertamente con la Russia e contro la Georgia, alleato degli Usa. Non bisogna dimenticare che la Russia sta fondando la sua rinascita sul gas e sul petrolio e che durante la guerra contro la Georgia ha approfittato per bombardare i gasdotti georgiano-americani. All’alleanza di Berlusconi con Putin, si aggiunga quella strategica, anche dal punto di vista energetico, con un altro nemico degli Usa, la Libia. Insomma, pur rimanendo legata da amicizia con gli Usa, l’Italia sta facendo una politica estera tua sua, che non può non irritare Obama. Si pensi ad una grande novità: il presidente italiano dice ad Obama, in occasione del G20, “la crisi la avete provocata voi risolvetela…”; sono affermazioni che sino a pochi anni fa sarebbero state inpensabili.

4 L’amministrazione americana infine ha deciso di interrompere le ostilità con la Russia, molto accese durante l’ultima fase della presidenza Bush jr, ma la verità è che si tratta più di una tregua che di altro: la rinascita del potere russo impensierisce gli americani, non solo perché si tratterebbe di un’altra potenza sullo scacchiere, ma anche perché il progressivo stringersi di rapporti tra UE e Russia, potrebbe trasformare l’Eurasia nella maggior potenza del mondo, per forza politica, militare, economica, con in più una certa autonomia energetica. A ciò si aggiunga il fatto che sia Russia che Italia, grande partner economico dell’Iran, vogliono avere un ruolo anche nella partita col mondo arabo. A Obama non resta che anticipare, perché se anche il mondo arabo iniziasse a gravitare sempre di più sull’area euro, gli Usa perderebbero definitivamente ogni loro supremazia. Insomma, se ho capito bene si stanno ridisegnando i rapporti di un nuovo mondo multipolare, e nessuno vuole rimanere fuori. Neppure l’Italia, che può contare per la prima volta nella sua storia su governi forti che durano 5 anni e su una nuova intrapprendenza.

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