ll welfare che nasce dalla società e dal territorio

Politiche sociali: la proposta di Forza Italia fa del Trentino un laboratorio. Promuovere valide esperienze di programmazione e di gestione dei servizi sociali dal basso, restituendo centralità reale al protagonismo della società civile, nella convinzione che la realtà sociale trentina, grazie alle peculiari prerogative dell’autonomia speciale, possa costituire, in quest’ambito, un laboratorio d’assoluta rilevanza: è questo l’obiettivo del disegno di legge di riforma del welfare che, quale primo firmatario, ho presentato insieme ai colleghi del gruppo consiliare di Forza Italia. Il disegno di legge di Forza Italia – che prima del deposito in Consiglio provinciale è stato sottoposto all’esame di molte associazioni ed operatori del settore – si fonda sul riconoscimento che al centro d’ogni intervento vi è, innanzi tutto, la persona con i suoi bisogni. Per dare risposte sostenibili economicamente e, soprattutto, adeguate ed efficaci occorre studiare ed introdurre forme di rapporto e di collaborazione con le libere organizzazioni dei cittadini e delle famiglie, con le associazioni di volontariato, le imprese non profit, le cooperative e le fondazioni, consentendo a queste realtà non più solo di integrare o completare marginalmente l’iniziativa della Provincia o dei Comuni, ma d’essere protagonisti e responsabili di progetti e attività rilevanti al servizio della comunità trentina. Dare maggior peso, ruolo ed importanza a questi soggetti nell’ambito delle politiche sociali, come si propone la riforma sostenuta da Forza Italia, non significa affatto, per la pubblica amministrazione, privatizzare tout court o appaltare i servizi, ma instaurare relazioni di partnership e, quindi, contratti strutturati per garantire risposte adeguate al profilo della domanda. In tal modo, il partneriato sociale diventa espressione della miglior sintesi delle caratteristiche di garanzia del pubblico e d’efficienza del privato. Il principio basilare cui il disegno di legge, in ossequio anche a quanto previsto dalla normativa europea e dall’articolo 118 della Costituzione, fa riferimento è quello di sussidiarietà, che afferma il primato della persona rispetto alla società e della società rispetto allo Stato, affinché ogni decisione attinente l’interesse generale sia presa al livello più vicino al cittadino. Ciò si traduce, concretamente, nella valorizzazione del ruolo e della funzione degli ambiti locali nell’elaborazione e nell’attuazione dei piani sociali territoriali. Ecco allora l’istituzione, nell’ambito d’ogni Comunità di Valle, dei tavoli territoriali. Questi organismi – la cui composizione può variare a seconda della Comunità ed in cui sono rappresentati gli enti locali, i soggetti operanti nel terzo settore ed i servizi pubblici d’assistenza e beneficenza operanti sul territorio di riferimento – hanno il compito di redigere ed attuare i piani territoriali triennali, che concorreranno poi al piano provinciale per le politiche sociali. Mentre il ruolo di controllo e d’indirizzo politico viene, com’è naturale, mantenuto in capo alla Provincia, la proposta assegna ad un Comitato di codecisione, nominato dalla Giunta provinciale, il compito di valutare – attraverso il Nucleo di valutazione, organo di natura squisitamente tecnica, – i piani territoriali triennali e di predisporre, sulla base degli indirizzi che da essi provengono, le proposte di programmazione delle politiche socio-assistenziali e di distribuzione delle risorse finanziarie da formulare alla stessa Giunta provinciale. Il riordino del sistema delle politiche sociali del Trentino è una sicura priorità che, mi auguro, costituirà nei prossimi mesi uno dei temi centrali del dibattito politico e del confronto in consiglio provinciale. Un confronto che dovrà essere il più ampio possibile e libero da pregiudiziali politiche, perché non si può metter mano ad un settore così importante per l’intera società trentina senza tener conto di tutte le posizioni in campo e di tutti i contributi.

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TABELLA DI CONFRONTO DDL VIOLA-DALMASO

INTERVISTA A WALTER VIOLA SUL DISEGNO DI LEGGE

Il governo approva il ddl sulle unioni civili: come voteranno i senatori cattolici ?

Il governo ha approvato il ddl sulle unioni civili. Anzi, si chiamano «Dico», sono cioè Diritti e doveri dei conviventi. Il ddl (disegno di legge) ha passato indenne l’esame del governo, ma ora per diventare definitivamente legge, dovrà essere approvato dal Parlamento, prima alla Camera e poi al Senato. Considerato come l’Unione abbia una maggioranza risicata al Senato e rilevato il no di Mastella, (che tra l’altro era assente alla riunione del Consiglio dei Ministri), il quale ribadisce la sua netta contrarietà all’impostazione del testo, sarà interessante vedere come la maggioranza porterà avanti tale proposta di legge. Allo stesso modo sarà curioso vedere come voteranno i senatori cattolici della Margherita. Inoltre quale posizione prenderà il centro destra? Sarà compatto nel fare opposizione o lascerà libertà di scelta ai suoi deputati? Sono sicuro ne vedremo delle "belle". In ogni caso per dare una corretta informazione a quanti leggono il blog, pubblico di seguito il testo integrale del disegno di legge ed in basso un riquadro apparso su L’Adige del 30 gennaio che evidenzia in modo chiaro il numero di persone che si sono iscritte al registro dei PACS nei vari comuni dove è stato attivato.

 SONDAGGIO SU FAMIGLIE E COPPIE DI FATTO

ARTICOLO 1 (Ambito e modalità di applicazione)

1.
Due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela in linea retta entro il secondo grado, affinità in linea retta entro il secondo grado, adozione, affiliazione, tutela, curatela o amministrazione di sostegno, sono titolari dei diritti, dei doveri e delle facoltà stabiliti dalla presente legge.

2.
La convivenza di cui al comma 1 è provata dalle risultanze anagrafiche in conformità agli articoli 4, 13 comma 1 lettera b), 21 e 33 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, secondo le modalità stabilite nel medesimo decreto per l’iscrizione, il mutamento o la cancellazione. È fatta salva la prova contraria sulla sussistenza degli elementi di cui al comma 1 e delle cause di esclusione di cui all’articolo 2. Chiunque ne abbia interesse può fornire la prova che la convivenza è iniziata successivamente o è terminata in data diversa rispetto alle risultanze anagrafiche.
3.
Relativamente alla convivenza di cui al comma 1, qualora la dichiarazione all’ufficio di anagrafe di cui all’articolo 13, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, non sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il convivente che l’ha resa ha l’onere di darne comunicazione mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento all’altro convivente; la mancata comunicazione preclude la possibilità di utilizzare le risultanze anagrafiche a fini probatori ai sensi della presente legge.
4.
L’esercizio dei diritti e delle facoltà previsti dalla presente legge presuppone l’attualità della convivenza.
5.
Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche all’anagrafe degli italiani residenti all’estero. 6. Ai fini della presente legge i soggetti di cui al comma 1 sono definiti «conviventi».   

 

ARTICOLO 2 (Esclusioni)

1. Le disposizioni della presente legge non si applicano alle persone: a) delle quali l’una sia stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra o sulla persona con la quale l’altra conviveva ai sensi dell’articolo 1, comma 1, ovvero sulla base di analoga disciplina prevista da altri ordinamenti; b) delle quali l’una sia stata rinviata a giudizio, ovvero sottoposta a misura cautelare, per i reati di cui alla lettera a); c) legate da rapporti contrattuali, anche lavorativi, che comportino necessariamente l’abitare in comune.

 ARTICOLO 3 (Sanzioni)

1.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di beneficiare delle disposizioni della presente legge, chiede l’iscrizione anagrafica in assenza di coabitazione ovvero dichiara falsamente di essere convivente ai sensi della presente legge, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da euro 3.000 a euro 10.000.
2.
La falsa dichiarazione di cui al comma 1 produce la nullità degli atti conseguenti; i pagamenti eseguiti sono ripetibili ai sensi dell’articolo 2033 del codice civile.

 ARTICOLO 4 (Assistenza per malattia o ricovero)

1.
Le strutture ospedaliere e di assistenza pubbliche e private disciplinano le modalità di esercizio del diritto di accesso del convivente per fini di visita e di assistenza nel caso di malattia o ricovero dell’altro convivente.

 ARTICOLO 5 (Decisioni in materia di salute e per il caso di morte)

1.
Ciascun convivente può designare l’altro quale suo rappresentante: a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e volere, al fine di concorrere alle decisioni in materia di salute, nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti; b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie, nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti.

2.
La designazione è effettuata mediante atto scritto e autografo; in caso di impossibilità a redigerlo, viene formato un processo verbale alla presenza di tre testimoni, che lo sottoscrivono.

 ARTICOLO 6 (Permesso di soggiorno)

1.
Il cittadino straniero extracomunitario o apolide, convivente con un cittadino italiano e comunitario, che non ha un autonomo diritto di soggiorno, può chiedere il rilascio di un permesso di soggiorno per convivenza.

2.
Il cittadino dell’Unione europea, convivente con un cittadino italiano, che non ha un autonomo diritto di soggiorno, ha diritto all’iscrizione anagrafica di cui all’articolo 9 del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2004/38/CE.

 ARTICOLO 7 (Assegnazione di alloggi di edilizia pubblica)

1.
Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano tengono conto della convivenza di cui all’articolo 1 ai fini dell’assegnazione di alloggi di edilizia popolare o residenziale pubblica.

 ARTICOLO 8 (Successione nel contratto di locazione)

1.
In caso di morte di uno dei conviventi che sia conduttore nel contratto di locazione della comune abitazione, l’altro convivente può succedergli nel contratto, purché la convivenza perduri da almeno tre anni ovvero vi siano figli comuni.

2.
La disposizione di cui al comma 1 si applica anche nel caso di cessazione della convivenza nei confronti del convivente che intenda subentrare nel rapporto di locazione.

 ARTICOLO 9 (Agevolazioni e tutele in materie di lavoro)

1.
La legge e i contratti collettivi disciplinano i trasferimenti e le assegnazioni di sede dei conviventi dipendenti pubblici e privati al fine di agevolare il mantenimento della comune residenza, prevedendo tra i requisiti per l’accesso al beneficio una durata almeno triennale della convivenza.

2.
Il convivente che abbia prestato attività lavorativa continuativa nell’impresa di cui sia titolare l’altro convivente può chiedere, salvo che l’attività medesima si basi su di un diverso rapporto, il riconoscimento della partecipazione agli utili dell’impresa, in proporzione dell’apporto fornito.

 ARTICOLO 10 (Trattamenti previdenziali e pensionistici)

1.
In sede di riordino della normativa previdenziale e pensionistica, la legge disciplina i trattamenti da attribuire al convivente, stabilendo un requisito di durata minima della convivenza, commisurando le prestazioni alla durata della medesima e tenendo conto delle condizioni economiche e patrimoniali del convivente superstite.

 ARTICOLO 11 (Diritti successori)

1.
Trascorsi nove anni dall’inizio della convivenza, il convivente concorre alla successione legittima dell’altro convivente, secondo le disposizioni dei commi 2 e 3.

2.
Il convivente ha diritto a un terzo dell’eredità se alla successione concorre un solo figlio e ad un quarto se concorrono due o più figli. In caso di concorso con ascendenti legittimi o con fratelli e sorelle anche se unilaterali, ovvero con gli uni e con gli altri, al convivente è devoluta la metà dell’eredità.

3.
In mancanza di figli, di ascendenti, di fratelli o sorelle, al convivente si devolvono i due terzi dell’eredità, e, in assenza di altri parenti entro il secondo grado in linea collaterale, l’intera eredità.

4.
Al convivente, trascorsi almeno nove anni dall’inizio della convivenza, e fatti salvi i diritti dei legittimari, spettano i diritti di abitazione nella casa adibita a residenza della convivenza e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. Tali diritti gravano sulla quota spettante al convivente.

5.
Quando i beni ereditari di un convivente vengono devoluti, per testamento o per legge, all’altro convivente, l’aliquota sul valore complessivo netto dei beni prevista dall’articolo 2, comma 48, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286, è stabilita nella misura del cinque per cento sul valore complessivo netto eccedente i 100.000 euro.

 ARTICOLO 12 (Obbligo alimentare)

1.
Nell’ipotesi in cui uno dei conviventi versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, l’altro convivente è tenuto a prestare gli alimenti oltre la cessazione della convivenza, purché perdurante da almeno tre anni, con precedenza sugli altri obbligati, per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza. L’obbligo di prestare gli alimenti cessa qualora l’avente diritto contragga matrimonio o inizi una nuova convivenza ai sensi dell’articolo 1.

 ARTICOLO 13 (Disposizioni transitorie e finali)

1.
I conviventi sono titolari dei diritti e degli obblighi previsti da altre disposizioni vigenti per le situazioni di convivenza, salvi in ogni caso i presupposti e lemodalità dalle stesse previste.

2.
Entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, può essere fornita la prova di una data di inizio della convivenza anteriore a quella delle certificazioni di cui all’articolo 1, comma 2. La disposizione di cui al presente comma non ha effetti relativamente ai diritti di cui all’articolo 10 della presente legge.

3.
Il termine di cui al comma 2 viene computato escludendo i periodi in cui per uno o per entrambi i conviventi sussistevano i legami di cui all’articolo 1, comma 1, e le cause di esclusione di cui all’articolo 2.

4.
In caso di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio può essere fornita, entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza, da parte di ciascuno dei conviventi o, in caso di morte intervenuta di un convivente, da parte del superstite, la prova di una data di inizio della convivenza anteriore a quella dell’iscrizione di cui all’articolo 1, comma 2, comunque successiva al triennio di separazione calcolato a far tempo dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale.

5.
I diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni previsti dalle disposizioni vigenti a favore dell’ex coniuge cessano quando questi risulti convivente ai sensi della presente legge. 6. I diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni previsti dalla presente legge cessano qualora uno dei conviventi contragga matrimonio.

 ARTICOLO 14 (Copertura finanziaria)

1.
All’onere derivante dall’articolo 11, pari ad euro 4 milioni e 600 mila per l’anno 2008 ed euro 5milioni a decorrere dall’anno 2009 si provvede mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma20, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, iscritta all’U.P.B. dello stato di previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze per l’anno 2007. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze è autorizzato ad apportare con propri decreti le occorrenti variazioni di bilancio.

  SONDAGGIO SU FAMIGLIE E COPPIE DI FATTO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Per una politica attenta alle famiglia: disegno di legge sulla valutazione dell’impatto famigliare

Quello della famiglia è uno dei temi più gettonati nei programmi delle forze di ogni schieramento politico. Anche il presidente della Giunta provinciale, Lorenzo Dellai, nella sua recente relazione al bilancio di previsione 2007, ha dichiarato una particolare attenzione del suo esecutivo ai problemi delle famiglie trentine. Un segnale positivo che mi auguro non si esaurisca nel mero annuncio, come spesso accade, ma sia seguito da atti concreti: non sfugge a nessuno, infatti, l’urgenza di politiche di sostegno alla famiglia, soprattutto sul piano dell’equità fiscale. I dati parlano chiaro: le famiglie con reddito medio-basso e con figli a carico (anche solo uno) sopportano una vera e propria situazione d’iniquità fiscale. La circostanza non è secondaria se si prende sul serio il convincimento diffuso secondo cui i problemi economici incidano pesantemente e siano uno degli ostacoli alla stessa contrazione di un legame affettivo matrimoniale ed alla generazione di figli. Sono, ovviamente, diversi i fronti su cui operare per uscire dal circolo vizioso delle facili promesse. La strada che ho proposto con un disegno di legge depositato in Consiglio provinciale, prevede il ricorso sistematico, sia in fase d’approvazione di un atto, d’indirizzo o amministrativo della Provincia di Trento, sia al momento di verificare gli effetti di quello stesso atto, alla Valutazione d’impatto familiare. Si tratta di una procedura finalizzata a promuovere una maggiore equità fiscale, tributaria e tariffaria nei confronti delle famiglie del Trentino. La proposta – che comprende anche l’istituzione di un Osservatorio sulla Valutazione dell’impatto familiare – se approvata, imporrebbe alla Provincia non solo la valutazione preventiva e motivata degli effetti delle proprie scelte nei confronti della famiglia, ma anche di operare scelte che raccordino carico fiscale, tributario e tariffario alla composizione ed al reddito del nucleo familiare. Merita, in conclusione, sottolineare che il disegno di legge, richiamandosi all’art. 29 della Costituzione, esprime una chiara opzione a favore dell’istituto familiare inteso come rapporto basato sul matrimonio tra persone di sesso diverso. In altri termini, se esso diverrà legge, il legislatore provinciale sarà tenuto, prioritariamente e laicamente, ad indirizzare azioni di sostegno e d’equità fiscale, fermi restando tutti i diritti inalienabili di ogni singola persona, verso coloro che assumono coscientemente e pubblicamente un reciproco vincolo fatto di diritti e di doveri, potenzialmente aperto anche alle responsabilità genitoriale e, quindi, alla solidarietà tra generazioni. Walter Viola

 Scarica il disegno di legge sull’impatto famigliare

Clicca qui per vedere la dichiarazione di Dellai.

Il vero riformismo è nel centro destra

Osservava qualche giorno fa sul Corriere della Sera Nicola Rossi, stimato economista e deputato di Diesse che, deluso dalla politica non riformista di Prodi e Fassino, ha da poco riconsegnato la tessera del suo partito: “cosa pensereste di un leader politico che a novembre annuncia urbi et orbi che per marzo il paese avrà messo un punto fermo sui temi della riforma previdenziale e poi a gennaio conclude che la cosa non è poi così urgente? Non pensereste quello che pensano molti italiani? E, gentilmente, non si tiri fuori l’argomento francamente un po’ deboluccio relativo alle difficoltà entro le quali quotidianamente si muove la politica. Alla fatica – che c’è, lo sappiamo – della costruzione politica. Alla incertezza degli esiti: sappiamo anche questo, si può vincere e si può perdere. Il punto è un altro: da una classe politica si chiede – avrei voluto scrivere, si pretende – che spenda il proprio tempo a pensare come evitare o superare quelle difficoltà. La politica – mi si perdoni la franchezza – non è pagata per raccontare ai cittadini gli ostacoli che incontra giorno dopo giorno ma per superarli. Se ne è capace. E se non ne è, per lasciare ad altri la possibilità di provarci”. Trovo del tutto condivisibile l’analisi di Nicola Rossi quando sostiene che “la cifra di questa sinistra è questo governo”, smentendo la tesi di Romano Prodi, secondo cui “è falsa la divisione tra riformisti e conservatori”. L’economista marca la distanza dal premier che ritiene “non urgente” la riforma delle pensioni: “In fondo ? commenta Rossi ? lui dice ciò che molti nell’Ulivo pensano”. E allora è meglio smetterla con gli “alibi”, e ammettere un fallimento che è anche personale, “perché ? ha confidato Rossi ? avevo la speranza di vedere un giorno la sinistra italiana contaminata da idee liberali, come è avvenuto in Inghilterra e in Spagna”. Credo come Rossi che questo sia il problema politico non solo della Sinistra ma di tutto il centrosinistra al governo del Paese e della nostra Provincia. Centrosinistra che si è oggi rivelato la massima espressione non del riformismo ma del conservatorismo di chi per dirla con Tomasi di Lampedusa, annuncia di continuo cambiamenti (liberalizzazioni, riforma previdenziale, ecc.) perché si è disposti a cambiare tutto purchè nulla cambi. Di chi per non irritare i partner di governo più decisi e influenti perché con le idee più chiare – la sinistra radicale, i Verdi e Rifondazione – e per sottrarsi preventivamente alle critiche dei sindacati e dei poteri forti pronti ad alzare la voce di fronte a qualunque tentativo di rendere il sistema competitivo, ne accontenta le pretese rinunciando ad ogni prospettiva di sviluppo. Il che, beninteso, non equivale a stare fermi ma ad arretrare sempre più allontanandosi dagli obiettivi considerati oggettivamente irrinunciabili per la crescita della società e dell’economia, allontanando sempre più, in definitiva, la politica e le istituzioni dalla realtà che esige decisioni. A questa logica non sfuggono le “mezze riforme” messe in campo dalla Giunta provinciale del Trentino in questa prima metà della tredicesima legislatura. Mezze riforme perché anche quando le premesse sono teoricamente innovative l’esecutivo non è politicamente in grado di svolgerne fino in fondo la logica. Abbiamo così una riforma istituzionale che non riconosce piena responsabilità decisionale e finanziaria ai territori per paura che la Provincia perda il controllo sugli enti locali; una riforma della scuola che non attribuisce vera autonomia agli istituti per evitare che prenda piede una sana concorrenza fra loro e un’offerta plurale qualificata pubblica privata cui possano liberamente rivolgersi studenti e famiglie; una annunciata riforma della cultura che non riesce ad arrivare nemmeno ai blocchi di partenza per la pretesa di mantenere saldamente nelle mani della politica e della burocrazia i progetti e le iniziative più importanti in questo settore. Potrei citare altri esempi di leggi proposte o approvate (sulla ricerca, l’Itea, i nuovi tributi per il turismo e per le situazioni di non autosufficienza, ecc.). Quello che vorrei evidenziare è l’incapacità strutturale del centrosinistra al governo in Italia e nella nostra provincia di anteporre lo sforzo per risolvere i problemi e rispondere alle attese della gente alle pregiudiziali ideologiche da cui è ancora pesantemente condizionato al proprio interno. Ecco perché ha ragione Nicola Rossi quando, andandosene, afferma che se un governo non è capace di questo “lasci ad altri la possibilità di provarci”. E l’unica alternativa al conservatorismo del centrosinistra è oggi il riformismo programmatico del centrodestra e in particolare di Forza Italia, che a differenza dei propri avversari non è vanificato da profonde divisioni interne e crede profondamente e unitariamente nella necessità di restituire il primato, il protagonismo, la fiducia ai soggetti sociali, economici e territoriali liberandone la capacità ideale e di iniziativa a favore della crescita del sistema. Un riformismo – questo – incompatibile con gli ideali “rivoluzionari” e utopistici della sinistra, perché parte dal riconoscimento e dalla valorizzazione di quel che di positivo già esiste e costituisce una potenziale ricchezza per tutti. Un positivo da riconoscere nelle famiglie, nelle risorse umane delle persone, nelle piccole e medie imprese, nelle opere del no profit con cui il popolo, attraverso le proprie organizzazioni sociali ed economiche, mette in gioco se stesso per affrontare le sfide del presente e anche quelle del suo futuro. Nell’incontro tra tradizione politica cattolica e quella liberale questa attitudine riformista di chiama sussidiarietà. Sussidiarietà orizzontale e verticale. Attorno a questo che più che un principio astratto considero un criterio operativo da applicare flessibilmente ai problemi vecchi e nuovi della società e delle istituzioni, vedo la possibilità e l’opportunità per tutto il Trentino di costruire e offrire un’alternativa credibile all’inguaribile statalismo del centrosinistra.

cons. Walter Viola

Corriere del Trentino, domenica 21 gennaio 2007

Per la Valdastico serve un referendum. Dite la vostra nel comnmento per un sondaggio

Dopo svariati studi d’impatto e fattibilità, dibattiti, convegni e polemiche al calor bianco, l’annosa e perennemente irrisolta questione – anzi, il tormentone – del completamento e dello sbocco dell’autostrada A31 della Valdastico dal Veneto in Trentino, è diventata l’emblema di una politica che non sa decidere, di un governo provinciale che non ha il coraggio di dire una volta per tutte di sì o di no alla realizzazione di quest’opera per paura di scontentare una parte dell’elettorato.

Ma quando la politica non sa decidere, quando chi governa non fa il suo mestiere, è necessario dare la parola ai cittadini. Se la democrazia rappresentativa si inceppa, è opportuno, se non necessario, ricorrere alla democrazia diretta, come la legge consente di fare.

Credo che la Valdastico sia il classico caso in cui un referendum costituirebbe lo strumento più appropriato ed efficace per chiudere, in un senso o in un altro, una vicenda trascinatasi al limite del ridicolo per le istituzioni, con enorme spreco di tempo e di denaro (in consulenze, progetti di ogni tipo, documenti preliminari, pagine e pagine di giornali, conferenze, comitati locali o di valle pro e contro, confronti più o meno a distanza ma sempre improduttivi tra le opposte fazioni, ecc.).

Propongo quindi a tutti i soggetti territoriali, sociali, economici e ambientali interessati, di unire le forze per promuovere un referendum provinciale risolutivo, che permetta di sottoporre ai cittadini della provincia di Trento questo semplice quesito: è favorevole o contrario al prolungamento dell’autostrada A31 della Valdastico in Trentino? Se è favorevole risponda “sì”. Se è contrario risponda “no”.

Esiste nell’ordinamento della nostra Provincia una apposita normativa, la numero 3 del 5 marzo 2003, che prevede la possibilità di utilizzare oltre al referendum abrogativo (in questo caso da escludere) altri due tipi di referendum:

– il referendum propositivo, per attivare il quale occorrono 8.000 firme di cittadini iscritti nelle liste elettorali dei comuni e un comitato promotore di almeno 10 persone che depositi la richiesta presso la presidenza del Consiglio provinciale. La proposta soggetta a referendum – dice la legge – è approvata se è raggiunta la maggioranza dei voti favorevoli validamente espressi, a condizione che alla votazione abbia partecipato la maggioranza degli aventi diritto al voto;

– e il referendum consultivo, che può essere richiesto con deliberazione assunta a maggioranza dai componenti del Consiglio provinciale, da almeno 10 consigli comunali che rappresentino almeno il 5% dei residenti nella provincia, dalla Giunta provinciale e dal Consiglio delle autonomie.

Non sono un tecnico, ma a mio parere per sciogliere il nodo della Valdastico servirebbe un referendum propositivo, che penso impegnerebbe di più le autorità competenti a rispettare la volontà dei cittadini formulando scelte coerenti.

In ogni caso credo che vi siano tutte le condizioni per promuovere questo referendum e mettere la parola fine all’estenuante e non più tollerabile querelle. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. Utilizza lo spazio del commento qui sotto per dire la tua. Se le opinioni fossero parecchie avremmo una specie di sondaggio preliminare partendo dal quale l’ipotesi potrebbe iniziare a materializzarsi.

Gianburrasca

Che fine ha fatto, assessore Andreolli, la sua riforma della sanità?

Sparito nel nulla, desaparecido, evaporato, volatilizzato. Da otto mesi non se ne ha più notizia. Urge una puntata di "Chi l’ha visto". Parlo del disegno di legge con cui l’assessore alle politiche per la salute della Provincia Remo Andreolli (nella foto) si proponeva – si propone ancora? si proporrà? – di promuovere nientepopodimenochè la riforma del sistema sanitario del Trentino. Sentite cosa dichiarava al riguardo il 5 maggio scorso, dopo la riunione della Giunta provinciale durante la quale aveva presentato in pompa magna il suo disegno di legge.

«Le idee guida su cui il provvedimento legislativo fa perno possono essere in estrema sintesi ricondotte alle seguenti: a) riaffermare le funzioni e rafforzare gli strumenti di governo della Provincia; b) responsabilizzare e coinvolgere i soggetti istituzionali, professionali e sociali per l’attuazione delle politiche per la salute; c) diversificare e decentrare i poteri e le responsabilità gestionali della Azienda sanitaria; d) rivalutare il ruolo servizi sanitari territoriali; e) razionalizzare in modo funzionale la rete ospedaliera.

E dunque con riferimento a queste idee guida il disegno di legge oltre a confermare quanto previsto dalle recente legge provinciale numero 12 del 2005 introduce anche altre significative novità. In particolare riguardo al governo provinciale è previsto il rafforzamento del ruolo della Giunta provinciale quanto agli aspetti programmatori e di controllo (articolo 3); è poi prevista l’istituzione di un osservatorio per la salute della popolazione (articolo 9) e la creazione di una struttura unificata per la programmazione e l’organizzazione di attività di formazione di base e continua (articolo 11).

Ma è prevista anche la definizione di un programma triennale di ricerca finalizzata (articolo 13); l’esercizio di controlli di qualità delle attività sanitarie e di indagini di soddisfazione dei cittadini verso i servizi sanitari (articolo 17).

Per quanto riguarda invece la partecipazione il disegno di legge dell’assessore Andreolli prevede la definizione di un ruolo più forte dei consigli per la salute (già comitati di distretto) (articolo 18) e una particolare attenzione è riservata alle forme partecipative/consulenze dei cittadini (articolo 20) e degli operatori sanitari (articolo 21).

Con riferimento alla direzione aziendale viene invece individuata una direzione strategica composita e di direzioni operative di vertice con rilevanza esterna (articoli 24 e 26) e viene istituito un collegio di direzione (articolo 31). La nuova disciplina del Servizio sanitario provinciale si occupa poi dei servizi sanitari distrettuali.

E’ prevista la figura di un direttore per l’integrazione delle attività territoriali (articolo 24); la nascita di un piano distrettuale per la salute coerente con il piano provinciale (articolo 7) e di un organismo tecnico di coordinamento delle attività distrettuali per l’attuazione del piano distrettuale (articolo 28) nonché la messa a disposizione di risorse a ciò dedicate (articolo 33).

Infine, con riguardo ai servizi ospedalieri, si prevede la creazione di un servizio ospedaliero formato dall’insieme dei presidi sanitari (articolo 29) e la dipartimentalizzazione di tutti i servizi ospedalieri secondo criteri clinici o funzionali (articolo 30).»

Questo l’annuncio senza seguito dell’assessore che ho ripescato dal mare, anzi, dall’oceano dei comunicati stampa sfornati, da allora fino ad oggi, dal governo provinciale. Una chicca, no? Si citano anche gli articoli del disegno di legge scomparso. Per una volta, quindi, non mi interessa entrare nel merito del provvedimento. Le chiedo sotanto – assessore Andreolli – di rivelare che fine ha fatto questo suo disegno di legge di cui, in effetti, forse il Trentino oggi avrebbe bisogno. Qualcuno – magari il magadirettore galattico dell’Azienda provinciale dei servizi sanitari Carlo Favaretti – ne sa qualcosa? 

Non stiamo parlando del secolo scorso, ma del maggio 2006. Non credete anche voi che l’assessore dovrebbe degnarsi di spiegare un attimino ai cittadini della provincia quali problemi gli hanno impedito di mantenere l’impegno verosimilmente più importante da lui pubblicametne assunto in questa legislatura: la riforma della sanità, di sua esclusiva competenza? E’ stata chiusa in un cassetto o buttata nel cestino? Perché l’argomento non è stato più nemmeno sfiorato? Sono forse intervenuite difficoltà politiche, tecniche, burocratico-amministrative, sociali, psicologiche, mal di pancia? Colpa di qualche lobby del mondo sanitario che si è messa di traverso? O più banalmente tutta la sua riforma si è ridotta all’introduzione dei ticket sul pronto soccorso? Ci spieghi assessore, ci spieghi.

Gianburrasca

 

Terrasanta: una terra martoriata.

Gerusalemme, 8 gennaio 2007 – Soltanto le cifre riescono a volte a restituire i contorni delle tragedie più imponenti. Quelle raccolte da B’Tselem – il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori palestinesi – puntualmente ogni anno rendono eloquentemente visibile la gravità della situazione.
Nel 2006, sono stati 660 i palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nei Territori e all’interno di Israele. Quasi due morti al giorno. Il dato include ben 141 minorenni, il che porta addirittura a 811 il totale delle vittime tra i giovanissimi dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000).
Da sottolineare, peraltro, che almeno 322 dei 660 palestinesi colpiti nel 2006 non stavano prendendo parte ad alcun tipo di scontro armato. Nella sola Striscia di Gaza, riporta B’Tselem, dal sequestro, a fine giugno scorso, del caporale Gilad Shalit per mano di guerriglieri palestinesi, le forze israeliane hanno ucciso 405 palestinesi (inclusi 88 minorenni), 205 dei quali non stavano partecipando ad azioni ostili. Di converso, sono 17 i civili israeliani uccisi da miliziani palestinesi durante lo scorso anno, mentre le vittime tra le file delle forze di sicurezza sono state 6 (316 in totale dallo scoppio della seconda Intifada).
Le statistiche raccolte da B’Tselem – organismo fondato nel 1989 da un gruppo di professori universitari, avvocati, giornalisti e membri del Parlamento israeliano – riguardano anche numerosi aspetti della vita quotidiana nei Territori.
Israele, ad esempio, mantiene ben 54 check-point fissi all’interno della Cisgiordania, 12 nella sola città di Hebron. Ogni settimana, inoltre, vengono piazzati in media almeno altri 160 punti di controllo “volanti” in tutta la Cisgiordania. Ad essi, poi, vanno aggiunte le centinaia di ostacoli fisici (muri, trincee, sbarramenti di terra e via dicendo) eretti dalle forze di sicurezza israeliane per limitare la circolazione dei palestinesi.
Altri dati importanti raccolti da B’Tselem sono quelli relativi alla demolizione di appartamenti ed edifici appartenenti a famiglie palestinesi. Nel 2006 Israele ha proceduto alla distruzione di almeno 292 case (279 delle quali nella Striscia di Gaza) nel corso delle sue operazioni militari. Così, 1.769 palestinesi sono rimasti senza tetto. Soltanto in 80 casi, peraltro, le famiglie coinvolte erano state avvertite per tempo della prossima demolizione. Altre 42 abitazioni sono inoltre state distrutte a Gerusalemme Est, in quanto costruite senza i necessari permessi: ospitavano non meno di ottanta persone.
Infine un’occhiata alle cifre relative ai prigionieri. Israele, allo scorso novembre, deteneva in carcere 9.075 palestinesi, 345 dei quali con meno di diciotto anni. Ben 738 detenuti, quasi uno su tredici, sono “ospiti” delle celle israeliane sulla base di un provvedimento di “detenzione amministrativa”. Senza cioè essere mai stati processati o informati delle accuse in base alle quali sono stati arrestati. (da Terrasanta.net, sito della Custodia di Terra Santa)

Gli esordi di Prodi all’Iri e le importanti amicizie.

Dopo la crisi del 1929, che getta nel panico i risparmiatori del Nuovo Mondo e quelli della vecchia Europa, vi sono ovunque banche e aziende che chiudono e disoccupati che vagano.
La soluzione al dramma economico, pressochè dappertutto, è costituita dall’intervento degli Stati in economia: negli Stati Uniti viene adottato il New Deal, in Germania, di fronte a 6 milioni di disoccupati, Hitler investe soldi pubblici nell’industria bellica, nelle autostrade e nella ricostruzione.
Anche in Italia la situazione è difficile, con 1.300.000 disoccupati, l’industria e l’agricoltura in crisi.
Il regime fascista cerca di porvi rimedio istituendo l’IMI nel novembre 1931 e l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel gennaio 1933. All’Istituto, inizialmente, vengono affidate le seguenti funzioni: “il finanziamento a lungo termine di aziende industriali; l’assistenza finanziaria a banche in situazioni di immobilizzo e la gestione di valori mobiliari attribuiti allo Stato a seguito di salvataggi e risanamenti bancari”(Mario Cataldo, Storia dell’industria italiana, Newton, 1996).
Col tempo l’IRI, passato da ente provvisorio ad ente permanente, si trova ad avere partecipazioni nei settori più disparati: dalla telefonia alle armi, dalla chimica all’agricoltura, dal tessile alla meccanica: “alla vigilia della II guerra mondiale l’IRI si troverà a detenere oltre il 44% del capitale azionario allora esistente in Italia” (op.cit.).
L’Italia ha così un settore pubblico inferiore soltanto all’URSS, cioè al paese in cui la rivoluzione comunista del 1917 aveva portato lo Stato ad essere proprietario non solo della libertà dei suoi sudditi, ma anche di tutti i “mezzi di produzione”, dalle industrie alle banche alla terra.
Il nostro diventa uno “Stato banchiere ed imprenditore” in cui, secondo una definizione dei maligni, si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite.
Nel dopoguerra lo Stato italiano decide di non smantellare il patrimonio industriale pubblico e l’IRI rimane il colosso dell’era fascista. L’enciclopedia Motta nel 1961 afferma che all’epoca l’IRI ” comprende 119 aziende nel settore delle industrie siderurgiche (tra cui Dalmine, Ilva, Terni), metallurgiche, cementizie e meccaniche (Alfa Romeo, Filotecnica, Motomeccanica, San Giorgio); 21 nelle industrie navali (Ansaldo, Cantieri Riuniti dell’Adriatico…); 18 società di navigazione (Adriatica, Italia, Lloyd Triestino, Tirrenia); 9 nelle industrie chimiche, 5 in quelle di costruzione e 8 nei trasporti; 32 società elettriche (tutto il gruppo Sip e Società Meridionale Elettrica); 18 società telefoniche; 25 società immobiliari, 5 agricole e 8 industrie varie. Controlla pure 26 enti bancari (tra cui la Banca Commerciale, il Banco di Roma e il Credito Italiano, le cosiddette Bin, banche di interesse nazionale ndr.) e 8 società finanziarie italiane; partecipa inoltre a 19 società estere. Anche dall’IRI dipendono alcune industrie turistiche, alimentari e della pesca. Di alcune società le azioni possedute dall’IRI costituiscono la totalità, di altre la maggioranza, di altre infine una minoranza ma che talvolta rappresenta la più valida partecipazione finanziaria”. All’IRI appartengono anche Alitalia e Rai. Nel 1990 l’IRI conta 419.559 dipendenti.
Si tratta insomma di un impero economico straordinario, colossale, che nel 1994, ultimo anno di gestione Prodi, pur dopo parecchie privatizzazioni-svendite, è ancora il principale datore di lavoro del sistema Italia. A tale data infatti l’IRI può contare su 292.689 dipendenti, contro i 268.956 dell’IFI degli Agnelli, e i 27.363 di Fininvest ( poi Mediaset), di proprietà di Silvio Berlusconi. Quanto al fatturato si parla di 73.155 miliardi di lire per l’IRI, contro i 10.360 della Fininvest.
Ma chi ha creato e controllato, in circa 70 anni di storia, questo immenso patrimonio umano ed economico? E come ha fatto a sciogliersi come neve al sole in pochi anni, dal 1992 al 2000?
Il fondatore e il primo padrone dell’IRI è Alberto Beneduce un casertano, massone, seguace del socialismo interventista di Bissolati, nel 1914-15, poi parlamentare ed infine vicino a Mussolini, pur non aderendo mai con decisione al fascismo. La sua carriera, per la quale ha meritato il titolo di “padrone dell’economia italiana”, è brillantissima e tutta dietro le quinte: in epoca fascista è soprattutto fondatore e presidente dell’IRI, ma anche presidente del Consorzio Navale, presidente delle Ferrovie Meridionali Bastogi, presidente della Meridionale di elettricità, presidente del Consorzio di Credito per le opere pubbliche, dell’Istituto per il credito navale…e tutto alla faccia del divieto fascista di accumulo delle cariche. Nel suo libro I giorni dell’IRI. Storie e misfatti da Beneduce a Prodi (Mondadori, 2000) Massimo Pini scrive: “Alberto de Stefani ricorda che Beneduce possedeva una dote singolare, la misteriosità, che gli consentiva di essere presente in tutti i passaggi obbligati dell’alta finanza e di avviarla verso i suoi meditati fini”.
Beneduce muore nel 1944 a Roma: era stato il vero duce dell’economia italiana, in un’epoca in cui un ex giornalista divenuto dittatore, Benito Mussolini, pur dominando politicamente il paese, non era riuscito, come dimostrerà la guerra, a controllare settori importantissimi della vita italiana, dall’economia, all’esercito, alla grande industria privata. La figlia di Beneduce, Idea Socialista, diviene intanto la moglie di un siciliano che diverrà potentissimo: Enrico Cuccia. Come a dire che i regimi passano, ma le dinastie familiari restano.
Questo è ancora più vero negli anni della Repubblica: mentre i governi durano anche meno di un anno e si alternano di continuo, solo alcuni uomini rimangono saldamente e con continuità al controllo di realtà politicamente ed economicamente significative. Tra questi, oltre agli Agnelli, ci sono appunto alcuni presidenti dell’IRI (Prodi durerà in carica dal 1982 al 1989, durante ben otto governi diversi) ed Enrico Cuccia, l’erede di Beneduce. Come il suocero è avvolto da un grande mistero: mentre è in vita quasi nessun giornale ne parla; non rilascia interviste, non compare in televisione, cammina ogni mattina presto, a testa bassa, verso il suo ufficio di via Filodrammatici, oggi piazzetta Cuccia, in cui, nei momenti difficili, si decidono le sorti dei grandi gruppi industriali privati, della Pirelli, della Fiat, dell’Olivetti… Ma quando muore, quasi solo ora si potesse dirlo, tutti i giornali spiegano che è deceduto “il signore della finanza italiana”, “il grande vecchio della finanza italiana” e cose simili (Quotidiano.net 23/6/2000; la Repubblica 24/6/2000). Eppure anche la morte è all’insegna della segretezza: i funerali sono in forma rigidamente privata (vi partecipano solo Fazio, Romiti, Geronzi, Maranghi e Cingano, tutti banchieri, e un solo politico, La Malfa figlio).
La creatura di Cuccia, Mediobanca, di cui sarà per lunghissimi anni dirigente e, alla morte, presidente onorario, è il forziere dell’industria italiana: è nata nel 1946 come ente specializzato per i finanziamenti a medio e lungo termine, per iniziativa delle già citate banche d’interesse nazionale dell’IRI, le cosiddette Bin (la Commerciale italiana – Comit; il Credito italiano- Credit; il Banco di Roma) e di una piccola quota di capitale privato. Cuccia viene subito nominato direttore generale: può infatti contare sulla parentela acquisita con Beneduce e sull’amicizia con importantissimi personaggi del Partito d’Azione, e poi del Partito Repubblicano, Ugo La Malfa e Adolfo Tino, presidente di Mediobanca sino alla morte. Amicizie importantissime per i legami che hanno con gli Agnelli, gli Usa e la massoneria internazionale.
Del giro di amici, e che amici, fa parte anche Tonino Maccanico, nipote di Adolfo Tino e membro anch’egli del partito repubblicano. Maccanico è un personaggio singolare anch’egli: senza bisogno di presentarsi alle elezioni, di fare manifesti o proclami, fa il segretario generale al Quirinale, assistente di La Malfa al Bilancio e in altri incarichi, segretario del Presidente della Repubblica e solo poi il senatore del PRI prima e della Margherita prodiana poi. Panorama lo definisce “uno di quei personaggi che si perpetua per vie misteriose ed elitarie dentro la pubblica amministrazione, e che vive a strettissimo contatto con la politica”.
Ebbene nel 1987-8, mentre Prodi è a capo dell’IRI, Maccanico viene chiamato temporaneamente a sostituire Cuccia al vertice di Mediobanca e pilota la privatizzazione dell’Istituto svincolandolo dal controllo dell’IRI e delle banche pubbliche. Racconta lui stesso: ” Quando il primo patto andò in scadenza, nel 1987, le tre bin non lo volevano rinnovare. Allora fui nominato io alla presidenza perché trovassi una soluzione. Chiamando a raccolta forze economiche nuove, come Giancarlo Cerruti, Carlo De Benedetti, Alberto Pecci e Pietro Ferrero, rinnovai la compagine azionaria e stipulai un nuovo patto di sindacato: da una parte le tre bin con il 25%, dall’altra con un uguale pacchetto del 25% i privati…L’obiettivo era sempre di garantire, con la presenza dei privati, l’autonomia di Mediobanca dalle bin”. (intervista a Panorama 29/3/03).
Maccanico, dunque, mentre Prodi gestisce l’IRI, prende dentro De Benedetti, il padrone di la Repubblica e de l’Espresso:: tutti e tre, Maccanico, De Benedetti e Prodi rimarranno insieme anche in politica, e riorganizzano oggi la rivincita contro Berlusconi. Che parte, appunto, dalla difesa, tramite i giornali la Repubblica e l’Espresso, delle privatizzazioni fatte da Prodi, e in particolare proprio di quelle a favore di De Benedetti (caso SME)!
Ma torniamo a Maccanico. Secondo un giornalista di “Avvenire”, “Maccanico è anche un talent scout. Nel 1982 è stato lui a scoprire e presentare nel salotto buono della finanza italo-lazardiana il politico del futuro, democristiano ma laico quanto l’oligarchia lo vorrebbe: De Mita Ciriaco. L’avellinese, invitato per l’esame in casa De Benedetti (presenti Agnelli, Scalfari…) convince, nonostante l’accento. E viene cooptato. A patto s’intende, che lui coopti Maccanico nel prossimo governo, che lui presiederà e di cui Eugenio Scalfari s’incaricherà di cantare le lodi al di là di ogni verosimiglianza. Infine nel 1989 ecco Maccanico alle costole del Presidente del Consiglio De Mita, nei panni di ministro delle Riforme Istituzionali”. Poi, vista la mala parata dei repubblicani, Maccanico esce dal partito repubblicano e trova posto, in un collegio blindato, nella Margherita prodiana; nel governo Prodi diventa ministro delle Poste. Ciriaco De Mita: segretario della DC per quasi sette anni, dal 1982 al 1988, “un record straordinario per un partito che faceva ruotare gli incarichi direttivi come la biancheria” (Bruno Vespa), è rappresentante dell’ala sinistra del partito.
Se ricordiamo che De Mita è colui che sceglie Prodi, sempre nel 1982, il cerchio si chiude: il cerchio delle amicizie, in politica e negli affari, che continuano a girare!
Ma prima di cambiare argomento vale la pena di spendere qualche ulteriore parolina su De Benedetti: il finanziere torinese è editore, insieme al principe Caracciolo, di la Repubblica dell’Espresso, di Limes, Micromega, di 15 quotidiani locali, un bisettimanale, due mensili, due trimestrali, tre emittenti radio nazionali, Dee Jay TV ecc.ecc.(www.quotidianiespresso.it). La sua carriera è descritta così dall’economista Giano Accame: “Troppi i regali di Stato su cui ha costruito la fortuna industriale: dalla legge del suo socio Bruno Visentini, ministro delle Finanze, che rese obbligatori i registratori per cassa per i commercianti (l’Olivetti, guarda caso, li stava producendo), ai discutibili acquisti delle poste, che gli hanno svuotato i magazzini dei telex, invendibili perchè superati dai fax, agli esuberi di personale scaricati a spese di enti pubblici”(Lo Stato 20/1/’98). Mentre Vittorio Feltri scrive: “Ex Fiat. Ex Olivetti. EX Omnitel. Ex tutto”, a significare le tormentate vicende di un finanziere che continua a cambiare, senza riuscire a far decollare nulla, ma che pure rimane un potentissimo personaggio grazie al suo potere mediatico. De Benedetti è uno di quei grandi mai toccati dalle indagini di Tangentopoli: mentre la DC e il PSI vengono decapitati a partire dal 1992, mentre deputati e senatori finiscono nelle patrie galere, lui, Agnelli e Prodi, rimangono incredibilmente illesi. La Repubblica, in quegli anni, urla alla corruzione dei politici e degli industriali italiani, e massacra chiunque, a qualunque titolo abbia alimentato il mercato delle tangenti. Oggi fa lo stesso con Berlusconi. Eppure il suo editore, De Benedetti, “a Roma fu costretto a riconoscere di aver fatto larghissimo uso di strumenti di corruzione”; consegnò poi “a Di Pietro un memoriale in cui sosteneva di essere stato costretto a pagare, tra il 1987 e il 1991, per ottenere lavori alle Poste e più in generale per non fare uscire la Olivetti dal mercato internazionale dei computer. I suoi giornali ne uscirono con una intervista di Giampaolo Pansa all’ingegnere: ‘ Perché non hai mai detto niente, Carlo? Lo sai che siamo molto incazzati con te?’ Pansa glielo disse con la bocca a cuore, tanto che Prima Comunicazione, giornale specializzato in media, la interpretò così: ‘Carlo, sono incazzato. Sono talmente incazzato che…baciami’…De Benedetti, per fortuna, incontrò magistrati garantisti, sia a Milano che a Roma…(però) fu arrestato e tenuto a Regina Coeli per sole dodici ore, poiché ottenne immediatamente gli arresti domiciliari…Poco dopo confessò per iscritto di aver dato ai funzionari delle Poste dieci miliardi. Nel ’94 il giudice Cordova (di Roma) acquisì documenti che provavano a suo giudizio la vendita di telex malfunzionanti a prezzi più alti di quelli di mercato. Per la logica degli accoppiamenti tra pubblico ministero e Gip, che ogni tanto variano, cambiò il giudice per le indagini preliminari che seguiva il caso. Trascorsero quattro anni e il nuovo Gip che aveva ereditato l’inchiesta si accorse, nel ’98, di non essere competente. La pratica passò al Tribunale dei ministri, dove la fine del secolo la trovò sonnecchiante, in attesa dell’ormai certa prescrizione”(Bruno Vespa, Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, pp.187-189, Mondadori, 2000).
E’ sempre Vespa, nell’opera citata, a ricordarci che Bettino Craxi, in un colloquio con Di Pietro “ricordò di aver vietato a Balzamo di accettare un contributo elettorale della Olivetti (di De Benedetti) in cambio di affari con l’IRI” (p.175), e che Severino Citaristi, segretario amministrativo della DC dal 1986 al 1993, pluricondannato per Tangentopoli, ebbe a confidargli: ” Mi sono mosso soltanto per tre persone. Andai a trovare De Benedetti nei suoi uffici romani a piazza di Spagna, Sama nella sede della Montedison all’Ara Coeli, Gardini al Grand Hotel. Sama mi consegnò i contributi: una volta tre miliardi, una volta uno. De Benedetti e Gradini ce li accreditarono su conti esteri: il primo poco più di un miliardo, il secondo due” (p.178). Per queste affermazioni, riportate in un’opera che ha venduto oltre 150.000 copie, Vespa non è mai stato processato né smentito. Potremmo continuare l’antologia di prodezze dell’ingegnere ancora molto a lungo, ma ci accontentiamo di chiudere con due brevi citazioni. La prima è di Gianni De Michelis, sul Corriere della Sera del 6/5/2003: “Per capire la posizione di De Benedetti nei nostri (dei socialisti, ndr) confronti le racconto questo aneddoto. C’erano da rinnovare i vertici di Eni e Iri e un giorno l’Ingegnere mi prese da parte e mi disse: ‘Vi serve un bravo presidente dell’Iri? Io sono disponibile…'”. L’altra dell’ex ministro democristiano Cirino Pomicino: “E’ il marzo 1991. Carlo De Benedetti viene a trovarmi al ministero del Bilancio. Mi espone un progetto che sta elaborando con diversi amici, industriali e giornalisti, per affidarlo poi ad alcuni uomini politici. A bruciapelo mi chiede: ‘vuoi essere mio ministro?'”. (Geronimo, Strettamente riservato, Mondadori 2000).

Gli stregoni della notizia: il terrorismo dopo l’Iraq.

Una cosa va chiarita: essere contro la guerra del Golfo, e ricordare le malefatte dei governi americani nella storia, non significa essere contro un popolo, come parlare male del fascismo non significa essere anti-italiani. Significa, al contrario, schierarsi con un popolo che in maggioranza è sempre stato, nell’ultimo secolo, tendenzialmente isolazionista, e non interventista, e che perde in guerre inutili e menzognere i suoi giovani (il 40% ispanici, il 20% neri, e il resto cittadini provenienti per lo più dagli strati sociali più bassi). Bisognerebbe ricordare che Wilson fu eletto anche perchè si era schierato per il non intervento nella I guerra mondiale. Poi cambiò idea, e si servì della propaganda, cioè del Comitee on public information di George Creel, abilissimo giornalista, per spiegare agli americani che i tedeschi tagliavano le mani ai bambini, crocifiggevano i nemici e ne facevano saponette. Fu un modo molto abile per creare una forte germanofobia, funzionale all’entrata in guerra. La stessa cosa è successa con la guerra del Golfo. Anche Bush si presentò come isolazionista, nel solco della tradizione repubblicana, e ha cambiato posizione strada facendo, manipolando l’informazione al fine di spostare l’opinione pubblica. Ci racconta tutto un famoso giornalista di destra, Marcello Foa, caporeddatore degli Esteri de Il Giornale della famiglia Berlusconi, oltre che cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo, nel suo straordinario “Gli stregoni della notizia”, Guerini e associati (presentato anche al Meeting di Rimini di quest’anno). Foa, da esperto giornalista qual è, ci racconta tutte le strategie mediatiche con cui un governo è riuscito a creare la psicosi Saddam, a raccontare le menzogne sulle armi chimiche, sulle armi di distruzione di massa, sul mitico antrace (comparso e scomparso all’improvviso, quando non serviva più). La sua analisi si sofferma sul ruolo dei cosidetti spin doctor, cioè i divulgatori di notizie false e manipolate ai servizi del governo. Si tratta di storie avvincenti, quasi incredibili, che però Foa documenta con grande precisione, spiegandoci come si falsifica una notizia, come si inganna un giornalista, come si rovescia il significato di un documento, o come si procurano pseudo informazioni attraverso Comitati vari. Il fatto sensazionale è che il governo Bush è riuscito nel suo intento con tale abilità da sconfiggere tutte le più importanti istituzioni americane: occorre infatti ricordare che sia la Cia, che la Dia, cioè la Defense Intelligence Agency (i servizi segreti del Pentagono), che il Dipartimento di Stato, erano contro la guerra in Iraq (come pure l’Aiea, agenzia internazionale dell’enrgia atomica). Erano contrari anche personaggi di spicco come l’ex segretario di stato Paul O’Neil, l’ex “zar” dell’antiterrorismo della Casa Bianca, Richard Clarke, l’ambasciatore britannico a Londra sir Christopher Mayer( insieme ad un folto gruppo di ambasciatori americani e inglesi in Iraq, che definirono Bush “il grande arruolatore di Al Quaeda”), il generale americano Tommy Franks e moltissimi altri personaggi di spicco. Foa elenca le modalità con cui gli spin doctor di Bush sono riusciti a guidare, per un po’ di tempo (ora non più), le coscienze degli americani, ingannadoli con questa strategia:
1)”Citare dati veri in un contesto falso”; 2)Menzionare una dichiarazione ignorando quella successiva che la smentisce”; 3)Inondare i media di testimonianze di disertori”; 4)Cancellare dalla memoria pubblica ogni rapporto che negava il quadro voluto”; 5)Presentare come certe prove che la stessa Cia riteneva dubbiose”; 5)Presentare ipotesi estreme come se fossero sul punto di accadere”; 6)Cambiare il significato ad alcune testimonianze”; 7) “Dimostrare l’indimostrabile, il legame tra Al Quaeda e l’Raq”… E per ognuna di queste affermazioni Foa riporta esempi concreti, dati e fonti inconfutabili: un libro assolutamente da non perdere.
Concludo citando un articolo del Corriere della sera del 25 settembre 2006, che si intitola “Gli 007 americani: ‘Più terrorismo dopo la guerra in Iraq'”, e che dimostra ancora una volta l’assunto inziale: il popolo americano è stato portato in una guerra che non voleva, e da cui ora cerca di uscire, nel modo migliore, dopo aver ammesso, col ministro Gates, il fallimento in atto.
“Il giudizio di sedici agenzie di spionaggio americane è impietoso. La guerra in Iraq ha accresciuto la sfida del terrorismo diventando la prima fonte di reclutamento, ha dato nuove motivazioni agli estremisti e creato una nuova generazione di jihadisti in grado di riprodursi così rapidamente da rendere inefficace la risposta occidentale. Il movimento qaedista si è poi frantumato in realtà minori capaci di autocrearsi, Internet con oltre cinquemila siti integralisti ha sostituito per certi aspetti i campi d’addestramento e i centri di indottrinamento. Nel rapporto riservato di 30 pagine – il “National Intelligence Estimate” – si afferma che sicuramente la guerra ha “peggiorato” la posizione Usa nella lotta al terrore: l’invasione non avvicina la vittoria.
Le conclusioni dell’inchiesta – commissionata dal National Intelligence Council (Nic) – sono ancora più pesanti se si tiene conto che il dossier è il primo studio approfondito da parte degli 007 dopo la caduta di Bagdad ed ha richiesto due anni di lavoro. L’intelligence segnala che il conflitto iracheno si è trasformato in una palestra dove i mujaheddin non solo elaborano nuove tecniche ma le esportano con conseguenze disastrose. E’ il caso dell’Afghanistan dove i talebani si sono riorganizzati lanciando attacchi simili a quelli che avvengono in Iraq. Quindi autobomba, azioni suicide, esplosivi sofisticati. In perfetta sintonia con i loro colleghi europei, gli 007 americani mettono in guardia sul ritorno dei “volontari” che si sono battuti in Iraq nei Paesi d’origine (Medio Oriente, Nord Africa, Europa). La migrazione dei terroristi e la possibile saldatura con gli estremisti presenti in queste regioni – si afferma nel rapporto – può portare alla nascita di formazioni. Si “autocreano”, si autofinanziano (droga, traffici), agiscono senza contatti diretti con la vecchia guardia oppure stabiliscono il legame in un secondo momento. C’è una evidente dispersione del fenomeno terroristico, con Al Qaeda sempre di più nel ruolo di ispiratrice piuttosto che di organizzatrice. Anche se Washington può giustamente vantare di aver assestato dei colpi al nemico, la minaccia continua ad essere forte. “Se il corrente trend dovesse continuare – ha dichiarato in aprile il generale Michael Hayden, oggi capo della Cia – i pericoli per gli Usa saranno diversi e potremmo assistere a un loro aumento”.
La Casa Bianca ha reagito alla diffusione del dossier da parte del New York Times sostenendo che le informazioni pubblicate sono “incomplete” e che “l’odio dei terroristi” si è formato da decenni. Dunque per i funzionari non c’è il rapporto di causa (Iraq) effetto (più terrore). Una constatazione vera solo in parte: certamente il qaedismo ha origini lontane (primo attacco nel 1993), ma non vi è dubbio che la guerra irachena è diventata un formidabile carburante. Alcuni commentatori, pur senza contestare le conclusioni, hanno ricordato che in qualche occasione i rapporti del Nic si sono rivelati inesatti. Ma le analisi Usa trovano peraltro riscontri con le informazioni raccolte sul campo da apparati di sicurezza non americani. Su più fronti si sono affermate nuove situazioni eversive, con fazioni minori impegnate a fare il salto di qualità terroristico cucendosi addosso l’etichetta Al Qaeda. Il modello è quello di Al Zarqawi: crei una organizzazione, ti richiami ad Osama, usi al meglio l’arma della propaganda (Internet, video) e annunci di far parte di un disegno più ampio. Spesso sono le esperienze comuni in Iraq a fare da cemento e sono i metodi impiegati dai ribelli a Bagdad a fare scuola. Le reclute affluiscono sul fronte iracheno – “centrale” tanto per Bush che per Bin Laden – quindi vengono ridistribuite tra le milizie locali o rimandate indietro in attesa di ordini….”

Perchè tanto successo del papa in Turchia?

Le previsioni della vigilia erano terribili: il viaggio del papa in Turchia sarebbe stato pericoloso, ci sarebbero stati possibili attentati, manifestazioni oceaniche, il popolo turco era arrabbiatissimo con Benedetto XVI… Non che non ci fosse nulla di vero. Però è certo che molti giornali, anche quelli secondo cui, sino a pochissimo tempo fa, chi temeva l’immigrazione era un razzista, un leghista ignorante, hanno fatto di tutto per buttare benzina sul fuoco, tutti i giorni… I giornali di sinistra, spesso, sottolineavano presunte colpe della Chiesa, che non mancano mai a costo di raccontare menzogne immense, o presunte inopportunità; i giornali di destra, ugualmente ottusi, schierati ormai senza equilibrio contro “l’asse del male”, gli “stati canaglia” (poco importa che dietro queste etichette vi siano popoli interi, uomini come noi), per la “guerra senza fine” al terrorismo, succubi di distinzioni manichee, Noi-Loro, Civiltà- Barbarie, Bene-Male, hanno profetizzato la sventura…Cosa è successo veramente, alla fine? Che un papa in veste umile, con lo sguardo basso, timido come un ospite che non voglia disturbare, è stato accolto da un popolo, pur musulmano, con simpatia e stima: milioni di telespettatori hanno seguito il suo viaggio, e i giornali turchi, pressoché indistintamente, lo hanno lodato e hanno manifestato simpatia nei suoi confronti…una simpatia al di là di ogni previsione, segno che tra uomini si può forse parlare…Le grandiose manifestazioni contro di lui si sono ridotte a due: una con dieci-quindicimila persone, e l’altra con poche decine di persone, poliziotti e giornalisti…In fondo erano state più violente le manifestazioni contro Benedetto XVI organizzate in Spagna da omosessuali, radicali, comunisti, e gente che sfilava nuda in bicicletta per esprimere il suo odio bestiale…Cosa ha detto Benedetto XVI per suscitare tanta simpatia in un popolo che ha una fede diversa dalla nostra? Ha detto, coi gesti, che gli ortodossi sono più vicini ai cattolici dei protestanti, che non esiste nessuno scontro di religione in atto, che vuole lottare per la pace e per la pace in Medio Oriente, che la pace passa anche dal rispetto dei diritti di Dio, e che Dio non può essere invocato invano dagli uomini a copertura delle loro malefatte…Ha lasciato capire, addirittura, che non è contrario all’entrata della Turchia in Europa. Chi scrive su questo punto è assai perplesso, e preferisce stare col Cardinal Ratzinger, quando esprimeva la sua contrarietà all’ingresso di Ankara nella UE, ma capisce una cosa: il papa ha creduto che l’emergenza, il rischio di uno scontro tra Occidente o mondo islamico, occultato dietro apparenti nobili motivi, vada scongiurato in ogni modo… Lo ha fatto perché conosce la situazione della Turchia, analoga a quella di tanti paesi islamici: la Turchia è un paese tradizionalmente filo-occidentale, membro della Nato, da sempre alleato degli Usa, che però sta vivendo, come in tutta l’Asia, un risveglio dell’integralismo nazionalista in primis e musulmano dopo, in seguito in particolare alla seconda guerra del Golfo. Come ricordava Sergio Romano sul Corriere di giovedì 30 novembre, infatti, fu nel 2003 che i Turchi si rifiutarono di concedere alle truppe americane di invadere l’Iraq passando attraverso il loro territorio…violando un’allenaza d’acciaio. Quella data, infatti, insieme al 1991, ha segnato una svolta nella visione del mondo dei musulmani, che si sono sentiti attaccati, come cultura, come popoli, senza capirne il motivo…L’Islam infatti è un mondo divisissimo, con distinzioni religiose immense, ma con una lingua sacra comune e un certo senso di appartenenza ad una comunità di fedeli sovranazionale….Per questo per gli islamici i milioni di profughi palestinesi, gli attacchi indiscriminati sul Libano, con bombe cluster e mine gettate sino all’ultimo giorno di guerra (che continuano a fare morti), le due guerre del Golfo, i 600.000 bambini uccisi, secondo l’Onu, dall’embargo contro l’Iraq ecc. non sono un episodio che riguarda altri, ma qualcosa che li tocca tutti…(un po’ come quando noi europei, pur divisi tra protestanti, cattolici e ortodossi, venivamo attaccati, nel Cinquecento, dai musulmani stessi)….anche perché qualcuno, il presidente Bush, in nome di un Dio di cui spesso si riempie la bocca, li ha citati tutti, gli “stati canaglia”, già dal 2001, avvertendoli che uno dopo l’altro sarebbero stati attaccati…Allora Bush si dimenticò di citare solo l’Arabia Saudita, una delle peggiori dittatture del Medio Oriente, la patria di Osama, dell’islam wahabita, il più duro, e della gran parte dei terroristi, in cui alle donne è vietato votare e guidare, e i cristiani sono oppressi molto più che nella gran parte dei paesi islamici….(ma si sa, l’Arabia fornisce petrolio ed è un alleato fidato…). Poi ci furono Guantanamo, Abu Ghraib, il fosforo su Falluja, il bombardamento su Cana….Anche di qui il risorgere del nazionalismo islamico, e del concetto di “guerra santa contro gli infedeli”, rafforzato dall’idea, già bushiana, che si tratti di uno “scontro di civiltà”, di culture, di dei…A tutto ciò si aggiungano gli odi derivanti dalle condizioni economiche: i paesi musulmani vivono un periodo difficile, e non possono non notare che chi parla di “libertà e di democrazia”, il presidente Bush, deriva da una grande famiglia di petrolieri, inserita anche nel campo dell’industria bellica, e fa molta attenzione, dovunque arrivi, a controllare le risorse energetiche: ponendo a capo del petrolio irakeno un americano di nome Carrol, e mettendo ai vertici dell’Afganistan vecchi compagni di affari come Zalmay Khalizad e Hamid Garzai, funzionari dell’Union Oil Company of California Asian Oli Pipeline Project (Unocal), dove Oil sta, appunto, per “petrolio”. Il papa è piaciuto per questo: perché ha mostrato che lui non crede che in questo momento vi sia nessuno scontro di religione (smentendo Osama e Bush, i due fratelli siamesi), nessuna identificazione tra Occidente e cristianesimo…Come aveva detto il cardinal Angelo Scola, grande amico del papa, spiegando ad Oasi, rivista da lui fondata, che “esportare la democrazia è una pretesa astratta ed intellettualistica” e che vi è grandissima confusione in chi identifica Occidente e cristianità (Corriere 27/10/2006).
Ecco, il papa è piaciuto perché non è andato ad “esportare la democrazia”, e neppure a vantare una superiorità di cultura…il suo scopo era solo esportare Cristo….

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