La visione della vita in Angelina Lanza, donna del Novecento. Poesia e mistero. (Parte terza)

La casa sulla montagna.

Presi in mano il libro, lo aprii ed iniziai a leggere…

Ricordo molto bene questi particolari poiché già a metà della prima pagina ebbi un moto di sorpresa: mi ero resa conto che stavo per entrare in un delicato mistero, in qualcosa di profondamente musicale.

Ripresi a leggere e via via mi accorsi che quel libro, nonostante si

trattasse di un racconto in prosa, era poesia pura; descrizioni di luoghi, persone e situazioni riuscivano ed emozionare oltre che a far raggiungere allo spirito vette elevate.

Eppure avevo l’impressione che doveva esserci dell’altro al di là di questi, pur meravigliosi ritratti. Era come se tutte queste persone, i boschi, i monti fossero simboli: simboli da trasfigurare per innalzarsi a vedere l’Artefice di tutto questo. «L’immensità del panorama m’aveva dato l’ebbrezza. Vertigine, no; ma come un senso di trasumanazione aerea.»

Ciò che la Lanza cerca è la descrizione di tutti gli atteggiamenti e le attitudini dell’anima in rapporto a Dio: l’innocenza, la semplicità, la morte.

Non da poco è notare come il ricordo della casa sia sempre accompagnato da quello del Santuario e viceversa. Dalla sua casa di città, a Palermo, scorge, nei giorni più sereni, questi due affetti: il Santuario di Maria, alto sulla spianata a terrazza… e la sua piccola casa di Pianetti; «due mucchietti di pietre bianche: una casa, una chiesa». Una, altare domestico di offerta a Dio dei propri piccoli affanni quotidiani; l’altra, altare di preghiera, meditazione e unione con Dio. Una, luce festosa di sole dalle grandi finestre aperte; l’altra, raccoglimento nell’ombra della cappellina della Madonna.

Un anno dopo l’altro; l’arrivo dopo ogni partenza, Angelina Lanza rivive ogni volta il suo “pacifico Ottocento”, l’età della sua fanciullezza. «E ritornando indietro negli anni, mi rifaccio, senz’avvedermene, un’anima giovane sgombra di molte cose inutili.»

Il “mistero” è uno dei temi ricorrenti in quest’opera narrativa: il mistero della Natura, dell’Uomo, dell’Universo, di Dio; e il più grande, l’imperscrutabile mistero dell’unione di tutti in un unico soffio di vita.

Certo è che vedere piante e animali e cieli stellati… è sentire il loro mistero; e la Lanza ce lo dice, sottovoce in queste pagine esteriorizzando la sua vita in forme. Ogni forma d’arte è estrinsecazione della propria vita interiore; l’esteriorità della forma d’arte nasce da un vivo e scambievole rapporto dell’uomo con il materiale concreto delle forme di natura. E non è necessario capire ogni forma. Come non è necessario leggere ogni lingua.

Il gesto sprezzante, con il quale conoscitori d’arte e artisti liquidavano le forme d’arte dei popoli primitivi, è davvero sorprendente. In Angelina Lanza il termine “primitivo” riecheggia più volte. E con quale rispetto!  «(…) C’è un vanto, come un titolo nobiliare.»

La Lanza non vuole solo riprodurre l’esteriorità delle cose, ma indagare nelle profondità del vero e dell’uomo per potenziare le tendenze di elevazione, di modo che si possa meglio comprendere e meglio amare.

La prima, vera, sensazione di un Assoluto misterioso l’ebbe quando, sposa da un giorno, salì per la prima volta al Santuario. «La giovinetta sentì un soffio di fede atavica tremare su di lei; sentì la rivelazione di una forza spirituale, radicata nella forza d’anime già vissute. Una testimonianza antica e potente, e una freschezza insieme, come d’inesauribili germi di vita, emanava da quelle vecchie mura sole, alte sul bosco, quasi abbarbicate, come le querce, alla maestà della terra, e partecipanti (non sapeva ella per qual mistero) di quella stessa maestà.»

Questa visita la turbò nell’intimo e solo più tardi riuscì a svelare l’arcano; tra uomo e Dio vi è un legame unico, intimo e vivo, che riunisce in un mistero solo quelli dei rapporti fra la natura e Dio, fra l’anima umana e Dio. Relazione che doveva ispirare la ragione nella ricerca delle relazioni mediate, concesse alla conoscenza.

Continua la giovinetta sposa: «Silenzio, verde, ardore di sole, all’uscita del bosco, e qualche tocco lontano di campana, scendente dal convento: e qualche squillo argentino di campanelli d’armenti, dal basso. Questo il ricordo che le rimase, della prima ascensione al Santuario.»

Com’è suggestivo notare il tocco di campana, richiamo che scende dal convento, di contro al suono dei campanelli d’armenti che sale dal basso, la voce della natura che risponde da quaggiù.

Entrò nel Santuario e, fra lo splendore dei ceri, ecco la bella Vergine marmorea. «La giovinezza passeggera della carne stette di fronte alla forma eterna dell’arte.» Non bisogna dimenticare che la Lanza respirava arte così, come fosse aria e, a giudicare dalla descrizione che fa di questa Madonna col Bambino, sicuramente doveva trattarsi di una bellezza artistica.

E il Santuario con la statua della Madonna e il Bambino, comunicarono all’anima innamorata di Angelina, come una rivelazione nuova della vita. Nonostante la meravigliata bellezza con la quale ci dissetiamo alla fonte di queste visioni, per dovere di cronaca, non dobbiamo sottacere il fatto che certe immagini così romantiche diedero vita a esaltazioni della bellezza della propria terra. Ma è poi possibile sfuggire alla tentazione, se non proprio di esaltarla, quantomeno di comporre elogi in onore della bellezza del paesaggio al quale l’essere umano lega la propria storia di uomo?

«La statua illuminata dalle moltissime fiammelle, prendeva toni di cera antica; il marmo liscio e levigato, pareva palpitare al palpito delle luci. Gli occhi e le labbra, colorati come in tutte le statue gaginesche, assumevano una dolcezza maestosa e degnante.

    Il Bambino, assai meno bello della Vergine, rimaneva come il semplice simbolo della Divina Maternità.»

Nottetempo, casa per casa.”

In simile, mistico, atteggiamento, Vincenzo Consolo vuole immortalare la Lanza nel suo romanzo Nottetempo, casa per casa, (1992) ambientato a Cefalù: «Il tutto, il tutto e da Sempre, mio Dio! ...»  In ginocchio all’estremo della panca, avanti al presbiterio, avvolta nei veli, stava la poetessa, la mistica rosminiana, la santa, la signora Lanza, scesa da Gibilmanna per la festa.

Tutta immersa nella messa, nelle preghiere, non s’era accorta della Bestia, ritto accanto a lei. Alzava il capo talvolta e dal messale volgeva gli occhi all’altare, oltre, alle figure splendide, alle apparizioni dei mosaici.»  «(…). E giunse in quella sua ascensione, in quella trepidazione dell’anima, balbettio del cuore, della memoria, alla memoria viva, all’unione con i due angeli, le celesti adolescenti, le due figlie morte. Ricordò il nonno Mancinelli (…). La madre Eleonora, gentile poetessa, il padre Damiani Almeyda, il celebre architetto, col rammarico del suo operare solamente nel profano (…) E il padre la condusse al suo consorte, all’avvocato Lanza, con cui non era in armonia, che non la capiva, non capiva la sua fede, il suo fervore, il suo apostolato per la causa… Ma volle bandire quei pensieri in quel luogo sacro, in quella festa, davanti a quell’altare (…).»

 Siamo in una Sicilia degli anni Venti. Tra riti magici, follie private e fascismo nascente.

Siamo in un paesaggio notturno dove la ragione si disgrega e compare il fantasma del totalitarismo. Ė l’avvento del fascismo che segna l’avvento della notte della ragione. Ė un romanzo in cui tanti destini individuali compongono un’intera civiltà nel momento in cui sta per essere sopraffatta. Il quadro di una Sicilia omerica e familiare, presepe di figure che incarnano la sapienza antica delle arti e dei mestieri. Poema della memoria e della scrittura chiamata a «dare una ragione e un nome a tutto quel dolore», ad opporre i suoi segni al corrompersi dei tempi e al degrado dell’umano.

Consolo è uno scrittore che pubblica libri a lungo meditati, che nella storia cerca una metafora del presente. Quello che ha voluto rappresentare ambientando la storia in quel periodo è l’imporsi di forme di irrazionalismo culturale.

L’inglese Aleister Crowley, pittore pornografo, mediocre poeta, esperto di filosofie orientali, amico di dada e surrealisti era giunto a turbare la cittadina siciliana negli anni che preludono al fascismo. Egli è un portavoce principe di questo irrazionalismo. Nel libro questo si incrocia con altre forme in positivo, come il misticismo della Lanza.

L’avventura siciliana di Crowley finì male. Lo scandalo di quelle pratiche magiche e sessuali giunse all’orecchio del vescovo. Usava punire le sue amanti legandole nude a una roccia e lì, a volte, le trovavano i cefalutani stupefatti. Alla fine Benito Mussolini lo fece “buttare fuori”. Crowley scrisse un libello contro di lui ironizzando su “Mussolini” e “Mouse”, che in inglese vuol dire topo.

Per Consolo «la funzione dell’arte è quella di impedire la disintegrazione della coscienza umana nel suo quotidiano e logorante e alienante uso col mondo» (Elsa Morante).  «Ė stato un abbaglio degli avanguardisti pensare di scrivere in maniera disintegrata per rappresentare il momento storico. Lo scrittore», conclude Consolo, «deve dare senso e ordine al caos della vita.»

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Author: Francesca Bronzetti

Insegnante specialista di Religione Cattolica nei licei e di Teologia alla Università Cattolica del sacro Cuore di Milano.

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