Con l’approssimarsi delle feste natalizie, si manifesta ogni anno di più una aperta ostilità verso coloro che vogliono viverle e condividerle nel loro significato autentico.
Il periodo di avvento, come dice il termine, è una preparazione verso un evento importante che trova compimento il 25 dicembre. Fin qui potremmo essere tutti d’accordo. Ma la domanda che dovremo porci è: quale sarebbe questo avvenimento che ci scalda i cuori, tanto che ci porta a scambiare doni e a preparare banchetti sontuosi in un’atmosfera di pace, letizia e bontà? Forse l’arrivo di Babbo Natale? O l’allestimento di alberi illuminati pieni di addobbi? O la gioia di scivolare sulla neve in una slitta trainata da renne piene di campanelli, come descritto nel canto Jingle Bells e come quasi nessuno può concedersi per mancanza di renne, neve o soldi per permettersi una vacanza di quel genere in montagna?
Ovviamente, la domanda è retorica e la risposta sarebbe chiara e scontata: l’avvenimento atteso è la nascita di Gesù, di quel bambino che porta la pace e che dovrebbe ispirare i nostri buoni sentimenti.
Tuttavia, molta gente non ne vuole sapere di Lui. E così si arriva a manifestare ipocriti rallegramenti, infarciti di auguri di ‘Buone feste’. Con questa generica espressione si vuole però accuratamente evitare riferimenti troppo espliciti al Natale. Per rivelare tanta ipocrisia, che serpeggia persino nelle scuole materne, bisognerebbe ribattere ‘Quali feste? Non capisco, spiegami bene’. Chissà se, messi alle strette, certi cristianofobi arriverebbero ad ammettere che a Natale si festeggia il Natale.
Però, anche per un ateo o un agnostico, quella festa dei cristiani è troppo bella per essere ignorata o snobbata. E così succede che tutti (o quasi) vogliono essere partecipi di quell’atmosfera. Ma non lo fanno nello spirito giusto bensì da imbucati, da intrusi che vogliono approfittare dell’occasione per gustare ciò che piace di più, senza neanche voler conoscere il motivo del festeggiamento.
È un tipo di comportamento opportunistico che avviene anche in altre situazioni. Ad esempio, qualche volta capita che in certi banchetti o vernissage o in eventi pubblici con rinfreschi ci siano ‘portoghesi’, gente che si auto-invita senza alcun titolo, per sbafare e approfittare di ciò che viene offerto. Tuttavia, in quelle situazioni quantomeno gli imbucati cercano di mantenere un certo pudore. Sanno di essere lì di straforo e la loro faccia tosta non arriva al punto di cacciare i festeggiati o la loro cerchia più vicina per approfittare meglio dell’occasione.
Nelle celebrazioni natalizie e di avvento succede invece proprio questo: gli intrusi vogliono appropriarsi della festa, ribaltandone il senso e pretendendo che siano considerati intrusi i cristiani che si ostinano a gioire ricordando la nascita di Gesù.
Una situazione assurda e paradossale che viene ben delineata anche nel video richiamato dal seguente link di circa nove minuti, che invito caldamente a vedere.
Da parte mia, pensando a tutto ciò, ho cercato di spiegare il clima di avversione cristianofobica che sta diffondendosi senza ritegno, proponendo una breve storia che ha per protagonista un bambino trascurato. È un raccontino allegorico, senza velleità artistiche, scritto con l’intento didascalico di arrivare diritto al cuore dei semplici (bambini e non solo). Lo consiglierei particolarmente a qualche catechista o a genitori di bambini (l’ho pensato principalmente per loro). Oltre che a cristianofobi aperti al confronto e tolleranti (se si crede a Babbo Natale si può credere anche alla loro esistenza).
Davanti agli occhi di Marco, il protagonista, si rivela tutta l’ipocrisia di festeggianti che celebrano sé stessi, cercando di inventare una gioia senza senso e, d’altra parte, tutta l’amarezza di chi si ritrova ai margini della festa.
Spero che questo raccontino diventi strumento di sensibilizzazione e possa toccare qualche cuore o suscitare utili riflessioni sul significato delle celebrazioni natalizie e sulla malafede di chi le odia.
UNA FESTA SENZA FESTEGGIATO

– Sei contento Marco? Hai visto quanti invitati per la tua festa di compleanno?
Jenny, la madre di Marco, passò la mano sul capo del figlio, arruffandogli i capelli. Non aspettò la risposta perché richiamata dal trillo acuto di un gruppetto di amiche che stavano arrivando.
Era un bel sabato pomeriggio di giugno e in giardino si stava proprio bene, con quella temperatura calda ma non troppo, rinfrescata dal benefico spruzzo d’acqua della mattina. Comunque, se avesse potuto rispondere, Marco avrebbe detto:
– No mamma, non sono contento. I miei amici preferiti non ci sono e io vorrei giocare con loro a pallone. Oppure mi piacerebbe una bella ‘caccia al tesoro’ come quella che mi preparavi una volta.
Eh già, quella festa per i suoi nove anni prometteva di diventare un party molto divertente per tutti gli invitati. Ma non per lui.
Suo papà aveva invitato alcuni amici per vedere la partita degli europei, che iniziava alle 16. Giocava l’Italia e in salotto erano già pronti alcuni ospiti che spiluccavano stuzzichini dal vassoio, con le loro prime birre fresche in mano. Poi, dopo la partita, avrebbero proseguito la festa partecipando ad un barbecue in giardino, già impostato nei preparativi.
– Dài Marco, vieni anche tu con noi che fra poco inizia la partita. Se vuoi, puoi bere la coca-cola fresca… Vedrai come ci divertiremo!
L’invito di Johnny, il papà di Marco, era solo pro-forma. Sapeva benissimo che Marco preferiva il calcio giocato a quello visto in televisione. Infatti, Marco declinò l’invito con un cenno del capo di diniego. Di lì a poco arrivò la mamma, seguita dal codazzo delle amiche ospiti appena entrate. Disse:
– Marco, non stare lì come un salame. Saluta le mie amiche che sono arrivate… Guarda cosa ti ha portato Valeria per regalo.
– Ma è una bambola!
– Certo, anche i maschi possono giocare con le bambole, quante volte te l’ho detto? Mica vorrai diventare un maschio tossico! Ecco, adesso avrai un’occasione per provare a vedere com’è. Magari puoi giocarci con Andrea…
– Quello che sua mamma non vuole che giochi a pallone e neanche con le macchinine? Ma io preferisco fare la lotta con i miei amici e giocare a pallone…
– Ecco, caro, volevo dirti che i tuoi amici del calcio oggi non vengono…
– Ma perché? – Il volto di Marco si rigò di lacrime.
– Perché sono vivaci e disturbano. Giocano troppo e non va bene. Però c’è Francesco, il figlio della Virna. E poi c’è il tuo amico Carlo.
– Carlo non è mio amico…
– E invece è meglio che tu ci vada d’accordo. Carlo e Francesco, loro sì che sono educati. Gli ho detto che prenderete il tè in giardino, nel tavolino sotto il gazebo. Pensa, potrete averne anche tre tazze e tutti i biscottini che volete! E intanto potrete parlare guardando il panorama sul lago, che è così bello!
La prospettiva di un pomeriggio seduti ad un tavolino a sorseggiare tè con bambini muffosi era piacevole come per un adulto fare una lunga fila in posta per pagare una multa.
La mamma Jenny, appena sistemate le cose e date le istruzioni alla cameriera per il servizio del tè nel gazebo ai tre amichetti, si precipitò in casa con le amiche. Dovevano definire alcuni particolari per la cena vegana che avevano in programma. La proposta dell’amica Elena aveva raccolto i consensi di tutte, anche perché nessuna avrebbe mai e poi mai partecipato al barbecue.
Nel bel mezzo delle discussioni sulle ordinazioni per le portate che sarebbero state consegnate a domicilio, Jenny ebbe un piccolo sussulto:
– Mio Dio, e a Marco cosa do da mangiare? Sarà bene che chieda anche a lui…
La cameriera fu invitata a portare lì Marco e si diresse subito fuori in giardino. Per il ragazzino fu un sollievo essere distolto dalla distratta contemplazione del lago e dai discorsi triti e ritriti dei suoi compagni di merenda che gli riciclavano compiaciuti la propaganda che veniva loro inoculata a scuola. Le solite cose: emergenza climatica, emergenza bullismo e razzismo, emergenza femminicidi, emergenze diritti delle donne, emergenza omofobia, emergenza fascismo, etc.
Su invito della cameriera lasciò volentieri il gazebo e fu accompagnato in cucina dove la madre lo accolse dicendogli:
– Io e le mie amiche facciamo una cena vegana. Vuoi qualcosa anche tu?
– Dici quei piatti di porri, legumi, insalate e carote? A me non piacciono le verdure…
– Non vorrai mica mangiare quelle schifezze alla brace con le salse che farà il papà?
– No, neanche quelle. A me andrebbe una pizza o le crocchette di pollo…
– Ma che dici? Le mangi sempre… Oggi è la tua festa e devi provare qualcosa di speciale. Lascia fare a me: risotto alle zucchine e asparagi con crema di ceci. E poi insalatona mista, che ti fa bene.
– Bleh, che schifo!
– Vedrai che bontà. E per finire, la torta!
– Quella di mele che mi facevi da piccolo?
– No, ormai sei grande. E poi la torta di mele non piace a nessuno qui.
– Ma a me sì, piace sempre tanto…
– Oggi c’è la torta all’amaretto con il mascarpone. Dài, non fare storie e torna con i tuoi amici…
Marcò uscì dalla cucina ma non andò nel gazebo a finire il suo tè. Andò di sopra in solaio. Proprio in quel momento iniziava la partita e così nessuno gli fece caso quando salì dalle scale del salotto.
Ultimamente, Marco amava rifugiarsi in solaio, specie quando era triste. O meglio, non amava andare in solaio perché andarci significava che era un momento no. Però era l’unico modo per lenire certe sue amarezze.
In un angolo c’era uno scatolone pieno di fotografie di famiglia. Le aveva fatte tutte suo padre con le sue macchine digitali. Aveva sviluppato su carta le più interessanti e poi le aveva depositate lì. A Marco quegli scatti ricordavano tempi migliori, quando papà e mamma gli volevano più bene e pensavano di meno a sé stessi e un po’ di più a lui. Era successo che con il passare degli anni, pian piano, Marco era diventato sempre più estraneo ai suoi genitori. A volte si sentiva un impiccio, sballottato fuori casa. Sembrava che la sua stessa presenza fosse persino sgradita. Anche se non mancavano attenzioni per le sue necessità materiali e poi abbracci, bacetti e altre manifestazioni che potevano sembrare affettuose. In realtà, Marco dietro quei gesti percepiva che mancava il trasporto del cuore. E la voglia dei suoi genitori di stare con lui. Il loro amore si esprimeva in atteggiamenti di facciata e mirava a concedergli il minimo sindacale per essere riconosciuto adeguato da osservatori esterni alla famiglia.
Marco aprì lo scatolone delle foto. C’erano tanti album zeppi di ricordi belli. Spesso un raccoglitore per ogni ricorrenza o avvenimento importante. Quanto amore riscopriva in ogni fotografia! Persino la cura dell’inquadratura, della luce, del colore e di altri accorgimenti esaltati da sapienti ritocchi digitali parlava delle attenzioni che avevano una volta i suoi genitori per i particolari. Un’attenzione che ora sembrava persa. O meglio, indirizzata su cose inutili o, peggio, che lo facevano piangere. Perché si sentiva trascurato e non più al centro del loro amore.
– Ciao Marco, sapevamo che saresti venuto qui. Ti aspettavamo!
Il cuore di Marco sussultò: erano proprio loro, Flavio e suo fratello Nicola, i suoi amici più fedeli. Quelli che abitavano vicino e, a volte, venivano a trovarlo per giocare con lui infilandosi in quel buco nella siepe, senza farsi vedere. Erano sbucati alle sue spalle, dopo essere stati lì in sua attesa, per chissà quanto tempo.
Li abbracciò con le lacrime agli occhi. Erano due di quelli non invitati perché per sua mamma ‘giocavano troppo’. Per questo motivo lei non poteva sopportarli e così gli diceva spesso ‘ormai sei grande e quelli sono giochi che non si fanno più.’
Flavio e Nicola erano anche gli unici che sapevano il suo segreto del solaio. E che perciò condividevano con lui i momenti passati a contemplare le fotografie. Sembravano felici quando stavano con lui. Erano contenti della sua contentezza. Ma dovevano stare attenti a non farsi scoprire.
Marco, per la prima volta quel giorno, sorrise e disse loro:
– Ora vorrei guardare un po’ di queste foto. Voi intanto andate a vedere dentro quel baule là: è pieno di macchinine. Se volete potete prenderle e giocarci subito. Dopo però usciremo e, senza farci vedere, andremo ad arrampicarci nel mio rifugio sull’albero dietro casa. L’ho finito di sistemare ieri e ho portato un po’ di fumetti da leggere. State con me: sarà una bella festa!
Marco rimase sull’albero con i suoi amici sino alle undici, prima di andare a letto. Nessuno dei genitori venne a cercarlo, neanche per offrirgli la torta. Erano troppo occupati a festeggiarlo.



