
Subito dopo l’entrata dei tedeschi a Roma, nel settembre 1943, vi fu uno scontro tra il presidente della comunità, Ugo Foà, e il presidente dell’Unione delle comunità israelitiche italiane, Dante Almansi (già prefetto fascista e vice capo della polizia fascista), da una parte, e il rabbino capo, dall’altra: quest’ultimo infatti invitava gli ebrei a scappare e nascondersi quanto prima (chiese anche a Foà, invano, di sospendere le funzioni religiose e di distruggere le liste degli iscritti alla comunità), mentre Foà e Almansi consigliarono agli ebrei romani di continuare a vivere normalmente, senza «spirito disfattista», fidandosi delle assicurazioni della polizia fascista. Il 20 settembre 1943
il tenente colonnello Herbert Kappler convocò i capi della comunità ebraica, imponendo, per aver salva la vita, di raccogliere 50 chili d’oro entro 36 ore. Gli ebrei riuscirono a raccoglierne 35, e a questo punto Zolli si recò in Vaticano per chiedere i rimanenti a Pio XII, che li concesse (anche se poi non ve ne fu bisogno, perché le offerte spontanee degli italiani permisero di raggiungere l’obiettivo).
Ma come sempre i nazisti tradirono la parola data e Himmler diede l’ordine di rastrellare ugualmente gli ebrei del ghetto e della città. Il 16 ottobre ne furono catturati 1259, uomini, donne, bambini. Il Papa – che aveva i tedeschi in
piazza San Pietro e le spie naziste ovunque – intervenne prontamente ma silenziosamente, inviando un sacerdote per provare a liberare gli arrestati245 e convocando l’ambasciatore tedesco, un prudente e doppiogiochista avversario
di Hitler, chiedendogli di fermare i rastrellamenti.
Una protesta pubblica? Si ritenne che non sarebbe servita a nulla, come sempre. Il Papa decise, dunque, di minacciare un intervento pubblico, ma continuò a muoversi, attraverso canali ufficiali, prelati tedeschi di stanza a Roma e militari tedeschi “moderati”, per il rilascio del maggior numero possibile di ebrei (ne furono infatti rilasciati 252) e per la sospensione, ottenuta, di nuovi arresti di massa. Gli altri ebrei catturati furono deportati ad Auschwitz. Accadde così che su circa 12-13 mila ebrei italiani e stranieri presenti a Roma, la maggioranza sfuggì alla razzia del 16 ottobre che, «com’è noto, e come Kappler precisa nella sua relazione a Berlino dopo la razzia, fu vista dai tedeschi come un quasi totale fallimento» .
Il 13 febbraio 1945, l’ex rabbino-capo di Roma Israel Zolli, con la moglie, chiese di diventare cattolico «dopo una conversione che aveva una radice lontana, ma che avvenne grazie alla clamorosa visione di Gesù Cristo, in Sinagoga, mentre celebrava la festa dell’espiazione, Yom Kippur nel settembre del 1944. D’allora Zolli cambiò il proprio nome da Israel in Eugenio, in onore di papa Pacelli. Il motivo? Il tributo di riconoscenza a Pio XII che l’aveva prima accolto a braccia aperte e, poi, aiutato anche materialmente, insieme a tanti altri ebrei allora perseguitati dai nazisti».
Testimone diretto dell’amore del Papa per gli ebrei romani, Zolli verrà cancellato da vari libri di storia riguardanti proprio la comunità ebraica romana: verrà giudicata imperdonabile la sua conversione al cattolicesimo!
Se si prendono in mano testi importanti e documentati come quello dello storico ebreo italiano Michele Sarfatti, La Shoah in Italia. La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo (Torino, Einaudi, 2005), si rimane sbalorditi per
l’assoluta assenza da quelle pagine della vicenda di un testimone tanto autorevole come Zolli. Sarfatti non nega, ma omette. Nel 1946, abbandonato dalla sua comunità, Zolli otterrà, grazie a De Gasperi, le cattedre di Epigrafia e antichità semitiche e quella di Ebraico e lingue semitiche, a La Sapienza di Roma.
Judith Cabaud, una ebrea parigina, ha scritto, nella sua biografia di Zolli, che gli è stato difficile portarla a termine perché «scrivere la verità sulla storia degli ebrei di Roma poteva sconvolgere alcune idee preconcette diffuse tra gli ebrei francesi. Fortemente influenzati da media di ispirazione marxista, molti di loro avrebbero avuto difficoltà a credere alla partecipazione degli ebrei italiani al
governo del regime fascista [vedi il caso Almansi eccetera, n.d.a.], mentre in Francia si è sempre parlato della loro collaborazione con le forze di sinistra, soprattutto in seno alla Resistenza comunista. Oppure, alcuni rifiutano sistematicamente di credere all’aiuto concreto dato agli ebrei dal Vaticano e da Pio XII durante la guerra».