Pandemia e limiti della Democrazia moderna

di Andrea Mondinelli.

Tavolo di lavoro sul dopo-coronavirus

PANDEMIA E LIMITI DELLA DEMOCRAZIA MODERNA

Spunti di riflessione da de Corte e Ambrogio Lorenzetti

La pandemia sta mettendo a nudo il limite della democrazia moderna. Limite già brillantemente individuato dal filosofo tomista Marcel De Corte alla fine degli anni 60 del secolo scorso. Vi invito a leggere con attenzione questa sua citazione, tratta da “LE TRASFORMAZIONI DELL’UOMO CONTEMPORANEO” (qui), assolutamente necessaria per iniziare a comprendere i fatti salienti:

Ma la causa più profonda delle malefiche trasformazioni della vita contemporanea ci sembra d’ordine politico. Che non tutto possa andar bene, d’accordo; che l’uomo invecchi, d’accordo; che le civiltà siano mortali, è evidente.

Resta il fatto che una buona politica può proteggere indefinitamente contro l’usura del tempo e le tempeste dell’esistenza quell’insieme di preziosi imponderabili che si chiamano civiltà; può armonizzare la tradizione con i cambiamenti inevitabili nel corso della storia umana. La vita è essenzialmente un movimento costante verso l’unità, la morte invece è movimento verso la dispersione.

Una buona politica deve vigilare continuamente, senza tregua, su questa duplice tendenza, e favorire con tutte le forze il mantenimento dell’unità organica. Tra i cambiamenti della società, deve effettuare una scelta, adattando all’unità i mutamenti idonei a consolidarla, e sanzionando quelli che invece la compromettono. È suo diritto, ed è anche suo dovere.

La politica, oggi, ha misconosciuto questa missione.

Se la civiltà ellenica e cristiana, che è la nostra, manifesta dei segni pericolosi di stanchezza e di declino, lo deve ad una politica di divisione e di morte. E la causa fondamentale delle trasformazioni della vita e degli scismi odierni è, secondo noi, la democrazia delle masse prevalsa da due secoli. Le democrazie locali, ristrette, sono regimi agevoli e benefici, perché l’attività dei cittadini vi si dispiega nei limiti dell’esperienza concreta che essi hanno degli uomini e delle cose di cui decidono; perché intelligenza, sentimenti e anima restano in contatto con la realtà che abbracciano in modo vitale, e che permette di discernere immediatamente il vero dal falso.

La democrazia più estesa, al contrario, provoca una scissione profonda, una incurabile ferita nell’anima umana. Attribuisce al cittadino una competenza che sorpassa continuamente i limiti della sua conoscenza effettiva, e che non è sostenuta da alcun legame vivo con la realtà; caccia in esilio le minoranze creatrici, delle quali le democrazie ristrette riconoscono spontaneamente la presenza, e delle quali controllano l’azione, e le sostituisce con altre minoranze che s’impongono con il sofisma dell’ideologia e con la violenza della passione; separa l’uomo dal reale e lo proietta nell’immaginario.

La democrazia delle grandi masse e delle grandi estensioni territoriali spezza in questo modo i rapporti reali che uniscono l’uomo alla natura, ai suoi simili, a Dio, e spezza l’uomo stesso trasformandolo in un essere ibrido nel quale si giustappongono un angelo irreale e un animale reale. Le sue istituzioni influenzano la vita moderna in tutti i settori, e sconvolgono le superstiti democrazie ristrette, votandole alla distruzione.

Dappertutto è visibile la sua evoluzione verso il “mostro” universale, verso il Leviàtan: la crepa nella volta dell’edificio politico lo farà crollare.

Ne nasce una prima conclusione, implacabile; se la politica non si rimette in carreggiata, la civiltà moderna farà l’ultimo e decisivo passo avanti, la morte.

Non è una prospettiva assurda, questo destino non ci attende dal di fuori, ma è in noi.

Le civiltà non muoiono sotto l’urto di barbarie esterne, ma sotto l’influenza della decomposizione interna che si chiama barbarie dell’anima. Barbaro significa straniero, e barbarie dell’anima è proprio l’introduzione in noi d’un elemento disumano che fa esplodere i limiti dell’umano.

Ne viene anche una seconda conclusione.

L’esperienza bimillenaria dell’umanità dimostra che l’elemento disumano che distrugge l’uomo può essere vinto solo da un elemento divino.

In altre parole, la salvezza della civiltà si fonda soltanto su un ritorno ad una politica naturale e ad una religione soprannaturale.

Attribuire al cittadino una competenza che sorpassa continuamente i limiti della sua conoscenza effettiva significa fare in modo che le sue decisioni, anche politiche, non siano governate dall’intelligenza che si adegua alla realtà delle cose secondo il principio del buon senso comune, ma dall’intelligenza manovrata e ferita mortalmente dal sistema mediatico.

Leggiamo direttamente alcuni passaggi tratti da “L’intelligenza in pericolo di morte”, sempre di De Corte:

Diversamente dalle società organiche nelle quali i membri sono PRESENTI gli uni agli altri e partecipano, su piani diversi, ad una medesima esperienza sensibile, intellettuale e morale degli esseri e delle cose, che costituiscono il fondamento solido ed incrollabile delle loro certezze edella loro capacità di scambievole informazione, la società di massa è composta da individui isolati, sradicati fisicamente e psichicamente dalle loro cerchie, che vedono la loro esperienza ridotta al brevissimo raggio delle sensazioni proprie. Quindi la sensibilità dell’uomo immerso nella società di massa si indebolisce di continuo e richiede i prolungamenti di amplificatori e di eccitanti che a lungo andare ancora più la debilitano e fanno sì che questa esperienza mutilata non giunga ad ascendere sul piano d’intelligenza.

Il meccanismo terribile che in-forma la massa di monadi scollegate le une dalle altre è il potere mediatico:

Per definizione, la democrazia moderna permette tutti i tradimenti, salvo il tradimento contro se stessa: l’uomo “libero” non ha obblighi di fronte a nulla e di fronte a nessuno e la democrazia moderna è fondata su questa autonomia radicale dell’individuo. Ogni avvenimento, ogni ragionamento contrario all’opinione che l’informazione vuole creare è così sottratto alla conoscenza dell’informato. […] Come osserva acutamente e forse inutilmente Jean Madiran: “l’informazione moderna, per natura, ignora ciò che è importante o non ritiene che la scorza estranea alla dimensione interiore ed alla dimensione storica… Le tecniche dell’informazione moderna esigono, anzitutto, da chi le maneggia, che si collochi fuori dalle condizioni umane di riflessione e meditazione, di confronto, le quali permettono di cogliere la portata dell’avvenimento”.

In tal modo si giunge dove si deve giungere, partendo da un principio falso: all’incoerenza.

[…] La principale legge deformante dell’informazione non è, però, negativa, come la precedente. Ma come lascia intravedere quanto si è detto, rappresenta nel campo politico e in quello sociale la stessa parte che le forme a priori della sensibilità e delle categorie mentali rappresentano nella conoscenza secondo Kant. L’informazione è quasi sempre una in-formazione, una forma introdotta nella materia dei fatti, una maniera di concepirli imposta loro dall’informatore, in maniera da rendersi padrone della mente di chi viene informato. Come il pensiero di Kant non conosce delle cose se non quanto vi mette, l’informato non conosce della storia presente, passata e futura, di cui l’informazione gli traccia il quadro, che l’interpretazione nel quale l’informatore la racchiude. È fin troppo chiaro, infatti, che l’individuo, membro della società di massa, non può orientarsi nel dedalo dei fatti, degli esseri e delle cose coi quali entra in rapporto per mezzo dell’informazione, senza ricevere qualche indicazione sul loro significato e senza ordinarli.

Il coronavirus è quel minuscolo, invisibile granellino che sta facendo crollare la gigantesca statua prefigurata dal libro di Daniele (Dn 2,31 Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Dn 2,34-35 Mentre stavi guardando, una pietra si staccò dal monte, ma senza intervento di mano d’uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e d’argilla, e li frantumò. Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e divennero come la pula sulle aie d’estate; il vento li portò via senza lasciare traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta la terra), microbo che distrugge la moderna torre di Babele del nuovo ordine mondiale. Il potere mediatico non riesce a reggere l’urto dell’epidemia e molti individui non seguono volontariamente le indicazioni sanitarie necessarie per affrontare la crisi. Quando si fonda la società sull’autodeterminazione personale, sulla libertà individuale contrapposta alla giustizia generale e alla bene comune, ovviamente non possiamo essere sorpresi da comportamenti sociali basati sull’egoismo individuale e dall’egoismo collettivo degli Stati, compendiati dalla frase: ognuno per sé ed il diavolo per tutti.

Abbiamo dimenticato il piano di Dio per l’uomo, per la società e per gli Stati, abbiamo detronizzato Cristo Re. Infatti, com’è costituita la società umana voluta da Dio? Quale le sue basi naturali? Fondamento della società è la Giustizia generale, ossia “una ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto”, dove ciascuno è l’altro considerato socialmente, ovvero ciascun membro della società. In sostanza, è ciò che ciascuno di noi deve al bene comune. Tale bene comune costituisce il giusto mezzo reale tra ciascuno di noi e la civitas in cui siamo immersi. Il sacrificio del singolo per il bene comune, viene restituito a ciascuno con valore maggiore, perché il bene è diffusivo di per sé, bonum est diffusivus sui; è proprio del bene comune espandersi e ridistribuirsi, il bene è tutto ciò che unisce. Il bene comune è come fatto da innumerevoli depositi alluvionali o – se si preferisce un altro esempio – da quelle minuscole madrepore che, nel corso dei secoli, finiscono per edificare l’immensa Barriera di corallo dei mari caldi del Sud. Tale Barriera corallina rappresenta la civiltà costruita dal bene comune, che ha per fondamento la giustizia generale. La vita degli uomini costituiti in società è tessuta di scambi di ogni tipo, i cui rapporti multiformi – che vanno dal grado materiale inferiore al grado spirituale superiore – costituiscono il bene comune di coloro che ne sono membri. La giustizia ed il bene comune, che tutto unisce, generano la concordia sociale. Si può ammirare questa Civitas, rappresentata dall’Allegoria del Buon Governo, negli affreschi presenti nella Sala del Buon Consiglio nel Palazzo Pubblico di Siena (qui).

In posizione elevata, si trova la Sapienza Divina, incoronata, alata e con un libro in mano. Con la mano destra tiene una bilancia, sui cui piatti due angeli amministrano i due rami della giustizia secondo la tradizione aristotelica: “distributiva” (a sinistra) e “commutativa” (a destra). Il primo angelo decapita un uomo e ne incorona un altro. Il secondo angelo consegna a due mercanti gli strumenti di misura nel commercio: lo staio per misurare il grano e il sale e due strumenti di misura lineare. La bilancia è amministrata dalla Giustizia in trono, virtù ed istituzione cittadina che però è solo amministratrice, essendo la Sapienza Divina, l’unica a reggere il peso della bilancia e verso cui la Giustizia stessa volge lo sguardo. Dalle vite dei due angeli partono due corde che si riuniscono per mano della Concordia, diretta conseguenza della Giustizia e assisa anch’essa su una sedia e con in grembo una pialla, simbolo di uguaglianza e “livellatrice” dei contrasti. La corda è tenuta in pugno da ventiquattro cittadini allineati a fianco della Concordia e simboleggianti la comunità di Siena. I risultati del buon governo sono espressi in questi due affreschi, che rappresentano gli effetti sulla città e sulla campagna.

Questa società cristiana, così fondata, lavora per elevare spiritualmente i suoi membri; è la civiltà cristiana, la Cristianità che, con le virtù teologali e cardinali, lavora per la Gerusalemme celeste.

Ora descriviamo la società odierna, dove è avvenuto un cambiamento fondamentale: la Giustizia è stata sostituita dalla libertà, intesa come “Capacità del soggetto di agire (o di non agire) senza costrizioni o impedimenti esterni, e di autodeterminarsi scegliendo autonomamente i fini e i mezzi atti a conseguirli” (qui).

Come la Giustizia genera il bene comune, così la questa libertà laica genera l’autodeterminazione. Si passa dal bene comune della società, al bene individuale della persona, a cui tutto è dovuto. Questo genera un corto-circuito logico compendiato dall’assurda frase di Martin Luther King divenuta un mantra: “La mia libertà finisce dove comincia la vostra”.

Ma l’autodeterminazione della persona non riesce di per sé a generare legami, in quanto ciascuna persona è individuo unico e diverso dagli altri. Come può, allora, esistere un bene comune? Non può che vincere l’egoismo di ciascuno, poiché ognuno è separato dall’altro e combatte unicamente per il proprio interesse: homo homini lupus. In questo contesto, vige la legge del più forte: si lasciano da parte i principi non negoziabili e s’instaura la dittatura della maggioranza, opportunamente istruita dal potere mediatico. Si ottiene, così, la Tirannide. Questo è rappresentato egregiamente nell’Allegoria del Cattivo Governo:

Al centro siede in trono la personificazione della Tirannide (Tyrannide), una mostruosità con le zanne, le corna, una capigliatura demoniaca, lo strabismo e i piedi artigliati, in decisa contrapposizione con il Comune nell’Allegoria del Buon Governo. La Tirannide non ha alcuna corda vincolante e ai suoi piedi è accasciata una capra nera demoniaca, antitesi della lupa allattatrice dei gemelli. Sopra di lei volano tre vizi alati, sostituitisi alle tre virtù teologali dell’altro affresco. Questi sono l’Avarizia (Avaritia), con un lungo uncino per arpionare avidamente le ricchezze e due borse le cui aperture sono strette in una morsa, la Superbia (Superbia), con la spada e un giogo, e la Vanagloria (Vanagloria), con uno specchio per ammirare la propria bellezza materiale e una fronda secca, segno di volubilità.

Accanto alla Tirannide siedono invece le personificazioni delle varie sfaccettature del Male, opposti alle virtù cardinali, alla Pace e alla Magnanimità dell’Allegoria del Buon Governo. A partire da sinistra troviamo la Crudeltà (Crudelitas), intenta a mostrare un serpente ad un neonato; il Tradimento (Proditio), con un agnellino tramutato in scorpione a livello della coda, simbolo di falsità; la Frode (Fraus), con le ali e i piedi artigliati; il Furore (Furor), con la testa di cinghiale, il torso di uomo, il corpo di cavallo e la coda di cane, simbolo di ira bestiale; la Divisione (Divisio), con il vestito a bande bianche e nere verticali (rovesciamento della balzana senese, che invece ha le bande orizzontali) e con la sega, antitesi della pialla livellatrice di contrasti della Concordia nell’Allegoria del Buon Governo; la Guerra (Guerra), con la spada, lo scudo e la veste nera.

Sotto la Tirannide troviamo invece la Giustizia, che era assisa in trono nell’Allegoria del Buon Governo, ma che adesso è a terra, soggiogata, spogliata del mantello e della corona, con le mani legate, i piatti della bilancia rovesciati per terra e l’aria mesta. È tenuta con una corda da un individuo solo piuttosto che dalla comunità intera.

Qualsiasi città terrena è sempre stata tra questi due estremi, rappresentati dalla Gerusalemme celeste e dalla Babilonia infernale. Quello che precisamente cambia è che il modello di riferimento scelto dalla società odierna è proprio quello infernale, non più quello celeste, perché la religione dell’uomo che si fa dio ha spodestato la religione del Dio che si è fatto Uomo. Questa dissocietà, per dirla con Marcel De Corte nel suo bellissimo libricino sulla Giustizia, così fondata sull’Uomo dio di se stesso, ossia sul peccato originale, lavora per sprofondare spiritualmente i suoi membri; lavora per la Babilonia infernale. È la società anticristica.

La “società” democratica in gestazione ha come fine quello di partorire un “assoluto” nuovo: l’essere umano divinizzato. Rousseau, talvolta lucido pur in mezzo ai suoi sogni, l’aveva già capito: per lui la democrazia è fatta per “un popolo di dei”. La democrazia odierna è esattamente la trasposizione della Chiesa cattolica, la sua profanazione, la sua riduzione all’asse orizzontale della felicità temporale, la ricostruzione terrena del Paradiso perduto, l’annuncio della Redenzione di ogni individuo che, avendo creduto in essa, sarà battezzato nel suo “spirito” e nella sua “verità”. Essa inverte i rapporti della grazia e della natura: il soprannaturale si naturalizza e subito si distrugge distruggendo la natura. La filosofia Gender è uno dei tanti frutti perversi di questa distruzione.

La democrazia si appropria, così, del posto di Dio della Rivelazione cristiana; essa è contemporaneamente la contraffazione e l’antitesi del cristianesimo. Pertanto, la democrazia cristiana è una contraddizione in termini: il sostantivo elimina automaticamente l’aggettivo. Purtroppo, la democratizzazione della Chiesa ed il suo abbraccio con il mondo moderno è proprio quello che è avvenuto nel e dopo il Concilio Vaticano II.

L’asserzione che la società ha per principio e per fine la persona umana è la conseguenza del rovesciamento nel temporale del concetto di Chiesa soprannaturale, e questa rotazione dal verticale all’orizzontale è la risultante della protestantizzazione degli spiriti.

Invece, l’unica società che può essere formata solamente da persone è la Chiesa soprannaturale. Il legame tra di esse avviene in Cristo. Il segno dell’incorporazione del credente nel corpo di Cristo è il battesimo che rigenera l’anima e che, a questo titolo, è sempre personale. Per essere una società di persone, e non disarticolarsi facilmente sotto la pressione turbolenta dei suoi componenti, è chiaro che la Chiesa deve detenere un potere sulle anime simile a quello di Dio stesso: essa è, secondo la formula di Bossuet, “Gesù Cristo diffuso e comunicato”.

Quando la Chiesa spaccava il capello in quattro lo faceva per ottimi motivi, come sostenne il grande G.K. Chesterton quando scrisse in “Ortodossia”: « Ultimo e più importante è quello che spiega ciò che è inspiegabile a tutti i critici moderni della storia del cristianesimo. Intendo le guerre mostruose intorno ai certi cavilli della teologia, i terremoti emotivi per un gesto o per una parola. Era solo una questione di un centimetro, ma un centimetro è tutto quando si cerca l’equilibrio. La Chiesa non poteva permettersi di sgarrare di un capello su alcune cose, se desiderava continuare il suo grande e rischioso esperimento di equilibrio irregolare. È sufficiente che un’idea risulti meno forte, che qualche altre idea diventi subito più potente. Il cristianesimo non si stava prendendo cura di un gregge di pecore, ma di una mandria di tori e di un branco di tigri con ideali terribili e dottrine che divorano, ognuna di esse abbastanza forte da trasformarsi in una falsa religione e devastare il mondo ».

Questo santo potere di domare le tigri, la Chiesa lo esercita tramite il suo magistero e si comunica con i sacramenti. Per questo mi ha sempre impressionato questo giudizio dei cardinali Bacci e Ottaviani, contenuto nella lettera di presentazione del Breve esame critico (qui):

«… il Novu Ordo Missæ, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del magistero».

I «canoni» del rito sono la barriera invalicabile, sono ciò che si oppone a qualunque eresia. Il legame che tiene insieme la società è la retta dottrina cattolica, la quale ha come baluardo inespugnabile il Santo Sacrificio della Messa. Senza di essa, la società esplode, la Chiesa esplode.

Purtroppo la Chiesa, dal Concilio Vaticano II in poi, si è ritirata dalla lotta, ha smesso di ammansire i tori e di domare le tigri. Anzi, si è messa in testa di cavalcarle, nella vana speranza di trasformarle in mansueti cavalli. In realtà, però, il risultato terrificante è che tutto il mondo ora si trova in balìa delle belve che, con la Chiesa in groppa, devastano il mondo…

Andrea Mondinelli

Salò (BS)

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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