Il partito dei catto-Spadaro è già morto in Abruzzo

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Barcollo ma non mollo. Potrebbe essere sintetizzato così, con questo motto d’altri tempi, lo stato di salute del costituendo partito cattolico di impronta dossettiana, che ormai da qualche mese è nei disegni delle altissime gerarchie ecclesiastiche e dell’associazionismo che piace alla gente che piace. “Non mollo” perché, com’è evidente dal walzer di interviste ed editoriali, invero un po’ autoreferenziali, che rimbalzano sulle colonne della stampa d’area, il progetto è vivo e vegeto, ancorché dissimulato dietro la nuova parola d’ordine dell’ecclesiasticamente corretto: la sinodalità. “Barcollo” perché, nella disattenzione degli osservatori (romani e non) in tutt’altre faccende affaccendati, questo embrione di presenza politica ha già avuto il suo battesimo territoriale prim’ancora di venire alla luce, e i risultati sono stati non proprio lusinghieri. Se non un aborto spontaneo, poco ci manca.

L’operazione ha avuto la sua prima, mimetizzata epifania in occasione delle elezioni regionali in Abruzzo. Si è manifestata con il volto, la voce e il sigillo episcopale di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, molto vicino a Bergoglio ed assai attivo nell’ultimo, divisivo sinodo sulla famiglia.

Monsignor Forte ha fatto irruzione nella campagna elettorale abruzzese con un messaggio pubblico ufficialmente “ecumenico” ma in realtà, nel fissare le priorità in base alle quali orientare la scelta, assolutamente esplicito. Piatto forte, neanche a dirlo, la dottrina sociale della Chiesa declinata in chiave immigrazionista: tra un riferimento obbligato alla sanità e un altro alle delocalizzazioni industriali, la scriminante dell’indicazione di voto episcopale, a mo’ di richiamo della foresta, è stata quella dell’accoglienza ai migranti.

A impedire che l’esplicito messaggio ecclesiastico diventasse “virale” nel dibattito pubblico pre-elettorale è stata l’abile risposta del neo presidente, allora candidato del centrodestra, Marco Marsilio. Il quale, mostrando di prendere per buona la valenza universale di quel monito, l’ha pubblicamente accolto aggiungendo alle priorità indicate ulteriori campi di intervento decisamente più antropologici – la vita, la persona, la famiglia, la genitorialità, la libertà – e invitando la Chiesa a una riflessione comune a tutto campo.

Dietro le quinte, in ogni caso, l’attivismo delle curie ha continuato a farsi sentire. Certamente a Chieti e, stando al racconto di chi ha vissuto la campagna elettorale sul territorio, anche nell’area di Pescara. Idem ad Avezzano, anche se con una maggiore discrezione dettata dalla naturale propensione del territorio marsicano, da sempre orientato verso il centrodestra. Più defilato, anche se forse fra i vescovi abruzzesi quello maggiormente in sintonia con l’attuale pontificato, l’arcivescovo dell’Aquila, da poco creato cardinale. Fuori dalla mischia il vescovo di Teramo, attivissimo sul territorio ma interessato più a una presenza pastorale che a un ruolo d’indirizzo politico.

Com’è andata a finire per i pionieri del nuovo cattolicesimo adulto? E’ finita che il primo colpo ha fatto cilecca. E’ evidente, infatti, che dietro le indicazioni solo apparentemente ecumeniche delle gerarchie locali si stagliava il profilo del candidato del centrosinistra, il Pd Giovanni Legnini, staccato di quasi diciassette punti dal rivale-vincitore di centrodestra. Sul fronte delle liste, nonostante un lavoro in questo caso più mimetico, il risultato non è stato diverso: le percentuali delle formazioni fiancheggiate hanno superato di poco il prefisso telefonico.

Insomma, già prima del 10 febbraio l’insuccesso di un partito dossettiano del terzo millennio appariva un facile pronostico. Dopo l’Abruzzo, se non è una realtà conclamata, poco ci manca. E i promotori romani, barcolleranno o molleranno?

 

 

Qui l’intervento pubblico  di mons. Forte: http://www.chieseabruzzomolise.it/2019/01/21/larcivescovo-di-chieti-interviene-sulle-prossime-elezioni/

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