Il comunismo ateo uccide ancora: la Birmania

La Birmania, stato dell’Asia sudorientale, è balzato agli onori della cronaca per le proteste dei monaci buddisti e per le coraggiose denunce del premio Nobel Aung San Suu Kyi.

Quello che stupisce è che i nostri media tacciano il “colore” dell’attuale governo, limitandosi a parlare di “generali” o di “giunta militare”, lasciando quasi ad intendere che al potere ci sia una sorta di dittatura di destra ad opera di nipotini di Pinochet. Per questo è bene ricordare la storia e il presente di questo Stato che dal 1962 non conosce più la parole “libertà”.

La Birmania, liberatasi dalla dipendenza inglese nel 1937, si trasformò in una repubblica indipendente il 4 gennaio 1948, iniziando però a subire forti pressioni dalle minoranze etniche che premevano per uno Stato Federale e che non mancarono di manifestare i loro dissensi ricorrendo ad atti di vera guerriglia. La debolezza della democrazia birmana permise così nel 1962 al generale Ne Win di imporre una dittatura militare, presentando il suo progetto politico nel manifesto “La via birmana al socialismo” in cui al centro stava la nazionalizzazione dell’economia da parte dello Stato (fine della libertà d’impresa) unita ad una rigida autarchia (la chiusura del mercato all’estero in un’ottica di autosufficienza nazionale). Tale progetto necessitava di un fedele guardiano, che reprimesse ogni “disturbo” (così è chiamata ogni azione/critica contro il governo) e fu trovato in un esercito dalle grandi dimensioni, che con le sue 500mila unità è il decimo esercito del mondo. Ritengo superfluo raccontare i risultati di questa politica, dato che ottenne gli stessi identici frutti di tutti gli altri Stati dove il comunismo si è realizzato.

Nel 1988 i tumulti studenteschi, passati alla storia come la “rivolta 8888” (dalla data 8/8/88), vengono repressi con forza, lasciando sul campo un migliaio di vittime. Tuttavia questi fatti indebolirono la giunta militare che due anni dopo, dopo ventotto anni, permise libere elezioni. Il problema fu che il NLD (Lega nazionale per la democrazia), il partito di Aung San Suu Kyn, ottenne ben l’80% dei consensi, provocando l’irritata reazione dello SLORC (Consiglio di restaurazione della legge e dell’ordine di Stato), partito spalleggiato dall’esercito, il quale si affrettò a cancellare i risultati elettorali e ad arrestare il leader dell’NLD. Per allentare le tensioni delle minoranze, il nuovo (vecchio) regime cambiò il nome dello Stato “Birmania” (legata all’etnia egemone dei Bamar) in “Myanmar”, etnicamente neutro.

Dal 1992 il governo è nelle mani del generale Than Shwe, colui che fu il braccio armato della repressione dell’88, e che tutt’oggi prosegue la “via birmana al socialismo”. Con lui la linea dura da dieci anni si esprime anche con la persecuzione delle minoranze cristiane (4% della popolazione) e islamiche (4%), arrivando a distruggere più di 3mila villaggi, con la conseguenza che così si sono creati 250mila esuli, costretti a muovere verso i campi profughi al confini con la Thailandia, dove non vi è né corrente elettrica, né medicinali, fondamentali per combattere parassiti, epatiti ed Aids; dove la fame è un terribile spettro quotidiano che costringe molte famiglie a cedere i loro bambini alla prostituzione o al lavoro forzato. Nell’agosto 2007 abbiamo visto la “rivolta dei monaci buddisti” ma va detto che questi non sono mossi tanto da motivi “etico-morali”, ma più da motivi economici, in particolare per l’aumento del prezzo del petrolio.

Infatti il buddismo, praticato dal 90% della popolazione, è stato ed è comunque uno strumento con cui il governo tenta di far accettare lo status quo (i monaci tra l’altro sono esentati dal servizio di leva e dai lavori forzati, oltre a godere di molti privilegi economici). Mai i monaci hanno avuto da che dire di fronte alla persecuzione ai danni di cristiani e islamici; mai si è alzata la loro voce di fronte alla confisca delle scuole cattoliche o al divieto di leggere la Bibbia, mai hanno protestato contro la negazione dell’accesso a ruoli dirigenti per cittadini di quelle religioni; mai hanno condannato la distruzione materiale delle croci sulle montagne (sostituite con pagode). Ecco quindi che l’Occidente dovrebbe fare più attenzione ad identificare quei monaci come “eroi”, “martiri per la libertà”. La realtà è, come abbiamo visto, ben diversa.

Il comunismo ateo uccide ancora: la Cina comunista (2)

Harry Wu, il Solgenitsin cinese, fu chiuso in un Laogai nel 1960 per aver criticato il Partito Comunista Cinese durante la Campagna dei Cento Fiori.

Fu bollato come “controrivoluzionario”; inoltre era cattolico e questa venne considerata una macchia in più. Sua madre, che si era rifiutata di denunciarlo, morì suicida. Dopo tanti anni di internamento, fuggito in Usa, Wu fondò la Laogai research foundation, l’associazione con filiali in tutto il mondo che cerca di far conoscere quello che accade ancor oggi nella Cina comunista, dove vi sono almeno 1045 campi di concentramento, in cui gli internati lavorano 15-16 ore al giorno, in condizioni spaventose.

Il mio scopo, ebbe a dire Wu, è che la parola Laogai entri finalmente in tutti i dizionari del mondo, accanto a “lager” e “gulag”. Purtroppo siamo ancora lontani dall’obiettivo: gli Stati occidentali preferiscono per lo più commerciare con la Cina, e ignorare che le merci a basso costo prodotte in quel grande paese costano il sangue e la vita di milioni di lavoratori. Nelle scuole e sui media regna ancora la cultura di sinistra: parlare dei lager, oltre 60 anni dopo, va sempre bene; dei gulag, un po’ meno, ma si può sempre dire che non ci sono più; dei laogai, invece, non parla nessuno!

Potrebbero far riflettere un po’ tanti attempati estimatori del comunismo e distogliere dalla religione dell’antifascismo permanente. Tanto si sa: quello che importa non è la verità, ma l’uso politico dei fatti. Alcuni vanno enfatizzati, e criticati (e giustamente); in altri casi è meglio mentire, o silenziare.

In fondo l’epoca in cui i nostri sessantottini sfilavano con il libretto rosso di Mao non è tanto lontana, e i frequentatori delle passerelle di quegli anni sono ancora l’asse portante di un grande partito. Tra l’altro non mancano i tollerantissimi difensori della legalità comunista: i centri sociali, ultima vera espressione del nichilismo anarco-comunista.

Apprendiamo infatti dalla Laogai foundation che “il 15 marzo 2006 Harry Wu aveva in programma la presentazione del suo libro Laogai. I Gulag di Mao Zedong presso il Tuma’s book bar di Roma, ma ” la presentazione del libro non si è potuta svolgere perché una cinquantina di attivisti dei Centri sociali, armati di mazze, bastoni e spranghe, ha bloccato l’ingresso nella libreria; successivamente alcune persone che volevano assistere al dibattito sono state aggredite selvaggiamente; altri giovani sono stati rincorsi e malmenati per le strade del quartiere e lo stesso Harry Wu a stento si è sottratto al linciaggio “.

Successivi accertamenti del Ministero degli Interni (retto da Giuliano Amato) hanno accertato che ” circa quaranta giovani aderenti al movimento antagonista capitolino del centro sociale di via dei Volsci hanno effettuato senza alcun preavviso un presidio all’ingresso della libreria, inibendone di fatto l’entrata e impedendo lo svolgimento di ogni iniziativa. Uno degli organizzatori dell’evento è stato proditoriamente colpito al viso da un sacchetto di plastica contenente del ghiaccio ed ha riportato un trauma contusivo. “”.

Infine, non manca la collaborazione dell’Occidente alle mostruosità cinesi: l’Unfpa, agenzia dell’Onu, finanzia con soldi americani ed europei la politica del figlio unico del governo cinese, basata su sterilizzazioni, aborti forzati e infanticidi, soprattutto di bambine femmine.

Così il comunismo si salda col peggio del liberalismo mercatista, ed entrambi svelano al fondo una radice materialista. La Cina è l’esempio più evidente, oggi, di quello che scriveva Dostoevskij: “se Dio non esiste (cioè dove Dio è eliminato, e l’uomo diventa unico e assoluto arbitro della legge morale, ndr), tutto è possibile“.

Documenti:

1) Cina: il lavoro forzato nei Laogai

Valentina Piattelli, Squilibrio, 15 luglio 2003

In Cina esistono i campi di concentramento. Si chiamano “Laogai” e vi sono detenute milioni di persone, in condizioni pessime e costrette ai lavori forzati. La Laogai Research Foundation aiuta a far luce su questo aspetto poco noto del sistema repressivo cinese. Il direttore Harry Wu ha un passato da forzato Detenuto nei Laogai per 19 anni ne è oggi il più importante nemico. C’è un’organizzazione non a scopo di lucro, la Laogai Research Foundation, che dal 1992 raccogliere informazioni sui Laogai cinesi.

Il suo direttore, Harry Wu è il più famoso paladino nella lotta contro le violazioni dei diritti umani commesse nei Laogai, dove è stato detenuto per 19 anni semplicemente per aver criticato le politiche del Partito Comunista Cinese. Dal suo rilascio Harry Wu si è dato il compito di rendere noto quanto accade nei Laogai. Diventato cittadino americano, Harry Wu ha raccolto informazioni in Cina con viaggi sotto copertura come diplomatico o imprenditore, documentando innumerevoli campi di concentramento e altri centri detentivi e ha provato l’origine dal Laogai di alcune merci esportate all’estero.

Oggi la la Laogai Research Foundation ha ampliato il suo mandato fino ad occuparsi anche di esecuzioni pubbliche, racolta di organi dai prigionieri giustiziati, persecuzione per motivi religiosi e applicazione coatta della politica ripoduttiva in Cina (la “legge sul figlio unico”).

Un sistema di campi di concentramento voluto da Mao.

Ampiamente usato sia per i dissidenti, sia per i criminali comuni, gli scopi dei Laogai sono essenzialmente due: utilizzare i prigionieri come manodopera a basso costo e “riabilitare i criminali” attraverso il duro lavoro e la rieducazione politica obbligatoria.

Il vasto sistema di lavori forzati cinese si chiama “Laogai”, che significa “riforma (rieducazione) attraverso il lavoro”. Secondo le definizioni ufficiali, il Laogai è costituito da sei componenti: i Laogai veri e propri, le prigioni, i centri di detenzione amministrativa (cioè senza un processo), i centri di detenzione (dove stanno sia i condannati a sentenze di breve durata, sia i condannati a morte, che in Cina vengono giustiziati assai in fretta), i centri di detenzione lavoro forzato per minorenni, e infine il “Personale addetto al lavoro forzato”, cioè le persone che hanno scontato la loro pena ma che sono state ritenute “non del tutto riabilitate” e che quindi sono costrette a continuare i lavori forzati. Il numero dei Laogai e dei prigionieri è un segreto di stato.

Secondo il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sul Lavoro Forzato e la Detenzione Arbitraria, pubblicato nel 1997 dopo un viaggio in Cina, ci sono 230.000 persone in 280 campi di rieducazione attraverso il lavoro. La Laogai Research Foundation ha però individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti fra i 4 e i 6 milioni di persone: dalla creazione del sistema dei Laogai fra i 40 e i 50 milioni di persone vi sono state imprigionate, tanto che in Cina praticamente ogni cittadino è imparentato o conosce qualcuno che è finito nei Laogai.

Il Laogai non è un semplice sistema carcerario; secondo il Ministero per la Pubblica Sicurezza, il loro scopo è trasformare i criminali in persone che “obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche virtù, amano il proprio paese, amano il lavoro duro, e possiedono certi standard educativi e abilità produttive per la costruzione del socialismo”.

In questo modo infatti viene rafforzato il controllo del Partito Comunista sopprimendo qualsiasi segno di dissenso. Fra i prigionieri politici dei Loagai si trovano attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli. Secondo Human Rights Watch “I problemi principali con la “rieducazione attraverso il lavoro” sono cinque: la mancanza di qualsiasi vincolo procedurale, l’uso della rieducazione per incarcerare dissitenti religiosi o politici, la mancaza dipossibilità di appello, le condizioni di vita nei campi, e il sistema Jiuye – “Personale addetto al lavoro forzato” che permette all’aturità di trattenere i prigionieri nei campi anche dopo il termine della loro condanna”.

I Comitati per la Gestione della Rieducazione attraverso il Lavoro – istituiti a livello locale e diretti dal governo centrale – gestiscono i campi e stabiliscono chi ha “bisogno” di essere rieducato. Chiunque può chiedere l’intervento dei Comitati e chiedere che qualcuno venga mandato al Laogai. In genere è la polizia a determinare la durata del periodo di “rieducazione”, che comunque non può superare i tre anni, anche se una volta nel campo il detenuto può essere trattenuto anche più a lungo se viene giudicato non riabilitato. Non vi è diritto d’appello, nessuna udienza, né altri diritti che possano essere vantata dalla vittima di questa procedura d’ufficio.

Una volta nel Laogai, il detenuto viene costretto a “confessare” i suoi crimini, denunciare qualsiasi opinione anti-Partito e sottoporsi al regime di rieducazione e lavoro forzato. I funzionari dei Laogai devono attenersi all’enfasi tradizionale sulla riabilitazione dei prigionieri per trasformarli in “nuove persone socialiste”, raggiungendo allo stesso tempo precisi livelli di produttività e di profitto imposti dall’alto. Il tassello più importante del sistema di terrore cinese Nei Laogai vengono commesse la maggior parte delle gravi violazioni dei diritti umani della Cina.

Un numero sconosciuto di persone in dissenso con il governo sono state ridotte al silenzio nei Laogai. Definiti “elementi controrivoluzionari“, questi prigionieri di coscienza vengono oggi arrestati con accuse quali “sovvertimento dell’ordine statale“, “furto di segreti di stato“, “hoolinganismo” o “protesta senza permesso”. Questo ha reso più difficile individuarli da parte delle organizzazioni internazionali che monitorano la situazione dei diritti umani, ma non ha cambiato lo schema di repressione attuato con l’imprigionamento nei Laogai.

Anche se la legge cinese vieta la tortura per estrarre confessioni, questa pratica è ampiamente diffusa nei Laogai, dove è stato documentato l’uso di bastoni in grado di somminsitrare scariche elettriche, percosse con manganelli o pugni, uso di manette e catene alle caviglie in modo da causare intenso dolore, sospensione per le braccia, privazione di cibo o sonno o isolamento per periodi prolungati. Inoltre in Cina è in vigore un sistema legale per cui chiunque può essere detenuto fino a tre anni in un campo di rieducazione senza che sia necessario un processo. Per ottenere la detenzione amministrativa è sufficiente la direttiva di un qualsiasi funzionario della sicurezza.

Con il sistema chiamato “Jiuye” poi, qualsiasi detenuto può essere trattenuto indefinitivamente ai lavori forzati se i funzionari non giudicano che sia stato “pienamente riabilitato”. In questo modo una persona può rimanere detenuto anche molto a lungo in campo di concentramento. Tutti i prigionieri dei Laogai sono sottoposti al lavoro forzato, le cui condizioni e tipo cambiano da campo a campo. Alla Laogai Research Foundation sono noti molti resoconti di prigioneri costretti a lavorare fino a 16-18 ore al giorno per aggiungere le famigerate “quote”.

Se le quote non vengono raggiunte, al prigioniero viene diminuito il cibo. Spesso i prigionieri sono costretti a lavorare in condizioni malsane o pericolose, comprese le miniere di sostanze tossiche. A volte le condizioni di lavoro sono meno pesanti e il trattamento più umano. In ogni caso i prigionieri non vengono mai pagati per il loro lavoro o per qualsiasi profitto derivato dal loro lavoro. L’atmosfera di terrore e repressione in Cina viene anche rafforzata da campagne periodiche chiamate “Colpire duro”, durante le quali le pene già dure previste per qualsiasi reato vengono ulteriormente inasprite, i processi e le esecuzioni di massa vengono svolti in pubblico per intimidire la popolazione e propagandare il regime.

Le procedure legali divengono ancora meno vincolanti e gli abusi sono la norma durante la campagne “Colpire Duro”, quando tutto diventa frenetico e chi è accusato diun crimine viene automaticamente ritenuto colpevole prima ancora del processo. E con questi metodi che il movimento pro-decmorazia è stato ridotti al silenzio attraverso il terrore sistematico.

Pena di morte e commercio di organi

Fin dagli anni ’70 ai condannati a morte vengono espiantati gli organi. Oggi questa pratica è divenuta importante economicamente. In base ai documenti raccolti dalla Laogai Research Foundation, la pratica di raccogliere gli organi dei prigionieri giustiziato risale alla fine degli anni ’70. Gli organi così ottenuti vengono utilizzati per i trapianti necessari ai cinesi più agiati o venduti all’estero.

Nonostante venga detto che i prigionieri avrebbero dato il loro consento agli espianti, vi sono prove chhe indicano che la stragrande maggioranza dei prigionieri e delle famiglie dei prigionieri non avevano dato alcun tipo di consenso all’espianto prima dell’esecuzione. In base alle statistiche fornite da organizzazioni come Amnesty International, la Cina da sola giustizia più persone di tutto il resto del mondo messo insieme. Va aggiunto che, poiché statistiche sono calcolate sulle esecuzione di cui è giunta voce all’estero, esse sono sicuramente di gran lunga inferiori ai dati reali.

Secondo la legge penale cinese vi sono oltre 60 reati capitali, che vanno dall’omicidio al furto, dall’incendio doloso al traffico di droga. Il dato sulle esecuzioni è ritenuto un segreto di stato.

Il Laogai è parte integrante dell’economia cinese

La manodopera gratuita e coatta permette di abbassare i prezzi dei prodotti e conquistare i mercati mondiali. Ma è possibile boicottare questo sistema? Difficile … quasi impossibile. Per sfruttare meglio i lavoratori forzati, le autorità studiano continuamente nuovi mezzi per aumentare al produttività dei lavoratori forzati. Il lavoro forzato è visto soltanto come un mezzo ulteriore per aumentare i profitti. I milioni di persone rinchiusi nei Laogai sono il più grande numero di persone sottoposte al lavoro forzato oggi nel mondo. L’applicazione deliberata e diffusa di questo metodo ha creato in Cina una nuova forma di economia: l’economia del lavoro forzato.

Uno dei suoi teorizzatori l’ha così definità: “Il compito fondamentale dei Laogai è la puniziione e la rieducazione dei criminali. Per definire queste funzioni conretamente, essi adempiono a questo compito nella seguente maniera: (1) punendo i criminali e tenendoli sotto stretta sorveglianza; (2) rieducando i criminali; (3) organizzando i criminali nel lavoro e nella produzione, così da migliorare il benessere della società. Le nostre unità Laogai sono sia istituzioni della dittatura, sia aziende speciali.” (Manuale per la Riforma Criminale, Partito Comunista, Ministero dells Giustizia, Ufficio Laogai, Editore Popolare dello Shaanxi, 1988)

Il Partito Comunista cinese ritiene le attività economiche che avvengono nei Laogai un segreto di stato. Anche se è stato provato che le aziende dei Laogai sono in passivo, a causa della gestione carente e della scarsa motivazione della forza lavoro coatta, le autorità cinesi cercano costantemente di integrare i Laogai nell’economia nazionale e di smerciare i prodotti dei Laogai nel mercato internazionale per guadagnare denaro corrente.

La Laogai Research Foundation e altri gruppi per i diritti umani hanno talvolta individuato alcune merci prodotte nei Laogai sui mercati internazionali. Anche se molti stati (es. Unione Europea e Stati Uniti d’America) vietano l’importazione di beni prodotti nei Laogai, le autorità cinesi camuffano l’origine di queste merci e rendono impossibile riconoscerle.

A volte perfino merci non marchiate con la dicitura “Made in China” è possibile che siano state prodotte dai prigionieri forzati dei Laogai. Facciamo un esempio: un marchio statunitense si affida a a un’azienda di import-esport cinese per trovare un’industria cinese dove far produrre i propri prodotti, questa a sua volta appalta una porizione del processo industriale a un campo Laogai, dove i prigionieri devono riempire quote loro assegnate, altrimenti vengono loro ridotte le razioni di cibo. Con un sistema economico intersecato come quello moderno, non c’è modo di evitare questi prodotti finché il governo cinese non accetta di far chiarezza sui Laogai (cosa che ovviamente non è nel suo interesse).

Le merci prodotte nei Laogai possono essere di qualsiasi tipo. “Parti meccaniche, scarpe, fiori artificiali, giocattoli, macchinari diogni tipo, gadgets, prodotti chimici, vestiti, sapone, profumi, minerali estratti da schiavi, cotone seminato e raccolto da schiavi, thé, vino e ogni tipo di cibo, qualsiasi cosa può essere pdotta nei Laogai – dice Harry Wu.

Qualcuno proprone di boicottore tutti i prodotti cinesi, anche se è ormai diventato sempre più difficile. C’è anche una campagna internazionale per questo boicotaggio: “boycottmadeinchina”. Harry Wu propone di scegliere almeno una serie di prodotti da boicottare, e propone i giocattoli. I giocattoli sono facili da identificare e da isolare. I consumatori che scelgono di attuare questo boicottagio però devono avvertire il proprio governo, per incoraggiarlo a fare di più per impedire lo sfruttamento dei lavoratori forzati in Cina.

2) Il mercato degli organi

E’ “rigoglioso” il mercato di organi prelevati dai detenuti cinesi. Un corrispondente della Bbc ha visitato sotto copertura un ospedale di Tianjin, che gli ha assicurato un fegato nuovo in tre settimane per poco meno di 95mila dollari. Il primario di chirurgia conferma che il “donatore” è uno dei tanti condannati a morte nel Paese: questi forniscono i loro organi “come dono alla società”.

Tianjin (AsiaNews/Bbc) – La fiorente vendita di organi prelevati dai prigionieri cinesi condannati a morte in Cina, è confermata da un’indagine sotto copertura condotta da un corrispondente dalla Bbc. Gli organi, prelevati dai corpi dei detenuti giustiziati, vengono venduti per la maggior parte a stranieri che hanno bisogno di trapianti. La pratica nel Paese non è illegale, ma il ministero della Salute ha emanato all’inizio dell’anno una serie di nuove regole per “fermare gli abusi” correlati al giro di trapianti. Il giornalista inglese ha tuttavia trovato un ospedale di Tianjin che si è detto pronto a fornire un fegato per poco meno di 95mila dollari: il primario di chirurgia ha confermato che i “donatori” sono i condannati a morte. Anche su diversi siti web di centri di trapianto cinesi viene garantito il rapido reperimento di organi.

Per un rene occorre da una settimana a un mese. “Fornitori di visceri – promette un sito – possono essere trovati subito!” Il costo per un trapianto di rene è di 62 mila dollari, per uno di cuore è di 140 mila. Rupert Wingfield-Hayes, corrispondente della Bbc, ha visitato l’Ospedale centrale n? 1 di Tianijn ufficialmente in cerca di un fegato per il padre malato. I dirigenti della struttura sanitaria lo hanno rassicurato: un fegato compatibile sarebbe stato disponibile in tre settimane.

Secondo un dirigente dell’ospedale, i prigionieri “donano volontariamente” i loro organi in una sorta di “dono alla società”, ed ha aggiunto che al momento vi è un grande quantitativo di organi: le esecuzioni sono infatti aumentate in vista del 1? ottobre, festa nazionale per il Paese. In Cina avvengono più esecuzioni che in qualunque altro Paese del mondo.

Nel 2005, almeno 1770 persone sono state giustiziate, ma un rapporto di Amnesty International definisce questi dati “molto più bassi del reale”. Il marzo scorso, il ministero cinese degli Esteri ha ammesso l’uso di organi prelevati dai condannati a morte ma ha sottolineato che la pratica veniva usata “in pochissimi casi”. Per Qin Gang, portavoce del dicastero, gli organi non sono prelevati con la forza, ma solo dopo espresso consenso del detenuto. Ma se questo sia vero, dice il corrispondente inglese, non è ben chiaro.

Nell’aprile del 2006, i maggiori chirurghi inglesi hanno condannato la pratica, definita “inaccettabile in quanto una chiara violazione dei diritti umani”. L’Ospedale centrale n? 1 di Tianijn ha effettuato l’anno scorso 600 trapianti di fegato e l’industria dei trapianti d’organi è divenuta un grande affare: la Cina è ormai il secondo paese al mondo per numero di trapianti di organi. Ogni anno i medici compiono da 7 a 8 mila operazioni, soprattutto per persone ricche provenienti da Hong Kong, Giappone, e Corea.

3) La politica del figlio-unico compromette la crescita della Cina

Fonti ufficiali chiedono sia cambiata. Entro una generazione mancherà la mano d’opera e “scoppierà” l’inadeguato sistema pensionistico. Intanto si registra un aumento della criminalità giovanile e dei divorzi. Esperti: sta sconvolgendo la società e creando una generazione di persone attente solo a loro stesse. Pechino (AsiaNews/Agenzie)

– La politica del figlio-unico fa aumentare la criminalità giovanile e il numero dei divorzi. Crescono le critiche, anche da fonti ufficiali, mosse in realtà dalla preoccupazione che questa politica comprometta lo sviluppo economico futuro. Secondo lo statale China Daily, sono coinvolti minori nei due terzi dei 4 milioni di reati denunciati ogni anno e i criminali minorili sono cresciuti dai 33mila casi del 1988 agli 80mila di quest’anno. Liu Guiming, funzionario pubblico del settore, spiega che si abbassa l’età di questi “criminali”, che si associano in vere bande e commettono nuovi tipi di reato (quali frodi tramite internet).

Tra le cause ricorda “l’insufficienza dell’istruzione scolastica e la rottura delle famiglie”, specie per i 150 milioni di contadini che vanno a lavorare nelle ricche città orientali lasciando i figli affidati a parenti o amici. Ma è anche conseguenza di una generazione di figli unici, “schiacciati” dalle aspettative familiari e incapaci di tessere normali rapporti dopo essere cresciuti come piccoli “imperatori”: coccolati dall’intera famiglia ma privi degli insegnamenti della tradizione confuciana, improntata al rispetto per gli altri e all’ideale di una famiglia numerosa e unita, e persino degli ideali marxisti.

Il professor Fucius Yunlan, psichiatra, osserva che l’esponente di questa generazione, specie chi vive in città, “è attento soprattutto a sé stesso, non agli altri o alla società”. Questi figli-unici, ormai adulti, scelgono un partner con famiglia agiata per avere una vita più facile. Ma tra loro cresce il numero di divorzi, anche dopo poche settimane o mesi. Intanto le famiglie prediligono figli maschi, anche con aborti selettivi: si è giunti a 123 neonati maschi ogni 100 bambine e si prevedono decine di milioni di uomini soli. Pechino ha adottato questa politica negli anni ’80 per contenere la popolazione e favorire la crescita economica.

Ma sempre più voci chiedono di rivederla, in quanto si sta rilevando una “lenta tragedia umanitaria” che “mina in modo diretto le possibilità di sviluppo futuro del Paese”, come osserva il noto demografo Usa Nicholas Eberstadt. Per il 2030 ci saranno 235 milioni di persone oltre i 65 anni: in un Paese privo di un adeguato sistema pensionistico, i figli-unici cresciuti come “piccoli imperatori” dovranno occuparsi, da soli, di genitori e nonni. Si prevede che dal 2015 diminuirà la popolazione attiva (tra i 15 e i 64 anni) e tra una generazione la forza lavoro sarà inferiore a oggi. Ye Tingfang, membro dell’Accademia sociale delle scienze di Pechino, osserva che “all’inizio si pensava che la nostra enorme popolazione fosse un freno allo sviluppo economico. Ma negli ultimi dieci anni l’esperienza ci ha detto il contrario. Il Giappone, ad esempio, ha pochissime risorse e mostra una delle più alte densità di popolazione al mondo.

Eppure è una delle nazioni più ricche e la sua economia è in crescita. Il lavoro è la più importante fonte di ricchezza”. A marzo insieme a 30 delegati della Conferenza consultiva politica del popolo cinese (Ccppc) ha chiesto al governo di abolire la legge sul figlio unico perché “crea problemi sociali e disturbi alla personalità nei giovani”.

4) Intervista a padre Bernardo Cervelliera, esperto di Cina e direttore di Asianews.

E dietro a tutto questo materialismo…

C’è una fortissima domanda di tipo religioso. Parlo della domanda sul significato della vita, ma anche della domanda sui valori che vanno aldilà dell’oggi. E infine è forte la domanda di maggiore dignità.

Una reazione, insomma, al regime politico?

Sì, perché l’uomo è fatto per Dio, non per il partito. E poi c’è tanta gente delusa dal percorso di questo partito comunista. Tant’è vero che anche nel partito, secondo documenti segreti che Asianews ha pubblicato, un terzo dei membri del partito segue una qualche religione, con grande paura della leadership che non sa cosa fare.

Le contraddizioni sono forti…

Sì, e rendono manifesta una schizofrenia: la Cina ha voluto diventare un Paese moderno, ma prendendo dall’Occidente solo i principali elementi di tecnica, di economia, di produzione industriale. Ma non ha voluto tutto il deposito che l’Occidente ha come ricchezza propria, che viene dalla tradizione giudaico-cristiana: il deposito dei diritti umani. Ragion per cui, da quando è iniziata la modernizzazione della Cina, puntualmente ci sono delle crisi politiche: nell’86, nell’89, tuttora, con richieste pressanti da parte della popolazione di avere più rispetto per i diritti umani, per la libertà religiosa…

Tutto ciò prelude alla frana dell’impero comunista cinese?

Io me lo auguro. I segnali sono molti… Sì, ci sono tantissimi segnali che incrinano l’immagine di potenza e di compattezza enorme del sistema cinese. I segnali dicono lo svuotamento dell’ideologia comunista e il fatto che la società non ha più collante. Resta, cioè, solo il collante del potere militare, del controllo. Ma per il resto ogni uomo, ogni famiglia cerca di trovare qualche significato per conto suo. Resta il fatto che la Cina è tutta percorsa da una crescita economica che sembra risentire meno di altri della crisi. E nella crescita economica si ricompatta… Solo apparentemente. C’è una grandissima ingiustizia nel sistema del socialismo con caratteristiche cinesi, che praticamente è un capitalismo selvaggio messo nelle mani del partito comunista.

Il partito è infatti, insieme, un’oligarchia di tipo politico e un’oligarchia di tipo economico, e questo capitalismo selvaggio sta portando ad un’enorme corruzione fra i membri del partito, tanto che gli scandali si susseguono. E oltre ad un enorme inquinamento ambientale, si sta arrivando ad un gigantesco divario fra ricchi e poveri.

E questa è la miccia che può far scoppiare il sistema Cina?

Sì, perché può creare delle rivolte violente che possono abbracciare tutto il Paese. Attualmente governo e partito cercano di frenare queste rivolte perché restino ad un livello locale. Ma lo stesso ministro dell’interno dice che è un problema gravissimo, perché aumentano quelli che loro chiamano “incidenti di massa”: in un anno ce ne sono stati 87.000.

L’Occidente, che ha trasferito tutta la sua produzione nella “fabbrica Cina”, potrebbe fare qualcosa per evitare l’esplosione del sistema?

Bisognerebbe che tutti gli occidentali che commerciano con la Cina portassero con sé uno stile di vita, di rispetto del lavoro e dei diritti del lavoratori che è tipico della cultura occidentale. Un po’ difficile, a quanto pare, dinanzi agli alti profitti… No, guardi, io ho amici che lo fanno: persone che commerciano con la Cina e che invece di sfruttare fino al midollo la popolazione cinese, aumentano i salari, migliorano le condizioni dei dormitori e delle mense… e questo incide per pochissimo nei loro guadagni.

Speriamo che lei abbia tanti amici…

Speriamo… (ride): no, non ne ho tanti. Il problema della Cina è purtroppo quello che lei dice: che l’Occidente alla fin fine è interessato solo al profitto e mette questo come unico criterio del rapporto. Ma alla fine questo criterio può diventare un boomerang… Certo, l’ho sempre detto da quando scrivo articoli e libri sulla Cina. Quanto più il mondo occidentale non si preoccupa dei diritti umani dei cinesi, tanto più si scava la fossa da sé, perché crea le condizioni per un esplosione della situazione, che si ripercuoterà pesantemente sull’Occidente stesso. (Giorgio Malavasi Tratto da GENTE VENETA, n.18/2009).

Il comunismo ateo uccide ancora: la Corea del Nord (1)

Dopo la capitolazione giapponese del 15 agosto 1945, Kim II Sung, leader comunista della resistenza e capo dell’Esercito rivoluzionario popolare, s’impose come assoluto leader coreano. La Corea dovette subire l’analogo destino della Germania: a fine 1948 fu ratificato un trattato in cui il nord (Repubblica Democratica Popolare con capitale Pyongyang) andava ai sovietici, il sud (Repubblica di Corea con capitale Seoul) agli americani. La Corea del Nord applicò subito le politiche economiche comuniste, il 5 marzo 1946 fu abolita la proprietà fondiaria feudale, il 10 agosto furono nazionalizzate tutte le grandi industrie, le banche, i trasporti, le poste e le telecomunicazioni. Tra il 25 giugno 1950 e il 27 luglio 1953 scoppiò la guerra di Corea: questa, al contrario di quello che alcuni vogliono ancor oggi far credere, non fu (per una volta) una guerra preventiva e d’aggressione americana ma il contrario: infatti il 25 giugno del 1950, in piena Guerra fredda, 800mila nordcoreani, appoggiati dai sovietici, varcarono in armi il 38? parallelo con l’obiettivo di conquistare l’intero Paese.

Due giorni dopo il Consiglio di sicurezza dell’Onu mise ai voti il ricorso a “sanzioni militari” contro gli invasori; approfittando della mancanza del delegato sovietico (che aveva diritto di veto) la proposta fu accettata all’unanimità. Così il contingente dei Caschi blu fermò l’avanzata nordcoreana, ma l’invio di 180mila “volontari” cinesi complicò la situazione Fu così che si arrivò nel ’53 all’armistizio (valido ancora oggi visto l’assenza di un vero trattato di pace) che fissava nel 38? parallelo la linea di confine tra le due Coree: la guerra aveva provocato la morte di 415mila sudcoreani, 34mila americani e 1 milione tra nordcoreani, sovietici e cinesi.

L’esito del conflitto fu festeggiato in Corea del Nord come una vittoria sugli Stati Uniti e non si è tutt’oggi smesso di sognare la conquista del Sud; fino al 1980 il popolo nordcoreano visse cullando l’idea del “momento decisivo” e per questo il governo di Pyongyang infiltrò numerosi agenti sovversivi in Corea del Sud, i quali furono responsabili di numerosi attentati, tra cui quello del 21 gennaio 1968, quando 31 agenti nordcoreani attaccarono la residenza presidenziale a Seoul, uccidendo 68 sudcoreani o l’abbattimento il 15 aprile 1969 di un EC-121 americano che sorvolava il Mar del Giappone (a 160 km dalle coste coreane) da parte di un MiG-21 nordcoreano, provocando la morte di 31 persone, senza dimenticare l’attentato del 1987 che causò la morte di 105 passeggeri del volo della Korean Airlines.

Dal 1993 la Corea del Nord attira invece l’attenzione internazionale per i suoi esperimenti nucleari: nel maggio di quell’anno infatti lanciò un missile Rodong nel Mar del Giappone, divenendo il nono Paese al mondo a possedere la bomba atomica. Nel 2003 si ritirò dal trattato di non proliferazione nucleare (TNP); il 4 luglio 2006 lanciò sette missili balistici scatenando una grave reazione internazionale che si aggravò tre mesi dopo con il primo test nucleare sotterraneo, provocando, oltre a sanzioni economiche, perfino la condanna da parte della Cina, alleata di sempre. Nel febbraio 2007 la Corea del Nord accettò di smantellare alcuni impianti nucleari in cambio di 400milioni di dollari in petrolio ed aiuti. Tuttavia proprio lunedì 25 maggio 2009 c’è stato un nuovo test ed è stato annunciato un altro lancio di un missile a corta gittata. Il problema nucleare nordcoreano è oggi a tutti gli effetti un serio pericolo per la sicurezza della comunità internazionale. Dopo questo rapido excursus storico, vediamo in dettaglio le caratteristiche del governo.

La Corea del Nord è retta da un regime comunista di tipo stalinista molto particolare, dato che si ha una sorta di “comunismo dinastico“: nel 1994 la morte del “Padre della Patria” Kim II Sung (al potere dal 1948) ha provocato la modifica della Costituzione, proclamando “l’eternità” della Presidenza al dittatore defunto, introducendo la continuità dinastica e quindi legittimando la presa del potere del figlio Kim Jong-il (nella foto)con il titolo ufficiale di “Caro Leader”. Il Paese si regge sulle due entità fondamentali di ogni regime comunista: il partito e l’esercito.

La cricca militare dei “comunisti illuminati” risiede nella capitale, Pyongyang, girando in Mercedes e arricchendosi con ogni genere di traffico illegale, su tutti quello della droga e della falsificazione dei dollari, mentre il resto del Paese muore di fame. Facendo leva sull’assenza di un trattato di pace, il Paese è severamente militarizzato: il servizio militare è permanente per ogni cittadino adulto, senza esclusione di sesso. Se nel 1972 si calcolavano 400mila effettivi, oggi l’esercito è composto da più di 1 milione di uomini, a cui vanno aggiunti 7 milioni di riservisti, numeri che fanno della Corea del Nord la nazione con il maggior numero di soldati al mondo in rapporto con la sua popolazione (40 arruolati ogni 1000 abitanti!).

La politica economica disastrosa, che passa sotto il nome di Juche, non è che la ripetizione del binomio autarchia-autodeterminazione che rifiuta il commercio internazionale perché “contrario al bene dei lavoratori”. In questo modo la Corea ha conosciuto gravissime carestie: quella tra il 1994 e 1998 fu talmente intensa (le fonti ufficiali parlano di 220mila vittime, mentre le ONG ritengono che il numero si aggiri sui 3 milioni) che costrinse il Paese per la prima volta nella sua storia, ad uscire dal proprio isolazionismo, chiedendo l’aiuto internazionale: il mondo arrivò a concedere 1 miliardo di dollari (il secondo piano di assistenza internazionale più ingente della storia dopo quello della Ex-Jugoslavia); tuttavia rimane aperto l’annoso problema dell’utilizzo di questi aiuti da parte di Kim Jong-il, poiché egli non consente agli organismi internazionali di vigilare sulla loro elargizione.

L’ostinata continuazione di quelle teorie economiche oggi hanno ridotto più di 13 milioni di persone (su un totale di 22 milioni) alla fame. Per evitare ogni opposizione il regime di Pyongyang ha compiuto ogni sforzo per eliminare l’analfabetismo e oggi praticamente tutti sanno leggere e scrivere: questo infatti garantisce, mediante un’istruzione perfettamente controllata, l’indottrinamento del popolo, basti pensare al fatto che la Corea del Nord figura al 172? posto su 173 per quanto riguarda la libertà nell’informazione, davanti solo all’Eritrea. Perfino l’utilizzo dei cellulari e l’ascolto della radio, dopo un’iniziale apertura nel 2002, già due anni dopo furono nuovamente vietati. Gli altri media, invece, mantengono vitale, in un Paese che si definisce ateo, il culto della personalità del Caro Leader.

Sempre servendosi di questi strumenti, il regime comunista nordcoreano base la propria forza sul terrore e la psico-propaganda, in un miscuglio di paura (“Siamo circondati dai nemici”), di militarismo, per cui il primato militare è fatto credere necessario alla popolazione per un imminente “grande balzo in avanti” di maoista memoria, e di folle orgoglio razziale (“Siete la razza più pura dell’Asia”). Fa sempre parte della Juche, l’ideologia del regime, l’aggregazione coatta del popolo in adunate, canti e marce, a volte fino ai campi di morte. Infatti recentemente la comunità internazione è venuta a conoscenza dell’esistenza di 12 campi di concentramento dove sarebbero rinchiusi per “reati politici” più di 200mila prigionieri e dove si svolgerebbero torture, stupri, esperimenti medici (terribile in questo senso è il Campo 22 dove sarebbero internate 50mila persone) e aborti forzati. Incredibile come si possa venir arrestati non solo perché sospettati di essere personalmente dissidenti, ma basta esserne un familiare: il regime perseguita fino alla terza generazione, per estirpare il cattivo sangue che ha generato il seme del dissenso.

Ultime due annotazioni: la prima è che la Corea del Nord è l’unico stato al mondo in cui non vi sono handicappati. I bambini con qualche disabilità vengono uccisi negli ospedali o nelle case per purificare le masse, rendendole così più forti, intelligenti e in salute; l’altra è che a Pyongyang, città che prima della guerra di Corea era il centro delle attività cristiane, mancano all’appello 35mila cristiani, fatti sparire nel nulla da un regime che oggi è visto, dalle organizzazioni missionarie cristiane, come il più persecutorio del mondo.

Dossier Spagna: dalla crisi alle nuove leggi sull’aborto, alla guerra di Spagna.

Il governo Zapatero non se la passa bene di questi tempi: l’ascesa economica della Spagna, permessa anche dai governi Aznar (anch’essi pessimi, dal punto di vista dei valori non negoziabili, seppure non paragonabili a quelli di Zapatero), sembra bloccata, sia per le congiunture internazionali, sia per la scarsa abilità di un governo troppo dedito a battaglie ideologiche e poco realista.

La disoccupazione è al 20 % e Zapatero si è appena liberato con un certo cipiglio decisionista dei ministri non allineati, per quanto socialisti come lui, primo tra tutti il suo vicepremier e ministro dell’economia, Pedro Solbes, reo di aver sottolineato le difficoltà economiche che Zapatero invece minimizzava, e il ministro della difesa Josè Bono.

 Ma le battaglie ideologiche non si fermano: da una parte la difesa, dopo gli scimpanzè, delle linci, dall’altra la decisione di allargare ancora di più i limiti dell’aborto. La cosa ovviamente non stupisce chi conosce le idee di Peter Singer, favorevole addirittura all’infanticidio, il bioeticista consigliere di Zapatero.

Nella foto il manifesto a difesa dei bambini diffuso dai cattolici spagnoli in questo periodo per bloccare l’iniziativa di Zapatero.

Di seguito riportiamo:

1)Un articolo del Corriere sugli scienziati spagnoli che si sono schierati pro o contro la decisione di Zapatero sull’aborto.

2)Un articolo sulla guerra di Spagna, vera origine dell’attuale situazione. Zapatero infatti ha sempre rivendicato la sua continuità con le forze repubblicane, anarchiche, comuniste, filo russe che furono la vera causa della guerra di Spagna, e che spesso ebbero come primo nemico la Chiesa..

Un manifesto contemporaneo dei repubblicani spagnoli, firmato anche da Andrè Breton, Paul Eluard e Aragon, recitava: "A partire dal 10 maggio 1931 (in Spagna) la folla ha incendiato le chiese, i conventi, le università religiose…Cinquecento edifici distrutti all’inizio non chiuderanno questo bilancio di fuoco…Distruggere con ogni mezzo la religione, cancellare fin le vestigia di quei monumenti di tenebre…Tutto ciò che non sia violenza quando si tratta di religione, di quello spaventapasseri che è Iddio, dei parassiti della preghiera, dei professori della rassegnazione, è paragonabile al patteggiamento con quel verminaio del cristianesimo che deve essere sterminato".

 

1 Mille pro, duemila contro La guerra degli scienziati

MADRID — Infuria, in piena settimana santa, la prima, spettacolare e quasi totale guerra tra scienziati spagnoli sull’aborto. O meglio, sul ruo­lo di arbitro inappellabile che la scienza finisce per esercitare nello scontro tra abortisti e an­ti- abortisti. Da una parte, gli oltre duemila firma­tari della Dichiarazione di Madrid, un documen­to che si oppone, con argomenti scientifici, alla legittimazione dell’aborto fino alla ventiduesi­ma settimana di gestazione, la nuova normativa attualmente allo studio del governo Zapatero.

E di fronte, un altro migliaio abbondante di ricer­catori che, in pochi giorni, si sono coalizzati at­torno a un manifesto per denunciare «la crescen­te utilizzazione ideologica e di parte della scien­za » in campagne dalle connotazioni troppo opi­nabili. Inevitabilmente si spulciano i due elenchi di firme, si stilano le graduatorie e le classifiche del­le due squadre in campo, se ne misura il presti­gio in base ai titoli e ai riconoscimenti consegui­ti nel corso delle carriere. Ne risulta che si sono già schierati, di qua o di là, i direttori di venti istituti di ricerca, 138 componenti delle Accade­mie Reali, centinaia di cattedratici, di vincitori di premi nazionali e del nobel spagnolo, il pre­mio Principe delle Asturie, ex presidenti del cen­tro di ricerche nazionale, il Csic, e i direttori di molti dei suoi dipartimenti. È una mobilitazione di scienziati vertiginosa e senza precedenti, a memoria del quotidiano El País. Un titanico con­fronto di sapienze e aristocrazie accademiche.

Dal punto di vista numerico, la Dichiarazione di Madrid è ancora in netto vantaggio: 2.064 pro­fessionisti hanno sottoscritto le erudite tesi a so­stegno dei diritti della vita fin dalla sua fase em­brionale e fetale. Contro quasi 1.162 dissenzien­ti, che con altrettanta cognizione di causa, non difendono tanto l’aborto, quanto la neutralità della scienza di fronte al dilemma dell’interruzio­ne della gravidanza. Alla base della Dichiarazio­ne di Madrid c’è l’avvertimento ai legislatori che «la vita di un essere umano inizia con la fecondazione, quando si costituisce l’informazio­ne genetica propria di ogni vita umana» e la prima firma in calce è quella di Nicolas Jouve, titolare della cattedra di Genetica dell’Uni­versità di Alcalá. Dopo di lui han­no aderito l’ex presidente del Csic, Cesar Nombela, e in ordine sparso 512 medici, tra i quali 76 ginecolo­gi, oltre a 129 membri di Accade­mie Reali e a una quindicina di ri­cercatori del centro nazionale.

 La lista dei promotori del «contro manifesto», che accusano i colleghi di «confondere la società presentando come conclusioni scientifiche ciò che rientra nell’ambito delle convinzioni perso­nali, ideologiche o religiose» è aperta da Juan Lerma, direttore dell’Istituto di Scienze Neurolo­giche del Csic. Lo appoggiano 250 colleghi, inclu­si i direttori dei principali istituti del centro, dal­le Scienze del mare alla Chimica organica genera­le, passando per la ricerca sull’Intelligenza artifi­ciale e la Tecnologia dei polimeri. Un rosario di specialità ed eccellenze che compensa la penuria di medici, per ora soltanto una ventina, contrari alla partigianeria della scienza in questioni di co­scienza. «Non siamo a favore dell’aborto — puntualiz­za Lerma —, e difatti fra i nostri firmatari ci so­no molti cattolici. Ma siamo contro le manipola­zioni. È ovvio che la scienza possa stabilire ciò che è vivo e ciò che non lo è. Però non si può usare la scienza per dire quando si è, o no, un essere umano». (si veda quanto è abberrante e falsa una simile dichiarazione: la scienza non saprebbe dire cosa è un essere umano? Lo confonde forse con una pietra, o con un girino, o con un coniglio? Folle…ndr).

Pamplona, 29 marzo 2009.

2 Lo storico Pío Moa Spagna ’36, di chi la vera colpa?

Antifranchista militante, membro negli anni Settan­ta del Partito comunista clandestino e attivista del gruppo rivoluzionario maoista Grapo, do­po la caduta della dittatura Pío Moa si è buttato a capofitto nello studio della storia dell’ascesa di Franco, della Guerra civile spagno­la e della Repubblica del Fronte popolare.

E ne è riemerso con idee radicalmente discoste dai luoghi comuni storiografici che – in Spa­gna evidentemente come in Italia – tracciano senza esitazione la linea di demarcazione tra i buoni e i cat­tivi. Moa, che giovedì sarà ospite del Centro culturale di Milano nell’incontro «Liberazione o furia i­deologica? Verità e mito della Guer­ra civil» (Sala Verri, via Zebedia, 2), ricostruisce l’annuncio della con­clusione della Guerra civile, dato da Franco il primo aprile di set­tant’anni fa:

«Fu davvero la fine della guerra – spiega lo storico gali­ziano, autore nel 2003 di Los mitos de la Guerra Civil che, con cento­cinquantamila copie vendute, re­stò al primo posto in classifica per sei mesi consecutivi–. Dopo la Se­conda guerra mondiale i comunisti cercarono di riaccendere la guerra civile attraverso la guerriglia, come in Grecia. Però fallirono. In Grecia i guerriglieri furono sconfitti soltan­to grazie all’appoggio di Gran Bre­tagna e Stati Uniti, mentre in Spa­gna furono annientati senza alcun bisogno di aiuti esterni».

Perché? «Perché non trovarono quasi nes­sun appoggio tra la popolazione. La gente si ricordava molto bene che cos’erano stati il Fronte popo­lare e il comunismo, e non voleva più nulla del genere. In Spagna sol­tanto negli ultimi anni, con Zapa­tero, è ritornato un certo clima psi­cologico da guerra civile, imposto dal potere».

L’opposizione antifranchista era davvero democratica, oppure per quelle sinistre il termine era, come negli anni Trenta-Cinquanta in I­talia, soltanto un sinonimo di ‘an­tifascista’? «A opporsi a Franco c’era un insie­me di comunisti, anarchici, marxi­sti rivoluzionari del Psoe [Partito socialista operaio spagnolo, oggi guidato da Zapatero, ndr], diversi gruppi golpisti come quello repub­blicano di Azaña, nazionalisti cata­lani; in più c’era il Partito naziona­lista basco, di un razzismo non lontano da quello nazista. È ridico­lo pretendere che questi partiti fos­sero democratici. In realtà avevano distrutto ogni legalità nella Repub­blica, che almeno in parte era de­mocratica, e così causarono la Guerra civile».

Perché attribuisce al Fronte popo­lare la responsabilità di aver real­mente causato la guerra? «Nell’ottobre del 1934 il Psoe e i na­zionalisti catalani si sollevarono contro il governo legittimo e de­mocratico di centrodestra. Sconfit­ti, non mutarono atteggiamento, fino a quando non riuscirono a ra­dunare quasi tutte le sinistre nel Fronte popolare, con il quale si presentarono alle elezioni del feb­braio 1936. Fu un voto antidemo­cratico, pieno di violenze, e il Fron­te si proclamò vincitore anche se i dati elettorali non furono mai pub­blicati. Immediatamente iniziò un’ondata di omicidi, trecento in cinque mesi. Solo una minima par­te fu compiuta dalla Falange, allora un piccolo partito semi-fascista che peraltro iniziò a uccidere sol­tanto dopo che diversi sui militanti erano stati ammazzati impune­mente dalle sinistre. E poi incendi, assalti alle sezioni e ai giornali di destra, fino al sequestro e all’omi­cidio di Calvo Sotelo, uno dei capi dell’opposizione. Il governo, intan­to, organizzò un’illegale revisione dei seggi per sottrarne decine alla destra e destituì, altrettanto illegal­mente, il presidente della Repub­blica, Alcalá-Zamora; annullò poi ogni indipendenza della magistra­tura, ponendola sotto la supervi­sione dei sindacati, e si rifiutò di arrestare l’ondata di violenze. Non rispettava né faceva rispettare la legge, e di fatto proteggeva il pro­cesso rivoluzionario: quando un militante di destra veniva assassi­nato, la polizia perseguiva… la cer­chia della vittima. I militari, esitan­do molto, cercavano di organizzare un complotto; quando però Calvo Sotelo fu ucciso da un gruppo di poliziotti e miliziani socialisti, Franco e gli altri smisero di esitare e si ribellarono. Credo che in pochi altri Paesi i conservatori avrebbero sopportato tante violenze e illega­lità prima di sollevarsi».

In questo contesto si inscrivono anche le violenze contro i religiosi. Qual è lo stato attuale della ricerca storica su questo tema? «Furono ammazzati circa sette­mila religiosi, da vescovi a mona­che; più ancora furono gli uccisi per il solo fatto di essere cristia­ni. Furono distrutte migliaia di chiese, incendiati monasteri – al­cuni con biblioteche di grande valore –, rubata un’infinità di o­pere d’arte. L’omicidio dei reli­giosi mostrò un sadismo difficile da credere. Non fu una persecu­zione popolare spontanea, ma organizzata dai principali partiti. Di tutto questo oggi non si può più dubitare».

Perché interpreta la sollevazione franchista come un "atto reazio­nario"? «Perché, letteralmente, reagiva contro un processo ri­voluzionario. Franco non si sollevò contro la Repubblica né con­tro la democrazia, ma contro la rivoluzione. I franchisti non crede­vano nella democra­zia, poiché ritenevano che ormai fosse diven­tata impossibile, in Spagna; all’epoca, del resto, in tutta Europa erano in mol­ti a credere che la democrazia libe­rale apparteneva al passato».

Ma tra franchisti e repubblicani non c’era, negli anni Trenta, nes­suna forza democratica? «No. Non esistevano sinistre demo­cratiche. Le più moderate volevano imporre un regime come quello del Partito rivoluzionario istituzio­nale messicano, e le più estremiste – la maggioranza – anela­vano a una rivoluzione in stile sovietico o a­narchico. Le destre ri­spettavano molto di più la legalità repub­blicana, e si sollevaro­no soltanto quando la situazione era com­promessa. La maggio­ranza delle destre non era fascista, ma neanche democratica: erano conservatori, e dopo il Fronte po­polare cercarono di organizzare un regime cattolico. che chiamavano ‘democrazia organica’. La dittatu­ra di Franco fu autoritaria, non to­talitaria, e la differenza è essenzia­le. Fu molto meno dura di quella sovietica, per capirci».

È difficile, oggi in Spagna, mettere in dubbio i dogmi storiografici sui ‘buoni’ e i ‘cattivi’ della Guerra civile? «Lo è stato fino a pochi anni fa, quando l’intera storia della guerra e del franchismo era fatta di miti, però si impone sempre più una versione adeguata dei fatti storici. Perché i fatti sono testardi, nono­stante il fatto che siano molti coloro che cercano di occultarli – a partire dall’attuale governo. Ma ormai han­no perso la partita e in pochi anni quei miti spariranno del tutto: cosa necessaria per tutelare la democra­zia e arrestare l’involuzione politica attuale». Avvenire 1 aprile 2009

 

 

La conversione del massone

«Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aper­to» . A sentire queste parole del Van­gelo, durante una Messa nella crip­ta sopra la grotta di Lourdes, Mau­rice Caillet rimase attonito. Erano le stesse che aveva sentito quindici anni prima, nel 1970, il giorno del­la sua iniziazione come Apprendi­sta nella Loggia "Perfetta Unione" di Rennes, Grande Oriente di Francia, una delle più antiche Logge tran­salpine. Nel silenzio successivo, sentì una voce che gli chiedeva di offrire qualcosa in cambio del be­neficio che andava cercando in quel luogo sacro. Pensò di dover offrire se stesso. «Mi ripresi in qualche mo­do – racconta Caillet nelle sue me­morie – quando il sacerdote alzava l’Ostia, nella quale per la prima vol­ta in vita mia riconobbi Gesù sotto le sembianze di un umile pezzo di pane. Era la Luce che avevo cerca­to invano nel corso di molteplici i­niziazioni» . Una specie di folgora­zione. «Alla fine della Messa, seguii il sacerdote in sacrestia e, senza molti preamboli, gli chiesi il batte­simo» . Caillet non era arrivato lì come pel­legrino.

Nato nel 1933 in una fami­glia bretone anticlericale, era cre­sciuto nell’ostilità verso ogni cosa che sapesse anche vagamente di ‘cattolico’. Laureatosi in medicina, specializzatosi in urologia e gine­cologia, si era associato a Planned Parenthood, la lobby multinazio­nale abortista, impegnandosi nella promozione della contraccezione e – benché non fosse ancora legaliz­zata – nella pratica della sterilizza­zione sia maschile che femminile. Divorziato dalla prima moglie, nel fatidico maggio 1968 aveva bussa­to a Rue Cadet 16 a Parigi, sede del Grande Oriente di Francia, chieden­do l’ammissione alla Libera Mura­toria. Richiesta, accettata, che lo a­vrebbe portato nel giro di non molti anni a salire la sca­la iniziatica: Ap­prendista, Compa­gno, Maestro, nel 1973 Vigilante di una nuova Loggia fondata a Ren­nes, un anno dopo Venerabile Mae­stro, quindi deputato al ‘ conven­to’, l’assemblea nazionale del Gran­de Oriente. Infine l’iniziazione agli alti gradi del Rito Scozzese Antico e Accettato, sino al diciottesimo, quello di Cavaliere Rosa- Croce. Parallelamente, l’ascesa era stata anche professionale, grazie all’aiu­to di innumerevoli "fratelli" sparsi nelle strutture sanitarie e ammini-­strative locali: da specialista rino­mato a direttore di un’altrettanto ri­nomata clinica privata, poi l’iscri­zione al Partito Socialista e, con l’ar­rivo all’Eliseo di François Mitter­rand nel 1981, la nomina in una commissione del ministero della Salute. Nel mentre, Caillet si era anche distinto come pri­mo medico a prati­care aborti in Bre­tagna, dopo la de­penalizzazione della cosiddetta ‘ interruzione di gravidanza’ nel 1975, arrivando a polemizzare sulle pagine di Le Mon­de direttamente con l’illustre genetista Jerôme Lejeune. Un curriculum impeccabile, in­somma. Fino a quella visita fatta a Lourdes, dove Caillet si era deciso a portare la compagna Claude, da me­si a letto per una malattia misterio­sa, alla ricerca non di una "grazia", ma di un contatto con quelle forze telluriche che anche l’Iniziazione – René Guénon docet – riconosce at­tive in molti santuari e luoghi sacri. Forze banalmente interpretate dal­la bêtise cattolica come influssi ma­riani. Se non che, mentre il Cavalie­re Rosa- Croce sperava in un influs­so benefico per Claude, cattolica non praticante ma con una fede mai del tutto sopita, lei dal freddo delle piscine in cui era immersa pregava per la conversione di Maurice. Otte­nendo, alla fine, il vero miracolo. Di questa vicenda e di come abbia sconvolto la sua vi­ta, con l’abbando­no traumatico del­la Massoneria, Caillet ha voluto parlare per esteso in un libro da poco uscito in Spagna, Yo fui masón (LibrosLibres, pagine 188, euro 18), Sono stato massone.

Trattasi di un racconto dall’interno – e per questo piuttosto raro – del mondo delle Logge e della vita nel Grande Oriente di Francia. Una de­scrizione dei riti iniziatici, una te­stimonianza oculare dell’odio anti­cattolico coltivato nel GOF e, non ultimo, dell’efficacia della Masso­neria nel dettare la propria agenda politica. Racconta Caillet, fra i tan­ti episodi: «Dopo la sua elezione nel mese di maggio [ 1974] Valery Gi­scard d’Estaing, oltre alla nomina di Jacques Chirac come primo mi­nistro, prese come consigliere per­sonale Jean- Pierre Prouteau, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia… al ministero della Salute collocò Simone Veil, giurista, già deportata ad Au­schwitz, che aveva come consigliere il già citato [ e masso­ne] Pierre Simon, con cui tenevo una corrispondenza. I politici erano già rodati… e il proget­to di legge sull’a­borto venne elabo­rato rapidamente » . Infine il ricordo, drammatico, di come la solidarietà massonica pos­sa tramutarsi in un’implacabile ta­gliola per gli apostati: dal mobbing che costrinse sia Caillet che la compagna ( poi, dopo lunghe tra­versie, sposata in Chiesa) alle di­missioni dal proprio posto di la­voro, con l’impossibilità di reinse­rirsi nella sanità pubblica, alle mi­nacce di morte fatte pervenire da ex-"fratelli". Un quadro che, come spiega l’autore in un’intervista concessa una radio cattolica, por­ta inevitabilmente a chiedersi: «Dopo la legge del 1905 sulla se­parazione della Chiesa dallo Stato, a quando una legge per la separa­zione dello Stato dalla Massone­ria?» . Bella domanda. di Andrea Galli Avvenire, 16 gennaio 2009

 

per approfondire si veda La massoneria contro la vita, https://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=277

Rassegna stampa su Gaza.

Hamas è Gaza e Gaza è Hamas? La domanda non è di poco conto perché ogni considerazione su questa nuova tappa del dramma israelo-palestinese dipende dalla risposta.

Hamas è un’organizzazione certamente nemica di Israele, ma si può dire altrettanto del milione e mezzo di persone che popolano quell’infernale territorio (le definizioni si sprecano, come si è visto in questi giorni, e al di là delle polemiche nominalistiche ci sono pochi dubbi sul fatto che Gaza compaia assieme alla Somalia e ad Haiti in testa alla classifica dei luoghi peggiori del pianeta) da Hamas governato? Molte di quelle persone hanno di sicuro sentimenti ostili contro lo Stato e il popolo ebraici, molte sono senza dubbio legate al partito terrorista e fondamentalista, molte beneficiano della sua capillare rete di assistenza e la preferiscono al caotico e corrotto sistema dei clan di Al Fatah; ma molte altre subiscono la situazione e vorrebbero solo vivere altrove, non avendo in “patria” altra scelta che non la miseria e la sottomissione all’islamismo. Sappiamo bene chi sono i militanti di Hamas, ma non quanti sono. Dicono che si mimetizzano tra la gente e che risulta molto difficile distinguere tra la mamma e la miliziana, il disoccupato e il guerrigliero, l’adolescente e il kamikaze. Ma sforziamoci di immaginare, perché un nucleo identificabile, per quanto ampio e amplissimo, ci deve pur essere: diecimila, trentamila, cinquantamila, centomila, quale è un numero ragionevole? Una volta stimato, e lo avranno certamente fatto i servizi di informazione israeliani, cosa fare di tutti coloro che lo eccedono? Che proposta fare loro e chi la dovrebbe fare: Stato di Israele, Onu, Unione Europea, Lega Araba, Egitto, Giordania, Iran, Autorità palestinese -che peraltro a Gaza non possiede nulla del nome di cui si fregia? Nella “guerra” attuale appare invece una tema solo: Israele contro Hamas e questo “contro” coincide con Gaza. Non è chiaro quale sia l’obbiettivo israeliano, al di là di quanto dichiarato ufficialmente: garantire la sicurezza dei territori israeliani dal famigerato lancio dei razzi (che dal 2001 hanno provocato venti morti) e bloccare una volta per sempre il traffico d’armi tra Gaza e il resto del mondo. La ragione di questa non chiarezza è nella tanto sottolineata sproporzione tra i mezzi utilizzati e appunto il raggiungimento degli obbiettivi: bombardamenti aerei e offensiva di terra che hanno causato centinaia di vittime, tra cui moltissimi “civili”, cioè persone che vivono in una regione governata da Hamas ma non per questo sono ascrivibili alle forze di Hamas. Ci si domanda se per il traffico d’armi sarebbe bastato far saltare le gallerie che da Rafah si dipartono verso l’Egitto assieme a un più serrato controllo navale e per il lancio dei missili bombardamenti un po’ più mirati di quelli attuati. Forse l’obbiettivo indiretto è l’Iran, forse il recupero di fiducia nell’opzione militare messa a dura prova con il pratico fallimento visto in Libano due estati fa, forse “fare qualcosa” per uscire da uno stallo infinito, forse annientare Hamas militante per militante (e sono i commentatori americani a ricordare che la nascita dell’organizzazione, venti anni fa, fu “ben accolta” da Israele in funzione anti-Olp – non troppo diversamente da quanto gli Stati Uniti fecero nei confronti dei mujahiddin afgani in funzione antisovietica). Si capirà più avanti se l’operazione abbia questi o altri scopi o anche nessuno scopo, nel senso che “prima si fa la guerra e la politica si fa poi a seconda di quanto accaduto sul campo”. Ma il fervore con cui in questi giorni da tante parti si dice che la cosa più importante è il dopoguerra, è fuorviante e fuori luogo. La cosa più importante è la realtà di una guerra che vediamo dispiegarsi giorno dopo giorno, ora dopo ora. E che fa coincidere Hamas con Gaza e Gaza con Hamas.

Roberto Fontolan, dirigente Avsi, da sussidiario.net

 

  Il decalogo di padre Samir, consulente del papa per il Medio Oriente, per la pace, all’indomani della guerra in Libano.

Alla fine, Israele non ha raggiunto il suo obiettivo principale, annientare l’Hezbollah, e con esso la resistenza, né ha seminato la discordia tra le differenti confessioni libanesi. In compenso, però, è riuscito a seminare una distruzione duratura nel Libano. Hezbollah afferma di essere il vincitore, e in un certo senso lo è; ma in realtà è destinato a sparire quale milizia. Tutti hanno perso. Sia lode a Dio! Perché altrimenti, qualcuno avrebbe potuto ancora credere che la guerra possa produrre la pace o essere un’opzione in qualche modo interessante.

Il grande perdente è il popolo libanese, che ha pagato il tributo più pesante in vittime civili e infrastrutture. Tale è l’ironia della sorte, e il machiavellismo dei grandi! Ed è precisamente questo popolo che, più di ogni altro, aspira alla pace e opera quotidianamente per un progetto intercomunitario. “Il Libano è più che una terra, è un messaggio”, diceva Giovanni Paolo II, e dopo di lui tanti uomini di ogni confessione religiosa.

La supremazia militare d’Israele – che non aveva bisogno di essere dimostrata – non gli ha portato la pace, ma piuttosto ha incrementato l’odio e dunque potenzialmente la guerra. I katiusha non renderanno a Hezbollah le sue centinaia di morti, né restituiranno la terra ai palestinesi. Certo, il mondo musulmano, nella sua parte più gregaria, canta le lodi di Hezbollah; ma questo non porterà né più democrazia, né più modernità, né più benessere, né più pace, cose a cui aspira ogni musulmano.

ANDARE ALLE RADICI DEL PROBLEMA

La guerra non ha mai prodotto frutti duraturi. L’estremismo non si combatte con la guerra, men che meno il presunto “terrorismo”. Tutti i politici riconoscono che occorre “andare alle radici del problema”, il quale risale a più di 50 anni fa. Bisogna necessariamente affrontarlo.

Hezbollah, che ha usurpato all’esercito libanese la funzione di difendere la patria, non è la radice del problema: non esisteva neppure quando Israele ha invaso il Libano nel 1982 per attaccare i palestinesi che vi si trovavano. Neppure l’attentato contro Israele ai giochi olimpici di Monaco nel 1972, che ha dato inizio al terrorismo nella regione, è la radice del problema. Neppure gli attacchi continui di Israele contro la terra dei palestinesi e contro i paesi vicini sono la radice del problema.

Il problema non è di ordine religioso: tra ebrei e musulmani, o tra ebrei, cristiani e musulmani, anche se è evidente che la dimensione religiosa non è mai assente dalla politica medio-orientale. Non è dunque una guerra tra ebrei (sostenuti dai cristiani) e musulmani. E non è neppure una guerra etnica, tra ebrei e arabi – e chi potrebbe pretendere seriamente che gli ebrei o gli arabi siano realtà etniche? La radice del problema non è dunque né religiosa né etnica; è puramente politica, ed alla politica si aggancia tutto il resto (comprese cultura, sociologia, economia, ecc.) per rafforzare le rispettive posizioni.

Il problema risale alla creazione dello stato d’Israele e alla spartizione della Palestina nel 1948 – a seguito della persecuzione organizzata sistematicamente contro gli ebrei, considerati precisamente come una “razza”! – decisa dalle grandi potenze senza tener conto delle popolazioni presenti in questa terra (santa): è questa la causa reale di tutte le guerre che ne sono seguite. Per porre rimedio a una grave ingiustizia commessa in Europa contro un terzo della popolazione ebrea mondiale, la stessa Europa (appoggiata dalle altre nazioni più potenti) ha deciso e commesso una nuova ingiustizia contro la popolazione palestinese, innocente rispetto al martirio degli ebrei.

Questa spartizione è in ogni caso un fatto storico, nato da una decisione internazionale. L’esistenza dei due stati, israeliano e palestinese, nei confini fissati dalle Nazioni Unite è una realtà oggettiva e legittima, e non la si può rimettere in questione. Qualunque oltraggio alla legalità internazionale, per quanto questa legalità possa essere discutibile, porta in sé un male più grande ancora di quello contestato. Perciò ogni soluzione del conflitto che non rispetti integralmente la legalità internazionale, cioè le risoluzioni dell’ONU, non può condurre alla pace.

PROPOSTE PER UN PIANO DI PACE DEFINITIVO

Per raggiungere la pace, solo la strada della diplomazia ha qualche probabilità di successo. Questa strada si fonda su due regole complementari: da una parte, la giustizia e il rispetto della legalità internazionale; dall’altra, la necessità di fare alcune concessioni per tenere conto della realtà. Il che presuppone da una parte conoscenza e senso del diritto internazionale; dall’altra flessibilità e discernimento nonché disponibilità a rinunciare ad una parte dei miei diritti a favore dei diritti dell’altro. Aggiungerei un appunto: posto il fatto che da più di mezzo secolo dominano guerra e odio, non esiste una soluzione perfetta; occorre cercare e accettare la meno imperfetta delle soluzioni.

Occorre raggiungere una soluzione duratura – anzi, definitiva – della crisi del Medio Oriente, per poter costruire tutti insieme, lentamente, la pace. E forse – se ci è permesso di sognare un po’ – per creare una Unione Medio-Orientale (UMO), così come esiste una Unione Europea (UE), nata essa stessa dalla convinzione dell’inutilità delle continue guerre in Europa, soprattutto tra Francia e Germania.

Per raggiungere questo obiettivo, proverei ad indicare una via, nello stesso tempo giusta e realista, che esprimo in questi punti essenziali, un piccolo “decalogo della pace in Medio Oriente”:

  1. Creare uno stato palestinese basato sulle frontiere internazionali anteriori alla guerra del 1967; dovranno essere fatte piccole modifiche, purché di comune accordo fra Israele e Palestina.

  2. Il “diritto di ritorno” dei palestinesi, riconosciuto dall’ONU nella risoluzione 194 dell’assemblea generale, dovrebbe essere riconosciuto per principio, anche a costo di discuterne l’applicazione, fra il ritorno di un numero limitato di palestinesi e un compenso per gli altri garantito dalla comunità internazionale.

  3. Le colonie israeliane potrebbero rimanere per un periodo limitato (per esempio, una decina d’anni) sotto la sovranità israeliana. Successivamente, i coloni dovranno decidere: o ritornare in Israele, o restare sotto la sovranità palestinese, come hanno fatto un tempo i 160.000 palestinesi che hanno deciso di vivere sotto la sovranità israeliana.

  4. Riconoscimento ufficiale e scambio di ambasciatori: ciascuno stato del Medio Oriente (compresi Turchia, Iran, Iraq, Siria, ecc.) deve riconoscere ufficialmente come definitive le frontiere degli altri stati, e impegnarsi ad accreditare ambasciatori in questi stati.

  5. Istituire una forza internazionale “robusta” laddove la pace non sia stata ancora pienamente acquisita, per controllare anche il traffico delle armi; in particolare tra Israele e Palestina, Israele e Libano, Libano e Siria, Siria e Iraq, Iran e Iraq, Turchia e Iraq. Questa forza dovrebbe essere posta su entrambi i lati delle frontiere internazionali.

  6. Aiutare gli stati militarmente deboli a costituire un esercito nazionale sufficientemente forte per assicurare da solo la sicurezza e quindi smilitarizzare tutti i gruppi: milizie o coloni. Allo stesso tempo, operare per la riduzione degli investimenti militari nel Medio Oriente e per controllare gli stati militarmente potenti.

  7. Liberare tutti i prigionieri degli altri paesi detenuti in ciascuno stato, mediante accordi di scambio; in particolare tra Israele e Palestina, Israele e Libano, Libano e Siria.

  8. Creare una commissione internazionale per risolvere in modo equo il problema dell’acqua nella regione, condizione essenziale per lo sviluppo e causa frequente di conflitti.

  9. Creare una commissione internazionale, che comprenda Israele e Palestina, per la città di Gerusalemme, che i due stati desiderano legittimamente assumere come capitale. Si tratta qui di garantire la sicurezza, la libertà di movimento e il rispetto delle frontiere internazionali all’interno della città; ma anche la sacralità, la salvaguardia e l’accessibilità dei Luoghi Santi che sono un patrimonio universale e devono essere protetti da accordi internazionali.

  10. Lanciare il progetto di una Unione Medio-Orientale (UMO) tra tutti gli stati della regione, compresi ovviamente Israele, Palestina, Giordania, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Iran, ecc, se sono decisi a vivere in pace tutti insieme. Porne le fondamenta giuridiche, economiche, politiche, militari e culturali; definire le condizioni per esserne membri; organizzare incontri tra gli stati della regione; proporre un calendario, ecc. Firmare accordi di pace bilaterali o multilaterali per lunghi periodi (da 10 a 20 anni). Per molti punti si potrà approfittare dell’esperienza dell’Unione Europea.

UN’UTOPIA DA REALIZZARE

Perché un tale progetto possa iniziare a realizzarsi occorre una rivoluzione mentale. Da più di mezzo secolo i responsabili politici d’Israele e dei paesi arabi non hanno proposto che la violenza ai loro popoli come unica soluzione ai problemi, convincendoli che il diritto e la ragione erano con loro. Occorrerà un lungo lavoro interiore e molto coraggio per cambiare discorso. La guerra non richiede coraggio, la pace sì!

La guerra che si è svolta sotto i nostri occhi, con il suo strascico disumano di bestialità e sofferenze, ha consentito a milioni di persone, di tutte le tendenze, di capire che la violenza è inutile, che il Medio Oriente non sarà pacificato dalla guerra. Questa scoperta è forse l’unico bene emerso da questa tragedia, il cui prezzo elevato è stato pagato soprattutto dal popolo libanese, che aveva appena iniziato la ricostruzione.

Se da questa tragedia potesse nascere un progetto serio di pace definitiva, allora questo martirio non sarà stato vano! “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Romani 8, 28), scriveva un ebreo orientale all’alba del cristianesimo, Paolo di Tarso. E un figlio di Annaba (oggi in Algeria), non meno celebre, chiamato Agostino, commentava questo pensiero aggiungendo due parole: “etiam peccata” (De Doctrina Christiana 3, 23, 33), anche i peccati. Noi diciamo: “anche la guerra”. Perché no?

Molto prima di Paolo e Agostino, un vecchio ebreo ispirato, Isaia, aveva proclamato la sua utopia:

“Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. La vacca pascolerà con l’orsa, i loro piccoli si sdraieranno assieme, e il leone mangerà il foraggio come il bue. Il lattante giocherà sul nido della vipera, e il bambino divezzato stenderà la mano nella buca del serpente. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo, poiché la conoscenza di Yahvé riempirà la terra, come le acque coprono il fondo del mare. In quel giorno, verso la radice di Iesse, issata come vessillo dei popoli, si volgeranno premurose le nazioni, e la sua residenza sarà gloriosa. In quel giorno il Signore stenderà di nuovo la mano per riscattare il residuo del suo popolo rimasto in Assiria e in Egitto, a Patros e in Etiopia, a Elam, a Scinear e a Camat, e nelle isole del mare. Egli alzerà un vessillo verso le nazioni, raccoglierà gli esuli d’Israele, e radunerà i dispersi di Giuda dai quattro canti della terra” (Isaia 11, 6-12).

L’utopia, questo paese che non esiste da “nessuna parte”, potrebbe domani realizzarsi se palestinesi e israeliani, libanesi e siriani, ebrei e musulmani, insomma noi tutti volessimo credere all’impossibile. I libanesi ci credono ancora? Il mondo ci crede ancora? Il realismo consiste nell’avere una visione utopistica precisamente per poterla realizzare.

Questo paese che non esiste è il paese del futuro. La “terra promessa” non cade dal cielo, si costruisce con la fatica e il cuore di coloro che cercano e costruiscono la pace. La “Gerusalemme celeste” dell’Apocalisse o esiste sulla terra o non esiste affatto. Quella Gerusalemme di cui il salmista canta: “In essa ogni uomo è nato”, aggiungendo: “l’Altissimo la tiene salda. Sono in te tutte le mie sorgenti!” (Salmo 87).

Allora tutti i popoli potranno cantare con Davide:

“Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: ‘Su di te sia pace!’. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Salmo 122, 6-9).

Allora si realizzeranno le parole dell’Apocalisse (21, 2-4):

“Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ‘Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate’”.

Barabra Spinelli su La Stampa del 11/1/2009

Non molto tempo prima dell’offensiva contro Gaza, il premier israeliano Ehud Olmert pose a se stesso e al proprio popolo una domanda gelida, senza precedenti. Una domanda non concernente i valori e la morale, ma la pura utilità.

Era il 29 settembre, e in un’intervista a Yedioth Ahronoth denunciò quarant’anni di cecità: quella d’Israele e la propria. Disse che era arrivato il momento, non rinviabile, in cui lo Stato doveva mutare natura e scegliere come vivere e sopravvivere: se guerreggiando in permanenza, o cercando la pace coi vicini.

Non negò le colpe di Hamas e di molti Stati arabi, ma invitò i connazionali a concentrarsi sul «proprio fardello di colpa». Il fardello consisteva negli automatismi del pensiero militarizzato: «Gli sforzi di un primo ministro devono puntare alla pace o costantemente aspirare a rendere il paese più forte, più forte, più forte, con l’obiettivo di vincere una guerra?».

Aggiunse che personalmente non ne poteva più di leggere i rapporti dei propri generali: «Possibile che non abbiano imparato assolutamente nulla? Per loro esistono solo i carri armati e la terra, il controllo dei territori e i territori controllati, la conquista di questa e quella collina. Tutte cose senza valore». L’unico valore da ritrovare era la pace, perseguibile a un’unica condizione: liquidando le colonie, restituendo «quasi tutti se non tutti i territori», dando ai palestinesi «l’equivalente di quel che Israele terrà per sé». Alla Siria andava reso il Golan, ai palestinesi parte di Gerusalemme. Così parlò il primo ministro d’Israele, non un preconcetto nemico dello Stato ebraico e del suo popolo.

Da queste parole sembra passato un tempo enorme e oggi non sono che fumo e fame di vento, come nel Qohèlet. Allora l’opportunità era imperativa, vicina. Nemmeno tre mesi dopo, la guerra è decretata «senza alternative». Allora Olmert pareva ascoltare gli intellettuali contrari alle soluzioni belliche: da Tom Segev a Gideon Levy a Abraham Yehoshua che tra i primi, su La Stampa, ha invocato negli ultimi giorni la tregua. Tre mesi dopo il pensiero militarizzato si riaccende e il dissenso si dirada. Non restano che Segev, Gideon Levy, Yossi Sarid. Perfino Yehoshua considera vana una reazione proporzionata ai missili di Hamas «perché la capacità di sopportazione e resistenza dei palestinesi è infinitamente superiore a quella degli israeliani». La domanda gelida di Olmert, a settembre, era la seguente e resta valida: «Che faremo, dopo aver vinto una guerra? Pagheremo prezzi pesanti e dopo averli pagati dovremo dire all’avversario: cominciamo un negoziato».

Secondo Olmert, Israele era a un bivio: «Per quarant’anni abbiamo rifiutato di guardare la realtà con occhi aperti (…). Abbiamo perso il senso delle proporzioni».
Non poche cose s’intuiscono, anche se ai giornalisti è vietato il teatro di guerra. Quel paesaggio che da giorni vediamo sugli schermi, alle spalle dei reporter, è praticamente tutta Gaza: non più di 40 chilometri di lunghezza, 9,7 chilometri di profondità. Con 360 chilometri quadrati, Gaza è più piccola di Roma e abitata da 1,5 milioni di palestinesi.

Inevitabile che in un lembo sì minuscolo i civili abbattuti siano tanti (metà degli uccisi, secondo alcuni). Inevitabile chiedersi se i governanti israeliani non persistano nella cecità, quando negano che la loro guerra sia contro i civili e un disastro umanitario.
Israele ha serie ragioni da accampare: i missili di Hamas sulle città del Sud, da anni e malgrado il ritiro unilaterale voluto da Sharon nel 2005, generano angoscia e collera indicibile, anche se i morti non sono molti. Ma ci sono cose non dette, in chi giustamente s’indigna: cose che questi ultimi nascondono a se stessi, dure da ammettere, non vere.
Non è vero, innanzitutto, che lo Stato israeliano reagisca senza voler penalizzare i civili.

Bersagliando i luoghi da cui partono i missili di Hamas, esso sa che subito Hamas e i missili si sposteranno altrove, e che in quei luoghi non resteranno che i civili: vecchi, donne, bambini. Lo dicono essi stessi, ai giornalisti: «Quando parte un missile vicino alle nostre case, scuole, moschee, sappiamo che non Hamas sarà colpito, ma noi». La domanda è tremenda: come spiegare agli abitanti di Gaza la differenza con rappresaglie che, come a Marzabotto, sacrificarono centinaia di civili al posto di introvabili partigiani?
Secondo: non è vero che non esistessero alternative all’attacco aereo e terrestre. Se la tregua con Hamas non ha funzionato, è perché mai iniziò veramente. Perché i coloni avevano evacuato la Striscia ma Israele manteneva il controllo dei cieli, del mare, dei confini. Il cessate il fuoco negoziato a giugno prevedeva la fine del lancio di missili palestinesi ma anche la rimozione del blocco di Gaza, imputabile a Israele. I missili son diminuiti, anche se non scomparsi: ne cadevano a centinaia tra maggio e giugno, ne son caduti meno di 20 nei quattro mesi successivi. Nulla invece è accaduto per il blocco.

Questo è il «fardello di colpe» israeliane, non piccolo, e ancora una volta la geografia aiuta a capire. Dice il governo d’Israele che dal 2005 Gaza appartiene ai palestinesi, ma che non è servito a nulla. È falso anche questo, perché Gaza essendo priva di autonomia non è messa alla prova. Non le manca solo il controllo dell’aria, del mare. Ci sono sei punti di passaggio che dovrebbero consentire il transito di cibo, acqua, elettricità, uomini (lungo la frontiera con Israele il valico Erez a Nord, i valichi Nahal Oz, Karni, Kissufim, Sufa a Est; ai confini con l’Egitto il valico Rafah) e tutti sono chiusi. Per una briciola come Gaza è impossibile vivere senza rapporti coll’esterno, ed essi sono bloccati da quando Hamas ha vinto le elezioni e rotto con Fatah. Anche in tal caso un’intera popolazione paga per i politici, e quando il cardinale Martino parla di campo di concentramento (altri parlano di prigione a cielo aperto) non s’allontana dai fatti. I tunnel servono a contrabbandare armi, è vero. Ma anche a trasportare cibo, medicine, pezzi industriali di ricambio. Il disastro umanitario a Gaza non comincia oggi. E quel milione e mezzo è lì perché cacciatovi dall’esercito israeliano nel ’48.
La punizione è parola chiave, in numerose guerre israeliane. Ma la punizione en masse dei civili non punisce in realtà nessuno, e accresce ire omicide nei contemporanei e nei discendenti. È una sorta di vendetta esibita. È guerra terapeutica che libera da inibizioni morali, guerra fatta per roteare gli occhi, scrive Yossi Sarid (Haaretz, 9 gennaio). È non solo feroce, ma vana. I missili di Hamas continuano a colpire e hanno addirittura allungato la gittata: ormai colpiscono Beer Sheva (36 chilometri dalla centrale atomica di Dimona) e la base di Tel Nof (27 chilometri da Tel Aviv).

Gaza e Cisgiordania sono più che mai interdipendenti. Quel che accade in Cisgiordania ha pesato amaramente su Gaza, e pesa ancora. In questo caso sì: non c’è alternativa alla decolonizzazione e al ritiro. Anche Israele, come tanti imperi, deve passare di qui. Deve smettere di separare i teatri d’azione: di edificare nuove colonie ogni volta che negozia o ogni volta che guerreggia su altri fronti, in Libano o a Gaza. È quello che teme anche oggi Dror Etkes, coordinatore dell’associazione israeliana Yesh Din (volontari per i diritti umani): «P
osso certificare che proprio in queste ore stanno spianando terre in Cisgiordania per una nuova colonia presso Etz Efraim, e per un avamposto presso Kedumim». In un libro di Idith Zertal e Akiva Eldar (Lords of the Land, New York 2007) è scritto che la pace è irraggiungibile se non si riconosce che ogni singola colonia, e non solo i cosiddetti avamposti illegali, viola la legge internazionale; se non ci si spoglia dell’ossessione delle armi e delle terre idolatrate, che Olmert stesso ha denunciato poche settimane fa.

L’ex portavoce affonda Bush

McClellan accusa: “L’America fu ingannata sull’Iraq”

Il presidente Usa è accusato di aver fatto in modo che l’intervento militare fosse l’unica opzione

WASHINGTON ? Una guerra “non necessaria” mossa in base a falsi pretesti, un “grave errore strategico ” frutto di “una campagna di propaganda politica” diretta a “manipolare i mezzi d’informazione della pubblica opinione”: così Scott McClellan, per 8 anni al fianco del presidente Bush, e suo portavoce dal 2003 al 2006, descrive la guerra in Iraq in un libro bomba di memorie che potrebbe influire sulle elezioni, dal titolo Cosa è successo: dentro la Casa Bianca di Bush e la cultura dell’inganno di Washington. Bush, rivela l’ex fedelissimo pentito, decise d’invadere l’Iraq per imporgli la democrazia con la forza, trasformare il Medio Oriente, e assicurare alla regione una pace duratura, e perché vi vide un’opportunità per passare alla Storia, opportunità a suo parere concessa solo ai presidenti di guerra. Ma, sapendo che l’America non avrebbe accettato simili motivazioni, Bush addusse un’altra giustificazione, il possesso delle armi di sterminio da parte di Saddam Hussein, “ignorando l’intelligence che affermava il contrario “.

Bush “non mentì direttamente ” afferma McClellan “ma colorò la verità” con insinuazioni disoneste e moniti eccessivi “gestendo la crisi in modo che l’intervento militare diventasse l’unica opzione”. Se questa ricostruzione della guerra in Iraq è devastante, lo è ancora di più il ritratto che McClellan traccia del presidente e dei suoi due più fidati consiglieri, il vicepresidente Richard Cheney e l’allora direttrice del Consiglio della sicurezza nazionale “Condi” Rice. L’America si chiede, nota McClellan, “se il presidente sia solo intellettualmente distratto o se sia anche stupido”.

La realtà è che “ha tutta l’intelligenza e l’abilità politica necessarie ” osserva “ma si affida più all’istinto e alle sue convinzioni che all’analisi delle conseguenze, e a volte si persuade di ciò che gli fa più comodo al momento”. Inoltre nella testa di Bush, prosegue McClellan, citando i suoi “non ricordo” in risposta alla domanda se avesse preso cocaina, “essere evasivo non significa mentire”. Il presidente, infine, “è incapace di ammettere i propri errori e troppo ostinato per cambiare e migliorare”. Difetti esasperati da Cheney, “uno stregone” deciso ad averla sempre vinta, e dalla Rice “che non lo contestò mai” e che si preoccupò soprattutto di proteggere la propria reputazione. Nelle 341 pagine di memorie non mancano quelle che evidenziano il lato migliore di Bush: l’ex portavoce lo descrive in lacrime a un incontro con un reduce dall’Iraq gravemente ferito, e commenta che “se avesse previsto i nostri 4 mila caduti e le decine di migliaia di vittime irachene non avrebbe fatto la guerra”. Ma per il presidente e il suo erede in pectore, il candidato repubblicano John McCain, anche lui fautore del conflitto, il libro di McClellan è una pugnalata.

La Casa Bianca ha reagito con irritazione: “Sappiamo che l’esperienza di Scott a Washington non fu felice ? ha dichiarato Dana Perino, l’attuale portavoce ? è una cosa triste, non lo riconosciamo più. Il presidente non leggerà il libro, ha questioni più pressanti a cui pensare”. L’ex guru elettorale di Bush, Karl Rove, accusato da McClellan di essere stato l’anima nera dell’amministrazione, ha commentato: “Scott sembra un blogger di estrema sinistra”. McClellan appartiene a un’illustre dinastia politica texana, padre e madre figurano ancora tra i leader repubblicani. Nel libro spiega il perché della sua ribellione, qualcuno dice del suo tradimento: “Il presidente e i suoi consiglieri, in varie occasioni, mi nascosero la verità e mi spinsero a mentire ai media, nei cui confronti persi ogni credibilità”.Corriere della sera, 29/5/2008

Israele invade Gaza, un massacro.

Nei campi di Jabaliya e di Tufah 61 morti, uccisi anche 2 soldati. Abu Mazen: stop ai negoziati ” Tra le vittime civili anche 7 bambini e 4 donne, bombe dei caccia sulle abitazioni. Erekat: “Questo attacco ha sepolto, con le nostre case, anche la pace”

La Livni: “Non ci condizioneranno” siamo nel bel mezzo di una guerra. Stanno sparando su ogni cosa che si muove”. Il telefono per chi è rinserrato nella propria casa nel campo profughi di Jabaliya è l’unico filo per evadere dall’incubo fatto di spari, aerei e morti. E per raccontare. Fuori la scia degli aerei israeliani taglia il cielo. I sibili sinistri preannunciano un nuovo raid. Una “guerra” – la più dura battaglia dai tempi del ritiro unilaterale del 2005, almeno 2000 i soldati israeliani coinvolti nell’operazione – con un bilancio gravissimo: almeno 61 i morti tra i palestinesi (sette i bambini), mentre hanno perso la vita anche due soldati israeliani. Almeno 150 i feriti. L’attacco è iniziato poco dopo la mezzanotte di venerdì nei campi profughi di Jabaliya e di Tufah e intorno a mezzogiorno di ieri le truppe israeliane erano penetrate per circa tre chilometri all’interno dei confini di Gaza. Centrate anche diverse case. L’azione delle forze armate israeliane è la risposta alla pioggia di razzi Qassam che continua a cadere – ieri 60 – sulle città di Sderot e di Asqhelon.

Il vice ministro della Difesa israeliano, Matam Vilnai ha precisato che quella di ieri “è solo una operazione allargata e non può essere considerata come l’inizio di una più vasta invasione”. In realtà molti analisti sono convinti che l’incursione, sebbene abbia assunto dimensioni forse più ampie del previsto, costituisca una importante prova generale per i comandi dell’esercito chiamati a valutare i costi in termini di vite umane, e le difficoltà, in vista di una eventuale rioccupazione parziale della Striscia dopo il ritiro del 2005. Lo stesso ministro della Difesa, Ehud Barak, ha sottolineato che Israele “non ha fissato un limite di tempo per mettere fine all’operazione”, che durerà “finché è necessario”. La battaglia è iniziata poco dopo l’una della notte, quando unità speciali israeliane hanno tentato di penetrare nella periferia orientale di Jabaliya. Miliziani palestinesi li avrebbero individuati ed attaccati.A sostegno del commando israeliano sono così intervenuti prima elicotteri da combattimento e poi mezzi corazzati. La zona dei combattimenti si trova molto vicina al centro abitato di Jabaliya, e questo spiegherebbe almeno in parte il coinvolgimento dei civili. La reazione del presidente palestinese Abu Mazen è stata furiosa, ma la politica sembra sempre più impotente di fronte al rumore delle armi. Abu Mazen – il cui controllo su Gaza è stato scalzato da Hamas – nel pomeriggio ha minacciato di interrompere i negoziati di pace e ha definito quanto sta accadendo a Gaza “più che un Olocausto”.”Purtroppo Israele usa in questi giorni un termine generalmente evitato da 60 anni, e questo è il termine Olocausto. Ciò che accade a Gaza è più che un Olocausto”. In serata poi la drastica decisione di fermare i negoziati. Il presidente ha chiesto una “protezione internazionale” per il popolo palestinese: “? impensabile che la reazione israeliana a dei lanci di razzi, che pure noi condanniamo, sia così spaventosa”.Abu Mazen ha anche ottenuto la convocazione di una sessione d’urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per far cessare l’incursione israeliana.Perentorio Saeb Erakat, uno dei massimi negoziatori palestinesi: “I negoziati sono sepolti sotto le macerie delle case distrutte a Gaza”. Hamas ha invece puntato il dito contro “il silenzio della comunità internazionale”.

Pronta la replica di Israele. Per il ministro degli Esteri Tzipi Livni “se i palestinesi sospenderanno i colloqui di pace ciò non avrà alcun effetto sulle decisioni di Israele a Gaza”. Intanto nei campi profughi del Libano centinaia di palestinesi contro l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza. Nel più grande dei 12 campi palestinesi del Libano, quello di Ain El-Hilweh, una quarantina di chilometri a sud di Beirut, un centinaio di donne e di bambini hanno organizzato un sit-in su richiesta di Hamas. Un minuto di silenzio è stato osservato, in segno di solidarietà, dal Tavolo della Pace che ha lanciato un appello alla mobilitazione contro “il silenzio assordante” che circonda la tragedia di Gaza.Condanna, in serata, anche da parte del governo di Parigi e dai Paesi del Golfo Persico.

Salgono dunque a 261 le vittime a gaza, negli ultimi mesi (Avvenire, 1/3/2008)

Terra Santa – In Cisgiordania per ogni casa di palestinesi costruita, 18 vengono abbattute Gerusalemme (AsiaNews) – Tra il 2000 ed il 2007, nella parte della Cisgiordania che è a totale controllo israeliano per ogni casa che i palestinesi hanno avuto il permesso di costruire, 18 sono state abbattute. Peace now, organizzazione pacifista israeliana, afferma che negli anni presi in esame i palestinesi hanno presentato 1.624 domande per costruire edifici, ottenendo 91 risposte positive. Nello stesso periodo nei loro confronti sono stati emessi 4.993 ordini di demolizione, 1.663 dei quali eseguiti. Sempre negli anni in esame e nello stesso territorio, i coloni israeliani hanno costruito 18.472 unità immobiliari e hanno ricevuto 2.900 ordini di demolizione, 199 dei quali sono stati eseguiti. Sono significative le cifre – in parte contestate da un portavoce dell’esercito israeliano – contenute nel rapporto di febbraio di Peace now per dimostrare il diffondersi della presenza dei coloni ebrei nella zona C della Cisgiordania che gli accordi di Oslo affidano in gestione esclusiva ad Israele. In base a dati ufficiali, in tale zona, dunque, per ogni edificazione concessa ai palestinesi ci sono stati 55 ordini di demolizione e 18 abbattimenti; più del 94% delle richieste viene respinto; il 33% degli ordini di demolizione nei confronti dei palestinesi viene eseguito, a fronte di un 7% di esecuzioni nei confronti dei coloni ebrei. Il rifiuto in così larga scala dei permessi di costruzione, sostiene Peace now, mostra che la politica delle autorità mira ad un silenzioso trasferimento di palestinesi fuori dall’area C. Ai palestinesi infatti, sostiene il rapporto, viene impedito non solo si costruire nuove case o ampliare quelle esistenti, ma anche di edificare infrastrutture, come acquedotti o condotte elettriche. Il rapporto cita come esemplare il caso del villaggio di Qaryut, vicino Nablus. L’autorità israeliana ha rifiutato le richieste del consiglio comunale di riparare la strada, così che la gente è costretta a percorrere 23 chilometri per arrivare all’autostrada, che dista un chilometro e mezzo; rifiuto anche per l’allaccio all’acquedotto e lo sfruttamento di una delle sorgenti esistenti nel territorio comunale, tanto che l’acqua viene portata con le autobotti. Con costi e disagi ben maggiori. A fronte del rapporto di Peace Now, una fonte militare israeliana ha in parte contestato i dati sostenendo che i palestinesi di rado avanza richieste e spesso costruiscono abusivamente e che inoltre le cifre comprendono le autodemolizioni di strutture illegali compiute dai palestinesi, ma non quelle fatte dai coloni (AsiaNews del 22.02.2008)

Il nazionalismo americano secondo La Civiltà cattolica.

Pubblichiamo di seguito l’articolo scritto da John Navone S.I., professore emerito all’Università Gregoriana, e apparso sulla rivista “La Civiltà Cattolica”. * * * ? difficile comprendere gli Stati Uniti senza tener conto che il nazionalismo americano è diverso dagli altri, perché è di matrice ideologica. La sua è una storia separata, che non accetta paragoni con gli altri, e per questo è stata la più nazionalista tra le nazioni più importanti. Non solo i politici e gli uomini pubblici ma la stessa gente comune ribadisce costantemente la propria superiorità su tutti gli altri, come se la qualità della Costituzione statunitense fosse la dimostrazione di un successo nazionale permanente. A riprova del fatto che quest’ultimo si è indebolito, le rivendicazioni nazionaliste hanno assunto toni sempre più aspri. George Keenan parla di “sventolio di bandiere, retorica sentenziosa, interminabili reminiscenze della grandezza della nazione, religioso incantamento del giuramento di fedeltà, atmosfera pseudoreligiosa e sommessa della cerimonia nazionale […], intolleranza farisaica nei confronti di coloro che rifiutano di partecipare a questi vari eventi rituali” (1).

E tuttavia il nazionalismo degli Stati Uniti si è sviluppato relativamente tardi, negli ultimi 150 anni, in un Paese in cui originariamente le persone promettevano lealtà ai singoli Stati ed erano unite come nazione soprattutto in virtù del loro impegno nei confronti di un principio di governo. L’influenza che gli Stati Uniti hanno esercitato sullo sviluppo delle società politiche in altri luoghi del mondo, durante il XIX e il XX secolo, deriva dal fatto che questa nazione ? come le Repubbliche latino-americane create successivamente ? era nata da idee politiche. Gli Stati Uniti non erano una società che si trovava già “lì”, bensì una società costituita deliberatamente. La sua era, ed è, una popolazione composta soprattutto da immigrati. Come la maggior parte degli aborigeni vittime dell’espansione europea, gli indiani d’America non si sono mai completamente integrati nella civiltà che è stata loro imposta, e tuttavia erano troppo deboli per costringere gli invasori a adattarsi culturalmente ad essi. Il motivo dell’esistenza degli Stati Uniti La ragione dell’esistenza degli Stati Uniti è il principio e la pratica dell’autogoverno, come sancito nella Dichiarazione d’Indipendenza e nella Costituzione. In questo essi differiscono in modo fondamentale dagli Stati che li hanno preceduti. Le altre nazioni coloniali di lingua inglese ? Canada, Australia e Nuova Zelanda ? non hanno fondamenta ideologiche. Esistono perché furono create per esistere; non furono esse a scegliere di esistere, per quanto possano affermare un’indipendenza ideologica: in Australia esiste un movimento repubblicano, mentre il Canada è ancora alla ricerca di una definizione della propria identità. La Rivoluzione americana ebbe una notevole influenza sulla successiva Rivoluzione francese, la quale, a sua volta, esercitò un forte influsso sulle rivoluzioni latinoamericane del XIX secolo e sulla nascita delle Repubbliche a cui esse diedero vita. L’impatto degli Stati Uniti sull’Europa e sull’America Latina all’inizio del XIX secolo (e più tardi sull’Asia) è dovuto soprattutto, come scrisse Tocqueville nel 1848, alla dimostrazione da parte del popolo americano che il principio dell’uguaglianza poteva essere attuato e la democrazia realizzata con successo (2).

La nazione americana è nata per caso, e per molti anni la sua peculiarità come singola nazione è stata messa in dubbio. Una popolazione coloniale di oltreoceano, che si considerava odiosamente soggetta a un monarca lontano e alla sua sovranità, si era opposta alla tassazione senza essere rappresentata nel governo che imponeva le tasse. Da questo derivò la ribellione, la cui giustificazione era fondata su princìpi che costituirono il fondamento delle grandi idee politiche dell’epoca, quelle dell’Illuminismo: gli uomini sono uguali, e lo scopo dei governi è assicurare gli “inalienabili” diritti dell’uomo ottenendo il consenso di coloro che da essi sono governati. Apparentemente si trattava di un atto di estrema temerarietà, in quanto la popolazione non era affatto unita nel sostegno ai ribelli, e in molti Stati prevaleva una diffusa indifferenza verso la Dichiarazione d’Indipendenza e una decisa simpatia nei confronti degli inglesi. New York, la Carolina del Sud e la Georgia si trovarono alla fine in una situazione di guerra civile. L’idea americana all’epoca era radicale e continua anche oggi ad avere implicazioni radicali, comprese alcune che non sono state del tutto recepite negli stessi Stati Uniti. Tuttavia questa esperienza, per quanto si dimostrasse fondamentale per l’Occidente di allora, impedì alla nazione americana la piena partecipazione alla più ampia storia internazionale dopo il 1783, poiché gli Stati Uniti si realizzarono completamente sin dall’inizio. Nulla di ciò che seguì fu ritenuto davvero in grado di accrescere o alterare l’ordine creato dalla ratifica della Costituzione. Essa doveva soltanto essere difesa e interpretata, e la nazione difesa contro le divisioni interne e le minacce esterne. Di conseguenza hanno coesistito fianco a fianco un conservatorismo politico immobilista profondo e crescente, e un enorme cambiamento nella società e nell’economia.

Le condizioni degli inizi del XVIII secolo sono mutate da tempo, eppure l’idea e gli ideali sopravvivono, preservati, grazie a un successivo riesame, dal loro essere necessari alla stessa esistenza degli Stati Uniti. Quella che inizialmente era una società cristiana protestante bianca, nordeuropea e illuminata, formalmente impegnata nei confronti di un insieme di valori intellettuali e politici storicamente identificabile è diventata qualcosa di molto differente, non solo come risultato del passaggio del tempo, ma sempre più come conseguenza delle scelte fatte: quelle relative al secolarismo e al materialismo, un test di mercato per i valori, un’educazione non direttiva, l’immigrazione non europea, e più recentemente (comunque a titolo di prova) lo sforzo di adottare un sistema sociale multiculturale e multirazziale. Tutte scelte di natura ideologica. L’impegno ideologico di fondo rimane, ma avulso dalla cultura delle origini, un fatto poco rassicurante in vista del futuro. All’inizio gli Stati Uniti, più che una nazione, erano una confederazione indeterminata di insediamenti distanti uno dall’altro, preoccupati degli interessi locali e afflitti dalla piaga morale e regionale della schiavitù. Nel 1800 nel Paese c’erano 5.308.483 persone censite, un quinto delle quali era costituito da schiavi di colore. A ciascuno di essi successivamente, per ragioni legate alla rappresentanza al Congresso degli Stati in cui vivevano, fu attribuita la grottesca condizione di tre quinti di uomo libero. Gli adulti maschi, bianchi e liberi, erano alcuni milioni e si occupavano degli affari della Repubblica. La maggior parte degli americani viveva sulla costa atlantica. Il grande esperimento repubblicano prese l’avvio con la ratifica della Costituzione, ma persino Thomas Jefferson, il terzo presidente, non credeva che la nuova nazione potesse sopravvivere come singola nazione, né era del tutto convinto che avrebbe dovuto. Egli riteneva che la base giuridica dell’associazione degli Stati consistesse nel loro potere di esercitare il diritto di recesso. Da parte di molti si riteneva che la libertà dipendesse dall’esistenza di un’élite, e i conservatori americani ritenevano che essa fosse messa a repentaglio dalla democrazia, rappresentata dagli ideali di T. Jefferson. La Rivoluzione francese era presa come esempio del teorema democrazia uguale tirannia. Di conseguenza, l’elezione di Jefferson nel 1800 fu considerata una vittoria della rivoluzione. Egli era convinto di essersi trovato di fronte a un tentativo di restaurazione della monarchia negli Stati Uniti. La guerra del 1812 fece compiere agli Stati Uniti un ulteriore passo avanti verso l’unità nazionale, ma non condusse alla nascita di una nazione vera e propria. In fondo si trattò di una faccenda determinata dalle ripercussioni oltremare della lotta condotta dalla Gran Bretagna contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica.

Quando la guerra scoppiò, alcuni americani con mire espansionistiche ritennero che il Canada potesse essere conquistato senza alcuna difficoltà, mentre la Gran Bretagna era impegnata altrove. Ma le battaglie che seguirono si rivelarono una serie di insuccessi per gli Stati Uniti, tanto che sia il Campidoglio sia la Casa Bianca furono incendiati da una spedizione inglese. Le truppe americane che avevano invaso il Canada furono sconfitte da un contingente militare canadese numericamente inferiore nella battaglia di Detroit. Su una popolazione di sette milioni di abitanti, solo settemila americani partirono volontari per la guerra. La guerra civile (1861-65) pose fine al periodo in cui gli Stati Uniti non erano altro che una confederazione di Stati dai poteri autonomi e in competizione tra loro, dando vita a un’unione federale con un governo centrale: una nazione. Il Sud aveva come motivazione cruciale della secessione la conservazione della schiavitù, anche se questa non era l’unica ragione, ma esso era anche convinto di agire secondo i termini dell’accordo originario tra le colonie, che dai sudisti confederati era inteso come un’associazione volontaria di Stati dotati di poteri uguali e indipendenti. Anche se alla Confederazione fosse stato permesso di andare per la sua strada, è difficile immaginare che la schiavitù avrebbe potuto sopravvivere fino al XX secolo. Il Sud stesso avrebbe dovuto porle fine, in quanto le motivazioni etiche avrebbero trovato un sostegno nella inevitabile meccanizzazione dell’agricoltura meridionale. Se così fosse stato, forse le ripercussioni sarebbero state meno gravi di ciò che invece si è verificato: le aspre lotte della Ricostruzione, con i suoi sudisti e avventurieri, seguite da una nuova imposizione dell’oppressione nei confronti della popolazione di colore attraverso il meccanismo di Jim Crow (3). Tale situazione durò fino alla legislazione sui diritti civili degli anni Sessanta del secolo XX. Questo permise finalmente alla popolazione di colore di ottenere l’uguaglianza giuridica con i bianchi. L’imperialismo Prima del 1865, il nazionalismo negli Stati Uniti era qualcosa che riguardava i singoli Stati, soprattutto quelli nei quali l’economia agraria meridionale e la predominanza della religione calvinista (arminiano-metodista) inglese e anglo-scozzese avevano creato una cultura americana distinta, piuttosto indifferente nei confronti di un’immigrazione che non fosse angloceltica in altri luoghi.

La sconfitta e l’umiliazione subite dalla popolazione bianca durante il periodo della Ricostruzione rafforzarono questo nazionalismo meridionale, dando origine a una esacerbata produzione di miti che durò per buona parte del secolo seguente, senza però mai essere politicamente determinante. Il Sud fu prostrato dalla guerra del 1861-65, un’esperienza che gli lasciò una consapevolezza di fallimento e di tragedia che il resto del Paese non conobbe mai. Il nazionalismo dei nuovi Stati Uniti, dopo la guerra civile, fu alimentato dal grande flusso migratorio della metà del Novecento e del periodo successivo. Gli immigranti si recavano in America, nei suoi territori occidentali e nordoccidentali che garantivano occasioni a tutti, e non nei singoli Stati, dei quali non sapevano praticamente nulla prima del loro arrivo. Nel 1890 il capitano Alfred Thayer Mahan pubblicò L’influenza del potere marittimo sulla storia, un’opera di enorme influsso sulla trasformazione degli Stati Uniti da impero continentale a uno con mire espansionistiche nel Pacifico. Mahan sosteneva che la sicurezza nazionale non si fondava più sulla difesa del continente e sull’isolamento, ma sul possesso di colonie e sulla protezione delle rotte marittime, attraverso le quali passava il commercio internazionale. Mahan rappresentò la principale influenza intellettuale sullo sviluppo della nuova ideologia espansionistica statunitense. Essa si manifestò in pieno nei confronti dell’impero spagnolo nel 1898: questo fu distrutto in una sola notte, subendo quello che nei libri di storia spagnoli è noto come “il Disastro”, con la conquista da parte degli americani dei principali possedimenti spagnoli nei Carabi e nell’Oceano Pacifico: Cuba, Portorico, Wake Island e le Filippine. Furono annesse anche le Hawai. Il nuovo imperialismo statunitense aveva anche un’altra, e più semplice, motivazione. Il Paese, dopo la guerra civile, era in pieno boom economico. La sua industria aveva rapidamente superato quella dell’Europa occidentale.

La filosofia storica dominante era quella del darwinismo sociale, i cui presupposti apparivano evidenti nell’affermazione di Theodore Roosevelt (presidente negli anni 1901-09) che l’espansione nazionale in Europa era sempre avvenuta perché la razza era una grande razza. Era un segno e una manifestazione di grandezza in una nazione in espansione. Il successo di Roosevelt non fu dovuto tanto alle sue capacità di riformatore quanto a quelle di predicatore di virtù virili e militari, che egli avvertiva minacciate dal materialismo di una società mercantile in espansione. Roosevelt riteneva che le classi mercantili fossero troppo propense a considerare ogni cosa dal punto di vista del denaro. Egli era l’uomo giusto per l’era dell’imperialismo americano, con le sue qualità di nazionalismo romantico, il disprezzo per i fini materialistici, il culto della forza e della leadership personale, il richiamo ai componenti intermedi della società, l’idea di essere al di sopra delle classi e degli interessi di classe, un senso grandioso del destino e anche un pizzico di razzismo. Il nuovo imperialismo americano non ammise mai di essere ciò che era, in quanto sia Cuba sia le Filippine furono occupate con il pretesto di liberare i loro abitanti, benché essi manifestassero ben presto il desiderio di essere liberi dal dominio americano come da quello spagnolo. Il moralismo che caratterizzava il modo di vedere statunitense rese più agevole la sostituzione dell’internazionalismo riformista con l’espansionismo nazionale del periodo imperialista. Il darwinismo sociale era una dottrina dura, in virtù della quale come molti persero ? e furono umiliati ?, altri vinsero. L’internazionalismo liberale di Woodrow Wilson (1913-21) fornì un’espressione di quella forma di nazionalismo americano più correttamente descritto come “eccezionalismo”. Esso ritiene che le virtù americane non abbiano paragone in nessun altro luogo e rappresentino una forma del più alto grado di perfezione della società umana, che il resto del mondo si sforza di raggiungere. Tale convincimento si fonda sul semplice assunto che tutto ciò che è accaduto nel passato era finalizzato alla realizzazione di questa società, che oggi è più avanzata, se non migliore, di qualsiasi cosa esistita prima (4).

La politica estera americana sotto la presidenza di Wilson, e ancora dopo la seconda guerra mondiale, costituì un tentativo di estendere alla società internazionale i valori e le istituzioni degli Stati Uniti. Di qui la reazione preoccupata degli americani nei confronti di ogni difesa di principio del nazionalismo in altri Stati (come nella Francia di de Gaulle). Nel 1991-92, la politica dell’Amministrazione statunitense nei confronti della disintegrazione dell’Unione Sovietica e della Iugoslavia fu segnata negativamente da tale convinzione, secondo la quale era non solo un errore da parte di qualsiasi Paese frantumarsi nelle sue varie componenti, ma un tentativo votato al fallimento, in quanto la tendenza “naturale” e progressiva delle entità politiche è federarsi, evolvendo verso aggregazioni più vaste, come era accaduto per gli Stati Uniti. L'”eccezionalismo” statunitense La prima fonte dell’eccezionalismo statunitense è stata un’altra tendenza intellettuale che si sviluppò nel XIX secolo, una corrente di pensiero protestante denominata Vangelo Sociale. Essa sosteneva che l’essere umano sconfigge progressivamente il male man mano che la natura umana progredisce, e implicava che negli Stati Uniti, grazie ai meriti delle istituzioni politiche, la natura umana stava raggiungendo un livello di perfezione più rapidamente che altrove. Di conseguenza, l’America aveva il dovere di estendere i benefici di tale sistema. L’influenza di tale teologia millenarista, o premillenarista (“stiamo vivendo gli ultimi giorni”) sulla politica americana è stata più incisiva negli anni della guerra fredda (“dobbiamo affrontare il male assoluto; se non vinciamo in Vietnam, Nicaragua ecc. le nostre difese contro il disordine e il male si sgretoleranno in ogni luogo”). Lo gnosticismo politico del Vangelo Sociale esercitò un’influenza dominante nel periodo che va dal 1916 alla guerra fredda e condiziona ancora oggi il pensiero americano. Wilson si recò alla Conferenza di Pace di Parigi con la visione gnostica che gli Stati Uniti potessero portare pace, libertà e giustizia al mondo grazie a un atto di volontà. Durante e dopo la seconda guerra mondiale, fu questa visione che informò la retorica di molte grandi figure pubbliche, da Roosevelt a Wendell Wilkie, a Henry Luce. Si tratta di una convinzione annunciata sin dall’inizio nei discorsi della politica americana.

La costruzione di una copia della Statua della Libertà nella piazza Tiananmen di Pechino nel 1989 fu considerata dagli Stati Uniti un’ulteriore conferma che la causa americana è quella di tutta l’umanità. Durante le amministrazioni di Reagan e George Bush senior era opinione comune che il desiderio del resto del mondo di emulare gli Stati Uniti fosse dimostrato dalla grande richiesta di emigrare in America. In questo modo non si riconosceva che le cause principali dell’emigrazione sono la povertà e l’oppressione politica nel Paese di provenienza e che la scelta di dove andare dipende in genere dal luogo dove le persone possono arrivare e da chi permette loro di entrare. Il trionfalismo americano del periodo gnostico contrastava in modo considerevole con la modestia del tempo delle origini, quando Lincoln pregava umilmente che la nazione potesse trovare se stessa compiendo la volontà di Dio. Nei primi due anni della prima guerra mondiale, come potenza neutrale, gli Stati Uniti si considerarono unici e al di sopra delle parti, moralmente diversi, custodi dei sani e giusti valori del tempo di pace ed esponenti della pace senza vittoria. Tuttavia, tale convinzione della distanza e della superiorità morale americana, a partire dal 1917, fu trasformata in una campagna volta ad annientare i signori della guerra tedeschi grazie alla “guerra che avrebbe messo fine alla guerra”. Si riteneva infatti che gli Stati Uniti non solo avessero motivazioni superiori a quelle dei loro alleati, ma anche la missione morale di riformare l’Europa. L’idea di Wilson che gli altri leader nazionali presenti alla Conferenza non rappresentassero i loro popoli esprimeva la sua convinzione di essere lui, il leader dell’America, a rappresentarli veramente, poiché i valori fondamentali e gli interessi generali dell’umanità erano quelli già raggiunti o realizzati negli Stati Uniti, alla cui condizione gli altri non potevano che aspirare.

Questo fu il nazionalismo più alto del periodo Wilson, che è prevalso a partire dalla seconda guerra mondiale. Sia la Società delle Nazioni sia le Nazioni Unite sono state create per riorganizzare la società internazionale secondo i valori degli Stati Uniti, per mobilitare la coscienza e l’energia dell’umanità contro l’aggressione, abolire i Governi autoritari e rendere le persone capaci di scegliere la sovranità sotto la quale risiedere. A questa forma più alta di nazionalismo si accompagnò una recrudescenza di quello più basso. Il trauma provocato dalla guerra mondiale e certamente quello determinato dal senso di tradimento vissuto dall’America quando la Rivoluzione russa si trasformò nella Rivoluzione bolscevica produssero un’ondata di politica favorevole agli abitanti locali contro gli immigrati (nativismo), chauvinismo e razzismo. A questo non era estranea la convinzione che il comunismo straniero e l’anarchia minacciassero il Paese. Il rapporto degli americani con la rivoluzione è sempre stato difficile e ambiguo, e il colpo di Stato bolscevico a Mosca rappresentò uno shock per i pregiudizi americani. Nel XVIII secolo c’era stato un acceso dibattito per stabilire se il Paese dovesse oppure no entrare in guerra per sostenere la Rivoluzione francese, che inizialmente era stata considerata un’imitazione della Rivoluzione americana.

Nel 1917, la Rivoluzione di Ottobre in Russia fu salutata nello stesso modo. Sette giorni dopo l’abdicazione dello zar, gli Stati Uniti furono il primo Paese a riconoscere il nuovo governo russo di Aleksandr Kerensky. Il presidente Wilson dichiarò che la Russia era una nazione idonea per la Società delle Nazioni. Ma quando i bolscevichi presero il potere, dichiararono che la loro rivoluzione non aveva nulla in comune con tutto ciò che era venuto prima e rappresentava una strada completamente nuova nella storia mondiale. Questa volta gli Stati Uniti furono l’ultima potenza a riconoscere il nuovo Governo. L’ostilità americana nei confronti dei bolscevichi dipendeva molto dal fatto che l’Unione Sovietica minacciava di prendere il posto degli Stati Uniti all’avanguardia della storia. Ora erano i russi ? e non gli americani ? che rivendicavano il ruolo di guida nella strada verso il futuro. La risposta data al problema fu di affermare che la Rivoluzione bolscevica era una falsa rivoluzione, che usurpava la vera rivoluzione democratica, l’opera di una minoranza di cospiratori guidata dall’interesse personale, impostasi grazie alla propaganda e alla sovversione. Analoghe argomentazioni furono utilizzate nei confronti delle rivoluzioni cinese, cubana e vietnamita e della maggior parte degli altri movimenti del Terzo Mondo che nacquero contro i poteri costituiti in nome della rivoluzione proletaria. Ma gli Stati Uniti si ritrovarono sempre più isolati nel sostenere la tesi che essi soli erano gli autentici custodi dei valori rivoluzionari. Il nazionalismo localista, che prevalse per un certo periodo dopo la grande guerra, esprimeva qualcosa di più che la disillusione nei confronti del fallimento della riforma internazionalista americana. Negli Stati Uniti era sempre stata presente una schietta vena di nativismo ed esclusivismo verso “gli ultimi arrivati” da parte di coloro che erano già americani. La trasformazione, intorno al 1920, dell'”americanismo” da un’ideologia del divenire ? quella dell’assimilazione degli immigrati ? in un’ideologia dell’essere significò che quello che in un’altra epoca era patriottismo divenne intolleranza e aggressività retorica. L’abitudine di suonare l’inno nazionale agli eventi sportivi e scolastici e la recita del Giuramento di fedeltà a scuola furono tutte innovazioni che risalgono al periodo successivo al 1919.

L’Atto di Immigrazione del 1924 stabilì un tetto massimo di 150.000 persone alle quali era permesso ogni anno l’ingresso nel Paese, imponendo quote nazionali legate alla composizione nazionale esistente negli Stati Uniti. Il redivivo Ku Klux Klan nel 1920 contava poche centinaia di aderenti, mentre nel 1924 i suoi membri erano quattro milioni e mezzo. Il suo scopo era quello di unire i maschi bianchi, cittadini “gentili” nati negli Stati Uniti, che non dovevano alcuna fedeltà a nessun Governo, nazione, istituzione, sètta, sovrano, persona o popolo straniero, al fine di preservare la supremazia dei bianchi e conservare, proteggere e mantenere le istituzioni, i diritti, i privilegi, i princìpi, le tradizioni e gli ideali distintivi dell’americanismo puro. La xenofobia di matrice nativista e populista del periodo successivo alla grande guerra assomigliava al maccartismo degli anni Cinquanta, quando il Paese fu di nuovo messo sottosopra dalla ricerca di presunti sovversivi. Tuttavia esisteva una differenza. Il nazionalismo nativista del primo periodo aveva trovato un terreno di coltura nella classe operaia protestante di origine anglosassone e celtica, il ceppo originario del Paese, che si credeva minacciata dall’immigrazione cattolica ed ebraica proveniente dal Sud e dall’Est europeo. Il maccartismo, invece, era un fenomeno che riguardava gli immigrati da poco integrati, spesso quindi non cattolici, che intendevano dimostrare che la purezza del loro “americanismo” era superiore a quella dei protestanti anglofili, da maggior tempo insediati ma liberali e cosmopoliti. Perciò il Dipartimento di Stato divenne il principale bersaglio dei maccartisti, insieme alle istituzioni scolastiche private orientali, alla stampa orientale e al servizio pubblico. La natura ideologica della cittadinanza americana apparve ancora una volta evidente nell’affermazione che tali persone e gruppi praticavano attività “antiamericane”. Attività antifrancesi o antisvedesi sarebbero inconcepibili, in quanto l’essere francese o svedese è una condizione, non un impegno politico. Conclusione Il periodo del nazionalismo difensivo degli Stati Uniti terminò con la seconda guerra mondiale. Quello che seguì fu un fenomeno diverso, né isolazionista né xenofobo, ma liberale e internazionalista e anche, sempre più, ideologico.

Alcuni statunitensi degli anni Quaranta considerarono la sfida totalitaria dell’Unione Sovietica in termini metafisici: la Libertà contro il Male. Il linguaggio metafisico continuò a essere usato anche durante i mandati di Ronald Reagan e George Bush senior. Nel periodo che va dagli anni Cinquanta sino alla fine della guerra fredda si assistette a un rapido declino dell’influenza della principale religione e ad una crescente immigrazione di asiatici, ai quali le convenzioni e i simboli ? la religione civile ? della tradizione nazionale americana erano estranei. La seconda guerra mondiale aveva prodotto un forte sradicamento a livello popolare, e la trasformazione economica postbellica del Paese comportava l’effettiva perdita delle identità regionali della nazione, che erano state determinanti per il suo sviluppo storico, ancorando gli americani a determinati luoghi e a una solida autosufficienza rispetto a ciò che avveniva altrove. Nell’ultima metà degli anni Quaranta, il Sud ancora esisteva come regione e cultura a sé stante, con una letteratura vigorosa e originale, in un certo modo ancora esso stesso una nazione. A questo misero fine il cambiamento fisico e sociale, la mobilitazione e la mobilità, imposti dalla guerra e dall’economia postbellica. Anche la civiltà locale del rivale New England era scomparsa. La tradizionale cultura alta della Nuova Inghilterra era passata da un rigido calvinismo all’unitarismo e al trascendentalismo sino a una pallida scienza cristiana. La letteratura del New England cessò di esistere con l’espatrio di Henry James. La classe dirigente del New England e di New York, che aveva gestito le istituzioni finanziarie e industriali degli Stati Uniti dai tempi della guerra civile fino all’amministrazione Nixon, fu annientata come classe politica dalla catastrofe del Vietnam, della quale era stata uno dei principali responsabili. I suoi membri, che occupavano posti chiave nelle amministrazioni Kennedy e Johnson (come in quelle dei loro predecessori), avevano maturato la convinzione che esistesse una stretta relazione tra il comunismo sovietico, quello vietnamita, cinese e cubano e il radicalismo del Terzo Mondo, ed erano ben decisi a non scendere a patti con il totalitarismo e tanto meno a sacrificare un alleato. La loro incapacità di riconoscere la specificità storica del Vietnam negli anni Sessanta, e la loro disinvolta adesione alla visione di un mondo ideologizzato, hanno condotto gli Stati Uniti a una crisi dalla quale non sono ancora del tutto emersi.

La vecchia America era quella degli Stati originari e dell’apertura dell’Ovest. L’America degli immigrati aveva il problema (non sempre risolto con successo) di mettere nuove radici nei ghetti urbani, nei quartieri e nelle città degli Stati centrali e del Middle West. Era l’America del “sogno americano”, che oggi notoriamente non esiste più se non nei film degli anni Trenta e Quaranta. Gli Stati Uniti contemporanei sono figli della guerra del Vietnam, prodotto dell’ottimismo liberale e della fede nel valore universale dei princìpi democratici americani. Per giustificarla si argomentava che il movimento comunista nel Vietnam del Sud era l’agente di una politica deliberata e provocatoria di aggressione internazionale da parte della Cina, mirata a ribaltare l’equilibrio del potere mondiale tramite la mobilitazione del radicalismo del Terzo Mondo, ovvero il “mondo rurale” contro il “mondo urbano” dei poteri democratici occidentali. Il Governo statunitense aveva piena fiducia nella propria presunta missione di insediare la democrazia in Asia in contrapposizione al comunismo, e pochi a Washington potevano immaginare che gli Stati Uniti non avrebbero prevalso. L’intervento nella rivoluzione nazionale del Vietnam ricordava in modo evidente gli interventi imperialisti degli Stati Uniti nelle rivolte coloniali di Cuba e delle Filippine del 1898. L’ambizione era la stessa che aveva ispirato la crociata di Wilson nel 1917-19. Essa rifletteva la stessa fiducia nell’applicabilità della democrazia americana in un’Asia in rivolta che aveva spinto Roosevelt a farsi garante per la Cina del Kuomintang, affinché fosse uno dei “Cinque Grandi” della seconda guerra mondiale, con un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e il potere di veto conferitole nel 1945. L’intervento in Vietnam fu l’espressione di un’assoluta fiducia nazionale dell’America, il culmine di un periodo in cui gli Stati Uniti erano non solo l’economia e la potenza militare più forti del mondo, ma il leader riconosciuto del mondo libero. Il presidente, senza smettere di essere il presidente degli Stati Uniti, nell’immaginario collettivo degli americani era diventato il presidente della democrazia internazionale, e di altro ancora. I Paesi dell’Europa Occidentale e il Giappone non solo accettarono passivamente questo stato di cose, ma risolsero alcuni importanti problemi interni diventando satelliti americani. La politica americana divenne la loro politica; la resistenza al consolidarsi di tale situazione fu incredibilmente debole: soltanto Charles de Gaulle vi si oppose creando qualche problema.

Il mondo libero non era esterno agli Stati Uniti, bensì un’estensione o un’irradiazione della nazione americana. Il nazionalismo statunitense era dunque una forma intermediaria di patriottismo, o almeno così era considerato dagli americani. Ma la guerra si rivelò un fallimento. Il Vietnam fu una sconfitta. Gli americani, in una situazione di confusione generale, si trovarono non solo frustrati nel proseguire la campagna militare, ma anche costretti ad affrontare il fatto che non erano inequivocabilmente dalla parte del bene. La guerra che gli Stati Uniti avevano intrapreso era sempre più macchiata di atrocità e terrore, tanto che tra i militari di leva serpeggiava una certa scontentezza e nel Paese si diffuse un’improvvisa reazione politica nei confronti di ciò che stava accadendo, abbastanza forte da provocare la caduta di un presidente. L’incertezza che ha segnato gli Stati Uniti a livello nazionale a partire dalla crisi del Vietnam consisteva nel timore di perdere contenuto e di tradire un’eredità morale, accompagnato da ciò che sembrava la perdita di quella capacità o volontà di lavorare e sacrificarsi insieme che in passato aveva rappresentato la migliore qualità del popolo americano. La presidenza Reagan rappresentò un intermezzo di finta ripresa, durante il quale il nazionalismo del Paese raggiunse toni quasi deliranti, mentre la vera minaccia nei confronti degli Stati Uniti declinava rapidamente.

L’Unione Sovietica non rappresentava più un reale pericolo. Malgrado questo, gli Stati Uniti la consideravano con eccessiva preoccupazione e conseguivano surrogati di “vittorie” su Granada, Libia e Panama, accompagnati da celebrazioni della potenza americana caratterizzati da un trionfalismo così ipertrofico da mostrare in maniera eclatante il dubbio interiore che attanagliava la nazione. La realtà era invece che la leadership militare americana non accettava più alcuna sfida senza un risultato garantito, mentre gli americani sapevano che la vita di ogni giorno stava peggiorando, invece di migliorare. L’epoca si è chiusa con il Paese gravemente indebitato, l’industria in crisi, lo standard di vita individuale impoverito, la prospettiva di un futuro in cui i figli avrebbero vissuto peggio dei propri genitori, e quindi una contraddizione del caratteristico ottimismo nazionale. George Bush pagò il prezzo politico di tale situazione nelle elezioni presidenziali del 1992, quando Bill Clinton si assunse la responsabilità di cercare di invertire la tendenza al declino. Il primo ed espansivo nazionalismo degli Stati Uniti ? dal 1848 al suo acme durante la guerra fredda ? si fondava sulla fede nell’assunto “uno da molti” (ex pluribus unum) e sulla sua realizzazione: la nazione che non era un popolo, ma un’ideale incarnato. La nazione del 1900 era un luogo diverso e più diviso rispetto a prima, con il suo narcisismo, la sua ossessione con le gratificazioni di ordine materiale e i suoi standard educativi in declino, la sua nuova immigrazione e l’eredità irrisolta della schiavitù, evidente nei ghetti neri e nella retorica e nella realtà dell’odio razziale. La questione di fondo rimane aperta.

Esiste un nazionalismo americano che si è dimostrato capace di grande altruismo ma anche di spietata violenza nei confronti dei nemici inermi. La forma che assumerà in futuro dipenderà dall’assetto interno: se il tentativo di far rinascere l’idea nazionale fallirà o avrà successo e quindi se il Paese riconquisterà la fiducia in se stesso. In mancanza di questo, l’indubbia potenza degli Stati Uniti potrebbe essere utilizzata in una ricerca al di fuori di essi di quelle rassicurazioni che non sono riusciti a trovare al loro interno.

******** 1 G. F. Keenan, American Diplomacy: 1900-1950, Chicago, University Press, 1951. 2 Cfr A. de Tocqueville, Democracy in America, New York, Vintage, 1954. 3 Personaggio protagonista di una canzone nata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, emblema del modello di nero da combattere per emanciparsi. 4 Lo storico di Cambridge H. Butterfield chiamava questa “l’interpretazione liberale della storia”, benché sia facilmente identificabile nella sua forma naturalizzata americana, secondo la quale tutta la storia aveva come punto di arrivo la nascita degli Stati Uniti e della società americana. © La Civiltà Cattolica 2008 I 349-362 quaderno 3784

Emergenza a Gaza.

Chiuse negli ultimi anni 35 mila imprese. Tasso di disoccupazione al 50 per cento DAL NOSTRO INVIATO GAZA ?

Cioccolata e sigarette a Gaza sono beni di lusso. “Questa, per esempio ? Hazem estrae una barretta di KitKat dalle scorte nascoste sotto al bancone dell’emporio ? ora costa 6 shekels, prima la vendevo a 2,5”. Da 45 centesimi a poco più di un euro. Quanto al fumo, meglio smettere: un pacchetto di Marlboro rosse in poche settimane è passato dai 12 ai 25 shekels, 4 euro e mezzo. Merce egiziana, che né ora né in futuro supererà l’embargo israeliano perché non è considerata di prima necessità, filtra clandestina dai tunnel sotterranei al confine. E costa cara. Da quando, giovedì, il governo dello Stato ebraico ha bloccato i valichi con la Striscia, fermando l’afflusso di carburante e alimenti, tutti i prezzi a Gaza sono impazziti. Il valore delle mele è triplicato, le cipolle costano il doppio. Hazem Hassouna, il proprietario dello spaccio alimentare, calcola che domani avrà esaurito la farina, e anche di latte gliene resta al massimo per due giorni. Al panificio di Rami Shehada c’è la fila. Lunedì la produzione si era fermata per mancanza di gas e in molti erano rimasti senza pane. “Ho dovuto chiamare la polizia per allontanare la folla.

Ma il problema ora è la farina. Mi basta solo per oggi “. Già molti forni hanno chiuso. Il ministro della Difesa Ehud Barak ha permesso ieri l’arrivo di combustibile e gas da cucina (oltre che di medicine) e la centrale elettrica della Striscia, che alimenta Gaza City, ha potuto riprendere a funzionare. Da oggi l’embargo torna totale. Finché, dice lo Stato ebraico, non cesseranno del tutto i tiri di razzi Qassam. Il Consiglio di sicurezza Onu ha affrontato il rischio emergenza umanitaria in una sessione straordinaria, su iniziativa dei Paesi arabi. Gli Usa sostengono il diritto di Israele all’ “autodifesa” e con il segretario di Stato Condoleezza Rice rilanciano l’idea di un coinvolgimento dell’Anp di Abu Mazen nella gestione dei valichi (mentre Gaza è controllata da Hamas). Nella sede dell’associazione palestinese per i diritti umani Al Dameer ? ancora niente luce e un ascensore rotto ? il direttore Khalil Abu Shammala fa i conti con il gasolio arrivato: “Due milioni di litri che devono bastare per una settimana. Significa che dovremo usarne 300 mila al giorno invece dei 450 mila che ci servono…”. Sul perché Israele abbia deciso ieri di allentare il blocco, Khalil racconta di aver avuto una discussione al telefono con il portavoce di Hamas, Fawzy Barhoum. “Lui sosteneva che il merito è stato delle proteste dei palestinesi e dei “fratelli” arabi”. Cortei in Libano, Yemen, Sudan, Giordania; una manifestazione di donne al valico di Rafah dispersa con idranti e spari dalla polizia egiziana. “Io gli ho detto che si sbaglia ? continua Khalil ?, che se Israele ha allentato per un giorno il blocco è merito dei media, che hanno mostrato quello che sta succedendo “. Un’emergenza, con le acque nere che si riversano in strada per il sistema fognario in tilt, la luce razionata, le scorte alimentari in esaurimento, gli ospedali in difficoltà con i pazienti più gravi. Ma anche la sensazione che la crisi sia innescata da tempo. Che sia più profonda, strutturale.

Negli ultimi anni, con la seconda intifada dal 2000, e poi soprattutto con la chiusura di Gaza dal ritiro israeliano nel 2005 e con l’embargo imposto dopo la conquista di Hamas lo scorso giugno, 35 mila tra piccole, medie e grandi imprese della Striscia sono fallite, lasciando senza lavoro almeno 60 mila persone. Il tasso di disoccupazione è ormai oltre il 50%, con 8 nuclei familiari su 10 considerati dall’Onu sotto la soglia di povertà (meno di 420 euro al mese). Una delle poche imprese in funzione è la fabbrica di biscotti Awda. Fino a ieri. “Anche se arriva il gas per i forni ? spiega la direttrice Manal Hassan ?, non abbiamo più materie prime né cartoni per le confezioni, esauriti i prodotti chimici che si aggiungono all’impasto e non sono assolutamente autorizzati a passare. Impossibile lavorare così”. La sospensione della produzione, dice, è ormai frequente e in un mese gli operai prendono sì e no dieci giorni di stipendio. La fabbrica di mobili in vimini dei fratelli Awad Allah, invece, ha chiuso da anni. “I nostri non sono prodotti necessari ? racconta Jamal ?, la gente in difficoltà ne ha fatto presto a meno”. Fondata dal padre negli anni Cinquanta, l’impresa ha avuto anni d’oro con 42 dipendenti ed esportazioni dallo Stato ebraico all’Egitto. “Speravamo in una ripresa dopo il ritiro”. Così non è stato, e del negozio dei fratelli Awad Allah resta una moquette gialla e polverosa con le chiazze scolorite accanto ai muri che indicano che qui, una volta, era pieno di mobili. ❜❜ “Questa barretta di cioccolato ora costa 6 shekels, prima la vendevo a 2,5. Domani avrò esaurito la farina e di latte me ne resta per due giorni” (Hazem Hassouna, proprietario di uno spaccio alimentare) ❜❜ Ieri sono rimasto chiuso per mancanza di gas, oggi ho dovuto chiamare la polizia per allontanare la folla. Ma il problema ora è la farina. Mi basta solo per oggi (Rami Shehada, panettiere) Prigione a cielo aperto Bambini di Gaza fanno rifornimento d’acqua: le condizioni igienico-sanitarie nella Striscia si sono severamente deteriorate. Al valico di Rafah con l’Egitto

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