Di seguito l’articolo di Alberto Statera su LaRepubblica del 27 novembre, intitolato Massoneria. I fratelli litigiosi costretti alla tregua.
Covent Garden, al 60 di Great Queen Street, dove sorge Freemasons?Hall, palazzo Art decò edificato negli Anni Trenta su progetto degli architetti H. V. Ashley e Winton Newman, si riunisce nei giorni scorsi la Gran Loggia Unita d?Inghilterra, la madre di tutte le massonerie mondiali che colà ha la sua sede, con i Gran Maestri più importanti d?Europa. Tra i simboli iniziatici disseminati nel palazzo, che viene utilizzato anche come set di film ed è stato calcato di recente da Sharon Stone in “Basic Insinct 2”, incedono davanti a Spencer Northampton, “Gran Maestro dei Gran Maestri”, lo spagnolo, il francese, il belga, il tedesco. E gli italiani, che sono due, di diverse “obbedienze”: il Gran Maestro del Grande Oriente d?Italia Gustavo Raffi, avvocato sessantatreenne di Ravenna, e il Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d?Italia Fabio Venzi, sociologo romano quarantunenne. Northampton ha convocato i fratelli d?Europa per studiare le strategie da attuare allo scopo di unire le forze di tutte le massonerie in un grande afflato ideale – e non solo – in questo mondo percorso da germi dilaganti di odio e di follia nel quale la massoneria deve recuperare il suo ruolo etico. Gli italiani a Freemasons? sono la pietra dello scandalo, dilaniati come sono dalle lotte intestine e dalla conflittualità tra le massonerie regolari, inquinati da quelle irregolari, dall?indebolimento del “fondamento iniziatico”, da una crescente “profanizzazione”, tra mafie, politica, affari e inchieste giudiziarie, ultima delle quali quella della Procura di Catanzaro, appena sottratta al pm Luigi De Magistris, sul comitato d?affari trasversale con base in una loggia coperta di San Marino, dedito alla grassazione di fondi europei e all?irregolare assegnazione di appalti pubblici. Per capire che cosa veramente sta succedendo nel potere massonico italiano, che litiga persino al cospetto del Gran Maestro dei Gran Maestri londinese, come è capitato a Freemasons?Hall, e che tanta parte si dice abbia nei periclitanti assetti del capitalismo e della politica italiana, bisogna attrezzarsi per fare un viaggio lungo la bellezza di 750 pagine nella straordinaria inchiesta (“Fratelli d?Italia”, in libreria questa settimana per Rizzoli) che il giornalista Ferruccio Pinotti ha compiuto tra templi e procure, scandali e eroi del passato, tarocchi e finanzieri, compassi e furbetti del grembiulino. L?immenso tempio massonico è immerso nella penombra, al fondo della sala incombe un enorme monolite bianco sovrastato da un triangolo contenente un occhio. E? di qui che parte il viaggio esoterico di Pinotti dinanzi ai maestri massoni che entrano con movenze lente, indossando abiti da cerimonia sui quali spiccano i paramenti dei liberi muratori, alla vita il grembiulino, al collo una fascia di raso che termina con un medaglione; altri, di grado più elevato, indossano lunghi mantelli, cinture e spade. Sono professionisti, medici, intellettuali, banchieri, militari, artisti che si stringono per mano, si abbracciano, in nome della fratellanza. I politici latitano, niente fotografie in grembiulino. Siamo a Rimini per la Gran Loggia del 2007 che riunisce per tre giorni gli adepti del Grande Oriente d?Italia, la principale Comunione massonica italiana. Il Gran Maestro Gustavo Raffi apre la sua allocuzione con queste parole: “Siamo una delle più importanti agenzie produttrici di etica che abbia creato dal suo seno la storia dell?Occidente”. Non sono parole sue, ma del professor Paolo Prodi, storico, fratello del presidente del Consiglio. Esulta Raffi perché gli adepti hanno superato il massimo storico dell?era repubblicana: 18.117 fratelli, rispetto ai 12.630 di dieci anni fa, nonostante la dolorosa scissione che ha dato vita alla Gran Loggia Regolare d?Italia, l?unica riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d?Inghilterra e che adesso Northampton ordina di riportare dentro il Grande Oriente d?Italia. Si distinguono per tasso massonico, nell?ordine, Toscana, Calabria, Piemonte, Sicilia, Lazio e Lombardia, che, da sole, contengono più del 50 per cento dei fratelli del Grande Oriente. Un tasso massonico con incrementi senza precedenti. Un?autentica corsa alla Loggia, rivela il Gran Maestro: ogni anno riceviamo 1.600 domande, età media 42 anni, ma non possiamo accoglierne più di un migliaio, almeno finchè non ci sono passaggi all? “Oriente Eterno”, che in linguaggio profano tradurremmo come passaggi al cimitero. Sì, dopo la P2, ” la massoneria è in fase di ripresa”, conferma Francesco Cossiga, di antica famiglia massonica, il quale intervistato da Pinotti, sostiene che in epoca piduista, “nelle votazioni per l?elezione del presidente della Repubblica arrivò ai massoni, deputati e senatori, una circolare di Licio Gelli perché votassero Sandro Pertini. Ma di questo – aggiunge – in Italia non si può parlare”. Lui, invece, del suo predecessore al Quirinale ormai defunto è abilitato a dire ciò che vuole. Se gode di ottima salute il Grande Oriente, sembra non vada peggio alla Gran Loggia Nazionale, detta più comunemente Loggia di Piazza del Gesù-Palazzo Vitelleschi, di cui hanno fatto parte Totò, Gino Cervi e Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese. Il Gran Maestro Luigi Danesin, consulente del lavoro e co-fondatore della Banca Popolare di Venezia, esibisce 8.800 aderenti, di cui il 27 per cento donne, unica obbedienza tra le grandi famiglie massoniche italiane che ammette la presenza femminile, trascurando la tradizione britannica, che concepisce invece la massoneria come un club esclusivamente maschile. Certo – spiega Alessandro Meluzzi, ex deputato di Forza Italia, massone che sta per diventare diacono della comunità di Pierino Gelmini…. – la Loggia implica un?iniziazione solare, mentre le donne rappresentano la metà lunare del cielo, le stelle d?Oriente, non d?Occidente. Non arriva a dire come Giuseppe Miraglia, libero muratore di Schiavonea, frazione di Corigliano Calabro che “le donne bisogna andarci a letto insieme e farle stare a casa”. Che bisogna “andare in Africa a sterilizzare queste africane, perché fanno figli come conigli. Sul Gran Maestro femminista Danesin, Licio Gelli, anche lui intervistato da Ferruccio Pinotti, cui consegna la presunta “notizia” di un?antica giovanile iscrizione di Carlo Azeglio Ciampi alla Loggia Hermes di Livorno, pur non condividendo i “grembiulini rosa” che non è opportuno siano presenti quando si prendono “decisioni delicate”, cala la sua ala protettiva: “Questi che le mostro sono i moduli delle domande per chi vuole entrare, li consegno io stesso al Gran Maestro Danesin”, garantisce. La terza comunione più diffusa è la Gran Loggia Regolare d?Italia, nata da una scissione guidata dall?ex Gran Maestro del Grande Oriente Giuliano Di Bernardo quando gli dichiararono guerra all?interno perché accettò di collaborare all?inchiesta del procuratore di Palmi Agostino Cordova su massoneria e malavita organizzata. Unica riconosciuta dalla massoneria inglese, la Gran Loggia Regolare, 3.000 iscritti, è guidata oggi da Fabio Venzi, che a Freemasons?Hall pare non abbia gradito affatto l?invito di Spencer Northampton a ricongiungersi con i fratelli del Grande Oriente, accapigliandosi pubblicamente con Gustavo Raffi. Giuliano Di Bernardo, nel frattempo, si è messo a capo degli Illuminati d?Italia, un consesso che si richiama agli Illuminati di Baviera fondato nel Settecento, ma anche all?Ordine americano cui apparterrebbe pure Bill Clinton. Tra i cofondatori del consesso italico troviamo Carlo Freccero, ex Fininvest e poi direttore Rai, Rubens Esposito, responsabile degli Affari legali sempre della Rai, Sergio Bindi, consigliere della Rai e antico collaboratore del segretario democristiano Flaminio Piccoli, Severino Antinori, specialista della fecondazione assistita, il filosofo Vittorio Mathieu, il generale Bartolomeo Lombardo, ex direttore del Sismi, e il giovane lobbista Piergiorgio Bassi. La Rai sembra un luogo di coltura della massoneria, se &eg
rave; vero, come testimonia il professor Aldo Mola, che al Grande Oriente giunse a un certo punto in dote una Loggia coperta, retta dal Venerabile Giorgio Ciarocca, alto funzionario del Servizio pubblico, di cui facevano parte Cesare Merzagora, Eugenio Cefis, Giuseppe Arcaini, il genero di Fanfani Stelio Valentini, il comunista Gianni Cervetti, nonché Guido Carli, Enrico Cuccia, Raffaele Ursini, Michele Sindona, il cardinale Franziskus Konig, e l?antico direttore generale della Rai Ettore Bernabei, notoriamente soprannumerario dell?Opus Dei. Massoni, ex massoni e uomini dell?Opus Dei, il diavolo e l?acquasanta, il laicismo massonico e l?eccellenza cattolica negli affari. Un occhio particolare all?economia, negli Illuminati di Di Bernardo si entra oggi con il grado di quadrato, si diventa cerchi e infine triangoli, lo strumento utilizzato dal demiurgo di Platone per creare il mondo. Chi c?è ancora tra i vostri? – chiede Pinotti al Sovrano Grande Illuminato. Lui, dopo un po? di resistenza, lascia capire che vicino agli Illuminati c?è il banchiere Vincenzo De Bustis, oggi Deutsche Bank, l?uomo, considerato amico di Massimo D?Alema, che portò al Monte dei Paschi di Siena per un prezzo considerato allora esorbitante la Banca del Salento. E accetta persino di rispondere a questa domanda: “Qual è il profilo ideale di un illuminato nel mondo della finanza? ” Il Sovrano non esita troppo e risponde: “Giovanni Bazoli, il presidente di IntesaSanpaolo”. Come se il capo degli illuminati gestisse una specie di stanza di compensazione paramassonica nella vecchia e stantia diatriba tra finanza laica e cattolica, che tuttavia la velocizzazione del grande business finanziario sembra relegare ragionevolmente nel passato, rispetto ai tempi dei grandi massoni dell?economia Alberto Beneduce e Vittorio Valletta. Mussari, Passera, Bazoli, Profumo: chi può credere veramente che questi signori, professionisti di vaglia che si confrontano ormai con un mercato globale, misurino le loro mosse di business sui binari dell?ortodossia di massonerie laiche o cattoliche? Pur con le massonerie regolari e irregolari oggi aggressive e arrembanti nel vuoto della politica. “Ai tempi di Cordova c?erano le Logge segrete, oggi tornano le Logge coperte dedite agli affari – sostiene il Grande Illuminato Di Bernardo – . Ma mentre prima nelle Logge segrete c?erano prevalentemente uomini d?affari, lobbisti privati, oggi sembrano farne parte anche rappresentanti delle istituzioni o figure a loro vicine”. Il caso Telekom Serbia, l?affaire Telecom, le inchieste delle Procure di Potenza e di Roma, la maxi-inchiesta della Procura di Catanzaro su massoneria e comitati d?affari, spunta sempre una sorta di “dominio occulto delle forze economiche e finanziarie”, come le chiama il Gran Maestro Raffi. Ma massoniche o cattoliche? O piuttosto cattolico-massoniche? “Nella vulgata di una certa finanza cattolica – divisa Raffi – chi non è dei loro, nel 99 per cento dei casi è massone. Si parla tanto di massoneria, ma sono altre le forze che stanno occupando la società italiana. Io, per esempio, andrei magari a vedere com?è organizzato in Lombardia lo strapotere di Comunione e Liberazione”. Per stare al mondo non della pura etica, ma degli affari, che sempre più spesso si confonde apparentemente con quello dell?anima, vale la pena di segnalare il terrore di Stefano Ricucci, furbetto del quartierino, quando i magistrati gli chiesero qualcosa sui furbetti del grembiulino: “Ahò, dotto? – rispose al pm – ma lei vuole che a me mi uccidono stasera qui dentro. Lei forse non si rende conto di chi sta a toccare”. Toccava la Banca Finnat di Giampiero Nattino, una delle più potenti figure della finanza vaticana, consultore della Prefettura degli affari economici della Santa Sede. E Ricucci sbottava: “Da quando ero piccolo così, lo sa tutta Italia che la massoneria… De Bustis, Caltagirone, Nattino sono tutti. la massoneria”. La massoneria poi cos?è? – sembra chiedersi Pinotti al termine dell?interminabile viaggio di 750 pagine. Una cosa che ha il cuore a sinistra e la testa a destra? Boh. Di certo “non è vero che tutti i massoni sono delinquenti, ma non ho mai conosciuto un delinquente che non fosse anche un massone”, come disse il massone Felice Cavallotti prima di essere ucciso in duello da un suo fratello massone. IL LIBRO… “Fratelli d’Italia”, libro-inchiesta di Feroccio Pinotti è in uscita domani per le edizioni Futuropassato della Bur (pp. 760, 14 euro). Racconta l’Italia silenziosa e clandestina della massoneria, determinante nella vita del nostro Paese, specialmente nel suo livello economico-finanziario. Fatti e nomi di chi è gravitato o gravita nell’orbita della massoneria, condotta attraverso interviste, documenti, atti giudiziari, testimonianze inedite.Home page © Copyright 2003 – 2007 Tutti i diritti riservati. powered by dBlog CMS
Tag: Storia contemporanea
Iraq, guerra privatizzata (ovvero l’incubo kafkiano dei mercenari americani)
Trasformata in crociata, l’esportazione della democrazia – attività nella quale gli Stati Uniti si sono impegnati per gran parte del Ventesimo secolo senza sbandierare troppi manifesti ideologici – si è trasformata negli anni della presidenza Bush in un naufragio politico e diplomatico. Ora la “privatizzazione” della guerra in Iraq, con la tendenza sempre più ostinata dell’attuale amministrazione a cedere in outsourcing a centinaia di imprese appaltatrici anche le attività più delicate nel campo della sicurezza, rischia non solo di far esplodere la rabbia degli iracheni, ma anche di alterare la percezione dell’economia di mercato in buona parte del mondo non industrializzato.Con l’esercito dei contrattisti privati (oltre 180 mila) che ha ormai superato il numero dei soldati Usa in Iraq e con l’opinione pubblica scossa dal susseguirsi dei massacri di civili abbattuti dai mercenari al primo stop non rispettato, giornali e Congresso americano scoprono una nuova emergenza. C’è chi fa audaci parallelismi tra l’Iraq invaso dagli appaltatori e il peso avuto – duemila anni fa – dall’esercito mercenario nel declino dell’impero romano, e chi cerca capri espiatori. Erik Prince, fondatore e capo di Blackwater, è divenuto rapidamente la faccia da sbattere in prima pagina. E’ lui, miliardario ed ex Navy Seal (le “teste di cuoio” della Marina), che ha creato il “mostro”: poteva continuare a produrre ricambi per auto come faceva il padre, e invece ha preferito vendere l’azienda e creare una nuova impresa specializzata nel garantire la sicurezza di uomini e istallazioni in un ambiente ostile.Reclutati molti compagni d’arme di Prince, ex “berretti verdi” e reduci della Delta Force, Blackwater è diventata – non solo per gli iracheni, ma anche per i soldati americani impegnati nel Golfo – sinonimo di arroganza e irresponsabilità: le 850 guardie private della società dislocate in Iraq hanno fin qui sostenuto 200 scontri a fuoco e, quattro volte su cinque, sono state loro a sparare per prime. Il “grilletto facile” di quelli che gli iracheni hanno soprannominato i “gorilla biondi ” ha fatto decine di vittime civili innocenti. La totale impunibilità di questi uomini – non rispondono alle leggi irachene né ai tribunali militari Usa – li ha resi arroganti fino al punto di arrivare a minacciare e a disarmare gli stessi soldati americani che cercavano di far rispettare l’ordine anche a loro. Quando, dieci mesi fa, un mercenario di Blackwater uccise senza motivo una guardia del corpo del vicepresidente dell’Iraq, l’unica punizione fu il licenziamento.Dopo le nuove stragi di civili delle settimane scorse, il Congresso di Washington è corso ai ripari varando una nuova legge che revoca il regime di impunità di cui godono queste guardie private. Peraltro un primo, parziale, intervento in questo senso era stato già votato un anno fa, ma la norma, di fatto, non è mai stata applicata.Il problema di fondo, insomma, non è l’arroganza dei mercenari, ma il modo scriteriato e ottusamente ideologico con cui gli uomini di Bush hanno trasformato una sana abitudine dell’amministrazione americana – affidare a soggetti esterni tutti i servizi, compresi quelli di interesse pubblico, che possono essere prodotti meglio e a costi più bassi dai privati – in un incubo kafkiano. Un principio – quello della sussidiarietà – che da noi ha cominciato a suscitare interesse solo di recente e che negli Usa viene invece applicato da decenni con profitto, rischia di essere stravolto dall’incapacità di questa amministrazione di esercitare controlli adeguati sulle attività cedute in outsourcing e di capire che alcune delle funzioni pubbliche più delicate (dallo spionaggio all’interrogatorio dei prigionieri) non possono essere “privatizzate”.Il caso Blackwater dimostra l’assenza di controlli da parte dell’amministrazione statunitense massimo.gaggi@rcsnewyork.com
Corriere della Sera – NAZIONALE – sezione: Opinioni – data: 2007-10-12 num: – pag: 54autore: di MASSIMO GAGGI categoria: REDAZIONALE
VISTI DA LONTANO
Napoleone, Murat e Palmerston
Il mito del nazionalismo in Italia non è frutto della farina del nostro sacco. Abituati ad essere il centro del mondo civile e religioso, gli italiani fino a quando Napoleone non ha esportato sulle baionette la parola d’ordine dell’unità nazionale non si erano accorti di aver bisogno, per essere grandi, di inventare un risorgimento nazionale. Nazionalismo in Italia
? Fino al secolo scorso, difficile che attecchisse. Abituati ad avere pochi rivali grazie all’Impero prima e all’universalità del potere spirituale poi, per quasi due millenni al centro dello sviluppo culturale, economico e religioso, terra di santi che hanno cambiato la storia, gli italiani hanno sempre pensato alla grande, in visione mondiale. La stessa consapevolezza di una forte identità nazionale è stata da noi sempre radicatissima e, anche in questo caso, sviluppata molto prima che prendesse radici altrove: Dante e la grande letteratura italiana del Trecento insegnano. La mancanza dell’unità politica non ha mai inficiato la profonda identità collettiva fatta di lingua, di cultura, di storia, e, soprattutto, di religione. Tutto cambia all’improvviso. Nel secolo scorso passiamo dall’impianto universalistico a quello nazionale, che, nel nostro caso, è sinonimo di provinciale. l’Italia precipita quando la Francia, con Napoleone, riconquista l’impero. Papa Leone III inaugura il Sacro Romano Impero la notte di Natale dell’800 incoronando imperatore romano il re dei franchi Carlo, detto Magno. Nel 962 il primo imperatore della dinastia sassone, Ottone, stabilisce che solo principi tedeschi possano ambire alla carica di imperatore e fino al 1800 l’impero resta saldamente in mano tedesca.
Nel 1804 Napoleone mette fine al Sacro Impero Romano Germanico ed inaugura un impero di tipo nuovo, ugualmente universale (perlomeno nelle pretese), ma non più cristiano. I francesi che invadono l’Italia, la spogliano e la rapinano, pretendono di esserne i liberatori. Da cosa? Dalla tradizione cattolica che, in netta continuità con quella romana, è, al contrario, la principale artefice della gloria italiana. Un fatto per tutti: nonostante le scientifiche spoliazioni, l’Italia romano-cattolica possiede, da sola, più della metà del patrimonio artistico mondiale. Propaganda: Francia ed Inghilterra, le due potenze che nell’Ottocento si contendono il predominio mondiale, invitano gli italiani a risorgere dalla schiavitù in cui sarebbero precipitati da tanti secoli (quelli della tradizione cattolica) per attuare anche in Italia quel processo di omologazione culturale ed economica che loro conviene e che la cultura cattolica tenacemente contrasta da quando il protestantesimo ha diviso in due l’Europa. Propaganda. Al di qua e al di là della Manica i potenti di turno parlano lo stesso linguaggio, addirittura utilizzando le medesime parole. Tanto per farsi un’idea di quanto simili siano gli intenti dei grandi di allora, basti confrontare il proclama di Napoleone al momento del suo ingresso a Milano col necrologio di Cavour pronunciato da Palmerston al parlamento inglese. Nel 1796 Napoleone fa scrivere: “Noi siamo amici di tutti i popoli, ed in particolare dei discendenti dei Bruti e degli Scipioni. Ristabilire il Campidoglio, collocandovi onorevolmente le statue degli eroi che lo reser celebre: e risvegliare il Popolo Romano assopito da molti secoli di schiavitù, tale sarà il frutto delle nostre vittorie, che formeranno epoca nella posterità. Vostra sarà la gloria immortale di aver cangiato l’aspetto della più bella parte d’Europa”. Nel 1861 Palmerston afferma: “Abbiamo visto sotto la sua [di Cavour] guida e la sua autorità un popolo che sonnecchiava risvegliarsi all’improvviso vigoroso e forte. Questo popolo era in realtà addormentato, inerte, snervato dalla lussuria e dalla ricerca dei piaceri. Ora questo popolo, alla voce di un solo uomo, si risveglia da un sonno secolare, sente in se stesso la potenza e la forza del gigante, e in poco tempo ottiene quella libertà che per tanti secoli gli era stata rifiutata”. In questa propaganda ciascuno si inserisce come può, sempre però battendo sul tasto delle glorie nazionali che devono risorgere.
Basti citare il caso di Gioacchino Murat, divenuto Re di Napoli in qualità di cognato di Napoleone. Quando le sorti dell’illustre parente sono irrimediabilmente compromesse, Murat, con poco senso della misura e nessuno del ridicolo, aspirando alla corona di re d’Italia, il 30 marzo 1815 bandisce da Rimini questo proclama: “Italiani! L’ora è venuta in cui debbono compirsi gli alti destini dell’Italia; la Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Sicilia odasi un grido solo: L’indipendenza d’Italia. A qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questo primo diritto? Sgombri dal suolo italiano ogni dominazione straniera. Padroni una volta del mondo espiaste questa gloria con venti secoli d’oppressioni e di stragi. Sia oggi vostra gloria il non aver più padroni”. Propaganda. Come reagiscono gli italiani all’invasione francese fatta nel nome della gloria romana da riconquistare? Facendosi ammazzare a decine di migliaia nelle insorgenze che capillarmente e spontaneamente si diffondono su tutto il territorio nazionale. Alla propaganda napoleonica aderisce un’esigua minoranza della popolazione: i liberali che, col tempo, riprenderanno la bandiera rivoluzionaria del risorgimento nazionale.
La Rice e il “no” del Papa a un colloquio
L’ultima richiesta è arrivata in estate. Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha fatto sapere al Vaticano che aveva assolutamente bisogno di incontrare Benedetto XVI.
Stava per addentrarsi di nuovo nel ginepraio mediorientale. E non le sarebbe dispiaciuto presentarsi ai propri interlocutori con le credenziali di un colloquio col pontefice. Sperava di fissarlo agli inizi d’agosto a Castelgandolfo, residenza estiva del Pontefice appena tornato da Lorenzago, sulle Dolomiti. Ma le è stato risposto che il Papa era in vacanza. La Rice ha insistito. Senza fortuna: il protocollo vaticano è stato irremovibile. “Il Papa è in vacanza”, ha continuato ad essere la risposta ufficiale.
Da quanto si sa, la Rice è riuscita a discutere di Medio Oriente e soprattutto di Libano in una telefonata col cardinale Tarcisio Bertone. Il numero due della Santa Sede era in visita in America per la riunione annuale dei Cavalieri di Colombo a Nashville, nella prima decade di agosto. Ma l’incontro mancato fra Benedetto XVI e la titolare della diplomazia statunitense ha finito per assumere un significato che forse va perfino oltre le intenzioni vaticane. ? stato valutato infatti come una sorta di certificazione delle differenze di vedute sulle iniziative dell’amministrazione di George Bush in Medio Oriente; e di una frizione strisciante sul-l’Iraq e sui rapporti con l’Iran. La Santa Sede ritiene che gli Stati Uniti rischino di sottovalutare il problema delle garanzie delle minoranze religiose nella nuova Costituzione irachena. E lo ha fatto presente al governo di Bagdad: si è sentita rispondere che le minacce e le violenze contro i cristiani non sono maggiori di quelle subìte da altre minoranze. Si è rivolta anche agli americani: la loro replica, però, è stata che le truppe non riescono ad avere il pieno controllo del territorio; e dunque incontrano difficoltà a proteggere i non islamici. Quanto all’Iran, si sa che il Vaticano detesta i toni truculenti e antisemiti del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Ma vede come una sciagura un’altra guerra preventiva. Tuttavia, i rapporti fra Usa e Santa Sede rimangono più che buoni.
C’è uno scambio continuo di notizie e valutazioni sulle “zone calde”, sebbene le strategie rimangano differenti. I temi etici continuano ad avvicinare Chiesa cattolica e Amministrazione Bush. Il problema è che la politica estera rimane una fonte di controversie.
E la Rice non è un interlocutore fra i più graditi. Quando sono cominciati i contatti per il suo incontro mancato col Papa, è stato spiegato che anche Bush lo sollecitava. Il colloquio del 9 giugno scorso fra Benedetto XVI e il presidente americano in Vaticano era andato bene. E in quella scia poteva inserirsi il segretario di Stato. In realtà, per rendere possibile l’udienza con la Rice sul lago di Castelgandolfo, sarebbe stata necessaria una forte volontà vaticana, che in realtà non c’era. In agosto il Pontefice tende ad evitare colloqui con esponenti politici, tranne eccezioni. L’idea del Papa in vacanza è stata considerata “una buona scusa” per evitare un appuntamento ritenuto non indispensabile, e magari foriero di confusione e malintesi davanti all’opinione pubblica internazionale; e in primo luogo nel Medio Oriente.
Ufficialmente nessuno lo dice, ma sul “no” pesa probabilmente anche l’atteggiamento della Rice nel 2003, quando era consigliere per la Sicurezza nazionale di Bush. Fu lei, alla vigilia del conflitto in Iraq, a dire brutalmente che non capiva l’atteggiamento del Vaticano, contrario alla guerra; e a trattare con una freddezza al limite della scortesia l’inviato di Giovanni Paolo II, il cardinale Pio Laghi, mandato a Washington il 2 marzo del 2003 nel tentativo disperato di scongiurare l’intervento militare. ? chiaro che quello sgarbo non è stato dimenticato.(Corriere della Sera, 19 settembre 2007)
Una guerra sciagurata che continua a seminare morte.
In Iraq la popolazione continua a soffrire di Elisabetta Mancini Roma, 10 settembre 2007 www.terrasanta.net “In Iraq niente è cambiato. Al contrario, le condizioni di vita della popolazione, in particolare dei bambini e delle donne, sono peggiorate”.
A lanciare l’ennesimo allarme sulla situazione del Paese è Silvio Tessari, responsabile della Caritas Italiana per l’area Medio Oriente e Nord Africa. Tessari spiega che, tra gennaio e giugno di quest’anno, i ricoveri dei bambini causati dalla malnutrizione sono quasi raddoppiati. I casi sono passati dai 609 registrati a gennaio, a 959 osservati a giugno, con un picco di 1.032 nel mese di maggio. Il dato è della Caritas Iraq che sta continuando ad operare sul territorio iracheno tra difficoltà notevoli a causa della mancanza di fondi per acquistare i viveri e per provvedere al trasporto dei generi alimentari in sicurezza. Il Paese sembra dunque lontano dal ritorno alla normalità e, come sottolinea la Caritas locale nel più recente rapporto, negli ultimi mesi non è avvenuto nessun cambiamento, al contrario “continuano le violenze, gli attentati, i bombardamenti ed è aumentata la povertà”.
La malnutrizione e il clima di insicurezza non sono i soli elementi a destabilizzare ulteriormente l’area. Negli ultimi giorni oltre 2 mila persone sono state colpite dall’epidemia di colera che ha provocato 5 morti e oltre 500 ricoverati a Suleimaniya e Kirkuk, nel nord dell’Iraq. Secondo l’Unicef i casi accertati di colera sono 47, un numero che si prevede aumenterà. All’origine dell’epidemia ci sono le carenze di acqua potabile e di trattamento degli scarichi fognari: solo il 30 per cento della popolazione di Suleimaniya ha forniture d’acqua adeguate, disponibili al massimo per due ore al giorno in gran parte della città, mentre solo il 50 per cento delle scorte idriche cittadine sono sottoposte a clorazione.
L’epidemia, per ora, ha colpito soprattutto gli adulti, tuttavia la combinazione di caldo torrido con temperature fino a oltre i 50 gradi, la penuria e la contaminazione delle scorte idriche e le condizioni igieniche precarie in città e nei campi sfollati, crea seri rischi per la popolazione infantile. Una situazione difficilissima da controllare anche considerando che continua la fuga degli iracheni dalle proprie case per sfuggire alle violenze e alla fame. Sono ormai quattro milioni le persone costrette alla fuga. Secondo gli ultimi dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur), il numero dei profughi interni e all’estero continua a salire, con un ritmo di 60 mila individui al mese. Le stime della Mezzaluna rossa irachena, invece, indicano che le cosiddette Internally Displaced Persons oscillano tra le 80 mila e le 100 mila al mese. I profughi interni sono costretti a vivere in strada, in condizioni disumane ed è pericoloso per gli operatori sanitari avvicinarsi a questi campi di sfollati improvvisati. Intanto, a rendere ancora più grave la situazione, è arrivato l’annuncio da parte dello Stato islamico iracheno, una coalizione composta da terroristi sunniti, della creazione di nuovi battaglioni che avranno il compito di intensificare gli attacchi suicidi, contro obiettivi britannici e americani, durante il mese sacro di Ramadan.
Le logge in Africa
Pubblichiamo un articolo apparso su Nigrizia (con benefico d’inventario, dato l’orientamento progressista della rivista e il taglio molto divulgativo dell’articolo) su un tema poco conosciuto: le logge massoniche in Africa.
Loggia ci cova, di Fran?ois Misser
Arrivata con il colonialismo europeo, la massoneria ha un ruolo non trascurabile nell’evoluzione politica del continente. Dal Sudafrica alla Liberia, dal Gabon al Madagascar sono 90mila gli affiliati. Spesso influenti, non di rado ai vertici del potere.
Bisogna risalire al 1772 per scoprire la data di nascita della massoneria in Africa. La prima loggia fu fondata a Città del Capo, nel luogo dove ora sorge il parlamento sudafricano, che continua a ospitare il tempio originario, il Goedehoop Tempel, dove i massoni tennero le loro prime riunioni. Forte oggi di alcune decine di migliaia di adepti, la massoneria sudafricana ha annoverato nei suoi ranghi Cecil John Rhodes, uno dei costruttori della colonia, e Ernest e Harry Oppenheimer, fondatori dell’impero dei diamanti De Beers.
Questa loggia, come del resto la prima loggia francofona del continente, fondata a Saint-Louis (città dell’attuale Senegal) nel 1781 dal Grande Oriente di Francia (Godf), non contava nessun africano affiliato. Il giornalista francese Claude Wauthier nel suo libro L’étrange influence des francs-ma?ons en Afrique francophone (Le Monde Diplomatique, Paris, 1997) parla di una massoneria “coloniale”. E ricorda che Jules Ferry, che concepì il progetto coloniale francese, era egli stesso un massone.
In seguito, la massoneria ha aperto le porte agli africani e ai neri delle colonie. ? il caso del deputato senegalese Blaise Diagne, che nel 1918 reclutò i fucilieri per la fanteria coloniale, o del governatore generale dell’Africa equatoriale francese, Félix Eboué, originario della Guaiana, nominato nel 1940. Di fronte al mondo coloniale, come spiega il libro di Rachid N’Diaye L’Afrique et les francs-ma?ons: une histoire d’espoir et de sang (Africa International, Paris, 1989), la massoneria non ha avuto un comportamento monolitico: l’abolizione della schiavitù in Francia (1848) deve molto all’impegno del massone alsaziano Victor Schoelcher.
A partire dal 1861, s’installò la Loggia di Lagos (Nigeria), sotto la tutela della Grande Loggia unita d’Inghiterra. E presto si affacciarono in questo paese le logge irlandesi e scozzesi. La Grande Loggia d’Irlanda attecchì anche in Ghana, dove si trova una loggia di San Patrizio, come del resto nell’ex-Rodesia del Sud (oggi Zimbabwe), in Sudafrica e nell’ex-Rodesia del Nord (oggi Zambia).
Gran maestri a Monrovia
Ma in nessuna nazione del continente la massoneria ha avuto tanto peso quanto in Liberia. In questo paese, dall’indipendenza del 1847 fino al 1980, si sono succeduti 17 presidenti massoni, di cui 5 gran maestri, affiliati all’obbedienza afro-americana Prince Hall. Simbolo di tutta questa potenza è il tempio in marmo bianco che domina la capitale Monrovia. Per tutto questo periodo, i dibattiti parlamentari erano infarciti di riferimenti massonici, i massoni sfilavano la domenica in processione con i loro cappelli a cono e i loro grembiuli, e lo stesso palazzo presidenziale mostrava simboli massonici.
Nonostante i tentativi del presidente e gran maestro Wiliam Tolbert, “americo” d’origine, come tutti i suoi predecessori, d’integrare nella massoneria i notabili delle etnie autoctone, la faccenda sfociò in un bagno di sangue. In seguito al colpo di stato di Samuel Doe, nel 1980, molti dirigenti massoni furono uccisi e il tempio saccheggiato. La fine della guerra e l’avvento alla presidenza di un altro “americo”, la signora Ellen Johnson-Sirleaf, potrebbe tradursi in un ritorno in forza della massoneria nella società liberiana.
Altrove in Africa, decenni dopo le indipendenze, si assiste sovente a una riproduzione delle stratificazioni di potere simili a quelle dell’epoca coloniale. Così, la Grande Loggia nazionale del Gabon, la Grande Loggia nazionale malgascia e quella del presidente gabonese Omar Bongo sono collegate alla Grande Loggia nazionale francese (Glnf). Mentre il Gran Rito Equatoriale gabonese (Gre), i Grandi Orienti e le Logge Unite del Camerun (Goluc), i Grandi Orienti e le Logge Associate del Congo (Golac), la Grande Eburnea (Costa d’Avorio) e il Grande Rito malgascio sono affiliati al Godf.
Talora le rivalità si esprimono in modo brutale. Nel 1996, il gran maestro del Gre, Fran?ois Owono Nguéma, ha accusato pubblicamente le logge rivali di satanismo. Nel 1997, la laicità agnostica raccomandata dal gran maestro del Godf, Jacques Lafouge, nel contesto degli incontri umanisti e fraterni malgasci (Rehfram), ha suscitato le critiche virulente della Conferenza delle potenze massoniche africane (Cpmaf). Infine, gelose del fatto che la Glnf, deista, sia la sola obbedienza francese riconosciuta dalla Grande Loggia Unita d’Inghilterra e dalla massoneria americana, le altre obbedienze francesi e le affiliate africane l’hanno rimproverata di essere in cavallo di Troia degli anglosassoni in Africa.
Fran?afrique con il grembiule
Mezzo secolo dopo le indipendenze africane, l’influenza dei massoni rimane molto forte in quel settore dell’amministrazione francese che tiene le relazioni con il continente. Due membri del Godf hanno occupato i posti di consiglieri presidenziali per gli affari africani: il socialista Guy Penne per conto di Fran?ois Mitterrand, dal 1981 al 1986; poi, a partire dal 1995, Fernand Wibaux, per conto di Jacques Chirac. Nello steso periodo, i “fratelli” Christian Nucci (Godf) e Jacques Godfrain (Glnf) hanno fatto parte del ministero della cooperazione allo sviluppo.
Una situazione che ha consentito di tessere relazioni più strette con i presidenti africani affiliati a queste obbedienze. Il congolese Denis Sassou Nguesso e il gabonese Omar Bongo (gran maestro della Grande Loggia Simbolica) sono entrambi affiliati alla Glnf, a pari del ministro della sicurezza del Burkina Faso, Djibril Yipènè Bassolé, e dell’ex-ministro delle finanze del Congo-Kinshasa, André-Philippe Futa, gran ufficiale della Glnf, che pretende di aver iniziato alla massoneria molti capi di stato africani, naturalmente senza precisare quali… Al Godf sono iniziati i presidenti Idriss Déby (Ciad), Blaise Compaoré (Burkina Faso) e l’ex-presidente congolese Pascal Lissouba; e lo erano i defunti Léon Mba (presidente del Gabon) e Gnassingbé Eyadema (presidente del Togo).
Alcuni aggiungono alla lista il nome del presidente centrafricano Fran?ois Bozizé, che sarebbe stato iniziato da Sassou Nguesso. Mentre il presidente camerunese Paul Mbya appartiene alla branca dissidente della Società dei Rosa Croce: il Centro internazionale di ricerche culturali e spirituali.
Contrariamente a quanto è avvenuto nel continente americano, dove la massoneria, in linea generale, ha scelto il campo di chi si batteva per l’indipendenza, in Africa non si è sempre mossa con questo intento. Se i massoni neri americani figuravano nell’entourage del nazionalista Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, va però rilevato che le logge sudafricane si sono battute poco contro il regime dell’apartheid.
Una cosa è però certa: anche in Africa la massoneria ha prosperato, seducendo le élite con i suoi riti iniziatici, con le sue pratiche esoteriche e mistiche, le quali ricordavano quelle delle confraternite o delle società segrete preesistenti al colonialismo. Altre ragioni di attrazione vanno ricercate nelle prospettive di promozione sociale, che molti “fratelli” sperano di ricavarne, e nel forte senso della gerarchia.
Attraverso la massoneria, il presidente ivoriano Laurent Gbagbo ha tentato di rafforzare i suoi legami con il Partito socialista francese, in un periodo delicato della sua parabola politica, mentre si trovava isolato sulla scena regionale. D’altra parte, la natura affaristica delle relazioni tra certi dirigenti africani massoni e l’ordine al quale appartengono, suscita non pochi interrogativi. Nel 2005, il settimanale francese L’Express ha rivelato che il presidente della Repubblica del Congo ha donato 380mila euro al gran maestro della Glnf, Jean-Charles Foellner. Ancora non si è capito per quali servizi resi a Sassou Nguesso, membro della Glnf…
Logge etniche
Tuttavia, la massoneria non è stata sempre e sistematicamente legata al potere in Africa. Ad esempio, i regimi a partito unico – fossero fascisti o comunisti – consideravano la massoneria come potenzialmente sovversiva e gli rendevano la vita dura. Nel 1963, i membri del Partito democratico della Costa d’Avorio hanno subito una vera e propria caccia alle streghe; e c’è voluto l’intervento del Godf presso il defunto presidente Félix Houphou?t Boigny per consentire alla filiale ivoriana del Grande Oriente di potere operare nel paese. Nell’ex-Zaire (oggi Rd Congo), Mobutu vietò la massoneria all’indomani del suo colpo di stato del 1965 e la riabilitò solo nel 1972, su richiesta del Grande Oriente del Belgio. Inoltre, dopo le indipendenze, i regimi “progressisti” di Guinea, Mali e Benin hanno chiuso le logge.
Sul terreno squisitamente politico, sarebbe improprio limitare l’influenza dei massoni ai soli intrighi intorno ai detentori del potere. In numerose occasioni, i “fratelli della luce” si sono adoperati per placare le tensioni politiche. Così, durante la Conferenza nazionale per la democratizzazione dei primi anni ’90, la loggia del Gran Benin ha diffuso un appello utile a instaurare un clima di tolleranza. E ancora: le logge camerunesi e ivoriane hanno tentato, senza riuscirci, di riconciliare Lissouba e Nguesso nel corso della guerra civile in Congo-Brazzaville.
Le sfide di oggi sono altre. In Nigeria si assiste all’emergere di una massoneria etnica, che prende le distanze dalle obbedienze inglese, irlandese e scozzese. Appartiene a questa corrente la Reformed Ogboni Fraternity (Rof), attiva nel delta del Niger, che si dichiara in rottura con il “feticismo” e afferma di promuovere la moralità, la disciplina e la ricerca della verità. Nata come organizzazione cristiana, è evoluta per assorbire i non-cristiani, fermo restando che l’obiettivo finale è servire la causa del popolo ogoni (Ken Saro-Wiwa, lo scrittore impiccato nel 1995 dal regime militare, era un ogoni), che si batte per vedere riconosciuti il proprio diritto alla terra e alla piena cittadinanza.
Altra sfida. Se all’inizio, fatto salvo la chiesa riformata olandese in Sudafrica, ostile alla doppia appartenenza, la maggior parte delle chiese protestanti si è mostrata indulgente verso propri membri iscritti alla massoneria, negli ultimi anni si sta verificando un irrigidimento. Uno dei sintomi è la polemica che ha diviso la Chiesa presbiteriana dell’Africa orientale, quando in Kenya, nel 2004, i partigiani di una delle sue fazioni hanno distrutto le vetrate della chiesa di sant’Andrea di Nairobi, perché, secondo loro, mostravano segni simili a quelli della massoneria. Di qui l’indignazione degli altri membri della comunità.
I cristiani non hanno il monopolio di questo genere di polemiche. In Senegal, gli intellettuali musulmani discutono – e non sempre serenamente – sulla compatibilità o meno della concomitante appartenenza all’islam e alla massoneria.
(Fonte: Nigrizia del 29 maggio 2007)