Jerome Lejeune: una vita straordinaria di uomo e di scienziato.

In Italia su di lui si sa molto poco. Gli unici quattro libri, a quanto mi consta, li ha pubblicati l’editore Cantagalli (l’ultimo è di Clara Lejenue, sua figlia: “La vita è una sfida”). Il suo nome è quindi sconosciuto ai più, anche in tempi in cui di genetica si parla spesso. Eppure Jerome Lejeune è uno dei grandi scienziati della storia, uno di quelli che ha fatto fare alla conoscenza umana un balzo in avanti.

Nato nel 1926 a Montrouge sur Seine, è infatti colui che ha scoperto la prima anomalia genetica, la cosiddetta trisomia 21, cioè l’anomalia genetica che determina la sindrome di down, altrimenti detta mongolismo. Sino alla sua scoperta si credeva che il mongolismo fosse una tara razziale, oppure che fosse determinato da genitori alcolisti o sifilitici. Lejeune dimostrò che non vi era nulla di disdicevole, nei genitori di quei bambini, nessuna degenerazione razziale, nessuna contagiosità, in quelle creature in cui era avvenuta la triplicazione di un cromosoma, un eccesso di informazione genetica, e che vengono colpite nella facoltà dell’intelligenza, dell’astrazione, anche se conservano integre affettività e memoria.

Lejeune per questa scoperta, e per altre che la seguirono, ottenne innumerevoli riconoscimenti internazionali, premi ed onoreficenze. Divenne un uomo famoso e per lui fu creata la prima cattedra di Genetica Fondamentale presso l’università di medicina di Parigi. Ma Lejeune non era solo un ricercatore, un curioso, uno studioso di segmenti di Dna. Il suo intento fu sempre quello di guarire i suoi malati, così socievoli, così allegri, così fanciulleschi. “Se si riuscisse a scoprire come poter curare la trisomia 21, scrive la figlia Clara, allora sì la strada sarebbe aperta per poter curare ogni altra malattia genetica”. Scoprire la prima aberrazione cromosomica è, nella mente di Lejeune, il primo passo per compiere l’opera del medico, che è, da sempre, quella di curare.

Così anche la scoperta della diagnosi pre natale, ad opera dell’amico di Lejeune, il professor Liley, originario della Nuova Zelanda, è collegata al desiderio di poter individuare quanto prima e curare più precocemente i bambini. Curare il prima possibile, in utero: è l’idea che entusiasma entrambi. Ma i due scienziati, che “si conoscono e si stimano”, “impotenti, assisteranno allo snaturamento delle loro scoperte”. Infatti nel 1970 in Francia la proposta di legge “Peyret” apre il dibattito sull’aborto, sull’eliminazione dei bambini che sono identificati come portatori di handicap già prima della nascita. “In quel momento, ricorda Clara, “l’unico handicap riconosciuto prima della nascita è la trisomia!”.

Lejeune, di fronte alla proposta Peyeret e al dibattito sull’aborto in generale, dinanzi alle menzogne sulla natura del feto o sul numero degli aborti clandestini, non riesce a tacere: sostiene la sacralità della vita, palesa il suo amore per i suoi piccoli malati, dinanzi a tutti, ovunque, arrivando ad affermare, all’Onu: “Ecco una istituzione per la salute che si trasforma in istituzione di morte”. Lejeune non è un ingenuo: sa di aver intrapreso una strada pericolosa, di procurarsi, in questo modo, innumerevoli antipatie. La sera stessa del suo discorso all’Onu, scrive alla moglie: “Oggi pomeriggio ho perduto il premio Nobel”. Ed è proprio così. Non garba, a coloro che lo insultano, che gli sputano in faccia, a coloro che scrivono sui muri “A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli”, che qualcuno rivendichi con carità e con forza la verità, e lo faccia con l’evidenza della scienza. Scrive Lejeune: “La genetica moderna si riassume in questo credo elementare: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita. Vera e propria perifrasi dell’inizio di un vecchio libro che ben conoscete, tale credo è quello del genetista più materialista possibile…”. In principio è il Logos, al principio della vita è l’informazione del dna, tutta già compresa nella prima cellula: “tutto questo lo sappiamo con una certezza assoluta che vince ogni dubbio perché se tale informazione non fosse già contenuta in essa, non potrebbe entrarvi mai più; nessuna informazione, infatti, entra in un uovo dopo che sia stato fecondato”.

Per stroncare Lejeune le proveranno tutte: l’odio, le persecuzioni, le molestie anche fisiche, i controlli fiscali… Gli verrà negato l’avanzamento di carriera per ben 17 anni, verrà radiato dai congressi scientifici, gli verranno soppressi i crediti per la ricerca e negati i finanziamenti per i suoi pionieristici studi sull’acido folico per le mamme in gravidanza. Ma per fortuna il suo nome è famoso in tutto il mondo, e può continuare a lavorare grazie a sussidi americani, inglesi, neozelandesi. “Percorre il mondo, tiene conferenze e torna con riconoscimenti e borse di studio per i suoi collaboratori, finanziamenti per i programmi di ricerca”. Si batte in questi anni per evitare il disastro nucleare, e confuta il darwinismo materialista e ideologico di Jacques Monod, che riduce l’uomo ad un figlio del caso. In nome dei suoi studi di genetica Lejeune sostiene la credibilità di Adamo ed Eva e, anticipando di dieci anni le scoperte di Gould ed Eldrege, confuta il gradualismo step by step di Darwin, sostenendo che l’evoluzione ha dovuto per forza fare dei salti In ogni cosa, come padre di cinque figli, come scienziato, come polemista contro l’aborto e il darwinismo materialista, ciò che più colpiva, in lui, come rammenta la figlia, era “l’assenza di paura. Non aveva paura. Cosa si può fare contro un uomo che non desidera niente per se stesso?”. Timete Dominum et nihil aliud, diceva.

Darwin fa rima con razzismo, eugenismo e immoralismo. Nietzsche ci spiega perché

Come si sa, Federico Nietzsche non è che capisse molto della vita. E tuttavia, un suo perverso buonsenso ce l’aveva: tanto per cominciare, sapeva trarre dalle premesse le necessarie conseguenze. La logica generalmente non fa difetto ai demoni (come si legge in Inferno XXVII, versetto 123), e nemmeno ai futuri disabili mentali (come si legge in Chesterton): fa difetto, semmai, alle anime belle dei nostri contemporanei, come del resto a quelli del noto aspirante Übermensch ottocentesco. Così, a noi oscurantisti postmoderni può capitare di sfogliare un’operetta poco frequentata del neppure trentenne Nietzsche, il David Strauss del 1873 (ovvero la prima delle quattro, a prima vista inservibili Considerazioni inattuali), e di scoprirvi qualche acuminata freccetta da aggiungere, adeguatamente reindirizzata, al fiero arco dell’antidarwinismo militante. Vediamo come.
     Il filosofo e teologo Davide Federico Strauss era a quel tempo in Germania un famosissimo campione del protestantesimo liberale. Fin dal 1835 si era procurato vasto seguito con una Vita di Gesù adeguatamente demitizzata e riletta alla luce del suo idolo filosofico, che in considerazione dell’epoca altri non poteva essere che Giorgio Guglielmo Federico Hegel. Al simbolico giro di boa del 1859 (anno in cui esce, disgraziatamente, l’Origine delle specie di Carlo Roberto Darwin), le già abbastanza balorde categorie hegeliane vengono un po’ dappertutto soppiantate dagli ancor più dissennati concetti di «lotta per la vita», «selezione naturale», «sopravvivenza del più adatto» e consimili slogan guerrafondai. È infatti Darwin a fornire il paradigma culturale dominante negli ultimi decenni dell’Ottocento, in barba alle manie dialettiche e triadiche dei decenni precedenti. Da buon progressista, Strauss si adegua all’aria che tira e pubblica nel 1872 La vecchia e la nuova fede, increscioso libraccio in cui le consuete stucchevolezze cristiano-umanitarie vanno a braccetto con una visione del mondo ormai scientifico-materialistica e blandamente atea: un mix di evoluzionismo darwiniano e umanitarismo volontaristico, infarcita per giunta di pose da stilista e letterato. Il libro, come spesso càpita alle opere insignificanti, ha un successo enorme, tanto da essere ristampato più volte in pochi mesi.
     A questo punto entra in gioco Guglielmo Riccardo Wagner, che per motivi suoi ha da anni il dente avvelenato con Strauss. Penoso a dirsi, il perfido compositore incarica sottobanco l’allora suo ferventissimo seguace Nietzsche di screditare Strauss con un pamphlet di critica demolitrice a La vecchia e la nuova fede. Nietzsche, personaggio abbastanza patetico e scodinzolante nonostante i baffoni e le incipienti vedute filosofiche, esegue senza farsi pregare, e nell’agosto 1873 ecco comparire presso l’editore Fritzsch di Lipsia il libretto che qui ci interessa, David Strauss. L’uomo di fede e lo scrittore.
     Non starò ad esporre il contenuto del saggio: gli unici spunti passabilmente interessanti, da un punto di vista storico-filosofico generale, sono la denuncia del «filisteismo colto» imperante nel professorame tedesco e il concetto (che in Nietzsche avrà un nefasto seguito) di cultura come «unità di stile artistico in tutte le manifestazioni vitali di un popolo». Quanto al resto, si tratta di una irridente, ma sforzata e meschina stroncatura delle idee e soprattutto dello stile straussiano, condotta senza risparmio di colpi bassi: lo stesso Nietzsche parve affliggersene quando, nemmeno un anno dopo l’uscita del volumetto, il bersaglio dei suoi mots d’esprit abbandonò questa valle di lacrime, probabilmente molto amareggiato a causa dell’attacco subìto.
     Ciò che nessun avversatore del corrente luogocomunismo evoluzionistico dovrebbe farsi sfuggire affiora quasi per caso, spunto polemico tra gli altri, all’altezza del capitolo 7 del David Strauss (pagine 51 e seguenti dell’edizione «Piccola Biblioteca» Adelphi, Milano 1991). È qui che Nietzsche irride, sfoderando la logica affilata di cui dicevamo, «la naturale viltà che è propria del filisteo»; una viltà che si mostrerebbe, soprattutto, nella «mancanza di consequenzialità di quelle proposizioni, che costa coraggio enunciare». Lo Strauss, che ama avvolgersi «con un certo rozzo compiacimento (…) nel villoso manto dei nostri genealogisti della scimmia» e che «esalta Darwin come uno dei più grandi benefattori dell’umanità», non s’avvede che i presupposti naturalistici della biologia darwiniana comportano immediate ed ineludibili ripercussioni etiche. Egli, attacca Nietzsche, mostra la stolida velleità di dare fondazione ad una morale filantropica, umanitaria e solidaristica all’interno di un quadro biologico i cui cardini – ricordiamolo ancora una volta – si chiamano «lotta per la vita», «selezione naturale» e «sopravvivenza del più adatto»; all’interno di una concezione in cui, per giunta, l’uomo non è che un animale al pari degli altri, come gli altri vile prodotto di forze cieche e bassamente materiali. L’essere umano non è, secondo il darwinismo, che una scimmia od una foca, ed ecco che il darwinista Strauss gli ingiunge, contraddicendosi: «Vivi da uomo e non da scimmia o da foca!». «In questo salto», incalza Nietzsche, accade al teologo protestante «di balzare a cuor leggero anche oltre la proposizione fondamentale di Darwin. “Non dimenticare,” dice Strauss “in nessun momento, che sei uomo e non un mero essere naturale, in nessun momento che tutti sono del pari uomini, vale a dire, nonostante ogni diversità individuale, la stessa cosa di te, con gli stessi bisogni e diritti di te – è questo il compendio di ogni morale”». Ma come può l’uomo ritenersi un essere privilegiato, e come può riconoscere delle obbligazioni verso i propri simili «dal momento che egli invece, secondo Darwin, è appunto un essere assolutamente naturale e si è sviluppato fino al livello dell’uomo secondo tutt’altre leggi, proprio per il fatto di aver dimenticato in ogni momento che gli altri esseri simili avevano gli stessi diritti, proprio per il fatto di essersi sentito fra loro come il più forte e di aver a poco a poco causato l’estinzione degli altri esemplari di natura più debole?». L’argomentare di Nietzsche, come si vede, è stringente. La prospettiva darwiniana si rivela come la negazione stessa di ogni possibile filantropismo, umanitarismo e solidarismo; abbracciandola non si può che giungere all’antica morale del kratos, della forza.
     Siamo dunque giunti, grazie a Federico Nietzsche, a riconoscere proprio ciò che gli attuali cerebro-manomessi da scuola dell’obbligo, ivi inclusi molti noti «scienziati», si ostinano a negare: che, cioè, sul piano filosofico – ma anche storico – vi sia un filo diretto tra la strampalata ideologia darwiniana e il razzismo biologico e l’eugenetica anglosassone e nazionalsocialista. Sono infatti queste le correnti di pensiero che hanno «arditamente» dedotto, come il giovane Nietzsche infine auspicava nel David Strauss, «dal bellum omnium contra omnes e dal diritto del più forte, precetti morali per la vita»; sono queste correnti ad avere coeren
temente ed inflessibilmente dato luogo ad «un’etica darwinistica genuina e seriamente attuata».
     Sei una scimmia prevaricatrice? Comportati da scimmia prevaricatrice. L’uomo contemporaneo non lo vuole ammettere, ma anch’egli riconosce la logica di questa ingiunzione. Come spiegare altrimenti i soprusi, gli aborti, le manipolazioni genetiche, i mille traffici sessuali e non di un’epoca che non sa di avere Dio per Padre?

Due sempici idee sull’ars medica, logos e caritas

La medicina, come ogni altra scienza, nasce da un atto di fede nella ragione, nel Logos, nella possibilità cioè di risalire dagli effetti alle cause, seguendo un filo logico, causale e non casuale.

Per questo la sua patria è anzitutto la Grecia, che fa dell’idea di ordine e di armonia della natura il fondamento delle sue riflessioni filosofiche. Per Ippocrate, come nota Michelangelo Pelàez, “il divino si manifesta nella regolarità stessa delle leggi naturali”. Analogamente Galeno si ispira al finalismo platonico e al principio di Aristotele secondo cui “la natura non fa nulla invano”, riconoscendo dunque come base dell’indagine medica la fiducia nel senso e nell’ordine della realtà, l’idea di cosmos contrapposta a quella di caos. Nulla a che vedere dunque con la realtà come illusione, propria della filosofia induista, o con lo scetticismo gnoseologico di un David Hume. Ma perché la medicina si sviluppi veramente, oltre ad un riconoscimento pieno del Logos, occorre anche quello della Caritas. Diversamente da altre scienze, infatti, essendo una scienza “applicata” all’uomo, la medicina non risponde solo al desiderio infinito di conoscenza, ma affronta anche il cuore della natura corporale, la sua fragilità e finitezza. Se infatti il desiderio di conoscere è innato, perché risponde alla nostra natura razionale, la misericordia e la pazienza, virtù rispettivamente del medico e del malato, richiedono invece, spesso, uno sforzo, una fatica, perché combattono con la natura umana decaduta. Ebbene, non è un caso che la medicina sorga, dopo l’alba greca, nella Cristianità, in cui il Logos incontra la Caritas, prende una carne che patisce e si fa “infermo tra gli infermi”. “Curate infirmos” è il comandamento straordinariamente nuovo di Cristo, antitetico ad un ideale di liberazione dualista o spiritualista; un comandamento che va insieme all’esortazione ad annunciare la Verità. Il Logos manifesta dunque se stesso nella Carità, e chiede che ogni uomo faccia altrettanto, facendosi prossimo, nel corpo e nello spirito: veritatem facientes, in caritate. Per questo assistenza ai poveri, ai malati, agli orfani, sono sin dall’origine nel cuore della Chiesa, e proprio per questo l’Italia e l’Europa saranno la culla di ospizi, xenodochi, ordini ospedalieri, confraternite e ospedali, che sorgono in tutto il medioevo sulle vie dei pellegrini, oltre che delle università di medicina, dalla Schola medica di Salerno, alle università pontificie di Bologna e Ferrara, sino all’università di Padova, nelle quali nascerà, appunto, la medicina moderna. La carità verso i poveri e i malati, sin dal Medioevo, è così importante che il re stesso, in Francia ed Inghilterra, è anche taumaturgo: San Luigi di Francia, ad esempio, incontrava e benediceva scrofolosi e malati tutti i giorni, dopo la messa, alloggiava a palazzo e nutriva i ritardatari e poiché tra i “malati che venivano a chiedere ai re la guarigione si trovavano molti bisognosi”, i re inglesi e francesi provvidero, sino all’età moderna, con grande generosità, al loro mantenimento ( M. Bloch, I re taumaturghi). Il sommo potere regale era dunque legato, nella mentalità di quell’epoca, al servizio, e chi era capo era chiamato a prendersi cura della abiezione e della miseria dei ultimi.

Ma l’esempio più interessante storicamente della carità medievale, che esploderà ancor più dopo il Concilio di Trento, con le figure di Camillo de Lellis, Giovanni di Dio e Vincenzo de Paoli, è l’ospedale di Santo Spirito, istituito a Roma con la protezione dei papi, e “vero precursore dell’assistenza ospedaliera e sociale” moderna. I suoi statuti, tramandati nel famoso Liber Regulae Sancti Spiritus ci dicono quanta fosse l’attenzione verso il dolore fisico dell’uomo. Santo Spirito era un ospedale organizzato in modo straordinario, con un reparto di maternità, un brefotrofio, il baliatico, la ruota per i bambini abbandonati, il gerontocomio, il lazzaretto, il pronto soccorso… I frati che vi operavano, in grande povertà, si consideravano “servi” del loro “signore”, il malato, in cui vedevano lo stesso Cristo sofferente; giravano periodicamente per la città con una specie di carriola per raccogliere malati e poveri nelle vie e nelle piazze; provvedevano ad affidare, se possibile, i trovatelli presso famiglie che li adottassero ed accoglievano le prostitute, in alcuni periodi dell’anno, nelle loro case, specie su esortazione di Innocenzo III, che aveva elargito speciali indulgenze a chi le avesse sposate e le avesse così ricondotte ad una vita dignitosa.

Qui, a Santo Spirito, avrebbe fatto il suo tirocinio anche Camillo de Lellis, qualche centinaio di anni più tardi, dopo aver abbandonato la sua vita di mercenario e di giocatore incallito. Mentre san Filippo Neri, suo confessore, invitava i giovani sbandati di Roma, col celebre detto “state buoni se potete, tutto il resto è vanità”, Camillo esortava i suoi frati a domandare la grazia a Dio di ottenere un “affetto materno verso il prossimo infermo”, per poterlo servire, con carità, sia nell’anima che nel corpo. Migliaia di persone, da allora, lo avrebbero seguito, in mezzo ad ogni difficoltà, sino alle persecuzioni dei sovrani assolutisti e di Napoleone, sino alla rinascita. Sempre, per quanto possibile all’uomo, col carisma dell’amore, che rende anche l’occhio del clinico, dello scienziato, più acuto e penetrante, perché gli fa intravedere, dietro il corpo, l’anima, e il peso anche morale della sofferenza. Perché la sapienza del medico, senza la carità, è come la cultura del maestro, senza l’amore per i discepoli: un cembalo vuoto, che tintinna.

Gli infiniti universi

Esistono infiniti universi che si incontrano e si scontrano, da sempre, prima e dopo il big bang che ha generato l’universo in cui noi esistiamo e indaghiamo.
Non siamo pertanto oggetto di alcuna predilezione né da parte della natura né da parte di un Creatore.
La nostra unicità è solo una condizione statistica: siamo una delle infinite possibilità che i parametri fisici fondamentali della materia potevano assumere.
Questo è il racconto più recente della nascita del nostro Universo, fatto oggi dagli astrofisica; il big bang è superato: non è l’inizio del tempo e dello spazio, ma è solo una fase della vita dell’universo, la più recente.
E’ come se per la natura nulla sia impossibile: non uno, ma infiniti big bang, non uno, ma infiniti unviversi…
Che i gravi salgano piuttosto che cadere, che cariche elettriche di segno opposto si respingano anziché attrarsi, che due reagenti interagiscano chimicamente in assenza di catalizzatore: inutile tentare di elencare fenomeni materiali che non accadono perché non possono; gli scienziati sanno che quando si ragiona sui massimi sistemi, come sull’origine del mondo, della vita e dell’uomo, improvvisamente, si aprono, (per la scienza, sia ben chiaro…, non per la filosofia) orizzonti e potenzialità inimmaginabili.
Ma dove sono tutti questi infiniti universi con gli infiniti valori possibili per la carica elettrica, per l’interazione nucleare forte, per la massa del protone, per la distanza Terra-Sole, per l’inclinazione dell’asse terrestre, per la valvola mitrale, per il metabolismo del glucosio, per il gruppo eme dell’emoglobina,….?
Insomma: chi ha mai visto anche solo un altro Universo al di fuori del nostro?
Chi ha mai “toccato” il confine ultimo del nostro Universo?
E, restando nell’ambito biologico, dove sono gli infiniti primati che non sono diventati Homo perché avevano postura o cervello o linguaggio o peluria o non si sa cosa, non compatibili o comunque diversi dai nostri cànoni?
Dove sono gli infiniti uccelli con ali strapazzate, tentativi mal riusciti ma comunque previsti dalla statistica delle mutazioni?
Dove sono gli infiniti tentativi di cellula mal riusciti prima di approdare al prototipo vincente?
Dove sono gli infiniti arti che non sono riusciti ad alzare il corpo del tetrapode sulla terraferma negli infiniti tentativi dell’evoluzione?
A sentir gli scienziati, che non riescono a spiegarsi, in termini fisici, nemmeno l’esistenza di un solo universo (nota bene!), gli universi nascono come i funghi nel bosco dopo un acquazzone e questi stessi universi non vedono l’ora di scontrarsi come i go-Karts dell’autoscontro!
Tanto sono rigorosi ed esigenti nella ricerca di possibili migliorìe nelle apparecchiature tecnologiche avanzate come i cellulari o come i computers, tanto (gli scienziati) sono faciloni nell’immaginare possibilità infinite per quella natura che sanno, per esperienza personale professionale, essere rigorosissima nella struttura e nel funzionamento!
Questa è la verità: noi, che siamo ignoranti delle infinite possibilità delle mutazioni e delle varianti fisiche e chimiche che la materia può assumere, perché ci accontentiamo delle leggi delle fisica, della chimica e della biologia che abbiamo studiato sui manuali scolastici, siamo stanchi e logorati dalle infinite elucubrazioni mentali o matematiche (cioè astratte) di chi “sa”, per definizione.
Quanto ci conforta il cardinale di Vienna, Christoph Schonborn, quando ha avuto il coraggio di scrivere sul laicissimo New York Times (7 luglio 2005): “L’ipotesi dei molti universi è stata inventata in cosmologia per evitare la schiacciante evidenza di scopo e disegno trovata nella scienza moderna. (….) Ogni scuola di pensiero che nega o cerca di ignorare la schiacciante evidenza del disegno in biologia, è ideologia, non scienza.”
Ma ora mi assale un dubbio: che non ci siano infinti universi in cui questa frase non ha alcun senso?

CHE COS’E’ LA VITA? Citazioni celebri

CHE COS’E’ LA VITA? CITAZIONI CELEBRI
“L’esistenza dell’uomo, un tempo il massimo dei misteri, oggi non è più tale perché l’enigma è stato risolto per merito di Darwin e di Wallace, ai cui risultati noi continueremo per un bel po’ di tempo ad aggiungere note in calce.” (Richard Dawkins, L’orologiaio cieco)

“Il nostro numero è uscito alla roulette” (Francois Monod, Le hasard e la necessitè).

“L’andatura eretta dava a coloro che la praticavano la possibilità di vedere al di sopra dell’erba alta, stando in guardia da predatori come leoni e tigri. Lo stimolo che ha provocato la comparsa degli ominidi potrebbe essere stata la risposta alle drastiche modifiche ambientali del Miocene finale.” (Philip Tobias, L’acquisizione dell’andatura eretta).

 “E’ stato l’ambiente a fare l’uomo e senza questo evento (la siccità in Africa tropicale) il genere Homo non avrebbe avuto alcun motivo di comparire, almeno lì e in quel momento” (Yves Coppens, Histoire de l’homme et changements climatiques, tr. Italiana Jaca Book, 2007).

“Nonostante il mutamento e la dinamica incessanti del mondo visibile, vi sono aspetti della struttura dell’universo che presentano una irremovibile costanza. Sono questi misteriosi aspetti immutabili che rendono il nostro universo quello che è e lo distinguono da altri mondi che potremmo immaginare. Sono le costanti di natura. Esse sono alla base di ogni identità dell’universo: spiegano perché ogni elettrone sembra essere identico a ogni altro elettrone.” (Jhon Barrow: i Numeri dell’universo, saggi Mondatori 2003)

Ridurre la scienza alle sole “misure” prese sul campo è come chiedere allo scienziato oculista di parlare di cristallino e di retina senza poter mai dire che l’occhio serve a vedere! (Jaki).

 “Se consideriamo scientifico solo ciò che è riproducibile e verificabile in laboratorio, la teoria dell’evoluzione non è e non sarà mai una teoria scientifica in senso stretto.” (Le forme della vita. Edoardo Boncinelli).

Si dice che un ascaride di 956 cellule (è un verme) possieda lo stesso numero di geni (circa 20.000) che troviamo in un uomo. “Quasi tutti i geni presenti nel cromosoma 17 dell’uomo si ritrovano nel cromosoma 11 del topo. Il cromosoma 2 dell’uomo sembra derivare dalla fusione di due piccoli cromosomi dello scimpanzé e questo spiegherebbe come mai la specie umana abbia 46 cromosomi, cioè due in meno della scimmia. Sequenze ARE (ancient ripetitive elements) si ritrovano in posizioni analoghe nei cromosomi di specie diverse.” (pag. 135 – 136 Collins, il linguaggio di Dio)

“Il neodarwinismo si applica alla fase due, dal Cambriano in poi. Che cosa sia successo prima del Cambriano, la comparsa della vita, la successiva comparsa di quasi tutti i phyla di animali, dagli insetti ai cordati, e che cosa sia successo in concomitanza con la comparsa della specie umana, è al momento al di fuori della nostra portata, … anche se non c’è ragione di ritenere che i principi biologici non siano gli stessi.” (Edoardo Boncinelli: Le forme della vita, pag.50).

 “Solo dopo due anni di estenuanti tentativi i due ricercatori dell’Università del Maryland hanno ottenuto la pubblicazione dei loro lavori che dimostrano che le connessione dei neuroni, dal verme all’uomo, rispondono alla legge della massima efficienza. E non è un comportamento dettato solo dai geni.” Hanno comparato le connessioni nervose reali con milioni di alternative possibili, al computer e quelle reali sono risultate le ottimali. (Massimo Piattelli Palmarini, Corriere 6 novembre)

È questa l’eredità da lui lasciata ai propri colleghi. Einstein si spense a Princeton subito dopo la mezzanotte del 16 Aprile del 1955, per un aneurisma. Aveva cambiato per sempre la concezione che abbiamo di spazio, tempo e struttura dell’universo, partendo da una pretesa forse arrogante ed ambiziosa, ma certamente degna di un genio: « Voglio capire come Dio ha creato il mondo. Non mi interessa questo o quel fenomeno in particolare: voglio penetrare a fondo il Suo pensiero. Il resto sono solo minuzie… L’esperienza più bella che possiamo provare è il senso del mistero. E’ l’emozione fondamentale che accompagna la nascita dell’arte autentica e della vera scienza. Colui che non la conosce, colui che non può più provare stupore e meraviglia è come morto, ed i suoi occhi sono incapaci di vedere. » (Albert Einstein)

 “Il senso del mondo dev’essere fuori di esso” (Wittgenstein).

“La legge universale presente nella natura dà l’impressione che la natura sia governata e predeterminata da una volontà intelligente” (Max Planck).

“L’uomo supera infinitamente l’uomo” (Pascal).

“I progressi della scienza e in particolare della ricerca del DNA mi hanno convinto che il mondo è diventato realtà grazie all’intervento di una mente intelligente.” (Antony Flew)

“Non so ancora cosa accada davvero, ma certo quando guardo gli elefanti, i maiali, le antilopi, i cavalli cambiare tutti le loro caratteristiche fisiche nella direzione giusta proprio al momento giusto, mi dico: è possibile che siano tutti guidati solo dal caso? Si ha l’impressione che ci sia un trucco! Entro lo stock di mutazioni casuali immagazzinate, viene pescata quella giusta.” (Yves Coppens, Vita e Pensiero n°6 nov/dic 2006)

 “E’ sconcertante vedere che, non di rado, gli stessi gruppi sociali e politici che lodevolmente sono i più inclini al rispetto della creazione di Dio, prestano scarsa attenzione alla meraviglia della vita nel grembo materno” (Benedetto XVI)

L’evoluzione possibile.

E’ uscito recentemente il libro “Caso o disegno” (Edizioni Studio Domenicano), con cui il cardinal Schoenborn fa seguito al suo famoso articolo sul New York Times del 7 luglio 2005.

Si tratta di un testo pregevole dal punto di vista filosofico e teologico, in cui si distingue l’evoluzione darwiniana come teoria scientifica, dall’evoluzionismo darwiniano come filosofia materialista che trae conclusioni indebite da osservazioni naturalistiche, arrivando ad affermare, come nel caso di Julian Huxley, che nel “pensiero evoluzionistico non c’è più bisogno e spazio per il soprannaturale. La terra non è stata creata, si è formata attraverso l’evoluzione…”. Il cardinale ribadisce anzitutto che la posizione cattolica, nella storia, sin dal medioevo, è quella che vede l’uomo come un microcosmo, cioè “un essere di confine che unisce in sé tutti e due i mondi, quello spirituale e quello materiale”. Chiarito ciò, ribadisce che non esistono difficoltà “nel conciliare la fede in un Dio creatore con la teoria dell’evoluzione, ad una condizione, che si rispettino i limiti di una teoria scientifica”.

L’idea fondamentale cui il cristianesimo non può abdicare è quella di creazione: l’universo è opera di un Dio trascendente, il quale, oltre a creare, “conserva nell’essere tutto ciò che ha creato”, tramite una “creatio continua”, un condurre a compimento la sua opera. Per il credente non vi è affatto bisogno di presupporre singoli atti creatori che si susseguono, con interventi continui di Dio. Basta altresì riconoscere il fatto che il Creatore dona “alle creature non solo l’essere, ma anche l’agire”, rendendo dunque le sue creature “cause secondarie”, concreatrici.

L’esempio adotto dal cardinale è illuminante: per ogni nuova vita umana Dio si serve dei genitori, che, procreando, cooperano col Creatore, divenendo appunto cause seconde, concause (e non cause uniche, assolute). Scrive Schoenborn: “Senza dubbio i genitori sono concause reali del nuovo essere umano. Essi però non ‘producono’ la nuova persona. La realtà davvero nuova che viene al mondo con un nuovo essere umano ha origine grazie a un atto totale al quale partecipano Dio e la creatura, ma non in parti uguali, bensì in modo tale che i genitori siano completamente causa, in quanto, per quanto li concerne, contribuiscono totalmente con quanto hanno di proprio, ed anche Dio sia completamente causa del nuovo uomo, in quanto Egli crea quello che solo l’atto creatore è in grado di creare: una nuova persona, immortale nella sua anima, unica nella sua vocazione di fronte a Dio”. Si potrebbe chiarire con un altro esempio: l’embrione, nato grazie all’unione di un uomo e una donna, contiene in sé, in potenza, un progetto che lo porterà ad evolversi in un uomo maturo, senza ulteriori interventi dall’esterno. Ha ricevuto così, da Dio come causa prima, e dagli uomini, come concause, l’essere e l’agire, che in questo caso è un evolversi, non casuale ma “intelligente”.

Il cardinale trova conferma all’idea, non certo nuova, delle concause, nel Genesi, in cui si legge che Dio ordinò: “le acque brulichino di esseri viventi”, e aggiunse: “la terra produca esseri viventi”. Chiosa il cardinale: ” non significa questo che Dio può agire anche tramite il mondo?”. Non significa che il mare e la terra possono essere stati il luogo d’origine di forme di vita create non direttamente, diciamo così, ma indirettamente, per evoluzione?

Un simile ragionamento, che porta all’idea di un disegno intelligente (che non significa teoria dell’Intelligent Design), opposto all’idea filosofica di “caso e necessità”, lo troviamo, oltre che nel celebre genetista F. Collins, anche in una vecchia intervista del celeberrimo Jerome Lejeune, scopritore della prima anomalia genetica, la trisomia 21, il quale, pur criticissimo verso la macroevoluzione darwiniana, affermava: “non bisogna credere che la Bibbia si oppone necessariamente al concetto di evoluzione. La Bibbia è anche il primo libro evolutivo poiché evidenzia le tappe della creazione. La cosa che più stupisce è che nella Bibbia appaiono dapprima gli animali marini, poi gli animali volanti, poi gli animali terrestri e da ultimo l’uomo. Sarebbe a dire che la Bibbia, in uno scorcio assolutamente folgorante, enumera la comparsa degli esseri viventi secondo l’ordine in cui noi li ritroviamo negli strati geologici”. Ma soprattutto, in perfetto accordo con la teologia del cardinale, aggiungeva: “se rileggete il testo della Genesi, che è assai interessante, la parola creazione ad opera di Dio è usata solo tre volte. Una volta per il cielo e la terra, una volta per l’uomo e poi è usata, verso la metà, per i grandi mostri marini. Per tutto il resto, si dice che la terra verdeggia, che il mare brulica di vita…non c’è un meccanismo che ci venga rivelato in quanto meccanismo creativo specie per specie. Così come c’è una grande libertà per il credente di dimostrare tutte le ipotesi evoluzioniste per sapere se coincidono con la realtà. Non possono essere in contraddizione con la Rivelazione, che afferma soltanto la creazione del cielo e della terra, che descrive come un atto creatore diretto di Dio, e la creazione dell’essere umano. Quando arriviamo all’essere umano e vediamo comparire bruscamente sul pianeta un bipede così simile agli altri, e che tuttavia per la prima volta è in grado di pensare, siamo ben obbligati a dirci che qualcuno gli ha insufflato qualcosa”.(“Studi Cattolici”, n. 188, 1976). Interessante: un gradissimo genetista, e un cardinale, perfettamente d’accordo, a partire dalla ragione e dalla Genesi.

Lo facesti di poco inferiore agli angeli.

Si dice che Teresa d’Avila, meditando il padre nostro, si fermasse alle prime due parole, padre nostro, appunto, come un piccolo bimbo che dice solo “babbo, o mamma”, e non ha bisogno di dire altro, perché ha già espresso tutto; perché in quel dolci suoni vi è tutto il suo universo, tutta la sua fiducia, il suo totale abbandono.

Ciò di cui il bambino ha bisogno, il padre lo sa, e il bimbo, che invece non lo comprende appieno, si affida. Era sufficiente, per Teresa, pensare alla sua dignità di figlia di Dio, all’idea di avere un Padre che la amava, per lei, solo per lei, e per tutti, per sentirsi felice, serena, gioiosa, anche di fronte al dolore. Secoli più tardi Teresa del Bambin Gesù avrebbe fondato la sua spiritualità sull’abbandono, sulla fiducia in Dio, convinta che “tutto è grazia”, che anche nelle vicende più tristi della vita vi è un significato, che alla fine risplende, o che magari agli occhi degli uomini rimane occulto, ma si svelerà poi, alla fine di tutto, quando saranno resi noti i pensieri dei cuori e tutto si chiarirà, alla luce di Dio. Con queste convinzioni vivevano anche i contadini del medioevo, anche gli uomini di un tempo, quelli che videro carestie, pestilenze, quelli che assistettero a invasioni, e congiure, quelli per i quali la morte prematura, di un figlio, di una moglie, di un marito in guerra, non erano cose così rare…

Eppure costoro ritenevano per vere le parole del salmista: “ Che è l’uomo perché te ne ricordi?…Lo facesti di poco inferiore agli Angeli”. Che ci credessero ce lo dicono le poesie, le lapidi, le chiese grandiose, i canti della cristianità del passato: Rorate caeli desuper et nubae pluant Iustum… Dio era piovuto dal cielo e aveva preso dimora tra gli uomini, cioè gli uomini erano divenuti degni di Dio, a causa di una colpa, ma di una felix culpa. La colpa, insomma, rimaneva, il senso della propria miseria pure, ma accanto ad essa l’idea di una dignità, dell’uomo, veramente grandiosa. Non si chiamava, questa concezione, umanesimo, ma era sicuramente qualcosa di più, una visione dell’uomo ben più alta di quella degli stessi umanisti. Oggi, dopo i secoli della miscredenza e del dubbio, quest’idea sembra sempre più impossibile: siamo tutti orfani, vuoi perché siamo nati dopo i gulag e i lager, vuoi perché ci consideriamo, come J. Monod, “zingari al margine dell’universo”, cancri del pianeta, nient’altro che animali, “evoluti per caso”.

Per questo la speranza è una virtù che non ci appartiene più: crediamo di sapere, di aver indagato i misteri, le vie del Signore, di aver visto che non portano da nessuna parte, e, chiusi nel nostro bozzolo, come se la storia fosse finita, chiudiamo tutte le porte alla speranza, ridotta, come in Baudelaire, ad un pipistrello che non riesce ad alzarsi in volo, bloccato da un soffitto basso e marcito. Nella vita di tutti i giorni, l’assenza di speranza significa chiusura alla famiglia, ai figli, alla provvidenza; significa ansia per la carriera, necessità di avere tutto sotto controllo, calcolo e misura in ogni cosa, anche nell’amore. Siamo tanti personaggi ingessati, che non si fidano di nessuno che non hanno un padre celeste, e che avanzano “contando” sulle proprie misere forze. Per questo il papa nella sua enciclica ha voluto ribadire che “il cielo non è vuoto . La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno spirito che in Gesù si è rivelato come Amore”. In questo sta la nostra speranza, cioè la nostra certezza.

Questa posizione non è solo dei semplici e degli ignoranti. E’, ad esempio, anche quella di un famoso scienziato, Owen Gingerich, professore di astronomia e di storia della scienza all’Università di Havard, autore di un libro affascinante: “Cercando Dio nell’universo” (Lindau). Gingerich parte nelle sue riflessioni da Keplero, quando alla fine del suo “Harmonices mundi”, riecheggiando un salmo di lode, scriveva: “grande è il Signore nostro, grande è la sua sapienza, non ha confini; lodatelo voi, o cieli, lodatelo voi, o Sole, o Luna, o Pianeti, qualunque senso per percepire e qualunque lingua adoperiate per manifestare il vostro Creatore; lodatelo voi, o armonie dei cieli, lodatelo voi che osservate le armonie manifeste; loda anche tu, anima mia, il Signore creatore tuo finché vivrò…”.

Con la stesso entusiasmo di Keplero, secoli dopo, l’astronomo Gingerich fa le sue professioni di fede: afferma di credere “nel disegno intelligente” (ma non nell’ Intelligent Design), negli attributi di “origine divina”, “creatività, coscienza e consapevolezza, che è poi autoconsapevolezza: tutti caratteri essenzialmente umani”, e scrive: “sono persuaso della presenza, al di sopra e all’interno del cosmo, di un Creatore dotato di una intelligenza superiore. Credo inoltre che il contesto offertoci dal nostro universo, così ricco di elementi confacenti al genere umano e tale da permettere e da incoraggiare l’esistenza di forme di vita consapevoli, faccia parte del disegno e dello scopo di un Creatore”. E ancora: “può darsi che l’universo sia come una grande pianta il cui fine ultimo è dare vita a un piccolo bellissimo fiore. E può darsi che quel piccolo, bellissimo fiore sia proprio l’uomo”, mentre “gli evoluzionisti che rifiutano qualsiasi teleologia e che, nel dichiarare il loro credo in una sorte di roulette cosmica, parlano di un universo assolutamente privo di scopo, non stanno presentando un fatto scientifico dimostrato; essi, piuttosto, stanno difendendo le loro personali prese di posizione in ambito metafisico”.

Umane riflessioni di un papa’ biologo intorno alla nascita di un figlio

Ogni teoria interpretativa dell’origine e della diversità degli esseri viventi deve fare i conti con lo sviluppo embrionale dell’organismo.
Di fatto ogni nuovo individuo non viene al mondo completo di tutte le sue parti come fosse un adulto, ma inizia da una dimensione addirittura unicellulare, per poi svilupparsi lentamente (quaranta settimane per un uomo, venti mesi per un elefante, due settimane per la zanzara tigre, poche ore per la farfalla effemeride, ecc…) in modo articolato ed armonioso fino a raggiungere dimensioni e maturità tali da consentirgli una certa autonomia di vita.
Questo è lo sviluppo embrionale.
Non c’è alternativa per il vivente.
Capire come e soprattutto perché si succedano i passaggi-chiave che portano al differenziamento degli organi secondo un piano prestabilito e finalizzato all’identità e all’autonomia di vita, è l’affascinante compito investigativo affidato agli embriologi e rimane una tappa fondamentale della nostra conoscenza prima di poter approcciare l’eventuale trasformazione da una specie ad un’altra.
E’ la recente consapevolezza che ha dato origine all’Evo-devo, quel filone di ricerca a cui lavorano gli evoluzionisti di frontiera.
Il vivente appena concepito, si avvia spontaneamente verso tre grandi scenari, ciascuno dei quali ricorda veramente un “miracolo” nel senso etimologico del termine.
Il primo consiste nel passaggio del concepito da una forma sferica ad una forma allungata: l’uovo inizia a dividersi e a dare origine a miliardi di cellule, ma non si sviluppa in tutte le direzioni con uguale intensità, cioè non diventa una sfera “più grande”.
Si allunga e si differenzia lungo tre assi: l’asse cefalo-caudale; l’asse dorso-ventrale; l’asse latero-laterale.
La seconda meraviglia consiste nella comparsa di strutture ed organi particolari lungo questi tre assi: per esempio la testa, il cuore, i reni, le braccia, i piedi, ecc…
Il terzo scenario consiste nei collegamenti di tutte queste nuove strutture in modo da realizzare un solo organismo, che rappresenta il beneficiario e il protagonista della vita di queste cellule organizzate.
I mammiferi come noi devono aggiungere a questo punto un quarto miracolo: la sacca amniotica, la placenta, il cordone ombelicale: un ambiente unico che fa da garanzia al procedere degli scenari che abbiamo descritto.
Tutto questo avviene spontaneamente, senza alcun intervento dall’esterno, rispettando rigorosamente una scaletta di tempi e di spazi che non lascia nulla all’improvvisazione.
Com’è possibile pensare che queste “novità” non abbiano un Progettista?
Sul cartello che descrive i lavori all’ingresso del cantiere, si fanno i nomi del proprietario, del committente, del direttore del cantiere, del responsabile della sicurezza, di chi ha fatto i calcoli, di chi ha disegnato il progetto, di chi ha concesso l’autorizzazione in Comune.
Di fronte al “cantiere” di una vita nuova, infinitamente più complessa di qualsiasi opera umana, non si erge alcun cartello.
“Nato per caso”; “Sviluppato per caso”; “Capace di vivere, per caso”: questi potrebbero essere, in sequenza come i lavori, i cartelli che i nostri biologi più famosi vorrebbero apporre.
Ma chi di noi ha preso in braccio il proprio figlio appena partorito, ancora caldo di mamma, con i polmoni gonfi di aria per la prima volta, non può condividere il pensiero di questi luminari della scienza.
Mio figlio mi assomiglia e non ha nulla a che spartire con il caso.
Nessun papà si lascia attraversare nemmeno per un attimo dal pensiero che il proprio figlio sia venuto al mondo per una serie infinita di coincidenze che l’hanno disegnato in quell’unico e irripetibile modo!
Apro gli occhi di fronte al mistero di una vita che mi è donata, perché è stata pensata proprio per la mia famiglia.
Sono le categorie di dono, di armonia, di bellezza, quelle che si affacciano nella mia mente, con tutta la forza e la verità che ha l’evidenza della realtà.
Non ho bisogno di alcuna spiegazione, né devo riflettere tra me e me: mio figlio sta urlando la sua novità di fronte a tutti!
Ai famosi biologi l’onere della prova del contrario.
Noi, dal canto nostro, non abbiamo mai esperimentato nella nostra vita una verità più evidente di questa: nostro figlio è un essere di valore infinito, nostro figlio ha il diritto di vivere, nostro figlio è il fine più nobile dell’universo stesso.
Certamente, se lo sviluppo di un bambino è un processo così misurato e finemente sintonizzato, sarà da ripensare anche l’intera evoluzione degli esseri viventi in un orizzonte nuovo, che sia capace di soddisfare la nostra ricerca costante di ragionevolezza.

La mela che non si può prendere, Majorana e l’atomica.

La retorica sulla libertà di ricerca scientifica è uno di quegli slogans banali, che almeno la conoscenza del passato dovrebbe permetterci di evitare.

Pensiamo ad esempio cosa avvenne con la bomba atomica. Durante la seconda guerra mondiale sembrò ad un certo punto che qualcosa potesse risolvere il conflitto: il primo a ipotizzare l’uso di una scoperta scientifica, in sé buona, la fissione nucleare, per un uso malvagio, la creazione della bomba nucleare, sembra sia stato Hitler, al quale poi, però, si accodarono in tanti.

Pochi anni prima uno scienziato italiano, Ettore Majorana era forse stato uno dei primi ad intuire i pericoli insiti in una scienza priva di senso del limite. Era, costui, un allievo di Enrico Fermi, il futuro padre dell’atomica. Si racconta che i due facessero a gara a risolvere complicatissimi calcoli: Majorana, considerato dal maestro un genio al pari di Galilei e Newton, a memoria, Fermi col calcolatore, alla lavagna o su un foglio. Sembra addirittura che Majorana avesse compreso ed illustrato agli amici dell’università di Fisica, prima di Heisenberg, "la teoria che da Heisenberg prese il nome, del nucleo fatto di protoni e neutroni". Poi Majorana ed Heisenberg divennero buoni amici, finchè nel 1938 lo scienziato italiano scomparve.

La sua morte fu presentata come un semplice suicidio. Ma pochi in realtà ci credettero: fu convinzione diffusa infatti che Majorana fosse fuggito, forse in un convento, perché angustiato dalle terribili conseguenze che aveva intuito potessero derivare dalle recenti scoperte sull’atomo. Sono ipotesi, suffragate da molti indizi, anche se non da certezze. Eppure ci dicono della "coscienza religiosa" che fu propria di un uomo di genio, di uno scienziato come Majorana. Quanto ad Heisenberg, invece, vi sono notizie indiscutibili: era senz’altro il fisico da cui Hitler si aspettava qualcosa.

 Racconta Leonardo Sciascia, nel suo "La scomparsa di Majorana", che i fisici che lavoravano all’atomica in America "credevano fino all’ossessione" che anche Heisenberg stesse facendola: "ma Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica, ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla". Antonino Zichichi, già presidente della World Federation of Scientists, ci dà altre preziose informazioni: "Il primo fisico che immaginò l’unificazione dei fenomeni fondamentali (M.P.Bronstein) fu condannato a morte da Stalin in quanto non aveva voluto piegarsi alla sua ideologia. Il padre della fisica quantistica, Max Planck (fervente cattolico, ndr), ebbe il figlio ucciso dai nazisti come ritorsione perché non aveva voluto collaborare al progetto per la prima bomba nucleare della storia. Il padre della superfluidità, P. Kapitza, visse sul lastrico con la famiglia per aver rifiutato di dirigere il progetto sovietico per la prima bomba a fusione nucleare". Vi furono dunque scienziati che ritennero che non tutto ciò che era fattibile era di per se stesso buono e giusto. Altri, invece, agirono (salvo poi, magari, pentirsene amaramente, come Oppenheimer), da tecnici di laboratorio: fecero la bomba atomica e diedero le istruzioni per l’uso.

Chiesero infatti che "l’obiettivo fosse una zona del raggio di un miglio e di dense costruzioni; che ci fosse una percentuale alta di edifici in legno; che non avesse fino a quel momento subito bombardamenti, in modo da poter accertare con la massima precisione gli effetti…".

Conclude Sciascia: "Chi sia pur sommariamente conosce la storia dell’atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni la consegnarono ai politici e ai militari". Qualcuno potrebbe dire che il paragone implicito, tra atomica ed ingegneria genetica senza limiti, è eccessivo. E’ vero: è assai più grave violentare la natura dell’uomo, modifìcando le modalità stesse del nascere, che inventare la bomba atomica in tempo di guerra! Teologicamente, però, il problema è ancora quello dell’albero del Genesi: c’è una mela che non si può prendere; c’è un limite, buono, che è intrinseco alla nostra condizione di esseri relativi. Un limite che paradossalmente non ci limita, ma ci apre alla Verità.

Il fondatore della geologia, il beato Niccolò Stenone.

Di Niccolò, nella storia della scienza, non c’è solo Copernico. C’è anche Niccolò Stenone, il fondatore della geologia, della paleontologia e della cristallografia. Finalmente un bellissimo libro di Alan Cutler, geologo e divulgatore scientifico di fama, intitolato “La conchiglia del diluvio. Niccolò Stenone e la nascita della scienza della Terra” (Il Saggiatore), rende giustizia a questo gigante del pensiero. Stenone nasce il primo gennaio 1638 in Danimarca, da genitori orafi, luterani.

La sua passione, ancora giovane, è l’anatomia. La sua mano, abile, delicata, disseziona incessantemente, manovra il bisturi con una sapienza infinita: “Non una farfalla, non una mosca riescono a sfuggire alla sua abilità. Riuscirebbe a contare le ossa di una pulce, se le pulci avessero le ossa”. Ancora giovane, affida i suoi pensieri ad un diario, Chaos, che porta il motto “In Nomine Jesu”. Come Copernico, come Boyle, che aveva addirittura fatto voto di castità per essere scampato ad un pericolo, come il suo amico Jan Swammerdam, fondatore dell’entomologia, che intende “scrivere un libro sulle api per dimostrare la saggezza del Creatore”, così anche Stenone unisce una curiosità incredibile, ad un profondo senso religioso. Tramite la dissezione Stenone fa alcune scoperte interessanti, come il dotto della ghiandola parotidea e le ghiandole lacrimali.

Gira l’Europa, ma l’approdo della sua vita è la corte di Firenze, l’Accademia del Cimento, all’epoca il più prestigioso cenacolo scientifico del mondo. Qui conosce Viviani, ultimo discepolo e biografo di Galilei, Lorenzo Magalotti, e il mitico Francesco Redi, medico galileiano, colui che aveva confutato per primo la generazione spontanea. Firenze è un paradiso, il granduca sostiene i suoi scienziati, e Stenone scopre che “in contrasto con gli stereotipi sui cattolici con cui era stato cresciuto nella Danimarca luterana, i suoi nuovi amici erano cristiani devoti con uno spiccato senso morale”, Viviani e Redi compresi. Galilei è il loro nume tutelare, ed essi ritengono che la sua sfortuna sia stata dovuta alla “gelosia personale e all’indole vendicativa di nemici schierati tra gli studiosi aristotelici conservatori”, perché in verità “la sua scienza non offendeva la fede in alcun modo”. In questo ambiente lo studioso danese concentra i suoi interessi sulle conchiglie e sui fossili, fondando così la geologia in un breve e immortale trattato di 68 pagine, il De solido (1669).

Stenone parte dall’osservazione delle conchiglie, dei fossili e dei denti di uno squalo. Come per Galilei l’ostacolo principale erano state le dottrine pagane di Aristotele, così la domanda di Stenone sul perché si trovino conchiglie sulle montagne o nei terreni o nelle rocce, trova l’opposizione di “alcune correnti mistiche del Rinascimento”: ” i filosofi neoplatonici ed ermetici, insegnavano che ogni cosa sulla terra era plasmata da forze plastiche e da invisibili emanazioni delle stelle”. Secondo tale visione animista, pagana, le conchiglie fossili non sono vere conchiglie, ma entità che sbocciano dal suolo, come le piante, per generazione spontanea, per riverberi di stelle e di pianeti, per forze magiche, per virtù dell’Anima Mundi. Queste dunque sono le idee che Stenone deve demolire, per dimostrare che i fossili altro non sono che creature viventi “il cui corpo è stato ricoperto lentamente dalla stratificazione dei sedimenti”. Così analizzando fossili, conchiglie, stratificazioni varie, dischiude lo studio della terra, del suo passato, della sua storia, creando la geologia e definendo alcuni principi basilari, detti ancor oggi “principi di Stenone”.

In mezzo alle ricerche Stenone approda dal luteranesimo al cattolicesimo: rimane colpito, soprattutto, da una processione del Corpus Domini, dalla devozione allegra degli italiani, dalla figura ascetica del gesuita Paolo Segneri, e soprattutto dal dialogo con alcune donne di fede. Il giorno stesso della conversione Stenone viene convocato dal re di Danimarca. Egli però non vuole tornare nel suo paese, là dove il cattolicesimo è proibito e celebrare la messa può costare la vita. Tornerà in patria solo per un breve periodo, ma sarà maltrattato, per la sua adesione al cattolicesimo, e gli sarà precluso l’insegnamento in università. A parte questa parentesi, Stenone vive per lo più a Firenze, dove compone il già citato De solido. In esso affronta anche questioni bibliche e di fede. Il trattato viene esaminato dal Santo Ufficio, che ne affida il controllo a Redi e al Viviani, i quali evidentemente godono di ottima fama nel mondo ecclesiastico. Il nulla osta alla pubblicazione arriva subito. Mentre le sue affermazioni vengono smentite o lodate dai più famosi naturalisti dell’epoca, Stenone si occupa sempre più di teologia e deve difendersi dall’accusa di alcuni compatrioti che lo accusano di “resa al papismo”. Risponde sempre con garbo, con dolcezza, per non esacerbare gli animi.

Conia, in questi anni, un celebre aforisma, che dice della sua consapevolezza di quanto le scoperte umane non siano nulla rispetto alla misteriosa grandezza dell’Essere: “Belle sono le cose che si vedono, ancor più belle quelle che si conoscono, bellissime quelle che si ignorano”. Nell’aprile del 1675 diviene prete e poco dopo vescovo. Va a Roma, per l’ordinazione, nel 1677, a piedi, “vivendo di carità nel corso del viaggio”. Il papa lo invia in Germania, tra i protestanti, dove vivrà in condizioni estreme, arrivando a vendere l’anello e la croce d’argento, per aiutare i poveri. Dorme poco, digiuna, lavora, prega…Morirà il 25 novembre 1686 e nel 1988 verrà proclamato beato dalla Chiesa.

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