Copernico, Galilei e Pascal: l’uomo è il centro dell’universo.

Il 2009 è l’anno dell’astronomia, in cui si ricordano i grandi nomi e le grandi scoperte in questo campo della scienza. L’astronomia è sempre stata uno degli interessi principali dell’uomo, anche se nell’antichità si confondeva spesso con l’ astrologia, perché non era tanto una scienza, quanto un’insieme di osservazioni empiriche, anche notevoli ed importanti, ma per lo più unite a considerazioni magiche, superstiziose, fataliste. Tutti i popoli della terra hanno sollevato gli occhi al cielo, per un innato senso religioso.

 Hanno tutti chiesto alla luna, come il pastore di Leopardi: “Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai silenziosa luna?”, cercando di ottenere da lei una risposta anche sul destino umano. Basti pensare che tutte le cantiche di Dante finiscono con la parola stelle, o che il termine “desiderio”, deriva dal latino, sidera, che significa, appunto, stelle. Così gli antichi babilonesi e molti altri popoli avevano degli osservatori sopraelevati e cercavano di leggere nel cielo il Destino dell’uomo, redigendo oroscopi. Gli astri e i pianeti erano per gli antichi, e per molti intellettuali e non, del Cinquecento e del Seicento (si pensi a Tommaso Campanella), delle “divinità” capaci di influenzare l’uomo, la sua salute, le sue scelte morali. Platone, un grande filosofo greco del V secolo avanti Cristo, nel suo Timeo definisce le stelle “dei visibili”, e ritiene, come i suoi contemporanei, che sia composto di una quinta essenza, l’etere, che esiste appunto solo nel cielo. Gli astri, per lui, per gli aristotelici e per il cosiddetto sistema aristotelico tolemaico, sono lisci, perfetti, cristallini, si muovono di moto circolare, e cioè perfetto, perché sono, appunto, divini. Col cristianesimo le cose iniziano a cambiare: il cielo rimane abitato da Dio, metaforicamente, ma le stelle e gli astri vengono ridimensionati. Divengono semplicemente creature di Dio, opere della sua munificenza, che cantano le lodi del Creatore, ma non divinità essi stessi.

Uomini, insegna sant’Agostino, siete liberi, le vostre azioni non sono decise dagli astri. Siete voi, come creature spirituali, a scegliere tra il bene e il male, e a decidere della vostra vita. Analogamente l’apologeta cristiano Lattanzio scrive: "Proprio perché gli astri non possono uscire dalle orbite prescritte, appare evidente che non sono dei; se fossero dei li vedremmo trasferirsi qua e là come esseri animati sulla terra che vanno dove vogliono perché le loro volontà sono libere". Si tratta di un’ acquisizione filosofica fondamentale, che da una parte salva la libertà e l’indipendenza dell’uomo, non più schiavo del Fato, del Destino, del volere delle stelle, come nell’antichità, dall’altra apre allo studio scientifico degli astri. In quanto agglomerati di materia, infatti, e non dei, possono essere indagati e studiati. San Tommaso, per confutare coloro che ancora credono nell’oroscopo, scrive: “Astri inclinant, non necessitant”, cioè gli astri possono influire sul carattere, sul temperamento di una persona, ma non impongono nulla, necessariamente, alla natura spirituale, libera, dell’uomo, come invece credono i pagani o gli altri popoli della terra, in Asia o in Africa. Nonostante queste importanti riflessioni, scaturite dalla razionalità del cristianesimo, il medioevo mantiene il sistema aristotelico tolemaico e geocentrico degli antichi greci. Solo che inizia sempre più ad interrogarsi: se non sono dei, se non sono entità vive, cioè se non si muovono per forza propria, cosa muove gli astri? Non un’anima divina dentro di loro, dunque, ma qualcosa di altro. Roberto Grossatesta, un vescovo inglese, nel XIII secolo ipotizza che il moto originario impresso all’atto della creazione, da una sorta di big bang, possa giustificare il moto dei pianeti. Come se dopo l’atto creativo di Dio, tutto l’universo materiale fosse regolato da leggi fisiche, matematiche, poste in essere da un “divino Architetto”. Occorre ora, dunque, cercare in base a quali leggi (nomoi) si muovono le stelle: l’astrologia, o “astro-biologia”, secondo la definizione di A. Koyre (in quanto gli antichi pagani consideravano i pianeti degli “animali viventi”), diventa, piano piano, astro-nomia, studio dei nomoi, delle leggi che muovono le stelle.

Per Niccolò Copernico, un sacerdote “polacco” che studia nelle università italiane, autore del De revolutionobus orbium coelestium, il vecchio sistema aristotelico-tolemaico, per quanto ingegnoso, non è credibile, perché troppo complesso, contorto, dispendioso: se un buon orologiaio utilizza il minor numero possibile di meccanismi per ottenere il risultato che cerca, quanto più Dio, che è sommamente intelligente, utilizzerà il metodo più semplice per ottenere i migliori effetti? E il metodo più semplice, afferma Copernico, cioè il più ingegnoso, è immaginare che sia la terra a girare intorno al sole, e non viceversa! A guidare Copernico, dunque, come tutti gli altri grandi padri della scienza, vi sono osservazioni concrete e un’ idea filosofica di fondo: la natura va ammirata, per la sua bellezza, ma non va confusa, come facevano gli antichi pagani, che non avevano il concetto di un Dio trascendente, con il suo Creatore.

 Al contrario, invece di divinizzarla, e immaginare che sia abitata da dei, demoni, spiriti elementali, gnomi, foletti o quant’altro, tutte forze paurose e misteriose che paralizzano la ricerca e la libertà dell’uomo, occorre scorgere in essa il riflesso della grandezza e dell’intelligenza somma del suo Autore. Esattamente come un osservatore, osservando un bel quadro, vi intravede la bravura e l’abilità del suo pittore, senza per questo confondere artefice ed artefatto. Anche Keplero, l’autore delle leggi sull’orbita dei pianeti, allontanandosi gradualmente dalle sue convinzioni magico-astrologiche, la pensa nello stesso modo. Mentre discute di numeri, di orbite, di leggi fisiche, scrive, in una sua famosa lettera del 1605 a Herwart von Hohenberg: “Sono molto occupato nello studio delle cause fisiche. Il mio scopo è dimostrare che la macchina celeste può essere paragonata non ad un organismo divino ma piuttosto ad un meccanismo d’orologeria…in quanto quasi tutti i suoi molteplici movimenti si compiono grazie a una sola forza magnetica, molto semplice, come nell’orologio tutti i moti (sono causati) da un semplice peso”. E alla fine del suo “Harmonices mundi”: “grande è il Signore nostro, grande è la sua sapienza, non ha confini; lodatelo voi, o cieli, lodatelo voi, o Sole, o Luna, o Pianeti, qualunque senso per percepire e qualunque lingua adoperiate per manifestare il vostro Creatore; lodatelo voi, o armonie dei cieli, lodatelo voi che osservate le armonie manifeste; loda anche tu, anima mia, il Signore creatore tuo finché vivrò…”.

L’effetto più evidente, per l’osservatore superficiale, della rivoluzione astronomica, è la fine del sistema aristotelico-tolemaico, e di conseguenza del geocentrismo. Su questa semplificazione sono nate tante affermazioni errate. Si
dice spesso, infatti, che l’eliocentrismo copernicano, che in verità verrà dimostrato solamente all’inizio dell’Ottocento, avrebbe avuto conseguenze filosofiche e teologiche mettendo in crisi l’antropocentrismo biblico. L’uomo si sarebbe cioè ritrovato piccolo, e insignificante, spodestato e detronizzato, sperso in un universo sempre più grande: non più al centro del mondo. In realtà è vero il contrario. Tutto il pensiero antico, greco, persiano, indiano, arabo, in una parola astrologico, era cosmocentrico, non antropocentrico, e la Terra era al centro fisico dell’Universo, nel sistema aristotelico tolemaico, non per la sua maggiore dignità, ma al contrario, per la sua miseria e insignificanza, rispetto agli altri corpi celesti.

 L’astrologia, combattuta prima dal pensiero cristiano, poi sconfitta dalla rivoluzione astronomica e scientifica e dalle condanne papali, sino a Sisto V (bolla Coeli et terrae, 1586), si fondava cioè sull’idea del cielo come “causa efficiente universale”, espressa ad esempio dal medico-astrologo Pietro D’Abano, nel XIII secolo: “questo mondo inferiore (la Terra, ndr) è in necessaria continuità con i movimenti sovrastanti: così che tutta la sua potenza è governata dall’alto. Il mutamento delle cose terrestri in relazione a questo o quell’individuo deriva dal mutamento dei corpi celesti. Pertanto colui che intende investigare le cause delle cose dovrebbe innanzitutto contemplare i corpi celesti” ( Il Rinascimento italiano e l’Europa, Vol. V, le scienze, pag. 51, Fondazione Cassamarca, Vicenza 2008).

Tutto ciò che succede sulla Terra, infimo tra i pianeti, dunque, sarebbe determinato dai corpi superiori, dai cui effetti nefasti occorrerebbe sempre difendersi (vedi il De siderali fato vitando di Tommaso Campanella)! Osservando i cieli, scoprendo col cannocchiale che la luna ha avvallamenti e asperità e che il sole ha delle macchie, e va quindi spegnendosi, Galileo Galilei farà tramontare definitivamente l’idea pagana dei pianeti divini, anche se proprio in quegli anni molti ammiratori di Platone e della magia stavano cercando di far rinascere antichi culti pagani del sole, giustificandoli alla luce dell’ eliocentrismo copernicano (se il sole è al centro, sostenevano, è proprio perché è un dio, come volevano gli egizi e gli altri popoli panteisti). Così facendo, come lui stesso ebbe a dire, Galilei non abbassava la dignità della Terra – “nobilissima ed ammirabile”, e non già, come per gli aristotelici, “sentina di terrene sordidezze e brutture” (Dialogo)-, ma al contrario la elevava al livello degli altri corpi celesti, riaffermando, indirettamente, la centralità non più solo geografica, materiale, ma finalmente sostanziale, spirituale, dell’uomo: non sono le stelle che comandano sugli uomini, come già avevano detto Lattanzio, Agostino, ecc., ma gli uomini che studiano e comprendono le leggi che regolano gli astri, definitivamente ridotti a materia creata in movimento.

 A coloro che, nonostante tutto, non volevano rassegnarsi all’idea di un mondo che non fosse dio, e che pensavano di trarre, dalle nuove nozioni sulla grandezza del cosmo, motivazioni per sminuire la centralità dell’uomo, mantenendo surrettiziamente la divinità degli astri attraverso la divinizzazione di un Universo “infinito”, cioè divino, avrebbe risposto il filosofo e matematico copernicano Blaise Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più fragile della natura; ma è una canna che pensa. Non è necessario che l’universo si armi per distruggerlo: basta un vapore, una goccia d’acqua per ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo distruggesse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di ciò che l’uccide, perché sa di morire… l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. Non è nello spazio che devo cercare la mia dignità … attraverso lo spazio l’universo mi comprende e mi inghiotte come un punto, attraverso il pensiero io lo comprendo”.

L’uomo, insomma, che scruta ogni cosa, osserva i cieli, interroga la natura, e si chiede il senso della sua esistenza, è il vero ed unico vertice del creato, perché unisce, alla natura corporea, che lo accomuna a tutte le altre cose, una natura spirituale. Questo pensano i padri dell’astronomia, tutti, nessuno escluso. Lui solo, solo l’uomo, dunque, è portatore di una scintilla divina, a immagine e somiglianza di Dio, mentre il cosmo, lungi dall’ essere il luogo di mille paralizzanti divinità e spiriti, come è ancora oggi per molti popoli, gli è stato affidato come un giardino, di cui servirsi, ma anche da custodire, con cura e responsabilità. L’uomo guarda e indaga, liberamente, il cielo, dunque, perché è il cuore, il centro dell’universo.(Il Foglio, 4/3/2009)

Michele Lanzinger e il darwinismo come ideologia filosofica.

Michele Lanzinger è il direttore del museo di scienze naturali di Trento, ma a mio parere interpreta il suo ruolo in modo molto parziale ed ideologico. Ieri, approfittando del Darwin day, ha scritto a tutti i quotidiani locali spiegando alcune sue posizioni filosofiche, ma presentandole come la verità scientifica, scontata e da tutti condivisa. Ho scritto allora al Corriere questa lettera, convinto che equiparare l’uomo alle formiche e ai batteri non sia sintomo di umiltà, come egli dice, quanto semmai di ignoranza e di disprezzo dell’uomo. Vedere i propri simili, infatti, come batteri o formiche, non mi sembra il modo più adatto per comprenderne la dignità. Ma si sa: la dignità dell’uomo, oggi, vale sempre meno, e meno, anche, di quella dei pur amabilissimi animali.

 

 

Egregio direttore,
il lungo articolo di Michele Lanzinger sul
Corriere di oggi dimostra ampiamente quello che diceva il filosofo
Nicola Abbagnano: l’evoluzionismo è, per molti, più che una teoria
scientifica, una filosofia, nascosta sotto il velo della scienza. Mi
spiego: anche nel titolo si propone la equiparazione assoluta tra
l’uomo e la formica (Noi e le formiche abbiamo gli stessi meriti), come
se essa fosse scientificamente dimostrata. Si insiste
poi, nell’articolo, sul "disegno cieco", sulla casualità di tutto ciò
che ci circonda, dal filo d’erba all’uomo, lasciando così intendere implicitamente che
non vi sia alcun bisogno di una Intelligenza creatrice (Dio) e negando
all’uomo qualsiasi specificità, ad esempio allorchè viene detto: "
senza concedere a noi umani il più minuscolo merito in più rispetto a
una formica o ad un batterio". In verità questa posizione non è affatto
quella ufficiale della scienza, bensì quella di Michele Lanzinger, già espressa
nella faziosa mostra La scimmia nuda. Infatti vi sono altri scienziati che hanno posizioni del tutto antitetiche. Ad esempio il grande genetista
Francis Collins, direttore del Progetto Genoma americano, è uno dei
tanti scienziati odierni a pensarla diversamente, allorchè definisce il
dna il "linguaggio di Dio", ne loda l’ “intelligenza” e l’eleganza, che non considera casuali,  e mette in luce
l’unicità dell’uomo. Per Collins altruismo e senso morale dimostrano la
spiritualità dell’uomo,  distinguendolo dagli altri animali, ed esigono
una spiegazione filosofica, teologica e non scientifica (F. Collins, Il linguaggio
di Dio, Sperling & kupfer).

Analogamente a Collins, che crede
nell’evoluzione, la pensano tantissimi altri autorevoli scienziati, dal
premio Nobel Sir Eccles, all’astronomo di Harvard Owen Gingerich,
autore di un bel libro pubblicato recentemente da Lindau (Cercare Dio
nell’universo), sino al più famoso biologo evolutivo del Novecento,
Ernst Mayr (1904-2005), che, come ho scritto oggi sul Foglio, affermò:
“L’ondata di sgomento per la “detronizzazione” dell’uomo non si è
ancora placata. Privare l’uomo della sua condizione di privilegio, come
imponeva la teoria della discendenza comune, fu il primo effetto della
rivoluzione darwiniana, ma, non diversamente da altre rivoluzioni, anch’
essa finì con l’andare troppo oltre, come dimostra l’affermazione fatta
da alcuni estremisti, secondo cui l’uomo non è “niente altro” che un
animale. Ciò naturalmente non è vero; certamente, da un punto di vista
zoologico, l’uomo è un animale, ma un animale unico, che differisce da
tutti gli altri per così tanti aspetti fondamentali da giustificare una
scienza separata specificamente dedita al suo studio. Fermo restando
questo punto, non si deve dimenticare in quanti modi, spesso
insospettati, l’uomo riveli la sua ascendenza. Nel contempo l’unicità
dell’uomo giustifica in qualche misura un sistema di valori riferito
all’uomo e a un’etica antropocentrica. In questo senso una forma
profondamente modificata di antropocentrismo continua a essere
legittima” (Mayr, 1990, pag. 384)”. In sintesi l’unicità dell’uomo, la
sua differenza rispetto alle formiche, ai batteri ed agli altri
animali, è un dato certo, autoevidente,  e lo rimarrà sempre. Come
ha scritto Erwin Chargaff, padre della biologia molecolare, nel suo Il
mistero insondabile, filosofia, letteratura e teologia sono e
rimarranno sempre più utili, per capire la specificità dell’uomo, i suoi desideri e le
sue aspirazioni più alte, il suo pensiero e la sua libertà, il suo senso morale e il suo senso religioso, della biologia, della fisica e della scienza empirica in generale, che pure sono grandi scoperte dell’uomo, e, appunto, solo dell’uomo

 

L’articolo di Lanzinger

Corriere dell’Alto Adige – TRENTO –
sezione: LETTERE – data: 2009-02-12 num: – pag: 10
categoria: REDAZIONALE

 

Noi umani e le formiche abbiamo gli stessi meriti

 

di MICHELE LANZINGER *
La giornata di oggi, formalmente il «compleanno» di Darwin a duecento anni dalla nascita, sarà l’occasione di inaugurazioni di mostre di rilievo internazionale, come quella che aprirà al Palazzo delle Esposizioni di Roma e realizzata in collaborazione con i maggiori musei di storia naturale, nonché il giorno di avvio di iniziative culturali da parte delle principali istituzioni culturali di tutto il pianeta. Per quanto riguarda il nostro territorio, il Museo tridentino di Scienze naturali ha chiamato a partecipare al «Darwin Day» l’Università di Trento, la Fondazione Bruno Kessler e la Fondazione Edmund Mach. Un primo appuntamento, stamattina presso l’aula grande della Fondazione Bruno Kessler in via Santa Croce, è con i ricercatori di queste istituzioni che proporranno una riflessione sull’«evoluzione» dell’evoluzione, ovvero il succedersi delle scoperte che in 150 anni hanno progressivamente confermato e arricchito di nuove scoperte il pensiero darwiniano. Nel pomeriggio, presso l’aula magna del Museo Tridentino e con un taglio più colloquiale, i ricercatori ci parleranno dei «fatti dell’evoluzione », ovvero delle prove dell’evoluzione così come evidenziate dai risultati scientifici degli istituti di ricerca trentini. Per essere un vero «buon compleanno Darwin!» non potevano mancare iniziative dedicate a un avvicinamento informale ai grandi temi dell’evoluzione, con attività teatrali e un brindisi alle ore 19. Da segnalare che altre iniziative seguiranno: la più rilevante tra tutte è la conferenza pubblica (unica in Italia) di Jane Goodal, la famosissima primatologa conosciuta in tutto il mondo per le sue ricerche sulle scimmie e sulla sua attività di solidarietà a favore dei popoli delle foreste tropicali.
Ricordati questi principali avvenimenti legati al bicentenario della nascita di Darwin, non si può non riflettere su quanto impatto la teoria scientifica da lui esposta nell’ormai celebre «Origine della specie», di cui peraltro occorrono i 150 anni dalla pubblicazione, continui a costituire l’argomento di un dibattito definibile quanto meno «intenso ». La teoria dell’evoluzione ha avuto più o meno lo stesso effetto della rivoluzione copernicana. Così come Copernico ha tolto la Terra dal centro dell’universo (quello allora conosciuto), Darwin ha tolto l’uomo dal centro del mondo naturale. L’impatto di queste due rivoluzioni è stato ben diverso. Il «cambio di ruolo» tra Sole e Terra riguardava questioni che si svolgevano lassù, negli spazi siderali. Una faccenda tra astronomi e sacre scritture, argomenti fuori dalla portata della gente. Diversamente, l’evoluzione ci riguarda molto da più vicino. Innanzi tutto ci mette di fronte al fatto di condividere un’origine comune con tutte le specie viventi, in definitiva una lezione di grande umiltà; poi ci costringe a rivedere la nostra opinione sull’umanità come risultato di un disegno preordinato.
Come dicono gli studiosi, la storia naturale è un «disegno cieco» che procede per variazioni casuali. Ora sappiamo che sono basate su mutazioni genetiche casuali e selezione. Selezione peraltro non del più adatto — cosa che magari potrebbe piacerci, volendo riconoscerci un non so che di superiore rispetto agli altri — bensì selezione dei mutanti inadatti, sia quelli derivanti dalle variazioni casuali risultate letali, sia quelli imputabili ai cambiamenti dell’ecosistema in cui le specie biologiche si erano adattate o avevano ceduto il passo alle altre specie competitrici (casualmente evolutesi in una certa direzione e premiate come «meglio adatte» per quel determinato nuovo habitat).
Insomma, una visione molto plastica e «movimentosa» del mondo naturale, con specie nuove che entrano e specie che si estinguono, ma tutto secondo leggi che possono essere spiegate con il ragionamento e, soprattutto, senza concedere a noi umani il più minuscolo merito in più rispetto a una formica o a un batterio. La cosa non può lasciarci indifferenti. Passi il cambio delle guardia tra Sole e Terra, passi la relatività einsteniana — che è già un grosso problema capirla, e poi riguarda cose così lontane dalla nostra percezione come il rapporto spazio-tempo —, tutto sommato la possiamo adottare senza sentirci in crisi, ma l’evoluzione no. Qui si mette in discussione il nostro ruolo. L’universo non è stato creato apposta per ospitare proprio noi, e noi non siamo altro che il risultato casuale di processi a loro volta casuali di selezione. Questo ci dice Darwin.
Ma se questa è una tanto «scomoda verità», perché insistere così nel ricordarla e nel celebrare Darwin, il suo scopritore? Il motivo non è tanto un agonistico desiderio di duellare con oppositori, conservatori, creazionisti, ma piuttosto sostenere quanto l’evoluzione costituisca l’unico grande concetto unificante della biologia, di quanto ancora oggi a 150 anni dalla sua formulazione riceva ogni giorno nuove conferme (anche dai nostri ricercatori trentini come vedremo oggi) e infine di come l’evoluzione ispiri e accompagni il lavoro quotidiano di tutti i biologi. Come dire: solo se inquadrati nell’abito del programma di ricerca evoluzionistico, molti dei fatti della biologia acquistano un significato (scientifico).
Rinunciare a ricordarlo, magari accettare che questo metodo venga messo in discussione sulla base di approcci o concezioni che non rientrano nella sfera del pensiero scientifico o tanto peggio sulla base di misconcenzioni, porta inevitabilmente alla commistione di livelli diversi di sapere umano.
Il compleanno e l’anno darwiniano dunque sono una riaffermazione di un tipo di sapere, quello scientifico, che procede per prove e confutazioni: un sapere scientifico che si mette a disposizione dell’umanità. Un’umanità che, da parte sua e per fortuna, muove sulla base di sensibilità e pertinenze che al dato scientifico aggiungono etica, filosofia, fiori e poesia.
* Direttore Museo tridentino di Scienze naturali

Darwin, lo Uaar e la detronizzazione dell’uomo che non esiste.

 

Per l’anniversario di Darwin lo Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti) ha organizzato incontri in tutta Italia. Avrei dovuto partecipare anch’io, ad uno di essi, a Milano, ma purtroppo mi è risultato impossibile. Mi dispiace, avrei detto alcune cose che mi sembrano importanti. Premettendo, anzitutto, che Darwin è meglio non venga arruolato da nessuno. Coloro che lo hanno fatto, in passato, per darsi un’aura di scientificità, non gli hanno reso un grande servizio. Penso all’entusiasmo per il darwinismo di Galton, fondatore dell’eugenetica; o a quello di Marx, di Stalin e di Lenin, che videro nell’evoluzionismo la conferma del loro materialismo; a quello dei social-darwinisti e dei biologi guerrafondai di primo Novecento, soprattutto in Germania; a quello di Benito Mussolini che a Trento, nel 1908, in occasione dell’inaugurazione di una statua al darwinista Canestrini, rivendicava la scientificità dell’ateismo in nome, appunto, del naturalista inglese… E’ anche a causa di queste appropriazioni, non poco ideologiche, delle ipotesi scientifiche darwiniane, che ancora oggi la discussione è spesso più ingarbugliata del previsto.

 Fatta questa breve premessa, avrei voluto sostenere quello che mi sembra un concetto innegabile: nonostante il tentativo insistente e forzato di alcuni darwinisti di stabilire una continuità netta, totale, assoluta, tra l’animale e l’uomo, continuità del resto suggerita da Darwin stesso ne L’origine dell’uomo, non vi sono ancor oggi prove di tutto ciò. Anzi, quello che sappiamo ci indica una evidente discontinuità. Per l’uomo contemporaneo, come pure per Sir Alfred Wallace, colui che insieme a Darwin illustrò per primo al mondo la moderna teoria evolutiva, rimangono ancora inspiegate la pelle glabra, l’andatura bipede, la stazione eretta e la volumetria del cervello: tutte caratteristiche proprie dell’uomo e non dei primati, per giustificare le quali gli evoluzionisti hanno portato svariate argomentazioni, sempre divergenti e contrastanti tra loro. Ma, soprattutto, rimane a tutt’oggi innegabile l’esistenza di un salto ontologico incolmabile tra l’animale e l’animale-uomo. Questo perché, se da una parte è dimostrabile ed evidente che molte caratteristiche animali sono presenti nell’uomo, come del resto si è sempre pensato anche prima di Darwin, dall’altra è ugualmente chiaro che una serie di facoltà sono invece peculiari e distintive dell’uomo e solo di lui: il pensiero, l’idea di Dio, il linguaggio, il senso morale, la libertà, l’altruismo…tutte facoltà non comprensibili alla luce della pura evoluzione, che lo scienziato ateo Edoardo Boncinelli ha catalogato abilmente come “incidenti congelati”, o come “lacune darwiniane” (altri parlano di fortunati “scherzi” evolutivi), cioè come avvenimenti fortuiti, casuali, che non sappiamo spiegare, e che pure esistono. Catalogazione, lo si comprende facilmente, che nasconde, dietro formule brillanti, ma vuote, la verità e cioè l’irriducibilità dell’anima umana a meccanismi puramente materiali ed evolutivi, tanto più se casuali.

Proprio tra gli oratori invitati dallo Uaar, per il Darwin day di Ancona, vi è il biologo evolutivo Vincenzo Caputo, dell’istituto di Biologia e Genetica dell’università Politecnica delle Marche, che si considera certamente un grande estimatore di Darwin, e con cui ho avuto modo spesso di discutere via email. Ebbene, Caputo è autore di un breve saggio “Mente e coscienza negli animali: un excursus etologico”, in cui si prendono le distanze dalle forzature di quegli etologi che tentano di equiparare ogni capacità umana con una analoga facoltà animale, finendo appunto per identificare animali ed uomini, e, a seguire, diritti animali e diritti umani. Il leit motiv di questi etologi darwinisti è che ogni differenza tra animali e uomini sia solo quantitativa, e cioè colmabile, e non qualitativa. Eppure, scrive Caputo, “non occorre riflettere a lungo per riconoscere la differenza qualitativa essenziale tra il padroneggiare le pratiche del calcolo differenziale o la trigonometria, da una parte, e il saper apprezzare la differenza tra due muchi di caramelle (come sanno fare determinate bestie, ndr), dall’altra”. Analizzando le differenze tra il linguaggio animale e quello umano, Caputo, riprendendo un celebre linguista, scrive che proprio la parola rappresenta ancora oggi “il nostro Rubicone che nessuna scimmia potrà attraversare”. Infatti, “nonostante un filone di ricerca etologica intrapreso fin dai primi del Novecento, a tutt’oggi non sono stati scoperti chiari equivalenti del linguaggio umano (cfr. Deacon, 1992, 2000)”. “Anche il tentativo-continua Caputo- di insegnare a primati superiori linguaggi simbolici semplificati (sia il linguaggio americano dei segni, sia l’uso di lessigrammi) ha evidenziato le difficoltà di apprendimento apparentemente insuperabili nel passaggio dalle associazioni condizionate a quelle simboliche (Deacon, 2001). In effetti, l’insegnamento del linguaggio dei segni agli scimpanzé sembrava inizialmente indicare una notevole competenza linguistica di questi primati. Tuttavia, verifiche successive basate sull’esame al rallentatore di filmati eseguiti durante le sessioni di addestramento, rivelavano che la maggior parte dei segni formulati dalla scimmia erano suggeriti inconsciamente dai suoi stessi insegnanti e che l’animale non faceva altro che imitarli nell’intento di ottenere un premio. Altrettanto controversi sono risultati i test in cui si insegnava a degli scimpanzé a disporre dei lessigrammi secondo un ordine prescritto, in modo da formare “frasi” e ottenere premi: gli scimpanzé impararono tutti a maneggiare una certa quantità di simboli, svelando un’impressionante capacità cognitiva. Ma rimane tutt’altro che chiaro se in qualcuno di questi casi di uso dei simboli ci fosse una reale comprensione dei simboli stessi. Ed è proprio “la differenza fondamentale fra l’usare i simboli e il comprenderli a costituire la discontinuità fra gli animali e gli umani, e ciò che porta alla manifesta ed enorme distanza fra le richieste automatiche delle scimmie addestrate al linguaggio e ai voli concettuali degli umani” (Budiansky, 2007). In definitiva, la diversità fra comunicazione umana e animale emersa dagli studi etologici rende difficile tracciare le origini evolutive delle parole facendole risalire a un precursore animale. La maggioranza degli autori sembra invece ipotizzare che il linguaggio si sia originato dopo il distacco della diramazione ominide dagli altri primati (Hauser, 2002; Mithen, 2007) e che costituisca un istinto, una dotazione specie specifica innata che sarebbe rintracciabile soltanto nell’uomo (cfr. Pinker, 2007)…”.

Concludendo il suo studio il professor Caputo attribuisce a Dawin il merito di averci lasciato “la consapevolezza che noi umani siamo inestricabilmente (= filogeneticamente) legati agli altri animali. Questo dato scientifico ci rende “meno soli” nell’universo, anche se la nostra peculiarità cognitiva esalta innegabilmente la distinzione di Homo sapiens entro il mondo animale. Una variante del dualismo cartesiano sembra perciò resistere (umano vs animale), malgrado le ingegnose indagini di quegli etologi e psicologi evolutivi che tentano di colmare l’abisso cognitivo che ci separa dagli altri animali. Pinker (2007) ha giustamente fatto rilevare che gli sforzi di questi ricercatori…sono destinati a uno scontato fallimento. L’altra eredità darwiniana che ha profondamente inciso sulla nostra visione della natura è il “gradualismo”, cioè l’idea secondo la quale l’evoluzione si verificherebbe secondo un costante e continuo passaggio tra forme di vita impercettibilmente diverse: per Darwin infatti le specie non esistono, se non come costrutti metafisici della mente umana. In realtà, le ricerche svolte nel corso del Novecento hanno chiaramente dimostrato che le specie sono “prodotti” reali della natura e il meccanismo che le crea è la cladogenesi o speciazione, che Darwin non aveva pienamente compreso (cfr. Mayr, 1990). Ed è proprio la speciazione che, generando in perpetuo discontinuità fra gli organismi, tende a saturare quelle opportunità ecologiche che il divenire del Pianeta offre costantemente alla vita. Se il cambiamento evolutivo si verificasse, come Darwin pensava, esclusivamente secondo la modalità del gradualismo filetico, che può solo modificare una stessa linea di discendenza, la vita prima o poi perirebbe sotto i colpi spietati dell’estinzione. Questa visione gradualistica del processo evolutivo, enfatizzando la continuità uomo-animale (cfr. Rachels, 1996), ha inoltre fornito all’attuale movimento animalista un potente argomento a favore dei “diritti animali”. I più accesi sostenitori della filosofia animalista hanno addirittura introdotto il termine “specismo” per stigmatizzare la discriminazione nei confronti dei “non-umani”, sottolineando che questa attitudine discriminatoria è simile al razzismo e al sessismo (cfr. Rachels, 1996). Secondo uno dei massimi esponenti del movimento di “liberazione animale”, così come il razzista attribuisce maggior peso agli interessi della sua etnia e il sessista a quella del suo sesso, “lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori di membri di altre specie” (Singer, 2003). L’animalismo più avanzato si è poi dedicato al cosiddetto “Progetto Grande Scimmia”, esposto in un libro che esordisce col seguente proclama “Noi chiediamo che la comunità degli eguali sia estesa a includere tutti i grandi antropoidi: esseri umani, scimpanzè, gorilla e oranghi” (citato in Castignone, 1997; cfr. anche Marks, 2003). Non c’è chi non veda in questo vero e proprio fanatismo zoofilo la forma più estrema di antropomorfismo. Attribuendo infatti diritti agli animali ed elevandoli di conseguenza a membri della comunità morale, li vincoleremmo a obblighi che non possono né comprendere né tantomeno ottemperare. Perseverando in questa assurda pretesa, si arriverebbe al paradosso per cui una volpe dovrebbe rispettare il diritto alla vita del pollo e intere specie sarebbero condannate ipso facto all’estinzione in quanto creature istintivamente criminali (Scruton, 2007, 2008)!”. “In realtà- conclude Caputo- pur nella piena consapevolezza del vincolo filogenetico che ci unisce agli altri animali, mi sembra pura cecità ideologica non voler vedere le incommensurabili differenze cognitive che ci separano da essi, come lucidamente sostenuto dal più grande biologo evolutivo del Novecento, Ernst Mayr (1904-2005): “L’ondata di sgomento per la “detronizzazione” dell’uomo non si è ancora placata. Privare l’uomo della sua condizione di privilegio, come imponeva la teoria della discendenza comune, fu il primo effetto della rivoluzione darwiniana, ma, non diversamente da altre rivoluzioni, anch’essa finì con l’andare troppo oltre, come dimostra l’affermazione fatta da alcuni estremisti, secondo cui l’uomo non è “niente altro” che un animale. Ciò naturalmente non è vero; certamente, da un punto di vista zoologico, l’uomo è un animale, ma un animale unico, che differisce da tutti gli altri per così tanti aspetti fondamentali da giustificare una scienza separata specificamente dedita al suo studio. Fermo restando questo punto, non si deve dimenticare in quanti modi, spesso insospettati, l’uomo riveli la sua ascendenza. Nel contempo l’unicità dell’uomo giustifica in qualche misura un sistema di valori riferito all’uomo e a un’etica antropocentrica. In questo senso una forma profondamente modificata di antropocentrismo continua a essere legittima” (Mayr, 1990, pag. 384)”.

L’ “unicità dell’uomo”, “un’etica antropocentrica”: questo è quello che un credente difende senza possibilità di arretrare, e che “il più grande biologo evolutivo del Novecento” riconosce! Perché è solo questa unicità che giustifica la specificità dell’uomo, lo salva dal non senso, e che determina quella dignità che gli ha permesso di dominare la natura, creando la scienza, di alzare gli occhi al cielo, di interrogarsi sul senso dell’esistenza, di costruire, in ogni tempo necropoli e sepolcri, nella convinzione che solo le bestie sono destinate a divenire per sempre polvere e terra. Nessun darwinismo, per quanto ideologico e agguerrito, potrà mai scalfire questa verità, autoevidente da quando l’uomo esiste; autoevidente, potremmo dire, come il concetto per cui l’uomo comprende in sé la natura animale, mentre l’animale, al contrario, non possiede le facoltà tipicamente umane, perchè il più contiene il meno e non viceversa. Alla luce di queste considerazioni, anche l’espressione di Mayer, secondo cui il darwinismo avrebbe “detronizzato” l’uomo, è solo un tributo ad un certo darwinismo ideologico, a forzature filosofiche, negate subito dopo, con l’affermazione, appunto, della unicità dell’uomo.

Bastava già Aristotele, senza bisogno di Darwin, per dirci, dal punto di vista filosofico, che l’uomo è anche animale; bastava la narrazione del Genesi, con la terra vivificata dal soffio di Dio creatore a renderci consapevoli della nostra natura anche mortale. Anche, appunto…ma non solo. Nè Copernico, come si usa spesso dire, alterando il suo pensiero, né Marx, né Darwin, né Freud, hanno dunque in alcun modo “detronizzato” l’uomo, se non nella lettura ideologica di chi vuole cancellare la sua dignità, la sua anima, per negare, al contempo, Dio e i valori. (Il Foglio, 12 2/2009)

L’ EREDITA’ DI DARWIN, OGGI.

In occasione del bicentenario dalla nascita (1809-2009).

 “Essere o non essere? This is the question” diceva Amleto, ma dopo Darwin si potrebbe riproporre la celebre domanda in questo nuovo binomio: “Creazione o Evoluzione?” “Affinché possa svilupparsi ed evolvere, il mondo deve per prima cosa esistere, e perciò dev’essere passato dal nulla all’essere. Dev’essere stato creato, in altre parole, dal primo Essere che è tale per essenza.” Questi i termini con cui Benedetto XVI, rivolgendosi ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze convocati per il convegno di studi sull’Evoluzione dell’Universo e della Vita (Roma, 31 ottobre 2008), intende risolvere l’annoso dibattito su “creazione e/o evoluzione”. Dio ha creato l’Universo dal nulla e lo conserva in vita in ogni istante: ce lo ricorda anche il Catechismo della Chiesa Cattolica; come sia apparso, come funzioni e come si evolva, sono questioni che non riguardano direttamente la fede, in quanto appartengono al campo d’interesse delle discipline scientifiche. Dunque: prima la creazione (del mondo e della vita) e dopo la loro evoluzione.

Dov’è il problema? Se le cose stessero semplicemente così, non si potrebbe capire come mai il rapporto tra la creazione e l’evoluzione dell’Universo, e della vita in particolare, sia stato così vivace e problematico, da quando il naturalista inglese Charles Darwin ha proposto l”Origine delle specie per opera della selezione naturale” (1859). Prima di lui l’origine delle specie era per opera della sapiente mano di Dio; Darwin lancia una nuova ipotesi. Da allora la questione si considera “aperta”. I nostri bambini colgono già dalle elementari la differenza tra le risposte date dalla fede e quelle date dalla scienza; gli adolescenti le elaborano in modo dotto ed articolato con l’aiuto dei professori di filosofia, mentre gli adulti ritengono generalmente che la descrizione offerta dalla scienza sostituisca finalmente il racconto fantastico e mitologico della creazione offerto dalla Bibbia. Il problema esiste. Eccolo. Da quando Darwin ha cercato di interpretare per via naturalistica l’origine delle diverse forme di vita, attribuendole all’azione dell’ambiente che premia l’individuo più adatto e scarta il meno adatto, ha di fatto aperto una nuova prospettiva nella scienza: la vita non è creatura di Dio, ma frutto dell’evoluzione continua della materia. Il mistero della vita, quella sua “sostanza” che la rendeva assolutamente “sacra”, perché non descrivibile e non disponibile, si è dipanato sempre di più, fino a confondersi, ai giorni nostri, con tutto ciò che non lo è, ovvero con la materia “qualsiasi”. Sentiamo cosa dice Richard Dawkins, uno dei biologi più autorevoli: “L’esistenza dell’uomo, un tempo il massimo dei misteri, oggi non è più tale perché l’enigma è stato risolto per merito di Darwin e di Wallace, ai cui risultati noi continueremo per un bel po’ di tempo ad aggiungere note in calce.” (Richard Dawkins, L’orologiaio cieco).

Ernst Mayr, recentemente scomparso, considerato il numero uno mondiale degli evoluzionisti, è ancora più totalizzante: “Meglio di qualsiasi altra scienza, a partire dal diciottesimo secolo, la biologia evolutiva è in grado di dare risposte valide a domande di questo genere: ‘Qual è il fine dell’universo? Qual è il fine dell’uomo? Perché sono vivo? Le risposte offerte dalla biologia evolutiva modificano il nostro modo di intendere il mondo e il posto che l’Uomo vi occupa. L’evoluzione è la parte della biologia che cerca di spiegare tutte le cause della diversità organica e di interpretare tutti gli aspetti della struttura, delle attività e del comportamento degli organismi, come risposte adattative (e perciò selezionate) ad un ambiente estremamente diversificato e variabilissimo” . (Ernst Mayr, 1982 Biologia ed evoluzione) In altre parole, la vera eredità di Darwin potrebbe essere ricercata oggi, a mio avviso, in quel “riduzionismo” sistematico che impera nei nostri testi scolastici di biologia, nei documentari naturalistici, nelle neuroscienze, nella visione dell’uomo e della donna, a partire dal loro concepimento e fino alla loro morte. Tutti gli esseri viventi, compreso l’uomo, sono dunque assolutamente fatti di materia e di energia, di atomi e di molecole, e in quanto tali vanno trattati. Nella visione neodarwiniana della vita non solo si esclude a priori ogni dimensione diversa da quella “misurabile” e “selezionabile”, ma anche si vuole cancellare ogni evidenza di “progetto” o di “finalità”. Non ha senso incantarsi e stupirsi di fronte alla bellezza del nostro occhio o di fronte alle ali di una farfalla, o ancora di fronte al sorriso di un neonato: tutto quello che esiste è dovuto al solo gioco del caso e dell’ambiente. C’è, è vero, ma avrebbe potuto benissimo non esistere mai.

Che cosa ci resta allora di tutta la magìa della vita? Nulla, se non un pugno di atomi organizzati per caso e per beffa fino a diventare autocoscienti nella specie umana. Allora: prima la creazione e dopo l’evoluzione, come si diceva? Per il Papa e per la Scienza Neodarwiniana, la risposta è comune: “sì”. Con una differenza sostanziale, però. Per la fede cristiana c’è un Logos, ovvero una Ragione, all’origine di tutto, sia della creazione del mondo che della sua successiva evoluzione, che è soprattutto finalizzata alla comparsa dell’uomo. L’uomo è l’immagine che Dio ha voluto di sé, nella Storia. C’è un senso e c’è un amore che precedono ciascuno di noi. Per la Scienza Neodarwiniana tutto accade senza Dio. “Creazione senza Dio” è il titolo emblematico del libro del noto filosofo evoluzionista Telmo Pievani. L’evoluzione della vita è assolutamente casuale, senza alcun progetto precostituito, senza alcuna finalità da realizzare. L’uomo che ne è uscito e che è qui a riflettere sulla sua origine e sul senso delle cose, avrebbe potuto benissimo non emergere mai. Se c’è, non deve dunque ringraziare nessuno. La vita umana, allora, ha il valore che ciascuno di noi le vuole attribuire: anche nessuno. Vorrei concludere questa analisi con l’esercizio che Benedetto XVI ha consigliato a tutti, laici e credenti di ogni religione: vagliamo con la ragione la bontà di ogni fede e di ogni teoria scientifica. Domandiamoci allora: quale ipotesi, tra le due, è semplicemente la più “ragionevole”, anche alla luce di tutte le scoperte della biologia moderna? Può la complessità irriducibile anche di una sola cellula del nostro corpo essere spiegata senza un disegno? Chi ha conferito le “istruzioni” al nostro DNA? Che cos’è e soprattutto quale potere può avere il “caso” nel determinare “l’organizzazione” della vita? L’ultimo sguardo, anche in questo dibattito, non può che essere sui nostri figli: per il loro bene e per il loro futuro ci auguriamo che crescano consapevoli, anche con l’aiuto della scienza, di essere stati “pensati” da Qualcuno che li ha voluti così, da prima della fondazione del mondo.

Perchè fraintendiamo Darwin.

L’ultima opera del filosofo Pievani, scritta in collaborazione con uno psicologo cognitivo e un neuroscienziato, in libreria dal 4 novembre, si intitola: “Nati per credere” con il sottotitolo originale ed ambizioso: “Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin”. Già nell’introduzione si chiarisce l’obiettivo del testo e il senso del suo sottotitolo. “Perché la teoria di Darwin – si chiedono gli Autori – stenta ad essere accettata dalla gente comune, la quale preferisce parlare di creazione, di disegno e di finalità?” “Forse che la teoria è troppo difficile?” “No”, rispondono subito. “E’ molto più difficile la teoria della relatività; eppure ha consensi praticamente unanimi. C’è solo un’altra teoria che riscontra la stessa difficoltà: quella per cui i nostri processi mentali sono totalmente riducibili alla dimensione biologica del cervello.” Che cosa può essere accaduto nella storia evolutiva dell’uomo, per spiegare questa ritrosìa ad accettare la verità? Secondo Lewis Wolpert, secondo Richard Dawkins e secondo numerosi psicologi cognitivi è accaduto che la selezione naturale ha premiato nell’uomo il sospetto e la paura di un nemico dietro l’angolo, che si sono sviluppate anche quando non c’era pericolo reale, per potersi difendere. L’uomo ha dovuto sviluppare l’attenzione ai movimenti attorno a lui, anche di oggetti inanimati come le foglie o le fronde degli alberi, attribuendo loro un’intenzionalità, per predisporre ed affinare meccanismi di difesa. Ha dovuto prevedere; prevenire è sempre meglio che curare.

La morte dei propri cari ha trovato quindi un terreno fertile ed ha rafforzato l’idea di un Creatore che li accoglie e che conforta i viventi dando loro un futuro. Per questo l’uomo fatica ad accettare una teoria che escluda disegni e finalità: li ha sempre cercati, per poter vivere e per questo crede che esistano per davvero. Il disegno, la finalità e il rapporto di causa-effetto che tante volte gli uomini riconoscono alla natura, non esistono: sono stati creati dal nostro cervello che vede semplicemente rapporti di contiguità temporale tra gli eventi e li unisce in modo improprio. Lo fa solo perché è stato abituato a farlo per difendersi dal nemico e per esorcizzare la paura che altrimenti lo immobilizzerebbe. Se qualcuno ragiona ancora come S.Tommaso e ipotizza un Dio pensato come causa prima di ogni movimento, cade in contraddizione, perché ripropone la premessa che voleva risolvere: che cosa muoverebbe Dio, il primo motore? E ancora: se Dio è la spiegazione della complessità irriducibile, come affermano i sostenitori dell’Intelligent Design, dev’essere ancora più complesso della complessità che intende spiegare; quindi è una soluzione più complicata del problema. Non abbiamo alternativa: siamo nati per credere; a tutto, ma non, ahimè, alla teoria di Darwin. A questo punto il mio cervello, non so se predisposto o no, mi suggerisce tre considerazioni in merito. La prima. Ogni volta che uno studente dichiara di non aver capito, lo si invita ad approfondire la ricerca, oppure gli si presenta una spiegazione più dettagliata e argomentata del fatto; mai gli si rivela che il suo cervello non è capace di seguire il ragionamento dell’insegnante, per colpa dei suoi avi. La seconda. E’ veramente uno scherzo beffardo quello che la natura ci ha fatto, predisponendo il nostro cervello a credere alle fate, a babbo Natale e ad una serie infinita di Divinità, e non ad una lineare teoria scientifica che, in fondo, con sole due parole, tra l’altro concrete e non astratte, come la mutazione e la selezione naturale, ci spiega come è nata la vita, come sono comparsi gli elefanti e perfino gli uomini. Il cervello ci fa credere in Dio, che non vedo, e non nella scienza, che vedo e che faccio! La terza. Perché mai il cervello di alcune persone, tra cui ovviamente gli autori di questo libro, non è stato predisposto, come quello di tutti gli altri, a fraintendere la teoria di Darwin? E’ grazie a loro, infatti, che possiamo essere coscienti di questo fatto. Che cosa mai avranno fatto queste persone per essere preservate da questo peccato originale che accomuna tutti gli uomini di tutte le generazioni apparse sul Pianeta fino ad oggi? Perché non ci svelano il segreto, così che possiamo diventare anche noi come loro? O forse è meglio che restiamo così come siamo, noi, gente comune, e continuiamo a fraintendere la verità, perché così la selezione naturale continuerà a premiarci come ha fatto con i nostri predecessori e potremo così fare figli e dare un seguito all’evoluzione. C’è da aver paura a capire come stanno le cose: la selezione ti potrebbe eliminare!

Le paure e i pensieri di un grande scienziato: Erwin Chargaff

“La domanda “cosa è la vita?” “è di entità tale e sconfina così sfacciatamente nel campo dell’indicibile, che c’è voluto un incremento di impudenza accumulatosi per vari e vari secoli prima che si potesse anche solo pensare a risposte sperimentali; risposte il cui numero e la cui forza espressiva, pur nelle migliori condizioni, non potevano essere che grottescamente sproporzionate all’incommensurabilità del fenomeno”. Per questo “noi non disponiamo di una definizione scientifica della vita”, studiamo cellule e tessuti morti, smarriamo nella “nostra caccia ai frammenti” dei “frammenti” le “sublimi fattezze della vita”.

“Questa forza comunque non mi sento di chiamarla ‘caso’, perchè il caso è il tomor di Dio del senza Dio, e noi ci muoviamo qui in altre sfere”

“Le scienze biologiche oggi come oggi sono talmente permeate dalla concezione riduzionistica da non averne più neanche la consapevolezza..”

“..Il caso e la necessità di Jacques Monod, uno dei libri più vuoti che mi sia mai capitato di leggere”

“Oggi la cellula viene spesso vista come come un computer…Ma non si specifica chi sia il programmatore di questa macchina per l’elaborazione di dati…suppongo però che si tratti del Signor Caso, che, spinto dalla dura necessitas dell’evoluzione, fortuitamente ha digitato qualcosa di sennato. Non mi pare necessario dilungarmi oltre sul fatto che questa è la strada che porta pari pari all’instupidimento di massa”.

“Ci sono categorie dinnanzi alle quali la nostra grammatica (di scienziati, ndr) deve capitolare: Dio, la vita, anche il tempo e la forza; probabilmente la morte, l’inizio di tutte le cose, l’eternità”

“…la scienza dovrebbe culminare in una adorazione estatica della natura, non in una lotta contro di essa”

“in realtà viviamo in uno dei periodi della storia in cui regna la più grande ignoranza…oltretutto gran parte di quello che noi chiamiamo sapere è di breve durata”

Oggi certa scienziati assomigliano ai maghi di un tempo, agli astrologi, che “fanno l’oroscopo agli embrioni”, agli alchimisti: “in fin dei conti Hiroshima è stata il vero e definitivo trionfo dell’alchimia”

“Viviamo in tempi opachi”

“Comunque è una caratteristica tipica anche della sceinza del nostro temnpo l’idea che il sole sia di proprietà degli scienbziati. Questo mi rammenta quel che propose un geologo alcuni anni fa: far scoppiare una bomba atomica sulla luna solo per vedere cosa sarebbe successo”

“Viviamo in un’epoca debole disponendo di striumenti forti”

“Ma alla nostra epoca e alla nostra scienza sarebbe piuttosto applicabile il principio: molte verità sono la morte della verità”

“Pretendo come minimo che le scienze naturali non snaturino la natura, non disumanizzino l’uomo”

“Il mondo sembra essersi assoggettato alla massima: Ciò che si può fare, deve essere fatto. Se un’arma si può costruire, la si deve costruire; se la si può utilizzare, bisogna utilizzarla. Un fanatismo diabolico nei confronti della tecnocrazia ha annullato ogni scrupolo morale o legale”

“L’analogia tra il delirio febbrile della gnosi e l’ebrezza della scienza dei nostri giorni deve averla notata anche Flaubert”

“Non stupisce affatto che l’elogio iniziale della pillola e il monito contro il suo effetto cancerogeno provenissero dal medesimo informato pulpito”

“L’indecifrabilità della vita umana, dei destini dell’uomo, non potrà mai essere racchiusa in una formula”

“La disinvolta manomissione dei caratteri genetici dell’uomo un po’ di sale qui, un po’ di pepe là, e poi forse un pizzico di sostanza cancerogena, di certo li avrebbe riempiti di orrore (I “grandi biologi del passato”). Ma forse mi sbaglio e sono l’unico cui ripugna scrutare nella cucina del buon Dio e , più che mai, sputare nei suoi intingoli. Solo piccoli enigmi possono essere risolti…ma la vita e la morte bisogna lasciarle stare, ed il futuro del mondo è in mani migliori quando non è nella mani di nessuno”

“A una gran parte del Dna umano non è ancora stata assegnata una precisa funzione genetica. I biologi parlano del “genoma umano” e di un “Dna privo di funzione e significato”; ma forse sono loro a fare affermazioni prive di senso”

” Non sappiamo che cosa sia la vita, ma ciononostante la manipoliamo come se fosse una soluzione salina di composti inorganici. Quando aggiungiamo del cloruro di sodio a una soluzione di nitrato d’argento, riteniamo giustamente che non ci siano differenze fra gli atomi d’argento che si sono disciolti e quelli rimasti nella soluzione. Ma quando facciamo una fecondazione artificiale, non cacciamo forse le nostre maldestre dita nella rete incredibilmente fine e complessa del destino umano?”

” Il termine “pre-embrione” mi sembra del tutto ingiustificato. Temo che serva soltanto da alibi. La vita dell’embrione comincia con la fecondazione dell’ovulo, nel quale si trovano tutte le potenzialità dell’organismo. Il tentativo di determinare con mezzi scientifici il momento in cui fa la sua comparsa quella che da tempo immemore è stata chiamata l’anima umana è ovviamente ridicolo. Stabilire una data serve soltanto a permettere l’esecuzione di esperimenti che un normale rispetto per la vita umana avrebbe dichiarato illegali. Esperimenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati, di fatto, nemmeno immaginabili”

“Nella scienza comandano le grida roboanti delle aziende pubblicitarie, regna il superlativo categorico. Fanno come se tutto fosse riparabile. Io mi ritraggo davanti ai confini che ci separano dal non sapere. Chi li supera, invece, questi confini o è un demente oppure un temerario. Più probabile un demente”.

” Hanno perso il rispetto. Nessuno scienziato, nessuno sa cosa sia la vita, e nessuno potrà mai spiegarla. E’ un mistero eterno.”

Di cos’è fatto l’uomo? “Questa risposta era riservata a noi: di proteine e di grasso, acidi nucleici e zuccheri. Ma ciò che non abbiamo capito è che queste elencazioni sono di quelle del diavolo. Se gli si porge il dito mignolo, lui ci offre tutta la mano”.

Da E. Chargaff: Mistero impenetrabile, la scienza come lotta pro e contro la natura”.

“Erwin Chargaff (Czernowitz, 11 agosto 1905 – New York, 20 giugno 2002) è stato un biochimico austriaco, è considerato il padre della biologia molecolare. Chargaff è ricordato per le sue regole che diedero un importante contributo nella determinazione della struttura della molecola di DNA. Chargraff eseguì importanti ricerche sul metabolisimo dei grassi e sul chimismo degli acidi nucleici, in particolare sul DNA. Ricorrendo alla tecnica di cromatografia su carta riuscì a separare la molecola del DNA nelle sue basi costituenti a determinare la loro percentuale di abbondanza relativa. I suoi studi costituirono un passo decisivo verso la conoscenza della struttura del DNA, evidenziata poi in seguito da Watson e Crick. I dati di Chargraff indicarono che la quantità di purine è sempre uguale a quella di pirimidine”

Pericolosità e stoltezza dello scienziato senza Fede: Ugo Cerletti, il “33” della Massoneria che inventò l’elettroshock

Come chiunque facilmente comprende, l’invenzione dell’elettroshock non è stata quel che si dice una benedizione per l’umanità. L’infernale marchingegno, messo a punto nel 1938 dallo psichiatra italiano Ugo Cerletti e dal suo aiutante Lucio Bini, ha torturato nel corso dei decenni centinaia di migliaia di pazienti, perlopiù inutilmente. Oggigiorno – almeno in Italia – l’impiego della “terapia elettroconvulsivante” è legale solo in caso di “episodi depressivi gravi con sintomi psicotici e rallentamento psicomotorio”, ma c’è chi preme per un utilizzo più massiccio. Anche se i medici non sembrano avere alcuna idea precisa del perché, pare che in qualche circoscritto caso-limite l’elettroshock “funzioni”, dia cioè luogo ad un certo miglioramento del quadro clinico generale.
Tutto questo, però, interesserà semmai agli scienziati. Quello che interessa a noi in questa sede è il curioso profilo intellettuale e umano del principale inventore dell’elettroshock, Ugo Cerletti: una figura per più versi emblematica della degenerazione scientista della medicina contemporanea. Ripercorrendone la biografia (1) potremo verificare in cosa consista, e a quali esiti conduca, l’abbandono di ogni sana prospettiva filosofica, morale e religiosa da parte della cosiddetta “scienza” moderna (2).

Tra la “religione della scienza” e un guazzabuglio di miti: formazione di uno scienziato triste

Cerletti nasce nel 1877 in un’agiata famiglia di Conegliano, in provincia di Treviso. Suo padre, Giovanni Battista, è un appassionato viticoltore ed enologo di ideali garibaldini. ? lui a favorire i contatti tra il giovane Ugo e il botanico Giuseppe Cuboni, che inizia il futuro psichiatra a quella positivistica “religione della scienza” in virtù della quale “il sapere scientifico viene inteso come strumento per l’emancipazione dell’umanità e il riscatto dalle miserie sociali”: la contrapposizione con i valori religiosi è ovviamente esplicita. La prospettiva che Cuboni inculca nell’affascinato allievo è laica e progressiva, senza peraltro disdegnare le suggestioni kantiane, schopenhaueriane e buddistiche in gran voga a quell’epoca presso i ceti più colti e secolarizzati.
Nel 1886 la famiglia Cerletti si trasferisce a Roma. Il ragazzo, di belle speranze, frequenta per un certo periodo un istituto di gesuiti, ricavando dall’esperienza un acceso anticlericalismo (3); dopo il liceo classico si iscrive a Medicina. L’approccio “religioso” alla scienza ereditato da Cuboni opera potentemente nell’animo giovanile di Ugo: la disciplina medica gli sembra rispondere al “bisogno spirituale” di seguire una strada che possa fungere da “norma di morale e di vita”. Sotto la guida di Giovanni Battista Grassi, docente di anatomia comparata, lo schivo e per nulla goliardico Cerletti si vota completamente all’allestimento di nuove strutture didattiche e ad un totalizzante lavoro intellettuale e di ricerca, occupazione che egli stesso paragona a “una vera tossicomania”. Nelle note manoscritte di quel periodo, però, giunge a scrivere: “Qualche volta, nei momenti di carenza del tossico, mi sento sbalordito, triste e molto solo”.
Di lì a poco, Cerletti fa il suo primo incontro con la psichiatria. Il giovane “scienziato umanista” è fermamente convinto dell’esistenza dell’anima (“è l’unica cosa di cui sono certo”), ma – digiuno com’è di una prospettiva filosofica rigorosa – ritiene altresì che essa debba risiedere nella materia, e che solo lo studio positivo del sistema nervoso possa riuscire a “stanarla”. A Roma diventa allievo degli psichiatri Mingazzini e Sciamanna; affina le sue conoscenze a Parigi con Dupré, a Monaco con Kr?pelin e Alzheimer e a Heidelberg con Nissl (4). Al momento della laurea, nel 1901, la formazione ricevuta è sulla carta la migliore possibile. Cerletti è più che consapevole delle proprie doti: sovente, nell’intero corso della sua carriera scientifica, i successi lo renderanno orgoglioso fin quasi all’arroganza, anche se le difficoltà riusciranno ancora più spesso ad abbatterlo e prostrarlo. Sarà lui stesso, lucidamente, a definirsi “bizzarro impasto di autosvalutazione ed orgoglio”. A livello di prospettive generali non abbandonerà mai le suggestioni schopenhaueriane e kantiane di Cuboni, ma saprà ecletticamente integrarle: ad esempio con l’evoluzionismo, il vitalismo, l’eugenetica e la psicanalisi, “scienza” quest’ultima di cui vagheggerà persino un’imposizione legale. Si interesserà per breve tempo anche di occultismo, risultando iscritto negli anni Quaranta alla neonata Società Italiana di Metapsichica, ma l’autentica appartenenza del “libero pensatore” Cerletti sarà ben più caratterizzante: si tratterà, ?a va sans dire, della Massoneria. Secondo una fonte autorevole, prima della morte avrà raggiunto il 33? grado nel Rito Scozzese (5).

Costruttore di bombe per avidità di denaro: l’etica di uno scienziato laico alla prova della Grande Guerra

Il primissimo Novecento vede Cerletti brillante ricercatore a Roma, sotto la direzione di Augusto Tamburini. Il novello psichiatra pubblica alcuni lavori e studia il cretinismo e il gozzo endemico per mezzo di ricerche sul campo, dove non sempre tutto fila liscio: in un’occasione viene preso a sassate da un intero paese e volto in precipitosa fuga. La competenza scientifica del giovane comincia però ad essere riconosciuta da alcuni degli specialisti più affermati.
Il 1915 segna una svolta: Ugo è un “fervido interventista” (6) e si arruola come volontario negli alpini. Nel corso della guerra partecipa alle operazioni militari come capitano di sanità, dando prova di grande attivismo e di un’inventiva persino esagerata in campo tecnico-tattico. Come molti altri scienziati presenti al fronte (un nome per tutti: Padre Agostino Gemelli), Cerletti ha modo di osservare con l’interesse del clinico le reazioni psicologiche scatenate nei soldati dalle dinamiche inumane della vita di trincea. Lo colpisce, in particolare, il logorio psichico che affligge i militari in occasione di combattimenti lunghi e ininterrotti, giungendo ad inibirne le reazioni vitali e a comprometterne quindi le prestazioni. ? in questo frangente che il nostro medico “si trasforma”. A partire dal 1916, Cerletti sarà completamente assorbito dalla progettazione di una speciale “spoletta a scoppio differito” (7): un ordigno di sua invenzione che, grazie alla caratteristica di esplodere a distanza di varie ore dal lancio, risulterebbe particolarmente adatto a generare nei combattenti “un’angoscia senza requie”, determinando “uno stato tale di esaurimento nervoso da rendere praticamente insostenibile una prolungata permanenza sulle posizioni”. L’invenzione, che suscita l’interesse degli alti comandi, è messa definitivamente a punto e prodotta su scala industriale solo negli ultimi mesi di guerra. Nel frattempo, Cerletti ha potuto sperimentare per la prima volta cosa significhi lavorare senza limitazione di mezzi e soprattutto di denaro: come lui stesso confesserà in seguito, al suo impegno di costruttore di bombe non rimane estraneo il desiderio di guadagno.
Gli aspetti più interessanti di questa vicenda risiedono però altrove. Scrive una biografa dello psichiatra veneto (i corsivi sono miei): “[il] gusto della ricerca […] agisce su di lui come una forza tanto potente da mettere a margine qualsiasi riflessione etica. Ancora una volta, come in passato, è il “fanatico” che viene in primo piano: la religione della scienza, prima che al bene dell’umanità, deve rispondere ad una sete di sapere tutta speciale. Assoluta“. E ancora: “Cerletti è posto di fronte alle zone d’ombra che la propria identità di scienziato porta con sé. Tocca con mano le impl
icazioni estreme dell’esercizio spregiudicato e ardito di una curiosità scientifica difficilmente addomesticabile dall’etica” (8). Ecco dove sono finite le “norme di morale e di vita” che il tardo adolescente Cerletti si diceva certo di trovare nell’esercizio della medicina.

Sul carro del vincitore: Cerletti e il fascismo

Dopo la guerra, Ugo Cerletti si trasferisce a Milano per dirigere un istituto di ricerca e l’annesso manicomio. Si tratta per lui di un periodo fecondo di studi e di ricerche, che però si interrompe malamente dopo alcuni anni a causa dello scarso appoggio da parte delle autorità sanitarie locali. Nel 1924, a fascismo affermato, viene fondato l’ateneo “Benito Mussolini” di Bari. L’ormai esperto psichiatra vince il concorso per una cattedra, e a quarantasette anni diviene professore universitario.
Con il regime è un idillio. Il Duce è la “personalità d’eccezione” che saprà risollevare le sorti della scienza italiana: “L’uomo che oggi con lucida volontà e mano ferma guida le sorti dell’Italia è un felice germoglio del più genuino proletariato”; egli “non ha nulla a che vedere con le mezze figure dei politicanti” che l’hanno preceduto. Gli articoli di Cerletti sono ospitati sul mensile “Gerarchia”, rivista mensile nata nel 1922 per dare voce alla “rivoluzione fascista”. Lo scienziato ha così modo, ad esempio, di esporre le proprie convinzioni razziste e di criticare con argomenti “scientifici” l’idea della naturale uguaglianza fra gli uomini. Si dichiara però contrario alle idee eugenetiche molto discusse in quel periodo, sembrandogli che un’eventuale politica di miglioramento razziale possa configurarsi come una variante moderna dell’antica barbarie spartana.
Su una cosa Cerletti e il fascismo non s’intendono: la Chiesa cattolica. In un’ottica critica nei confronti dell’atteggiamento conciliante di Mussolini, Cerletti propugna politiche educative rigorosamente laiche, avversando con fermezza ogni possibile influenza religiosa nell’insegnamento. Le giovani intelligenze non devono assolutamente essere poste in contatto con la dottrina e la morale religiose, ma con le “verità” – abbiamo visto e vedremo quali – della scienza più aggiornata.
Naturalmente, nel 1943 Cerletti saluterà con favore la caduta di un regime “fatto di arbitrio e violenza e corruzione”. Un processo di graduale disillusione, forse. O forse uno dei tanti episodi di opportunismo di cui la classe intellettuale italiana seppe dare prova in quel frangente storico.

“Impassibili maschere di guardiani di pazzi”: l’invenzione dell’elettroshock

Nel frattempo, però, sarà avvenuto qualcosa che cambierà per sempre la biografia scientifica di Ugo Cerletti: nel 1938, a Roma, fa la sua prima comparsa l’elettroshock.
Nella psichiatria degli anni Trenta i trattamenti più in auge sono quelli detti “convulsivanti”, finalizzati cioè ad innescare nel paziente un attacco epilettico “terapeutico”: lo shock insulinico di Sakel e lo shock cardiazolico di Meduna. Si tratta, quanto a metodologia e dolorosità, di vere e proprie tecniche di tortura che non starò a descrivere. Cerletti è promotore entusiasta di entrambi i metodi, ma si mette alla ricerca di un procedimento che riesca a indurre l’attacco in modo meno dispendioso dal punto di vista economico. Già negli anni trascorsi all’Università di Genova (città in cui si è trasferito nel 1928) lo psichiatra trevigiano aveva tentato ad altro riguardo qualche esperimento con l’elettricità, sortendo l’unico effetto di ammazzare alcuni dei cani adoperati come cavie. Ma è all’Università di Roma, a partire dal 1935, che i progetti di Cerletti acquistano definitiva concretezza.
Alla notizia dell’incarico, da lui conferito all’assistente Lucio Bini, di svolgere ricerche in vista di un possibile “shock elettrico”, la comunità scientifica non dimostra alcun entusiasmo: l’evocazione della sedia elettrica è troppo semplice e immediata. Ma un avvenimento inaspettato e casuale incoraggia Cerletti a perseverare nella direzione intrapresa: gli giunge all’orecchio, infatti, la notizia che al mattatoio comunale di Roma i maiali vengono abbattuti tramite l’uso di una comunissima corrente alternata, la stessa usata per l’illuminazione. Incuriosito, il Nostro chiede e ottiene di poter assistere all’esecuzione dei suini. “Quello che vedrà – scrive la solita biografa – cambierà il corso della storia; della sua storia personale, della storia di migliaia di pazienti, della storia dell’intera disciplina psichiatrica”.
“Contrariamente alle aspettative, scopre infatti che i maiali non vengono abbattuti con la corrente, ma solo storditi, tramite l’impiego di un circuito che applica la scarica direttamente al cranio. Dopo la scossa, cadono a terra, in preda ad una vera e propria crisi epilettica. ? allora che il macellaio interviene a sgozzarli”.
Tra “illuminazioni”, “colpi di fulmine” e “dinamiche ad alta tensione”, i giochi di parole potrebbero a questo punto sprecarsi. Secondo la biografa, è dopo aver assistito all’esecuzione dei maiali che “una lampadina si accende nella testa di Cerletti”. Già: peccato che, nei decenni successivi, qualcosa di simile a una grossissima lampadina sia destinata ad accendersi anche nella testa di migliaia di malati.
Il vecchio “fanatico della scienza” si mette subito al lavoro. Tramite una serie di esperimenti svolti proprio nel mattatoio, appura che la limitazione del circuito al cranio impedisce la diffusione della corrente elettrica al corpo nella sua interezza e in particolare al cuore, evitando sistematicamente la morte degli animali. Bisogna verificare se la stessa cosa avvenga anche nell’uomo: in tal caso, l’attacco epilettico “terapeutico” potrebbe essere raggiunto in modo molto più economico rispetto ai metodi di Sakel e di Meduna. L’alacre Lucio Bini mette a punto in breve tempo un rudimentale prototipo di “apparecchio per l’elettroshock”. Ora si tratta solo di trovare il coraggio di sperimentare la scarica su un essere umano.
I primi test hanno luogo a Roma nell’aprile del 1938. Inizialmente tesissimi, Bini e Cerletti constatano con un senso di liberazione che, effettivamente, l’elettroshock non comporta conseguenze letali per i pazienti, scelti tra gli schizofrenici in cura.
La nuova “scoperta” fa il giro del mondo. Lo scetticismo della comunità scientifica si converte in un coro osannante di elogi all’indirizzo del “luminare” Cerletti, che per poco non otterrà, a cavallo del 1950, il premio Nobel per la Medicina. Anzi, è proprio per raggiungere l’ambitissimo traguardo del Nobel che Cerletti stesso e tutta la sua equipe propaleranno a lungo una versione falsata e mitizzata della cronistoria dell’invenzione: mentitori per gloria, o solo per i soldi? Ad ogni modo, l’elettroshock si diffonde a tal punto da divenire l’emblema stesso di quella “istituzione totale” che gli antipsichiatri riconosceranno, non senza qualche ragione, nel manicomio moderno (9). Ecco cosa scrive una paziente a Lucio Bini dopo un trattamento:

Ora, tra me e il prof. Cerletti, tra me e voi, c’è un grosso muro fatto di dolori: di inibizioni senza costrutto, di pudore offeso, di inspiegabili ripulse, di stanchezza immane, di grossolane commedie, di assurde indifferenze.
Con le vostre impassibili maschere di guardiani di pazzi avete spezzato ogni mio slancio, impedito ogni mio abbandono respingendomi spesso sul terreno molle e insidioso della follia. Adesso la sua condotta e la vostra mi appaiono assurde e inumane – e inesplicabili.

Dopo il 1938, comunque, la vita da scienziato di Cerletti è quella della superstar, tra onorificenze e inviti per convegni e prolusioni in ogni angolo del pianeta. Non mi ci dilungherò sopra: mi limito a richiamare un particolare abbastanza
grottesco e, visto a distanza, anche piuttosto divertente. Ritenendo (senza alcuna prova osservativa diretta) che l’elettroshock stimoli nel cervello la produzione di fantomatiche sostanze benefiche da lui battezzate “acroagonine”, Cerletti predispone una terapia tutta speciale: dopo aver sottoposto a shock alcuni maiali, ne estrae il cervello e ne fa un bel cocktail; inietta infine la brodaglia così ottenuta – ricchissima, naturalmente, di acroagonine – direttamente nei pazienti, aspettandosi un’efficacia tale da rendere superfluo il ricorso in prima persona all’elettroshock. La cavia su cui la nuova procedura viene inizialmente testata è Ugo Cerletti stesso: a seguito dell’iniezione si placano infatti, a suo dire, l’ansia e l’insonnia di cui soffre abitualmente…

Riciclato a sinistra: Cerletti e la politica nel secondo dopoguerra

Alle epocali elezioni politiche del 1948, l’ex fascista Cerletti si candida come indipendente nel Fronte popolare, la coalizione delle forze democratiche e di sinistra. Una contraddizione? Lui assicura di no. D’altra parte, tra il fascista del Ventennio e il “liberale di sinistra” del dopoguerra un minimo comun denominatore esiste: la fissazione anticlericale del frammassone d’alto bordo. Già nel ’46, in occasione delle comunali di Roma, lo scienziato veneto era stato eletto consigliere dopo aver conquistato i voti della “borghesia illuminata e democratica” grazie a volantini di questo tenore: Avanti popolo i cuori saldi / il nostro simbolo è Garibaldi / il Campidoglio sarà romano / non sagrestia del Vaticano / non vogliam ladri ad amministrar / non vogliam principi a governar / non vogliam chierici né pescecan / ma vogliam uomini repubblican.
Nel ’48, dunque, il principale bersaglio polemico di Cerletti è non solo e non tanto la Democrazia Cristiana, quanto piuttosto la Chiesa cattolica stessa. Quella stessa Chiesa a cui il laicissimo psichiatra si era affrettato a rivolgersi, solo quattro anni prima, perché salvasse la vita allo scienziato Ottorino Balduzzi, imprigionato dai tedeschi. Ma quel che è stato è stato: dopo il totalitarismo nazifascista è giunto ora il momento di sgominare il totalitarismo del confessionale. In vista di un comizio, Cerletti stende questo appunto:

Stiamo appena uscendo dalla dittatura fascista: vogliamo di nuovo sprofondare in un assolutismo di marca vaticana? Vogliamo passare dalle mani del duce a quelle del papa, di cui la DC è una naturale estensione?

Certo che no, si risponde. Ai “principi dettati del catechismo” vanno dunque sostituiti gli ideali “di solidarietà umana e di civil convivenza”, di giustizia sociale, di “rispetto dei diritti altrui” e di azione “a favore dei diseredati”. Tutti valori, secondo lo scienziato prestato alla politica, che affondano le loro radici nell’epopea risorgimentale (10). ? giunta anche l’ora, sostiene, di rivendicare con fermezza e rigore l’essenza “laica” dell’autentico messaggio cristiano.
Il programma politico di Cerletti (che al termine della consultazione non risulterà eletto) si concentra su due grandi temi: la sanità e l’istruzione. Quest’ultima in particolare: in vista del progresso culturale, civile, morale della nazione italiana è essenziale comprendere che l’istituzione famigliare è assolutamente insufficiente. Lo Stato deve accollarsi il più possibile ogni funzione educativa e formativa, e questo fin da subito, a partire cioè dalle elementari. In perfetta linea con il “pedagogismo” illuminato di matrice massonica, Cerletti vede proprio nei maestri i necessari protagonisti dell’auspicato cambiamento: vere e proprie “forze vive della democrazia”.

Conclusione

Non vale la pena di occuparsi oltre dell’itinerario biografico del nostro protagonista, che muore a Roma il 25 luglio 1963. Tirando le somme, credo possa risaltare con chiarezza la pericolosità potenziale di una figura di ricercatore simile a quella incarnata da Cerletti. Ciò che mi preme sottolineare, infatti, al di là della pur eccezionale rilevanza storica della vicenda individuale in quanto tale, è il fatto che con Ugo Cerletti non ci troviamo di fronte a un isolato caso-limite, ma ad un rappresentante paradigmatico dello scientismo contemporaneo.
Oso sostenere, insomma, che non ci sia nulla di più nocivo, né di più stolido, di uno scienziato laico. Investito dalla società contemporanea di un’autorità quasi sacerdotale, oggetto di cieca e superstiziosa credulità da parte delle masse, lo scienziato contemporaneo opera in una sorta di “zona franca” dell’etica, dove non vige alcuna norma che non sia il parto opinabile della propria coscienza e dei propri pregiudizi, o il frutto convenzionale degli indirizzi prevalenti nella comunità degli specialisti. A tale vuoto etico fa da pendant, in molti campi, una capacità tecnico-applicativa praticamente illimitata; ed è su questo binomio che vanno ad innestarsi alcune tendenze peccaminose proprie allo scienziato come a qualsiasi altro uomo: orgoglio, vano desiderio di conoscere, volontà di potenza, brama di denaro e anche, spesso, un’ignorante e cocciuta dabbenaggine.
La situazione attuale in molti settori della scienza ci offre conferma di quanto la Chiesa, Mater et Magistra, ripete da gran tempo ai suoi figli: la pratica scientifica non va mai disgiunta dalla morale naturale e dalla Rivelazione biblica; vero scienziato è colui che rispetta nelle realtà materiali le vestigia di un Dio trascendente, riconoscendo la necessità di un ordine morale oggettivo e vincolante e di un’autorità magisteriale che infallibilmente lo tuteli anche rispetto alle applicazioni tecniche. L’uomo, in particolare, deve essere sempre oggetto di assoluta venerazione e tutela.
Se la comunità scientifica non si affretterà a riconoscere queste verità, molte altre ridicole aberrazioni camuffate da “scienza” avranno libero corso nel mondo, causando ingenti danni e rovine.

(1) La gran parte dei dati biografici da me esposti e tutti i virgolettati riportati nel testo sono tratti, salvo diversa indicazione, da Roberta PASSIONE, Ugo Cerletti. Il romanzo dell’elettroshock, Aliberti, Reggio Emilia 2007. Si tratta di un volume pregevolissimo a livello di documentazione storica, ma totalmente acritico e a tratti persino agiografico nei confronti dello scienziato veneto. Per un ritratto più ficcante e polemico di Cerletti cfr. Hans Magnus ENZENSBERGER, Gli elisir della scienza, Einaudi, Torino 2004, pp. 178 ss.
(2) “La” scienza, infatti, non è che un mito, assunto come reale dall’attuale cultura (alta e bassa) per purissima superstizione. Lo mostra in primo luogo una conoscenza anche superficiale della storia delle innovazioni scientifiche teoriche e pratiche. L’insieme dei paradigmi speculativi e delle prospettive concrete che vengono ricondotte – per conformismo intellettuale e praticità di linguaggio – al termine generale “scienza” si presentano in realtà, il più delle volte, come assolutamente irriducibili tra loro dal punto di vista epistemologico, e questo tanto in prospettiva diacronica (si tengano presenti, tra gli altri aspetti, gli innumerevoli “binari morti” della scienza moderna) che sincronica. Non “la” scienza, dunque e come minimo, ma “le” scienze. In secondo luogo, il termine “scienza” (conoscenza, sapere) implica in se stesso la squalifica di ogni “altra” legittima modalità conoscitiva umana, svalutata in partenza come “non scientifica” e dunque come “non (autentico) sapere”. La degenerazione scientista della scienza contemporanea è contenuta in nuce nella scelta di declinare al singolare e con accezione escludente il termine “scien
za”. Risalta per contrasto, in questa prospettiva, l’infinita saggezza delle scuole tardo-medievali, inflessibili nel perseguire un’istanza conoscitiva unitaria pur nel tentativo di delineare le necessarie distinzioni metodologiche.
(3) Cfr. Arnaldo NOVELLETTO, voce “Cerletti, Ugo”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 23 (Cavallucci-Cerrettesi), Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1979, pp. 759-763: p. 760.
(4) Per una sintesi cfr. voce “Ugo Cerletti”, in Wikipedia, l’enciclopedia libera (http://it.wikipedia.org).
(5) Cfr. NOVELLETTO, cit., p. 763.
(6) Ivi, p. 761. L’interventismo di Cerletti non stupisce: moltissimi intellettuali di mentalità laica furono a quell’epoca nazionalisti e fautori dell’intervento bellico, quasi a compensare con l’ideale di Patria e con la fantasticata ebbrezza della violenza un abissale vuoto religioso ed esistenziale. La gran parte di loro finirà ammazzata, mutilata o consumata dall’apatia e dalle nevrosi della vita di trincea, in un sordido proliferare di giornaletti pornografici.
(7) Per una descrizione tecnica e una rappresentazione grafica dell’ordigno, che finirà per non essere mai concretamente usato in combattimento, cfr. http://www.ilmio.net/artiglieria/MAI/Volume%20I/Index.html (cliccare su “Spoletta a scoppio differito Cerletti”).
(8) Cfr. PASSIONE, op. cit., pp. 39-40.
(9) Si tenga però presente che la cosiddetta antipsichiatria (i cui esponenti più noti sono Laing, Szasz, il “nostro” Basaglia eccetera) rappresenta una reazione ideologica sul piano teorico e catastrofica sul piano pratico a una serie di problematiche reali. Mi rammarico di non potermi qui dilungare sulle autentiche follie, i cui effetti anche legislativi si patiscono tutt’oggi, propugnate negli anni Sessanta e Settanta da tale corrente.
(10) E valori che, come impietosamente sottolineò Veneziani in un libro di qualche anno fa, hanno accomunato fin dall’Ottocento, in Italia, i più importanti scienziati e intellettuali razzisti e atavisti, da Cesare Lombroso a Enrico Ferri, da Alfredo Niceforo a Giuseppe Sergi: tutti, guardacaso, laici, positivisti e di tendenze politiche socialisteggianti. Cfr. Marcello VENEZIANI, La cultura della destra, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 43-44.

Ciao ciao Darwin.

La polemica sull’evoluzionismo materialista da un lato e il concetto di creazione, non di creazionismo letteralista, dall’altra, è destinata ad offrire sempre più occasioni di dibattito. Infatti, come la visione del credente in un Dio trascendente, determina un conseguente modo di leggere ogni realtà, analogamente l’evoluzionismo materialista, che come notava Abbagnano è una filosofia, piuttosto che una teoria scientifica, può essere utilizzato per spiegare ogni cosa, quasi fosse una metafisica alternativa.

Cercherò di spiegarmi con un esempio: il Corriere della sera del 6 settembre 2008. Procedo con ordine. A pagina 17 viene riportata la notizia di un condannato a morte, che ha concesso il suo corpo perché venga fatto a pezzi come cibo per i pesci. La mentalità del credente, di fronte ad un simile gesto, rimane turbata. Perché? Semplicemente perché il cristianesimo è la religione dell’Incarnazione di Dio, della valorizzazione del corpo come tempio di Cristo. Lungi dallo spiritualismo, il cristianesimo ha affermato che la nostra natura, tutta intera, anche quella corporale, è dentro il mistero dell’essere, ed è destinata all’eternità. Per questo il cristianesimo si dovrebbe distinguere per le opere di misericordia corporale, per la concretezza del suo calarsi nella storia ed anche per il rispetto dei defunti. Al contrario, secondo l’ideologia materialista, la materia stessa, essendo temporanea e irredenta, non chiede che di dissolversi, per divenire altro: di qui il gesto simbolico di alcuni atei, un tempo, ed ancor oggi, di farsi cremare e di gettare le ceneri al vento. L’uomo è polvere, che risorge, per gli uni, polvere aggregatasi casualmente, per gli altri.

A pagina 21 invece il Corriere parla di un uomo di 56 anni che si è gettato in mare per salvare due bambini, morendo. Per il credente il gesto eroico di Romeo Priotto è la dimostrazione dell’originalità dell’uomo: a differenza delle scimmie, delle formiche, delle mosche, egli può vincere il proprio istinto egoistico, può addirittura sconfiggere l’istinto di sopravvivenza, morendo per un valore superiore, intangibile, eterno. Come hanno fatto Socrate, Gesù Cristo, e quanti danno la vita per il prossimo, anche sconosciuto. L’amore è segno eminente della nostra natura anche spirituale e della nostra aspirazione celeste. Per gli evoluzionisti materialisti, al contrario, Romeo Priotto è un grave problema, perché esige una spiegazione che il meccanicismo ed il determinismo non possiedono. Per questo dal biologo Haldane a R. Dawkins a E.O. Wilson, ecc., tutti costoro tendono a negare ogni possibilità di altruismo, cioè di spiritualità. Devono allora invocare l’esistenza di presunti geni benefici, ancora non identificati, oppure far rientrare tutto nello schema utilitarista secondo cui, dietro ogni azione apparentemente gratuita e disinteressata, ci deve in realtà essere, per forza di cose, un interesse personale.

A pagina 28 dello stesso giornale, troviamo invece un’ intervista a Michael S. Gazzaniga, lo scienziato dell’università di California che ha studiato con Sperry la separazione degli emisferi cerebrali. Ebbene, questo illustrissimo esperto del cervello, afferma una differenza sostanziale tra l’uomo e gli animali: “E’ perché abbiamo un cervello capace di conoscere, apprezzare e desiderare le arti e governare i nostri atteggiamenti sociali e morali. Su un punto Darwin aveva torto, cioè noi non siamo in continuità con gli altri primati, la differenza tra noi e loro è qualitativa, non puramente quantitativa”. Siamo anche qui di fronte ad un bivio. Per gli evoluzionisti materialisti il concetto espresso da Gazzaniga non può essere accettato. Infatti contraddice la presunta infallibilità di Darwin, e lo fa proprio in un punto cardine, per un materialista: se l’uomo è diverso dagli animali in modo qualitativo e non quantitativo, è assai difficile spiegare l’evoluzione casuale della scimmia nell’uomo, dal momento che una differenza di quantità è colmabile, ma una di qualità, no, a meno che non si ammetta un intervento esterno, cioè creativo, per la nascita dell’anima razionale umana. Infatti che tutta la materia si evolva, è per il credente del tutto possibile: ciò che evolve, infatti, deve esistere, e per esistere, non potendo la materia autofondarsi, necessita di un atto creativo all’origine. Per un evoluzionista materialista, invece, tutto deve essersi fatto da sé: la vita, l’uomo, la coscienza, devono emergere automaticamente dalla stessa materia inorganica, della cui esistenza non si dà ragione, per un “colpo di fortuna” chimico.

A pagina 29 dello stesso Corriere, leggiamo infine un articolo a tutta pagina con la solita, ridicola, vignetta: un uomo e una scimmia insieme, nuca contro nuca, come facce della stessa medaglia. Si apprende, leggendo, di un’ ipotesi, per nulla dimostrata, per la quale sarebbe una sola “proteina appena diversa a far sì che l’uomo sia uomo e lo scimpanzé scimpanzé”. Non è difficile notare, anche qui, la volontà ideologica di convincerci, con grandi paginate, che l’uomo è sorto per puro caso, per mutazione, accidentale, di una sola proteina. C’è qui tutto l’evoluzionismo materialista, dogmatico e ideologico: ciò che dell’uomo non si vuole ammettere, la sua originalità, nel pensare, nell’amare…, deve essere “spiegato” con uno sbaglio, un errore di battitura, un lapsus della natura, e null’altro. Lo dicevano già i materialisti del passato, da Diderot a d’Holbac, ben prima di Darwin: l’uomo è solo materia, “nel novero dei possibili”, senza progetto e senza scopo, un puro accidente, né voluto né amato. Un numero uscito alla roulette.

ps. Michael S. Gazzaniga è docente di psicologia all’Università di Santa Barbara, dove dirige il Sage Center per gli studi sulla mente. Grande divulgatore sugli argomenti relativi alla mente e al cervello, è uno dei più famosi neuroscienziati al mondo, ed è stato il primo a creare e sviluppare centri di neuroscienze cognitive. È autore di numerosi libri, tra i quali The Social Brain, Mind Matters e The Brain and the Mind.

 

Darwin e il suo cranio.

In un passo della sua curiosa Autobiografia Charles Darwin ci offre uno spaccato sulle incredibili convinzioni della sua epoca. Racconta infatti di aver inviato una propria fotografia ad una società di psicologi seguaci della frenologia, che gli avrebbero consigliato di intraprendere la vita ecclesiastica: "la forma del mio cranio era stata argomento di pubblico dibattito, e uno degli oratori aveva dichiarato che avevo il bernoccolo sacerdotale tanto sviluppato da bastare per dieci preti". Darwin non dice nulla riguardo al modo con cui accolse l’indicazione, ma sembra, da quanto aggiunge subito dopo, che cercò, almeno inizialmente, di tenerne conto. Infatti solo poche pagine più avanti aggiunge: "E’ probabile che il mio cervello si sia sviluppato proprio nel corso delle ricerche compiute durante il viaggio: lo dimostra una osservazione di mio padre […] la prima volta che mi vide dopo il viaggio, si volse alle mie sorelle ed esclamò: «Guardate, gli è cambiata la forma della testa»".

Darwin dimostra così di credere che l’aver passato cinque anni a riflettere sull’evoluzione avrebbe in qualche modo determinato una evoluzione della sua intelligenza, tradottasi, molto concretamente, in una mutazione della forma cranica! La cosa potrebbe stupire solo chi conosca il suo pensiero attraverso i nostri ridicoli manuali della scuola dell’obbligo. Non invece chi, leggendo le sue opere originali, le ha trovate disseminate sia di affermazioni sconcertanti dal punto di vista scientifico, che di dichiarazioni apertamente classiste e razziste: ad esempio sull’inferiorità degli irlandesi, sulla necessità di limitare, come con le bestie, la riproduzione degli umani "inferiori", o sulla superiorità mentale e fisica dell’uomo sulla donna.

Ma non ci si deve in realtà meravigliare: la frenologia, a cui Darwin fa riferimento nei suoi apprezzamenti sul proprio cranio, riprende le concezioni della fisiognomica, e le ripropone nelle teorizzazioni di Joseph Gall, all’inizio dell’Ottocento. Secondo Gall esiste "una corrispondenza tra l’intelligenza dell’uomo e la sua conformazione cranica": si arriva a sostenere che la "conformazione cranica dei neri, rivelandosi eccessivamente stretta, è sinonimo di una intelligenza inferiore, paragonabile a quella delle scimmie" (Cristian Fuschetto, Fabbricare l’uomo, Armando). Di qui, da questo sfrenato ed antiscientifico materialismo, sgorga, a metà Ottocento, la craniometria di Paul Broca, che facendo coincidere la superiorità intellettuale col volume cerebrale, identifica l’uomo bianco maschio come superiore, i vecchi, le donne e le altre razze come inferiori! L’antropometria diverrà poi uno sport dei divulgatori darwinisti, da Ernst Haeckel a Cesare Lombroso, sino ai nazisti, che misuravano teste ed arti degli indigeni durante le spedizioni in Tibet, alla ricerca delle origini ariane!

A ben vedere l’ottica materialista non offre alternative: se l’anima non esiste, se la libertà, l’intelligenza, la parola, evidentemente immateriali, non sono altro che materia casualmente evolutasi, come afferma Darwin, allora ciò che ci distingue dalle scimmie, e tra noi, non è altro che il volume cranico. Non è altro che un cervello voluminosamente più o meno ampio. Così purtroppo viene tutt’oggi insegnato ai nostri ragazzi, dal momento che i manuali di scienze ad uso scolastico mostrano, nella ridicola serie di disegnetti dalla scimmia all’uomo, solo teste sempre più grosse (e meno pelose), salvo poi affermare che "la documentazione fossile è alquanto lacunosa", e che "non si sa con sicurezza quali spinte evolutive hanno favorito l’ingrandimento dell’encefalo" (Audesirk- Byers, Biologia, vol.I, Einaudi, 2003). La stazione eretta e la locomozione bipede, la pelle glabra e il cervello più grande, propri dell’uomo, e non della scimmia, donde derivano, si chiede lo stesso testo? "La risposta è che nessuno lo sa": però, forse, ha ragione Wheeler, quando "suggerisce che i nostri antenati avrebbero sviluppato la stazione eretta perché questa consente di ridurre al minimo la superficie di esposizione al sole cocente della savana". Wheeler, capace di tanta fantascienza, ipotizza poi che "fu solo in seguito allo sviluppo della stazione eretta e della pelle glabra che la capacità di disperdere calore raggiunse livelli tali da consentire l’aumento della massa cerebrale"! Molto più logico, e scientifico, il premio Nobel per la medicina (Neurofisiologia), Sir John Eccles: "mi vedo obbligato ad attribuire l’unicità della psiche, o anima, ad una creazione spirituale soprannaturale. In termini teologici: ogni anima è una nuova creazione divina".

Il disegno intelligente che non c’è.

Il dialogo tra fede e ragione, che ha sempre innervato il pensiero cristiano fin dalle sue origini (“In principio era il Logos”), è stato protagonista anche nella Giornata Mondiale dei Giovani che si è appena celebrata a Sydney con Papa Benedetto XVI. Al cardinale di Vienna, Christoph Schonborn, già caporedattore del Catechismo della Chiesa Cattolica nonchè il massimo esperto di tematiche evoluzionistiche all’interno della Chiesa, è stato affidato il tema “Creazionismo ed evoluzionismo” , nelle giornate preparatorie della GMG, ospite all’Università di Sydney.

Nel famoso articolo apparso sul New York Times il 7 luglio 2005, “Finding Design in Nature”, il cardinale di Vienna aveva parlato di “overwhelming evidence” (tr. “schiacciante evidenza”) di un “progetto” o disegno rilevabile nell’osservazione dell’Universo e della vita sulla Terra. In questa occasione il cardinale si spinge oltre, suggerendo di dare una veste scientifica a tale “evidenza”, che è già di per sé schiacciante; leggiamolo insieme: “Se l’asserzione secondo cui il mondo sarebbe la testimonianza di un progetto, di una finalità del creatore, fosse dimostrata infondata a livello scientifico, allora il credere in un creatore e nella sua provvidenza sarebbe irragionevole. Allora il credere nella creazione potrebbe semmai basarsi solo su un credo quia absurdum. Ma una fede che si basi solo su un fondamento assurdo non sarebbe una fede, ma soltanto un’illusione. La fede nel creatore è un’illusione che non ha alcun futuro?”

In effetti, ci si chiede ancora, con grande lucidità: “Che accadrebbe se gli scienziati sulla base delle loro ricerche sulla natura giungessero alla conclusione che il tutto sia da spiegare come risultato di un gioco cieco di caso e di necessità? Non diviene allora infondata la risposta religiosa alle domande essenziali dell’essere umano, come una ghirlanda che si libra nel vuoto, che, senza alcun motivo fondato nella realtà, afferma che esisterebbe un senso, un progetto, voluto da Dio e da Dio realizzato?” Credo che il cardinale abbia colto nel segno anche questa volta. Il dialogo contemporaneo, irrinunciabile per chiunque, tra la ragione e la fede non può che passare attraverso queste domande e queste considerazioni.

Mi permetto ora di inserirmi in questo dibattito con alcune personali osservazioni, che derivano dalle mie ricerche e dai miei studi. Riprendo la domanda: “Nella natura osserviamo le tracce di un disegno (intelligente) o piuttosto i tratti di un beffardo scarabocchio, tra l’altro senza autore?”. Ricordo che tra le discipline previste dal curriculum dell’Accademia artistica si trova il “Disegno anatomico”. Gli allievi vengono avviati alla rappresentazione grafica del corpo umano nudo, in tutte le sue pieghe e in tutte le sue curve. Gli Atlanti di Anatomia umana, d’altra parte, sono antologie di disegni che riproducono i nostri organi interni, con dovizia di particolari e di dettagli. Il nostro corpo, dunque, con la testa, gli occhi, il naso, la bocca, le braccia, il busto e le gambe, costituisce un disegno per eccellenza, un modello, che del resto è stato rappresentato lungo tutta la storia umana e in tutte le civiltà. Il cuore, il fegato, i reni, i muscoli e le ossa hanno un profilo bene identificabile, caratteristico e quindi capace di rappresentazione grafica. Gli esseri viventi, con le loro svariate forme, hanno da sempre fornito amplissimo materiale ai pittori e agli scultori. Si tratta dunque di oggetti “disegnabili”. Non sono “non rappresentabili”. Sono essi stessi dei disegni e, per di più, viventi. “Disegna te stesso” è uno dei primi compiti che la maestra assegna nella scuola dell’infanzia per aiutare il bambino a prendere coscienza di sé e, soprattutto, a rafforzarla.

La cultura contemporanea vive dunque il paradosso di professare con forte energia (e guai a chi pensa o scrive il contrario!) l’assenza di finalità e l’azione creatrice del caso, dovendo però confrontarsi continuamente con esseri viventi reali, in carne ed ossa, che la costringono ad usare la ragione per interpretarli. La ragione è la categoria utilizzata dagli scienziati per accedere al segreto della vita nella loro attività quotidiana ed è la stessa che, contestualmente, viene negata.

Sull’Origine la scienza non dice nulla, perchè non sa. Contro Boncinelli e compagnia, e l’illusione di aver esaurito il mistero dell’esistenza.

Leggo spesso che nell’epoca della scienza e della tecnica, siamo mentalmente fermi al medioevo. Leggo, dai maestri del pensiero scientista, che tutto è cambiato. Ora che abbiamo mappato il genoma, che sappiamo questo e quest’altro, Dio è un’ipotesi da abbandonare. Andava forse bene, anche per i grandi scienziati, prima di Darwin, ora non più.

Personalmente mi sento esattamente come un medievale, anzi come un primitivo. Io, i primitivi li immagino proprio come me, non curvi a quattro zampe, e neppure a novanta gradi, come nei disegnini degli evoluzionisti. Con i miei desideri, le mie esigenze affettive, il mio senso di peccato, e la mia stessa aspirazione alla felicità, ad una felicità non meramente materiale. A me aspirina, cortisone, progetto Genoma, sbarco sulla luna ecc., dicono qualcosa sulla grandezza dell’uomo, sul fatto che non è solo una bestia, che è il re del creato. Null’altro di sconvolgente, cioè nulla di veramente nuovo.

Perché? Lo spiego subito: sull’origine del cosmo siamo fermi al Big bang, teorizzato già, nella sostanza, da teologie medievali e forse anche prima. Una tipica idea creazionista. Sul perché ultimo di questo big bang, non sappiamo nulla, e non lo sapremo mai. L’origine della materia ci è dunque ignota.

Sulla materia organica, sulla vita, cosa sappiamo? Secondo Francis Crick ed altri deriva dagli extraterrestri, perché è troppo un “miracolo” per essere nata per caso; secondo qualche altro scienziato ateo è caso, secondo altri necessità, o un mix non meglio chiarito tra le due; secondo Richard Dawkins, un “colpo di fortuna” chimico, un colpo di “abiogenesi”, come qualcuno chiama la vecchia storia ormai screditata della generazione spontanea, per darle almeno un tocco di nobiltà linguistica. Secondo Boncinelli, un altro scienziato ateo, è “assolutamente improbabile” la “generazione spontanea per accostamento casuale dei componenti chimici”…Insomma, l’origine della vita ci è sconosciuta esattamente come l’origine dell’universo e della materia organica.

Sull’uomo cosa sappiamo? Una mostra curata da grandi genetisti e biologi evoluzionisti, dava spiegazioni molto sicure sull’evoluzione, ma dopo aver fatto un po’ di cagnara sui giornali, a me a ad alcuni amici un po’ scettici, hanno risposto che sì, in verità, “l’evoluzionismo non riesce a spiegare in modo esatto l’origine dell’uomo ma la comunità scientifica sta tentando di capirci qualcosa”. Per J. Monod siamo figli del caso, numeri usciti alla roulette, ma non si dice chi stesse giocando né perchè; sull’origine del linguaggio simbolico non sappiamo nulla: qualcuno parla di “scherzo”, qualcuno utilizza le solite “pressioni evolutive”, che, premi premi, ottengono sempre quello che vogliono, perché, come scrive Boncinelli, le “vie della selezione naturale sono infinite”.

Sull’altruismo qualcuno dice che c’è il gene apposito, mentre altri sostengono che no, siamo programmati per la competizione, abbiamo “geni machiavellici”; per qualche evoluzionista siamo naturalmente cattivi, aggressivi come gli scimpanzé, per qualcun altro siamo naturalmente buoni, gentili come i bonobo (l’importante è non tirare in ballo la libertà, perchè manderebbe a pallino il materialismo determinista).

La coscienza? Dawkins spiega che è una “lacuna, un errore darwiniano”, per Odifreddi è “il marchio di infamia di una evoluzione ancora imperfetta”, per Boncinelli è un “incidente congelato”, una “imperfezione” vantaggiosa, comparsa per caso, esattamente come l’intelligenza, definita, si fa per dire, il solito “capriccio del caso”, di cui non c’era, “evoluzionisticamente parlando, un gran bisogno”. Insomma: non si sa nulla. La libertà? Forse è nei geni, forse…

L’amore? Non lo sappiamo, ma dovrebbe essere iscritto nei geni, spiega l’ateo J.Watson mentre illustra l’inferiorità dei negri, che, non lo sappiamo, ma dovrebbe essere iscritta nello stesso posto. La religiosità? Un “organo vestigiale”, spiega Dawkins, che doveva servire a qualcosa, ma non sappiamo perché, e soprattutto non capiamo perché persista… Insomma non sappiamo nulla, scientificamente intendo, come i primitivi, su tutte le cose più importanti. Lo dicono i grandi scienziati atei, spiegando poi che tutto è cambiato… L’immortalità? La raggiungeremo qui, con qualche modifica sul genoma benedetto, o con qualche altra tecnica, spiega Desmond Morris, vicino ormai all’età per lasciarci…

Ma non sembra sia una cosa che accadrà a breve, quindi sono tranquillo: potrò morire in pace. Ecco, dal momento che morirò, continuo a chiedermi: perché vivo? Per Dio o per il nulla? Ma perché mi faccio questa domanda, mentre gli animali e le pietre no? Lo spiega Boncinelli: il vivente non è superiore al non vivente, al solito la nostra idea di valere più di un sasso è frutto “della nostra insopportabile tendenza a scorgere negli eventi una progettualità e a giudicarne il livello di efficienza in base alla capacità di concepirla e di conseguirla. Purtroppo questa è un’altra delle illusioni prodotte dal nostro strumento per ragionare, il cervello, e dal suo essere stato forgiato dalla pressione evolutiva…”. Cosa vuole dire? Niente. Boncinelli, usando il suo cervello, spiega che il cervello umano si fa tante “illusioni” sull’essenza dell’uomo: non mi torna. Personalmente, con un po’ di umiltà, continuo a ritenermi un primitivo, e, senza nessuna superbia, ben superiore ad un sasso o ad un pugno di sabbia: almeno finché coloro che vorrebbero derivare il loro ateismo dalla scienza, non mi abbiano dato qualche idea più chiara su vita, coscienza, intelligenza, libertà, etica, Dio e origine di ciò che esiste.

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