La croce, la svastica e lo scienziato Fred Hoyle.

Nella Germania nazista la croce è sostituita dovunque dalla croce uncinata, o svastica, cioè da un simbolo solare induista (e non solo), che richiama l’eterno divenire delle cose, la concezione di un tempo ciclico, che si ripete di continuo, come un serpente che si morde la coda. Nell’ideologia nazista infatti confluiscono sincretisticamente filosofie e religioni precristiane, tutte, al fondo, panteiste, cioè fondate sull’idea dell’eternità e della divinità del mondo. La svastica è anche simbolo che richiama la reincarnazione: anche l’uomo non fa che ripetersi, in involucri diversi. Coerentemente Adolf Hitler, credendo nella svastica e nella reincarnazione, era un rigido vegetariano. La croce cristiana non poteva piacergli: essa non gira, stat crux dum volvitur orbis, e simboleggia il tempo lineare, l’incontro tra una verticale, Dio, e una orizzontale, la terra, l’uomo. Al centro vi è Cristo, Dio e uomo: come lui, gli uomini sono destinati non alla reincarnazione, impersonale vagabondaggio senza significato, ma alla resurrezione, glorioso trionfo della nostra unicità spirituale e corporea. Questa introduzione può aiutare a capire la discordanza che ci può essere, anche tra scienziati, su una particolare ipotesi cosmogonica, a partire da filosofie differenti. Agli inizi del Novecento un gesuita, Georges Lemaitre, teorizza la nascita dell’universo da un “atomo primordiale”. “Questa faccenda – gli dirà Einstein – somiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete…”. Anche Einstein infatti fu per un certo tempo convinto che “l’universo non avesse storia, fosse eterno e infinito”, benché la stessa teoria della relatività fosse in disaccordo con una simile credenza (Franco Prattico, Dal caos…alla coscienza, Laterza). Un altro celebre scienziato, Fred Hoyle, ribattezzò la teoria di Lemaitre in modo dispregiativo col nome che tutti conosciamo: “Big bang”. “Sir Fred, ha scritto Giulio Giorello, non amava troppo la Genesi, per lui forse era meglio qualche principio (ciclico, ndr) tratto dal buddismo e dall’induismo” (Corriere della sera, 25/8/ 2001). Per questo, lasciando momentaneamente le vesti di scienziato obiettivo e indossando quelle del filosofo (quale uomo non lo è?), e volendo opporsi all’idea di una “creazione cristiana dal nulla”, inventò il cosiddetto “stato stazionario dell’universo”. Questa ipotesi “fu il prodotto dell’immaginazione degli astrofisici T.Gold, H. Bondi e F. Hoyle, i quali cominciarono a pensarci sopra dopo essere andati a vedere The Dead of Night, un film che finisce ritornando al punto di partenza. E se l’universo fosse così? si chiesero i tre studiosi. Essi sapevano che l’universo si sta espandendo, ma non amavano l’idea che il cosmo avesse avuto un principio, come l’espansione implicava” (J.Barrow, Le origini dell’Universo, Sansoni). Così inventarono un’ ipotesi, da un film, solo per opporsi al concetto di creazione: ma nel 1965 la loro ipotesi si rivelò definitivamente falsa e strumentale, e lo stesso Hoyle, con una sua scoperta, contribuì ad affossarla..
Hoyle si occupava anche di biologia, sulla scia di scienziati come il fisico Hermann von Helmholtz e Francis Crik. Come loro propose l’ipotesi della panspermia. “Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani – aveva scritto von Helmholtz-, a me pare rientri in una procedura scientifica il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un’origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa”. Il ragionamento, come si vede, è molto vero, nella sua parte prima, molto poco scientifico, nella seconda: l’unica conclusione scientifica del fatto che la materia viva non nasce da quella inanimata, è che non conosciamo, sperimentalmente, la Causa (per un credente spirituale, intangibile), di questo miracoloso apparire della vita! Hoyle partiva da questa riflessione: “sulla base del calcolo delle probabilità, perché le unità molecolari che sono alla base della vita si combinino tra loro per formare il più semplice sistema vivente occorrerebbero tempi d’una lunghezza incredibile: l’età comunemente attribuita all’Universo…è ridicolmente insufficiente. Non sarebbe sufficiente neppure a far formare attraverso processi casuali gli enzimi indispensabili per dare inizio ai primi processi vitali”. Per poter giustificare la nascita della vita, nella sua complessità e splendore, occorrerebbe quindi contraddire nuovamente il Big Bang, e ipotizzare un mondo eterno, mai nato, luogo di una “infinita serie di accoppiamenti casuali necessari a far sorgere la vita”. “In questo caso, però, non potrebbe essere la Terra la sede adatta per la sua apparizione: i suoi quattro miliardi e mezzo di anni sono una inezia davanti a processi che richiederebbero centinaia di miliardi di anni”: come per Crik, scopritore del Dna, che ipotizzò la panspermia guidata da parte di extraterrestri, anche Hoyle ritenne che la Terra fosse troppo giovane per ospitare una vita nata per caso. Non gli rimase che ipotizzare, senza fondamento, per pura ideologia, ancora una volta solo per negare la possibilità di un Creatore (ed affermare quella dogmatica del caso), che la vita fosse giunta sulla Terra dallo spazio, tramite semi della vita sparsi per l’Universo, nati per caso, non si sa bene come né dove. La realtà, invece, è che “nulla obbliga la chimica a produrre la vita” (Prattico, op.cit.), e che nulla, scientificamente, ci obbliga a credere al caso: anzi, al contrario…

Piergiorgio Odifreddi e le odifreddure.

Piergiorgio Odifreddi è professore di Logica all’Università di Torino, collaboratore di “Repubblica”, “Espresso” e “Le scienze”: per queste sue qualifiche ci aspetteremmo un dottor sottile, che lavora di fioretto, che distingue e analizza con la precisione dell’orefice. Purtroppo, leggendo il suo “Il Vangelo secondo la Scienza” (Einaudi), l’impressione è assai diversa. Ci si trova infatti di fronte ad uno sfoggio di ostentata erudizione, al di là del quale mancano approfondimento e comprensione, ma non colpi di scure, o di vanga, come questo: “il cristianesimo è parte integrante del potere capitalista, razzista e sessista, e come tale andrebbe abbandonato” (p.131). Quello che sconcerta un povero cristiano come me, non è questa avversione alla religione, quanto il disprezzo per la logica, materia che Odifreddi bistratta oltremodo, senza considerare che alle sue spalle vive, guadagna, e ha acquistato la sua notevole fama. Il florilegio di assurdità, riguardo alle religioni, è troppo vasto, ma occorre analizzare almeno qualche punto. A pagina 11 ad esempio, vengono collegate tra loro, come fossero consequenziali, la dieta non vegetariana dei cristiani, con le “ideologie di potenza e di guerra” e con i monoteismi. Non solo si dà per scontato che chi non è vegetariano sia un maledetto oppressore e un potenziale omicida, ma anche che le ideologie contemporanee, “di guerra e di potenza”, cioè il nazionalsocialismo ed il comunismo, siano corollari della fede biblica, e non, come è storicamente certo, sue mortali avversarie. Forse l’Odifreddi dimentica che lo stesso Hitler, lungi dall’essere un feroce mangiatore di bistecche, era rigorosamente vegetariano, come molti membri delle Sa, e aveva promulgato leggi in difesa degli animali, proprio mentre legalizzava aborto, eutanasia e sterilizzazioni forzate. Proseguendo nella lettura si scopre, a pagina 12, che “l’uomo dei tropici vive già nel paradiso e la reincarnazione lo condanna a rimanerci: l’unica sua speranza di liberazione può dunque essere l’uscita dal gioco, quel nirvana che non è appunto altro che lo svincolamento dal ciclo delle nascite e delle morti”. La realtà è esattamente l’opposto: per il buddismo la vita terrena è paragonabile piuttosto all’inferno, e proprio per questo la reincarnazione, costringendo l’uomo a rimanervi, è una condanna. Del resto si noti l’assurdo logico secondo cui un uomo che vive “già nel paradiso”, dovrebbe cercare una “liberazione” da esso! Dal buddismo al cristianesimo, le modalità del professore di logica sono le stesse: non conosce, ma disquisisce. A pagina 37 si legge: “il fatto è che per Agostino, Dio ha creato non solo la materia, ma anche lo spazio e il tempo: egli sta dunque oltre l’eternità, che non è altro che una durata temporale infinita”. Tralasciando l’espressione “oltre l’eternità”, che difetta di significato, occorrerebbe forse sottolineare che la visione di Sant’Agostino è perfettamente compatibile con la teoria della relatività di Einstein: il tempo e lo spazio, ritenuti eterni dai greci, e quindi assoluti, sono invece relativi, sia per il creazionismo agostiniano che per la scienza. Ma soprattutto va notato che definire l’eternità come “durata temporale infinita” significa non distinguere il panteismo di Aristotele dal cristianesimo, né conoscere l’Agostino che si sta citando. Pur tuttavia, Odifreddi dovrebbe giungere al concetto cristiano di eternità con la sola logica: se Dio infatti ha creato il tempo, ne è, per così dire, fuori. Di conseguenza l’eternità non coincide con una “durata temporale infinita”, ma con l’assenza di tempo! L’ esperienza umana può dirci qualcosa al riguardo: l’uomo infatti proietta di norma le sue speranze e desideri nel futuro, a dimostrazione del suo essere fatto per qualcosa di “oltre”. Al contrario, allorché vive quegli istanti di gioia pura che per Teresa d’Avila erano segno e pegno, quaggiù, di una eternità felice, gode e vede solo l’istante presente, senza aspirare né al passato né al futuro: agogna, inconsapevolmente, all’assenza di tempo, cioè all’eterno presente del Cielo! Per concludere, il libro di Odifreddi offre anche qualche spunto interessante. Dopo un breve cenno all’abate Lamaitre, sacerdote tomista cui dobbiamo la teoria dell'”atomo primitivo”, poi detta del Big Bang, spiega che l’avversione ad essa da parte di Fred Hoyle, creatore di un modello alternativo, non aveva motivazioni scientifiche, ma ideologiche: “il Big Bang gli sembrava fornire un illecito supporto scientifico alla religione” (lo aveva già detto Einstein: il Big Bang è similissimo al Genesi). “Illecito”, si vede, per chi ha già deciso, e costruisce a posteriori modelli e “logiche”, che con la scienza e logica non c’entrano affatto. La storia di Hoyle, infatti è molto simile a quella di Odifreddi: uno scienziato che travalica nella filosofia, e che vorrebbe presentare come scienza anch’essa. La sua storia è infatti assai interessante: egli è l’inventore di un escamotage, per negare una teoria che gli appariva troppo creazionista, in quanto presupponeva che l’universo avesse cominciato ad esistere, in un istante di tempo che ha dato vita al tempo stesso, e che non fosse sempre esistito. Hoyle infatti oppose alla teoria del Big Bang quella dello “stato stazionario dell’universo”, che il celeberrimo fisico inglese J. Barrow descrive così: essa “fu il prodotto dell’immaginazione degli astrofisici T.Gold, H. Bondi e F. Hoyle, i quali cominciarono a pensarci sopra dopo essere andati a vedere “The Dead of Night”, un film che finisce ritornando al punto di partenza. E se l’universo fosse così? si chiesero i tre studiosi. Essi sapevano che l’universo si sta espandendo, ma non amavano l’idea che il cosmo avesse avuto un principio, come l’espansione implicava”. Così inventarono una ipotesi, da un film, per dire che l’universo non era nato una volta sola, ma continuava a rinascere, dall’eternità e per sempre, solo per opporsi al concetto di creazione, ma senza alcun fondamento: nel 1965 la loro ipotesi si rivelò definitivamente falsa e strumentale (J.Barrow, “Le origini dell’universo”, Sansoni). Un’altra volta analizzerò il nuovo libro di Odifreddi, “Perché non possiamo dirci cristiani, e meno che mai cattolici” (Longanesi), che inizia così: “cretino” deriva etimologicamente da “cristiano”, ed effettivamente tutti i cristiani sono dei cretini.

Francis Crick, scopritore del Dna, preferisce gli extraterrestri a Dio.

Gli antichi presocratici, che non credevano ad un Dio creatore, cercavano nella realtà un principio primo, qualcosa di altro, tangibile e visibile, capace di rendere conto di tutto l’esistente: tutto deriva dall’acqua, o dall’aria, o dagli atomi….I moderni presocratici, alla Darwin, hanno provato a ripetere lo schema filosofico, non scientifico. Tutto, ma proprio tutto, deriva da altro: da un’ ameba originaria…Nella modernità che rifiuta Dio, l’acqua, o l’ameba, tornano a divenire dio, come nei tempi antichi, alla faccia dell’evoluzione, e l’uomo, di conseguenza, precipita a creatura inferiore all’acqua e all’ameba stessi, che ne sarebbero la causa! Al punto che evoluzionisti come Darwin e Spencer si oppongono alla vaccinazione, in quanto essa salva sì migliaia di uomini, ma determina anche un “impedimento al realizzarsi della libera competizione”. In realtà, da subito, molti evoluzionisti, tra cui Wallace, amico di Darwin, e per molti aspetti superiore, e Lyell, anch’egli amico e ispiratore di Darwin, si distaccano, insieme al grosso degli evoluzionisti, dal pensiero del loro celebre amico, per affermare l’esistenza di un salto evolutivo tra il bruto e l’uomo, e la presenza, nella natura, di un “disegno”, di un “piano”, di una “mente” superiore: l’esistenza di un Altro, con la maiuscola, che solo può spiegare la bellezza, la complessità, il “mistero della creazione”. Circa duecento anni più tardi, Francis Crick, scopritore della struttura a doppia elica del Dna, premio Nobel, e sostenitore di una moderna versione dell’eugenetica, deve fare i conti con qualcosa di straordinario: l’esistenza, in natura, persino nella forma di vita più meschina, di un principio informatore, di una misteriosa intelligenza intrinseca. Scrive così un’opera intitolata, in italiano, “L’origine della vita” (Garzanti), con prefazione del celebre scienziato Tullio Regge. In tale introduzione di appena tre pagine, torna almeno in due occasione il concetto di miracolo: di fronte al Dna, Regge parla di “reazioni chimiche che vengono miracolosamente regolate da una folla di enzimi specializzati la cui efficienza supera di gran lunga quella dei catalizzatori industriali”. Il Dna, insomma, secondo uno scienziato laico, oltrepassa l’opera intelligente, il disegno delle maggiori invenzioni umane. Nella seconda pagina della sua trattazione Crick, invece, esprime subito il suo atto di fede presocratico: tutto deriva da altro. Lo fa, però, introducendo un aggettivo poco scientifico, “misterioso”, al quale seguirà più volte la parola “miracolo” (ad es. a p. 52, 85…): “Il passo successivo è per ora misterioso: la formazione, a partire dalla zuppa (originaria, ma non si sa di quale provenienza, ndr), di un sistema chimico primordiale ma autoriproducentesi”. Nel capitolo intitolato “Aspetti della vita” Crick nega implicitamente la credenza darwiniana nel caso. Paragonando la struttura di una proteina, composta di tanti aminoacidi, ad una frase formata di lettere, scrive: “Anche se disponessimo di un miliardo di scimmie che sappiano scrivere a macchina è quasi nulla la possibilità che esse riescano a scrivere correttamente, durante un periodo pari all’età dell’universo, anche una sola terzina di Dante…abbiamo quindi scoperto che …esistono strutture complesse che si presentano in molte copie identiche, che hanno cioè una complessità organizzata, e che non possono essere nate per caso. La vita, da questo punto di vista, è un evento infinitamente raro, tuttavia la vediamo brulicare intorno a noi. Come è possibile che una cosa così rara sia così comune?”. A pagina 85 Crick conclude: “Un uomo onesto, munito di tutte le conoscenze attuali, può solo affermare che per ora, in un certo senso, l’origine della vita appare quasi un miracolo tante sono le condizioni che debbono essere soddisfatte perché il meccanismo si metta in moto”. Ma se la vita si è sviluppata sulla Terra, continua Crick, così “miracolosamente”, perché ciò non è avvenuto anche su altri pianeti, dove sarebbe stata più probabile, essendo essi più grandi e contenendo quantità immense di materiale organico? Non volendo ammettere l’esistenza e la necessità logica di un Altro, irriducibile a molecole di acqua o ad amebe, Crick finisce per cadere nell’assurdo: la vita non sarebbe nata sulla Terra, evento scientificamente troppo improbabile, troppo “misterioso”, ma “sarebbe arrivata non grazie ad un intervento divino bensì portata da una astronave lanciata da una superciviltà scomparsa da tempo” e abitata da “guardiani cosmici” che ci osservano senza essere visti… Che creduloni, questi scienziati “atei”!

Il disegno intelligente

Alla fine del suo reportage sul Disegno Intelligente, comparso recentemente sul Foglio, Stefano Pistolini ha intervistato Piergiorgio Oddifreddi, dell’Unione degli Atei e degli Agnostici. Oddifreddi ha anzitutto dichiarato che la teoria del Big Bang “puzza” di Genesi, e che la Chiesa lo ha subito messo in luce, già all’epoca di Pio XII. E’ vero: non solo il Big Bang si accorda con il Genesi, ma è stato teorizzato da cattolici, e nel Novecento, per la prima volta, da un gesuita. Detto questo Odifreddi, per non ammettere l’evidenza, spiega che in realtà no, il big bang si adatta bene all’idea di creazione, ma la Bibbia non parla di creazione, bensì di un dio demiurgo, che plasma una materia già esistente.

Non è così. La prima parola del Genesi, infatti, è “ber?shit”, cioè “all’inizio del tempo”, mentre la seconda è “b?r?”, cioè “creò”. L’espressione “all’inizio del tempo” ci può far riflettere: come scrive un commentatore medievale indica che ci fu un “istante che diede inizio al tempo”, che non fu “continuazione del passato verso il futuro, ma solo inizio del futuro”. Non è intuizione da poco, in quanto contrasta con la teoria dell’eternità del tempo, del moto e dello spazio, di Aristotele e di Platone – che quindi non avrebbero creduto al Big Bang, cioè ad un inizio-, ed anticipa il concetto scientifico di relatività di tempo e spazio, introdotta da Einstein. Infatti nel Genesi tempo e spazio, per la prima volta nella storia, non sono assoluti, esistenti da sempre, in quanto sono iniziati in un determinato istante, quello della creazione. Il loro essere relativi è conciliabile con il loro essere creature, mentre al contrario Dio è fuori del tempo e dello spazio: non è forse vero che se l’universo collassasse, spazio e tempo si annullerebbero? In tal caso il demiurgo platonico, e il mondo-dio dei panteisti, scomparirebbero, mentre il Dio cristiano “rimarrebbe”. Egli infatti si è definito così: “Io sono colui che è”, eterno presente, eternità a-temporale.
Tornando al nostro Odifreddi, egli non si stupisce del fatto che la vita sulla terra sia permessa da una serie incredibile di circostanze “fortunate”: “questo universo non è stato fatto perché ci fossimo noi, ma dal momento che è fatto così, possiamo esserci”. L’affermazione significa che ci siamo per caso, quasi ospiti abusivi, e che l’ordine che ci permette di esistere è un incidente o un accidente, e che quindi noi stessi siamo un incidente e un accidente, di significato nullo. Si tratta di una affermazione che vuole essere logica, intelligente, ma dopo aver fatto, anche dell’intelligenza umana, un incidente, un caso accidentale! I padri della scienza non la pensavano così. Per costoro tutto nasce dalla meraviglia, dalla “fede in una razionalità del mondo”, come scriveva il cattolico Max Planck, o dalla constatazione di una “progettualità e disegno”, come afferma Allan rex Sandage, scopritore del primo quasar, veramente “miracolosi”.
Copernico parlava di “divina providentia opificis universorum” e Keplero diceva che “il cosmo non è prodotto del caso, ma una creazione di Dio, e Dio, certamente, non l’ha creato a caso (temere)”. Non solo perché dal caso non nasce l’ordine, ma perché ciò che ci circonda non solo funziona, ma è anche bello, gratuitamente bello: come l’uccello che canta per cantare, senza altro scopo, o l’elegante e sinuoso procedere dei ghepardi; come i colori sgargianti dei pesci, il volo subacqueo dei delfini, la sovrabbondante bellezza dei pavoni…. Questa bellezza è anche, persino, nelle leggi fisiche. Scriveva Werner Heisenberg: “Se la natura ci conduce a forme matematiche di grande semplicità e bellezza non possiamo fare a meno di ritenere che esse siano vere…devo ammettere francamente di essere molto attratto dalla semplicità e dalla bellezza degli schemi matematici che la natura ci presenta”.
E Roger Penrose, parlando della relatività generale, affermava: “E’ proprio un mistero che qualcosa che appare bello possa avere più probabilità di essere vero di qualcosa che appare brutto”. Così Einstein, “non appena una equazione gli pareva brutta, sembrava perdere interesse nei suoi confronti. Egli era profondamente convinto che la bellezza fosse un principio guida nella ricerca di risultati di rilievo nella fisica teorica” (Bondi). Aggiunge suo figlio: “Aveva un carattere più da artista che da scienziato…per lui l’elogio più alto per una buona teoria non era che fosse corretta o esatta, ma che fosse bella”.
Se a Odifreddi la vita e la natura piacessero un po’ di più, se ne cogliesse maggiormente ordine e bellezza, forse sarebbe meno triste, e contemplando l’essere, che miracolosamente c’è, meno superbo.

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.