Meno preti, poche suore, pochi religiosi. La caduta vertiginosa di vocazioni – specialmente nel mondo occidentale – è un dato di fatto di cui non c’è dubbio alcuno.
Si possono dire tante cose circa le cause, tuttavia credo che un punto senz’altro importante vada individuato nello stato di salute del matrimonio che, come si può facilmente constatare, versa in condizioni disperate.Forse è proprio nelle cause di questa crisi che bisognerebbe indagare alla ricerca del motivo della caduta delle vocazioni, interessante a tal proposito l’analisi proposta dal Rev. Dwight Longenecker pubblicata lo scorso 3 marzo su Inside the Vatican (vedi QUI).Le sue non sono considerazioni moraleggianti, ma prendono le mosse da alcuni aspetti abbastanza concreti: la cultura contraccettiva, penetrata anche in ambienti cattolici, ha fatto si che l’idea di famiglia sia profondamente mutata nei ragazzi e nelle ragazze che ne fanno uso.Prima della rivoluzione sessuale questi giovani crescevano generalmente in grandi famiglie che comprendevano molti fratelli, sorelle, nonni, zii, cugini e venivano quindi ad un confronto diretto con un ampio ventaglio di gioie e dolori che attraversano e caratterizzano la vita familiare. La contraccezione – strumento principe della rivoluzione sessuale – si può ragionevolmente individuare come l’elemento che ha cambiato le cose, anche perché di fatto permette la cosiddetta “libertà riproduttiva”. Grazie alla contraccezione il figlio si può “programmare”, le donne possono progettare il loro impegno professionale, le famiglie finiscono per divenire più “piccole e maneggevoli”. Oggi una famiglia americana media ha 2,5 figli, una casetta in periferia, un doppio reddito, un cane e un gatto e si muove con una certa facilità, così lo stesso modello può essere facilmente riscontrato in una qualsiasi periferia del mondo occidentale.Ancor più in profondità la cultura contraccettiva ha agito sulla mentalità con cui viene pensato il matrimonio. Prima della rivoluzione sessuale, un ragazzo o una ragazza cattolica si educava, nel suo contesto familiare, ad un certo modo di essere marito o moglie, padre o madre, un modo la cui essenza è la gioia di un naturale sacrificio di sé. Osservare un padre che fatica duramente per mantenere ed educare i numerosi figli e una madre che si dedica totalmente alla cura della famiglia, permette di comprendere senza bisogno di alcuna parola che cosa significa vivere il matrimonio come una vocazione che si fonda sul dono di sé.Questo è il contesto che, più di mille pastorali giovanili, imprime nel giovane o nella giovane la capacità di ascoltare e comprendere la chiamata sia per la vita religiosa, ma anche quella matrimoniale. La questione è: “morire a se stessi per la famiglia attraverso il matrimonio, o morire a se stessi attraverso una vocazione religiosa?”La contraccezione ha agito potentemente proprio sulla radice di questa domanda invitando i giovani a deresponsabilizzarsi, a giocare con il piacere senza nessun tipo di sacrificio, né assunzione di responsabilità. Quindi oggi un giovane che si pone di fronte ad una vocazione religiosa o al matrimonio non li considera come due percorsi per la sconfitta dell’egoismo, ma vede solo la differenza tra una vita che sembra avere tutto e una che sembra non avere nulla. “Essi devono scegliere tra una casa in periferia, 2,5 figli e un doppio reddito o una rinuncia totale. La scelta è tra una forma di edonismo familiare o una forma di eroismo inspiegabile”, dice Fr. Longenecker.Ecco perché una riscoperta della profonda dignità della vocazione al matrimonio potrebbe davvero essere la chiave di volta per far rifiorire anche le vocazioni religiose. “Ad una cultura che comprende il matrimonio come un’opportunità per l’auto-realizzazione, dobbiamo ricordare che essere cristiani significa prendere la nostra croce e seguire Cristo. In ogni occasione, dobbiamo ricordare che il cammino verso la vita vera è attraverso il servizio agli altri, e quindi non dobbiamo mai dimenticare che il matrimonio è per dare, non per ottenere.” Comprendere cosa significa divenire padroni di sé nella propria vita sessuale non solo aprirebbe la porta a matrimoni più consapevoli, ma avremmo una generazione di sposi intimamente capace di apprezzare anche la scelta vocazionale religiosa. E’ a questa scuola che si può imparare ad apprezzare nell’intimo del cuore il valore della castità e del celibato.Per capire questo però occorre non contare solo sulle proprie forze, ma alzare gli occhi verso chi può insegnarci davvero che cosa significa dare se stessi per gli altri.
Ogni anno l’International Christian Concern in un accurato report stila la classifica dei primi dieci paesi nel mondo che brillano per la persecuzione anticristiana. Riportiamo una sintesi del rapporto 2010.
In Eritrea il regime comunista limita ferocemente la libertà religiosa e controlla quasi ogni aspetto della società. Attualmente, ci sono oltre 3.000 cristiani detenuti in Eritrea. Molti sono tenuti in container metallici, caserme e carceri in condizioni disumane, alcuni sono stati paralizzati o uccisi dopo tortura e per mancanza di cure mediche. I cristiani eritrei sono rimasti in carcere per anni senza essere mai stato condannati per alcun reato dinanzi a un tribunale di diritto.
La minoranza cristiana in Pakistan (1,6%) si trova a vivere in condizioni veramente difficili, per non dire impossibili: con la legge sulla blasfemia, bestemmiando il nome del profeta islamico Maometto o dissacrando il Corano si viene puniti con la pena di morte o il carcere a vita. Sono frequenti gli attacchi nei confronti dei cristiani, spesso pregiudizialmente considerati trasgressori della legge sulla blasfemia.
Nel 1979 con la rivoluzione islamica cominciò in Iran una vera e propria caccia al cristiano che raggiunse l’apice nel 1990 quando i più importanti capi della chiesa furono imprigionati e giustiziati; nel 2009 questa strategia continua e i cristiani sono sotto costante minaccia di discriminazione, imprigionamento, tortura ed esecuzione.
In Nord Korea con il governo del dittatore comunista Kim Jong II – denominato “pugno di ferro” – la libertà religiosa e i diritti umani sono inesistenti, inoltre non vi sono informazioni precise sulla situazione dei cristiani, ma stime attendibili attestano che circa 200.000 di essi siano imprigionati nei “campi di lavoro” (gulag). Prima del regime si consideravano circa 300.000 cristiani nel paese, oggi dopo la guerra di Korea e un lungo regime si parla di circa 30.000 cristiani che praticano la loro religione “privatamente”. Il regime preserva alcune chiese “ufficiali” che si trovano però soltanto nella zona di Pyongyang e hanno più che altro la funzione di “vetrina” per le visite di osservatori internazionali, di fatto nel paese è proibito qualsiasi tipo di culto al di fuori di quello previsto per il dittatore Kim Jong II e il suo defunto padre Kim Il Sung.
La Somalia meridionale è in mano al gruppo islamico Al-Shabaab che sta conducendo una vera e propria guerra contro il governo ufficiale, inoltre i territori sotto il suo controllo sono governati con una rigida interpretazione delle leggi islamiche. Tra gli obiettivi quello di eliminare completamente i cristiani dalla Somalia. Nel 2009 sono stati uccisi più di una dozzina di cristiani in un paese dove sono veramente pochissimi i fedeli che praticano apertamente la loro religione, questi martiri erano tutti convertiti dall’Islam.
Nel 2008 in India ci sono state più di 100 esecuzioni e oltre 50.000 cristiani sono sfollati dalle loro case a causa di un attacco violentissimo da parte di movimenti indù nello stato di Orissa. L’attacco è stato sferrato dopo l’omicidio di alcuni capi indù di cui sono stati falsamente accusati i cristiani, nonostante sia stato dimostrato che i responsabili erano i ribelli maoisti. I sospettati dell’attacco in Orissa sono stati scagionati anche per negligenze nelle indagini della polizia, a tutt’oggi la situazione resta tesa e difficile. In diverse zone vige una legge anti-conversione che limita la libertà degli indù nel passare ad altre confessioni.
Il codice giuridico dell’Arabia Saudita si basa sulla legge islamica della Shaaria ed è interpretata in tutto il paese secondo un accordo previsto con la scuola hanabalita della islam sunnita. Secondo questa scuola il furto viene punito con l’amputazione degli arti e l’adulterio con la pubblica lapidazione, in generale queste interpretazioni sono state fondamentali per le organizzazione terroristiche come Al-Qaeda e sono tra le prime fonti di persecuzione per i cristiani nel paese. All’interno dei confini sauditi il governo nega qualsiasi forma di protezione o riconoscimento per ogni religione che non sia l’islam sunnita. Ovviamente non esiste nessuna chiesa pubblica e il culto cristiano avviene solo clandestinamente, i sospetti convertiti al cristianesimo vengono spesso uccisi dai familiari stessi per salvare la faccia di fronte alla società.
Le autorità comuniste del Vietnam vedono la religione cristiana come una minaccia occidentale, pertanto è fortemente limitata e controllata dal governo; oltre 300 persone risultano a tutt’oggi imprigionate. A quanto risulta sono soggette ad un regime di detenzione durissimo che comprende la tortura e la fame. Il governo attua una politica di repressione delle minoranze in particolare per quelle che vivono nelle montagne centrali. Qui i cristiani del popolo Hmong sono stati costretti a rifugiarsi fuori dal paese, fuggendo dalla loro terra, dopo che a loro danno sono stati compiuti veri e propri atti di genocidio a colpi di armi chimiche e batteriologiche. Sorprendentemente il governo americano non ne ha tenuto conto e nella sua relazione annuale ha elogiato il Vietnam per il miglioramento delle restrizioni nella libertà religiosa.
Da circa 10 anni nel Nord della Nigeria vige la Shariaa e le minoranze cristiane che vivono lì subiscono continue violenze da militanti musulmani, inoltre le autorità hanno limitato i luoghi di culto e vi sono discriminazione in materia di opportunità occupazionali ed educative. Nel 2009 il gruppo estremista islamico BoKo Aram ha condotto diversi attacchi che, tra l’altro, hanno portato all’assasinio di 3 pastori perché si sono rifiutati di convertirsi all’Islam; sempre durante gli attacchi sono state distrutte più di 20 chiese. Un altro gruppo islamico denominato Izala ha esercitato violenze che hanno portato alla morte 11 fedeli e hanno causato la fuga di oltre 3000 persone che hanno abbandonato le loro case.
Un caso molto controverso è quello della situazione cinese dove, nonostante le aperture in ambito economico, permane da parte del partito comunista una certa ostilità nei confronti della religione. I cristiani, che diffidano del controllo governativo, continuano a dar vita a quelle che possono essere definite come “chiese domestiche” e proprio queste sono quelle più perseguite dal governo. Anche nel 2009 si segnalano atti persecutori con arresti e “attività di rieducazione” in campi di lavoro senza nessun passaggio davanti ad un giudice. China Aid, una Ong che lavora con la chiesa sotterranea cinese, ha affermato che nel 2009 sono stai oltre 130 i casi di persecuzione.
Berlusconi, Marazzo e adesso l’ormai ex-sindaco di Bologna Del Bono. Cosa hanno in comune questi tre signori?
Forse molto più di quanto possa apparire utilizzando le nostre misere categorie umane. A prescindere dalle indagini in corso resta il fatto che questi politici italiani, ognuno al suo livello istituzionale (Governo, Regione e Comune), avrebbero semplicemente agito come uomini che, in preda ai loro istinti, cedono al proprio piacere. Fin qui niente di particolare e nulla di nuovo sotto il sole, roba vecchia come il mondo.
Il gossip mediatico ovviamente si è scagliato a vari livelli sui tre personaggi, a livello politico, sociale e infine personale. Anche qui niente di nuovo, a parte l’accanimento a volte eccessivo e apertamente rivolto alla gogna pubblica, ma tant’è questo purtroppo è il clima del dibattito pubblico in Italia.
I commenti finiscono spesso per solleticare una curiosità pruriginosa, diciamo da “buco della serratura”, oppure affilano la lama per attaccare l’avversario politico rispetto al tema della moralità pubblica.
Tutto ruota intorno alla famigerata “questione morale”, ma generalmente chi la pone mi è meno simpatico dei tre signori che ho nominato e cercherò di spiegare il perché. Non entriamo nel dettaglio dei singoli casi che pur hanno delle differenze anche sostanziali, ma il punto di vista vorrebbe provare di osservare un po’ più dall’alto.
Gesù e la sua Chiesa ci insegnano che non è mai da giudicare l’uomo – perché il cuore solo Dio lo scruta nell’intimo – mentre altra cosa è la condanna del peccato, ma “l’accusa”, in questi casi che ho citato, anche applicando questa verità dottrinale, di fatto la smentisce a monte, proprio perché non riconosce la natura del peccato. Diceva Arnold Ghelen che la società è diventata via, via “la grande stalla della cultura, in cui gli animali feroci girano l’uno attorno all’altro sussurrando formule etiche”, ma in esse non resta nulla di “drammatico”, formule legate a nulla di Assoluto e quindi in definitiva vuote.
Anzi, nei casi in questione è molto facile trovare qualcuno che finisce per elevare a virtù una debolezza e il limite ad eccellenza, insomma in poche parole i moralisti che sollevano la “questione morale” sono sostanzialmente degli “a-morali”. C’è anche la versione ecclesiale, quella del “cattolico adulto” per cui parlare di “colpa d’origine” è quasi una vergogna e intanto predica una versione della carità svincolata dalla questione della responsabilità personale nella conversione, responsabilità che, invece, va rinnovata ogni giorno nelle scelte concrete.
Fondamentalmente è scomparso il discorso sul bene e sul male e come suggeriva Berlicche a Malacoda nel famoso pamphlet di Lewis: “Fa in modo che la sua intelligenza stia lontana dalla semplice antitesi di Vero e Falso”; ma questo diventa facile perché è scomparso Dio dall’orizzonte della libertà.
C’è in giro un sacco di anestetico che tende a ridurre la libertà a un suo surrogato, perché non c’è peccato, né colpa se non c’è Dio; se la libertà dell’uomo non osa confrontarsi con il “problema di Dio”, in definitiva cosa resta dell’uomo?
Ecco perché mi sono simpatici quelli che sbagliano, soprattutto quelli che sanno chiamare l’errore con il suo nome, quelli che non incolpano il “sistema”. Non so se i signori citati all’inizio rientrino in questa categoria, o siano anche loro iscritti tra gli ipocriti che fanno “come se Dio non ci fosse”, ma comunque li preferisco a quelli subito pronti con il dito puntato.
C’è in giro un sacco di gente che giudica, ma i più non vogliono ammettere la contraddizione che li abita, quella situazione che a guardarla bene è veramente “drammatica” perché – diceva il compianto Mons. Maggiolini – “la chiarezza su di sé, uno la raggiunge nell’esporsi indifeso a Dio”, altrimenti prima o dopo sarà la vittoria del non-senso.
L’alternativa a questo “dramma” è la “tragedia”, ossia risolversi a vivere come barche in balia delle correnti o, come diceva Camus, “fornicavano e leggevano giornali”.
C’è insomma bisogno di robusti peccatori, di quelli che lo fanno sapendo di peccare, se ce ne fosse di più forse ci sarebbero meno candidature come quella che va in onda per la presidenza della Regione Lazio. Sicuramente ci sarebbe in giro meno ipocrisia.
Per informazioni sul tema proporrei di consultare esperti in materia, ne cito tre: S.Paolo, S.Agostino e S.Francesco d’Assisi.
P. Tomas Tyn – domenicano di cui è aperta la causa di beatificazione – certamente non mortificava la ragione, ma diceva che …
“spesso i semplici con fede meno esplicita, ma più affettuosa, guadagnano più meriti dei dotti che con freddezza di cuore allontanano l’intelletto troppo compiaciuto di sé dalla sottomissione alla Rivelazione”. Nell’omelia dell’Epifania 2009 Benedetto XVI sembra chiarire ciò che affermava P. Tomas: “Che cosa manca a coloro che restano indifferenti, a coloro che indicano la strada ma non si muovono? (…) Alla fine, quello che manca è l‘umiltà autentica”.
Nella storia della Chiesa i “semplici” hanno sempre manifestato questo loro fede “affettuosa” con particolari forme di religiosità popolare conosciute come devozioni: il Santo Rosario, la Via Crucis, l’Angelus, varie forme di adorazione al santissimo Sacramento, il pellegrinaggio, le novene, i fioretti, ecc.. Tuttavia – come specifica il Direttorio su pietà popolare e liturgia della Chiesa Cattolica – i “dotti” appoggiano una pratica religiosa illuminata dall’intelligenza e dal sapere e avversano la pietà popolare che, ai loro occhi, è nutrita da superstizione e da fanatismo. E comunque il Kithc non fa Chic.
Per sgomberare il campo da equivoci diciamo subito che la superstizione travestita da fede non piace a nessuno, ma anche la superbia travestita da dotta dissertazione è un rischio altrettanto grave.
Nel mondo culturale cattolico a volte si respira un’aria un po’ snob, direi salottiera, c’è un certo gusto di compiacenza rispetto alla propria visione intellettuale della fede e questo accade sia di qua che di là, sia in ambito per così dire tradizionalista, che in ambito modernista (chiedo perdono per le etichette sempre antipatiche). Così la devozione popolare è frequentemente attaccata “da destra e da sinistra”, nei convegni, nelle riviste, on-line, con una certa presa di distanza perché a pochi piace essere confusi con la “vecchietta che recita il rosario”.
Curiosamente però un libro di preghiere e devozioni vende e ha venduto centinaia di migliaia di copie, l’unico libro che per tiratura tiene testa ai vari Augias, Mancuso, Odifreddi e compagnia (anche clericale) cantante. Sì, perché non mi risulta che i libri cattolici di risposta a questi signori – per quanto ben fatti – abbiano sempre tirature e diffusione paragonabili. Vogliamo poi parlare delle tiratura della stampa quotidiana cattolica rispetto a quella laica? Non c’è gara, invece, questo libro lo ritrovi dove non ti aspetti, sta lì con la sua copertina che è tutta un programma e non fa l’occhiolino a nessuna moda editoriale, eppure tante persone testimoniano di averlo utilizzato come strumento di preghiera o di averlo acquistato durante un pellegrinaggio turistico e ritrovarselo poi come un vero e proprio mezzo di conversione.
“Pregate, pregate, pregate” è il suo titolo, molto meno banale di quanto possa apparire, molto più denso di altri titoli roboanti, ma un po’ asfittici. In copertina l’immagine della “Madonna di Medjugorie” e qui scatta l’altro tasto dolente, perché di fronte al fenomeno della apparizioni croate ci si divide con molta facilità. Al di là di tutto la Chiesa si è riservata di indagare ancora e non c’è nessuna risposta che si possa ritenere definitiva, restano però i fatti e vorrei qui riportare una considerazione di un Vescovo – Mons. Pavao Hnilica -: “Medjugorje è chiamato il “Confessionale del mondo”(…) Cosa accade nella Confessione? Il Sacerdote libera il peccatore dal diavolo. Certo, Satana è capace di molte cose, ma di una certamente no: è possibile che satana spinga la gente a confessarsi, proprio per liberarsi di lui?” (dal Mensile Cattolico Tedesco PUR pubblicata nel Dicembre 2004). Tanta gente semplice, non esperta di filosofia o di teologia, proprio attraverso la devozione – un rosario, una novena – si ritrova su quella via dell’umiltà che conduce alla consapevolezza di essere bisognosi di perdono. Ecco spiegato il successo di questo libro, ecco perché i signori che attaccano il cattolicesimo contro la devozione non hanno altro argomento che denigrarla con sprezzo.
D’altra parte per il rapporto speciale che vi è tra devozione e Liturgia va notato che la pietà popolare prende sempre di più la forma della superstizione quanto più si “attenua la coscienza di alcuni valori essenziali della Liturgia stessa”. Il già citato Direttorio su pietà popolare e liturgia individua tra le cause di questa attenuazione “la debole consapevolezza o la diminuzione del senso della Pasqua e del posto centrale che essa occupa nella storia della salvezza, della quale la Liturgia cristiana è l’attualizzazione”. Inoltre si rimanda ad una “non conoscenza del linguaggio proprio della Liturgia – la lingua, i segni, i simboli e i gesti rituali…- , per cui ai fedeli sfugge in gran parte il significato della celebrazione.”
“Pregate, pregate, pregate” (anche per il recupero di una sana Liturgia).
I dati della tabella sono ricavati da un importante studio del claretiano P. Angel Pardilla, pubblicato nel 2007 dalla Casa Editrice Rogate di Roma
Il titolo è emblematico: “I religiosi, ieri, oggi e domani”; lo studio ha carattere storico-sociologico e teologico. Da un punto di vista statistico il periodo considerato va dal 1965 al 2005 e riguarda tutte le forme religiose esistenti nella Chiesa: i canonici regolari, i monaci, i cosiddetti ordini mendicanti, i chierici regolari, le congregazioni religiose clericali e laicali, e gli istituti di vita apostolica.
I religiosi in totale erano 329.799 nel 1965, 40 anni dopo la chiusura del Concilio ne restavano 214.903. Ci sono delle eccezioni nella «tempesta della crisi post-conciliare» (p. 291)? Sui 205 istituti analizzati dall’autore 55 hanno avuto degli aumenti, più o meno consistenti. Ci riesce molto difficile caratterizzare questi istituti-eccezione, ma ci pare che di norma essi siano di recente fondazione (con l’eccezione dei carmelitani), spesso persino successiva al Concilio e con una marcata identità, con alcune differenti peculiarità.
Qui sotto il commento di P. Stefano Maria Manelli – fondatore dei Francescani dell’Immacolata – al recente Convegno sul Motu Proprio “Summorum Pontificum” del Santo Padre Benedetto XVI tenutosi a Roma lo scorso ottobre.
Da notare che gli istituti religiosi, a qualunque ramo appartengono e ovunque si trovino, che usano comunemente la liturgia immemoriale della Chiesa (quella rimessa in vigore da Papa Benedetto XVI), dalla Fraternità san Pietro (+ 171%) alla Fraternità san Vincenzo Ferreri (+ 114%), dall’Istituto dei servi di Gesù e Maria (+ 51%) ai tanti altri non repertiorati (come l’Istituto di Cristo Re Sommo sacerdote, i benedettini di Le Barroux, fino al più recente Istituto del Buon Pastore e vari altri) hanno tutti avuto un costante aumento dei membri.
Penso che pochi sappiano che cos’è l’Avvento, anche perchè ormai pochi sanno che cos’è il Natale, o meglio tutti sanno che si festeggia, ma non precisamente che cosa.
Particolarmente nel mondo occidentale le feste vengono vissute e valutate solo con un approccio di tipo estetico ed emozionale, altro non c’è. Le preoccupazioni sono rivolte ai regali, cenoni, ricchi premi e cotillon, vacanze caraibiche e shopping compulsivo.
Al di là dei numeri o delle statistiche direi che questa considerazione è un dato di fatto, siamo invasi da Babbi Natale improbabilmente appesi ai balconi, Centri Commerciali aperti anche la notte, luminarie con stelle e stelline che spesso deturpano le città, giostrine nelle piazze, improvvisate piste per il pattinaggio sul ghiaccio, panettoni 3X2. Le notizie sul Natale al TG sono copiaincollate dalle edizioni degli anni passati e così fan tutti: giornali, riviste, radio (tranne Radio Maria che copia-incolla per la natura della notizia, ma rinnova sempre), siti, blog, ecc.…
Sinceramente anche le predicuzze del tipo “il Natale non è da confondere con il consumismo” mi lasciano sempre un po’ con l’amaro in bocca, anche perchè rappresentano spesso il lato B dello stesso disco, cioè sono entrate anche loro nel teatrino del Natale “politicamente corretto”, ma non incidono più. Tante volte c’è quel gusto un po’ snob di richiamare al vero senso, quella vanità sottile che fa sentire un po’ migliore e anche quello che sto scrivendo forse è espressione di quella ricercatezza originale del voler dir qualcosa a tutti i costi.
C’è insomma un grande frullatore in cui buttiamo dentro tutto, anche il Natale e le prediche sul vero senso del Natale, un frullatore che tritura tutto ciò che vi passa in mezzo, lascia solo brandelli, pezzetti sempre più piccoli di Verità, confusi, macinati, dilaniati, diluiti, innocui.
Ormai intorno ai resti frantumati di parole come carità, verità, perdono, libertà, teologia, liturgia, laicità, ci si accanisce come belve affamate, ognuna alla ricerca di un significato perduto, ognuna con la sua personale opinione, ognuna pronta a sbranare l’altra che si avvicina al mesto banchetto. Si procede a colpi di convegni, studi, seminari, settimane bibliche, festival, giornate diocesane, pubblicazioni per giovani, per fidanzati, per famiglie, per donne, vecchi e bambini.
Poi però restano questi Babbi Natale arrampicati sui tetti, sui davanzali, sui camini, sulle insegne del supermercato, appesi alle finestre, negli oratori, sui giornali, sulle riviste, on-line. A forza di frullare restano loro a simbolo di una festa che si sgancia continuamente dal suo significato, simbolo della menzogna che a forza di esser ripetuta si traveste da verità.
Perchè, nonostante tutto l’affannarsi, continuiamo a perderci, a cercare il senso dove non c’è? Senza dubbio c’è un mistero che ci supera, c’è una battaglia fra verità e menzogna che senza quel Bambino nato in una grotta difficilmente potremmo spiegare compiutamente.
L’inganno più grande e più sottile, rispetto alla possibilità di affacciarsi su quella mangiatoia e di contemplarla alla ricerca della Verità, è la logica della “pacca sulla spalla” per cui “comunque vada sarà un successo”, logica diabolica che permea tutto quel “modus vivendi” che respiriamo quotidianamente. C’è l’inganno della menzogna che si traveste da verità, il lupo vestito da agnello. Questa logica è entrata strisciando anche nelle sacrestie, negli oratori, in molti movimenti ecclesiali, seminari, gruppi di preghiera, consigli pastorali, si è insediata provocando quel pressappochismo superficiale che si esprime in una frase sparata come il prezzemolo: “Non esageriamo, non siamo integralisti”.Vogliamo organizzare una S.Messa in riparazione ad un’offesa arrecata alla Vergine Maria in seguito ad una mostra blasfema? Noooo, è eccessivo, roba da Medioevo. Si vuole celebrare una S.Messa con il rito in latino? Nooo, quella è roba per deboli in preda ad una psicologia da “pizzi e merletti”. Vogliamo recitare il Rosario in famiglia? Nooo, l’impegno quotidiano è già preghiera, non preoccuparti. La Confessione per il perdono? Nooo, stai sereno è semplicemente un dialogo. E via discorrendo. Tuttia dire di non preoccuparsi, ma se Dio si è fatto carne questo fatto non può essere ridotto ad un opinione o a un sentimento svincolato da ogni responsabilità personale, altrimenti possiamo davvero considerarla una favoletta sostituibile con quella di Babbo Natale. Insomma, comunque vada non è detto che sia un successo e questo è duro da accettare.
Proposta: per chi ancora si interroga su quel Bambino, nato da Maria Vergine, festeggi pure perché effettivamente c’è da festeggiare, ma lo faccia sopratutto pregando, meditando, spegnendo la televisione, mollando il social network, non appendendo Babbo Natale da nessuna parte, costruendo un bel Presepe, insegnando ai bambini che cosa è l’Epifania, passando la domenica fuori dai centri commerciali e dentro una Chiesa.
Dopo si potrà anche dire che a Natale siamo tutti più buoni.
"Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio, Iddio vostro figlio, ve ne prega con tutta l’anima sua!", così Giovanni Papini
nella sua opera “Le memorie di Iddio” del 1911, composta all’età di 30 anni…
Due anni dopo, sulla rivista da lui fondata, L’Acerba, rincara la dose con un articolo ancora più cattivo, intitolato ‘Cristo peccatore’. In quelle pagine egli insultò Cristo con termini volgari e irripetibili, al punto tale che l’arcivescovo di Firenze proibì ai fedeli la lettura della rivista e contro l’autore venne intentato un processo (nel quale fu assolto) per oltraggio alla religione. Tra il 1919 e il 1921 avviene l’incontro con il Risorto, incontro che lo porterà a scrivere:“E sia la tua volontà ora e sempre, in cielo e sulla terra.”
Il suo amore per Cristo viene riversato in un’opera, definita entusiasmante dallo stesso Benedetto XVI, la “Storia di Cristo”. La pagina introduttiva del libro resta di un’attualità sconcertante, leggere per credere.
“Da cinquecent’anni quelli che si dicono “spiriti liberi” perché hanno disertato la Milizia per gli Ergastoli smaniano per assassinare una seconda volta Gesù. Per ucciderlo nel cuore degli uomini. Appena parve che la seconda agonia di Cristo fosse ai penultimi rantoli vennero innanzi i necrofori. Bufoli presuntuosi che avevan preso le biblioteche per stalle; cervelli aerostatici che credevano di toccare le sommità del cielo montando nel pallon volante della filosofia; professori insatiriti da fatali sbornie di filologia e metafisica si armarono – l’Uomo vuole – come tanti crociati contro la Croce. Certi frottolanti svolazzatoi fecero vedere in candela, con una fantasia da far vergogna alla famosa Radcliffe, che la storia degli Evangeli era una leggenda attraverso la quale si poteva tutt’al più ricostruire una vita naturale di Gesù, il quale per un terzo profeta, per un terzo negromante e per quell’altro terzo arruffapopoli; e non fece miracoli, fuor della guarigione ipnotica di qualche ossesso, e non morì sulla Croce, ma si svegliò nel freddo della tomba e riapparve con arie misteriose per far credere d’esser risuscitato. Altri dimostravano come quattro e quattro fa otto, che Gesù è un mito creato ai tempi d’Augusto e di Tiberio e che tutti gli Evangeli si riducono a un intarsio inabile di testi profetici. Altri rappresentarono Gesù come un eclettico venturiero, ch’era stato a scuola dai Greci, dai Buddisti, dagli Esseni e aveva rimpastato alla meglio i suoi plagi per farsi credere il Messia d’Israele. Altri ne fecero un umanitario maniaco, precursore di Rousseau e della divina Democrazia: uomo eccellente, per i suoi tempi, ma che oggi si metterebbe sotto la cura d’un alienista. Altri infine, per farla finita per sempre, ripresero l’idea del mito e a forza di almanaccamenti e comparazioni conclusero che Gesù non era mai nato in nessun luogo del mondo. Ma chi avrebbe preso il posto dello Sbandato? Profonda ogni giorno di più era la fossa eppure non riuscivano a sotterrarcelo tutto. Ed ecco una squadra di lampionai e riquadratori dello spirito a fabbricare religioni per il consumo degli irreligiosi. Per tutto l’Ottocento le sfornarono a coppie e mezze dozzine per volta. La religione della verità, dello spirito, del proletariato, dell’eroe, dell’umanità, della patria, dell’impero, della ragione, della bellezza, della natura, della solidarietà, della potenza, dell’atto, della pace, del dolore, della pietà, dell’io, del futuro e via di seguito. Alcune non erano che raffazzonamenti di Cristianesimo senza Dio; le più eran politiche o filosofie che tentavano di mutarsi in mistiche. Ma i fedeli eran pochi e stracco l’ardore. Quelle ghiacciate astrazioni, benché sostenute talvolta da interessi sociali o da passioni letterarie, non riempivano i cuori dai quali si era voluto scerpare Gesù. Si tentò, allora, di accozzare dei facsimili di religioni che avessero, meglio di quelle altre, ciò che gli uomini cercano nella religione. I liberi muratori, gli spiritisti, i teosofi, gli occultisti, gli scientismi credettero di aver trovato il surrogato infallibile del Cristianesimo. Ma codesti guazzetti di superstizioni muffose e di cabalistica cariata, di simbolica scimmiante e di umanitarismo acetoso, codeste rattoppature malfatte di buddismo d’esporatazione e di Cristianesimo tradito, contentarono qualche migliaio di donne a riposo, di “bipedes asellos”, di condensatori del vuoto e fermi lì. (…)
Eppure, dopo tanta dilapidazione di tempo e d’ingegno, Cristo non è ancora espulso dalla terra”
(G. Papini – Storia di Cristo, Vallecchi 2007, pag. 17-18)
Chi l’avrebbe mai detto che la monumentale opera di Karl Rahner potesse essere seriamente criticata? Eppure è arrivato il tempo. Si è alzato un venticello allegro che quantomeno solleva il problema, chissà se si trasformerà in uragano?
Il Rahner è un mostro sacro della teologia “moderna” (un vero e proprio “grafomane” considerando i quintali di libri che ha scritto), citatissimo anche in ambito pastorale dove è stato proposto a semplici fedeli che di trascendentali si intendono il giusto o niente.
In generale l’opera di alcuni teologi, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, è venuta spesso a costituire un magistero parallelo a cui bravi sacerdoti hanno attinto a piene mani per stare “al passo con i tempi”. Peccato che i fedeli non siano teologi e normalmente non hanno strumenti per districarsi in questioni complesse, tantomeno quando si è preventivamente e chirurgicamente demolito il principio di autorità del Magistero del Papa.
Se è possibile parlare di una critica a Rahner nessuno si offenderà se tento una valutazione del pensiero espresso da Rosaria (detta Rosy) Bindi in “Quel che è di Cesare”, intervista concessa a Giovanna Casadio e pubblicata da Laterza; vorrei poi azzardare l’individuazione di un fil rouge tra i due.
Iniziamo dalla Bindi. Qui non si vuole giudicare nessuno dal punto di vista personale, cercherò, invece, di individuare il principio di fondo che guida il suo ragionamento e che in radice nasce da una teologia che però forse non è “nova teologia”, ma come diceva il Card. Siri in un famoso decalogo del progressismo cattolico, “anatematizzata teologia”.
Questo principio di fondo si può riconoscere velatamente celato nella frasetta “stare al passo con i tempi” che in altri termini rappresenta il modo in cui si realizza la “mediazione tra fede e storia”.
A proposito di questa mediazione la Bindi dice che “per noi (cattolici democratici N.d.A.) la forza della fede si manifesta non nella contrapposizione, ma nell’incontro con il mondo” (pag. 14). Dal punto di vista del politico in questione questo “incontro” dovrebbe realizzarsi nel “meticciato tra le culture politiche riformiste” dove “i cattolici democratici devono accettare la contaminazione per essere il fermento di una nuova politica e dare nuove risposte alle nuove sfide”.
Per cercare di passare dalle parole ai fatti vediamo quali sono queste nuove risposte illustrate nel libro-intervista, lo facciamo però da cattolici che valutano un politico cattolico, quindi alla luce del Magistero.
Nel 2002 la Congregazione per la Dottrina della Fede emetteva una Notacirca l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica da cui emerge che la politica non è separabile dalla morale. Vi è un “diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona.”
Rispetto a ciò la “ricerca onesta e paziente di soluzioni condivise” (pag. 36) fino a che punto può prescindere dalla Verità? E’ possibile perseguire il bene comune abdicando alla Verità che la retta ragione permette di raggiungere? Cosa rappresenta la Verità? Provo a misurare alcune “nuove risposte” ad alcune “nuove sfde” prospettate nel libro, per riprendere poi tali quesiti che penso siano cruciali.
I “DICO”: pag. 44 – “Cercavamo di riscattare dalla clandestinità giuridica tante realtà di fatto”… “Sono convinta che la disponibilità verso un’umanità in trasformazione e alla ricerca di risposte sia la cifra della misericordia. (…) La Chiesa è maestra perché prima di tutto è madre, comprensiva e accogliente.” Peccato che non vi sia nessun riferimento alle motivazioni, più volte espresse dal Magistero (ad es. Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II), sul significato del matrimonio e del matrimonio cattolico come bene in sè. Dalle parole della Bindi pare che della “realtà di fatto” si debba semplicemente prendere atto, ratificarla. Come se dire “no” fosse soltanto oscurantismo e non anche una “cifra della misericordia”. (Cfr. Opere di misericordia spirituale)
OMOSESSSUALITA’: pag. 48 Alla domanda … come può un credente accettare questa discriminazione [da parte della Chiesa]?”, la Bindi risponde in sostanza che “C’è una Chiesa di tutti i giorni che nella sua pastorale accoglie e non discrimina. … Ma riconosco un certo ritardo, il peso di un antico tabù, la difficoltà a condividere il cammino di tante esperienze locali” … Quindi deduco che non si accetta la posizione della Chiesa, ma non si fa nessun riferimento ai perché. Di più, si contrappone una Chiesa “di tutti i giorni” ad una presunta Chiesa ufficiale, omettendo che la Chiesa non è un fenomeno associazionistico. Ancora una volta la ricerca paziente e onesta di soluzioni condivise coniuga la laicità del cattolico come un derogare a motivazioni di tipo morale, relegandole solo all’ambito privato. A supporto si cita una presunta “Chiesa di tutti i giorni” che nella pratica pastorale parrebbe avvallare presumo perdonando, ma questo non è in discussione.
ELUANA E ALTRE STORIE:
pag. 55 “Non ho certezze sulla storia di Eluana, ma penso che mi sarei comportata in modo diverso dalla sua famiglia. Però non mi sento di giudicare il padre”. Ok, quindi? “Leopoldo Elia parlava a questo riguardo di “leggi facoltizzanti” che non impongono comportamenti, ma consentono di fare scelte secondo la coscienza di ciascuno. Anche queste vanno contro la legge di Dio? … laicità e democrazia sono valori anche per la Chiesa, e mi dispiace quando la Chiesa lo dimentica.” (Ma la democrazia e la laicità su quali valori si fondano? Solo sulla conta dei voti?)
pag.61 “L’embrione è quindi intoccabile? Lascio alla scienza le risposte su quando cominci la vita, che però è senza soluzione di continuità. Non ci sono dubbi che l’embrione sia principio di vita, di certo non è una persona.” (Istruzione della Congregazione della Dottrina della Fede Dignitatis personae n°4: L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento.)
pag.66 “il suo giudizio oggi (sulla L.194)? Una legge che attende di essere pienamente attuata…”. (No comment)
pag. 68 incalzata sul tema contraccezione si arriva infine all’Humanae Vitae con ovvia citazione del Card. Martini e la sua proverbiale apertura sul tema. La Bindi risponde “Stiamo parlando di quarant’anni fa, l’atteggiamento pastorale educativo può cambiare e cambia, lentamente, ma cambia.” (Se cambia l’atteggiamento pastorale-educativo, cambia anche la norma morale della Dottrina Cattolica? Se sì perché? Non sa stare al passo con i tempi?)
A pag. 69 arriviamo finalmente ad un passaggio chiave dove si dice che la “fede è un salto”. Deve intendersi nel buio? oppure c’è una ragionevolezza della fede che è raggiungibile da tutti? Più avanti a pag. 71 si dice che “la Chiesa ha diritto di parola in ogni ambito della vita collettiva. Ma oggi non si limita ad annunciare il Vangelo, propone anche un progetto culturale e offre una nuova (!!??) antropologia. E qui siamo sul filo e corriamo il rischio di ridurre la novità e il salto della fede a un insieme di regole morali e precetti da imporre.”
Eccoci al cuore del problema perché il moralismo non piace a nessuno. Il dramma è tutto qui. La fede è si un salto, ma tutt’altro che nel buio, qui di fatto si rischia di cadere in quella deriva fideistica di stampo relativista che riduce la fede ad una questione privata, qui si innesta tutta quella teologia post-conciliare che volente o nolente strizza l’occhio al protestantesimo estromettendo la possibilità di una ragionevolezza della fede. Questa ragionevolezza, valida per tutti coloro che si lasciano interrogare con umiltà e riconoscono almeno la loro creaturalità, porta a riconoscere la Verità della legge morale. Di cui non ci si deve vergognare, né vi si può abdicare per “contaminarsi” con il fine politico di “trovare soluzioni valide per tutti”.
Ora proviamo a spiegare e azzardiamo quel fil rouge tra Rahner e la Bindi introducendo il lavoro di critica a Rahner svolto da P. Cavalcoli e recentemente pubblicato da Fede&Cultura. Il teologo domenicano dice che Rahner è “il grande architetto della teologia del XX secolo” il quale non si è accontentato di proporre una visione alternativa al magistero della Chiesa, ma si è fatto, alla maniera protestante, «maestro e correttore di presunti errori», imponendosi anche all’interno della gerarchia stessa come teologo di riferimento di una presunta ortodossia.
Citando lo stesso Rahner arriviamo a dare un fondamento teologico anche alle “nuove soluzioni” prospettate dalla Bindi: «Sempre e dappertutto l’uomo, nelle decisioni assolute e irrivedibili della sua vita, si basa su realtà storiche sulla cui esistenza e natura egli non possiede teoreticamente alcuna assoluta sicurezza». Se il percorso della conoscenza è immerso nella nebbia dei condizionamenti storici, P. Cavalcoli sottolinea come a maggior ragione Rahner non possa ammettere concetti dogmatici che non siano macchiati dalla relatività. In questo lavoro del teologo domenicano viene messa in discussione radicalmente una certa interpretazione del Concilio, quel consesso di cui Rahner era perito e da cui successivamente ha tratto interpretazioni di alcuni insegnamenti della Chiesa che Cavalcoli non teme di giudicare «eretici».
«Occorre correggere gli errori di Rahner alla luce della dottrina della Chiesa e della sana filosofia», uno sforzo che implica «un intervento prudente, mirato, sistematico e organizzato dell’episcopato sotto la guida della Santa Sede».
Per tentare di dirla in parole povereil fil rouge sta nel modo in cui “stare al passo con i tempi”, “la mediazione tra fede e storia” che la Bindi vuole applicare nelle sue scelte politiche, questo può essere a sua volta un dogma che finisce per cancellare qualsiasi altro riferimento; anzi dimostra di fondarsi su di un probabilissimo errore teologico quando appunto il processo di conoscenza della verità viene subordinato a condizionamenti contingenti, perdendo così il suo carattere di riferimento assoluto.
Inoltre su questo si innesta anche il lavoro svolto nel post-concilio dalla cosiddetta Scuola di Bologna che, sulle ali del dossettismo politico, procedeva teologicamente nel rifiuto dell’opposizione della Chiesa Cattolica alla modernità.
Questa “sfiducia nella verità” (Cfr. Lett. Enc. Fides et Ratio Giovanni Paolo II) che nasce dalla riduzione della ragione a ragione strumentale è alla base del fraintendimento della laicità che a nostro parere emerge dall’intervista della Bindi. Se non c’è una verità, o meglio se non c’è una verità che è anche il bene dell’uomo, ogni norma morale è ovvio che divenga relativa e sia vissuta solo come un’ingerenza. L’affermazione dell’esistenza della verità non è assolutamente in contrasto con la misericordia, anzi ne è il fondamento. (Cfr. Lett. Enc. Caritas in Veritate di Benedetto XVI)
Chiudo citando Romano Amerio che nel famoso e riscoperto Iota Unum al n°4 diceva: “comune è la sentenza secondo la quale la crisi della Chiesa è crisi di inadattamento alla civiltà moderna e il superamento della crisi è da ricercare in una apertura. (…) Però l’accomodazione che è essenziale alla Chiesa non consiste nel conformarsi al mondo, ma nel confermare la propria contrarietà al mondo secondo le varie attinenze storiche, e nel variare, non nel deporre, quell’essenziale contrarietà.”
PS: I recenti appelli del Santo Padre circa la necessità di una “nuova generazione di politici cattolici” (Cfr. Viaggio Apostolico a Cagliari) speriamo possano essere ascoltati in tutto il panorama politico italiano ed europeo. Preghiamo anche per questo.
La Corte europea dei diritti dell’uomo (!) ha detto sostanzialmente che dovremmo togliere i crocifissi dalle nostre aule scolastiche e allora? Io non mi meraviglio, né mi scandalizzo, perché dovevamo aspettarci altro?
Adesso possiamo snocciolare tutta una serie di motivazioni interessanti circa il significato di laicità, la nostra cultura, la nostra identità, la nostra storia, i Patti Lateranensi e via discorrendo, ma il brodino culturale in cui siamo tutti immersi è talmente cotto, che più cotto non si può. “Indietro non si torna” avrebbe detto qualcuno in altri tempi.
Eh, sì indietro non si torna, ma avanti bisogna pur andare ed è qui che casca l’asino perché se il mondo cattolico avesse ben chiaro qual è il problema probabilmente saprebbe anche praticare la soluzione, invece, la divisione è tutta intestina.
Sono d’accordo con Messori che, intervistato da Tornelli, dice: “Credo dovremmo smetterla con la pretesa di vivere in un’epoca di cristianità e renderci conto che siamo diventati un piccolo gregge, dunque non mi scandalizzerei a dover esporre la croce solo nei luoghi dove la religione cristiana è praticata.”
Si dovrebbe partire da qui, da questa serena presa di coscienza, che non significa ritirarsi o abbandonarsi ad una logica relativista, anzi al contrario è proprio un sincero esame di coscienza che può chiarire le idee sulle profonde necessità delle anime per la ri-evangelizzazione del nostro continente.
Da dove partire? Come dicevo poco sopra il problema principale è la divisione all’interno della Chiesa che in estrema sintesi si sostanzia nella ribellione al principio di autorità del Magistero. Qui mi sostiene ciò che proprio oggi ha detto Benedetto XVI nella Sua catechesi del mercoledì ossia che c’è sì “utilità e la necessità di una sana discussione teologica nella Chiesa, soprattutto quando le questioni dibattute non sono state definite dal Magistero, il quale rimane, comunque, un punto di riferimento ineludibile.”
Bene, prendendo spunto da un libro di prossima uscita a firma di Chiaberge (Lo scisma. Cattolici senza papa – Ed. Longanesi), vorrei chiedere ai vari dom Franco Mosconi, Don Verzè, Vito Mancuso, Martha Ehizer, padre Carlo Casalone, Don Gallo, il Vescovo Bettazzi, don Colmegna, il Cardinalissimo, don Vinicio Albanesi, fra Alberto Maggi, padre Sorge e molti altri “cattolici adulti” cosa pensano in proposito al principio di autorità del Magistero. So che le loro risposte sarebbero molte articolate, politicamente corrette, erudite, ma so anche che forse eluderebbero nella sostanza il problema.
Da qui bisogna ri-partire, dalla chiarezza rispetto al riconoscimento del Magistero e della sua autorità. Se a qualcuno non piace può sempre farsi protestante.
Perché? Il perché lo spiega sempre il Santo Padre: “la preoccupazione di salvaguardare i credenti semplici ed umili, i quali vanno difesi quando rischiano di essere confusi o sviati da opinioni troppo personali e da argomentazioni teologiche spregiudicate, che potrebbero mettere a repentaglio la loro fede”.
Qui sta il punto perché ormai siamo arrivati anche a non essere più d’accordo su chi sono “i piccoli e gli umili”, questa è l’estrema misura dello stato in cui versa la fede.
Persa la fede, anzi persa la verità non c’è altro che il “fai da te” (quella del “cattolico adulto”) e se dalla fede dovrebbe discendere “un modo proprio di stare al mondo” (Card. Caffarra) – ossia una cultura – di quale cultura i cattolici hanno informato il loro vivere negli ultimi 30-40 anni?
Non sarà che proprio i cattolici siano causa del loro male? Allora facciamo pure una battaglia di civiltà per il crocifisso nelle aule scolastiche, ma prima ancora chiediamoci come sta la nostra fede. Poi parliamo anche del principio di laicità, sperando almeno di intenderci fra cattolici.
Dal “fenomeno al fondamento” diceva Giovanni Paolo II in Fides et Ratio, era il 1998. Sveglia.
Una fetta consistente del mondo anglicano (Traditional Anglican Communion) che maldigeriva le aperture “liberal” (preti gay e donne sacerdote) può ora entrare in comunione con Roma, grazie a Benedetto XVI. I preti e i vescovi anglicani saranno ordinati nuovamente, e diventeranno a pieno titolo preti cattolici, anche se sposati e con figli. Non potranno invece diventare vescovi cattolici i vescovi anglicani sposati, ma soltanto quelli celibi. L’eccezione di ammettere al sacerdozio cattolico uomini sposati ha carattere transitorio e riguarderà soltanto quei preti e vescovi che attualmente hanno famiglia, in futuro le ordinazioni dovranno avvenire rispettando la disciplina cattolica del celibato sacerdotale. Questa mattina alla stazione centrale e sugli autobus i soliti “quotidiani gratuiti” titolavano: “Il Papa apre ai preti sposati”, lascio alla vostra immaginazione i commenti. Si sa la questione è pruriginosa e, chissà perché, scalda l’animosità dell’uomo della strada, ma anche quella di certi prelati e movimenti “cattolici di base”. Il punto è uno: il problema non è tanto o soltanto quello del celibato sacerdotale, ma in fin dei conti si scontrano visioni diverse circa il modo di intendere l’amore umano. Wanda Poltawska psichiatra polacca (l’amica per cui Karol Woityla chiese preghiere di guarigione a Padre Pio, che sappiamo sortirono il loro effetto) fa notare che “il concetto di istinto sessuale riferito all’uomo è poco preciso: simile istinto nel senso letterale del termine non esiste, esistono solo certe reazioni sessuali che l’uomo può seguire, ma può anche controllare e dominare. (…) La secrezione dei gameti è indipendente dalla volontà umana; al contrario l’attività sessuale è sempre il risultato della libera decisione dell’uomo. (…) l’atteggiamento permissivo, il “voglio”, è già sufficiente per provocare l’eccitazione, il divieto, il “non posso”, non basta per dominare la reazione. Ed è proprio questo il problema più difficile: il divieto non solo è poco efficace, ma in molti casi provoca l’effetto contrario. (…) Il semplice divieto non è quindi l’atteggiamento giusto, importante, invece, è la consapevole libera scelta, “vi rinuncio di mia spontanea volontà”. Il contesto attuale, che fa dell’orgasmo un mito, ribalta la questione e propone una “forma di dominio sull’uomo da parte dei suoi meccanismi fisiologici” e quindi parrebbe che “l’istinto” fosse ingovernabile. Cosa può spingere un uomo a trovare la forza per essere completamente libero e padrone di sé? Madre Teresa di Calcutta diceva: “Il matrimonio e la procreazione sono miracoli dell’amore di Dio (…) Gesù ha parlato però chiaramente di qualcosa di persino più grande di questo quando ha detto che in cielo le persone non si sposano, né vengono date in matrimonio, ma vivono come angeli in cielo, e che ci sono alcuni che hanno rinunciato al matrimonio per amore del Regno di Dio”. Di che pasta è fatto questo amore per Dio ce lo chiarisce don Divo Barsotti: “Non vi è la carità là dove Dio non è amato come bene supremo: se l’uomo crede di spartire con altri il suo amore, non ama. L’ordine della carità è che si debba amare Dio di un amore totale: con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. (…) il celibato del sacerdote non è qualcosa di negativo…se non fosse animata dalla carità, la castità sarebbe rifiuto dell’amore. Con tutta la sua vita il sacerdote è a servizio del Verbo per ricondurre a Lui gli uomini e il mondo. Per questa operazione è necessario che il mondo fisico venga sottomesso allo spirito e allo Spirito di Dio”. Allora possiamo dire con Madre Teresa: “Il celibato sacerdotale è il dono che prepara alla vita nei cieli. (…) Non ci sono paragoni per la vocazione del sacerdote. E’ come sostituire Gesù sull’altare, nel confessionale e in tutti gli altri sacramenti in cui egli usa il pronome “Io”, come Gesù.” Al di là dei tecnicismi in ecclesialese, su cui normalmente ci si accapiglia, resta il fatto che la castità è pur sempre una virtù, una grande porta per la libertà, una via che illumina anche il senso vero e ultimo dell’amore umano, che non si identifica con la genitalità, ma con il dono di sé, unico e per sempre. C’è una bellezza nel celibato sacerdotale che solitamente non viene mai sottolineata, si polemizza sulle necessità e sulle opportunità e si sorvola sulla cuore della questione. La causa che normalmente emerge quando un sacerdote non riesce a osservare il celibato è generalmente una crisi di fede e il rifiuto delle regole previste dalla Chiesa, sono frequentemente persone molto sicure di sé che smarriscono la via dell’umiltà.
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