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L’ultimo, tragico episodio di cronaca avvenuto a Roma, dove un ragazzo ha accoltellato la sua professoressa all’interno della scuola, non può e non deve essere considerato solo un “incidente isolato” o il gesto di un folle. Anche se la cronaca nera ci presenta, con una preoccupante regolarità, casi simili di aggressioni tra
i banchi e non solo, fermarsi alla superficie della notizia significa perdere di vista il vero problema.
Come psicologo e psicoterapeuta, osservando questi eventi attraverso la lente di una visione umanistico-esistenziale della persona, sento l’urgenza di spostare l’attenzione dalle aule di tribunale alle aule della nostra coscienza educativa. Il problema non è la scuola. Anzi, oggi la scuola rappresenta l’ultimo e spesso solitario baluardo di controllo e contenimento di fronte a un collasso sociale sempre più evidente.
La scuola come argine, non come imputata
Spesso, dopo simili tragedie, si tende a puntare il dito contro l’istituzione scolastica, accusandola di essere distante o incapace di percepire il disagio. Questo è un errore di prospettiva pericoloso. La scuola, nel suo ruolo di presidio educativo e civile, sta affrontando una sfida enorme: si trova a dover sostituire agenzie educative che hanno abbandonato il loro compito. Se lasciamo la scuola da sola a gestire la complessità emotiva e comportamentale delle nuove generazioni, inevitabilmente cederà sotto il peso di un compito che non può affrontare da sola. Essa non è il problema; è il fronte avanzato che sta cercando, spesso con mezzi insufficienti, di ricomporre i pezzi di una comunità lacerata.
Il vero epicentro: La famiglia e i modelli educativi
Il vero epicentro della crisi risiede altrove: nella famiglia e nella desertificazione dei modelli educativi di riferimento. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al passaggio da un modello autorevole (fondato sul limite, sul rispetto e sulla trasmissione di valori stabili) a un modello permissivo o, peggio, liquefatto.
Molti genitori hanno scelto di abdicare al ruolo di figure guida per trasformarsi nei “migliori amici” dei propri figli, eliminando ogni forma di attrito, di frustrazione e di sana opposizione. Ma la crescita psicologica umana ha bisogno del limite per strutturarsi. Senza confini chiari, il giovane sperimenta un vuoto vertiginoso: non impara a tollerare la delusione, il rifiuto o il voto basso, percependo ogni ostacolo esterno non come una prova da superare, ma come un attacco intollerabile alla propria onnipotenza narcisistica.
La psicologia del giovane in crisi d’identità e il dramma del vuoto
La psicologia del giovane in crisi d’identità è un tema complesso e delicato. Durante l’adolescenza ci troviamo per definizione nel bel mezzo di una transizione e di un intenso travaglio interiore; tuttavia, i ragazzi di oggi sembrano sprofondare in un vero e proprio deserto di significato. Ci viene in aiuto la lezione magistrale di Viktor Frankl, fondatore della Logoterapia e dell’analisi esistenziale. Già nella Vienna tra le due guerre, e poi nel contesto della ricostruzione del dopoguerra, Frankl intuì che il disagio giovanile profondo non nasceva unicamente da conflitti pulsionali (le classiche nevrosi psicogene), ma da una ferita di natura spirituale che egli denominò nevrosi noogena (dal greco nous, mente/spirito). Questa forma di sofferenza non deriva da una malattia mentale, in senso stretto, bensì da un’impasse esistenziale generata dalla frustrazione della volontà di significato. Quando i giovani perdono la bussola degli ideali e la vita smette di avere un orientamento di senso, cercano modelli, ma se non li trovano, sprofondano in quel senso di vuoto (o vuoto esistenziale) che rende ogni ostacolo insopportabile. Non a caso, di fronte all’impennata di crisi e gesti estremi, lo stesso Frankl promosse e organizzò a Vienna l’apertura di centri di ascolto gratuiti per i giovani (Jugendberatungsstellen). Questa straordinaria esperienza pionieristica di sostegno psicologico e prevenzione del suicidio dimostrò concretamente come l’ascolto orientato al senso potesse invertire la rotta, riducendo drasticamente i tassi di disperazione e salvando intere generazioni dal baratro. (Viktor E. Frankl, Ciò che non è scritto nei miei libri. Appunti autobiografici sulla vita come compito, FrancoAngeli, Milano 1995)
Analizzando i tratti di questa crisi odierna alla luce di tale orizzonte clinico ed esistenziale, emergono con chiarezza tre dinamiche:
- Intolleranza della frustrazione: La difficoltà cronica di affrontare il dolore, la fatica o l’insuccesso, che sfocia in cortocircuiti emotivi devastanti proprio perché manca una ragione esistenziale per cui valga la pena sopportare il “peso” della prova.
- Fragilità dell’Io: Privi di una struttura di personalità radicata in valori stabili e trascendenti, i ragazzi si sentono drammaticamente frammentati di fronte ai conflitti, reagendo con un’aggressività cieca o con il “passaggio all’atto”.
- Il vuoto esistenziale e la nevrosi noogena: Come ampiamente teorizzato da Frankl nelle sue pietre miliari, l’assenza di un orizzonte di trascendenza e di uno scopo trasforma ogni piccolo scontro quotidiano in una lotta nichilista per la sopravvivenza, dove il grido del giovane diventa un atto autolesionistico o eteroaggressivo disperato.
Il paradosso dei social media: l’educazione allo sguardo
Un altro aspetto critico è l’uso sconsiderato della tecnologia e dei social network, che spesso diventano il palcoscenico per atti di violenza o bravate, filmati e condivisi per ottenere quei macabri minuti di celebrità digitale.
Tuttavia, sarebbe un errore ideologico demonizzare i social media: sono strumenti neutri, riflessi della realtà interiore di chi li utilizza. Il vero problema è la totale mancanza di educazione digitale ed esistenziale. Se i ragazzi non riescono a distinguere il virtuale dal reale, è perché non hanno interiorizzato il peso etico delle loro azioni, confondendo la visibilità con l’esistenza. Se non insegniamo loro a gestire consapevolmente le proprie emozioni, queste piattaforme continueranno a risuonare come l’eco di una solitudine priva di freni inibitori.
Il richiamo alla testimonianza: l’attualità di Eleazaro
In un momento di crisi educativa, come quello che stiamo vivendo, ci chiediamo: dove sono gli adulti di riferimento? Dove sono i veri testimoni? La nostra società ha un urgente bisogno di riscoprire il valore della coerenza e della testimonianza.
In questo contesto, ci viene in aiuto una figura biblica straordinaria: Eleazaro, il cui racconto è narrato nel secondo libro dei Maccabei (2 Maccabei 6, 18-31). Eleazaro, un anziano scriba di grande dignità, si trova a dover affrontare i suoi persecutori, che lo spingono a rinunciare alla legge dei padri, chiedendogli di fingere di mangiare carne impura per salvare la vita. Ma di fronte a questa proposta di salvezza basata sull’ipocrisia e sul compromesso, Eleazaro rifiuta con fermezza. Sceglie di affrontare il supplizio e la morte con grande nobiltà, affermando che la dignità della coerenza e il rispetto per la verità valgono più della vita, se essa è vissuta nella menzogna. «Lasciamo questo mondo con nobiltà», sembra dirci la scelta di Eleazaro, che decide di affrontare il martirio non per vanità, ma «per lasciare ai giovani un esempio nobile, affinché possano affrontare la morte con generosità e dignità per le leggi venerabili e sante» (2 Mac 6, 28).
Ecco ciò che oggi manca ai nostri giovani: adulti pronti a sacrificarsi per i propri principi, capaci di una testimonianza autentica che non si piega al compromesso del politicamente corretto o alla comodità del quieto vivere. Eleazaro ci ricorda che l’educazione non si trasmette attraverso prediche astratte, ma attraverso la disponibilità degli adulti a pagare di persona per ciò in cui credono.
Se vogliamo davvero curare le ferite profonde dei nostri ragazzi, dobbiamo smettere di cercare colpevoli facili e tornare a essere, per loro, genitori ed educatori capaci di autorevolezza, di fede, di amore. Come ho avuto modo di approfondire nel mio libro “Dal vuoto al senso della vita, ricerca vocazionale”, questa missione adulta si incarna nell’esercizio costante delle tre A dell’esistenza: l’Accoglienza, per fare spazio all’altro senza riserve né giudizi; l’Ascolto, inteso come sintonizzazione profonda sui bisogni di espressione e di contenimento del giovane in evoluzione; e l’Accompagnamento, inteso come aiuto, guida autorevole e modello vivo per orientarlo verso sane e piene realizzazioni esistenziali.